III.

Il Monumento.Il Monumento.

Il Monumento.

Il breve tragitto dalla stazione di Vittoria al palazzo di Cristallo offre la varietà d’un lungo viaggio. Si passa prima in mezzo ad altri treni rapidissimi sur un largo ponte, che è come una piazza sospesa sul Tamigi, sulla quale le rotaie s’incrociano tanto fitte da presentare una superficie quasi continua di ferro. Si passa accanto al grande parco di Battersea. Poi è un seguito di stazioni, di gallerie, di opifici circondati da centinaia di case d’operai, che formano come dei villaggi dentro la città: tutte le case d’una sola forma e d’un solo colore, ciascuna col suo piccolo orto, e sciami di bambini da ogni parte. Poi altri parchi, ossature di edifici enormi, abbozzi di piccole città che saranno finite e popolate fra mesi, magazzini, giardini, castelli, cimiteri, e fin dove arriva la vista, grandi mucchi di materiali da costruzione che predicono altre città di là da venire. Sotto itunnel, sulle travi delle tettoie, fin sui comignoli, fin sugli alberi, fin sulle prode della via, una prodigiosa diffusione di annunzi ciarlataneschi, che fanno a soverchiarsi l’unl’altro come grida di venditori in un mercato, e danno al luogo l’aspetto fantastico d’un bazar che copra una intera provincia.

Chiesa e Piazza di San Paolo.Chiesa e Piazza di San Paolo.

Chiesa e Piazza di San Paolo.

Finalmente si vede sulla cima d’un colle la mole enorme del palazzo di cristallo, che mostra a tutta la contea di Kent la maestà delicata delle sue vôlte trasparenti.

Dentro, è una sola immensa sala, un piccolo mondo. A primo aspetto non si raccapezza nulla. Da un cortile si riesce in un caffè, da un caffè in un bazar, da un bazar in un giardino, da un giardino in un museo. In mezzo ai cipressi, agli allori, agli aloè, alle palme, a tutte le piante pompose della zona torrida, allungano il collo le giraffe e levan la testa le statue di Michelangelo. Fra le sfingi d’un cortile egiziano, si vede lontano una casa greca col gruppo di Laocoonte e la Venere di Milo. Dalla casa greca s’entra in una casa romana, di qui si sprofonda lo sguardo nelle stanzine misteriose dell’Alhambra, e dall’Alhambra si vede dentro il cortile d’una casetta di Pompei. S’esce, si passa in mezzo a gruppi di leoni e di tigri che s’addentano, fra due file di aquile e di pappagalli, e si riesce in un cortile bizantino, dal quale, per una sfilata di porte, si vede un cortile d’una casa del medio evo, la sala d’un palazzo del Rinascimento, la cappella d’una chiesa gotica. Si va oltre fra i monumenti sepolcrali, le fontane, le porte istoriate, e tutti i capolavori della scultura moderna, e si giunge in mezzo a una folla di gente alla porta d’un teatro dove si rappresenta ilTrovatore. Un po’ più oltre, da un lato si vede un’orchestra capace di tre mila artisti, sotto una mezza cupola, larga due volte quella della cattedrale di San Paolo; e dal lato opposto un palco scenico dove un professore dà lezione di matematica. Si passa davanti a teatri di commedia, a camere oscure, a circhi, si entra in un labirinto di grandi bazar in forma di templi e di chioschi, nei qualisono esposti i più splendidi prodotti dell’industria di tutti i paesi, dal Cairo a Birmingham e da Parigi a Pekino. Si trascorre per corridoi di biblioteche, in mezzo a lunghe file di pianoforti, di carrozze, di mobili, di vasi di fiori, e si va a smarrirsi fra gli alberi e le caverne d’un bosco popolato di stivaggi d’Africa e d’Oceania, sparsi alla caccia delle fiere, o raccolti a famiglie intorno ai focolari, o appostati dietro i sassi nell’atto di pigliarci di mira colle freccie. Si va su per una scala: ci si allungano davanti gallerie a perdita d’occhio, dove si possono far delle miglia in mezzo ai quadri ad olio, agli acquerelli, alle fotografie, ai busti d’uomini celebri. E sopra queste, altre gallerie amillegiri, dalle quali, guardando fuori, si abbraccia con un colpo d’occhio la bella campagna della contea di Kent, e guardando giù, tutto quel fantastico giro di sale, di giardini, di cortili, di teatri, di trattorie; la gente che sale, scende, e s’affolla ai teatri, e sparisce e riappare in mezzo alle piante e alle statue; e su quella prodigiosa varietà di forme, di colori e di spettacoli, su quel compendio di mondo sul quale s’incurva un cielo di cristallo, la luce del sole che irrompe e saetta da tutte le parti, gettando iridi, lampi e sprazzi di scintille d’argento lungo le pareti e le vôlte azzurrine.

Tornando a Londra mi seguì un caso che mi fece rimpiangere amaramente di non sapere l’inglese. Nel vagone c’era un signore che fumava la pipa: io accesi l’ultimo sigaro virginia d’una reliquia di mazzo che avevo portato da Parigi. L’avevo appena acceso, quando entrò una signora. Io faccio un atto come per domandarle se il fumo le dà noia; essa mi risponde qualche parola in inglese, che dall’espressione del suo viso mi pare che significhi:—Sì, mi dà noia.—Raccolgo tutta la mia forza di sacrificio e buttovia il sigaro dal finestrino. Non era ancora cascato in terra che l’uomo della pipa mi afferra il braccio e mi fa capire in francese che la signora aveva risposto cheanziil fumo le piaceva. Io guardai il finestrino, la mia mano vuota, la signora che rideva, evenni men così com’io morisse.

Arrivato a Londra, andai all’abbazia di Westminster, laSanta Crocedell’Inghilterra.

Entrando in quella chiesa, se si fosse soli, si chinerebbe la fronte sul lastrico.

Un Panteon di quella natura è un immenso argomento di marmo in favore dell’immortalità dell’anima.

Appena entrati, si alzano gli occhi agli altissimi archi acuti delle vôlte, poi si girano sul popolo di statue che ne circonda. Là gli uomini grandi sono accalcati, si pigiano, si nascondono. Fatti i primi passi, s’incontra Pitt, Palmerston, Robert Peel: avanguardia degna della legione. In un canto, Pasquale Paoli. I simulacri delle glorie supreme sono frammisti a quei delle glorie minori, e invece di oscurarle, le irradiano. È un Panteon divinamente democratico. I grandi principi dormono accanto ai grandi poeti. Vicino a Shakespeare v’è un pedagogo: Andrea Bell. Vicino a Newton, un portabandiere. Fra due ammiragli vittoriosi, Garrick, l’attore, che si presenta fra le cortine del palco scenico col sorriso sulle labbra. Fra una folla di ciambellani, di abati e di ministri, fra i quali si passa indifferenti, s’incontrano le immagini care e gloriose che fanno battere il cuore, come amici ritrovati in un paese sconosciuto: Gray, Milton, Goldsmith, Thomson, Thackeray, Addison, e l’ultimo, amato e compianto come i più grandi, Carlo Dickens. In mezzo ai capitani famosi che insanguinarono il mare e la terra, splende la gloria intatta e serena dei grandi benefattori: gli apostoli dell’abolizione della schiavitù; Hanway, il filantropo; Wintringham, il medico; James Watt, l’inventoredella macchina a vapore. Accanto alla grandezza sfolgorante del genio, la grandezza austera delle anime integre, dei caratteri indomabili, delle lunghe vite spese in lavori pazienti e in sacrifizi ignorati. Ma che diversi pensieri in quelle cappelle rivestite di meravigliosi ricami di pietra, dove si cammina fra i sepolcri dei principi, fra i ricordi della potenza e delle sventure di sette schiatte di re! Se tutto il sangue che fece spicciare il pugnale o la scure dalle vene della gente sepolta fra la tomba di Enrico VII e quella di Edoardo il Confessore, si spandesse tutto a un tratto nel santuario, non rimarrebbe un palmo di marmo senza macchia. Maria Stuarda, Lord Stafford, il marito di Anna, duchessa di Somerset, decapitati; Tommaso Tyrme, assassinato; Aymer di Valenza, conte di Pembroc, assassinato; Tommaso di Woodstock, duca di Salisbury, assassinato; Riccardo II, assassinato; Edoardo V e il fratello duca di York, gli sventurati figli di Edoardo, assassinati; il duca di Buckingam, assassinato: Spencer Perceval, cancelliere del tesoro, assassinato; Nicola Bagenall, soffocato nella culla dalla nutrice. Dopo fatto il giro delle cappelle, colsi un momento che il custode guardava da un’altra parte, per sedermi sul vecchio trono dei re di Scozia; e poi battei la mano sulla pietra dove il patriarca Giacobbe posò la testa quand’ebbe la visione divina.

Chi non ha visto piovere a Londra, non ha visto Londra; ed io ebbi questo piacere la mattina che andai a vedere iltunnelsotto il Tamigi. Capii allora come con quel tempo, si possa esser presi dalla tentazione di tirarsi una pistolettata. Le case sgocciolano, come se sudassero; l’acqua non par che scenda soltanto dal cielo, ma che trapeli dai muri e dalla terra; i colori cupi delle case diventan più cupi, e pigliano un’apparenza oleosa; le imboccature deivicoli sembrano imboccature di grotte; tutto par sucido, logoro, muffoso, sinistro; l’occhio non sa dove rivolgersi, che non incontri qualcosa di sgradevole; si senton dei brividi che fan l’effetto dell’assalto improvviso d’un malanno; si prova un senso molesto di stanchezza, un’uggia d’ogni cosa, una voglia inesprimibile di sparire come un lampo da questo mondo noioso.

Mentre pensavo queste cose, sparii davvero dal mondo, scendendo per una scala a chiocciola illuminata, che si sprofonda nella terra, sulla riva destra del Tamigi, di fronte alla Torre di Londra. Discesi, discesi, fra due pareti fosche, fin che mi trovai dinanzi all’apertura rotonda del gigantesco tubo di ferro, che ondeggia come un gran budello nel ventre enorme del fiume. L’interno di questo tubo si presenta come un corridoio sotterraneo, del quale non si vede la fine. È rischiarato da una fila di lumi a perdita d’occhio che mandano una luce velata, come lampade sepolcrali; vi è un’aria nebbiosa; vi si va per lunghi tratti senza incontrar nessuno; le pareti sgocciolano come i muri d’un acquedotto; l’intavolato si move sotto i piedi come il palco d’un bastimento; il passo e le voci della gente che viene incontro, mandano un suono cavernoso, e si sentono prima che la gente si veda; le persone, da lontano, paiono grandi ombre; v’è in fine non so che di misterioso che senza far paura mette in cuore una vaga inquietudine. Quando poi si è giunti nel mezzo, e non si vede più fondo nè di qua nè di là, e regna un silenzio di catacomba, e non si sa quanta strada rimanga da fare, e si pensa che s’è giù nell’acqua, nella profondità oscura del fiume dove spirano i suicidi, e che sul nostro capo passano i bastimenti, e che se s’aprisse una crepa nella parete, non si avrebbe più il tempodi raccomandar l’anima a Dio, in quel momento, oh come par bello il sole!

Credo che avevo fatto poco meno d’un miglio quando arrivai all’opposta imboccatura sulla sinistra del Tamigi; salii per una scala gemella di quell’altra, e riuscii davanti alla torre di Londra.

Questi monumenti esecrabili della crudeltà e della sventura umana mi ispirarono sempre una ripulsione più forte della curiosità; ma ricordando i nomi di coloro che morirono fra quelle mura, mi sentii forzato ad entrare. Appena passato il primo recinto, le memorie terribili si affollano. Il castello, costrutto in forma di pentagono, è sormontato da otto torri, ognuna delle quali rammenta un prigioniero famoso e una morte miseranda. In una furono assassinati i figli di Edoardo IV, in un’altra assassinato Enrico VI, in una terza annegato dentro una botte il duca di Clarence, fratello di Edoardo VI. Nella torre delle campane fu chiusa la regina Elisabetta; in quella di Beauchamp passò gli ultimi giorni della sua vita Anna Bolena; in quella dei Mattoni, Giovanna Grey. Fatti pochi passi, si giunge nella piazzetta dei supplizi segreti, dove, fra le molte altre vittime, Giovanna Grey fu decapitata. Poco distante è la piccola chiesa dove sono sepolti Anna Bolena, Roberto Devereux, Caterina Howard, e altri che furono avvelenati o pugnalati o strozzati nelle segrete. Il castello, nudo e lugubre di fuori, è anche più triste dentro. Le scale, strette e schiacciate dalle vôlte, conducono in grandi sale squallide, in lunghi corridoi semi-oscuri, in celle sinistre, in quei sepolcri di gente viva dove si stracciarono i capelli e batterono il capo nelle pareti tanti infelici impazziti dalla disperazione. La mente si distrae per poco da quei pensieri in mezzo alle splendide armature dei re e dei principi, raccolte nelle sale a terreno;e poi vi ricade, al veder l’orrenda segreta dove Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta, languì dodici anni; la scure e il ceppo ancora macchiato di sangue, dove fu troncata la testa a centinaia di prigionieri della Torre; gli strumenti ancora intatti, coi quali si straziavano le carni e si stritolavan le ossa, senza dare la morte. Grida che sfuggono ad una creatura umana soltanto insieme alla vita, gemiti che fanno inorridire, atteggiamenti, parole supplichevoli che lacerano il cuore, e resistenze sovrumane di gente che non vuol morire, si sentono e si vedono col pensiero, vivissimamente, girando pei recessi di quell’edifizio maledetto.

In una sala appartata, sotto una grande custodia di vetro, difesa da una rete di ferro, si vede un mucchio di scettri, di diademi e di braccialetti che abbarbagliano come un raggio di luce elettrica: sono i diamanti della Corona d’Inghilterra, che presentano tutti insieme il valore di settantacinque milioni di lire.

All’uscire della Torre di Londra, vidi per la prima volta in una birreria un ubbriaco digin. Mi fece orrore. Non credevo che l’ubbriachezza potesse trasfigurare un uomo in quella maniera. I nostri ubbriachi di vino, o smodatamente allegri o cascanti di sonno, sto per dire che sono gradevoli a vedere in confronto di quegli uomini colla faccia stravolta e convulsa, coperta di un pallore mortale, con un’espressione di malato e di pazzo, e gli occhi spalancati e fissi come occhi di cadaveri. E si vedono quei disgraziati, così ridotti, bere ancora a gorgate quel liquore tremendo, stramazzare come gente fulminata, picchiare sconciamente il capo nei muri e nei tavoli, e insanguinarsi il viso; e i presenti assistere alla scena ridendo.

La Torre di Londra.La Torre di Londra.

La Torre di Londra.

Ma una vista che per le strade e nei parchi di Londra mi compensava del brutto spettacolo degli ubbriachi, era la vista dei bambini, quei cari bambini inglesi che godono meritamente la fama di essere i più gentili e i più freschi del mondo. Dal color d’oro della lira sterlina fino al biondo cinereo della seta più chiara e della fresca barba d’una pannocchia di gran turco, si vedon capelli di tutte le sfumature di biondo, cascanti in larghe onde lucide che mettono la tentazione di darci una forbicciata passando. Guancine poi di tutte le gradazioni del color di rosa, dalle foglie pallide che vestono il fiore alle piccine voluttuose che fanno all’amore col pistillo; boccuccie purpuree da far meravigliare che gli uccelli non se le becchino; pupille celesti e candori da metter vergogna ai putti che svolazzano intorno alle Concezioni del Murillo. Se non ho portato via unabracciata di questi bimbi, è proprio perchè non li sapevo dove mettere. Ma non ebbi la forza di resistere a un’altra tentazione. Un giorno, nel Green-Park, ne agguantai uno che mi passò a tiro, gli schioccai tanti baci da levargli il fiato, e rendendolo alla bambinaia che era accorsa per salvarlo, feci un atto supplichevole come per dire:—Mi scusi, ne avevo bisogno.

I bimbi mi fanno ricordare della celebre esposizione di figure della signora Tussaud. Non mi pentii d’esserci stato; ma n’ebbi un’impressione quasi più penosa che gradita. Appena entrato, mi trovai dinanzi al cadavere di Napoleone III, steso sul letto in grande uniforme, di maresciallo, così mirabilmente imitato, che provai repugnanza ad avvicinarmi. Mentre lo guardavo, vidi colla coda dell’occhio un signore accanto a me che faceva un atto di dolore; mi voltai, lo guardai fisso, e detti indietro con raccapriccio: era il Pietri—di cera—vestito di nero, ritto in mezzo alla gente come uno spettro. Nella gran sala principesca dove son centinaia di re, di regine, di generali, corti intere d’Inghilterra e di Spagna, cogli splendidi costumi dei tempi, respirai più libero. Girando intorno al trono d’un re d’Aragona, m’imbattei nel ciuffetto del Thiers; poi scivolai fra l’imperatore Guglielmo e il principe Federico Carlo, e passai dinanzi a Giulio Favre e a Bismarck che discorrevano con molto calore in un angolo appartato. Nella sala dove son raccolti i più famosi malfattori dell’Inghilterra passai di volo. Quelle faccie di cretini feroci, quegli atteggiamenti circospetti, quei panni macchiati di sangue, in quella mezza oscurità che non lascia quasi avvertire la finzione, mi fecero orrore. Se qualcuno in quel momento avesse gettato un grido dietro una cortina, avrei creduto che uno di quegli assassini gli avesse piantato un coltello nel cuore.

Andai un giorno a vedere quella famosa Banca d’Inghilterra che ha la bagatella di novecento impiegati, ai quali dà la povertà di sei milioni di stipendio, e possiede nelle sue casse la bellezza di quattrocento milioni in oro e in argento, e conserva sotto una campanella di vetro un biglietto che vale la giuggiola di venticinque milioni. Entrai nella grande sala dove si fanno i pagamenti. Cento impiegati, affacciati a cento finestrini, distribuiscono con una rapidità da prestigiatori argento ed oro a rotoli, a manate, a palettate, e i creditori empiono in furia tasche e sacchetti e scappano come ladri gettando intorno delle occhiate di diffidenza. Bisogna vedere i lampi, i barlumi di sorriso, le contrazioni leggerissime delle sopracciglia e delle labbra, e i mille moti espressivissimi ma inesprimibili dei volti della gente, alla vista di quell’oro. E bisogna vedere quell’oro come sguiscia, scappa, sfolgora, e manda dei tintinni che sembran risa di allegrezza, e fa ogni sorta di civetterie, che sembra animato e maligno. Anch’io, dinanzi a quello spettacolo, provai per la prima volta un turbamento colpevole, e feci una faccia che un che m’avesse veduto in quel punto, avrebbe gridato:—Arrestatelo!—Quel sentimento, a diciott’anni, non l’avrei provato! A quell’età non si dà pensiero di non esser ricchi. La gioventù, come disse un grande poeta, è unaspettare misterioso, e fra le mille cose che si aspettano nell’avvenire indeterminato e lontano, vi è anche quella di diventar ricchi. Si spera ancora vagamente nelle eredità di parenti ignoti e nei fasci dei biglietti di Banca trovati sul tavolino da notte, una sera dopo il teatro, mandati non si sa da chi. Ma ogni anno che passa, cancella una parola di queste promesse fantastiche del nostro buon Genio, e allora la vista dell’oro fa pensare, e desta dei desiderii malinconici: non per amor dell’ozio, ma di quella cara indipendenza che il lavoro obbligato ci toglie, ma per poter lavorare dieci anni intorno a un libro, per tenerci in casa quattro maestri di lingue, per fare un viaggio in Africa, per poter offrire insieme all’amore un diadema di rubini e un palazzo di granito.

Andai lo stesso giorno a vedere quella rinomata birreria di Barklay, che paga allo Stato un’imposta di quattro milioni e mezzo di lire, e consuma anno per anno trecento mila ettolitri d’orzo. Dopo aver girato un pezzo per le strade d’un quartiere di Southwark in cerca della porta, domandai, e mi fu fatto capire, con mia gran meraviglia, che mi trovavo già nella birreria, e che fin allora non avevo fatto che passeggiare fra le sue mura.—Ma chiamatela città di Barklay!—dissi poi al custode che m’accompagnava. Il flemmatico inglese sorrise, e si diffuse per gratitudine in minute spiegazioni, facendomi girare per gl’interminabili labirinti di quegli edifizi, intorno a laghi di spuma, in mezzo a botti titaniche, e a fragorose cascate di birra; e quando infine domandai un po’ di tregua per le mie gambe, mi condusse a riposare sur un alto terrazzo, di dove accennando col braccio teso, come fa un generale l’accampamento, quell’ampio giro di case, di magazzini, di scuderie, di granai e di cortili, che formano la birreria Barklay:—Ecco,—disse alteramente—la più grande birreria della terra!

Quella medesima sera, ripassai dinanzi alla Banca d’Inghilterra, vidi la borsa, mi trattenni un po’ in quel crocicchio di strade dove ferve il gran commercio di Londra: e poi, tutto compreso di quello spettacolo, tornai a casa agitato da una smania non mai provata di buttarmi agli affari e di ammassare ricchezze.—Ma che scrivere!—dicevo tra me.—Azione vuol essere! Cos’è questo passar la vita a spacciar parole? È una vita rettorica. Bisogna lavorar sul sodo. Grazie al cielo sono ancora in tempo. Ci son ben altri che si son dati al commercio più tardi di me, e sono ancora riusciti a farsi una fortuna. Tornato che sarò in Italia, mi darò moto, cercherò, farò qualche cosa. I miei amici rideranno? E ridano! Riderò io pure quando mi farò fabbricare una villa a Fiesole... Vediamo un po’ cheramopotrei tentare. Bisogna cominciare dal poco. Vini, liquori.... non direi; cotone....—In quel punto mi parve di vedere un ditino bianco appuntato verso di me, e d’udire una voce canzonatoria domandarmi:—Tu?—Allora risi e rinunziai al commercio.

St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).

St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).

Per veder bene i musei di Londra bisogna esser ricchi: poter cioè piantare comodamente le tende nella gran città per un anno. Se no, le visite ai musei non riescono altro che marcie forzate. Mi pare ancora di correre per le sale interminabili di quell’emporio universale che è il museo di South Kensington, sperando sempre, all’entrare in una nuova sala, che quella sia l’ultima, e lasciando sempre cader la braccia al vederne un’altra sfilata appena arrivato alla porta. È un gran che se mi ricordo dei famosi cartoni di Raffaello, e d’un meravigliosoAmletodel Lawrence che mi arrestò in un corridoio per propormi l’enimma tremendo. Non presenta però questo inconveniente il piccolo museo di pittura della piazza di Trafalgar, ed ho ancora vivi dinanzi agli occhi quegl’immortali sposi di Hogarth, che furon pagati a lui due mila lire e rivenduti per una somma venti volte maggiore cinquant’anni dopo; le fantastiche battaglie di luce di Turner; i quadri di Raffaello cercati per venticinque anni; e quelli dei quattro pittori prediletti dall’Inghilterra: Correggio, Poussin, Murillo, Claudio il Lorenese. Ma non feci che marcie forzate nel museo delle Indie, nel museo di Soane, nel museo marittimo, nel collegio dei chirurghi, dove si vede lo scheletro di Carolina Cracami, la famosa nana siciliana, che si poteva seppellire sotto un cappello cilindrico; e di Byrne, il gigante irlandese che passeggiando per le strade accendeva la pipa alla gente del primo piano.

Ma l’impressione che mi rimarrà più di tutte, è quella che mi fece la Camera dei Comuni. C’entrai senza saperlo,—era vuota;—guardai e riguardai e non mi passò nemmeno per la mente che fosse la Camera. Una sala, all’apparenza, piccina, decorata con una magnificenza piena di grazia aristocratica, che arieggia un coro di cattedrale dacanonicieleganti, e che si presterebbe a meraviglia per un congresso di contessine coi capelli biondi e le vesti bianche. Quando seppi ch’era la Camera dei Comuni,—quella Camera dove suona la semplice e tranquilla eloquenza dei primi oratori del mondo, che echeggia poi, spizzicata in sentenze presuntuose e in citazioni pedantesche nei parlamenti latini,—feci un atto rispettoso, domandai il permesso di toccare lo scettro (the Mace) colla punta delle dita, colla speranza che mi trasfondesse la non latina virtù delle discussioni pacate.

Il castello di Windsor.Il castello di Windsor.

Il castello di Windsor.

Dalle visite faticose ai Musei e ai Palazzi, m’andavo a riposare nei parchi,—in quelle grandi oasi delpopoloso desertodi Londra, dove l’anima si rallegra al vedere che il mondo non è tutto case e strade ferrate; dove centinaia di bellissime donne su bellissimi cavalli trascorrendo per viali di cui non si vede la fine, e migliaia di bimbi sparpagliati alla corsa per prati immensi e intorno a grandi laghi solcati da barchette innumerevoli, vi fanno pensare con piacere che la vita non è tutta traffico e fatica; dove il verde rigoglioso, l’ilarità dei volti e la melodia della musica italiana, vi ravvivano con un sentimento di tenero desiderio l’immagine della patria cara che rivedrete fra poco. O Hyde Park, Regent’s Park, parco del Vittoria, parco di Battersea, parco di Greenwich, parco di Southwark, parco di San Giacomo, parco d’Olanda,—benefici consolatori delle mie malinconie,—io viringrazioe vi saluto! E ripenso con gratitudine anche alla collina del castello di Windsor, ai boschetti di Eton, ai passeggi di Richmond e ai giardini di Kew e a tutti gli ameni dintorni di Londra, dove mi salvai dalla noia micidiale delle domeniche. Ah! chi non ha visto Londra la domenica, non sa che cos’è la noia. Le porte chiuse, le finestre sbarrate, le strade deserte, le piazze silenziose; intieri quartieri abbandonati, dove si potrebbe morir di fame senz’essere nè soccorsi nè visti; uno squallore di città disabitata; un tedio infinito su tutte le cose; si direbbe che le statue sonnecchiano e che le case s’annoiano, e vi si apre la bocca in così larghi e lunghi e violenti sbadigli, che subito vi vien fatto di tastarvi la faccia per vedere se c’è nulla di dislogato.

Londra mi pareva di giorno in giorno più grande. Per quanto camminassi con qualunque direzione, non riuscivo mai, non solo a vederne la fine, ma nemmeno una radura di case che l’annunziasse. Da certe parti, passandoci una seconda volta, scoprivo dei tratti di città grandi come Firenze, che la prima volta m’erano sfuggiti. Ogni giorno, anche solo nei quartieri della Westend che frequentavo, vedevo quasi per incanto aprirmisi dinanzi qualche strada immensa che non avevo neanche visto sulla carta. Mi mettevo in viaggio la mattina, ripassavo pei luoghi percorsi il giorno innanzi, senza riconoscerli; arrivavo in un parco dove mi fermavo a ripigliar fiato e coraggio; e poi daccapo nel labirinto infinito delle strade, ora a piedi, ora in diligenza, ora incab, facendo un’esclamazione di stupore allo svolto d’ogni cantonata, comequando si arriva sulla cima d’un monte e si scopre tutt’a un tratto un nuovo paese. Ho ancora in capo mille immagini confuse di crocicchi pieni di popolo, di grandi spazii solitari e di lontananze nebbiose,—non so di che parte di Londra nè che giorno vedute,—che spesso mi si confondono con visioni di quelle città immaginarie che ci appariscon nei sogni.

La grandezza e la ricchezza di Londra mi facevano ogni momento una impressione diversa. Alle volte sentivo il mio amor proprio d’italiano, schiacciato; ricordavo con dispetto le meschine vanterie a cui ci lasciamo andare in casa nostra, paragonandoci soltanto con noi medesimi; mi proponevo, quando fossi in Italia, di rintuzzarlo con sarcasmo; avrei voluto esser nato inglese, per aver diritto di guardare dall’alto in basso i latini. Altre volte invece, lo spettacolo della superiorità di quel paese mi faceva sentire pel mio un affetto più vivo, misto di pietà gentile. Forse che un figliuolo, pensavo, deve amar meno sua madre perchè è povera e malata? Spesso poi, neppure quella grandezza mi pareva invidiabile. Vanità, dicevo; vanità. A che tende, come domanda il pastore del Leopardi, tutto questo gran moto, questo immenso agitarsi d’uomini e di cose? Sono più contenti di noi costoro? Hanno la ricchezza! Ebbene, noi non abbiamo la nebbia, e un povero diavolo al sole gode forse più la vita che un ricco al buio. E forse che non ci sono anche qui miserie e dolori infiniti?—E anche questa povera Italia qualche volta mi dava delle soddisfazioni d’amor proprio. Quando qualche cortese compagno di diligenza, sentendo ch’ero italiano, mi volgeva uno sguardo tra benevolo e curioso, come per cercare sul mio viso qualcosa che rispondesse a quella vaga immagine di cose belle e di vita lieta che desta in ogni straniero il nome d’Italia, sentivo un piacere vivo, e vedevo nel cristallo del finestrino di rimpetto, che i miei occhi brillavano e le mie guancie erano diventate color di rosa.

Ma che lezione di modestia è questo viaggiare! Come par ristretto a chi viaggia il giro delle cognizioni e delle idee, in cui vive abitualmente, e che pure, a casa sua, fra i suoi amici, e i suoi libri, gli pare già così vasto! Veder che una metà almeno di quello che forma «il tesoro d’istruzione» che abbiamo raccolto in tanti anni di studio e d’osservazione, non ha quasi punto valore nel paese straniero dove ci troviamo! Toccar con mano che a casa nostra, mentre credevamo di leggere il libro del mondo, non ne leggevamo veramente che una pagina, che mille cose che ci parevano grandi, importanti, e tali da riempire di sè mezzo il mondo, non sono che robetta di casa, che non conta il bellissimo nulla un passo fuori dell’uscio! A ogni passo che si fa in un paese straniero, ci si apre sotto gli occhi come una crepa, per la quale vediamo giù gli abissi della nostra ignoranza, e ci giunge d’in fondo una risata di compassione. Ma v’hanno dei momenti, per contro, nei quali il movimento delle idee ci si fa così rapido, e vediamo, indoviniamo, comprendiamo in un lampo tante cose che ci erano ignote od oscure prima d’allora, che se quella febbrile attività della mente potesse durare continua, si sarebbe uomini straordinarii. Che grandi disegni si fanno allora, che sfumano alla prima svoltata di strada!

Quello che mi meravigliò di più a Londra, dopo la grandezza e la ricchezza, è l’ordine. Quella città enorme è assestata come un villaggio olandese. Le funzioni della sua immensa vita si compiono a rigor di orologio. Uno straniero che appena capisca il francese, si cava da solo d’ogni impaccio e senza perdere un minuto di tempo. I muri e le diligenze, coperte d’infinite iscrizioni, lo guidano costantemente, e a ogni passo; qualcuno gli mette in mano un foglio stampatoche gli dà un consiglio o una notizia utile. In qualunque parte di Londra uno si smarrisca, non ha che da andare nel senso del primo treno che vede passare sui tetti; il treno lo conduce a una stazione; i muri della stazione gl’insegnano la strada per tornar a casa. Un giorno salii sur una diligenza senza saper dove andasse; fui condotto parecchie miglia fuor di Londra; discesi a una trattoria di campagna, rimasi solo. Nessuno di quei ch’eran là capiva una parola di francese, non potei nemmeno sapere dov’ero, nè quando la diligenza sarebbe ripassata. Mi prese un po’ d’inquietudine. Girai per un villaggio, tutto casette lustre e giardinetti leccati, dove non incontrai che qualche ragazzo aristocratico a cavallo, e non vidi che qualche bionda testa dimissdietro i vetri delle finestre: e v’era un silenzio di camposanto. Che fare? Dove andare? A un tratto sentii un soffio che mi andò al cuore come una voce d’un amico; corsi da quella parte e in quindici minuti fui a Londra.

Il nuovo ponte di Londra.Il nuovo ponte di Londra.

Il nuovo ponte di Londra.

La sera, a Londra, per uno straniero è molto trista. Ebbi deglispleenferoci. Abituato al fantastico splendore deiboulevardsdi Parigi, e a quel gran movimento festivo, le strade di Londra mi parevan buie e melanconiche. Rimpiangevo i caffè affollati, le botteghe sfarzose, e persino i quadri dissolventi delboulevardMontmartre; dimenticando l’indignazione che mi destava lo spettacolo della prostituzione sfrontata, trionfante e sfolgorante, che pullula in ogni parte. Ma che mistero son questi scoraggiamenti, queste tristezze profonde che ci assalgono la sera in una città che non si conosce! e tanto profonde che alle volte s’ha una faccia che mette compassione alla gente che passa! Ma perchè?—uno si domanda; stai bene, non ti mancano i denari, hai buone notizie di casa, sei libero, domani mattina ti divertirai, fra dieci giorni ti ritroverai nel tuo paese; ma dunque perchè quel cipiglio da suicida?—Chi lo sa! Anch’io, come il lebbroso del De Maistre, quando vedevo passare una coppia coniugale, con ragazzi, balia e bambino, tutti contenti e ridenti, sentivo un’invidia amara e torcevo il viso da un’altra parte.

Si può a Londra, per via di raccomandazioni, ottenere il permesso di accompagnare la ronda notturna della polizia in quei luridi quartieri, dove formicola la popolaglia dei mattatori e dei pezzenti; e penetrare nei covi dove quei miserabili con pochi centesimi, passan la notte. Girai per quei quartieri soltanto di giorno, in mezzo alle case dove vanno a istupidirsi i bevitori d’oppio, dove si fanno i balli osceni a un soldo l’entrata, dove il dilettante diboxva a veder vibrare i pugni formidabili che schiacciano gli occhi e spezzano i denti; dove si rinvengono le donne col cranio spaccato dai mariti ubbriachi; dove la meretrice consunta riceve gli amplessi del ladro macchiato di sangue; dove la prostituzione comincia colla fanciullezza e continua colla vecchiaia; dove la ferocia, la lascivia, la miseria si dan la posta nelle tenebre, come mostri schifosi, e s’accoppiano, per mandar vittime al Tamigi, agli ospedali ed al patibolo; dove fermenta, infine, il putridume della grande città, e dove Carlo Dickens andava a bere la birra col suo servitore.

La più bella mattinata che passai a Londra fu l’ultima, chiusa dalla più cara colezione cosmopolita che abbia fatta finora. Ero salito sulla torre di Wren,—quella torre famosa che ricorda un incendio di quattrocentosessanta strade e quattordici mila case;—dalla cima della quale si abbraccia con un colpo d’occhio il grande movimento del ponte di Londra e di tutte le strade che vi fan capo sulla sinistra del Tamigi. Trovai lassù cinque giovanotti simpatici, che chiacchieravano allegramente, strapazzando la lingua francese (uno eccettuato) con una disinvoltura da garzoni di barbiere; attaccai discorso; e dopo qualche parola, seppi con mio grande piacere che uno era di Colonia, uno di Manchester, uno di Harlem, uno di Guadalajara e il quinto di Lione; così che, me compreso, il gruppo rappresentava sei stati: Germania, Inghilterra, Francia, Italia, Spagna ed Olanda,—tre popoli latini e tre popoli nordici,—quattro monarchie sane e due repubbliche malate. Ridemmo del curioso incontro, poichè il tedesco e l’olandese eran capitati là anch’essi per caso qualche minuto prima; e gli altri tre s’eran combinati nella stessa maniera il giorno innanzi; e dandoci una cert’aria grave di commissione internazionale per unarbitratoqualunque, andammo insieme a far colezione. Eccettuato lo spagnuolo, e un po’ l’italiano, gli altri erano spugne da birra; la tavola fu presto coperta di bicchieri vuoti; e la conversazione si fece animatissima. I vapori della birra avevano assopito gli odii e i dispetti politici, e destato invece in tutti e sei un sentimento d’amore universale, che prorompeva in brindisi clamorosi alla prosperità e alla gloria di tutte le nazioni rappresentate,quoique indignement, come diceva il lionese, in quell’allegro convegno, che avrebbe dovutoservir d’exemple aux gouvernements. Prima che giungesse l’ottava bottiglia, l’Alsazia era restituita, ogni ombra di timore di guerra per la quistion di Roma, dissipata, tutti i Carlisti sparsi sulla frontiera francese, ammanettati, il Lussemburgo assicurato per sempre dalle pretensioni della Germania. Poi cominciarono a ballar sulla tavola Guttemberg, Coster, Michelangelo, Mendoza, Newton, il principe d’Orange, Victor Hugo, e su di loro una pioggia di quegli aggettivi dadessèrtrinforzati da una gorgata: divino, immenso, sublime, sovrumano. Poi, via via che cresceva la dimestichezza, ciascuno a parlare deifatti suoi:—io sono negoziante—io giornalista—io pittore—io ho... qualche cosa,—e l’uno domandare all’altro l’età, e dirsi reciprocamente:—Lei è un bel tipo tedesco—e—Lei è un bel tipo italiano—e assassinare l’uno la lingua dell’altro, e di tratto in tratto una voce che gridava:—Ma qui non si beve!—E poi, i grandi progetti e gli appuntamenti convenuti per l’anno venturo a Parigi, ad Amsterdam e a Costantinopoli, tal strada, tal giorno, tal ora; e—badi che io ci sarò:—Lei mi scriva—vada franco—e poi un ultimo cozzo di bicchieri straboccanti, al grido di:—Viva la civiltà!

Gravesend.Gravesend.

Gravesend.

A mezzogiorno salivo, vicino alla Torre di Londra, sur un bastimento a vapore che partiva per Anversa.

La favolosa grandezza di Londra non si vede intera che scendendo e rimontando il Tamigi; il London-Bridge e la City scompariscono al paragone del porto; tutta la città di Londra rimpicciolisce.

Quando il bastimento partì splendeva il sole e l’aria era limpida. Si entrò in mezzo a due file di grandi bastimenti, si oltrepassò in pochi minuti queldockdi Santa Caterina, che abbraccia lo spazio occupato una volta da dodici milaabitanti, e serve di porto ai bastimenti che vengono dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia e dalla Scozia; si lasciarono addietro queiLondon-Docksche contengono nei loro bacini trecento bastimenti di alto bordo e nei loro magazzini duecento mila tonnellate di mercanzia, e danno lavoro a tre mila operai di tutti i paesi del mondo; e si andò innanzi rapidamente, rasentando i bastimenti, i piroscafi di rimorchio, i barconi, le navi d’ogni forma che vanno e vengono per il largo fiume. Per un po’ di tempo, lo spettacolo non è straordinario. Mucchi enormi e file sterminate di sacchi, di botti, di casse, di balle che ingombran le rive, le dighe, i ponti, le imboccature delle strade; lunghissimi muri di cinta, infinite case nere, e per tutto fumo di officine, moto di macchine, e affaccendarsi d’operai e di marinai; il movimento, più fitto e più svariato, che si vede in tutti i grandi porti. Senonchè, quando si è giunti al grande svolto del Tamigi, si comincia a osservare che prima d’allora non s’era mai percorso un così lungo spazio in mezzo ai bastimenti, e appena svoltati, vedendo ancora nella nuova dirittura alberi e vele a perdita d’occhio, si prova una viva maraviglia. Ma è ben altra cosa quando ci s’accorge che di là da questi alberi e da queste vele, oltre i muri altissimi che si stendono lungo le due rive, vi sono altre foreste di bastimenti, fitte, profonde, confuse; a sinistra i grandi bacini deidocksdelle Indie occidentali, che coprono la superficie di cento ettari; a destra i cinque grandidocks«Commerciali» e idocksdi Surrey, che si estendono per parecchie miglia dentro terra. Non si naviga più fra due file di navi, ma fra due file di porti; e lo sguardo non può abbracciare tutto lo spettacolo. Oltrepassati idocks commerciali, si va innanzi per qualche miglio in mezzo adocksminori; ma sempre tra foreste di bastimenti, muri neri di magazzeni grandi come città, e monti di mercanzie. Si passadinanzi al glorioso ospedale diGreenwich, e si svolta intorno all’isola dei Cani. Son già due ore di navigazione, i bastimenti diradano, e benchè i magazzeni, gli opifici, le case si succedano senza interruzione sulle due rive, il porto pare che sia per finire. Si tira un respiro, si aveva bisogno di un po’ di riposo, si era stanchi di meravigliarsi. Così si va innanzi per un’altr’ora, pensando già a Londra come a una città lontana, e al movimento e allo strepito del porto come uno spettacolo del giorno innanzi. Quand’ecco, a una svoltata del fiume, nuove file lunghissime di bastimenti, nuove foreste lontane di alberi e d’antenne, nuovidocksimmensi, un altro porto, un altro spettacolo grandioso. Qui l’ammirazione si cangia in stupore, e sembra di sognare. Si direbbe che si sta per entrare in un’altra Londra. Si passa accanto aidocksdelle Indie orientali, si rasentano gli arsenali di Woolwich, si trascorre lungo idocksVittoria, che si stendono per tre miglia lungo la riva sinistra, e via sempre in mezzo a muri senza fine, navi senza numero, merci, macchine, fumo, fischi, partenze, arrivi, bandiere di tutti i popoli della terra, faccie di tutti i colori, parole di lingue ignote, che vi giungono all’orecchio dai legni vicini, vestimenta strane, grida selvaggie che fan balenare alla fantasia mari e lidi remoti. E son tre ore che quello spettacolo dura! Per quanto il senso dell’ammirazione sia stanco, bisogna ricominciare ad ammirare. La mente si esalta, non si prova più quel sentimento quasi di umiliazione che si provava da principio, paragonando quel paese al proprio; non si paragona più; ci si sente diventare cosmopolita; l’orgoglio nazionale muore in un sentimento d’orgoglio umano; non si vede più il porto di Londra, ma il porto di tutti i paesi, il centro del commercio della terra, il luogo di convegno dei popoli d’ogni razza e d’ogni zona; e mentre gli occhi guardan lì, il pensiero attraversa i continenti e si rappresenta le immense curve descritte sul globo da quella miriade di navi che s’incontrano e si salutano; le fatiche e i pericoli infiniti, il via vai perpetuo per le terre e pei mari, il lavoro eterno dell’umanità instancabile, e par di comprendere per la prima volta le leggi della vita del mondo. E intanto il bastimento vola, il Tamigi s’allarga, le foreste di navi non appariscono più che come vasti cannetti sull’orizzonte leggermente dorato dal sole che cade; ma aidockssuccedono ancora idocks, i bacini ai bacini, i magazzeni ai magazzeni, gli arsenali agli arsenali; Londra, la grande Londra è sempre là; Londra, dopo quattr’ore di navigazione, ci segue ancora; a destra, a sinistra, davanti, fin dove arriva lo sguardo, si vede ancora con un misto quasi di dubbio e di spavento la città mostruosa che lavora e s’avanza.

Palazzo Lambeth.Palazzo Lambeth.

Palazzo Lambeth.

DIL. SIMONIN

Come mi trovassi a Londra.Progetto di un’escursione nei quartieri poveri.—Seven Dials.L’ispettore di polizia, signor Price.—Una sfilata di pezzenti.

Come mi trovassi a Londra.Progetto di un’escursione nei quartieri poveri.—Seven Dials.L’ispettore di polizia, signor Price.—Una sfilata di pezzenti.

Era il mese di luglio 1862. Io mi trovava a Londra col mio amico M. D. B., pittore ed un suo allievo. Ritornavamo dalle miniere di Cornovaglia e dai distretti industriali tanto curiosi del paese di Galles.

Londra era allora popolata da dieci volte più di forestieri che non ne contenga d’ordinario; era tutta intenta alla grande Esposizione, che per la seconda volta in undici anni riuniva nelle sue mura i popoli ed i prodotti dell’universo.

Io aveva già visitato a più riprese la gran navata e le traverse, le gallerie e gli annessi del palazzo di Kensington, ammirate le mostre dell’industria dell’uno e dell’altro emisfero, riunite colà in sì poco tempo come sotto il colpo d’una bacchetta magica. In sulle prime i miei amici mi avevano seguito; ma poi, stanchi più presto di me di questo spettacolo sempre uguale, non avevano tardato a domandare a Londra altre distrazioni; ma la città-regina,the queen-city, per chiamarla come gli Inglesi, ha ben presto mostrato al forastiero tutto quanto può offrire; essa è ben lontana dal procurargli tutti i divertimenti, tutte legioie di Parigi. E allora che cosa si deve fare?... Correre verso luoghi più divertenti come fanno la maggior parte dei toristi. Tuttavia noi non partimmo così sotto un accesso displeen, e decisi ad osservare ancora tutto ciò che attorno a noi poteva attirare la nostra curiosità, ci risolvemmo a fare un’escursione nei quartieri poveri di Londra.

I cupi recessi di White Chapel, di Waping e Christ Church, sono più sconosciuti, non diremo già soltanto ai Francesi, ma anche aiLondonersstessi, che l’arem di Costantinopoli. In questi tristi recessi brulicano, ammucchiati alla rinfusa, tutti quei poveri disgraziati senza fuoco e senza tetto, che il vizio e la miseria vi hanno condotto. Là, frammischiati alla folla di quei disgraziati, si trovano quei ladruncoli, queipick-pocketsfamosi, che la fanno in barba alla polizia inglese, la più scaltra dell’universo. Ivi languisce nell’ozio una gioventù squallida, ragazze e ragazzi senza genitori, figli della fogna, invecchiati prima del tempo per l’avvilimento morale, l’abbandono e la fame.

La posizione di questi quartieri classici della miseria, ai quali bisogna aggiungere quello di San Giorgio East, li isola, per così dire, in piena Londra. Essi trovansi all’estremità orientale della gran metropoli, terminati da un lato, al sud, dal Tamigi, o, se vuolsi, dalla Torre di Londra, il porto e i docks, e dall’altro lato, all’ovest, dalla Città (laCity), questo centro tortuoso degli affari.

Londra è la città dei contrasti. Molto a proposito si è detto che nella capitale dei tre regni v’hanno soltanto ricchi e poveri. Accanto alla City, verso i punti dove affluiscono tutti i tesori del mondo, nelle vicinanze della Dogana, della Banca, della Zecca, dei Docks sono i quartieri più miserabili dell’immensa città.

All’est ed al nord, i confini di questi quartieri sono indecisi: essi terminano dove termina la miseria. Al nord, lamiseria si prolunga, e si può dire che Bethnal Green continua tristamente WhiteChapel.


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