ADOLESCENTI

ADOLESCENTI

SUI BANCHI DEL GINNASIO(Frammento).

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Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa.

A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.

Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla cattedra.

La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era occupata da diecibanchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori delVittorio Emanuele. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo.

Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal ConvittoVittorio Emanueleal Collegio delle Province, ed era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso,inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva deino, deimai, deivia, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio specialmente:exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu capit, in modo che pareva di sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Dicevabocciareebocciatocon tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano —il latino nero, — e trentadue anni.

Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: — Votini! —

Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile.

— La lezione, — disse il professore.

Eran quattro regole sull'uso dei casi.

Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.

— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta volte queste regole per posdomani.

Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.

— Annina Rosetti, — disse il professore.

Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo.

La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.

Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.

Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.

Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un accento che faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: non avete vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti?Voi, per le vostre famiglie, non siete che animali domestici; e ancora.... questi servono a qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con le mani quando incontrate per la strada i ragazzi del popolo che lavorano dieci ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da mettere in confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia odiosa la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e lavora. E osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha bisogno d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete.

E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in latino.

Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il passo da tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron subito sui vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche quelle che sapevano. E per un pezzo non si sentì più nella scuola che il fruscìo dei libroni scartabellati.

La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti regolari di santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressioned'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava in una difficoltà, posava la penna, e, fissati gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a riflettere, a girare lentamente col pensiero intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo sguardo attorno a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si voltava a guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola. Vico Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata in cui tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur uno specchio; mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, e ricordava, ma tutto a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni indeterminate e ondeggianti, come il linguaggio della musica, che studiava da due anni; e passandosi sulla fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di sua madre, la quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla traduzione d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto bene la principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, che il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava raccogliere le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un impiegato del Registro, — timido per natura, e affetto per giunta d'una malattia particolare, tutta scolastica, che i medici hanno ancora dadefinire, — un terrore degli esami, degli studi, dei professori, di tutto quanto avesse relazione con la scuola, — terrore che gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente fino a un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, nel momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più chiara. Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto mesi di distanza gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando con mano concitata dizionari, Esercizi e grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate di naufrago che invoca soccorso.

I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto proprio, erano il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di due banchi vicini, in modo che la corsia soltanto li separava. Erano differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo, bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata da un cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che mostrava più anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta a punta, coperta di capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato nell'acqua, con due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei qualinon passava che a momenti un vivo balenìo, aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, ma più fermo e più esatto di quello del Derossi. Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente che la sua carriera d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i suoi compagni come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe, potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei suoi colleghi, non tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; combatteva già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito precoce delle durezze del mondo, e con la coscienza sicura che nella società egli sarebbe stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi l'uno di fronte all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la primazia; ed essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una parola in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran fatto, non si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; mentre l'altro, caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato da sua madre, era gelosissimo, e si preparava a combattere con tutte le forze. Questo sivedeva benissimo dal loro contegno, quella mattina. Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino, con un sorriso nel quale già si riconosceva il difetto che gli andava crescendo nell'anima da un anno: la vanagloria.

Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla 1ª alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente inette agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi che passano in tradizione — che imparan la lezione senza intenderla e traducono a caso — vittime innocenti della scuola, instupidite e schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà che s'accumulano, e come perduti in un caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno brancolando alla cieca fin che un professore abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti a liberarli da quel supplizio inumano. Il povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola, domandava tratto tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima, guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni tanto, mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un convittore, che stava nel banco dietro al suo.

Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei diavoli più indiavolati delVittorio Emanuele, che aveva sempre qualche ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o la testa fasciata, in conseguenza di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica temeraria e matta a cui s'abbandonava durante le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — studiava poco; ma con certe sue furberie e industrie, che gli giovavano molto; e aveva una grande immaginazione sregolata, che gli faceva tirar giù dei componimenti interminabili, pieni di scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria maravigliosa, ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la dettatura del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: stava facendo la caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi figliuoli, già liceisti.

Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, era il più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza d'indifferenza così spessa, che nessun rimprovero di professore o di parente arrivava neppur più a passargli la primapelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava di qualunque più clamorosa “topica„ con la idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter aggiungere un oggetto nuovo a una sua strana collezione, composta di pelli di topo, di bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di vetro, di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, come un grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione prediletta di sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta come la mano d'un crocifisso; e aspettava le dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro.

Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in fondo al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, dove stava suo padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche migliaio di lire e voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva per aspirazione suprema di essere un giorno impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò per aver visto una volta, durante una fermata di treni, l'interno d'unvagone-posta, con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un testone ben costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio adagio e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre con gran riguardo, come già aveva fattocoi pietroni da bimbo, nella sua valle nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmenterisurte per li ramile virtù manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina da una vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, gli scrivesse le lettere in latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo all'uscita della mattina davanti alla porta del Ginnasio, dove lanciava occhiate furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano sul corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del padre, la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par di scarpacce, che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una sillaba più del necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello d'esser canzonato dalla scolaresca per la sua barbarissima pronunzia italiana: perchè pronunziava come se avesse la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli alle parole lunghe, e gli era negata dalla natura l'esse ci; tanto che il convittore Borzini gli aveva messo il soprannome divovo al gussio.

A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo d'un padre troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore,invidioso; una vera mela marcia messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio commediante, che il convittore Borzini aveva soprannominato l'astro spento, perchè era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come se gli si fosse spezzata la molla della volontà sotto la pressione delle lodi, — non aveva più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica grandezza che un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva: — Guai se volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai, e non era più che una superba rovina intellettuale.

Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder leticare due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione del professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto tra di loro. Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre rannuvolata con le compagne — imperterrita davanti al professore — e facile ad irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva posto il soprannome dirussaper la sua somiglianza con una studentessa russa dell'Universitàdi Zurigo, di cui aveva visto la fotografia; e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, una bella ragazza vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola ragione, che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa studentessa di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea, due anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, in mezzo agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della sua vita. Ma la signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi femminili, e una repugnanza innata al corretto uso del soggiuntivo. In compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, per mostrare il doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se ogni volta che apriva la bocca le fosse entrata dentro una regola di grammatica, eh! ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era questa illusione forse che le faceva guardare dall'alto al basso il suo sesso —digiuno di studi classici:— una sua frase prediletta, che aveva trovato in un articolo bibliografico del giornale l'Eleganza.

Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. Qualche ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze mediocri, molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il resto, nè carne nè pesce.

Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora emezzo. Poi molti cominciarono a lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, in faccia alla classe, il giudizio del professore; perchè l'aver fatto meglio in minor tempo sarebbe stato una doppia vittoria.

Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era rimasto un po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì a terminar la pagina mentre l'altro ci scriveva su il nome.

Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si toccarono con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, e porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi.

Il professore si mise a leggere i due lavori.

Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio dal suo viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase impassibile.

Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni minuto l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi minuti quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu larussa, che il professore rimproverò per un grosso sgorbio che aveva fatto nel margine.

— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.

— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso tono.

E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.

Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.

Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e triste del colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove del suo delitto. Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi a un banco, fra le risa sommesse di tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, che gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per massima di esser sempre uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col viso scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva dovesse svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto comparve sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solitofinis; a cui seguì immediatamente un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì, come sempre, lo strepito indecente che faceva Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che gli rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serravale cinghie con vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi dei tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il passato; ed era così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci si sbucciava le mani.

Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli assegnò la lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. Poi, per finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o piuttostosparòqueste parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata del capo nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per tutti. A nulla si riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono — onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue....

Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in silenzio.

Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò al Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. — Non so, — rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle tecnichecon lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose il Votini. — Otto minuti di velocipede.

Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, altre assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la madre del Pitto, che venivano sempre agli esami bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto all'altro, attenti a salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come smarriti fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti; dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli occhi ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si staccavan dalle file via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno osò abbordare il Carati, che passò a naso ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere in servizio. In coda alle file, a una certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze delle varie classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda mascolina, la quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni del ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi schermo del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, con le braccia incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamentee gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il ginnasio? — Egli la guardò da capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti gli orari.

E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in mezzo ad altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano ancora fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava al proprio: la signora Derossi, grassa, bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.

Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.

Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono uno sguardo.

La guerra era dichiarata.

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Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, vedendo un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte:Ite in crucem, popelli![1]

E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti:Et vos, femellae dicaces![2]

— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi, a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — quello parla bene il latino!

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