LONTANANZA.

LONTANANZA.

Ultimo amor de la mia vita, or comeVolgono i giorni tuoi, poi che ne volleNovamente divisi il fato avverso?Io, quale infermo sognator, che assaiCo 'l travolto pensier mari e paesiVisitò sorvolando, e campi lietiD'assidue primavere e monti d'oroMiro stupito, ed allegrossi al bacioVoluttuoso d'un'aërea formaFuggitiva con gli astri, ove a l'usataLuce si svegli, doloroso intornoMira il povero letto e qualche pioVolto che piange il dubitante amico,Io deserto così, così dolenteMi travaglio ne l'alma, or, che lontanoDai pietosi occhi tuoi, riveggio il neroLimitar de la mia stanza campestre,E solingo m'aggiro ove altra cosaChe ti guardi non è tranne il cor mio.O mio diserto amor, fu dunque un vôtoSogno la mia felicità? Ben sentoSovra la bocca mia qualcosa io sentoChe di te mi favella; odo nei santiPenetrali del cor la tua promessa;Arde, sol ch'io ti nomi, arde il mio sangueUn dolce ed infinito impeto, e comeDolorosa armonia dentro mi piangeTutto l'affanno de l'estremo addio.O mio lontano amor, no, non fu vôtoSogno la mia felicità! Con questeDerelitte mie braccia io tante volteLa tua snella persona al cor mi chiusi;Con queste labbra mie bevvi la vitaChe spremea da le tue labbra l'amore;E il languir dei tuoi grandi occhi, e i sorgentiAi sussulti d'amor veli neglettiCon questi occhi mirai ch'or apro al pianto.O lontano amor mio, ricordi i giorniCui diede Amor tant'ale e tante rose?Come colombe ci amavam; quest'egreGiornate mie correan rapide e belleCome raggio di luce! Ai nostri amplessiBreve era il tempo; a le speranze nostrePoca la terra; indifferente e mutaCoi suoi stolti tripudi e i suoi doloriA noi dintorno discorrea la vitaSenza ieri o domani; e se del cieloMai ne sorse disio, come smarriteL'alme nostre il cercâr dentro ai nostri occhi.Dove ti cerco io più, dove tu sei,Luce e respir de la mia vita? Io sentoDi quest'ultimi fiori, onde s'ingemmaIl romito vïal del mio giardino,La modesta fragranza; ad uno ad unoSorger miro i tremanti astri, ma il dolceSospir non sento dei tuoi labbri, e in mezzoA tanti astri i tuoi mesti occhi non miro.Dove ti cerco io più, dove tu sei,Luce e respir de la mia vita? Io sorgoMattutino con l'albe, erro pe' montiCome pazzo fantasma, e le rugiadeScintillanti su l'erbe avido io bevo,Ma dolcezza e virtù pari non hannoA le lacrime tue. Mormora il boscoSecreti inni d'augelli, occulti amoriDi zeffiri e di ninfe, io dolorandoChiamo su 'l labbro mio le tue canzoniDolcissime di tutto, e come avvoltaEntro un mar d'armonie l'alma sen fuggeVerso quel ciel dove tu aspetti e piangi.Oh! non pianger così! Questa ch'io vivoDa te lontan vita non è; perdutaVela per ampio mare, irto di negreRupi e di mostri päurosi, in predaDi scatenati demoni, lontanaD'ogni luce di faro e d'ogni riva,La mia vita or somiglia; e quando inquetaE tempestosa più l'anima freme,E i cari regni del passato e i neriProfondi abissi del doman vïaggia,Allor tacita più, più inerte e immotaStagna la vita mia. Fulmina il soleI suoi fervidi raggi, ed io per terraQual vilissima cosa, immobil, mutoD'altri ignaro e di me giaccio, ed aspettoQual mai cosa non so, ch'or mi tien formaD'una candida sposa, or si tramutaIn un fosco disìo che par la morte.Lascia talor dai suoi morbidi ramiQualche stella cader nitida e frescaIl mio pietoso gelsomin, l'anticoConfidente dei miei sogni, e la posaCon occulta pietà su' miei capelli,Fra cui leggera e trepida intrecciossiTante volte la tua mano, e su 'l fronteScivolando freschissima, diffuseMille brividi ardenti entro al mio sangue.Strani e inqueti così volgono i giorniCh'io lontano da te vivo tra questeLuttüose pareti, ove non scherzaRaggio di luce mai, dove non sorgeSpirto alcuno di gioia, e vi si assideTenebroso il silenzio, o vi si aggiraUlulando una bruna ombra, che nullaDi vivente non ha tranne il dolore.Povera madre mia! Di me sol'uno,Dopo il pianto ella vive! Avria già chiusi,Senza l'amor che al viver mio consacra,I suoi vedovi giorni entro a la fossa,E raggiunto anzi tempo il cener santoDel mio padre infelice! Io la lasciaiDerelitta e piangente, e a le tue braccia,De l'universo immemore, mi spinseQuell'occulta virtù, che volge al cieloOgni pallida fiamma e a le nascentiRose del giorno il pellegrino augello.Povera madre mia! M'aspettò tanto,Tanto pregò propizii al mio ritornoL'amor, l'onde, i celesti! Io la guardaiCome straniero, allor che con le aperteBraccia al collo mi corse; ignota al coreMi suonò la sua voce; indifferentePassò sovra le mie guance il suo pianto,E se dolce parola ebbe il mio labbro,S'ebbe lagrima il ciglio, era a te vòltaLa mia dolce parola e il pianto mio!Deh! perdonami, o madre! Amor s'è fattoTal tiranno di me, che a nulla io vivoFuor ch'ai governi suoi. Splendido e sordoSiccome fiamma voratrice, egli ardeNel petto mio; sugge il mio sangue, avvolgeTutti nel suo furor memorie e coseEd affetti e speranze, e grande e soloSopra il fatto deserto ei vive e regna!Pur la vita mi è cara, e nuova attingoVirtù dal pianto. Dal mio pianto io miroSorger come una dolce iri di pace,E crescer fra le mie lacrime il fioreD'una cara speranza. Oh! tu che saiTutta l'anima mia, tu che sol viviDe la promessa del mio cor, lontanaGioia e sol'aura che il mio cor respira,Tu quel fior con le pure aure alimentaDe la tua fedeltà! Forse, o ch'io sognoNon concesse dolcezze, al nostro amplessoPresiederà quella serena e piaDivinità che da gran tempo invocoA la sorda fortuna, ed ove indegneFian l'alme nostre del divin suo riso,La pace mia la chiederò a la morte!

Ultimo amor de la mia vita, or comeVolgono i giorni tuoi, poi che ne volleNovamente divisi il fato avverso?Io, quale infermo sognator, che assaiCo 'l travolto pensier mari e paesiVisitò sorvolando, e campi lietiD'assidue primavere e monti d'oroMiro stupito, ed allegrossi al bacioVoluttuoso d'un'aërea formaFuggitiva con gli astri, ove a l'usataLuce si svegli, doloroso intornoMira il povero letto e qualche pioVolto che piange il dubitante amico,Io deserto così, così dolenteMi travaglio ne l'alma, or, che lontanoDai pietosi occhi tuoi, riveggio il neroLimitar de la mia stanza campestre,E solingo m'aggiro ove altra cosaChe ti guardi non è tranne il cor mio.O mio diserto amor, fu dunque un vôtoSogno la mia felicità? Ben sentoSovra la bocca mia qualcosa io sentoChe di te mi favella; odo nei santiPenetrali del cor la tua promessa;Arde, sol ch'io ti nomi, arde il mio sangueUn dolce ed infinito impeto, e comeDolorosa armonia dentro mi piangeTutto l'affanno de l'estremo addio.O mio lontano amor, no, non fu vôtoSogno la mia felicità! Con questeDerelitte mie braccia io tante volteLa tua snella persona al cor mi chiusi;Con queste labbra mie bevvi la vitaChe spremea da le tue labbra l'amore;E il languir dei tuoi grandi occhi, e i sorgentiAi sussulti d'amor veli neglettiCon questi occhi mirai ch'or apro al pianto.O lontano amor mio, ricordi i giorniCui diede Amor tant'ale e tante rose?Come colombe ci amavam; quest'egreGiornate mie correan rapide e belleCome raggio di luce! Ai nostri amplessiBreve era il tempo; a le speranze nostrePoca la terra; indifferente e mutaCoi suoi stolti tripudi e i suoi doloriA noi dintorno discorrea la vitaSenza ieri o domani; e se del cieloMai ne sorse disio, come smarriteL'alme nostre il cercâr dentro ai nostri occhi.Dove ti cerco io più, dove tu sei,Luce e respir de la mia vita? Io sentoDi quest'ultimi fiori, onde s'ingemmaIl romito vïal del mio giardino,La modesta fragranza; ad uno ad unoSorger miro i tremanti astri, ma il dolceSospir non sento dei tuoi labbri, e in mezzoA tanti astri i tuoi mesti occhi non miro.Dove ti cerco io più, dove tu sei,Luce e respir de la mia vita? Io sorgoMattutino con l'albe, erro pe' montiCome pazzo fantasma, e le rugiadeScintillanti su l'erbe avido io bevo,Ma dolcezza e virtù pari non hannoA le lacrime tue. Mormora il boscoSecreti inni d'augelli, occulti amoriDi zeffiri e di ninfe, io dolorandoChiamo su 'l labbro mio le tue canzoniDolcissime di tutto, e come avvoltaEntro un mar d'armonie l'alma sen fuggeVerso quel ciel dove tu aspetti e piangi.Oh! non pianger così! Questa ch'io vivoDa te lontan vita non è; perdutaVela per ampio mare, irto di negreRupi e di mostri päurosi, in predaDi scatenati demoni, lontanaD'ogni luce di faro e d'ogni riva,La mia vita or somiglia; e quando inquetaE tempestosa più l'anima freme,E i cari regni del passato e i neriProfondi abissi del doman vïaggia,Allor tacita più, più inerte e immotaStagna la vita mia. Fulmina il soleI suoi fervidi raggi, ed io per terraQual vilissima cosa, immobil, mutoD'altri ignaro e di me giaccio, ed aspettoQual mai cosa non so, ch'or mi tien formaD'una candida sposa, or si tramutaIn un fosco disìo che par la morte.Lascia talor dai suoi morbidi ramiQualche stella cader nitida e frescaIl mio pietoso gelsomin, l'anticoConfidente dei miei sogni, e la posaCon occulta pietà su' miei capelli,Fra cui leggera e trepida intrecciossiTante volte la tua mano, e su 'l fronteScivolando freschissima, diffuseMille brividi ardenti entro al mio sangue.Strani e inqueti così volgono i giorniCh'io lontano da te vivo tra questeLuttüose pareti, ove non scherzaRaggio di luce mai, dove non sorgeSpirto alcuno di gioia, e vi si assideTenebroso il silenzio, o vi si aggiraUlulando una bruna ombra, che nullaDi vivente non ha tranne il dolore.Povera madre mia! Di me sol'uno,Dopo il pianto ella vive! Avria già chiusi,Senza l'amor che al viver mio consacra,I suoi vedovi giorni entro a la fossa,E raggiunto anzi tempo il cener santoDel mio padre infelice! Io la lasciaiDerelitta e piangente, e a le tue braccia,De l'universo immemore, mi spinseQuell'occulta virtù, che volge al cieloOgni pallida fiamma e a le nascentiRose del giorno il pellegrino augello.Povera madre mia! M'aspettò tanto,Tanto pregò propizii al mio ritornoL'amor, l'onde, i celesti! Io la guardaiCome straniero, allor che con le aperteBraccia al collo mi corse; ignota al coreMi suonò la sua voce; indifferentePassò sovra le mie guance il suo pianto,E se dolce parola ebbe il mio labbro,S'ebbe lagrima il ciglio, era a te vòltaLa mia dolce parola e il pianto mio!Deh! perdonami, o madre! Amor s'è fattoTal tiranno di me, che a nulla io vivoFuor ch'ai governi suoi. Splendido e sordoSiccome fiamma voratrice, egli ardeNel petto mio; sugge il mio sangue, avvolgeTutti nel suo furor memorie e coseEd affetti e speranze, e grande e soloSopra il fatto deserto ei vive e regna!Pur la vita mi è cara, e nuova attingoVirtù dal pianto. Dal mio pianto io miroSorger come una dolce iri di pace,E crescer fra le mie lacrime il fioreD'una cara speranza. Oh! tu che saiTutta l'anima mia, tu che sol viviDe la promessa del mio cor, lontanaGioia e sol'aura che il mio cor respira,Tu quel fior con le pure aure alimentaDe la tua fedeltà! Forse, o ch'io sognoNon concesse dolcezze, al nostro amplessoPresiederà quella serena e piaDivinità che da gran tempo invocoA la sorda fortuna, ed ove indegneFian l'alme nostre del divin suo riso,La pace mia la chiederò a la morte!

Ultimo amor de la mia vita, or come

Volgono i giorni tuoi, poi che ne volle

Novamente divisi il fato avverso?

Io, quale infermo sognator, che assai

Co 'l travolto pensier mari e paesi

Visitò sorvolando, e campi lieti

D'assidue primavere e monti d'oro

Miro stupito, ed allegrossi al bacio

Voluttuoso d'un'aërea forma

Fuggitiva con gli astri, ove a l'usata

Luce si svegli, doloroso intorno

Mira il povero letto e qualche pio

Volto che piange il dubitante amico,

Io deserto così, così dolente

Mi travaglio ne l'alma, or, che lontano

Dai pietosi occhi tuoi, riveggio il nero

Limitar de la mia stanza campestre,

E solingo m'aggiro ove altra cosa

Che ti guardi non è tranne il cor mio.

O mio diserto amor, fu dunque un vôto

Sogno la mia felicità? Ben sento

Sovra la bocca mia qualcosa io sento

Che di te mi favella; odo nei santi

Penetrali del cor la tua promessa;

Arde, sol ch'io ti nomi, arde il mio sangue

Un dolce ed infinito impeto, e come

Dolorosa armonia dentro mi piange

Tutto l'affanno de l'estremo addio.

O mio lontano amor, no, non fu vôto

Sogno la mia felicità! Con queste

Derelitte mie braccia io tante volte

La tua snella persona al cor mi chiusi;

Con queste labbra mie bevvi la vita

Che spremea da le tue labbra l'amore;

E il languir dei tuoi grandi occhi, e i sorgenti

Ai sussulti d'amor veli negletti

Con questi occhi mirai ch'or apro al pianto.

O lontano amor mio, ricordi i giorni

Cui diede Amor tant'ale e tante rose?

Come colombe ci amavam; quest'egre

Giornate mie correan rapide e belle

Come raggio di luce! Ai nostri amplessi

Breve era il tempo; a le speranze nostre

Poca la terra; indifferente e muta

Coi suoi stolti tripudi e i suoi dolori

A noi dintorno discorrea la vita

Senza ieri o domani; e se del cielo

Mai ne sorse disio, come smarrite

L'alme nostre il cercâr dentro ai nostri occhi.

Dove ti cerco io più, dove tu sei,

Luce e respir de la mia vita? Io sento

Di quest'ultimi fiori, onde s'ingemma

Il romito vïal del mio giardino,

La modesta fragranza; ad uno ad uno

Sorger miro i tremanti astri, ma il dolce

Sospir non sento dei tuoi labbri, e in mezzo

A tanti astri i tuoi mesti occhi non miro.

Dove ti cerco io più, dove tu sei,

Luce e respir de la mia vita? Io sorgo

Mattutino con l'albe, erro pe' monti

Come pazzo fantasma, e le rugiade

Scintillanti su l'erbe avido io bevo,

Ma dolcezza e virtù pari non hanno

A le lacrime tue. Mormora il bosco

Secreti inni d'augelli, occulti amori

Di zeffiri e di ninfe, io dolorando

Chiamo su 'l labbro mio le tue canzoni

Dolcissime di tutto, e come avvolta

Entro un mar d'armonie l'alma sen fugge

Verso quel ciel dove tu aspetti e piangi.

Oh! non pianger così! Questa ch'io vivo

Da te lontan vita non è; perduta

Vela per ampio mare, irto di negre

Rupi e di mostri päurosi, in preda

Di scatenati demoni, lontana

D'ogni luce di faro e d'ogni riva,

La mia vita or somiglia; e quando inqueta

E tempestosa più l'anima freme,

E i cari regni del passato e i neri

Profondi abissi del doman vïaggia,

Allor tacita più, più inerte e immota

Stagna la vita mia. Fulmina il sole

I suoi fervidi raggi, ed io per terra

Qual vilissima cosa, immobil, muto

D'altri ignaro e di me giaccio, ed aspetto

Qual mai cosa non so, ch'or mi tien forma

D'una candida sposa, or si tramuta

In un fosco disìo che par la morte.

Lascia talor dai suoi morbidi rami

Qualche stella cader nitida e fresca

Il mio pietoso gelsomin, l'antico

Confidente dei miei sogni, e la posa

Con occulta pietà su' miei capelli,

Fra cui leggera e trepida intrecciossi

Tante volte la tua mano, e su 'l fronte

Scivolando freschissima, diffuse

Mille brividi ardenti entro al mio sangue.

Strani e inqueti così volgono i giorni

Ch'io lontano da te vivo tra queste

Luttüose pareti, ove non scherza

Raggio di luce mai, dove non sorge

Spirto alcuno di gioia, e vi si asside

Tenebroso il silenzio, o vi si aggira

Ululando una bruna ombra, che nulla

Di vivente non ha tranne il dolore.

Povera madre mia! Di me sol'uno,

Dopo il pianto ella vive! Avria già chiusi,

Senza l'amor che al viver mio consacra,

I suoi vedovi giorni entro a la fossa,

E raggiunto anzi tempo il cener santo

Del mio padre infelice! Io la lasciai

Derelitta e piangente, e a le tue braccia,

De l'universo immemore, mi spinse

Quell'occulta virtù, che volge al cielo

Ogni pallida fiamma e a le nascenti

Rose del giorno il pellegrino augello.

Povera madre mia! M'aspettò tanto,

Tanto pregò propizii al mio ritorno

L'amor, l'onde, i celesti! Io la guardai

Come straniero, allor che con le aperte

Braccia al collo mi corse; ignota al core

Mi suonò la sua voce; indifferente

Passò sovra le mie guance il suo pianto,

E se dolce parola ebbe il mio labbro,

S'ebbe lagrima il ciglio, era a te vòlta

La mia dolce parola e il pianto mio!

Deh! perdonami, o madre! Amor s'è fatto

Tal tiranno di me, che a nulla io vivo

Fuor ch'ai governi suoi. Splendido e sordo

Siccome fiamma voratrice, egli arde

Nel petto mio; sugge il mio sangue, avvolge

Tutti nel suo furor memorie e cose

Ed affetti e speranze, e grande e solo

Sopra il fatto deserto ei vive e regna!

Pur la vita mi è cara, e nuova attingo

Virtù dal pianto. Dal mio pianto io miro

Sorger come una dolce iri di pace,

E crescer fra le mie lacrime il fiore

D'una cara speranza. Oh! tu che sai

Tutta l'anima mia, tu che sol vivi

De la promessa del mio cor, lontana

Gioia e sol'aura che il mio cor respira,

Tu quel fior con le pure aure alimenta

De la tua fedeltà! Forse, o ch'io sogno

Non concesse dolcezze, al nostro amplesso

Presiederà quella serena e pia

Divinità che da gran tempo invoco

A la sorda fortuna, ed ove indegne

Fian l'alme nostre del divin suo riso,

La pace mia la chiederò a la morte!

Fine.

INDICEDEDICApag. 1PARTE PRIMA3Partenza5A te sola8Il Mandorlo12A Maria17A gentile operaia21Addio26Unica mea31A fanciulla inferma34A Ghita39A un segatore di pietre43Due fiori49Luna sulle nevi51Ad A. Salvini57Sole d'inverno62Ultimo Autunno69INTERMEZZO79Francesca da Rimini81PARTE SECONDA133Alla Natura135A Francesco dall'Ongaro141A Madonina147Un Astro150Cara se vuoi saper...153Alle Lucciole155A Giselda161Un Giunco171Nel Natale174Tedio177Io le dicea tremando...180I tuoi baci182Penso talor...184Villeggiatura187Autunno191Lontananza195

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


Back to IndexNext