I bersaglieri.
Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti igiorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo sperone che avevanoallora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalledivise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per labassa forza, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passandodavanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.