PICCOLI SCRITTORI.

PICCOLI SCRITTORI.

Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una raccolta di “prose„ di questo genere non immagina quanto ci sia da divertirsi e da meditare.

Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, sotto gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse alcun suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta manifestazione dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.

Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della vostra mamma, di ogni persona della vostra casa. —

Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di scrivereal nominativomiei fratelliperchè si dice al singolaremio fratello, o dalla suggestione del dialetto, come quello del dativogliin vece dile; nel che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in un'interiezione, —ah, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino.Ma dei dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni.

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Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile è mantenutoa prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura dei componimenti m'ha rallegrato.

Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.

Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.

Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi.

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Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo alla lettera: —Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni!Io penso alla mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!— Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: —Io non ho il babbo, ma dico che cosa fa la mamma.— E dice la sua lunga giornata di lavoro. —Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me.— Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: —Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare.— Questoti fecero camminarenon è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: —Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è ammalato e molto.— Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: —Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta.— E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: —Il babbo è molto buono, la mamma è buona come il babbo—;e quest'altra: —La mamma pensa a tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre.— È una perla quell'essa.

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Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: i riserbati e laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi a indicar secco secco le ore in cui le persone della famiglia si levano, mangiano, e vanno a dormire, e gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. Questi parlano in special modo dei fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano con molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma la massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo il quale bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè ingentilisce il cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: —Quando la mamma mi lascia da guardare il fratellino più piccolo sono molto contento perchè gli do anche da mangiare.— Un altro fa l'elogio del fratellino, chestudia molto, e dice di sua sorella minore: —Mi diverto in tutte le maniere con lei.— Un terzo scrive: —Maria è la mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze. E allora— soggiunge come la cosa più naturale del mondo —la mamma mi batte.— Dice il medesimo un quarto: —Io o anche la sorellina che a appena cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho fatto il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dallamamma.— È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del componimento, senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: —Mio fratello qualche volta mi fa dei piaceri.

I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è uno che giudica in questo modo le sue tre sorelle: —Ada è buona, ma un po' capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a scuola all'asilo(come si sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!),Adelaide è un po' cattiva.— Altri fanno a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi, come quelle che seguono:

—Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di prima riga.

—Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di studiare.

—Ho un fratello grande che è bocciato.

Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma amenissima: —Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi da fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì.

E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: —Ho due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta giudizio?

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Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri pare che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: —mio padre è impiegato fuori di porta— senz'altro: provatevi a indovinare. Un altro definisce la professione paterna in questo modo singolare, un po' indeterminato, mi sembra: —Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte.— Altrettanto singolare e non molto più lucida è quest'altra definizione: —L'occupazione del padre è di pensare molto ai colori per fare i quadri con dei fiori e altre cose.— Il figliuolo di un “impiegato al gas„ dice: —Mio padre a mezzanotte va a spegnere i ceri.— Definisce un altro in questa ardita forma grammaticale l'occupazione di sua madre: —L'occupazione di mia madre è che pensa alla roba di non perderla.— Il più originale, per altro, e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: —L'occupazione del mio babbo è di fare il benestante, — soggiunge: —cioè 5 o 6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei 5 o 6 giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio, insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori.— Un benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne cito ancor uno che fra le occupazionidel padre registra questa: —poi il babbo viene a casa e sta due ore a leggere il popolo(la Gazzetta del popolo) — e un altro che fa questa straordinaria rivelazione: —Il babbo va a letto la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina.

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Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non si direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: —Mio fratello va al ginnasio, ma studia?— E come è ben resa la varia operosità d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: —Mia sorella mi corregge il lavoro e scopa il negozio.— E che fior di logica semplicità v'è in questa frase: —Allora i genitori mi fanno ripetere la lezione, se la so mi dànno la merenda e se non la so non me la dànno— e nella seguente: —la mamma mi lava i vestiti se sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati. — Dopo aver accennato le occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie con questo ingenuo avvertimento: —Vengo a parlare di me.— Un altro: —Adesso parlo di me.— E un terzo, più solenne: —Ed ora parlo di me stesso.— Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma nuova affatto la composizione della propria famiglia: —A casa mia ho il babbo, la mamma, la sorella e me.

Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state cercate per ottenere un “effetto finale„:

—Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.

—Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.

—Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7.

Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, per quanto concerne lui, è certamente una piccola spacconata: —Dopo cena qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori.

Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono incaricati i ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali restrizioni, e come giudiziosamente e ordinatamente specificate: —Ma mettono solamente il tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi li rompono e le posate si tagliano o cadono per terra e possono fargli del male sugli occhi dentro alla bocca sulla fronte.

Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, che a qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: —Il babbo viene a casa ed è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo.— Si capisce che voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, essendosi cacciato avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.

Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per intender la quale conviene sapere che una società di filantropi torinesi fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno a passar l'estate un certo numero di fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra i più deboli di salute. Il povero ragazzo scriveche a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le scarpe,perchè ho da andare alle colonie alpine, e così ci vuole un paio di scarpe buone, — ed enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo richiesti, soggiungendo con una esclamazione di gioia: —E io ho già tutto!

Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: —L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di andare a Chieri al passo di corsa.— Dêi del cielo, ci son venti chilometri! — E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo; ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. Seppi poi dalla maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia di resistenza„ fatta dal reggimento; ma s'era espresso in modo, come si vede, da far scambiare la fatica straordinaria con una occupazione quotidiana — spaventevole.

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Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro che studiano il cuore e la mente umana; poichè credo fermamente che i fanciulli, a studiarli profondamente e con amore, siano, dopo gli scrittori di genio, i migliori maestri dell'uomo.


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