Alle 2 del pomeriggio il combattimento era cessato.
Dalla parte di Ancona tuonava il cannone. Fin dalle 8 di mattina la flotta aveva aperto il fuoco contro la piazza, danneggiando le opere di Monte Cardetto e di Monte Marano; verso sera si ritrasse al largo avendo raggiunto il suo scopo, cioè quello di distogliere il presidio della piazzadal portare soccorso ai combattenti di Castelfidardo.
Il giorno 19 fra il generale Cialdini ed il colonnello Coudenhoven venne stabilito che i pontificii avrebbero deposte le armi in presenza delle truppe italiane. Si arresero circa 5000 pontificii, con 150 ufficiali; 11 cannoni, cassoni e carri di artiglieria caddero nelle mani del vincitore.
Così ebbe termine la battaglia di Castelfidardo colla vittoria delle armi italiane.
Il giorno 20 il generale Cialdini diede le disposizioni per un largo blocco intorno ad Ancona, in aspettativa della sua 13adivisione e del 5ocorpo che distava di poche marcie.
Il giorno 23 il generale Fanti riconobbe la piazza dal lato di mare e presi concerti coll'ammiraglio Persano dichiarò il blocco serrato di terra e di mare; sbarcò il parco d'assedio nella grossa spiaggia di Numana e dispose il completo investimento della piazza.
Dalla parte di terra l'obbiettivo principale era quello di Monte Gardetto, dal qual forte si poteva comandare e battere tutte le altre difese della piazza; per raggiungere tale obbiettivo eranecessario impadronirsi delle posizioni fortificate di Monte Pelago e Monte Pulito, onde impiantarvi le batterie per battere la Lunetta di S. Stefeno e Monte Gardetto.
Il generale Fanti ordinava pertanto che si concentrassero vivissimi fuochi d'artiglieria sulla Cittadella e sul campo trincerato, e comandava che si prendessero di viva forza la lunetta di Monte Scrima e il Lazzaretto.
Il giorno 24 si apriva il fuoco contro le opere esterne della piazza.
Dalla sua parte Cialdini radunati su Montagnolo 12 pezzi rigati investiva la Cittadella e il forte Scrima, che fu dovuto abbandonare dalle truppe pontificie e subito occupato dai nostri. Il giorno 25 il generale Cadorna vi piantava la 4abatteria e con essa apriva il fuoco contro il Lazzaretto, dal quale si voleva sloggiare il nemico.
Il giorno 26 fu deciso dal Fanti l'attacco al Monte Pelago. La brigata Bologna, condotta dal brigadiere Pinelli, si slancia col più grande vigore sulla posizione, unitamente al 23oe 25obattaglione bersaglieri, e nonostante la fitta grandine di palle di carabina e di mitraglia dei cinquepezzi ivi piazzati, i nostri bravi continuano la loro corsa; ufficiali e soldati gareggiano a chi prima porrà il piede sul parapetto nemico; in un baleno superano gli spalti, saltano nel fosso, s'arrampicano sui parapetti e la bandiera del 39oreggimento sventola sul culmine del forte: i mercenari sono messi in piena fuga.
I nostri bravi soldati inebbriati dalla vittoria inseguono il nemico, scalano i parapetti della seconda lunetta e v'impiantano la bandiera del 40oreggimento impossessandosi di altri due pezzi.
Monte Pulito viene occupato dal 39oreggimento che vi si stabilisce.
Si dà allora alla squadra il segnale di aprire il fuoco e questa assale con le sue bordate il Gardetto e il Forte dei Capuccini, che ne vengono gravemente danneggiati.
Nella notte del 26 essendosi ultimati i lavori del forte Scrima, e piazzatavi una batteria d'obici ed altra di pezzi rigati sulla sinistra, al far del giorno tutti questi pezzi aprirono il fuoco contro le posizioni fortificate della piazza. Intanto il generale Cialdini ordinava al 7obattaglione bersaglieri, comandato dal capitano Brunetta, sotto la direzione del suo capo di statomaggiore tenente-colonnello Piola, di occupare rapidamente Borgo Pio. Il battaglione si slancia risolutamente, e cacciati i posti nemici lo occupa provvedendo subito alle opere di prima difesa; verso sera due altri battaglioni di bersaglieri il 6oe il 12orinforzaronoil 7oe occupano solidamente quel borgo.
Alle ore 8 del 27 il 6obattaglione dei bersaglieri ebbe l'ordine d'impadronirsi del Lazzaretto; sotto un fuoco micidiale questi bravi si lanciano all'ardita impresa; una barca serve da ponte nello stretto canale che isola il Lazzaretto.
Il primo plotone accompagnato da un drappello di zappatori procede sotto un fuoco vivissimo all'atterramento della porta; ma il sottotenente Ferrari Luigi si slancia entro il ridotto per una cannoniera seguito dai suoi bersaglieri, e, cadendo all'improvviso sul nemico, facilita la apertura della porta; inun'oral'intero battaglione si stabiliva al Lazzaretto, impossessandosi di 3 pezzi e facendo prigionieri 3 ufficiali ed i soldati che lo presidiavano.
Il giorno 28 e la notte fra il 28 al 29 le truppe piemontesi si occuparono nel piantare a 400 metri dalle mura, nuove batterie. Il Lazzaretto era statorinforzato da altre truppe, ma vedendo il generale Fanti che le batterie del Molo e quella della Lanterna lo avevano preso di mira e lo fulminavano, dava ordine al contrammiraglio Persano di attaccare quelle batterie e farle ad ogni costo tacere.
Il Persano corrispose prontamente all'invito del Fanti. Ad un'ora pomeridiana la Piro-fregata "Vittorio Emanuele" si abbozzava a 500 metri di distanza dalla batteria Casamatta della Lanterna; le Piro-fregate "Governolo" e "Costituzione" assecondarono la "Vittorio Emanuele" ormeggiandosi a 500 metri di distanza a ponente della Lanterna. Alle due pomeridiane le manovre erano eseguite sotto il fuoco delle batterie della piazza; senonchè il vento forte che soffiava da scirocco fece arare gli ancoroti che tenevano abbozzata la "Vittorio Emanuele" la quale dovette cambiare di posto e per manovrare fu obbligata a mettersi fuori di tiro. Fu segnalato alla "Carlo Alberto" di prendere il posto della nave suddetta e questa s'andò ad abbozzare verso le 3 pom. a 200 metri di distanza dalla Lanterna, senza rispondere neppure con un colpo ai tanti che le piovevano attorno dai forti.
Alle 3 1/2 fatto il tiro di prova questa fregata lanciava tutta la sua fiancata contro la batteria della Lanterna; che ne aveva rovinato il piano superiore. "Il Governolo", "La Costituzione" e il "Carlo Alberto" continuavano a fulminare le batterie del porto.
La "Vittorio Emanuele" rientra in azione e a tutta velocità manovra per passare ad un tiro di pistola dalla Lanterna; alla temeraria manovra rimangono pietrificati gli stessi artiglieri delle batterie nemiche; ma, arrivata la bella fregata all'altezza della Lanterna lancia a bruciapelo la sua terribile fiancata e come se nulla fosse passa avanti prendendo il largo per girare di bordo e portarsi a lanciare all'occorrenza l'altra fiancata; ma non ve ne fu bisogno, perchè ad un tratto si vide uscire denso fumo dalle cannoniere della batteria e da li a poco si fe' udire un terribile scoppio e la Lanterna apparve avvolta in una fitta colonna di fuoco.
Svanito il fumo si vide la batteria ridotta ad un mucchio di macerie, sotto le quali rimasero sepolti ufficiali e artiglieri. La catena che sbarrava l'entrata del porto non esisteva più, perchè i pontoni che la reggevano erano stati affondatidai colpi di cannone delle fregate, per cui il porto stesso era aperto alla nostra squadra e quindi Ancona poteva considerarsi perduta per i mercenari papalini.
Alle 4 1/2 cessava il fuoco ed il maggiore Mauri recavasi a bordo dell'ammiraglio per chiedere un armistizio; ma il Persano rispondeva che egli non aveva la facoltà di accordarlo e che bisognava trattare col generale Fanti; senonchè ripugnando al Lamoricière di trattare col Fanti non mandò alcun parlamentario e quindi il Fanti ordinava che alle 10 di notte tutte le batterie riaprissero il fuoco. Da due ore i nostri fulminavano la città, quando fu annunziato al Fanti l'arrivo di un parlamentario e la resa fu conclusa.
Così poterono fare ritorno in Ancona i patriotti conte Michele Fazioli, conte Ferdinando Cresci, l'Ornani, l'Albani, i fratelli Gigli, il Bravura, l'Andreucci, lo Stronati, i fratelli Schellini, l'Andreani e tanti e tanti altri che per sfuggire alle gravi pene, perfino di morte, inflitte loro dalmansuetogoverno dei preti, avevano dovuto abbandonare la patria e le loro famiglie.
Disfatto a Castelfidardo il generaleLamoricièreed entrate le truppe italiane nella capitale delle Marche, il conte Cavour, sfidando la collera di qualche potenza europea, chiese al Parlamento subalpino l'approvazione della sua politica, che era quella di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente avessero dichiarato di voler far parte della Monarchia Sabauda, ed avutone l'assenso dispose tosto che il Re stesso si mettesse alla testa dell'Esercito per passare il Tronto. Già il Re aveva emanato il seguente proclama ai soldati, che stavano per occupare l'Umbria e le Marche:
Soldati!
"Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria, per restaurare l'ordine civile nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i propri voti.
"Non avete a combattere potenti eserciti, ma liberare infelici provincie italiane dalle straniere compagnie di ventura.
"Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me o all'Italia, ma ad impedire che gli odi popolari rompano a vendetta della mala signoria.
"Ora insegnerete coll'esempio il perdono delle offese e la tolleranza cristianaachi, stoltamente paragona all'islamismo, l'amor della patria italiana.
"D'accordo con tutte le grandi potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro d'Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare io, d'accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d'indipendenza e di sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo delle sette malvagie, cospiranti contro la mia autorità e la libertà della Nazione.
"Soldati! Mi accusano di ambizione. Sì, ho un'ambizione: ed è quella di restaurare i principii dell'ordine morale in Italia, e di preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra".
11 settembre 1860.
Vittorio Emanuele.
Il generale Cialdini nell'imminenza della battaglia di Castelfidardo dirigeva questo proclama alle truppe:
Soldati di questo Corpo d'Armata!
"Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio, trasse nei nostri paesi.
"Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza.
Soldati!
"L'invitta Perugia domanda vendetta e, benchè tarda, l'avrà.
"Il generale comandante il 4ocorpo d'armata
Cialdini"
Garibaldi, informato che il generale Cialdini aveva disfatto a Castelfidardo i mercenari del Papa capitanati dal Lamoricière, emanava il seguente ordine del giorno:
Caserta, 5 ottobre 1860
"Il quartiere generale è a Caserta; i nostri fratelli dell'Esercito italiano, comandati dal bravo generale Cialdini, combattono i nemici d'Italia e vincono.
"L'esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le provincie serve del Papasono libere. Ancona è nostra: i valorosi soldati dell'esercito del settentrione hanno passata la frontiera e sono sul territorio napolitano. Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.
G. Garibaldi"
Il 7 ottobre indirizzava a Vittorio Emanuele la lettera seguente:
Sire!
"Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici loro conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte, pongono i soldati di Francesco II nell'impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male, che la M. V. ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e fare abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora pel Borbone.
"So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore e merito un poco di essere creduto. È molto meglio accoglieretutti gli italiani onesti a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni, che potrebbero essere pericolose nell'avvenire.
"Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
"La M. V. promulghi un decreto, che riconosca i gradi de' miei Ufficiali. Io mi adoprerò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.
Della M. V. ubbidientissimo
G. Garibaldi"
Il 9 ottobre Vittorio Emanuele da Ancona lanciavaai popoli dell'Italia Meridionaleil seguente manifesto:
Ai popoli dell'Italia Meridionale,
"In un momento solenne della storia nazionale e dei destini italiani, rivolgo la mia parola a voi, popoli dell'Italia meridionale, che mutatolo Stato nel nome mio, mi avete mandato oratori d'ogni ordine di cittadini, magistrati e deputati de' municipii, chiedendo di essere restituiti nell'ordine, confortati di libertà ed uniti al mio Regno.
"Io voglio dirvi quale pensiero mi guidi, e quale sia in me la coscienza dei doveri che deve adempiere chi dalla Provvidenza fu posto sopra un trono italiano.
"Io salii al trono dopo una grande sventura nazionale. Mio padre mi diede un alto esempio, rinunziando la corona per salvare la propria dignità, e la libertà de' suoi popoli. Carlo Alberto cadde coll'armi in pugno, morì nell'esiglio; la sua morte accomunò sempre più le sorti della mia famiglia a quelle del popolo italiano, che da tanti secoli ha dato a tutte le terre straniere le ossa de' suoi esuli, volendo rivendicare il retaggio di ogni gente, che Dio ha posta fra gli stessi confini, e stretta insieme col simbolo di una sola favella.
"Io mi educai a quell'esempio e la memoria di mio padre fu la mia stella tutelare.
"Fra la corona e la parola data, non poteva per me essere dubbia la scelta, mai.
"Riaffermai la libertà in tempi poco propizii a libertà, e volli che, esplicandosi, essa gittasse radici nel costume dei popoli, non potendo io avere a sospetto ciò che a' miei popoli era caro. Nella libertà del Piemonte fu religiosamente rispettata la eredità, che l'animo presago del mio Augusto Genitore, aveva lasciato a tutti gli Italiani.
"Colle franchigie rappresentative, colla popolare istruzione, colle grandi opere pubbliche, colla libertà dell'industria e dei traffici, cercai di accrescere il benessere del mio popolo: e volendo rispettata la religione cattolica, ma libero ognuno nel santuario della propria coscienza, e ferma la civile autorità, resistetti apertamente a quella ostinata e procacciante fazione, che si vanta la sola amica e tutrice de' troni, ma che intende a comandare in nome del Re, ed a frapporre tra il Principe e il popolo la barriera delle sue intolleranti passioni.
"Questi modi di governo non potevano essere senza effetto per la rimanente Italia. La concordia del Principe col popolo nel proponimento dell'indipendenza nazionale e della libertà civile e politica, la tribuna e la stampalibere, l'esercito che aveva salvata la tradizione militare italiana sotto la bandiera tricolore, fecero del Piemonte il vessillo e il braccio d'Italia. La forza del mio principato non derivò dalle arti di una occulta politica, ma dallo aperto influsso delle idee e della pubblica opinione.
"Così potei mantenere nella parte di popolo italiano riunito sotto il mio scettro, il concetto di una egemonia nazionale, onde nascer doveva la concorde armonia delle divise provincie di una sola nazione.
"L'Italia fu fatta capace del mio pensiero, quando vide mandare i miei soldati sui campi della Crimea accanto ai soldati delle due grandi potenze occidentali. Io volli far entrare il diritto d'Italia nella realtà dei fatti e degli interessi europei.
"Al congresso di Parigi i miei legati poterono parlare per la prima volta all'Europa dei vostri dolori. E fu a tutti manifesto, come la preponderanza dell'Austria in Italia fosse infesta all'equilibrio Europeo, e quanti pericoli corressero la indipendenza e la libertà del Piemonte, se la rimanente penisola non fosse francata dagl'influssi stranieri.
Il miomagnanimoalleato, l'Imperatore Napoleone III, sentì che la causa italiana era degna della grande nazione sulla quale impera. I nuovi destini della nostra patria furono inaugurati da una giusta guerra. I soldati italiani combatterono degnamente accanto alle invitte legioni della Francia. I volontari accorsi da tutte le provincie e da tutte le famiglie italiane sotto la bandiera della Croce Sabauda addimostrarono, come tutta l'Italia m'avesse investito del diritto di parlare e di combattere in nome suo.
"La ragione di stato pose fine alla guerra, ma non a' suoi effetti, i quali si andarono esplicando per la inflessibile logica degli avvenimenti e dei popoli.
"Se io avessi avuta quell'ambizione che è imputata alla mia famiglia da chi non si fa addentro nella ragione dei tempi, io avrei potuto essere soddisfatto dell'acquisto della Lombardia. Ma io aveva speso il sangue prezioso dei miei soldati non per me, per l'Italia.
"Io aveva chiamati gl'italiani alle armi; alcune provincie avevano subitamente mutato gli ordini interni per concorrere alla guerra d'indipendenza, dalla quale i loro Principi aborrivano.Dopo la pace di Villafranca, quelle provincie dimandarono la mia protezione contro il minacciato restauro degli antichi Governi. Se i fatti dell'Italia centrale erano la conseguenza della guerra alla quale noi avevamo invitati i popoli, se il sistema delle intervenzioni straniere doveva essere per sempre bandito dall'Italia, io doveva conoscere e difendere in quei popoli il diritto di legalmente e liberamente manifestare i voti loro.
"Ritirai il mio Governo; essi fecero un Governo ordinato: ritirai le mie truppe; essi ordinarono forze regolari, ed a gara di concordia e di civile virtù vennero in tanta riputazione e forza, che solo per violenza d'armi straniere avrebbero potuto esser vinti.
"Grazie al senno dei popoli dell'Italia Centrale, l'idea monarchica fu in modo costante affermata, e la Monarchia moderò moralmente quel pacifico moto popolare. Così l'Italia crebbe nella estimazione delle genti civili, e fu manifesto all'Europa come gl'italiani siano acconci a governare sè stessi.
"Accettando la annessione io sapeva a quali difficoltà europee andassi incontro. Ma io non potevo mancare. Chi in Europa mi taccia d'imprudenza,giudichi con animo riposato, che cosa sarebbe diventata, che cosa diventerebbe l'Italia, il giorno nel quale la Monarchia apparisse impotente a soddisfare il bisogno della costituzione nazionale!
"Per le annessioni, il moto nazionale se non mutò nella sostanza, pigliò forme nuove; accettando dal diritto popolare quelle belle e nobili provincie, io doveva lealmente riconoscere l'applicazione di quel principio, nè mi era lecito di misurarlo colla norma dei miei affetti ed interessi particolari. In suffragio di quel principio, io feci per utilità dell'Italia, il sacrificio che più costava al mio cuore, rinunziando a due nobilissime provincie del Regno avito.
"Ai Principi italiani che han voluto essere miei nemici, ho sempre dati schietti consigli, risoluto, se vani fossero, ad incontrare il pericolo che l'accecamento loro avrebbe fatto correre ai troni, e ad accettare la volontà dell'Italia.
"Al Granduca io aveva indarno offerta la alleanza prima della guerra. Al Sommo Pontefice, nel quale venero il Capo della Religione dei miei avi e dei miei popoli, fatta la pace, indarno scrissi offerendo di assumere il Vicariato per l'Umbria e per le Marche.
"Era manifesto che queste provincie contenute soltanto dalle armi di mercenari stranieri, se non ottenessero la guarentigia di governo civile che io proponeva, sarebbero tosto o tardi venute in termine di rivoluzione.
"Non ricorderò i consigli dati per molti anni dalle potenze al Re Ferdinando di Napoli. I giudizii che nel Congresso di Parigi furono proferiti sul suo Governo, preparavano naturalmente i popoli a mutarlo, se vane fossero le querele della pubblica opinione e le pratiche della diplomazia.
"Al giovane Suo Successore io mandai offerendo alleanza per la guerra dell'indipendenza. Là pure trovai chiusi gli animi ad ogni affetto italiano e gli intelletti abbuiati dalla passione.
"Era cosa naturale, che i fatti succeduti nell'Italia settentrionale e Centrale, sollevassero più e più gli animi nella Meridionale.
"In Sicilia questa inclinazione degli animi ruppe in aperta rivolta. Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero devoto all'Italia ed a Me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano italiani che soccorrevano italiani; io non potevo, non dovevo rattenerli!
"La caduta del Governo di Napoli riaffermò quello che il mio cuore sapeva, cioè quanto sia necessario ai Re l'amore, ai Governi la stima dei popoli!
"Nelle due Sicilie il nuovo reggimento si inaugurò col mio nome. Ma alcuni atti diedero a temere che non bene si interpretasse, per ogni rispetto, quella politica che è dal mio nome rappresentata. Tutta l'Italia ha temuto, che all'ombra di una gloriosa popolarità e di una probità antica, tentasse di riannodarsi una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale, alle chimere del suo ambizioso fanatismo.
"Tutti gl'italiani si sono rivolti a me perchè scongiurassi questo pericolo. Era mio obbligo il farlo perchè nell'attuale condizione di cose non sarebbe moderazione, non sarebbe senno, ma fiacchezza ed imprudenza, il non assumere con mano ferma la direzione del moto nazionale, del quale sono responsabile dinanzi all'Europa.
"Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell'Umbria, disperdendo quella accozzaglia di gente di ogni paese e di ogni lingua, che qui si era raccolta, nuova e strana forma d'intervento straniero e la peggiore di tutte.
"Io ho proclamato l'Italia degli italiani, e non permetterò mai che l'Italia diventi il nido di sette cosmopolite, che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale.
Popoli dell'Italia Meridionale!
"Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l'ordine. Io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra.
"Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza, che protegge le cause giuste, ispirerà il voto che deporrete nell'urna.
"Qualunque sia la gravità degli eventi, io attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile e quello della Storia, perchè ho la coscienza di compiere i miei doveri di Re e di italiano!
"In Europa la mia politica non sarà forse inutile a riconciliare il progresso dei popoli colla stabilità delle monarchie.
"In Italia so che io chiudo l'era delle rivoluzioni.
"Dato da Ancona addì nove ottobre milleottocentosessanta.
"VITTORIO EMANUELE
"Farini".
Il giorno 15 ottobre il generale Garibaldi pubblicava questo manifesto:
"Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro alla Nazione intera, determino:
"Che le Due Sicilie, che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente Dittatore, fanno parte integrante dell'Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi discendenti.
"Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura conferitami dalla Nazione.
"I prodittatori sono incaricati dell'esecuzione del presente decreto.
"G. Garibaldi".
Il 21 il plebiscito era votato con la formula:
"Il popolo vuole l'Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia".
E nel giorno stesso Garibaldi emanava il seguente
Ordine del giorno:
"Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.
"Ben presto i valorosi dell'esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.
"G. Garibaldi".
Garibaldi aveva finita la sua impresa colla quale aveva collegata all'Italia settentrionale l'Italia meridionale. Arrivata al Volturno la divisione Della Rocca, serrò Capua di regolare assedio.
Il 31 di ottobre il generale consegnava solennemente alla legione ungherese la bella bandiera ricamata dalle Signore napoletane; il 4 il Generale faceva la solenne distribuzione della medaglia, che il Municipio di Palermo aveva decretato aiMille. Il giorno 6 passava in rassegna il glorioso esercito, che aveva combattuto sì strenuamente per l'Italia e Vittorio Emanuele.
Il giorno 7 il Re Vittorio Emanuele faceva il solenne ingresso a Napoli, fra un entusiasmo indescrivibile ed una pioggia di fiori. Nella carrozza davagli la destra il generale Garibaldi: di fronte sedevano i due prodittatori Mordini e Pallavicino.
Il giorno 8 il Generale consegnava al Re il plebiscito delle Due Sicilie, e prendeva da luicongedo, dopo di avergli raccomandato i suoi valorosi compagni d'armi; indi faceva pubblicare il seguente ordine del giorno, per accomiatarsi dai suoi compagni:
Ai miei Compagni d'armi,
Ai miei Compagni d'armi,
"Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
"Sì giovani! l'Italia deve a Voi un'impresa che meritò il plauso del mondo.
"Voi vinceste—e vincerete—perchè siete ormai istruiti nella tattica che decide delle battaglie!
"Voi non siete degeneri di coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi Macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell'Asia.
"A questa pagina stupenda della Storia del nostro paese, ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene.
"All'armi tutti! tutti, e gli oppressori, i prepotenti sfumeranno come la polvere.
"Voi, donne, rigettate lontani i codardi, essi non vi daranno che codardi.
"Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.
"Questo popolo è padrone di sè. Egli vuole essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi mendicando la sua libertà; egli non vuole essere a rimorchio di uomini a cuore di fango, no! no! no!
"La provvidenza fece dono all'Italia di Vittorio Emanuele. Ogni cuore italiano deve rannodarsi a Lui, serrarsi intorno a Lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi!
"Anche una volta io vi ripeto il mio grido—all'armi tutti! tutti!—Se marzo del 1861 non trova un milione d'italiani armati, povera libertà, povera vita italiana! Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna, come un veleno. Il marzo del 1861, e se fa bisogno, il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.
"Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno,di Ancona, di Castelfidardo, d'Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daranno l'ultimo colpo alle crollanti tirannide!
"Accogliete giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d'addio! Io ve la mando commosso d'affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L'ora della pugna mi troverà con voi ancora accanto ai soldati della libertà italiana.
"Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati, hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari coi consigli e coll'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la maschia figura di vent'anni. All'infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
"Noi ci ritroveremo fra poco, per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli schiavi ancora dello straniero. Noi ci troveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi dellalibertà.
G. Garibaldi.
Il giorno del suo ingresso in Napoli il Re Vittorio Emanuele indirizzava ai popoli dell'Italia Meridionale il seguente proclama:
17 novembre 1860.
Ai popoli Napoletani e Siciliani
Ai popoli Napoletani e Siciliani
"Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà di queste nobili Provincie. Accetto quest'altro decreto della volontà Nazionale, non per ambizione di Regno, ma per coscienza d'italiano. Crescono i miei, crescono i doveri di tutti gli italiani. Sono più che mai necessarie la sincera concordia e la costante abnegazione. Tutti i partiti debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell'Italia che Dio solleva.
"Noi dobbiamo instaurare un governo che dia guarentigia di viver libero ai popoli e di severa probità alla pubblica opinione. Io faccio assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta.
"Dove nella legge ha freno il potere e presidio la libertà, ivi il Governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.
"All'Europa dobbiamo addimostrare che, se la irresistibile forza degli eventi superò convenzionifondate sulle secolari sventure d'Italia, noi sappiamo ristorare nella Nazione Unita l'impero di quegli immutabili dommi, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta ed incerta".
Vittorio Emanuele.
Il 3 novembre, il generale Della Rocca d'ordine del Re scriveva una lusinghiera lettera a Garibaldi con la quale ammirava i prodigi di valore e i sagrifizi dell'Esercito Meridionale, ed esprimeva la riconoscenza che la patria italiana deve al loro eroismo.
Garibaldi a sua volta scrisse un'affettuosa lettera di commiato al Re, la quale si chiudeva con queste parole:
"Vogliate Maestà, permettermi una sola preghiera nell'atto di rimettervi il supremo potere. Io Vi imploro affinchè mettiate sotto l'altissima Vostra tutela, coloro che mi ebbi a collaboratori in questa grand'opera di affrancamento dell'Italia Meridionale, e che accogliate nel Vostro Esercito i miei commilitoni che han ben meritato della patria e di Voi".
Il giorno 8 di novembre il Generale volle vedere Elia, al quale fece invito di andare con lui a Caprera. "Sarete fratello a Menotti" gli disse stringendogli la mano. L'Elia commosso ringraziò il generale a cui fece capire che egli aveva altri sacri doveri da compiere verso la madre vedova e verso le sue quattro sorelle orfane; e prese congedo con dolore da quel grande che in meno di sei mesi aveva assicurata l'unità italiana, unendo sotto lo scettro di Vittorio Emanuele l'Italia Meridionale, con quasi otto milioni di sudditi devoti.
La mattina del 9 Garibaldi s'imbarcava per Caprera.
Fu grande fortuna d'Italia la rivoluzione siciliana del 4 aprile 1860.
Questa provocò la spedizione dei Mille. Se questa spedizione non veniva in tempo—come è provato dalle rivelazioni di Brassier de Saint-Simon—l'Italia si sarebbe sistemata in base ai risultati della guerra del 1859—e secondoil volere di Napoleone non si sarebbe avuta l'unità ma la federazione, ed il Papa ne sarebbe stato il Capo e tutt'ora Re di Roma!
La spedizione dei Mille ha avuto un'importanza massima, più di qualsiasi altro evento della Storia d'Italia.
La mattina del 28 ottobre ambo gli eserciti settentrionali e meridionali erano intorno a Capua. Una conferenza tra Garibaldi ed i generali Menabrea e Della Rocca aveva già determinato il piano di espugnazione della fortezza, per l'esecuzione del quale il generale Menabrea diede i suoi ordini agli ufficiali del genio e prendeva tutte le misure per una pronta espugnazione della piazza, mentre il generale Della Rocca dava le sue disposizioni all'artiglieria ed agli altri corpi, per effetto delle quali, le truppe piemontesi rinforzavano il posto di Caiazzo abbandonato dai borbonici, di S. Maria e di S. Angelo; il genio e l'artiglieria si distribuivano nelle rispettive posizioni intorno alla fortezza e tutto era ordinato per il bombardamento.
Più di ventimila borbonici si erano trincerati con potenti artiglierie a Mola di Gaeta. Il 4 di novembre vennero destinati a conquistare quella posizione, la brigata granatieri di Sardegna, il 14oe 24obersaglieri, due squadroni di lancieri di Novara e due batterie d'artiglieria.
Mola, è la parte più a mare della cittadella di Formia, ed è addossata ad una linea di colline che scendono sul mare lasciando appena posto per la strada.
Il 24obattaglione bersaglieri si andò a stendere su un'altura a cavallo della strada; a destra, sulle prime alture, si stendeva il 1oreggimento granatieri; il 2oreggimento granatieri si collocava più indietro; il 3oin riserva; il 14obattaglione dei bersaglieri venne mandato a sloggiare i borbonici che occupavano il paese di Maranola, situato in altura sopra Mola.
Alle ore 11 s'incominciò l'assalto con fuoco vivissimo da ambo le parti; un battaglione del 1ogranatieri è mandato in sostegno del 14obersaglieri e con vigoroso attacco scacciano i borbonici da Maranola.
Il battaglione granatieri dopo di avere cacciato i borbonici da Maranola, rinforzato da altrobattaglione del 2ogranatieri si scaglia arditamente contro l'alta posizione chiamata Madonna di Ponza fortemente occupata e difesa da due batterie; i nostri con slancio ammirabile vi sono sopra, fugano il nemico e s'impossessano dei cannoni.
Eseguite queste due brillanti operazioni, tutta la linea dei nostri si slancia risolutamente all'attacco di Mola sotto il fuoco assai ben nutrito del nemico, attraverso un terreno difficile, seminato da siepi, da muri e da fossi; marciano in testala3ae la 4acompagnia del 2ogranatieri che primi scavalcano le barricate e penetrano nel paese, mettendo in fuga ilnemicoche lascia in potere dei nostri undici cannoni. Non restava che di espugnare la posizione del Castellone fortemente tenuta dai borbonici; i granatieri e bersaglieriesaltatidalle riportate vittorie, si lanciano valorosamente all'assalto e, superati tutti gli ostacoli ed ogni resistenza, riescono vittoriosi e l'espugnano.
Ricoverati entro le mura di Gaeta, i Borboni di Napoli si sforzavano di tener ancora testa alle forze vigorose dell'unificazione d'Italia, conuna guarnigione di oltre 15 000 combattenti e con ben 528 bocche da fuoco.
Nella notte del 10 novembre 1860, otto pezzi da campagna aprivano il fuoco con tiri in arcata, producendo grande sgomento negli assediati; nella notte successiva il fuoco fu ripreso. Il giorno 12 il generale Cialdini, comandante delle due divisioni 4ae 7a, che aveva occupato tutte le alture dominanti la città e spinti i suoi avamposti più presso il Borgo di Gaeta—oggi Tlena—decise di ricacciare entro la cinta quella parte di truppe borboniche che aveva stabiliti i suoi bivacchi sull'istmo fino all'attrattina: le fa assalire da buon nerbo di bersaglieri che colla punta della baionetta l'obbliga ad abbandonare ogni esterna posizione.
Alla fine di dicembre tutte le batterie erano piazzate e l'8 di gennaio Cialdini ordinava si aprisse il fuoco. Mentre seguiva il bombardamento la diplomazia non mancava d'agitarsi. Napoleone III s'interponeva fra i belligeranti e riusciva a fissare un armistizio che aveva principio la stessa sera dell'8 gennaio per terminare il 19.
Dal 19 al 21 furono fatte pratiche per laresa, ma avendo il Borbone rifiutato, alle ore 8 1/2 ant. del giorno 22 tutte le batterie assedianti entrarono in azione. Il bombardamento durò fino al 12 febbraio, producendo danni non lievi alla città e provocando esplosioni di magazzini di polvere. Infine il giorno 13 verso le 3 pomeridiane un orribile esplosione succedeva nelle batterie Malpasso e Transilvania, essendovisi appiccato il fuoco all'enorme quantità di 26 mila chilogrammi di polvere. Lo spavento in Gaeta fu così grande che rese necessario risolversi alla capitolazione, la quale fu firmata alle ore 5 pomeridiane.
Francesco II non s'intromise nella capitolazione e prima che l'esercito italiano entrasse a Gaeta s'imbarcava sul vapore francese "La Muette" che lo condusse a Civitavecchia.
Molti dei nostri valorosi ufficiali si distinsero nei combattimenti di Mola e nell'assedio di Gaeta e fra questi il prode capitano di San Marzano che veniva decorato della Croce militare di Savoia e promosso.
A Caprera il generale non rimaneva inoperoso; egli aveva l'anima fissa al riscatto di Romae di Venezia ed invitava gli amici a preparare i mezzi occorrenti. Con questi concetti scriveva al Bellazzi alla fine di dicembre 1860.
Caprera, 29 dicembre 1860.
Caro Bellazzi,
"Io desidero l'apertura concorde di tutti i comitati italiani di provvedimento per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele con un milione d'italiani armati questa primavera, chiederà giustamente ciò che manca all'Italia.
"Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti; i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l'Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi.
"Noi siamo la Nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele; non escludiamo nessun italiano, che voglia francamente come noi; dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia di cui abbisogniamo immensamente.
Vostro
G. Garibaldi".
Dopo aver preso parte ad una seduta tempestosa alla Camera dei Deputati, Garibaldi era tornato a Caprera, quando il 6 giugno si sparse la fulminea notizia che Cavourera morto. L'impressione fu enorme; l'Italia perdeva il suo più grande uomo di Stato, la libertà un devoto amico, la Dinastia di Savoia uno dei suoi più validi sostegni.
Il Ministro Ricasoli, succeduto al Conte di Cavour, volle accontentare il generale Garibaldi coll'istituzione dei Tiri a Segno Nazionali, ma dopo pochi giorni il Barone Ricasoli non era più al Governo; il partito moderato voleva che si fosse proceduto allo scioglimento dei Comitati di Provvedimento, ma egli in nome della libertà di associazione, rifiutò e diede le dimissioni. Gli successe Rattazzi, che, conseguente al disegno del Ricasoli, commise al generale la direzione dei Tiri a bersaglio.
All'Elia che ne voleva istituire uno in Ancona il generale così scriveva:
Caprera, 18 gennaio 1862.
Caro Elia,
"Italia e Vittorio Emanuele è il programma consentaneo ai voti della nazione e fu di guida a tutti i Comitati di Provvedimento.
"Oltre ai servizi che hanno già resi alla patria, amministrati che siano da persone intelligenti ed oneste, potrebbero renderne altri importanti in avvenire, raccogliendo i fondi pel riscatto di Roma e Venezia.
"Qualunque altro Comitato che sorga con programma e fini diversi non potrebbe reggersi, perchè la Nazione lo riproverebbe.
"Accetto adunque con piacere l'offerta vostra di erigere in cotesta importante città un Comitato di Provvedimento. Intendetevi a tal fine con persone oneste e patriottiche e mettevi in relazione col sig. Federico Bellazzi, persona di mia confidenza, il quale ha diretto devotamente il Comitato Centrale di Genova, ma che si è ritirato, non accettando la presidenza di quel nuovo comitato.
"Gradite i sensi di stima e d'affetto dal
vostro
G. Garibaldi".
Nei primi giorni di maggio 1862, quando già da qualche tempo il generale era in giro nella Lombardia per l'impianto dei tiri a bersaglio, incominciarono a manifestarsi i sintomi di un tentativo per la liberazione di Venezia; il tentativo di Sarnico, che venne impedito dal governo.
Disgustato da questo avvenimento, il generale erasi di nuovo ritirato a Caprera, quando amici della Sicilia lo invitarono ad andare a visitare le terre da lui liberate. La notte del 7 luglio coi pochi amici, che si trovavano all'Isola, prese imbarco per la Sicilia. A Palermo fu accolto con delirio. Chiamato nei luoghi dell'epopea del 1860, Alcamo, Partinico, Calatafimi, Corleone, Sciacca ed altre città, si spinse fino a Marsala. Dovunque passava dimostrava la necessità di riprendere le armi per la liberazione di Roma, essendo un'onta per la Nazione, che la sua Capitale rimanesse schiava del Papa. E fu allora che ebbe principio il grido diRoma o morte!, grido che condusse al doloroso fatto di Aspromonte ed alla gloriosa disfatta di Mentana.
Ad Aspromonte, il generale veniva ferito al piede da palla italiana; il fatto suscitò profonda commozione non solo in ogni angolo d'Italia, ma in quante contrade era giunto il nome dell'Eroe condottiero e l'eco delle sue vittorie. I volontari accorsi intorno a lui, venivano dispersi ed egli stesso veniva portato in prigione nel forte del Varignano. Ecco come si svolsero i dolorosi fatti:
Il Governo, istigato dall'imperatore dei Francesi, aveva determinato di arrestare Garibaldi sulla via di Roma, incaricando il generale Cialdini di anche combatterlo, qualora fosse necessario, e ad ogni costo arrestarlo disperdendo i suoi seguaci.
Il general Mella, comandante della brigata Piemonte mandato in Sicilia sotto gli ordine del Cialdini, sapendo che diversi ufficiali suoi dipendenti erano stati compagni a Garibaldi nelle guerre combattute per l'indipendenza, considerando che questi mal si sarebbero trovati se condotti a combattere contro Garibaldi ed i loroantichi compagni, riuniva gli ufficiali superiori e, intesosi con questi, chiamava a rapporto gli ufficiali subalterni, e faceva loro intendere, che quelli che non si sentissero di combattere contro Garibaldi, potevano chiedere le dimissioni, giacchè l'ufficiale non essendo legato come il soldato, era libero di dimettersi; rammentava ad essi che da ufficiali d'onore avevano l'obbligo di francamente dichiararsi; accordava per ciò mezz'ora di tempo per decidersi.
Gli ufficiali che erano stati compagni a Garibaldi, senza calcolare fin dove poteva arrivare la competenza dei loro superiori, piuttosto che combattere contro Garibaldi, il che avrebbero pur fatto anche a malincuore pur di compiere il loro dovere, in numero di trentadue rassegnarono le loro dimissioni, mai immaginando che ciò facendo il loro onore potesse rimanere intaccato. Le dimissioni furono da ognuno così formulate:
"A termini delle parole del Comandante del Reggimento e del generale, al rapporto del quale gli ufficiali furono chiamati, il sottoscritto domanda le dimissioni".
Gli ufficiali dimissionari in seguito alle dichiarazioni del generale Mella e degli ufficiali superioridel 3oe 4oreggimento, Brigata Piemonte, furono i seguenti:
Capitani:Bennici Giuseppe, Buttinoni Francesco, Burruso Giuseppe, Alessi Antonio, Bonafini Francesco, Pastori Enrico, Bonetti Pietro.—Luogotenenti:Tosti Paolo, Maggioni Ulrico, Bonighi Arnoldo, Armanni Ernesto, Amadesi Alfonso, Bresciani Giuseppe, Nizzori Antonio, Plebani Luigi.—Sottotenenti:Quercioli Egisto, Zanoncelli Michelangelo, Sassi Francesco, Cucchiarelli Levino, Archieri Federico, Lucianetti Lodovico, Rosignoli Francesco, Bergalli Nicolò, Bertone Luigi, Orsoni Emilio, Conti Carlo, Pollina Pietro, Sparacio Giuseppe, Aceto Emidio, Fioravanti Valentino, Sulli Giovanni, Belluzzi Raffaele, De Carli Carlo.
Di questi dimissionari, uno che maggiormente s'era nella campagna precedente distinto, e che corse serio pericolo di essere due volte fucilato fu un carissimo amico di Bixio, unvalorosissimoufficiale e caldo patriota, Giuseppe Bennici; preso con l'armi in pugno dai borbonici alli 21 di maggio 1860 sui Monti di Monreale, come capo squadra dell'insurrezione siciliana, il giorno 27 doveva essere tradotto sul banco dei rei colpevoli di fellonia e di ribellioneal Re di Napoli. La condanna a morte era sicura; ma la fortuna volgeva uno sguardo pietoso sulla patria e sul bravo giovane di Piana de' Greci.
All'alba del 27 Garibaldi entrava in Palermo, la sentenza restava sospesa e dopo tre giorni era reso libero cittadino in libera terra. Da quel giorno Giuseppe Bennici giurava affetto eterno e fede costante al liberatore Giuseppe Garibaldi; Bixio lo vide, lo volle con sè e ne fece il suo aiutante.
Dopo quasi due anni nell'agosto del 1862 in Adernò gli veniva ordinato di battersi contro Garibaldi che con la medesima bandiera dei plebisciti marciava alla liberazione di Roma, o, se meglio gli fosse piaciuto, rassegnasse le sue dimissioni. Il giovane non aveva di ricchezza che la sua sciabola, e tutto il suo avvenire era basato nell'intrapresa carriera militare; ma per lui la riconoscenza verso il suo liberatore s'imponeva, e depose le spalline. Incontrato Garibaldi a Catania, si univa a lui ed ai suoi vecchi compagni di Calatafimi e del Volturno. Ad Aspromonte venne fatto prigioniero; trasportato alla Sede del comando del generale Pallavicini, gli si partecipava che sarebbe stato fucilato. Alla mezzanotte,data la muta alla guardia, il capo scorta gli ordinava di seguirlo; gli si fece percorrere tutta la linea degli avamposti e lo si accompagnava al posto, ove doveva essere fucilato, quando sopraggiunse un ufficiale latore di un contr'ordine.
L'indomani sotto buona scorta fu mandato a Scilla, il 31 a Reggio ed il 1 settembre fu trasportato a Messina e rinchiuso nel forte Gonzaga. Il 9 di ottobre era condotto innanzi al tribunale militare, dal quale veniva emanata la seguente sentenza:
NELLA CAUSA
contro
"Bennici Giuseppe, del fu Gerlando d'anni 21, nato a Piana de' Greci, celibe, Luogotenente nella 8aCompagnia del 4oReggimento Fanteria.
detenuto e accusato
"di tradimento, per aver portato le armi contro lo Stato, prestando servizio nelle file del generale Garibaldi, arrestato il giorno 29 agosto p.p. ecc.
"Condanna alla pena di morte previa degradazione ecc."
Ma anche questa volta un altro angelo salvatore vegliava sulle sorti del Bennici; il generalePinelli si adoperò con ogni sua possa per ottenergli, se non la grazia, la commutazione della pena, e così il 26 di ottobre S. M. il Re firmava il decreto col quale si commutava la pena di morte in quella dell'ergastolo.
La madre del Bennici, angosciata per la sorte del figlio, si rivolse con calde preghiere al generale Garibaldi, e ne riceveva questa confortante lettera.
Pisa, 11 novembre 1862.
Signora,
"Mi commuove il modo eroico col quale sopportate la vostra sventura. Vostro figlio sarà libero e presto; io appena potrò farlo, m'incaricherò di lui.
"Le catene di vostro figlio sono gloria per lui.
"Credetemi
G. Garibaldi.
Fu un conforto per Bennici e per gli altri ufficiali compromessi pel fatto di Aspromonte udire come patrioti, quali il Mordini, il Crispi, il Cadolini, il Macchi, ed altri perorarono la loro causa in Parlamento, e fu gioia e speranza per essi il sapere che nobili Signore, come Donna Pallavicino Trivulzio, Laura Mancini, Laura Mantegazzaed altre, facevano coprire da molte migliaia di firme una petizione al Sovrano per la loro liberazione.
Finalmente il 14 marzo 1865 si aprivano le porte del Castello di Vinadio, ed il Bennici ed altri compagni che vi erano stati tradotti, venivano posti in libertà.
Primo pensiero dei liberati fu quello di dirigersi al camposanto e formato circolo sul luogo che racchiudeva le ossa di alcuni loro compagni di sventura, il più anziano tra i graduati, dinnanzi alle autorità civili e militari, pronunziava un discorso funebre, che concludeva con queste commoventi e nobili parole.
"E lassù sono i nostri compagni d'armi caduti in Aspromonte, e lassù gli altri trapassati, sopraffatti dai dolori; e di lassù ci mirano le anime dei nostri undici compagni che lasciarono il loro misero corpo in questo tenebroso recinto, ed esultano nel ricevere questo tributo d'affetto; e lassù faranno voti, che ognora il nostro cammino sia quello dell'onore e della gloria.
"E noi, forti sotto l'usbergo della nostra pura coscienza, osiamo gridare arditamente a' quattro angoli d'Italia, che dall'Esercito che ha saputovincere a S. Martino, a Castelfidardo, a Calatafimi e sulle barricate di Palermo, non escono e non usciranno giammaitraditori. Pronti a chinare il capo ad una espiazione militare, sdegnosamente protestiamo, contro qualunque accusa infamante, per chi col vessillo tricolore alla liberazione di Roma con Garibaldi, marciava. Si! per Roma solo andavamo; per Roma abbiamo sofferto, e per Roma questi undici nostri compagni sono morti! Quando nel tempio di Marsala il duce dei Mille giuravaRoma o morte, non era per ribellarsi contro il principe eletto da liberi plebisciti.
"Garibaldi, facendosi interprete del bisogno supremo dell'Italia, intimava la crociata del 1862, solo ambizioso di offrire, come fece al Volturno della corona delle due Sicilie, Roma a Vittorio Emanuele, in Campidoglio...
"Si paralizzino i nostri sensi, e la vergogna ricopra le nostri fronti, se cesseremo di combattere, finchè il vessillo tricolore non isventoli sulla pina di S. Pietro".
Dopo Aspromonte e dopo sì avversa fortuna, i liberali, prima di ritornare alle loro case, vollero sulla cenere dei loro morti rinnovare il giuramento di Marsala, "Roma o morte".
La palla del 29 agosto 1862, se abbattè il corpo del temuto capitano, fece percorrere alla idea sua animatrice per tal fatto, un cammino quale non avrebbe potuto sperare con la più splendida vittoria.
Aspromonte giovò alla questione romana in modo decisivo.
Nel 1862 il Governo Russo aveva ordinata la leva generale in tutto l'impero, ma per la Polonia si prescriveva, che fossero esenti dall'obbligo di leva i contadini ed i grandi proprietari rurali, per cui la legge colpiva soltanto gli abitanti delle città. Questo privilegio promosse una agitazione grandissima in tutta la Polonia, e quando il Governatore di Varsavia volle applicare la legge, il 18 gennaio 1863, il Comitato Nazionale di Varsavia bandì l'insurrezionee la lotta incominciò.
Il Generale era infermo a Caprera, e si doleva di non poter accorrere in aiuto dei Polacchi per pagare un debito di gratitudine verso un paese che tanti suoi figli aveva sacrificati per la causa della nostra libertà. Non potendo pagare di persona scriveva all'Europa: "Non abbandonate la Polonia".
Ed in Italia recar soccorso alla Polonia era come un dovere. Il valoroso Nullo Francesco dei Mille, impaziente d'indugio e di martirio, partiva e, unitosi ai ribelli, trovava la morte sugli argini di Skutz.
In Genova si era costituito il Comitato Generale di soccorso ai Polacchi sotto il patronato di Garibaldi, e presieduto dal generale Clemente Corte.
Alla fine di maggio due emissari Polacchi sbarcavano a Caprera apportatori di un audacissimo progetto:
Sommuovere la Rumenia, coll'aiuto del Rossetti e del Bratiano, rovesciare il principe Couza; formare la base dell'insurrezione nel principato; penetrare nella Bessarabia e di là in Polonia, per dare mano forte alla rivoluzione.
In Ancona pure, fin dai primi del 1863 si era costituito un comitato di soccorso per la Polonia.
Il 16 marzo 1863 Elia riceveva la seguente lettera dal generale Clemente Corte, accompagnata da poche linee del generale Garibaldi.
Genova, 16 marzo 1863.
Pregiatissimo Signore,
"Ho ricevuto il di lei foglio 15 corrente e m'affretto a risponderle, che sentii con molto piacere come la sottoscrizione per la Polonia sia stata iniziata e promossa in Ancona, da cittadini distinti pel loro patriottismo.
"È urgente che tale sottoscrizione sia spinta con la maggiore sollecitudine possibile, e che il denaro raccolto venga spedito al nostro Comitato di Genova. Confido quindi, che Ella e gli altri patrioti d'Ancona, faranno in modo di soddisfare a tale mia richiesta.
"Le accludo copia della lettera colla quale il generale Garibaldi autorizza il nostro Comitato a raccogliere e disporre dei fondi suddetti
"Aggradisca i miei più cordiali saluti e mi creda con distinta stima
Dev.mo suo
Clemente Corte."
Caprera, 1 marzo 1863.
Signori,
Vogliate pregare i Comitati italiani per la Polonia di mettersi in relazione con Voi, acciòsi possa disporre dei fondi raccolti in favore della rivoluzione.
Vostro
G. Garibaldi.
Al Comitato per la Polonia
Genova.
Il gennaio del 1864, Elia data la sua piena adesione al movimento insurrezionale della Polonia e deciso di prendervi parte, gli venne trasmesso dall'organizzatore generale del Governo Nazionale, il decreto qui trascritto col quale lo si creava organizzatore delle forze insurrezionali a favore della Polonia nell'Adriatico e lo si nominava provvisoriamente Capitano di Fregata.
Pour etre remplacepar un brevet ennotre arrive auQuartier General.Varsavia.
En vertu des pouvoirs qui nos sont confères pour le Gouvernement National Polonais par un Decret du 10 fevrier 1864 daté de Varsavie, nous nommons au post d'Organizateur des forces Navales Polonais sur le mer Adriatique le Citoyen Auguste Elia sujet du Roy.me de l'Italie, natif d'Ancone, et lui conferons provisoirementle grad de Capitaine de Fregate dans la Marine Nationale; il aurà a se conformer dans l'esercice de ses funtions a nos ordres et instruction ulterieurs.
F.to F. K.
Organizateur General.
Il 13 marzo Elia ricevette dal Cy John Robson di Londra la seguente lettera, con la quale l'avvisava dell'arrivo in Ancona di un vapore a lui diretto e gli dava commissione di vendere il carico e di fare del vapore quell'uso, che più gli fosse piaciuto, dandogli assicurazione, che il vapore medesimo era pienamente adatto pel servizio dei passeggeri nel mare Adriatico e per non lunghe navigazioni.
London, 1864 mars 13th
Dear Sir,
"Having been furnished with your address by my commercial friend. I avail myself of the opportunity, and beg of yon, to take in your charge my steamer the "Princess," Master Sainscler, destined to your port and charged with goods insended for speculation. Should yon accept this commission, I then will send you the powerfor sale, or to dispose of her in manner yon would think proper. She is fit for transport, and passengers trade of short distance, and I think shewillanswer well in the Adriatic. She may be in your place towards the end of this month.
"The bearer of this letter, the Master of the steamer, will require your aid and your advice, which yon will kindly afford him and oblige.
"Your obedient servant
John Robson".
Nell'aprile, insistendo Elia che non aveva avuto altre notizie, perchè gli si facesse fare qualche cosa, riceveva la seguente lettera:
Torino, 22 aprile 1864.
Pregiatissimo Signore,
Ho ricevuto la vostra del 11 aprile. Aspettate e fate aspettare gentilmente, fino a che non riceverete notizie positive da Londra.
Spero che gli avvenimenti camminino e che con loro camminerà anche il nostro affare. Fra poco riceverete da parte mia la lettera patente commerciale, che ho ricevuto oggi e che manderò a voi col mezzo di una persona sicura. A tutti i miei saluti.
Aggradite l'espressione della mia sincera amicizia e del mio distintissimo rispetto
Vostro dev.mo
S. S.
Ma passò del tempo. Il vapore annunziato non erasi veduto, nè arrivavano altre notizie, quando da persona sconosciuta gli venne portata la seguente lettera:
Torino, 30 giugno 1864.
Mio caro Elia,
"Se potete e volete consacrarvi ad una grande impresa, che vi allontanerà per qualche tempo dalla vostra famiglia, ma che può e deve essere base della nostra gloria e della grandezza avvenire, venite immediatamente a Torino e da Torino al Campo di S. Maurizio, dove debbo dirvi cosa e come. Non dite niente a nessuno. Il latore non sa nulla e non gli dite nulla.
"Se poi le vostre ferite non vi permettessero di viaggiare per mare e per terra rispondeteminon posso.
"Attendo con impazienza voi od una vostra riga. Tacete tutto e vogliate sempre bene al
Sempre Vostro
Nino Bixio"
È da immaginarsi con che premura Elia rispondesse all'appello del caro amico generale Bixio, che già presentiva essere d'accordo col Re Vittorio Emanuele e con Garibaldi per qualche ardita e gloriosa impresa. Non indugiò la partenza e raggiunse dopo due giorni, Bixio al Campo di S. Maurizio.
Montati a cavallo si recarono in una casina di proprietà di Accossato, dove Elia ebbe l'altissimo onore e la grande soddisfazione di stringere la mano che gli veniva stesa dal Padre della Patria, Re Vittorio Emanuele II, che ebbe parole assai benevoli per lui. Elia ricevette verbali ordini e disposizioni intorno ad una combinata operazione e ritornò in Ancona in attesa di essere chiamato.
Anche Mazzini cooperava con Vittorio Emanuele e spronava gli amici suoi a dare il loro appoggio per l'insurrezione in Gallizia, e nel trovare appoggio nei principati Balcanici, e sopratutto nel Montenegro, per un forte diversivo contro l'Austria, per poi marciare colle forze nazionali alla conquista del Veneto.
Intanto che tali trattative correvano, il generale Garibaldi, invitato dal popolo inglese a recarsi in Inghilterra, la mattina dell'11 aprilevi faceva il suo ingresso, accolto da per tutto da una moltitudine fremente d'ammirazione e di amore.
Fra le feste che gli furono fatte merita di essere ricordata quella della prima autorità cittadina.
Il Lord Mayor di Londra salutava in lui in nome della libera Inghilterra:
"Il grande Apostolo della libertà; l'eroico e cavalleresco soldato che non impugnò mai la spada che per una giusta causa; il conquistatore di un regno per liberarlo dall'oppressione; colui che rimase povero per arricchire gli altri; il cittadino amante della sua patria e di tutta la razza umana, assai più della propria vita; l'uomo sinceramente buono e giusto di cui le private virtù sono superate soltanto dalle virtù pubbliche, dalla magnanimità più che spartana o romana".
Invitato ad un banchetto di amici polacchi ed italiani tra i quali Mazzini, Saffi e Mordini, al levare della mensa Mazzini si levò e propose un brindisi al generale Garibaldi con queste parole:
"Il mio brindisi racchiuderà tutto quantoci è caro, tutto quello per cui abbiamo sofferto, e combattuto. Bevo alla salute della libertà dei popoli, dell'uomo, che è la incarnazione vivente di queste grandi idee, di Giuseppe Garibaldi; della povera, sacra ed eroica Polonia i cui figli silenziosamente combattono e muoiono per la libertà da più di un anno; bevo alla salute di quella giovane Russia la cui divisa è terra e lavoro; della nuova Russia che fra non molto offrirà la mano alla Polonia sorella, riconoscendo la sua indipendenza e cancellando i ricordi dei russi degli Czar; alla salute dei russi che col nostro amico Herzen hanno fatto tanto per creare questa nuova Russia".
Garibaldi rispose:
"Sono per fare una dichiarazione che avrei dovuto fare già da gran tempo; vi è fra noi un uomo che ha reso i più grandi servigi al nostro paese ed alla causa della libertà.—Quando io ero giovinetto non avendo che aspirazioni verso il bene, cercai uno capace di servire di guida e di consiglio ai miei giovani anni, e lo trovai.—Egli solo vegliava, mentre tutti intorno a lui dormivano—Egli solo alimentò il fuoco sacro—Egli conservò sempre la suafede, l'amore sviscerato al suo paese e la devozione alla causa della libertà—Quest'uomo è il mio amico e Maestro Giuseppe Mazzini. Beviamo alla sua salute".
Il 5 maggio Garibaldi lasciava l'Inghilterra, ed il 9 l'"Ondine" Jakt del Duca di Sutherland lo sbarcava a Caprera.