Aspromonte.

Aspromonte.

Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido diRoma o Morteridestò improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno che venne la notiziad'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la città cantando l'inno del Mercantini e urlandoRoma o Morte, fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio. Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina d'un libraio, per farne unauto da fèdavanti alla Prefettura; ma ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderlein birra. Salì poi al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano iRomaomortie si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo, fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di sotto le arcatee salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato.


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