ULTIMO AUTUNNO.
Passa il ramingo augelloSu l'umil vigna allor che muore il giorno,E posa il volo a un tremulo arbuscello;Ma poi che mira intornoLa campagna desertaE più incerta la luce a l'occidente,Mestamente guardando, il vol dispiega,E con pietoso gridoMiglior campo procaccia e miglior nido.Così, già presso al fineDel mio fatal pellegrinaggio in terra,In voi fermo un istante il fianco lasso,Dolci colli materni,Di cui l'imbalsamata aura più volteNel cor la fuggitiva alma contenne.Ma vano or tornerà vostro sorrisoA questa vita stanca,E allor che al soffio de l'estremo autunnoCadran le foglie dal materno stelo,E col manto di geloSi calerà da l'Etna il verno rio,Cadrò, cadrò pur'io,E calerà su me gelo di morte;O verdi colli, addio!Pur grato al cor mi scendeVostro tacito aspetto e la notturnaAura e il sorriso de le stelle incerto.Spesso muto e deserto, allor che tremaSu per le argentee uliveIl verecondo alboreDe la luna imminente, erro il vialeDel contiguo giardino,O là m'assido a cantoD'un piccioletto fonte, arido comeQuesti occhi miei cui pur negato è il pianto.Quindi a la lunga io sentoDal vecchio campanileRussar querulo il gufoEd ondeggiare al ventoDel mesto legnajuol la cantilena.Brillano a la serenaLe sparse lucciolette,Ed aggrappato al suo materno tufo,Il monotono trilloSiegue con ressa il solitario grillo.Allor questa noiosaCreta e mia vita dolorosa oblio;E già mi par che scioltaD'ogni colpa mortal la disïosaAla spinga pe 'l ciel l'anima mia,Chiara qual sole e libera qual vento.Ma qual voce e lamentoDa questa nova, luminosa viaChiamarmi a nome e richiamarmi io sento?Maria, dolce Maria,Non turbarmi quest'ora! Ah! ch'io non veggaQuei pensosi occhi tuoi, che fur già tantoUniverso per me, ch'io non li veggaPer mia cagione in pianto!Ahi! de la vita lieta,Breve pur troppo e pur suave e cara,L'ora passò, passò qual fuggitivoSonno di cacciatore;Lunga stagion di pianto e di dolorePer me seguì, per te gioia e festivoFulgor di tede e amore.Vedi, sul labbro mio più non s'accendeGiovin raggio di gioia, entro a la stancaAlma più non esultaLa bella giovinezza,Ed anzi tempo la mia chioma imbianca.Da l'affannato pettoFuggì l'alma salute, e la vitaleAere sin la vitale aere sì caraNel travagliato cor tarda discende.Funesta ala di notteD'intorno a la mia dolce arpa si stende,E l'auree corde son disperse e rotte.Sol'una ancor sol'unaCorda rimane a la dolce arpa mia;E allor che ne la brunaFossa cadrà quest'egra argilla oppressa;Si spezzerà pur essa,E flebilmente suonerà Maria.Or mi lascia, in pietà . Come a ritrovoDi libertà e di pace a morte, io corro;Nè già son'io sdegnosoDi mia sorte immatura,Nè a te, cieca Natura,Qual suole ignobil volgo,Le mie vane quereleE il pianto mio rivolgo!Ben tu su noi crudeleSempre fosti, o Natura; e un fiore un soloFior sul tramite mio mai non scordâroLe primavere tue vane e fugaci,E con sorriso amaroAi lunghi affanni e a mia virtù schernisti.Ma se a quest'occhi miei la luce or neghi,Pianger debbo i tuoi soli e la tua possa?Forse, se omai quest'ossaCon muta e disperata ira calpesti,Speri, che intero io restiNel guancial freddo de l'oscura fossa?A inesorate, ugualiLeggi tu servi, e in tuoi chiusi destiniQuel che rovini e te stessa non sai.Con perenne, monotona vicenda,Macchina cieca, per l'ombre cammini,E qual fosti, sarai. Ma l'immortaleSpirto, che è raggio de l'eterna Idea,Libero sorge e l'infinito abbraccia,E in luminosa tracciaTutto muta e feconda e strugge e crea;Senza principio e fineEgli è tutto nel tutto e al tutto impera,E' prima, ei luce veraChe la tarda materia informa e accendeDi senso e di pensiero,E da l'esilio de la terra intendeL'occhio irrequeto al sempiterno vero.Ma tu, Natura, un giornoTu, superba, cadrai, pari a codestaScorza di fango che mi pesa intorno.Più non verran gli apriliAd infiorarti la superba vesta,Nè la chiomata crestaErgeran da l'immense acque i tuoi monti.Ecco, al ciel si confondonoGli sconfinati mari; orbo di raiPrecipita dal ciel vedovo il sole;Schiudon le mille goleI terrestri vulcani; si dissolveA l'urto dei cadenti astri la terra;Fra la scomposta polveDistruzïon la negra ala disserra,E ne l'eterna notteTutto ravvolve e inghiotte. Allor congiuntoA l'universo spirito,Sul nulla vagherà lo spirto mio,Ch'è di Dio parte anch'esso, anch'esso è Dio!
Passa il ramingo augelloSu l'umil vigna allor che muore il giorno,E posa il volo a un tremulo arbuscello;Ma poi che mira intornoLa campagna desertaE più incerta la luce a l'occidente,Mestamente guardando, il vol dispiega,E con pietoso gridoMiglior campo procaccia e miglior nido.
Passa il ramingo augello
Su l'umil vigna allor che muore il giorno,
E posa il volo a un tremulo arbuscello;
Ma poi che mira intorno
La campagna deserta
E più incerta la luce a l'occidente,
Mestamente guardando, il vol dispiega,
E con pietoso grido
Miglior campo procaccia e miglior nido.
Così, già presso al fineDel mio fatal pellegrinaggio in terra,In voi fermo un istante il fianco lasso,Dolci colli materni,Di cui l'imbalsamata aura più volteNel cor la fuggitiva alma contenne.Ma vano or tornerà vostro sorrisoA questa vita stanca,E allor che al soffio de l'estremo autunnoCadran le foglie dal materno stelo,E col manto di geloSi calerà da l'Etna il verno rio,Cadrò, cadrò pur'io,E calerà su me gelo di morte;O verdi colli, addio!
Così, già presso al fine
Del mio fatal pellegrinaggio in terra,
In voi fermo un istante il fianco lasso,
Dolci colli materni,
Di cui l'imbalsamata aura più volte
Nel cor la fuggitiva alma contenne.
Ma vano or tornerà vostro sorriso
A questa vita stanca,
E allor che al soffio de l'estremo autunno
Cadran le foglie dal materno stelo,
E col manto di gelo
Si calerà da l'Etna il verno rio,
Cadrò, cadrò pur'io,
E calerà su me gelo di morte;
O verdi colli, addio!
Pur grato al cor mi scendeVostro tacito aspetto e la notturnaAura e il sorriso de le stelle incerto.Spesso muto e deserto, allor che tremaSu per le argentee uliveIl verecondo alboreDe la luna imminente, erro il vialeDel contiguo giardino,O là m'assido a cantoD'un piccioletto fonte, arido comeQuesti occhi miei cui pur negato è il pianto.Quindi a la lunga io sentoDal vecchio campanileRussar querulo il gufoEd ondeggiare al ventoDel mesto legnajuol la cantilena.Brillano a la serenaLe sparse lucciolette,Ed aggrappato al suo materno tufo,Il monotono trilloSiegue con ressa il solitario grillo.
Pur grato al cor mi scende
Vostro tacito aspetto e la notturna
Aura e il sorriso de le stelle incerto.
Spesso muto e deserto, allor che trema
Su per le argentee ulive
Il verecondo albore
De la luna imminente, erro il viale
Del contiguo giardino,
O là m'assido a canto
D'un piccioletto fonte, arido come
Questi occhi miei cui pur negato è il pianto.
Quindi a la lunga io sento
Dal vecchio campanile
Russar querulo il gufo
Ed ondeggiare al vento
Del mesto legnajuol la cantilena.
Brillano a la serena
Le sparse lucciolette,
Ed aggrappato al suo materno tufo,
Il monotono trillo
Siegue con ressa il solitario grillo.
Allor questa noiosaCreta e mia vita dolorosa oblio;E già mi par che scioltaD'ogni colpa mortal la disïosaAla spinga pe 'l ciel l'anima mia,Chiara qual sole e libera qual vento.Ma qual voce e lamentoDa questa nova, luminosa viaChiamarmi a nome e richiamarmi io sento?Maria, dolce Maria,Non turbarmi quest'ora! Ah! ch'io non veggaQuei pensosi occhi tuoi, che fur già tantoUniverso per me, ch'io non li veggaPer mia cagione in pianto!Ahi! de la vita lieta,Breve pur troppo e pur suave e cara,L'ora passò, passò qual fuggitivoSonno di cacciatore;Lunga stagion di pianto e di dolorePer me seguì, per te gioia e festivoFulgor di tede e amore.
Allor questa noiosa
Creta e mia vita dolorosa oblio;
E già mi par che sciolta
D'ogni colpa mortal la disïosa
Ala spinga pe 'l ciel l'anima mia,
Chiara qual sole e libera qual vento.
Ma qual voce e lamento
Da questa nova, luminosa via
Chiamarmi a nome e richiamarmi io sento?
Maria, dolce Maria,
Non turbarmi quest'ora! Ah! ch'io non vegga
Quei pensosi occhi tuoi, che fur già tanto
Universo per me, ch'io non li vegga
Per mia cagione in pianto!
Ahi! de la vita lieta,
Breve pur troppo e pur suave e cara,
L'ora passò, passò qual fuggitivo
Sonno di cacciatore;
Lunga stagion di pianto e di dolore
Per me seguì, per te gioia e festivo
Fulgor di tede e amore.
Vedi, sul labbro mio più non s'accendeGiovin raggio di gioia, entro a la stancaAlma più non esultaLa bella giovinezza,Ed anzi tempo la mia chioma imbianca.Da l'affannato pettoFuggì l'alma salute, e la vitaleAere sin la vitale aere sì caraNel travagliato cor tarda discende.Funesta ala di notteD'intorno a la mia dolce arpa si stende,E l'auree corde son disperse e rotte.Sol'una ancor sol'unaCorda rimane a la dolce arpa mia;E allor che ne la brunaFossa cadrà quest'egra argilla oppressa;Si spezzerà pur essa,E flebilmente suonerà Maria.
Vedi, sul labbro mio più non s'accende
Giovin raggio di gioia, entro a la stanca
Alma più non esulta
La bella giovinezza,
Ed anzi tempo la mia chioma imbianca.
Da l'affannato petto
Fuggì l'alma salute, e la vitale
Aere sin la vitale aere sì cara
Nel travagliato cor tarda discende.
Funesta ala di notte
D'intorno a la mia dolce arpa si stende,
E l'auree corde son disperse e rotte.
Sol'una ancor sol'una
Corda rimane a la dolce arpa mia;
E allor che ne la bruna
Fossa cadrà quest'egra argilla oppressa;
Si spezzerà pur essa,
E flebilmente suonerà Maria.
Or mi lascia, in pietà . Come a ritrovoDi libertà e di pace a morte, io corro;Nè già son'io sdegnosoDi mia sorte immatura,Nè a te, cieca Natura,Qual suole ignobil volgo,Le mie vane quereleE il pianto mio rivolgo!Ben tu su noi crudeleSempre fosti, o Natura; e un fiore un soloFior sul tramite mio mai non scordâroLe primavere tue vane e fugaci,E con sorriso amaroAi lunghi affanni e a mia virtù schernisti.Ma se a quest'occhi miei la luce or neghi,Pianger debbo i tuoi soli e la tua possa?Forse, se omai quest'ossaCon muta e disperata ira calpesti,Speri, che intero io restiNel guancial freddo de l'oscura fossa?
Or mi lascia, in pietà . Come a ritrovo
Di libertà e di pace a morte, io corro;
Nè già son'io sdegnoso
Di mia sorte immatura,
Nè a te, cieca Natura,
Qual suole ignobil volgo,
Le mie vane querele
E il pianto mio rivolgo!
Ben tu su noi crudele
Sempre fosti, o Natura; e un fiore un solo
Fior sul tramite mio mai non scordâro
Le primavere tue vane e fugaci,
E con sorriso amaro
Ai lunghi affanni e a mia virtù schernisti.
Ma se a quest'occhi miei la luce or neghi,
Pianger debbo i tuoi soli e la tua possa?
Forse, se omai quest'ossa
Con muta e disperata ira calpesti,
Speri, che intero io resti
Nel guancial freddo de l'oscura fossa?
A inesorate, ugualiLeggi tu servi, e in tuoi chiusi destiniQuel che rovini e te stessa non sai.Con perenne, monotona vicenda,Macchina cieca, per l'ombre cammini,E qual fosti, sarai. Ma l'immortaleSpirto, che è raggio de l'eterna Idea,Libero sorge e l'infinito abbraccia,E in luminosa tracciaTutto muta e feconda e strugge e crea;Senza principio e fineEgli è tutto nel tutto e al tutto impera,E' prima, ei luce veraChe la tarda materia informa e accendeDi senso e di pensiero,E da l'esilio de la terra intendeL'occhio irrequeto al sempiterno vero.
A inesorate, uguali
Leggi tu servi, e in tuoi chiusi destini
Quel che rovini e te stessa non sai.
Con perenne, monotona vicenda,
Macchina cieca, per l'ombre cammini,
E qual fosti, sarai. Ma l'immortale
Spirto, che è raggio de l'eterna Idea,
Libero sorge e l'infinito abbraccia,
E in luminosa traccia
Tutto muta e feconda e strugge e crea;
Senza principio e fine
Egli è tutto nel tutto e al tutto impera,
E' prima, ei luce vera
Che la tarda materia informa e accende
Di senso e di pensiero,
E da l'esilio de la terra intende
L'occhio irrequeto al sempiterno vero.
Ma tu, Natura, un giornoTu, superba, cadrai, pari a codestaScorza di fango che mi pesa intorno.Più non verran gli apriliAd infiorarti la superba vesta,Nè la chiomata crestaErgeran da l'immense acque i tuoi monti.Ecco, al ciel si confondonoGli sconfinati mari; orbo di raiPrecipita dal ciel vedovo il sole;Schiudon le mille goleI terrestri vulcani; si dissolveA l'urto dei cadenti astri la terra;Fra la scomposta polveDistruzïon la negra ala disserra,E ne l'eterna notteTutto ravvolve e inghiotte. Allor congiuntoA l'universo spirito,Sul nulla vagherà lo spirto mio,Ch'è di Dio parte anch'esso, anch'esso è Dio!
Ma tu, Natura, un giorno
Tu, superba, cadrai, pari a codesta
Scorza di fango che mi pesa intorno.
Più non verran gli aprili
Ad infiorarti la superba vesta,
Nè la chiomata cresta
Ergeran da l'immense acque i tuoi monti.
Ecco, al ciel si confondono
Gli sconfinati mari; orbo di rai
Precipita dal ciel vedovo il sole;
Schiudon le mille gole
I terrestri vulcani; si dissolve
A l'urto dei cadenti astri la terra;
Fra la scomposta polve
Distruzïon la negra ala disserra,
E ne l'eterna notte
Tutto ravvolve e inghiotte. Allor congiunto
A l'universo spirito,
Sul nulla vagherà lo spirto mio,
Ch'è di Dio parte anch'esso, anch'esso è Dio!