PERSONAGGI INFANTILI.
Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti bassi, in modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando il canto e mostrandomi duecento bocche aperte, come se aspettassero l'imbeccata. Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, ebbi per un momento tutti quegli occhi addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi subito di non aver quello sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori si vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. Che imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto l'illusione....
Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasidi stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammoil papà. — Era un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: —Vado mi— e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far rispettare la legge.
Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un altro che passava,un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In veritàse m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.
Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo granchio.
E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e dolcissimo, di quei visiche fanno dire alle donnicciole: — È una bimba troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, — dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. — È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da perder la testa.
Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
— E che cosa fa per non esser buona?
Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse risolutamente: — Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la servirono di barba e di parrucca:
— Graffia.
— Strappa i capelli.
— Tira calci.
— Dà deititoli.
E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in ritardo, dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde anche.
E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissimae sformata d'un ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla copertina del suoUomo delinquente. Ma questa volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza....
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascunocon una mano appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti— Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma,per mandarla arricciolata a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare — aveva risposto: —ma prima mangiamo e poi piangeremo— ma con tale accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno ilpapà, che le stava accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, nonpotesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che poteifare sulla precocità della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti,imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati là con unaistantanea: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezioneumoristica a parte nella prossima Esposizione nazionale.
Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli parevoridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.
Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo respinse consdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze ufficiali?
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato,a mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una grossa voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un panino. Finita la scrostatura,si mise a leccar la mollica da tutte le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane, si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà. Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un vuoto spaventoso;
ondesospiri e pianti ed alti guai.
ondesospiri e pianti ed alti guai.
ondesospiri e pianti ed alti guai.
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che facevala solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un tratto: — Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: —È la mia terra.
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata, mise fuori unOsonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, unOcosì prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera,Sventola sopra i monti,Sui petti e sulle fronti,Sull'armi e sugli altar....
Oooooo tricolor bandiera,Sventola sopra i monti,Sui petti e sulle fronti,Sull'armi e sugli altar....
Oooooo tricolor bandiera,
Sventola sopra i monti,
Sui petti e sulle fronti,
Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una poesia: egli si alzò e cominciò:
Una goccia, o nuvoletta....
Una goccia, o nuvoletta....
Una goccia, o nuvoletta....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, — il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che ci abbiamo certi artisti!
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di tornarvial più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno ilpapà, la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi centoCiao, su tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la fine....
Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — emi domandai nel cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca.