Un mistero.

Un mistero.

Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi, e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra, fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici è la strada sono quioscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra, osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dovenon suona più il passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra, infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente, un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre, con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere,nella mia vita, nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione indegna d'un uomo; ma è così.Ho paura non so di che, come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina, dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana, posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri sulla bianchezza d'un'alba luminosa.


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