RICORDI DI ROMA.L’ENTRATA DELL’ESERCITO IN ROMA.Lettere.I.Roma, 21 settembre 1870.Le cose che ho da dire sono tante e tali che mi sarà impossibile scriverle con ordine e chiaramente. È già gran cosa aver la voglia di scrivere, mentre per le vie di Roma risuonano ancora le grida del primo entusiasmo e della prima gioia. Tutto quello che ho veduto ieri mi sembra ancora un sogno; sono ancora stanco della commozione; non sono ancora ben certo di essere veramente qui, di aver visto quello che vidi, di aver sentito quello che sentii.Vi dirò subito che l’accoglienza fatta da Roma all’esercito italiano è stata degna di Roma; degna della capitale d’Italia; degna di una grande città sovranamente patriottica. Tutto ha superato non solo l’aspettazione, ma l’immaginazione. Bisogna aver veduto per credere. Dubiterete della mia sincerità, lo prevedo; nè debbo spender parole per prevenirvi, perchè è troppo naturale; capisco che non posso aspirare ad esser creduto. Eppure sento che non vi darò che una pallida immagine della realtà! Son cose che non si possono scrivere.Ieri mattina alle quattro fummo svegliati a Monterotondo, io e i miei compagni, dal lontano rimbombo del cannone. Partimmo subito. Appena fummo in vista della città, a cinque o sei miglia, argomentammo dai nuvoli del fumo che le operazioni militari erano state dirette su varii punti. Così era infatti. Il 4º corpo d’esercito operava contro la parte di cinta compresa tra porta San Lorenzo e porta Salara; la divisione Angioletti contro porta San Giovanni; la divisione Bixio contro porta San Pancrazio. Il generale Mazè de la Roche, colla 12ª divisione del 4º corpo, doveva impadronirsi di porta Pia.A misura che ci avviciniamo (a piedi, s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville piene di gente che guarda. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarsi contro porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le breccie. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a porta Pia, e che i cannoni dei pontificii appostati a quella porta erano stati smontati. Si parlava di qualcuno dei nostri artiglieri ferito. Ne interrogammo parecchi che tornavano dai siti avanzati, e tutti ci dissero che i pontificii davano saggio d’una meravigliosa imperizia nel tiro, che i varchi già erano aperti, che l’assalto della fanteria era imminente. Salimmo sulla terrazza d’una villa e vedemmo distintamente le mura sfracellate e la porta Pia malconcia. Tutti i poderi vicini alle mura brulicavano di soldati. In mezzo agli alberi dei giardini si vedevano lunghe colonne di artiglieria. Ufficiali di stato maggiore e staffette correvano di carriera in tutte le direzioni.È impossibile ch’io vi dia notizie particolari di quello che fecero le altre divisioni. Vi dirò della divisione Mazè de la Roche, che è quella ch’io seguii.La strada che conduce a porta Pia è fiancheggiata ai due lati dal muro di cinta dei poderi. Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e la porta si vedeva benissimo a una grande lontananza; si vedevano i materassi legati al muro dai pontificii, e già per metà arsi dai nostri fuochi; si vedevano le colonne della porta, le statue, i sacchi di terra ammonticchiati sulla barricata costrutta dinanzi; tutto si vedeva distintamente. Il fuoco dei cannoni pontificii, da quella parte, era già cessato, ma i soldati si preparavano a difendersi dai muri. A 300 o 400 metri dalla barricata due grossi pezzi della nostra artiglieria traevano contro la porta e il muro. Il contegno di quegli artiglieri era ammirabile. Non si può dire con che tranquilla disinvoltura facessero le loro manovre, a così breve distanza dal nemico. Gli ufficiali erano tutti presenti. Il generale Mazè, col suo stato maggiore, stava dietro i due cannoni. Ad ogni colpo si vedeva un pezzo del muro della porta staccarsi e rovinare. Alcune granate, lanciate, parve, da un’altra porta, passarono non molto al disopra dello stato maggiore. Gli zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa qualche danno.Quando la porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto. Non vi posso dar particolari. Ho visto passare il 40º a passo di carica. L’ho visto, presso alla porta, gettarsi a terra per aspettare il momento opportuno ad entrare. Ho sentito un fuoco di moschetteria assai vivo; poi un lungo grido Savoia! poi uno strepito confuso; poi una voce lontana che gridava: Sono entrati! — Allora giunsero a passi concitati i sei battaglioni bersaglieri della riserva; giunsero altre batterie di artiglieria; s’avanzarono altri reggimenti; vennero oltre, in mezzo alle colonne, le lettighe pei feriti. Corsi cogli altri verso la porta. I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentivapiù rumore di colpi; lo colonne a mano a mano entravano. Da una parte della strada si prestavano i primi soccorsi a due ufficiali di fanteria feriti; gli altri erano stati portati via. Ci fu detto che era morto valorosamente sulla breccia il maggiore dei bersaglieri Pagliari, comandante il 35º. Vedemmo parecchi ufficiali dei bersaglieri colle mani fasciate. Sapemmo che il generale Angelino s’era slanciato innanzi dei primi colla sciabola nel pugno come un soldato. Da tutte le parti accorrevano emigrati gridando. Tutti si arrestavano un istante, a guardare il sangue sparso qua e là, per la strada: sospiravano, e via.La porta Pia era tutta sfracellata, la sola immagine enorme della Madonna che le sorge dietro era rimasta intatta, le statue a destra e a sinistra non avevano più testa, il suolo intorno era sparso di mucchi di terra, di materassi fumanti, di berretti di zuavi, d’armi, di travi, di sassi.Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti.In quel momento uscì da porta Pia tutto il corpo diplomatico in grande uniforme, e mosse verso il quartier generale.Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando. A misura che procediamo nuove carrozze, con entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini; è piena di zuavi e di soldati indigeni che aspettano l’ordine di ritirarsi. Giungiamo in piazza del Quirinale. Arrivano di corsa i nostri reggimenti,i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di cittadini colle armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri pontificii. I sei battaglioni bersaglieri della riserva, preceduti dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, in piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s’agitano fazzoletti banchi, s’odono grida ed applausi. Il popolo accompagna col canto la musica delle fanfare. Sui terrazzini si vedono gli stemmi di Casa Savoia. Si entra in piazza Colonna: un grido di meraviglia s’alza dalle file. La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti, centinaia di bandiere sventolano, l’entusiasmo è al colmo. Non v’è parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi, ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: — I nostri soldati! — I nostri fratelli!È commovente; è l’affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un punto ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da centomila petti; è il primo giorno d’una nuova vita; è sublime.E altre grida da lontano: — I nostri fratelli!***Il Campidoglio è ancora occupato dagli squadriglieri e dagli zuavi.Una folla di popolo accorsa per invaderlo è stata ricevuta a fucilate. Parecchi feriti furono ricoverati nelle case; fra gli altri un giovanetto che marciò quindici giorni coi soldati. Il popolo è furente. Si corre a chiamare i bersaglieri. Due battaglioni arrivano sulla piazza, ai piedi della scala. I pontificii, al primo vederli, cessano di tirare; ma restano in atto di resistere.Una specie di barricata di materassi è stata costrutta a traverso il Campidoglio. L’assalirla di viva forza potrebbe costar molte vittime; s’indugia, forse gli zuavi s’arrenderanno, si dice che hanno paura dell’ira popolare. Tutte le strade che circondano il Campidoglio sono piene di gente armata che sventola bandiere tricolori e canta inni patriottici. Intanto ai bersaglieri che attendono sulla piazza vengono recati in gran copia vini, liquori, sigari, biscotti. La moltitudine va crescendo, cresce lo strepito. Qualcuno, forse un parlamentario, è salito sul Campidoglio. Parecchi ufficiali lo seguono. La folla, dal basso, guarda con grande ansietà. Ad un tratto cadono i materassi della barricata e appaiono le uniformi dei nostri ufficiali che agitano la sciabola e chiamano il popolo gridando: — Il Campidoglio è libero. — La moltitudine getta un altissimo grido e si slancia con grande impeto su per la scala gigantesca; passa fra le due enormi statue di Castore e Polluce; circonda il cavallo di Marc’Aurelio; invade i corpi di guardia degli zuavi e rovescia, spezza e disperde tutto quanto vi trova di soldatesco. In pochi minuti tutto il Campidoglio è imbandierato. Il cavallo dell’imperatore romano è carico di popolani; l’imperatore tiene fra le mani una bandiera tricolore. Un reggimento di fanteria occupa la piazza. È accolto con grida di entusiasmo. La banda suona la marcia reale, migliaia di voci l’accompagnano. All’improvviso tutte le faccie si alzano verso la torre. Il popolo e i soldati ne hanno sfondata la porta, son saliti sulla cima, hanno imbandierato il parapetto. Un pompiere sale per mezzo d’una scala sulle spalle della statua e lega una bandiera alla croce. Un fragoroso applauso e lunghissime grida risuonano nella piazza. La grande campana del Campidoglio fa sentire i suoi solenni rintocchi. Da tutte le parti di Roma il popolo accorre entusiasticamente. Gli ufficiali che si trovano sul Campidoglio sono circondati e salutati con incredibile affetto. Si grida: — VivaVittorio Emanuele in Campidoglio! — Le donne si mettono le coccarde tricolori sul seno. Da tutte le finestre dei vicini palazzi si agitano le mani e si sventolano i fazzoletti. Molti piangono. Il movimento della folla è vertiginoso; il rumore delle grida copre il suono della grande campana.I conventi vicini, dove si crede che siansi rifugiati gli zuavi e gli squadriglieri, sono circondati dai bersaglieri e dalla fanteria.***Si ritorna in fretta verso il Corso. Tutte le strade sono percorse da grandi turbe di popolo con bandiere tricolori. I soldati pontificii che s’avventurano imprudentemente a passare per la città a due, a tre o soli, sono circondati, disarmati e inseguiti. Giungiamo in piazza Colonna. In mezzo alla piazza vi sono circa 300 zuavi disarmati, seduti sugli zaini, col capo basso, abbattuti e tristi. Intorno stanno schierati tre battaglioni bersaglieri. Il colonnello Pinelli e molti ufficiali guardano dalla loggia dello stupendo palazzo che chiude il lato destro della piazza. Popolani, signori, signore, donne del popolo, vecchi, bambini, tutti fregiati di coccarde tricolori, si stringono intorno ai soldati, li pigliano per la mano, li abbracciano, li festeggiano.Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffè di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce a desinare. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, avvicendando clamorosamente le preghiere e le istanze. I soldati prendonoin collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.Numerosissime frotte di cittadini continuano a passare l’una dopo l’altra pel Corso con grandi bandiere; alcuni drappelli ne hanno quattro, sei, dieci; alcune bandiere sono alte più del primo piano delle case e vengono portate da due o tre persone. Tutta codesta gente trae con sè soldati di fanteria e bersaglieri. Le canzoni popolari dei nostri reggimenti sono già diventate comuni: tutti cantano. Passano carrozze piene di cittadini che agitano in alto il cappello; i soldati rispondono alzando il keppì; le braccia si tendono dall’una parte e dall’altra, e le mani si stringono. Passano signore vestite dei tre colori della bandiera nazionale. Tutti gli ufficiali che passano in carrozza, a piedi, a gruppi, soli, sono salutati con alte grida. Si festeggiano i medici, i soldati del treno, gli ufficiali dell’intendenza. Passano i generali e tutte le teste si scoprono — Viva gli ufficiali italiani! — è il grido che risuona da un capo all’altro del Corso. In piazza San Carlo un drappello di carabinieri reali è ricevuto con indicibile festa. Da tutte le strade laterali al Corso continuamente affluisce popolo. Non v’è più gruppo di cittadini che non abbia con sè un soldato. Li osservano da capo a piedi, gli tolgono di mano le armi, gli parlano tenendogli le mani sulle spalle, stringendogli le braccia, guardandoli negli occhi cogli occhi scintillanti di gioia. — Viva i nostri liberatori! — si grida. Davanti al caffè di Roma alcuni signorini gettano le braccia al collo di due robusti artiglieri e li coprono di baci disperati. A quella vista tutti gli altri intorno fanno lo stesso; cercano correndo altri soldati, li abbracciano, li soffocano a furia di baci. — Viva il nostro esercito nazionale! — gridano cento e cento voci insieme. — Viva i soldati italiani! — Viva il nostro re! — Viva la libertà! — E i soldati rispondono: — Viva Roma! Viva la capitale d’Italia! — In molti, specialmente nei giovani, l’entusiasmo sembra delirio; nonhanno più voce per gridare, si agitano, pestano i piedi, accennano le bandiere e gli stemmi reali e fanno atto di benedire, di ringraziare, di stringersi qualche cosa sul cuore.Io, ve lo giuro, non ho mai visto uno spettacolo simile; è impossibile immaginare nulla di più solenne e di più meraviglioso. Queste grandi piazze, queste fontane enormi, questi giganteschi monumenti, queste rovine, queste memorie, questo terreno, questo nome di Roma, i bersaglieri, le bandiere tricolori, i prigionieri, il popolo, le grida, le musiche, quella secolare maestà, questa nuova gioia, questo ravvicinamento che ci fa la memoria di tempi, di casi, di trionfi antichissimi e nuovi, tutto quest’insieme è qualche cosa che affascina, che percuote qui, in mezzo alla fronte, e pare che faccia vacillare la ragione; si direbbe che è un sogno; non si può quasi credere agli occhi; è una felicità che soverchia le forze del cuore. Roma! si esclama. — Siamo a Roma? Quando ci siam venuti? Come? Che è accaduto? — Il ricordo di quello che è accaduto è già confuso come se fosse d’un tempo remoto. È un’emozione che opprime. Ad ogni strada, ad ogni piazza in cui s’entri, l’occhio gira intorno meravigliato, e il sangue dà un tuffo. Avanti, di meraviglia in meraviglia, di palpito in palpito, a misura che si procede, la fronte si solleva, il cuore si dilata, e sente più gagliardamente la vita. Ecco la piazza del Popolo. Si corre all’obelisco, ci si volta indietro, si vedono davanti le tre grandi strade di Roma, si vede a sinistra il Pincio delizioso, laggiù in fondo la cima del Campidoglio, tutt’intorno prodigiose bellezze di natura e d’arte, antiche, nuove, auguste, gaie, gigantesche, gentili; la mente sopraffatta si turba, ci prende un tremito, e bisogna sedersi ai piedi dell’obelisco, pigliarsi la testa fra le mani e aspettare che la lena ritorni.Intanto imbrunisce. Il Corso s’è illuminato come per incanto. Il Corso, illuminato, ha veramente unaspetto fantastico. Candellieri, doppieri, lumi d’ogni forma e d’ogni grandezza risplendono sulle ringhiere dei terrazzini e sui davanzali delle finestre. A percorrere la strada in carrozza non si vede più terra: è tutto un mare di teste, a cui la strada non basta, e che straripa nei caffè, nelle piazze, nelle botteghe, negli atrii, nei vicoli. Codesta immensa folla è rischiarata da migliaia di fiaccole. Drappelli di signore a due a due passano tenendo in mano dei cerini accesi, che fanno vedere il loro seno coperto di coccarde, di sciarpe, di nastri tricolori. Sulla superficie di codesto mare di gente nuotano, sbattuti di qua e di là, cappelli di bersaglieri, keppì, berretti, canne di fucile a centinaia. Le signore gettano giù dalle finestre fiori e confetti ai gruppi dei soldati che tendono le mani. Da un capo all’altro della lunghissima strada, a ogni passo si sentono dieci voci che cantano insieme. I soldati non sono più condotti, sono travolti. I cittadini, non più paghi di tenerli a braccetto, camminano tenendogli un braccio intorno al collo. Passano donne con un pennacchio di bersagliere nelle treccie. Famiglie ferme sui marciapiedi arrestano i soldati per mettere nelle loro braccia i bambini. Il gridìo nel Corso è oramai giunto a segno che chi è stanco dalle fatiche della mattina non vi può più reggere.Salgo in una carrozza, e chieggo d’essere condotto al Colosseo. Attraverso la stupenda piazza della Colonna Traiana, piena di gente anch’essa e illuminata; passo per parecchie piccole strade; dappertutto lumi. Guardo nei caffè, nelle osterie: dappertutto soldati e popolani insieme, dappertutto grida di viva Roma e viva il nostro esercito, dappertutto canti, amplessi, grida di gioia, bandiere. Eccoci nel Campo Vaccino. È notte fitta, e il classico lume di luna sul Colosseo non risplende ancora. Non importa; il cielo è stellato, e vedrò del sublime monumento almeno i contorni. Da tanti anni ardevo di vederlo! Il cuore mi batte a precipizio.Ormai sono in un luogo deserto, non sento più una voce, non un passo; tutto è queto ed oscuro. Eccoci, mi dice il cocchiere. Io balzo in piedi, guardo, travedo un’immensa macchia nera sul cielo, e tanto è l’impeto e la dolcezza con cui i ricordi e le immagini della memoranda giornata mi assalgono tutti in un punto, che non s’arresta il mio sguardo sui meravigliosi contorni, nè ivi si può arrestare il pensiero. Sguardo e pensiero si levano più in alto, e dal profondo del cuore, col più ardente palpito che potrà mai destare in me l’amor di patria, sciolgo un ringraziamento a quella Giustizia nel cui nome l’Italia gridò al mondo: — Voglio la libertà — e giurò di conseguirla; nel cui nome aspettò per tanti anni, confidò, sperò, sofferse, sorse, bagnò del sangue dei suoi figli tutti i suoi monti e tutti i suoi fiumi, cacciò lo straniero, si compose a nuova vita; nel cui nome è entrata oggi in Roma e ha inalberato sulla torre del Campidoglio la sua bandiera gloriosa, benedetta ed amata.II.Roma, 26 settembre.Senz’aver veduto Roma è impossibile formarsi una giusta idea dell’effetto che può fare. E di Roma come di Venezia: la prima cosa che si fa, appena entrati, è di dimandarsi se si sogna o se si è desti. Sembra una città guardata a traverso d’una lente che ne ingigantisca i contorni. Si direbbe che le case, le piazze, le chiese, le fontane, le scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti da una razza d’uomini fisicamente il doppio di noi. Noi ci sentiamo piccoli, passando per queste piazze e per queste vie; ci pare d’esserci rifatti bambini; l’uomo diventa formica, come dice Victor Hugo. Per guardare il sommo degli edifici e delle colonne bisogna torcersi il collo;per vedere il fondo alle piazze ci vuole il cannocchiale; per muoversi, la carrozza; per non perdere la bussola, un volume di cinquecento pagine sotto il braccio; per non lasciarsi soverchiare dalla commozione, almeno un paio di case a Firenze che diano la rendita di cinquantamila lire. È una città che stordisce; ecco la vera parola. Non mi ricordo chi sia quell’illustre straniero che, entrando in Roma per porta del Popolo, fu sorpreso e commosso a tal segno dallo spettacolo della piazza, del Pincio, delle tre grandi strade, delle chiese, degli obelischi, di tutte le meraviglie che s’abbracciano da quella porta con uno sguardo solo, che fu costretto ad appoggiarsi sul braccio del suo vicino. Tale è veramente l’effetto che fa Roma in quel punto. Il primo bisogno che si sente è di aver accanto qualcuno da stringergli il braccio e lasciargli il livido. Se non ci fosse gente intorno, si manderebbe un grido.***Io vidi una bellissima scena. I nostri soldati entrarono in Roma per porta Pia e andarono difilato sino a Montecitorio. Fosse caso o disegno, non lo so; ma per far quel cammino passarono dinanzi ai più stupendi monumenti di Roma.Non mi ricordo il primo entrato che reggimento fosse. Giunge in piazza di Termini, dove c’è una fontana bellissima. Per chi non ha mai visto Roma, le sue fontane, così gigantesche e fantastiche, sono una delle più profonde sorprese. I soldati si voltano, guardano e prorompono in un lungooh!che si propaga di compagnia in compagnia, di battaglione in battaglione, man mano che giungono nella piazza. Chi rallenta il passo, chi si ferma, chi vorrebbe avvicinarsi. — Animo, animo, — dicono gli ufficiali, — ci sono altre cose più belle da vedere. — I Romani ridono al vedere i soldati tanto sorpresi di sì piccola cosa. — Vedrete ben altro, — dicono, — questo non è niente; andate, andate, vedreteben altro. — I soldati vanno innanzi voltandosi indietro ad ogni passo e discorrendo forte tra loro.Il reggimento giunge in piazza del Quirinale. Lo spettacolo è meraviglioso. A destra un palazzo gigantesco; in mezzo alla piazza una fontana due volte più grande, più bella, più stupenda della prima; statue, vasca, getto d’acqua, tutto colossale. Si vede in lontananza la cupola di San Pietro, una gran parte di Roma, monte Mario, il Tevere, la campagna, un panorama grandioso e imponente. I soldati rimangono attoniti, senza profferir parola, senza neanco accorgersi delle grida e degli applausi che li accompagnano; guardano colla bocca aperta e gli occhi spalancati, come se si fossero affacciati a un mondo nuovo; il silenzio dura per qualche momento; il popolo tace anch’esso come per non turbare la dolcezza di quella contemplazione. A un tratto sorge tra le file una voce altissima: — Viva Roma! — Tutto il reggimento risponde: Viva Roma! — Andate, andate, — dicono di nuovo i Romani, questo non è niente, ben altro vi resta da vedere. — Il reggimento continua la sua strada.Ecco la piazza di Trevi, la fontana di Trevi. Che cos’è questo? Com’è qui quella roccia? Di dove scende quel fiume? Chi è quel gigante? I soldati prorompono insieme in un grido di meraviglia e di gioia, tendono le braccia, si affollano, si stringono, par che si vogliano gettare nella fontana. — Viva Roma! — gridano; — Viva l’esercito! — rispondono i Romani, e di nuovo: — Avanti, vedrete, vedrete. — Ma che si può vedere ancora di più bello? La fontana di Trevi è veramente prodigiosa, non par vera, pare una cosa sognata, una cosa da giardino fatato, letta nelleMille e una notte. — Ah! non ce la volevano dare Roma? — esclama un ufficiale; eh! ora si capisce. — Come vi piace la città? domandano i Romani, passando e agitando le bandiere. Cosa rispondere? I soldati non rispondono che: — Roma! Roma! — Il reggimento va oltre.Ecco la piazza Colonna, la Colonna....Soldati e popolo cominciarono a girare attorno alla Colonna; sonavan trombe, tamburi, grida; v’eran dei Tedeschi e degl’Inglesi con noi, e in quel momento, commossi anch’essi, ci strinsero la mano dicendo: — .... Bel giorno! Bei momenti!....................LA CUPOLA DI SAN PIETRO.Per quanto si sia parlato, scritto e disegnato della basilica di San Pietro, qualcosa da dire resta sempre. E poi, questa volta, sotto la cupola di San Pietro c’è una grande novità: i bersaglieri, dei quali non è fatto cenno, credo, nè dalle guide, nè dai libri archeologici, nè dalle opere artistiche; e spero che la mia penna d’oca, coll’aiuto delle loro penne di cappone, riuscirà a far qualcosa.Ecco schietta e netta l’impressione che mi fece San Pietro.Andai là con un mio amico ch’era già stato a Roma. Passando sul ponte Sant’Angelo, incontrammo un ufficiale che ci consigliò di tornare indietro. Adesso ci troverete una processione di soldati, disse; ne sono piene tutte le scale, pare una caserma, bisogna tornarci più tardi.Più tardi? Con questa po’ di febbre che ho addosso? Dopo aver veduta quella benedetta cupola per cinque giorni, a otto miglia di lontananza, grande, netta e spiccata, che mi pareva a due passi, e mi faceva soffrire le pene di Tantalo? È impossibile; fin che non ci sono sopra, mi par di sentirmela sul petto. Andiamo a vedere questa meraviglia. A San Pietro!La carrozza era già al di là del ponte Sant’Angelo, quando il mio compagno mi consigliò di chiuder gli occhi e di non aprirli prima che me lo dicesse; li chiusi.A un tratto la carrozza si fermò e l’amico disse: “Guarda.”Guardo: siamo in mezzo alla piazza. Ecco le colonne, le fontane, la gradinata, la cupola, ogni cosa come si vede nei quadri: nulla di nuovo e nessuna sorpresa.“Dunque?” l’amico domanda, “non ti scuoti? che impressione ti fa? non ti par bello, grande, sublime?”Io sono mortificato, non trovo parola. Questa è la famosa basilica? Questa la cupola che si vede di lontano quaranta miglia? Questo il gran colosso di San Pietro?“Dunque?”“Dunque..... senti, amico, vuoi ch’io ti dica la verità?”“Quale?”“Mi par piccolo.”“Cosa?”“Tutto: la piazza, la chiesa, la facciata, la cupola, tutto quello che vedo.”Il mio amico diede in uno scroscio di risa.“Sarà ridicolo; ma è vero. Mi par piccolo, mi par piccolo, mi par piccolo. Son disilluso.”“Guarda quell’uomo.”“Quale?”“Quello seduto ai piedi d’una delle colonne di mezzo della facciata.”Guardo l’uomo, misuro coll’occhio tutta l’altezza della colonna, misuro la larghezza, poi l’uomo di nuovo, confronto, riguardo ed esclamo:“È immenso!”“Ah! qui ti volevo! Bisogna confrontare, caro mio.Come ti puoi accorgere che qualcosa è gigantesco dove tutto è gigantesco? A prima giunta, tutti guardano in su, e tutti dicono come te. Scendiamo.”Si scende di carrozza, si sale la gradinata: non finisce mai. Si guardano le colonne della facciata: ingigantiscono a ogni passo. Giungiamo dinanzi: sono larghe come case. Guardiamo in su: sono alte come campanili. Ci voltiamo indietro: quanta strada s’è fatta! Le fontane, pur ora così grandi, son diventate piccine che non paiono più quelle. Un soldato vicino a noi esprime benissimo questo stesso effetto; guarda la facciata e dice:Gonfia.Entriamo. Guardo.... “Amico, questa volta te lo dico sul serio: sono deluso.”“Aspetta. Vedi quella colomba in bassorilievo, di marmo bianco, qui nell’angolo?”“Vedo.”“A che altezza ti par che giunga della tua persona?”“Al collo.”“Vediamo.”Si va innanzi.... Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi. Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulla punta dei piedi, e non ci arrivo.“Guarda le lettere di quell’iscrizione lassù; come ti paiono alte?”“Quattro palmi.”“Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?”“Un braccio.”“Tre metri.”Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa alta che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d’artiglieria grandi e robusti come Ciclopi; la cosa alta è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino pocodistante guarda e sorride con un’aria di sorpresa e di compiacenza; par che dica: — Sono cristiani queste bestie feroci! meno male!V’è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all’altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno contemplando le statue, e per convincersi che sono di marmo, mettono loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d’uno di essi, che mi ha l’aria di un monferrino:A j’è nen a dije; a l’è un bel travaj.Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l’effetto è veramente prodigioso! È bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l’abisso. In altri il volto e l’occhio s’illuminano come a una visione di cielo. È una meraviglia che ha dell’estasi. È il solo punto della chiesa in cui collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è magnificenza che seduce e splendore che affascina, non grandezza che ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni che vi si profusero, che a quegli cui furono dedicati; più ai pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L’anima è così tenacemente legata alla terra dalle meraviglie dell’arte, che a sprigionarla e levarla in alto occorre assai maggior forza e più difficile lotta, di quel che a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e a misura che si procede la testa si fa pesante e la vista s’intorbida. Ad ogni passo cento nuove cose, l’una più straordinaria e mirabile dell’altra: si affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate. L’attenzione a tutte insieme non basta; sopra una sola nonpuò fissarsi, chè le altre la tirano; così tremola e si stanca senza nulla abbracciare. Colonne enormi, statue gigantesche, bassorilievi, dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d’ogni forma e d’ogni natura; vi si passa accanto senza neanco guardare; si travedono e si dimenticano le une nelle altre.Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla porta; sarà una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli che reggono la pila dell’acqua benedetta sembrano due giocattoli da ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi, quale a un terzo: chiesuole.Mamma mia!esclamano i soldati napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro villaggi, per dare un’idea di San Pietro col confronto della chiesa parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il conto di quanti soldati ci starebbero. — Ci stanno tutti i soldati del 4º corpo d’esercito? — Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che mandarono al servizio delle sussistenze.Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, che sarà una sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; i gradini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri, agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di marmo dov’è segnato il nome di tutti i principi del mondo che salirono alla cupola. C’è l’iscrizione di Ferdinando II di Napoli. Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, keppì, sciabole di cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono, salgono, s’incontrano, si salutano, si esprimono l’un l’altro lo stupore e l’allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni, chè il soldato, per dove passa, lascia sempretraccia di sè. Sotto quella del Borbone che dice:Re del regno delle due Sicilie, salì nella cupola ed entrò nella palla, si legge:Tale dei tali, allora caporale del genio, ha avuto l’onore di salutarla a Gaeta.Oh, ecco una finestra, guardiamo giù. Mi corbelli? Siamo già oltre il tetto dei più alti palazzi. Si ripiglia la salita, si cammina altri dieci minuti, ecco una porta: si esce al cielo aperto. Eccoci sul tetto della chiesa: è una piazza d’armi. Si vede da una parte un edifizio rotondo, alto quanto una chiesa ordinaria; non è altro che una delle cupolette minori che fanno da stato maggiore alla principale. È grande e stupenda, ma nessuno la guarda; non s’ha tempo per guardare tutte le minuzie. Si corre al parapetto, si guarda nella piazza, è un formicaio. Si guardano le statue che sorgono in fila sul sommo della facciata: che moli! Piedi che non istanno sul tavolino dove scrivete; pieghe dei panni in cui si può nascondere un uomo; dita che paiono clave. V’è una chiave di San Pietro che a prima giunta si piglia per un’àncora di bastimento. I soldati scorrazzano da tutte le parti, chiamandosi e salutandosi dalla piazza al tetto, dal tetto alla cupola, ed esprimendosi la meraviglia con quel ridere allegro e quelle esclamazioni scherzose: — Che bagattella! — E chi vuol andare di qua, chi di là; si tirano, si spingono, si aggruppano, si sparpagliano, correndo, ridendo e chiacchierando, come i ragazzi nel cortile di un collegio, — ”Bisogna farsi coraggio,” dice uno, “e salire, perchè se non si va in paradiso questa volta, non ci si va più.” — ”Ma questa cupola par piccola,” ripeto al mio amico. E lui: “Guarda in cima.” L’ultimo terrazzino sotto la palla è pieno di soldati; o come mai si vedono così piccoli se son così vicini?Su, alla cupola. Sali e gira e rigira, ecco una porta che dà sur una galleria; la galleria dà nell’interno della chiesa; mi affaccio, mi tiro indietro, ho paura che mi pigli la vertigine. “Guarda la sala del Concilio,laggiù in quella nave della chiesa,” mi dice il compagno. Guardo; “Ma come! là dentro stavano tutti quei vescovi? Ma se è grande come una scatola da tabacco!” Cosa sembrano gli uomini? Mi ricordo il detto del Guerrazzi: quello che sono, insetti. Intorno a quell’altarino di mezzo ce n’è uno sciame; sembrano una macchia nera che si muova. Guardo dietro di me, nel muro, e m’accorgo che quelle testine d’angiolo a mosaico ch’io vedeva di giù, starebbero bene sopra un par di spalle larghe quattro metri.Si risale. Scale lunghe e diritte di cui si vede appena la sommità, scale a chiocciola dove per salire bisogna afferrarsi a una fune, scale di legno a zig zag, scale comprese fra due pareti curve dove bisogna camminare rotolandosi sulla parete più bassa; e daccapo scale dritte, e daccapo scale a chiocciola, e avanti, sudando, ansando e soffiando; ecco finalmente un raggio di luce, una porta, eccoci sulla sommità, ecco tutta Roma: oh che aria viva e leggera!La prima esclamazione che mi colpisce arrivato là è d’un artigliere lombardo. —Madona!— egli esclama giungendo le mani —alter ch’el domm de Milan!Si guarda giù, sul tetto della chiesa, dove si era poc’anzi: si vede una processione di formiche. La gente che passeggia per la piazza si discerne appena; le due grandi fontane sembrano due pennacchi bianchi agitati; le cupole minori della basilica, campanelle di quelle piccine, che si mettono sulle statuette dei santi. Tutta la città si abbraccia con uno sguardo. Subito danno nell’occhio le mura del Colosseo e delle Terme, nere e gigantesche. Le statue in cima alle colonne, le punte degli obelischi, le curve sponde del Tevere, il Pincio, la villa Borghesi, il Quirinale, San Giovanni Laterano, il Gianicolo, che sembra una collinetta di giardino, tutto si vede distintamente. Il giardino del Vaticano sembra un’aiuola. Il Vaticano un edifizio comune, coi cortiletti; è tutto chiuso e deserto. EccoMonte Mario. Ecco laggiù la campagna romana, nuda e sinistra; di qui debbono aver veduto il passaggio delle divisioni del Cadorna, compagnia per compagnia, cannone per cannone. Ecco Monterotondo, Tivoli, Frascati, Albano, e più a destra, lontano, quella sottile striscia luminosa, il mare. Roma! Roma! Benedetto nome che non s’è mai stanchi di dirlo; c’è qualche segreto in questo suono; Roma! Pare che sempre ce lo ripeta l’eco nell’orecchio: Roma! Eccola qui tutta....Un soldato accanto a me guarda anch’egli Roma con aria pensierosa; pare che voglia dire qualche cosa, sorride, alza una mano, la batte sul parapetto:Finalment....Sentiamo quel che vien dopo.—Ghe semm!Senti come l’ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto di scendere, agitando una mano: —Addio, addio, Roma!E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi precipitosi e delle voci allegre.PRETI E FRATI.Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d’un inno di guerra, dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a combattere. Ha molti punti di somiglianza collaMarsigliese. Ha un ritornello che comincia:Catholiques, debout!Ha una strofa che arieggia quella dell’inno francese:Entendez-vous dans ces campagnes, colla differenza che aiféroces soldatssono sostituitiles barbares. Ha un verso che dice:Viendront-ils nousPRENDRE(ci dev’essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo)nos églises, nosprêtres? E il verso dopo:Non, non, on n’y touchera pas. E altre amenità poetiche su quest’andare.Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per ispirare nel popolo l’avversione al governo italiano, e per alimentare la diffidenza in quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede, manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti e desiderii italiani.Questo fatto spiegherebbe pure l’astensione d’una parte del popolo dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma che nei villaggi della provincia.A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di cose:“Per me sono contentissimo;” rispose, e lo diceva sinceramente: “tutto va bene, non si potrebbe desiderare di meglio.” E poi a bassa voce: “Hanno rispettato le chiese, hanno lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come prima.”“Oh curiosa! Ma credeva che si venisse qui a guastare il mestiere ai preti, lei?”“Io?... nemmen per sogno.”Certo che lo credeva, e con lui chi sa quanti, che all’entrare dei nostri soldati si saranno chiusi in casa e fatti dar delcodino. Ma ora che si son disingannati e rassicurati, non credo che saranno meno sinceramente Italiani degli altri.Non ricordo in che villaggio, una donna del popolo fermò il primo ufficiale che vide, e gli disse con voce affannosa e supplichevole: “È una buona persona il nostro curato, glie l’assicuro; è un galantuomo; non gli dispiace mica che vengano i soldati del Re; non gli facciano nessun male, lo dica ai soldati, ci faccia questa carità....”Quella donna credeva fermamente che il mandato dell’esercito italiano fosse difar la festaai preti, come diceva don Abbondio. Ora lamentatevi, se vi pare, ch’essa non abbia messo fuori della finestra la bandiera tricolore.Passava un drappello di seminaristi, per una via di Nepi, poco dopo che v’erano passati i soldati. Un popolano, accennandoli, disse in tuono burlesco: “Ora.... quelli là.... è finita....” E mi guardava.“Perchè finita?” gli domandai.“A questi lumi di luna....”“Ma che lumi di luna! I seminarii e i seminaristi seguiterete ad averli; ce li abbiamo anche noi, e ce li avremo sempre.”Fece un atto di sorpresa, e poi domandò: “In Italia? Ce li avete anche voi in Italia?”“Sicuro.”“E passeggiano per le strade?”“Passeggiano per le strade.”“E nessuno gli dice nulla?”“E cosa volete che gli dicano?”C’era da perdere la pazienza; mi ripugnava quasi di credere a tanta ignoranza.In una via remota di Roma, poco dopo l’entrata dell’esercito, si vide un vecchietto che all’aria, doveva aver avuto una tal paura delle cannonate da perdere il lume della ragione. Alla paura delle cannonate gli era poi sottentrata la paura delle dimostrazioni. Passavano alcuni giovani cantando e sventolando bandiere. Non avendo più tempo di fuggire, credette di dover far l’Italiano per non essere accoppato. Cominciò collo sforzarsi a sorridere, e poi, raccolto tutto il suo coraggio, gridò con una voce da moribondo: — Accidenti ai preti!Le bricconate fatte per viltà sono più rivoltanti di quelle fatte di proposito. Uno dei giovani del drappello lesse nel viso al vecchio e gli disse con pigliosevero: “Per essere Italiano non c’è mica bisogno di dir delle insolenze ai preti, sapete!”Il vecchio rimase attonito.“Non ce n’è proprio bisogno,” soggiunse il giovane allontanandosi e continuando a guardarlo. Il povero Italiano fallito non profferì più parola. Anche a lui, certo, era stato dato a credere ilviendront-ilsdegli zuavi.Un oste, all’apparir dei soldati, s’affrettava a nascondere certi palloncini da luminaria su cui era scritto:W. Pio IX. Un ufficiale lo sorprese, e gli disse:“Lasciate quella roba dove si trova.”“Ma io....”“Lasciatela.”“Ma io non son mica per il Papa; io son per lor signori.”“Ma per esser per noi, non c’è mica bisogno di rinnegare il Papa!”“Ma questa roba....”“Ma questa roba vi potrà ancora servire, e tra poco, speriamo, perchè le cose s’aggiusteranno.”“Lei dice bene.”“E voi facevate male.”Del resto, i preti mostrarono di non aver le paure che s’adoperavano a mettere negli altri. Mentre nelle vie dei villaggi la buona gente tremava per la loro vita, essi, dalla finestra, assistevano tranquillamente al passaggio dei reggimenti, e molti non abborrivano dall’onorare d’un cortese saluto gli ufficiali a cavallo.Un solo frate mostrò d’aver paura dei soldati, e fu vicino a Civita. Veniva innanzi con un somarello verso un battaglione di bersaglieri, pallido e tremante, e giunto a pochi passi dai primi soldati, si fermò e giunse le mani in atto di chieder grazia. —Fa nen ’l farseur— gli disse un caporale. Gli altri gli domandarono notizie del Santo Padre. Qualcuno gli offrì del pane. Rassicuratosi, pareva matto dalla contentezza.E non mancarono i preti che accolsero festevolmente i soldati. A Baccano un prete e un frate stettero a veder sfilare sei battaglioni di bersaglieri sulla porta del convento, sereni e ridenti ch’era un piacere a vederli. Tutti i soldati, passando, dicevano qualche cosa all’uno, all’altro.“Si va a Roma, reverendo.”“Dio v’accompagni!”“Senti! È dei nostri!”Il prete si mise una mano sul cuore.— Viva! viva! si gridò dalle file. E il frate e il prete ringraziarono.Non ho sentito mai, nè altri può affermare d’aver mai sentito, un soldato dire una parola sconveniente ad un prete. Scherzi, sì; ma urbanissimi, e condonabili sempre alla gaiezza del soldato. Se l’Unità Cattolicaosservasse che è inurbanità il dirigere la parola a chi non si conosce, le si potrebbe rispondere che nessuno obbligava i preti a mettersi alle finestre o a piantarsi sull’uscio della casa parrocchiale quando i reggimenti passavano. Se vi stavano, vuol dire che ci si divertivano; non so se ci sarebbero stati quando fossero passati gli zuavi.Nei primi due giorni non si videro in Roma nè preti nè frati, o almeno pochissimi. Ma non si può dire che stessero nascosti per timore: qual ragione di temere i nostri soldati a Roma più che nella provincia? Stavan chiusi, si capisce, per non aver a prendere parte, neanco come spettatori, alle dimostrazioni del popolo. Tuttavia, ripeto, alcuni se ne videro anche il primo giorno, e passavano in mezzo alle bandiere e alle grida, sicurissimamente, come in casa propria, senza esser nemmeno guardati. E sì che le vie di Roma, stando a quello che scrisse don Margotti, eran piene difacinorosi, ditigri assetate di sanguee didonne di mala vita, tutta gente, come diceva l’oste milanese dellaLuna piena, latina di bocca e latina di mano.La mattina dopo il 20, venendo dal Campo Vaccino sul Campidoglio, la prima cosa che vedo, in cima a una delle grandi scale che danno sulla piazza, è un gruppo di bersaglieri e di frati che se la discorrono fraternamente, seduti sugli scalini. I bersaglieri mangiavano; due o tre frati rivolgevano tra le mani una gamella, guardandola di sopra e di sotto; altri tenevano in mano un pane di munizione; altri osservavano con molta curiosità i cappelli piumati appesi al muro. Ci fosse stato un fotografo! Parevano amici vecchi. A un bersagliere che scendeva domandai: che cosa dicono i frati? —So’ chiù etaliani de noautri, — mi rispose ridendo.La sera, per le strade, se ne videro molti. Ce n’era di tutti i colori: bianchi, neri, bigi, cacao. Alcuni erano accompagnati da soldati. La gente guardava e rideva. Era infatti una mescolanza così nuova e strana, che pareva di sognare. E il modo con cui andavano assieme! Come fosse la cosa più naturale del mondo, come fossero stati insieme sempre: discorrevano di politica.Passando in certe strade remote, i soldati vedevano qua e là sparire delle tonache e chiudersi degli usci. Da certe finestre spuntavano visi di reverendi rannuvolati, guardavano intorno come per consultare il tempo, e sentite grida o musiche lontane, richiudevano le imposte. Altri uscivano in fretta da una porticina, si arrestavano a un tratto, come le lucertole, a spiare in giro, e poi via rasente il muro a lunghi passi. Per certe strade quiete e deserte pareva di sentire dei fruscii misteriosi, come di notte per gli anditi delle chiese e delle sagrestie.Qualche prete, attraversando in fretta via del Corso e travedendo qualche nuova uniforme, si fermava in un canto, fuori della folla, per vedere che bestia fosse. Ne vidi due che sbirciavano da lontano due carabinieri in tenuta di parata. Lo guardarono dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa, e poi si consultaronol’un l’altro tacitamente, stringendo le labbra coll’aria di dire: — Che roba è?Curiosità n’avevano, certo; ma non guardavano mai diritto. Passando accanto ai soldati, lanciavano occhiate di traverso, rasente il cappello, al di sopra della spalla, tra le dita della mano, o facevano scorrere due dita intorno al collo come per allungarsi il collare, tanto per aver agio di voltare la faccia senza parer di guardare.Lasciamo gli scherzi; debbono aver detto in cuor loro: — Qual differenza dai nostri zuavi!Chi avesse visto in viso quei due cardinali, di cui non ricordo il nome, che passarono in carrozza dinanzi ai bersaglieri, presso Castel Sant’Angelo, poco dopo ch’era stato ordinato alle truppe di render loro gli onori come ai principi del sangue; chi avesse visto il sorriso che fecero quando si videro presentare le armi, lo sguardo benigno e gentile che girarono sui soldati, e l’atto di ringraziamento con cui accompagnarono lo sguardo, e la serena e lieta dignità con cui si ricomposero dopo quell’atto; chi li avesse visti avrebbe giurato che un sorriso, uno sguardo e un atto così, quei due cardinali non lo avevano mai fatto ai loro bene amati campioni.E cardinali, e preti, e frati, se v’era fra loro chi credesse a quello che le femminucce di Civita e di Nepi credevano, e quanti Romani cattolici trepidavano per le chiese e pei sacerdoti, debbono essersi tutti solennemente e irrevocabilmente ricreduti. Sentivano dire che i soldati italiani erano barbari, e non li hanno visti torcere un capello a un reverendo; ch’erano empi, e li hanno veduti affollarsi nelle chiese a baciare i piedi dei santi; ch’erano vandali, e li hanno visti pagare ogni cosa a soldi sonanti, e regalare le pagnotte ai frati; ch’erano licenziosi e insolenti, e hanno sentito dire dai popolani: — Che rarità di soldati son questi che non dicon nulla alle donne! — Volere o nonvolere, un grande edifizio di menzogne è caduto, e perdio, si potrà raccoglierne i ruderi, ma non si rifabbrica più.Quante conversioni politiche hanno fatto i nostri soldati!Quanto poi ai preti e ai frati, io avrei voluto leggere nel loro cuore la sera del 20 settembre. Se è vero che la meravigliosa dimostrazione di Roma, tanto superiore a ogni previsione e a ogni speranza, abbia più che commosso, sopraffatto e sbalordito nella corte pontificia i più fieri e ostinati nemici d’Italia, che non avrà potuto di più sul cuore dei molti in cui la convinzione era fiacca e la nimicizia determinata solamente dall’interesse? Quelle pochefibre italiane, che il conte di Cavour non voleva credere morte neanche nel cuore del Papa, debbono essersi scosse nel loro cuore la sera del 20 settembre. Le grida e i canti del popolo debbono essere risonati nelle celle silenziose dei monasteri, come un avvertimento, come un consiglio, come un rimprovero. Molti debbono aver invidiato dal più profondo dell’anima quella gioia; debbono aver rimpianto di essersi ridotti in condizione da non poterla godere; alcuni, forse, tendendo l’orecchio alle musiche lontane, debbono aver provato un sentimento di tenerezza mesta ed amara, debbono essersi ricordati di avere una patria, debbono aver sentito che l’amavano; debbono aver profferito in segreto il suo nome, debbono averla invocata, debbono aver domandato con sincere lacrime a Dio che ispirasse nel cuore del Pontefice il bisogno di riconciliarsi con lei, di riconoscerla, di benedirla, di troncare con una parola generosa la guerra insensata che in mezzo a tanta gioia e a tanto affetto li condannava alla solitudine e all’abbandono come rinnegati o stranieri.LE TERME DI CARACALLA.“Andiamo alle terme di Caracalla.”“Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo.”“E attraversare il Campo Scellerato.”“E veder l’arco di Giano.”“E la Cloaca Massima.”Niente di meno! Ponete d’essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c’è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c’era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.— Vi faranno più impressione del Colosseo, — ci aveano detto molti. Noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n’aveva fatta moltissima, e perchè l’idea prosaica che in fin dei conti le terme erano unostabilimento di bagni, come si diceva scherzando, ci teneva in freno l’immaginazione.Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand’era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere dall’acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l’imperatore tuffarsi nellanatatoriain mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti icrines suppositi, e ungere le membra d’unguento.— Le terme, signori, — dice a un tratto il cocchiere.Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s’apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice: — Qui v’erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico. — Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi, ci siamo.Guardiamo un pezzo in silenzio.Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v’è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l’edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v’è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al muro v’è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.— Qui c’era un grandioso porticato, — dice uno. Non ve n’è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell’edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l’esterna campagna. Alte e leggere vôlte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d’arco prolungatie sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all’alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall’uscita forzata di un corpo più grande, e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d’ogni forma, e incavature larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dell’antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l’erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.Si guarda e si pensa. È tristo, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l’intero edifizio. Quegli avanzi non bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll’occhio la curva d’un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d’un andito, e il profilo d’un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le proporzioni, e colle proporzioni l’effetto, che sarebbe immenso, dell’assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d’una musica lontana, che s’indovina e non si gusta. — Se ci fosse qualcosa di più, — si pensa; — se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancoraquell’atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! — E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è troncata a metà. Si vede l’imboccatura d’un andito: diavolo, dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l’occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po’ di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l’edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l’acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l’occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l’immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla, ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d’aver molto guardato.E il pensiero s’immerge nel passato.Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l’Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all’ebbrezza dei piaceri. L’aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillantidi perle. Dall’acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull’orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie; e s’odon le voci dei poeti che declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell’edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s’incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le ricchezze del mondo.Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po’ d’erba selvatica, e silenzio.Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante, trasvolando, con un’occhiata, a traverso un velo!Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll’avviso: — È proibito di fumare. — Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria.Eravamo nell’ultima sala, o campo (chè non v’è più tetto) quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce: —Veni cà.Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d’un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva all’intorno.Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l’eco gridando dei comandi militari. Più in là v’era una signora con un ufficiale.Salimmo anche noi dov’era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scalalarga e comoda; ma infinita. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l’ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz’altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s’innalzassero a misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d’esser saliti tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte dell’edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i desertiprati del popolo romano, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato acquedotto.Si scende, si torna verso l’uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz’erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V’hanno delle teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d’imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d’ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine, danno a quel luogo qualcosa dell’aspetto d’un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V’è fra le altre cose, una maninadi donna colle dita tronche e un po’ di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami. È singolare: desta quasi un sentimento di pietà.Uscimmo senza parlare. Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in città ci parve d’entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana impressione che m’aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: — Tutto è passato!UN’ADUNANZA POPOLARE NEL COLOSSEO.Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come muggito di mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l’altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incantouna parte. Turbe di popolo che tenevan tutta la strada si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell’arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo a mezz’altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialzi del terreno v’era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell’arena v’era un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua superficie di volti e disìattaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell’anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida si levavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano più bella e più solenne la festa.Ecco Mattia Montecchi.Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo ed altissimo evviva.Il vecchio patriota romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:— Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria....S’interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio:— .... Io ti saluto!L’ultima sua parola muore in un singhiozzo; eglisi copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.La folla manda un grido d’entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.— Silenzio! silenzio!Il Montecchi rincomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell’oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.— ..... Il potere temporale del Papa, — egli esclama, — è caduto!Applausi vivissimi.— È caduto nella polvere! — grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva e si agita al disopra delle teste.— È caduto per sempre! — ripete il Montecchi.— Nella polvere! — ripete in accento imperioso la voce di prima.— Silenzio! silenzio!— La caduta del potere temporale dei papi, — il Montecchi prosegue, — è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni: — Dalla storia della civiltà!Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge: — Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.— Della civiltà! — ripete il giovane.— Della civiltà, — aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza. — Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo....— Viva l’Italia!— ..... I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà....— Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!— Viva! ma prego.... lasciatemi continuare....— Viva Montecchi!— Vi ringrazio.... fate un po’ di silenzio.... Bisognava eleggere una Giunta.... Noi avremmo voluto che il popolo facesse l’elezione in modo regolare, colle schede, coi voti.... Ma non v’era più tempo.... abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano....— Bravo! Viva!— .... Al popolo romano, e di facilitargli l’opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici....— Benissimo!— Un momento.... Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro. Bisognerà dunque limitarsi ad approvare o disapprovare l’elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano ugualmente accette a tutti. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest’uno avrà parlato, state bene attenti....— Viva Vittorio Emanue.... — grida all’improvviso una voce acuta.— Silenzio! Smetti! non è il momento! — si mormora da ogni parte.— Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re! — grida l’entusiasta importuno ad uno dei suoi interruttori.— Ma chi ti dice ch’io non voglio che si gridi viva il Re? Dico che non è il momento.— Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!— Ma senti che bestia!— Ma guarda....— Silenzio! — grida il Montecchi; — accordatemi ancora qualche minuto d’attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a’ voti l’elenco, nella sua totalità, s’intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello....Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.— No! no per ora! — grida il Montecchi; — ve lo leverete poi; come volete approvare adesso l’elenco se non v’ho ancora letto i nomi?Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.Il Montecchi: — Vi prego.... un po’ di silenzio.... pochi momenti ancora.... Chi intenderà di approvare l’elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che viene qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l’unica maniera di far presto e bene. Se per leggieri dissensi su questo o quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.Vivi applausi. — Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!— Viva!... Ora vi prego per l’ultima volta.... un po’ di silenzio.Uno di que’ che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.— Tien giù quella bandiera! — gli grida il vicino.— Ma è la bandiera nazionale, sai! — risponde l’altro sdegnato.— Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?— Guarda il prete!— A me prete?— Silenzio! si grida all’intorno.— Leggerò i nomi, — ripiglia il Montecchi; — state attenti; ma ve ne riprego, non m’interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po’ di pazienza....— Legga! Legga pure!Un profondo silenzio si fa per tutta la folla.Il Montecchi legge: — Tale dei tali.Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.— Tale dei tali.Vivi applausi, il popolo è ben disposto, l’affare va bene.— Tale dei tali.Uno scoppio d’urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d’inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell’affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.Finalmente alza una mano.— Silenzio! Silenzio! — si grida dalla folla.— Signori!.... — comincia il Montecchi con un filo di voce; — vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l’elenco, abbiate un po’ di pazienza ancora....— Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga! Lasciatelo leggere!Il Montecchi legge: — Tale dei tali.Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.— Abbasso! Abbasso! — grida la folla.— No, viva! viva! — alcuni rispondono.— Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! È passato il tempo! Abbasso! Abbasso!Il Montecchi: — Prego....— Abbasso i mercanti di campagna!Il Montecchi con voce semispenta: — Prego, non discutano i nomi....— Non si discute! Non si discute!Se dice per di’ che so’ mercanti de campagna!Scoppio d’applausi.— Non discutano, prego....—Hanno fatto massacrare ’l popolo romano!Applausi fragorosissimi.— ..... Ma prego....—Non li volemo!— .... Un po’ di silenzio....—Non li volemo!Cento voci assieme: — Parliamo uno alla volta, perdio!Il fracasso è assordante, la folla agitatissima; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po’ di mormorio.... Sia lodato il cielo, l’elenco è finito!Vivi applausi.Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.— Ora chi parla? — Chi vuol parlare? — Parla tu. — Il tale ha detto che parlerà. — No, parla quell’altro. — Parliamo noi. — Parlino loro. — Zitti! parlano.A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.— Silenzio! Silenzio!Si fa un generale silenzio e si ode una voce incerta e sottile:— Io piglio la parola in un momento solenne....Un rumore improvviso da una parte dell’anfiteatro copre la voce dell’oratore.— ....Io piglio la parola in un momento solenne....Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l’oratore si volta bruscamente: — In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?Segue un diverbio, il Montecchi s’intromette, l’oratore ricomincia a parlare.— Forte! Forte! — grida la folla.— Salga su! gridano i membri della Commissione. Venga qui sul pulpito! si farà sentir meglio!E tutti insieme pigliano l’oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. È un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. È stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.— Silenzio!Egli parla.Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.— ....Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed augusto ricinto. Essi dimostrarono con ciò che d’ora innanzi gl’interessi del popolo non saranno più abbandonati agl’intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!Scoppio d’applausi.— Non si scherza, — bisbiglia il popolo. — Le canta chiare. — Non ha paura di nessuno.L’oratore prosegue: — ....In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli....Violente interruzioni: — Alla questione!L’oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano: — Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi....Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta. — Alla questione! — Nonvolemoprediche! — Le prediche so’ finite! — Non abbiamo bisogni di lezioni!L’oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.Una voce stentorea si alza al di sopra di tutte le voci, e fa voltare tutte le faccie:— La cosa è chiara! L’elencono’ cepiace!Non volemoliberali del momento,non volemoliberali di occasione....Applausi fragorosi.—Volemogente provata, patrioti schietti, chece se veda chiaronella vita loro!Applausi fragorosi.E la voce con nuovo e più formidabile sforzo: —Non volemo mercanti de campagna!Terza salva d’applausi.— Va’ a parlar tu! — Va’ sul pulpito! — Fa’ valere le nostre ragioni! — Va’! — Presto! — Su!Il fortunato oratore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l’uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pésto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.Ecco tutto quello ch’io vidi.Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l’andarmene, e poi presi un partito fra i due; salii sur un rialzo del terreno accanto all’arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib,mi misi a fare della poesia inutile, guardando il Colosseo. — Le solite grida — pensavo — la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sonogrida di libertà, e basta perchè a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi déstino nell’anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall’amor di patria. — Viva il Re — viva la libertà — viva l’esercito — ....nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!E giravo l’occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov’ero.— .... Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo! — ho sentito dire; — che vi può dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo: — Sì....In quel punto uscì dall’anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.— Sì..., ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare un Re Eletto ed amato; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell’eguaglianza, ora convengono gli uomini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll’anima lieta e serena: e vi par poco codesto? Vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all’orecchio.E poi una voce distinta: Viva la libertà!— Ah! — io esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere; — Consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl’Imperatori!In quel punto vi batteva su il sole, e tra arco e arco si vedeva dentro un concitato sventolío di bandiere.
Lettere.
Roma, 21 settembre 1870.
Le cose che ho da dire sono tante e tali che mi sarà impossibile scriverle con ordine e chiaramente. È già gran cosa aver la voglia di scrivere, mentre per le vie di Roma risuonano ancora le grida del primo entusiasmo e della prima gioia. Tutto quello che ho veduto ieri mi sembra ancora un sogno; sono ancora stanco della commozione; non sono ancora ben certo di essere veramente qui, di aver visto quello che vidi, di aver sentito quello che sentii.
Vi dirò subito che l’accoglienza fatta da Roma all’esercito italiano è stata degna di Roma; degna della capitale d’Italia; degna di una grande città sovranamente patriottica. Tutto ha superato non solo l’aspettazione, ma l’immaginazione. Bisogna aver veduto per credere. Dubiterete della mia sincerità, lo prevedo; nè debbo spender parole per prevenirvi, perchè è troppo naturale; capisco che non posso aspirare ad esser creduto. Eppure sento che non vi darò che una pallida immagine della realtà! Son cose che non si possono scrivere.
Ieri mattina alle quattro fummo svegliati a Monterotondo, io e i miei compagni, dal lontano rimbombo del cannone. Partimmo subito. Appena fummo in vista della città, a cinque o sei miglia, argomentammo dai nuvoli del fumo che le operazioni militari erano state dirette su varii punti. Così era infatti. Il 4º corpo d’esercito operava contro la parte di cinta compresa tra porta San Lorenzo e porta Salara; la divisione Angioletti contro porta San Giovanni; la divisione Bixio contro porta San Pancrazio. Il generale Mazè de la Roche, colla 12ª divisione del 4º corpo, doveva impadronirsi di porta Pia.
A misura che ci avviciniamo (a piedi, s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville piene di gente che guarda. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarsi contro porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le breccie. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a porta Pia, e che i cannoni dei pontificii appostati a quella porta erano stati smontati. Si parlava di qualcuno dei nostri artiglieri ferito. Ne interrogammo parecchi che tornavano dai siti avanzati, e tutti ci dissero che i pontificii davano saggio d’una meravigliosa imperizia nel tiro, che i varchi già erano aperti, che l’assalto della fanteria era imminente. Salimmo sulla terrazza d’una villa e vedemmo distintamente le mura sfracellate e la porta Pia malconcia. Tutti i poderi vicini alle mura brulicavano di soldati. In mezzo agli alberi dei giardini si vedevano lunghe colonne di artiglieria. Ufficiali di stato maggiore e staffette correvano di carriera in tutte le direzioni.
È impossibile ch’io vi dia notizie particolari di quello che fecero le altre divisioni. Vi dirò della divisione Mazè de la Roche, che è quella ch’io seguii.
La strada che conduce a porta Pia è fiancheggiata ai due lati dal muro di cinta dei poderi. Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e la porta si vedeva benissimo a una grande lontananza; si vedevano i materassi legati al muro dai pontificii, e già per metà arsi dai nostri fuochi; si vedevano le colonne della porta, le statue, i sacchi di terra ammonticchiati sulla barricata costrutta dinanzi; tutto si vedeva distintamente. Il fuoco dei cannoni pontificii, da quella parte, era già cessato, ma i soldati si preparavano a difendersi dai muri. A 300 o 400 metri dalla barricata due grossi pezzi della nostra artiglieria traevano contro la porta e il muro. Il contegno di quegli artiglieri era ammirabile. Non si può dire con che tranquilla disinvoltura facessero le loro manovre, a così breve distanza dal nemico. Gli ufficiali erano tutti presenti. Il generale Mazè, col suo stato maggiore, stava dietro i due cannoni. Ad ogni colpo si vedeva un pezzo del muro della porta staccarsi e rovinare. Alcune granate, lanciate, parve, da un’altra porta, passarono non molto al disopra dello stato maggiore. Gli zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa qualche danno.
Quando la porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto. Non vi posso dar particolari. Ho visto passare il 40º a passo di carica. L’ho visto, presso alla porta, gettarsi a terra per aspettare il momento opportuno ad entrare. Ho sentito un fuoco di moschetteria assai vivo; poi un lungo grido Savoia! poi uno strepito confuso; poi una voce lontana che gridava: Sono entrati! — Allora giunsero a passi concitati i sei battaglioni bersaglieri della riserva; giunsero altre batterie di artiglieria; s’avanzarono altri reggimenti; vennero oltre, in mezzo alle colonne, le lettighe pei feriti. Corsi cogli altri verso la porta. I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentivapiù rumore di colpi; lo colonne a mano a mano entravano. Da una parte della strada si prestavano i primi soccorsi a due ufficiali di fanteria feriti; gli altri erano stati portati via. Ci fu detto che era morto valorosamente sulla breccia il maggiore dei bersaglieri Pagliari, comandante il 35º. Vedemmo parecchi ufficiali dei bersaglieri colle mani fasciate. Sapemmo che il generale Angelino s’era slanciato innanzi dei primi colla sciabola nel pugno come un soldato. Da tutte le parti accorrevano emigrati gridando. Tutti si arrestavano un istante, a guardare il sangue sparso qua e là, per la strada: sospiravano, e via.
La porta Pia era tutta sfracellata, la sola immagine enorme della Madonna che le sorge dietro era rimasta intatta, le statue a destra e a sinistra non avevano più testa, il suolo intorno era sparso di mucchi di terra, di materassi fumanti, di berretti di zuavi, d’armi, di travi, di sassi.
Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti.
In quel momento uscì da porta Pia tutto il corpo diplomatico in grande uniforme, e mosse verso il quartier generale.
Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando. A misura che procediamo nuove carrozze, con entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini; è piena di zuavi e di soldati indigeni che aspettano l’ordine di ritirarsi. Giungiamo in piazza del Quirinale. Arrivano di corsa i nostri reggimenti,i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di cittadini colle armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri pontificii. I sei battaglioni bersaglieri della riserva, preceduti dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, in piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s’agitano fazzoletti banchi, s’odono grida ed applausi. Il popolo accompagna col canto la musica delle fanfare. Sui terrazzini si vedono gli stemmi di Casa Savoia. Si entra in piazza Colonna: un grido di meraviglia s’alza dalle file. La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti, centinaia di bandiere sventolano, l’entusiasmo è al colmo. Non v’è parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi, ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: — I nostri soldati! — I nostri fratelli!
È commovente; è l’affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un punto ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da centomila petti; è il primo giorno d’una nuova vita; è sublime.
E altre grida da lontano: — I nostri fratelli!
***
Il Campidoglio è ancora occupato dagli squadriglieri e dagli zuavi.
Una folla di popolo accorsa per invaderlo è stata ricevuta a fucilate. Parecchi feriti furono ricoverati nelle case; fra gli altri un giovanetto che marciò quindici giorni coi soldati. Il popolo è furente. Si corre a chiamare i bersaglieri. Due battaglioni arrivano sulla piazza, ai piedi della scala. I pontificii, al primo vederli, cessano di tirare; ma restano in atto di resistere.
Una specie di barricata di materassi è stata costrutta a traverso il Campidoglio. L’assalirla di viva forza potrebbe costar molte vittime; s’indugia, forse gli zuavi s’arrenderanno, si dice che hanno paura dell’ira popolare. Tutte le strade che circondano il Campidoglio sono piene di gente armata che sventola bandiere tricolori e canta inni patriottici. Intanto ai bersaglieri che attendono sulla piazza vengono recati in gran copia vini, liquori, sigari, biscotti. La moltitudine va crescendo, cresce lo strepito. Qualcuno, forse un parlamentario, è salito sul Campidoglio. Parecchi ufficiali lo seguono. La folla, dal basso, guarda con grande ansietà. Ad un tratto cadono i materassi della barricata e appaiono le uniformi dei nostri ufficiali che agitano la sciabola e chiamano il popolo gridando: — Il Campidoglio è libero. — La moltitudine getta un altissimo grido e si slancia con grande impeto su per la scala gigantesca; passa fra le due enormi statue di Castore e Polluce; circonda il cavallo di Marc’Aurelio; invade i corpi di guardia degli zuavi e rovescia, spezza e disperde tutto quanto vi trova di soldatesco. In pochi minuti tutto il Campidoglio è imbandierato. Il cavallo dell’imperatore romano è carico di popolani; l’imperatore tiene fra le mani una bandiera tricolore. Un reggimento di fanteria occupa la piazza. È accolto con grida di entusiasmo. La banda suona la marcia reale, migliaia di voci l’accompagnano. All’improvviso tutte le faccie si alzano verso la torre. Il popolo e i soldati ne hanno sfondata la porta, son saliti sulla cima, hanno imbandierato il parapetto. Un pompiere sale per mezzo d’una scala sulle spalle della statua e lega una bandiera alla croce. Un fragoroso applauso e lunghissime grida risuonano nella piazza. La grande campana del Campidoglio fa sentire i suoi solenni rintocchi. Da tutte le parti di Roma il popolo accorre entusiasticamente. Gli ufficiali che si trovano sul Campidoglio sono circondati e salutati con incredibile affetto. Si grida: — VivaVittorio Emanuele in Campidoglio! — Le donne si mettono le coccarde tricolori sul seno. Da tutte le finestre dei vicini palazzi si agitano le mani e si sventolano i fazzoletti. Molti piangono. Il movimento della folla è vertiginoso; il rumore delle grida copre il suono della grande campana.
I conventi vicini, dove si crede che siansi rifugiati gli zuavi e gli squadriglieri, sono circondati dai bersaglieri e dalla fanteria.
***
Si ritorna in fretta verso il Corso. Tutte le strade sono percorse da grandi turbe di popolo con bandiere tricolori. I soldati pontificii che s’avventurano imprudentemente a passare per la città a due, a tre o soli, sono circondati, disarmati e inseguiti. Giungiamo in piazza Colonna. In mezzo alla piazza vi sono circa 300 zuavi disarmati, seduti sugli zaini, col capo basso, abbattuti e tristi. Intorno stanno schierati tre battaglioni bersaglieri. Il colonnello Pinelli e molti ufficiali guardano dalla loggia dello stupendo palazzo che chiude il lato destro della piazza. Popolani, signori, signore, donne del popolo, vecchi, bambini, tutti fregiati di coccarde tricolori, si stringono intorno ai soldati, li pigliano per la mano, li abbracciano, li festeggiano.
Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffè di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce a desinare. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, avvicendando clamorosamente le preghiere e le istanze. I soldati prendonoin collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.
Numerosissime frotte di cittadini continuano a passare l’una dopo l’altra pel Corso con grandi bandiere; alcuni drappelli ne hanno quattro, sei, dieci; alcune bandiere sono alte più del primo piano delle case e vengono portate da due o tre persone. Tutta codesta gente trae con sè soldati di fanteria e bersaglieri. Le canzoni popolari dei nostri reggimenti sono già diventate comuni: tutti cantano. Passano carrozze piene di cittadini che agitano in alto il cappello; i soldati rispondono alzando il keppì; le braccia si tendono dall’una parte e dall’altra, e le mani si stringono. Passano signore vestite dei tre colori della bandiera nazionale. Tutti gli ufficiali che passano in carrozza, a piedi, a gruppi, soli, sono salutati con alte grida. Si festeggiano i medici, i soldati del treno, gli ufficiali dell’intendenza. Passano i generali e tutte le teste si scoprono — Viva gli ufficiali italiani! — è il grido che risuona da un capo all’altro del Corso. In piazza San Carlo un drappello di carabinieri reali è ricevuto con indicibile festa. Da tutte le strade laterali al Corso continuamente affluisce popolo. Non v’è più gruppo di cittadini che non abbia con sè un soldato. Li osservano da capo a piedi, gli tolgono di mano le armi, gli parlano tenendogli le mani sulle spalle, stringendogli le braccia, guardandoli negli occhi cogli occhi scintillanti di gioia. — Viva i nostri liberatori! — si grida. Davanti al caffè di Roma alcuni signorini gettano le braccia al collo di due robusti artiglieri e li coprono di baci disperati. A quella vista tutti gli altri intorno fanno lo stesso; cercano correndo altri soldati, li abbracciano, li soffocano a furia di baci. — Viva il nostro esercito nazionale! — gridano cento e cento voci insieme. — Viva i soldati italiani! — Viva il nostro re! — Viva la libertà! — E i soldati rispondono: — Viva Roma! Viva la capitale d’Italia! — In molti, specialmente nei giovani, l’entusiasmo sembra delirio; nonhanno più voce per gridare, si agitano, pestano i piedi, accennano le bandiere e gli stemmi reali e fanno atto di benedire, di ringraziare, di stringersi qualche cosa sul cuore.
Io, ve lo giuro, non ho mai visto uno spettacolo simile; è impossibile immaginare nulla di più solenne e di più meraviglioso. Queste grandi piazze, queste fontane enormi, questi giganteschi monumenti, queste rovine, queste memorie, questo terreno, questo nome di Roma, i bersaglieri, le bandiere tricolori, i prigionieri, il popolo, le grida, le musiche, quella secolare maestà, questa nuova gioia, questo ravvicinamento che ci fa la memoria di tempi, di casi, di trionfi antichissimi e nuovi, tutto quest’insieme è qualche cosa che affascina, che percuote qui, in mezzo alla fronte, e pare che faccia vacillare la ragione; si direbbe che è un sogno; non si può quasi credere agli occhi; è una felicità che soverchia le forze del cuore. Roma! si esclama. — Siamo a Roma? Quando ci siam venuti? Come? Che è accaduto? — Il ricordo di quello che è accaduto è già confuso come se fosse d’un tempo remoto. È un’emozione che opprime. Ad ogni strada, ad ogni piazza in cui s’entri, l’occhio gira intorno meravigliato, e il sangue dà un tuffo. Avanti, di meraviglia in meraviglia, di palpito in palpito, a misura che si procede, la fronte si solleva, il cuore si dilata, e sente più gagliardamente la vita. Ecco la piazza del Popolo. Si corre all’obelisco, ci si volta indietro, si vedono davanti le tre grandi strade di Roma, si vede a sinistra il Pincio delizioso, laggiù in fondo la cima del Campidoglio, tutt’intorno prodigiose bellezze di natura e d’arte, antiche, nuove, auguste, gaie, gigantesche, gentili; la mente sopraffatta si turba, ci prende un tremito, e bisogna sedersi ai piedi dell’obelisco, pigliarsi la testa fra le mani e aspettare che la lena ritorni.
Intanto imbrunisce. Il Corso s’è illuminato come per incanto. Il Corso, illuminato, ha veramente unaspetto fantastico. Candellieri, doppieri, lumi d’ogni forma e d’ogni grandezza risplendono sulle ringhiere dei terrazzini e sui davanzali delle finestre. A percorrere la strada in carrozza non si vede più terra: è tutto un mare di teste, a cui la strada non basta, e che straripa nei caffè, nelle piazze, nelle botteghe, negli atrii, nei vicoli. Codesta immensa folla è rischiarata da migliaia di fiaccole. Drappelli di signore a due a due passano tenendo in mano dei cerini accesi, che fanno vedere il loro seno coperto di coccarde, di sciarpe, di nastri tricolori. Sulla superficie di codesto mare di gente nuotano, sbattuti di qua e di là, cappelli di bersaglieri, keppì, berretti, canne di fucile a centinaia. Le signore gettano giù dalle finestre fiori e confetti ai gruppi dei soldati che tendono le mani. Da un capo all’altro della lunghissima strada, a ogni passo si sentono dieci voci che cantano insieme. I soldati non sono più condotti, sono travolti. I cittadini, non più paghi di tenerli a braccetto, camminano tenendogli un braccio intorno al collo. Passano donne con un pennacchio di bersagliere nelle treccie. Famiglie ferme sui marciapiedi arrestano i soldati per mettere nelle loro braccia i bambini. Il gridìo nel Corso è oramai giunto a segno che chi è stanco dalle fatiche della mattina non vi può più reggere.
Salgo in una carrozza, e chieggo d’essere condotto al Colosseo. Attraverso la stupenda piazza della Colonna Traiana, piena di gente anch’essa e illuminata; passo per parecchie piccole strade; dappertutto lumi. Guardo nei caffè, nelle osterie: dappertutto soldati e popolani insieme, dappertutto grida di viva Roma e viva il nostro esercito, dappertutto canti, amplessi, grida di gioia, bandiere. Eccoci nel Campo Vaccino. È notte fitta, e il classico lume di luna sul Colosseo non risplende ancora. Non importa; il cielo è stellato, e vedrò del sublime monumento almeno i contorni. Da tanti anni ardevo di vederlo! Il cuore mi batte a precipizio.Ormai sono in un luogo deserto, non sento più una voce, non un passo; tutto è queto ed oscuro. Eccoci, mi dice il cocchiere. Io balzo in piedi, guardo, travedo un’immensa macchia nera sul cielo, e tanto è l’impeto e la dolcezza con cui i ricordi e le immagini della memoranda giornata mi assalgono tutti in un punto, che non s’arresta il mio sguardo sui meravigliosi contorni, nè ivi si può arrestare il pensiero. Sguardo e pensiero si levano più in alto, e dal profondo del cuore, col più ardente palpito che potrà mai destare in me l’amor di patria, sciolgo un ringraziamento a quella Giustizia nel cui nome l’Italia gridò al mondo: — Voglio la libertà — e giurò di conseguirla; nel cui nome aspettò per tanti anni, confidò, sperò, sofferse, sorse, bagnò del sangue dei suoi figli tutti i suoi monti e tutti i suoi fiumi, cacciò lo straniero, si compose a nuova vita; nel cui nome è entrata oggi in Roma e ha inalberato sulla torre del Campidoglio la sua bandiera gloriosa, benedetta ed amata.
Roma, 26 settembre.
Senz’aver veduto Roma è impossibile formarsi una giusta idea dell’effetto che può fare. E di Roma come di Venezia: la prima cosa che si fa, appena entrati, è di dimandarsi se si sogna o se si è desti. Sembra una città guardata a traverso d’una lente che ne ingigantisca i contorni. Si direbbe che le case, le piazze, le chiese, le fontane, le scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti da una razza d’uomini fisicamente il doppio di noi. Noi ci sentiamo piccoli, passando per queste piazze e per queste vie; ci pare d’esserci rifatti bambini; l’uomo diventa formica, come dice Victor Hugo. Per guardare il sommo degli edifici e delle colonne bisogna torcersi il collo;per vedere il fondo alle piazze ci vuole il cannocchiale; per muoversi, la carrozza; per non perdere la bussola, un volume di cinquecento pagine sotto il braccio; per non lasciarsi soverchiare dalla commozione, almeno un paio di case a Firenze che diano la rendita di cinquantamila lire. È una città che stordisce; ecco la vera parola. Non mi ricordo chi sia quell’illustre straniero che, entrando in Roma per porta del Popolo, fu sorpreso e commosso a tal segno dallo spettacolo della piazza, del Pincio, delle tre grandi strade, delle chiese, degli obelischi, di tutte le meraviglie che s’abbracciano da quella porta con uno sguardo solo, che fu costretto ad appoggiarsi sul braccio del suo vicino. Tale è veramente l’effetto che fa Roma in quel punto. Il primo bisogno che si sente è di aver accanto qualcuno da stringergli il braccio e lasciargli il livido. Se non ci fosse gente intorno, si manderebbe un grido.
***
Io vidi una bellissima scena. I nostri soldati entrarono in Roma per porta Pia e andarono difilato sino a Montecitorio. Fosse caso o disegno, non lo so; ma per far quel cammino passarono dinanzi ai più stupendi monumenti di Roma.
Non mi ricordo il primo entrato che reggimento fosse. Giunge in piazza di Termini, dove c’è una fontana bellissima. Per chi non ha mai visto Roma, le sue fontane, così gigantesche e fantastiche, sono una delle più profonde sorprese. I soldati si voltano, guardano e prorompono in un lungooh!che si propaga di compagnia in compagnia, di battaglione in battaglione, man mano che giungono nella piazza. Chi rallenta il passo, chi si ferma, chi vorrebbe avvicinarsi. — Animo, animo, — dicono gli ufficiali, — ci sono altre cose più belle da vedere. — I Romani ridono al vedere i soldati tanto sorpresi di sì piccola cosa. — Vedrete ben altro, — dicono, — questo non è niente; andate, andate, vedreteben altro. — I soldati vanno innanzi voltandosi indietro ad ogni passo e discorrendo forte tra loro.
Il reggimento giunge in piazza del Quirinale. Lo spettacolo è meraviglioso. A destra un palazzo gigantesco; in mezzo alla piazza una fontana due volte più grande, più bella, più stupenda della prima; statue, vasca, getto d’acqua, tutto colossale. Si vede in lontananza la cupola di San Pietro, una gran parte di Roma, monte Mario, il Tevere, la campagna, un panorama grandioso e imponente. I soldati rimangono attoniti, senza profferir parola, senza neanco accorgersi delle grida e degli applausi che li accompagnano; guardano colla bocca aperta e gli occhi spalancati, come se si fossero affacciati a un mondo nuovo; il silenzio dura per qualche momento; il popolo tace anch’esso come per non turbare la dolcezza di quella contemplazione. A un tratto sorge tra le file una voce altissima: — Viva Roma! — Tutto il reggimento risponde: Viva Roma! — Andate, andate, — dicono di nuovo i Romani, questo non è niente, ben altro vi resta da vedere. — Il reggimento continua la sua strada.
Ecco la piazza di Trevi, la fontana di Trevi. Che cos’è questo? Com’è qui quella roccia? Di dove scende quel fiume? Chi è quel gigante? I soldati prorompono insieme in un grido di meraviglia e di gioia, tendono le braccia, si affollano, si stringono, par che si vogliano gettare nella fontana. — Viva Roma! — gridano; — Viva l’esercito! — rispondono i Romani, e di nuovo: — Avanti, vedrete, vedrete. — Ma che si può vedere ancora di più bello? La fontana di Trevi è veramente prodigiosa, non par vera, pare una cosa sognata, una cosa da giardino fatato, letta nelleMille e una notte. — Ah! non ce la volevano dare Roma? — esclama un ufficiale; eh! ora si capisce. — Come vi piace la città? domandano i Romani, passando e agitando le bandiere. Cosa rispondere? I soldati non rispondono che: — Roma! Roma! — Il reggimento va oltre.
Ecco la piazza Colonna, la Colonna....
Soldati e popolo cominciarono a girare attorno alla Colonna; sonavan trombe, tamburi, grida; v’eran dei Tedeschi e degl’Inglesi con noi, e in quel momento, commossi anch’essi, ci strinsero la mano dicendo: — .... Bel giorno! Bei momenti!
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Per quanto si sia parlato, scritto e disegnato della basilica di San Pietro, qualcosa da dire resta sempre. E poi, questa volta, sotto la cupola di San Pietro c’è una grande novità: i bersaglieri, dei quali non è fatto cenno, credo, nè dalle guide, nè dai libri archeologici, nè dalle opere artistiche; e spero che la mia penna d’oca, coll’aiuto delle loro penne di cappone, riuscirà a far qualcosa.
Ecco schietta e netta l’impressione che mi fece San Pietro.
Andai là con un mio amico ch’era già stato a Roma. Passando sul ponte Sant’Angelo, incontrammo un ufficiale che ci consigliò di tornare indietro. Adesso ci troverete una processione di soldati, disse; ne sono piene tutte le scale, pare una caserma, bisogna tornarci più tardi.
Più tardi? Con questa po’ di febbre che ho addosso? Dopo aver veduta quella benedetta cupola per cinque giorni, a otto miglia di lontananza, grande, netta e spiccata, che mi pareva a due passi, e mi faceva soffrire le pene di Tantalo? È impossibile; fin che non ci sono sopra, mi par di sentirmela sul petto. Andiamo a vedere questa meraviglia. A San Pietro!
La carrozza era già al di là del ponte Sant’Angelo, quando il mio compagno mi consigliò di chiuder gli occhi e di non aprirli prima che me lo dicesse; li chiusi.
A un tratto la carrozza si fermò e l’amico disse: “Guarda.”
Guardo: siamo in mezzo alla piazza. Ecco le colonne, le fontane, la gradinata, la cupola, ogni cosa come si vede nei quadri: nulla di nuovo e nessuna sorpresa.
“Dunque?” l’amico domanda, “non ti scuoti? che impressione ti fa? non ti par bello, grande, sublime?”
Io sono mortificato, non trovo parola. Questa è la famosa basilica? Questa la cupola che si vede di lontano quaranta miglia? Questo il gran colosso di San Pietro?
“Dunque?”
“Dunque..... senti, amico, vuoi ch’io ti dica la verità?”
“Quale?”
“Mi par piccolo.”
“Cosa?”
“Tutto: la piazza, la chiesa, la facciata, la cupola, tutto quello che vedo.”
Il mio amico diede in uno scroscio di risa.
“Sarà ridicolo; ma è vero. Mi par piccolo, mi par piccolo, mi par piccolo. Son disilluso.”
“Guarda quell’uomo.”
“Quale?”
“Quello seduto ai piedi d’una delle colonne di mezzo della facciata.”
Guardo l’uomo, misuro coll’occhio tutta l’altezza della colonna, misuro la larghezza, poi l’uomo di nuovo, confronto, riguardo ed esclamo:
“È immenso!”
“Ah! qui ti volevo! Bisogna confrontare, caro mio.Come ti puoi accorgere che qualcosa è gigantesco dove tutto è gigantesco? A prima giunta, tutti guardano in su, e tutti dicono come te. Scendiamo.”
Si scende di carrozza, si sale la gradinata: non finisce mai. Si guardano le colonne della facciata: ingigantiscono a ogni passo. Giungiamo dinanzi: sono larghe come case. Guardiamo in su: sono alte come campanili. Ci voltiamo indietro: quanta strada s’è fatta! Le fontane, pur ora così grandi, son diventate piccine che non paiono più quelle. Un soldato vicino a noi esprime benissimo questo stesso effetto; guarda la facciata e dice:Gonfia.
Entriamo. Guardo.... “Amico, questa volta te lo dico sul serio: sono deluso.”
“Aspetta. Vedi quella colomba in bassorilievo, di marmo bianco, qui nell’angolo?”
“Vedo.”
“A che altezza ti par che giunga della tua persona?”
“Al collo.”
“Vediamo.”
Si va innanzi.... Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi. Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulla punta dei piedi, e non ci arrivo.
“Guarda le lettere di quell’iscrizione lassù; come ti paiono alte?”
“Quattro palmi.”
“Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?”
“Un braccio.”
“Tre metri.”
Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa alta che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d’artiglieria grandi e robusti come Ciclopi; la cosa alta è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino pocodistante guarda e sorride con un’aria di sorpresa e di compiacenza; par che dica: — Sono cristiani queste bestie feroci! meno male!
V’è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all’altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno contemplando le statue, e per convincersi che sono di marmo, mettono loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d’uno di essi, che mi ha l’aria di un monferrino:A j’è nen a dije; a l’è un bel travaj.
Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l’effetto è veramente prodigioso! È bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l’abisso. In altri il volto e l’occhio s’illuminano come a una visione di cielo. È una meraviglia che ha dell’estasi. È il solo punto della chiesa in cui collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è magnificenza che seduce e splendore che affascina, non grandezza che ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni che vi si profusero, che a quegli cui furono dedicati; più ai pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L’anima è così tenacemente legata alla terra dalle meraviglie dell’arte, che a sprigionarla e levarla in alto occorre assai maggior forza e più difficile lotta, di quel che a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.
Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e a misura che si procede la testa si fa pesante e la vista s’intorbida. Ad ogni passo cento nuove cose, l’una più straordinaria e mirabile dell’altra: si affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate. L’attenzione a tutte insieme non basta; sopra una sola nonpuò fissarsi, chè le altre la tirano; così tremola e si stanca senza nulla abbracciare. Colonne enormi, statue gigantesche, bassorilievi, dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d’ogni forma e d’ogni natura; vi si passa accanto senza neanco guardare; si travedono e si dimenticano le une nelle altre.
Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla porta; sarà una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli che reggono la pila dell’acqua benedetta sembrano due giocattoli da ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi, quale a un terzo: chiesuole.Mamma mia!esclamano i soldati napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro villaggi, per dare un’idea di San Pietro col confronto della chiesa parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il conto di quanti soldati ci starebbero. — Ci stanno tutti i soldati del 4º corpo d’esercito? — Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che mandarono al servizio delle sussistenze.
Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, che sarà una sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; i gradini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri, agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di marmo dov’è segnato il nome di tutti i principi del mondo che salirono alla cupola. C’è l’iscrizione di Ferdinando II di Napoli. Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, keppì, sciabole di cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono, salgono, s’incontrano, si salutano, si esprimono l’un l’altro lo stupore e l’allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni, chè il soldato, per dove passa, lascia sempretraccia di sè. Sotto quella del Borbone che dice:Re del regno delle due Sicilie, salì nella cupola ed entrò nella palla, si legge:Tale dei tali, allora caporale del genio, ha avuto l’onore di salutarla a Gaeta.
Oh, ecco una finestra, guardiamo giù. Mi corbelli? Siamo già oltre il tetto dei più alti palazzi. Si ripiglia la salita, si cammina altri dieci minuti, ecco una porta: si esce al cielo aperto. Eccoci sul tetto della chiesa: è una piazza d’armi. Si vede da una parte un edifizio rotondo, alto quanto una chiesa ordinaria; non è altro che una delle cupolette minori che fanno da stato maggiore alla principale. È grande e stupenda, ma nessuno la guarda; non s’ha tempo per guardare tutte le minuzie. Si corre al parapetto, si guarda nella piazza, è un formicaio. Si guardano le statue che sorgono in fila sul sommo della facciata: che moli! Piedi che non istanno sul tavolino dove scrivete; pieghe dei panni in cui si può nascondere un uomo; dita che paiono clave. V’è una chiave di San Pietro che a prima giunta si piglia per un’àncora di bastimento. I soldati scorrazzano da tutte le parti, chiamandosi e salutandosi dalla piazza al tetto, dal tetto alla cupola, ed esprimendosi la meraviglia con quel ridere allegro e quelle esclamazioni scherzose: — Che bagattella! — E chi vuol andare di qua, chi di là; si tirano, si spingono, si aggruppano, si sparpagliano, correndo, ridendo e chiacchierando, come i ragazzi nel cortile di un collegio, — ”Bisogna farsi coraggio,” dice uno, “e salire, perchè se non si va in paradiso questa volta, non ci si va più.” — ”Ma questa cupola par piccola,” ripeto al mio amico. E lui: “Guarda in cima.” L’ultimo terrazzino sotto la palla è pieno di soldati; o come mai si vedono così piccoli se son così vicini?
Su, alla cupola. Sali e gira e rigira, ecco una porta che dà sur una galleria; la galleria dà nell’interno della chiesa; mi affaccio, mi tiro indietro, ho paura che mi pigli la vertigine. “Guarda la sala del Concilio,laggiù in quella nave della chiesa,” mi dice il compagno. Guardo; “Ma come! là dentro stavano tutti quei vescovi? Ma se è grande come una scatola da tabacco!” Cosa sembrano gli uomini? Mi ricordo il detto del Guerrazzi: quello che sono, insetti. Intorno a quell’altarino di mezzo ce n’è uno sciame; sembrano una macchia nera che si muova. Guardo dietro di me, nel muro, e m’accorgo che quelle testine d’angiolo a mosaico ch’io vedeva di giù, starebbero bene sopra un par di spalle larghe quattro metri.
Si risale. Scale lunghe e diritte di cui si vede appena la sommità, scale a chiocciola dove per salire bisogna afferrarsi a una fune, scale di legno a zig zag, scale comprese fra due pareti curve dove bisogna camminare rotolandosi sulla parete più bassa; e daccapo scale dritte, e daccapo scale a chiocciola, e avanti, sudando, ansando e soffiando; ecco finalmente un raggio di luce, una porta, eccoci sulla sommità, ecco tutta Roma: oh che aria viva e leggera!
La prima esclamazione che mi colpisce arrivato là è d’un artigliere lombardo. —Madona!— egli esclama giungendo le mani —alter ch’el domm de Milan!
Si guarda giù, sul tetto della chiesa, dove si era poc’anzi: si vede una processione di formiche. La gente che passeggia per la piazza si discerne appena; le due grandi fontane sembrano due pennacchi bianchi agitati; le cupole minori della basilica, campanelle di quelle piccine, che si mettono sulle statuette dei santi. Tutta la città si abbraccia con uno sguardo. Subito danno nell’occhio le mura del Colosseo e delle Terme, nere e gigantesche. Le statue in cima alle colonne, le punte degli obelischi, le curve sponde del Tevere, il Pincio, la villa Borghesi, il Quirinale, San Giovanni Laterano, il Gianicolo, che sembra una collinetta di giardino, tutto si vede distintamente. Il giardino del Vaticano sembra un’aiuola. Il Vaticano un edifizio comune, coi cortiletti; è tutto chiuso e deserto. EccoMonte Mario. Ecco laggiù la campagna romana, nuda e sinistra; di qui debbono aver veduto il passaggio delle divisioni del Cadorna, compagnia per compagnia, cannone per cannone. Ecco Monterotondo, Tivoli, Frascati, Albano, e più a destra, lontano, quella sottile striscia luminosa, il mare. Roma! Roma! Benedetto nome che non s’è mai stanchi di dirlo; c’è qualche segreto in questo suono; Roma! Pare che sempre ce lo ripeta l’eco nell’orecchio: Roma! Eccola qui tutta....
Un soldato accanto a me guarda anch’egli Roma con aria pensierosa; pare che voglia dire qualche cosa, sorride, alza una mano, la batte sul parapetto:Finalment....
Sentiamo quel che vien dopo.
—Ghe semm!
Senti come l’ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto di scendere, agitando una mano: —Addio, addio, Roma!
E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi precipitosi e delle voci allegre.
Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d’un inno di guerra, dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a combattere. Ha molti punti di somiglianza collaMarsigliese. Ha un ritornello che comincia:Catholiques, debout!Ha una strofa che arieggia quella dell’inno francese:Entendez-vous dans ces campagnes, colla differenza che aiféroces soldatssono sostituitiles barbares. Ha un verso che dice:Viendront-ils nousPRENDRE(ci dev’essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo)nos églises, nosprêtres? E il verso dopo:Non, non, on n’y touchera pas. E altre amenità poetiche su quest’andare.
Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per ispirare nel popolo l’avversione al governo italiano, e per alimentare la diffidenza in quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede, manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti e desiderii italiani.
Questo fatto spiegherebbe pure l’astensione d’una parte del popolo dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma che nei villaggi della provincia.
A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di cose:
“Per me sono contentissimo;” rispose, e lo diceva sinceramente: “tutto va bene, non si potrebbe desiderare di meglio.” E poi a bassa voce: “Hanno rispettato le chiese, hanno lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come prima.”
“Oh curiosa! Ma credeva che si venisse qui a guastare il mestiere ai preti, lei?”
“Io?... nemmen per sogno.”
Certo che lo credeva, e con lui chi sa quanti, che all’entrare dei nostri soldati si saranno chiusi in casa e fatti dar delcodino. Ma ora che si son disingannati e rassicurati, non credo che saranno meno sinceramente Italiani degli altri.
Non ricordo in che villaggio, una donna del popolo fermò il primo ufficiale che vide, e gli disse con voce affannosa e supplichevole: “È una buona persona il nostro curato, glie l’assicuro; è un galantuomo; non gli dispiace mica che vengano i soldati del Re; non gli facciano nessun male, lo dica ai soldati, ci faccia questa carità....”
Quella donna credeva fermamente che il mandato dell’esercito italiano fosse difar la festaai preti, come diceva don Abbondio. Ora lamentatevi, se vi pare, ch’essa non abbia messo fuori della finestra la bandiera tricolore.
Passava un drappello di seminaristi, per una via di Nepi, poco dopo che v’erano passati i soldati. Un popolano, accennandoli, disse in tuono burlesco: “Ora.... quelli là.... è finita....” E mi guardava.
“Perchè finita?” gli domandai.
“A questi lumi di luna....”
“Ma che lumi di luna! I seminarii e i seminaristi seguiterete ad averli; ce li abbiamo anche noi, e ce li avremo sempre.”
Fece un atto di sorpresa, e poi domandò: “In Italia? Ce li avete anche voi in Italia?”
“Sicuro.”
“E passeggiano per le strade?”
“Passeggiano per le strade.”
“E nessuno gli dice nulla?”
“E cosa volete che gli dicano?”
C’era da perdere la pazienza; mi ripugnava quasi di credere a tanta ignoranza.
In una via remota di Roma, poco dopo l’entrata dell’esercito, si vide un vecchietto che all’aria, doveva aver avuto una tal paura delle cannonate da perdere il lume della ragione. Alla paura delle cannonate gli era poi sottentrata la paura delle dimostrazioni. Passavano alcuni giovani cantando e sventolando bandiere. Non avendo più tempo di fuggire, credette di dover far l’Italiano per non essere accoppato. Cominciò collo sforzarsi a sorridere, e poi, raccolto tutto il suo coraggio, gridò con una voce da moribondo: — Accidenti ai preti!
Le bricconate fatte per viltà sono più rivoltanti di quelle fatte di proposito. Uno dei giovani del drappello lesse nel viso al vecchio e gli disse con pigliosevero: “Per essere Italiano non c’è mica bisogno di dir delle insolenze ai preti, sapete!”
Il vecchio rimase attonito.
“Non ce n’è proprio bisogno,” soggiunse il giovane allontanandosi e continuando a guardarlo. Il povero Italiano fallito non profferì più parola. Anche a lui, certo, era stato dato a credere ilviendront-ilsdegli zuavi.
Un oste, all’apparir dei soldati, s’affrettava a nascondere certi palloncini da luminaria su cui era scritto:W. Pio IX. Un ufficiale lo sorprese, e gli disse:
“Lasciate quella roba dove si trova.”
“Ma io....”
“Lasciatela.”
“Ma io non son mica per il Papa; io son per lor signori.”
“Ma per esser per noi, non c’è mica bisogno di rinnegare il Papa!”
“Ma questa roba....”
“Ma questa roba vi potrà ancora servire, e tra poco, speriamo, perchè le cose s’aggiusteranno.”
“Lei dice bene.”
“E voi facevate male.”
Del resto, i preti mostrarono di non aver le paure che s’adoperavano a mettere negli altri. Mentre nelle vie dei villaggi la buona gente tremava per la loro vita, essi, dalla finestra, assistevano tranquillamente al passaggio dei reggimenti, e molti non abborrivano dall’onorare d’un cortese saluto gli ufficiali a cavallo.
Un solo frate mostrò d’aver paura dei soldati, e fu vicino a Civita. Veniva innanzi con un somarello verso un battaglione di bersaglieri, pallido e tremante, e giunto a pochi passi dai primi soldati, si fermò e giunse le mani in atto di chieder grazia. —Fa nen ’l farseur— gli disse un caporale. Gli altri gli domandarono notizie del Santo Padre. Qualcuno gli offrì del pane. Rassicuratosi, pareva matto dalla contentezza.
E non mancarono i preti che accolsero festevolmente i soldati. A Baccano un prete e un frate stettero a veder sfilare sei battaglioni di bersaglieri sulla porta del convento, sereni e ridenti ch’era un piacere a vederli. Tutti i soldati, passando, dicevano qualche cosa all’uno, all’altro.
“Si va a Roma, reverendo.”
“Dio v’accompagni!”
“Senti! È dei nostri!”
Il prete si mise una mano sul cuore.
— Viva! viva! si gridò dalle file. E il frate e il prete ringraziarono.
Non ho sentito mai, nè altri può affermare d’aver mai sentito, un soldato dire una parola sconveniente ad un prete. Scherzi, sì; ma urbanissimi, e condonabili sempre alla gaiezza del soldato. Se l’Unità Cattolicaosservasse che è inurbanità il dirigere la parola a chi non si conosce, le si potrebbe rispondere che nessuno obbligava i preti a mettersi alle finestre o a piantarsi sull’uscio della casa parrocchiale quando i reggimenti passavano. Se vi stavano, vuol dire che ci si divertivano; non so se ci sarebbero stati quando fossero passati gli zuavi.
Nei primi due giorni non si videro in Roma nè preti nè frati, o almeno pochissimi. Ma non si può dire che stessero nascosti per timore: qual ragione di temere i nostri soldati a Roma più che nella provincia? Stavan chiusi, si capisce, per non aver a prendere parte, neanco come spettatori, alle dimostrazioni del popolo. Tuttavia, ripeto, alcuni se ne videro anche il primo giorno, e passavano in mezzo alle bandiere e alle grida, sicurissimamente, come in casa propria, senza esser nemmeno guardati. E sì che le vie di Roma, stando a quello che scrisse don Margotti, eran piene difacinorosi, ditigri assetate di sanguee didonne di mala vita, tutta gente, come diceva l’oste milanese dellaLuna piena, latina di bocca e latina di mano.
La mattina dopo il 20, venendo dal Campo Vaccino sul Campidoglio, la prima cosa che vedo, in cima a una delle grandi scale che danno sulla piazza, è un gruppo di bersaglieri e di frati che se la discorrono fraternamente, seduti sugli scalini. I bersaglieri mangiavano; due o tre frati rivolgevano tra le mani una gamella, guardandola di sopra e di sotto; altri tenevano in mano un pane di munizione; altri osservavano con molta curiosità i cappelli piumati appesi al muro. Ci fosse stato un fotografo! Parevano amici vecchi. A un bersagliere che scendeva domandai: che cosa dicono i frati? —So’ chiù etaliani de noautri, — mi rispose ridendo.
La sera, per le strade, se ne videro molti. Ce n’era di tutti i colori: bianchi, neri, bigi, cacao. Alcuni erano accompagnati da soldati. La gente guardava e rideva. Era infatti una mescolanza così nuova e strana, che pareva di sognare. E il modo con cui andavano assieme! Come fosse la cosa più naturale del mondo, come fossero stati insieme sempre: discorrevano di politica.
Passando in certe strade remote, i soldati vedevano qua e là sparire delle tonache e chiudersi degli usci. Da certe finestre spuntavano visi di reverendi rannuvolati, guardavano intorno come per consultare il tempo, e sentite grida o musiche lontane, richiudevano le imposte. Altri uscivano in fretta da una porticina, si arrestavano a un tratto, come le lucertole, a spiare in giro, e poi via rasente il muro a lunghi passi. Per certe strade quiete e deserte pareva di sentire dei fruscii misteriosi, come di notte per gli anditi delle chiese e delle sagrestie.
Qualche prete, attraversando in fretta via del Corso e travedendo qualche nuova uniforme, si fermava in un canto, fuori della folla, per vedere che bestia fosse. Ne vidi due che sbirciavano da lontano due carabinieri in tenuta di parata. Lo guardarono dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa, e poi si consultaronol’un l’altro tacitamente, stringendo le labbra coll’aria di dire: — Che roba è?
Curiosità n’avevano, certo; ma non guardavano mai diritto. Passando accanto ai soldati, lanciavano occhiate di traverso, rasente il cappello, al di sopra della spalla, tra le dita della mano, o facevano scorrere due dita intorno al collo come per allungarsi il collare, tanto per aver agio di voltare la faccia senza parer di guardare.
Lasciamo gli scherzi; debbono aver detto in cuor loro: — Qual differenza dai nostri zuavi!
Chi avesse visto in viso quei due cardinali, di cui non ricordo il nome, che passarono in carrozza dinanzi ai bersaglieri, presso Castel Sant’Angelo, poco dopo ch’era stato ordinato alle truppe di render loro gli onori come ai principi del sangue; chi avesse visto il sorriso che fecero quando si videro presentare le armi, lo sguardo benigno e gentile che girarono sui soldati, e l’atto di ringraziamento con cui accompagnarono lo sguardo, e la serena e lieta dignità con cui si ricomposero dopo quell’atto; chi li avesse visti avrebbe giurato che un sorriso, uno sguardo e un atto così, quei due cardinali non lo avevano mai fatto ai loro bene amati campioni.
E cardinali, e preti, e frati, se v’era fra loro chi credesse a quello che le femminucce di Civita e di Nepi credevano, e quanti Romani cattolici trepidavano per le chiese e pei sacerdoti, debbono essersi tutti solennemente e irrevocabilmente ricreduti. Sentivano dire che i soldati italiani erano barbari, e non li hanno visti torcere un capello a un reverendo; ch’erano empi, e li hanno veduti affollarsi nelle chiese a baciare i piedi dei santi; ch’erano vandali, e li hanno visti pagare ogni cosa a soldi sonanti, e regalare le pagnotte ai frati; ch’erano licenziosi e insolenti, e hanno sentito dire dai popolani: — Che rarità di soldati son questi che non dicon nulla alle donne! — Volere o nonvolere, un grande edifizio di menzogne è caduto, e perdio, si potrà raccoglierne i ruderi, ma non si rifabbrica più.
Quante conversioni politiche hanno fatto i nostri soldati!
Quanto poi ai preti e ai frati, io avrei voluto leggere nel loro cuore la sera del 20 settembre. Se è vero che la meravigliosa dimostrazione di Roma, tanto superiore a ogni previsione e a ogni speranza, abbia più che commosso, sopraffatto e sbalordito nella corte pontificia i più fieri e ostinati nemici d’Italia, che non avrà potuto di più sul cuore dei molti in cui la convinzione era fiacca e la nimicizia determinata solamente dall’interesse? Quelle pochefibre italiane, che il conte di Cavour non voleva credere morte neanche nel cuore del Papa, debbono essersi scosse nel loro cuore la sera del 20 settembre. Le grida e i canti del popolo debbono essere risonati nelle celle silenziose dei monasteri, come un avvertimento, come un consiglio, come un rimprovero. Molti debbono aver invidiato dal più profondo dell’anima quella gioia; debbono aver rimpianto di essersi ridotti in condizione da non poterla godere; alcuni, forse, tendendo l’orecchio alle musiche lontane, debbono aver provato un sentimento di tenerezza mesta ed amara, debbono essersi ricordati di avere una patria, debbono aver sentito che l’amavano; debbono aver profferito in segreto il suo nome, debbono averla invocata, debbono aver domandato con sincere lacrime a Dio che ispirasse nel cuore del Pontefice il bisogno di riconciliarsi con lei, di riconoscerla, di benedirla, di troncare con una parola generosa la guerra insensata che in mezzo a tanta gioia e a tanto affetto li condannava alla solitudine e all’abbandono come rinnegati o stranieri.
“Andiamo alle terme di Caracalla.”
“Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo.”
“E attraversare il Campo Scellerato.”
“E veder l’arco di Giano.”
“E la Cloaca Massima.”
Niente di meno! Ponete d’essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c’è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.
Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c’era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.
— Vi faranno più impressione del Colosseo, — ci aveano detto molti. Noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n’aveva fatta moltissima, e perchè l’idea prosaica che in fin dei conti le terme erano unostabilimento di bagni, come si diceva scherzando, ci teneva in freno l’immaginazione.
Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand’era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere dall’acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l’imperatore tuffarsi nellanatatoriain mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti icrines suppositi, e ungere le membra d’unguento.
— Le terme, signori, — dice a un tratto il cocchiere.
Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s’apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice: — Qui v’erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico. — Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi, ci siamo.
Guardiamo un pezzo in silenzio.
Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v’è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l’edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v’è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al muro v’è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.
— Qui c’era un grandioso porticato, — dice uno. Non ve n’è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell’edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.
Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l’esterna campagna. Alte e leggere vôlte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d’arco prolungatie sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all’alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall’uscita forzata di un corpo più grande, e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d’ogni forma, e incavature larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dell’antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l’erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.
Si guarda e si pensa. È tristo, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l’intero edifizio. Quegli avanzi non bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll’occhio la curva d’un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d’un andito, e il profilo d’un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le proporzioni, e colle proporzioni l’effetto, che sarebbe immenso, dell’assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d’una musica lontana, che s’indovina e non si gusta. — Se ci fosse qualcosa di più, — si pensa; — se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancoraquell’atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! — E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è troncata a metà. Si vede l’imboccatura d’un andito: diavolo, dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l’occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po’ di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l’edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l’acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l’occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l’immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla, ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d’aver molto guardato.
E il pensiero s’immerge nel passato.
Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l’Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all’ebbrezza dei piaceri. L’aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillantidi perle. Dall’acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull’orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie; e s’odon le voci dei poeti che declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell’edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s’incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le ricchezze del mondo.
Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po’ d’erba selvatica, e silenzio.
Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante, trasvolando, con un’occhiata, a traverso un velo!
Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll’avviso: — È proibito di fumare. — Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria.
Eravamo nell’ultima sala, o campo (chè non v’è più tetto) quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce: —Veni cà.
Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d’un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva all’intorno.
Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l’eco gridando dei comandi militari. Più in là v’era una signora con un ufficiale.
Salimmo anche noi dov’era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scalalarga e comoda; ma infinita. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l’ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz’altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s’innalzassero a misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d’esser saliti tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte dell’edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i desertiprati del popolo romano, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato acquedotto.
Si scende, si torna verso l’uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz’erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V’hanno delle teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d’imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d’ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine, danno a quel luogo qualcosa dell’aspetto d’un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V’è fra le altre cose, una maninadi donna colle dita tronche e un po’ di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami. È singolare: desta quasi un sentimento di pietà.
Uscimmo senza parlare. Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in città ci parve d’entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana impressione che m’aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: — Tutto è passato!
Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.
Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come muggito di mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l’altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incantouna parte. Turbe di popolo che tenevan tutta la strada si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell’arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo a mezz’altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialzi del terreno v’era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell’arena v’era un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua superficie di volti e disìattaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell’anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida si levavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano più bella e più solenne la festa.
Ecco Mattia Montecchi.
Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo ed altissimo evviva.
Il vecchio patriota romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:
— Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria....
S’interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio:
— .... Io ti saluto!
L’ultima sua parola muore in un singhiozzo; eglisi copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.
La folla manda un grido d’entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.
— Silenzio! silenzio!
Il Montecchi rincomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell’oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.
— ..... Il potere temporale del Papa, — egli esclama, — è caduto!
Applausi vivissimi.
— È caduto nella polvere! — grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva e si agita al disopra delle teste.
— È caduto per sempre! — ripete il Montecchi.
— Nella polvere! — ripete in accento imperioso la voce di prima.
— Silenzio! silenzio!
— La caduta del potere temporale dei papi, — il Montecchi prosegue, — è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!
Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni: — Dalla storia della civiltà!
Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge: — Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.
— Della civiltà! — ripete il giovane.
— Della civiltà, — aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza. — Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo....
— Viva l’Italia!
— ..... I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà....
— Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
— Viva! ma prego.... lasciatemi continuare....
— Viva Montecchi!
— Vi ringrazio.... fate un po’ di silenzio.... Bisognava eleggere una Giunta.... Noi avremmo voluto che il popolo facesse l’elezione in modo regolare, colle schede, coi voti.... Ma non v’era più tempo.... abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano....
— Bravo! Viva!
— .... Al popolo romano, e di facilitargli l’opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici....
— Benissimo!
— Un momento.... Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro. Bisognerà dunque limitarsi ad approvare o disapprovare l’elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano ugualmente accette a tutti. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest’uno avrà parlato, state bene attenti....
— Viva Vittorio Emanue.... — grida all’improvviso una voce acuta.
— Silenzio! Smetti! non è il momento! — si mormora da ogni parte.
— Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re! — grida l’entusiasta importuno ad uno dei suoi interruttori.
— Ma chi ti dice ch’io non voglio che si gridi viva il Re? Dico che non è il momento.
— Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!
— Ma senti che bestia!
— Ma guarda....
— Silenzio! — grida il Montecchi; — accordatemi ancora qualche minuto d’attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a’ voti l’elenco, nella sua totalità, s’intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello....
Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.
— No! no per ora! — grida il Montecchi; — ve lo leverete poi; come volete approvare adesso l’elenco se non v’ho ancora letto i nomi?
Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.
Il Montecchi: — Vi prego.... un po’ di silenzio.... pochi momenti ancora.... Chi intenderà di approvare l’elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che viene qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l’unica maniera di far presto e bene. Se per leggieri dissensi su questo o quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.
Vivi applausi. — Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
— Viva!... Ora vi prego per l’ultima volta.... un po’ di silenzio.
Uno di que’ che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.
— Tien giù quella bandiera! — gli grida il vicino.
— Ma è la bandiera nazionale, sai! — risponde l’altro sdegnato.
— Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?
— Guarda il prete!
— A me prete?
— Silenzio! si grida all’intorno.
— Leggerò i nomi, — ripiglia il Montecchi; — state attenti; ma ve ne riprego, non m’interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po’ di pazienza....
— Legga! Legga pure!
Un profondo silenzio si fa per tutta la folla.
Il Montecchi legge: — Tale dei tali.
Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.
— Tale dei tali.
Vivi applausi, il popolo è ben disposto, l’affare va bene.
— Tale dei tali.
Uno scoppio d’urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d’inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell’affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.
Finalmente alza una mano.
— Silenzio! Silenzio! — si grida dalla folla.
— Signori!.... — comincia il Montecchi con un filo di voce; — vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l’elenco, abbiate un po’ di pazienza ancora....
— Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga! Lasciatelo leggere!
Il Montecchi legge: — Tale dei tali.
Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.
— Abbasso! Abbasso! — grida la folla.
— No, viva! viva! — alcuni rispondono.
— Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! È passato il tempo! Abbasso! Abbasso!
Il Montecchi: — Prego....
— Abbasso i mercanti di campagna!
Il Montecchi con voce semispenta: — Prego, non discutano i nomi....
— Non si discute! Non si discute!Se dice per di’ che so’ mercanti de campagna!
Scoppio d’applausi.
— Non discutano, prego....
—Hanno fatto massacrare ’l popolo romano!
Applausi fragorosissimi.
— ..... Ma prego....
—Non li volemo!
— .... Un po’ di silenzio....
—Non li volemo!
Cento voci assieme: — Parliamo uno alla volta, perdio!
Il fracasso è assordante, la folla agitatissima; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.
A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po’ di mormorio.... Sia lodato il cielo, l’elenco è finito!
Vivi applausi.
Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.
Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.
— Ora chi parla? — Chi vuol parlare? — Parla tu. — Il tale ha detto che parlerà. — No, parla quell’altro. — Parliamo noi. — Parlino loro. — Zitti! parlano.
A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.
— Silenzio! Silenzio!
Si fa un generale silenzio e si ode una voce incerta e sottile:
— Io piglio la parola in un momento solenne....
Un rumore improvviso da una parte dell’anfiteatro copre la voce dell’oratore.
— ....Io piglio la parola in un momento solenne....
Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l’oratore si volta bruscamente: — In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?
Segue un diverbio, il Montecchi s’intromette, l’oratore ricomincia a parlare.
— Forte! Forte! — grida la folla.
— Salga su! gridano i membri della Commissione. Venga qui sul pulpito! si farà sentir meglio!
E tutti insieme pigliano l’oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. È un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. È stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.
— Silenzio!
Egli parla.
Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.
— ....Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed augusto ricinto. Essi dimostrarono con ciò che d’ora innanzi gl’interessi del popolo non saranno più abbandonati agl’intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!
Scoppio d’applausi.
— Non si scherza, — bisbiglia il popolo. — Le canta chiare. — Non ha paura di nessuno.
L’oratore prosegue: — ....In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli....
Violente interruzioni: — Alla questione!
L’oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano: — Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi....
Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta. — Alla questione! — Nonvolemoprediche! — Le prediche so’ finite! — Non abbiamo bisogni di lezioni!
L’oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.
Una voce stentorea si alza al di sopra di tutte le voci, e fa voltare tutte le faccie:
— La cosa è chiara! L’elencono’ cepiace!Non volemoliberali del momento,non volemoliberali di occasione....
Applausi fragorosi.
—Volemogente provata, patrioti schietti, chece se veda chiaronella vita loro!
Applausi fragorosi.
E la voce con nuovo e più formidabile sforzo: —Non volemo mercanti de campagna!
Terza salva d’applausi.
— Va’ a parlar tu! — Va’ sul pulpito! — Fa’ valere le nostre ragioni! — Va’! — Presto! — Su!
Il fortunato oratore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l’uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pésto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.
Ecco tutto quello ch’io vidi.
Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l’andarmene, e poi presi un partito fra i due; salii sur un rialzo del terreno accanto all’arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib,mi misi a fare della poesia inutile, guardando il Colosseo. — Le solite grida — pensavo — la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sonogrida di libertà, e basta perchè a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi déstino nell’anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall’amor di patria. — Viva il Re — viva la libertà — viva l’esercito — ....nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!
E giravo l’occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov’ero.
— .... Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo! — ho sentito dire; — che vi può dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo: — Sì....
In quel punto uscì dall’anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.
— Sì..., ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare un Re Eletto ed amato; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell’eguaglianza, ora convengono gli uomini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll’anima lieta e serena: e vi par poco codesto? Vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?
Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all’orecchio.
E poi una voce distinta: Viva la libertà!
— Ah! — io esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere; — Consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl’Imperatori!
In quel punto vi batteva su il sole, e tra arco e arco si vedeva dentro un concitato sventolío di bandiere.