I liceisti.
La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciaronoa stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchioazzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito delBarbieree dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi,Alla Fortuna, della quale non ho più in mente che un verso:
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.