Vi era quindi tutto da guadagnare nel rimanere nella forte posizione che l'immensa oste Scioana aveva permesso ai nostri di occupare senza molestie; si doveva renderla quanto più possibile inespugnabile ed attendere di essere assaliti, provocando anche il nemico con delle avvisaglie e con avvedute ricognizioni. Coll'attendere si suscitava il malcontento e la discordia nel campo nemico; gli Scioani avrebbero consumato le provvigioni che avevano tratte seco e sarebbero stati costretti di levare il campo e ritornarsene da dove erano venuti. È notorio che perfino un ufficiale russo, il capitano d'artiglieria Zviaghin, membro di una Commissione del suo governo presso Menelik e che aveva studiato con molta diligenza e con la maggior benevolenza lo stato di guerra dell'esercito etiopico, aveva dovuto sentenziare,che questo esercito doveva forzatamente ritirarsi, prima che le riserve delle vettovaglie che gli uomini portavano con se fossero esaurite.
Si è voluto invece precipitare—con 14,000 uomini si è preteso di portare vittoria su 80 a100,000 valorosi; tutta gente che aveva mostrato di sapersi battere; svelta nei movimenti, pratica di ogni palmo di terreno, avvezza per istinto agli accerchiamenti; e come doveva essere—si è andato incontro ad un immane disastro.
Colpa imperdonabile l'ebbe anche il governo. Presa la decisione di mandare al Comando generale il Baldissera, il governo aveva il dovere assoluto, imprescindibile, di subito informarne il Barattieri, ordinandogli contemporaneamente di mantenersi nella difensiva.
Il Barattieri invece d'accordo cogli altri generali Dabormida, Arimondi, Albertone, Ellena, decise di muoversi la notte del 29 febbraio da Sauria per marciare verso Adua—obiettivo l'occupazione della forte posizione costituita dal monte Semaiata e da monte Esciasciò.
L'ordine di marcia era il seguente:
Colonna destra, generale Dabormida—2abrigata fanteria—battaglione di milizia mobile—Comando 2abrigata di batteria, colle batterie 5a6ae 7a.
Colonna del centro, Arimondi—1abrigata fanteria—1acompagnia del 5obattaglione indigeni—batterie 8ae 11a.
Colonna di sinistra, Albertone—Quattro battaglioni indigeni—Comando della 1abrigata di batteria e batterie 1a2a3ae 4a.
Riserva, Ellena—3abrigata fanteria—3obattaglione indigeni—Due batterie a tiro rapido e compagnia genio.
La colonna di destra doveva seguire la strada colle Zalà, colle Guldam, colle Rebbi Arienni; la centrale e la riserva la strada da Adi-Dichi, Gundapta, colle Rebbi Arienni; la colonna di sinistra la strada Sauria, Adi-Cheiras, colle Chidane Maret; il quartier generale doveva marciare in testa alla riserva.
Ordine a tutti di mantenere il collegamento—e il corpo di operazione si mise in moto. Si marciava di notte in terreni sconosciuti ai nostri—era possibile non avvenisse qualche disguido?
La colonna Albertone arrivava al colle Chidane Maret alle 5 1/4; secondo le istruzioni avute vi si doveva stabilire, cercare il contatto colla destra ed aspettare ordini; invece il comandante desideroso della gloria di venire primo alle mani col nemico, commise il grande errore di rimettersi in marcia; cosicchè all'albeggiare giungevaalle falde di Abba-Carima, mentre il 1obattaglione indigeni (maggiore Torrito) in avanguardia si trovava a circa 3 chilometri spinto più avanti; per cui avanguardia e colonna Albertone della sinistra, si erano allontanate di gran lunga dalle altre brigate e prive di ogni contatto.
Difatti alle 8 1/4 il battaglione indigeni (Torrito) avanguardia Albertone, fu il primo ad essere attaccato da forze preponderanti e nonostante la più disperata difesa fu rotto e posto in fuga; nel medesimo tempo le alture di Abba-Carima e l'Amba Scellodà si videro coronate da numerosissimi stormi di nemici, che investirono la brigata Albertone, isolata ad una distanza di sei chilometri e nell'impossibilità di essere soccorsa.
Il generale Albertone non si smarrì; lottava con la sua brigata contro forze dieci volte superiori e ne faceva strage, ma minacciata di aggiramento alla sua sinistra gli ascari non tennero più, e volsero il tergo al combattimento e si diedero alla fuga; invano gli ufficiali tentarono di fare argine, di arrestarli per ricondurli al combattimento, essi stessi venivano travolti da quella valanga.
Frattanto al colonnello Brusati era riuscitodi stendere sulla sinistra di monte Belah due battaglioni del suo reggimento, e sebbene la brigata indigena continuasse a combattere efficacemente non impressionata dalla fuga degli ascari, pure il generale Barattieri alle 7 1/4 credette opportuno di mandare all'Albertone l'ordine di ritirarsi sotto la posizione della brigata Arimondi. Alla brigata di riserva era dato ordine di rinforzare la sinistra di Arimondi.
Ma la brigata Albertone era sempre più furiosamente attaccata da forze, contro le quali era impossibile lottare, in guisa che alle 11 era completamente avvolta e i reparti venivano colpiti dal fuoco nemico sul fronte, sui fianchi e di rovescio. Dopo avere subito perdite enormi, dopo avere perduto la maggior parte degli ufficiali, le truppe indigene cominciarono a ritirarsi prima alla spicciolata poi a grossi reparti; queste prive dei loro ufficiali, perfino dello stesso generale Albertone di cui non si aveva più notizie, non si poterono più riordinare e la rotta fu completa e convertita in fuga spaventosa.
Ne avveniva quindi che fuggiaschi e sterminate colonne nemiche che inseguivanli alle renierano sopra alla brigata Arimondi, che si ordinava in posizione di resistenza e di contrattacco.
Invano il bravo colonnello Brusati tentava coi suoi di fare argine; invano il valoroso colonnello Galliano aveva schierato il 3obattaglione indigeni all'estrema sinistra per arrestare i fuggenti e tener testa all'irrompente nemico, tutti gli sforzi di questi eroi e dei loro ufficiali furono inutili; i battaglioni scossi dallo spettacolo che si manifestava ai loro occhi, malgrado gli sforzi dei loro comandanti, dei loro bravi ufficiali, malgrado l'esempio di serena bravura che dava il battaglione 9o(bianco), malgrado le batterie che facevano fuoco vivissimo, si davano alla fuga.
Frattanto gli ascari in fuga, tirandosi dietro forti masse di scioani, scuotevano le truppe delle brigate Arimondi ed Ellena che non avevano modo di spiegarsi e di prendere posizione. Mentre il generale Arimondi impartiva ordini alle batterie, le orde scioane, girando sul fianco sinistro, irrupero in massa addosso alla colonna e coronate le cime di monte Belach, facendo fuoco d'inferno sui nostri soldati bianchi e neri che si affollavano nell'insenatura, ne facevano strage.
Il prode Arimondi e il di lui aiutante di brigata ai quali erano stati portati via i muletti non poteronotogliersidalla disastrosa posizione e rimasero accerchiati.
Il generale Barattieri, visto che nè i bersaglieri, nè gli alpini avevano potuto tener testa e che tutte le alture si coprivano di nemici, chiamato a sè il colonnello Stevani si dirigeva verso il colle Rebbi Arienni, incontrava per la via il colonnello Nava e Vandiol del 16obattaglione, e disponeva per la ritirata verso il vallone.
Ma il tumulto cresceva colle ondate dei sopravenienti inseguiti e col grandinare delle palle. Eraunospettacolo da squarciare il cuore! Quantivalorosiufficiali caddero nonèpossibile dire. A fianco di Barattieri cadevano ilcolonnelloNava e il tenente Chigi. QuandoBarattierigiunse nella convalle pressoRebbi Ariennivi trovò il generale Ellena. Ivi chiamò a raccolta; fu raggiuntodaltenente colonnello Musini, dal tenente Marchiori degli alpini, dal capitano Bedini, dal tenente Partini, dal tenente colonnello Violante, dal tenente Ribotti, dal capitano Grassi e da altri e riuniti qualche centinaio di truppe fra alpini, bersaglieri ed altre armi si organizzò laresistenza per far possibilmente arrestare la foga del nemico.
Mentre questo succedeva alle brigate Albertone, Arimondi ed Ellena ecco quel che avveniva alla brigata Dabormida.
Verso le 6 la testa della brigata si fermava sul ciglio del colleRebbi Arienni. Il generale Dabormida dopo di avere mandato avviso al comando che occupava il colle senza avere potuto mettersi a contatto coll'Albertone, proseguiva oltre solo accompagnato dal capitano Bellavita suo aiutante di campo e dal tenente Piva suo ufficiale d'ordinanza, allo scopo di formarsi una idea del terreno sul quale avrebbe dovuto operare, mentre la brigata prendeva formazionediammassamento sul colle; intanto che il battaglione De Vito di avanguardia marciava più innanzi per vedere di trovare il contatto colla brigata Albertone.
Il generale Dabormida ritornato dalla sua esplorazione, visto il generaleBarattieriche stava alquanto più indietro gli andò incontro e s'intrattenne a parlare con luiimpensieritodi non avere nuove dell'Albertone; a poca distanza l'Arimondi s'intratteneva coi colonnelli Airaghi eRagni sullo stesso argomento giacchè tutti neeranograndemente preoccupati.
Verso le 7 la brigata Dabormida riprese, pian piano, nell'ordine di prima, la marcia in avanti, mentre il comando supremo rimaneva sul colle, dirigendosi per la valle che va a Mariam Sciavitu e ad Adua.
Il campo di battaglia della brigata Dabormida si divideva in tre parti; alture di sinistra, fondo della vallata, alture di destra, e il generale dava ordini alle truppe di prendere posizione sulle alture.
Non appena i nostri ebbero raggiunto la sommità delle alture scorsero dense truppe nemiche dirette ad occupare una specie di sprone che da Monte Derarvaverso Adua; un altro forte nucleo nemico con reparto di cavalleria Galla si dirigeva verso il Vallone. La compagnia Sermani all'appressarsi del nemico si era spiegata ed aveva aperto il fuoco; il maggior De Vito ordinava alle sue truppe di occupare celeremente il controforte prima che vi arrivasse il nemico; come un onda nera, i bravi indigeni si precipitanogiùpel burrone, l'attraversano e ansanti risalgono l'altura agognata; Tola e Ferrerohanno raggiunto la posizione appena in tempo per aprire il fuoco sul nemico che sale dall'opposto versante; erano le 9, il combattimento era impegnato su tutta la fronte, dalla cresta principale, lungo tutto il controforte, fino al fondo della vallata; la compagnia del Chitet è obbligata a ripiegare, per cui il battaglione del De Vito già colpito a morte, e minacciato sull'ala destra. Frattanto il nemico ingrossa, il fuoco raddoppia e semina morte: molti ufficiali sono caduti, i reparti tentennano e all'estrema sinistra hanno incominciato a ritirarsi; il tenente Gaslini si getta con unpugnodi bravi fra i nemici, cade, ma la compagnia Longo riprende il suo posto; il nemico ingrossa, investe con una pioggia di piombo e gl'indigeni si ritirano e si sbandano; la precipitosa ritirata poco mancò non travolgesse i reparti del 3oreggimento; ma appena fu sgombrata la fronte le truppe comandate dal colonnello Ragni, prima col fuoco e poi colla bajonetta arrestava la foga del nemico, respingendolo sul dorsale dello sprone.
Nel frattempo il colonnello Airaghi avanzava colle sue truppe calme ed ordinate, con le batterie in battaglia scortate dal 14obattaglione; sierano appena messi in batteria i pezzi, che il nemico si lanciava con urli feroci all'assalto; le nostre truppe non si mossero, aprirono il fuoco a ripetizione e l'artiglieria alla mitraglia; un fuoco micidiale: la carica è rovesciata, il nemico si ritira in disordine decimato, e il fuoco andò rallentandosi e parve languire; erano verso le 12 e il generale ed il colonnello Airaghi credettero buono il momento per un attacco offensivo onde scacciare il nemico dalle posizioni e diedero gli ordini necessari. La brigata fu disposta con una calma con una regolarità di un'esercitazione in tempo di pace; le truppe sulle alture di sinistra agli ordini del colonnello Ragni; quelle nel piano al comando del colonnello Airaghi; tutte con le catene e sostegni; più indietro la riserva; l'artiglieria al centro comandata dal Zola; tutti con ordine ammirabile pronti all'attacco con un morale elevatissimo.
Si vedeva però nel generale qualche cosa che lo contrariava—una nube offuscava la serenità del suo volto—non aveva potuto dar mano all'Albertone, non aveva avuto nessuna notizia della brigata Arimondi colla quale aveva perduto il contatto,nèalcuna dal Comando supremo e questo lo angustiava.
Il generale più tardi ordinò uno sbalzo più innanzi per tastare il nemico, ma questo non si mosse, soltanto raddoppiò il suo fuoco e mise in batteria sullo sprone delle alture deltucülalcuni pezzi d'artiglieria dai quali non trassero alcun effetto.
Mentre così procedeva il combattimento della brigata Dabormida sulla fronte verso Adua, alle sue spalle, nella vallata succedente al Rebbi Arienni avveniva il tragico esodo della colonna Arimondi—arrestata nei suoi movimenti dai fuggiaschi della brigata Albertone, inseguiti alle reni da una massa imponente di nemici—veniva essa pure travolta e decimata prima che avesse potuto spiegarsi e prendere posizione per una energica difensiva.
Non è possibile descrivere gli atti di valore—gli eroismi dei nostri ufficiali per sbarrare la via ai fuggiaschi—per arrestare le irrompenti—enormi masse nemiche.—Il colonnello Brusati alla testa del suo reggimento riuscì di tener testa e di fermare per alcun tempo la nera fiumana, ma minacciato da avvolgimento fu costretto a ripiegare—nel farlo ordinava a se il resto della brigata e dopo di avere tentatoun'estrema resistenza, ne formava una colonna che guidò con fermezza ed intelligenza, radunando le truppe disperse e facilitandone la ritirata. Per il suo eroismo, per la sua ammirevole condotta, veniva decorato della Croce all'Ordine militare di Savoia.
Della rotta della brigata Arimondi di questo tragico fatto—nulla si sapeva nella colonna Dabormida, e certamente non fu avvertita neppure dal battaglione De Amicis del 4oreggimento Brusati, che dalle 10 si era schierato sull'altura dominante il colle d'accesso alla vallata, posizione che gli era stato ordinato di occupare per proteggere il fianco della brigata Arimondi e per cercare il contatto colla brigata Dabormida, altrimenti quel battaglione non si sarebbe limitato a rimanere in quella posizione per proteggere le spalle della brigata Dabormida, ma si sarebbe fatto un dovere di avvisarne prima il Dabormida, poi di accorrere senz'altro in aiuto della brigata alla quale apparteneva il suo reggimento.
E il De Amicis non stette a lungo inoperoso; visto la Brigata Dabormida impegnata nella valle sottostante, persuaso che la sua presenza nell'alturanon aveva più scopo, perchè sulla destra della direttrice di marcia un'altra brigata aveva impegnato il combattimento, scese dal colle per correre in appoggio ai combattenti; però aveva appena lasciata l'altura che alcuni cavalieri Galla si mostravano sul colle abbandonato; il De Amicis vide subito la necessità di ritornare sull'abbandonata posizione ed a passo di corsa si mosse per rioccuparla; sotto il fuoco nemico il battaglione potè raggiungere un recinto murato, ed ivi trincerarsi.
Nel frattempo il generale Dabormida inteso il fuoco di fucileria sull'altura occupata dal De Amicis mandava ordine al maggiore Rayneri di mandare la sua 1acompagnia a scorta dell'artiglieria, e col resto del battaglione portarsi a rinforzare le truppe del De Amicis, scacciare il nemico e liberare la brigata da qualsiasi minaccia da tergo; l'aiuto giunse in tempo e il nemico potè essere respinto nella sottostante vallata proveniente dal Rabbi Arienni; e fu fortuna che anche il 13obattaglione valendosi di altro recinto in muro a secco assieme al 5obattaglione, poterono occupare solidamente le due alture a tergo e resistervi fino a sera, senzadi che la brigataDabormidaavrebbe visto precipitarsi alle sue spalle la maggior parte del grosso del nemico che ritornava dall'avere rotte e disperse le altre due brigate, ed avrebbe avuto preclusa ogni via di ritirata.
Dopo il mezzogiorno fra le truppe del Dabormida e le scioane sul fronte d'Adua si ravvivava la fucilata; la nostra artiglieria si era piazzata sullo sprone delle alture deitucül. Ad ogni colpo di Shrapnel si scorgeva un rapido sbandarsi degli scioani attraverso le roccie e i rovi; quelli diretti verso lo sbocco della vallata facevano solchi profondi nelle folte colonne nemiche, coperte da alta erba. Il colonnello Airaghi rompe gl'indugi; alla testa del suo reggimento lancia le truppe nel piano ad un primo poi ad un secondo assalto; ed il colonnello Ragni che dal mattino si è trovato sulla linea del fuoco, appoggia gli sforzi del suo collega, quantunque gli aspri fianchi delle alture da dove combatte, gli renda impossibile di mandare avvisi e ricevere ordini.
Ma lassù nelle alture il nemico tiene fermo, e quantunque nel fondo della valle si fosse ritirato, grandi masse riaprono in tutto il fronteun fuoco micidialissimo, per cui i nostri bravi sono costretti a ritirarsi dalle posizioni avanzate guadagnate poco prima, e il nemico riprende le proprie. Le perdite sono gravi assai, fra altri sono caduti i capitani Casadei, Sini, Messaglia, il tenente Vitali, i due tenenti medici Miccichè e Lombi, e molti altri.
I nostri battaglioni hanno ordine di accelerare il fuoco; le batterie secondano mirabilmente; fanno due sbalzi in avanti; ma il nemico non si muove nè dalle alture nè dal fondo della vallata; un centinaio di metri divide i nostri dalla fronte nemica che fa un fuoco d'inferno; le artiglierie rombano con fragore indemoniato; la tromba squilla ilprontiper l'assalto; il generale Dabormida come se si trovasse ad una parata, con a fianco il colonnello Airaghi, seguito dagli ufficiali del comando oltrepassa a cavallo la linea di fuoco—in tutti corre un fremito—un urlo tremendo si leva, "Savoja, Savoja!" e dal primo all'ultimo, a denti stretti, con ardore feroce, con l'arma in pugno si slanciano all'assalto; l'urto fu terribile—irresistibile, perchè il nemico ne è rovesciato, costretto a volgere le spalle e darsi confusamente alla fuga—le trombe suonaronoalte fuoco euna scarica a salva investe la terga del nemico. Era la vittoria! e un grido proruppe unanime. "Viva l'Italia! Viva il Re!"
Ad un tratto, potevano essere le 14, un grosso rumore di fucileria da tergo gela il sangue degli eroici combattenti. Grossi stormi di cavalieri galla si videro scendere dal colle e dietro la cavalleria un nero nembo di fanteria. All'imminenza di un attacco da tergo il bravo generale Dabormida non perdette l'ammirabile sua calma giacchè non avrebbe potuto supporre che tutto il resto dell'esercito fosse scompaginato, e già rotto e lontano: urgeva provvedere perchè il De Amicis e Rayneri tenessero fermo nella loro posizione; e questi rimasero saldi come torri fin all'ultimo; l'azione di questi due battaglioni fu veramente eroica e provvidenziale.
Si sa già che cosa era avvenuto: battuta la colonna Albertone che si era distanziata dagli altri corpi e messa nell'impossibilità di essere soccorsa, il nemico dieci volte superiore ai nostri inseguendo gli indigeni in fuga capitarono precipitosamente sulla brigata Arimondi che stava prendendo posizione, la scompagina, la rompe e mette in fuga e colla stessa rapidità piomba sullabrigata Ellena di riserva e sgomina e disperde pur questa. Atti eroici furono compiuti dalla brigata Arimondi, altrettanti e pure eroici dalla brigata Ellena ma, questi non riuscirono a frenare la valanga impetuosa delle enormi masse nemiche che inseguendo i fuggiaschi tutto travolgevano e rovesciavano.
Rotte, sgominate le tre brigate Albertone-Arimondi-Ellena, poste in fuga e lanciate alle loro calcagne arditi distaccamenti e grossi reparti di cavalleria galla, tutto il grosso dell'esercito abissino si rivolse dove ancora si combatteva con tanto eroismo da obbligare più volte forze assai superiori alla ritirata; e da quel momento la situazione della brigata Dabormida diveniva disperata. Bisognava prepararsi ad un'ultima e disperata difesa la gloriosa brigata si lancia contro il nemico su tre fronti. Il generale Dabormida a cavallo a capo scoperto e coll'elmo nella mano destra, si lancia avanti a tutti, il colonnello Airaghi lo segue con la sciabola in alto, eroicamente eccitando i suoi bravi alla pugna!
Un urlo tremendo!—e disperatamente le nostre truppe si precipitano sul nemico che non indietreggia, impedito a retrocedere dalla massaenorme che gli si accalca addosso e l'obbliga ad avanzare—ma la lotta a corpo a corpo è terribile—tanto è il furore dei nostri—tanta è la strage che seminano intorno a loro che la massa scioana ne è scossa, ondeggia ed è costretta a cedere terreno.
Lo spazio necessario per la ritirata è aperto—ma quanti prodi seminati per la via sanguinosa! Pel prode generale fu un momento ben triste quando rivoltosi al colonnello Airaghi gli disse "Airaghi bisogna iniziare la ritirata: tu la coprirai col tuo reggimento!" "Va bene generale" rispose il colonnello del 6oreggimento e si separarono per non vedersi mai più!
Dabormida si diresse all'imbocco dell'angusta valletta per dove dovevano sfilare le truppe in ritirata, e dava gli ordini opportuni; poi preoccupato della sua sinistra, insieme al capitano Bellavita suo aiutante di campo volle ascendere l'aspra altura ove ancora combattevano i battaglioni De Amicis e Rayneri.
Era di lassù che solo potevasi coprire la ritirata delle truppe combattenti nella valle. Rifiutandosi il cavallo di salire per l'erta dovette scendere; incaricò il capitano Bellavita di portarei suoi ordini al De Amicis e al Rayneri di tener fermo ad ogni costo, e ridiscese per dirigere l'incolonnamento della brigata.
Quando il Bellavita ritornò dopo avere impartiti gli ordini, il generale Dabormida, questo fulgido eroe leggendario, era scomparso!
Finito il periodo epico dei gloriosi combattimenti, si dava principio a quello tragico di una disastrosa ritirata! E, come era da immaginarsi, ne seguì una carneficina orrenda.
I battaglioni De Amicis e Rayneri che avevano strenuamente sostenuto l'urto di un nemico più che quintuplo e che ancora stavano sulle alture a proteggere la ritirata, quando videro che il 6oed ultimo reggimento si ritraeva per lo sbocco della valletta ad imbuto, anch'essi abbandonarono le trincee fin allora difese per ridursi al colle e ritirarsi; nella stretta insenatura di questa si svolse l'esodo triste di una grande brigata!—Soprafatta dal numero, sfinita dalla sete, dalla fame, lacera, semiscalza, dopo una intera giornata di combattimento, senza tregua, abbandonava il campo col cuore stretto dall'ambascia, ma fiera per il dovere compiuto! Fu una scena d'orrore illuminata dagli ultimi raggi delsole, che esso pure andava morendo. La brigata aveva strenuamente, eroicamente combattuto dal sorgere al tramontare del sole. Tutto era perduto anche per la brigata Dabormida—non era certo perduto l'onore.
Ah! se le nostre quattro brigate avessero mantenuto il contatto! quale scempio delle orde scioane avrebbero fatto! E fu fatalmente strano che a questo non si sia rigorosamente provveduto! e non si sia pensato che è un principio incontestabile di guerra che un esercito di fronte al nemico deve sempre tenere le sue colonne riunite, in guisa che il nemico stesso non possa mai introdursi fra le medesime. Anche quando si sia dovuto dividere un esercito affine d'avviarlo per linee concentriche contro il nemico, è necessario all'approssimarsi ad esso per dare battaglia, che gl'intervalli fra le diverse colonne siano raccorciati tanto che queste possano a vicenda agevolmente soccorrersi e sostenersi. E a questo principio elementare di guerra nella fatale giornata di Adua non si è pensato!
Che ne era avvenuto del generale Dabormida, del colonnello Airaghi, del maggiore De Amicis e di tanti e tanti altri eroi? Nessuno sapeva dirlo!
Il valoroso colonnello Ragni comprese che era a lui ormai serbato un altro grave dovere, quello di dirigere la ritirata. Verso le 19 la colonna sboccò su di un ripiano sul quale si elevava una specie di controforte; il colonnello decise di far quivi l'ultima resistenza per riordinare al riparo di questo ed alla meglio la confusa massa dei superstiti. Il capitano Pavesi coi suoi ufficiali Benito (ferito), Camelli, Caloria, con la loro bella compagnia del 5oindigeni, formarono il nucleo principale della più che ardita difesa;làsi trovarono e si riunirono i maggiori Prato, Raqueni e De Fonseca; i capitani Paperotti, Guastalla, Liquori, Sciarra, Cicerchia, Voet, Bellavita; i tenenti Matteucci (ferito), Massazza, Angelini, Zonchello, Benetti, Carossini, Donedu (ferito), Bairi, Neri (ferito) ed altri ed altri.
Il nemico vista la tenacia temeraria dei nostri non volle avventurarsi nell'oscurità della notte e cessò dall'inseguimento, per cui la ritirata potè compiersi, ma seminando nei giorni appresso altre ossa lungo tutta la via ben dolorosa, perchè i superstiti furono continuamente assaliti dagli insorti nei paesi che attraversavano.
Nel combattimento d'Adua cadde da eroe, fratanti e tanti altri, il capitano Leopoldo Elia di Ancona, il prode garibaldino ferito a Mentana, il valoroso soldato dell'esercito alla breccia di Porta Pia. Egli era già stato in Africa colla spedizione di San Marzano quale capitano dei bersaglieri; vi era rimasto per due anni e fu costretto a rimpatriare per grave malattia. Ricuperata la salute lo si tolse dall'arma dei bersaglieri, nella quale aveva fatta tutta la sua carriera, grado a grado, fino a quella di capitano—arma che egli idolatrava!
Fu un colpo assai doloroso per lui—e per mostrare che avevano avuto torto di toglierlo dal corpo suo prediletto, appena si ebbe notizia dell'eroica giornata di Amba-Alagi, non chiamato, offriva volontario i suoi servigi alla patria e ripartiva colla brigata Ellena.
Nella fatale, ma pur gloriosa giornata d'Adua, schierata la sua compagnia sotto un fuoco infernale nemico, nella posizione che doveva tenere e difendere, incuorando i suoi bravi soldati che l'adoravano, dando loro l'esempio, eroicamente combattendo, per più ore sostenne urti tremendi che sempre respingeva; ma infine circondato da migliaia di nemici, senza ritrarsi d'un passo,vendendo cara la vita egli e i suoi bravi che sempre assottigliandosi si stringevano intorno a lui, cadeva ferito per non più rialzarsi. Così finivano quasi tutti della compagnia comandata da Leopoldo Elia, preferendo morire piuttosto che darsi prigionieri.
E un altro valorosissimo lasciava la vita in quella fatale giornata, un carissimo amico dell'Elia che merita di essere ricordato, il capitano Ciro Cesarini di Corinaldo.
Uscito dalla scuola di Modena entrava come sottotenente nel 4oreggimento bersaglieri. Nel 1894 domandò ed ottenne di essere mandato in Africa e venne destinato col grado di tenente alla 2acompagnia cacciatori di guarnigione a Keren.
Dopo pochi mesi venne chiamato alla 3acompagnia del 2obattaglione indigeni comandato dal maggiore Hidalgo—combattè da valoroso per l'espugnazione di Cassala e vi guadagnò la menzione onorevole e per merito fu promosso capitano nella 1acompagnia del 1obattaglione indigeni sotto il comando del maggiore Turitto.
Col suo battaglione prese parte alla battaglia diDebra-Ailàed all'inseguimento di Ras Mangascià.
Quando si formò il corpo di operazione contro gli Scioani, col suo 1obattaglione indigeni entrò a far parte della brigata Albertone—che come si è visto—fu la prima ad impegnarsi nel combattimento del 1omarzo—ed a sostenere tutto il grave peso dell'immensa oste nemica per essersi distanziata dalle altre nostre brigate.
Dopo la triste notizia del disastro toccato alle armi nostre nella battaglia d'Adua, alla famiglia, ai concittadini, agli amici, trepidanti per la sua sorte, venne notizia che il capitano Cesarini si trovava ad Adigrat; però la novella fu presto smentita. Solo poté essere accertata la sorte del valoroso capitano, quando fu liberato dalla prigionia l'ultimo scaglione dei prigionieri di Menelik del quale faceva parte il tenente Fuso, unico ufficiale superstite della compagnia comandata dal Ciro Cesarini, del quale raccontava così l'eroica fine.
"Il capitano Cesarini con la sua compagnia fu il primo ad attaccare il nemico e ne sostenne il fuoco per due ore di seguito.
"Quando il generale Albertone—dopo accanito combattimento contro masse nemichedieci volte superiori alle sue forze—minacciato di avvolgimento—si trovò costretto ad ordinare la ritirata—il capitano Cesarini col resto della sua compagnia e con quanti altri potè raccogliere, venne incaricato di proteggere la ritirata—Ed egli—dando esempio ai suoi che in pochi rimasti si serravano intorno a lui—non abbandonava un palmo di terreno e battendosi come un leone compiva fin all'ultimo eroicamente il suo dovere. Ferito ad un braccio continuò a combattere—ma una palla gli fracassò un ginocchio—la ferita era orribile—il sangue ne usciva a fiotti—gli spasimi dovevano essere atroci.
"Io ed il furiere della compagnia volevamo prestargli soccorso—ma egli—visto che per lui era finita—ci pregò di non occuparci di lui—ordinava a me di prendere il comando della compagnia e di resistere fino all'ultimo.
"Allora lo trasportammo in una specie di grotta che vi eralìappresso—durante il tragitto perdette i sensi—lo adagiammo alla meglio e più non lo rivedemmo".
Ecco quanto il generale Albertone dice di questo bravo e della sua eroica compagnia.
"La compagnia rimasta col tenente Fuso,che ne aveva assunto il comando, col furiere ed una trentina di soldati Ascari rimasti, respinse quattro volte il nemico con altrettanti attacchi alla baionetta.
"Durante la mia prigionia intesi più volte dai capi Abissini la narrazione dei prodigi di valore del capitano Cesarini, il quale aveva meravigliato gli stessi nemici".
E combattendo da valorosi lasciavano in quella giornata la vita pure, il prode tenente Monina Attilio, ed i forti giovani Adolfo Muzzi, Alfredo Pettinelli, Adolfo Santarelli, Cesare Salustri, Cesare Stramazzoni.
O forti e valorosi soldati—la vostra fine non doveva essere diversa! Solo agli eroi è dato la gloria di morire ravvolti nella propria bandiera!
Ancona e i luoghi della sua provincia che vi dettero i natali conserveranno sacra la vostra memoria!
Al generale Baldissera toccò di compiere le operazioni militari nel secondo periodo della campagna d'Africa 1895-96.
Con rapide mosse, con ardite dimostrazionisu Coatit, su Debra-Damo e su Adua, affine di coprire il vero obiettivo del corpo di operazione, riusciva in breve a liberare il presidio d'Adigrat; a riordinare gli avanzi del primo corpo di operazione che aveva combattuto ad Adua; a coprire la colonna minacciata nel punto più vitale; ad iniziare trattative di pace col precipuo scopo di guadagnar tempo, per ottenere la liberazione dei nostri prigionieri, il seppellimento dei nostri morti;—e portare soccorso a Cassala.
Operazioni tutte condotte a compimento con militare energia e con sommo accorgimento da meritare il plauso del paese.
Nel 1897—un grido di entusiasmo echeggiava da un capo all'altro d'Italia per la causa ellenica—il filellenismo fu sempre fra noi una delle corde che più vibrarono nel cuore di quanti sentivano amore di patria e di libertà—e tutte le volte che la Grecia tentò di sottrarre dall'onta del governo turco le belle terre che le appartengono, l'Italia non vi rimase insensibile e mandòi migliori suoi figli a combattere per la sua redenzione.
Sarebbe troppo lungo il ricordare i patriotti che le diedero la vita in tempi ormai lontani ma pur non dimenticati; basterebbe ricordare il Santorre Santarosa—nel 1821—il Basetti—il Tarella—il Mamiot—il Tirelli—il Briffori—il Tarsio—il Viviani—il Torricelli—il Prenario—il Miovitowich—il Dania—il Rattelani—che diedero la vita per la Grecia nel 1822—e l'Andrea Broglio marchigiano che lasciava la vita ad Anatolica nel 1828—come molti greci lasciarono la loro vita per la causa italiana; accenneremo ai più recenti, e diremo che insorta l'isola di Creta dopo la campagna del 1866, ben duemila e più volontari e non meno di ottanta ufficiali corsero a dare agli insorti il loro aiuto. I primi, sbarcati a Sira furono posti sotto gli ordini di Zambra-Kakis, Bisanzios, e Coracas, gli altri sottoil comandodel maggiore Mereu, e tutti diretti all'isola di Creta ove si combatteva per la propria indipendenza.
Al Mereu prima della sua partenza il generale Garibaldi consegnava la lettera seguente:
Caprera, 9 ottobre 1866.
"Il maggiore Mereu, uno dei miei prodi compagni d'armi, va in Grecia per combattere la santa causa di quel paese.
"Io lo raccomando caldamente ai miei amici.
G. Garibaldi".
In tutti i combattimenti per l'indipendenza della Grecia il sangue italiano fu sparso gloriosamente.
Nel 1867 la Grecia minacciava di sorgere in armi per la questione non solo di Creta ma anche per la causa macedone: una nuova spedizione di Toscani guidata da Sgarellino partiva da Livorno; toccata Caprera prendeva il comando della spedizione il bravo giovane Ricciotti Garibaldi.
Egli partiva diretto non a Candia ma al Pireo, con istruzioni del padre di vedere di portare la rivoluzione nell'Epiro e nell'Albania e di far sapere che se l'insurrezione avesse luogo, anche egli sarebbe accorso sul campo dell'azione.
Ma mentre un comitato ellenico era dietro ad organizzare un movimento sulla frontiera Epirota;l'intervento delle potenze intimava alla Grecia di spegnere il movimento nel suo nascere, e i volontari italiani dovettero rimpatriare.
Nel 1875, Mico Liubibratic, un eroe Erzegovese, che col Vucalovich si era mantenuto in campagna contro i Turchi per l'indipendenza della sua patria fino al settembre 1862 riportando segnalate vittorie il 13, 14, 18 ottobre—tali da destare l'universale ammirazione e da obbligare il governo ottomano a segnare in Ragusa un trattato favorevole all'Erzegovina (trattato i cui patti non furono poi rispettati)—aveva ripreso le armi e indirizzava un fiero proclama alla gioventù di tutte le nazioni, perchè rispondessero al suo appello. Garibaldi alzava anche esso la sua voce in favore dell'Erzegovina col seguente proclama:
A Liubibratic ed ai suoi gloriosi compagni!
"Miei cari amici,
"Voi vi siete assunti una difficile missione, ma bella, superba, santa; quella dell'emancipazione degli Slavi dalla più atroce delle tirannidi.
"Io vi invidio e giammai tanto mi pesarono gli anni come oggi, che non posso dividere con voi glorie e perigli.
"Già m'indirizzai a tutte le popolazioni che languono sotto il giogo ottomano e non dispero di vedere raggiungere la vostra bandiera dai prodi che contano nella loro storia i Leonidas, gli Spartachi e gli Scanderberg.
"Il vostro divisamento di sostenere la guerra di partigiani durante l'inverno, lo credo il migliore; l'avvenire è vostro. Qualunque uomo che non sia un perverso farà sua la causa vostra e come noi palpiterà di gioia al vostro glorioso trionfo".
Roma, 29 ottobre 1875.
Vostro
G. Garibaldi.
Al patriota esule triestino, presidente del Comitato per gl'insorti erzegovini, scriveva così:
"Mio caro Popovich,
"Ove rimanesse un insorto solo nell'Erzegovina, bisogna aiutarlo.
"Io spero che Liubibratic e compagni si sosteranno sino alla primavera. Intanto bisogna lavorare per loro a tutta forza.
"Dite ai valorosi del Montenegro che il mondoammira il loro eroismo, e salutateli caramente per me".
Roma, 31 ottobre 1875.
Sempre vostro
G. Garibaldi
E quando ebbe per telegramma i particolari della battaglia di Piva nella quale i Turchi toccarono una solenne sconfitta, così gli scriveva:
"Caro Popovich,
"I liberi d'ogni paese europeo esultano per la splendida vittoria degli eroici figli dell'Erzegovina orientale".
Roma, 5 novembre 1875.
G. Garibaldi.
Non è quindi da meravigliarsi se all'annunzio dell'insurrezione di Creta nel 1897 e dell'attitudine del governo Ellenico di sostenerla anche a mano armata contro il Turco, in Italia vecchi patrioti e giovani di cuore ardente, sentirono il sacrosanto dovere di continuare la gloriosa tradizione della camicia rossa, quale simbolo di libertà per gli oppressi.
Per opera dell'insigne patriota Ettore Ferrari, coadiuvato dal colonnello Gattorno, si formò uncorpo di garibaldini. Ma in parte per le difficoltà frapposte dal Governo Italiano, che per riguardo ai trattati internazionali doveva ostacolare l'imbarco dei volontari, ma ancor piùper le incertezze dello stesso governo di Grecia, il numero degli accorsi fu assai limitato. E per provare che tali incertezze riuscirono dannose alla causa ellenica, basti il dire, che avendo il generale Menotti Garibaldi (col quale sarebbero andati i colonnelli Pais, Cariolato, Elia, Bedischini e tanti e tanti che lo avrebbero seguito da formarne una divisione) telegrafato al fratello Ricciotti se doveva partire, riceveva risposta, che gli diceva inutile la partenza, giacchè riteneva, dal modo come si mettevano le cose, che forse egli stesso sarebbe stato costretto a fare ritorno in Italia.
Per tutte queste contrarietà si potè solo formare intanto un 1obattaglione di duecento cinquanta uomini, che comandati dal Mereu, furono i primi a partire per la Grecia. Del grosso del corpo di ottocento uomini, formatosi poi, il generale Ricciotti Garibaldi comandante di tutta la Legione, ne formava altri due battaglioni il 2oe il 3o.
E ci volle tempo non breve, dopo giunti alPireo e ad Atene, perchè questi bravi potessero avere le armi e il più stretto necessario per un corpo destinato a combattere. Finalmente il 7 di maggio il Ministro della guerra partecipava al comandante del corpo garibaldino generale Ricciotti Garibaldi, l'ordine di marcia.
Il giorno 9 la Legione approdava ad Hagia-Marina; ivi giunta il generale avvisava telegraficamente il principe Costantino a Domokos del suo arrivo; questi lo invitava a raggiungerlo senza ritardo. A Domokos la Legione garibaldina fu posta sotto gli ordini del generale di divisione Mauromichaelis.
La mattina del 17 maggio l'esercito turco, forte di settantamila uomini, diviso in cinque divisioni, con movimento aggirante attaccava l'esercito greco, di appena 28 mila combattenti.
L'attacco più accanito si svolse nel centro, contro le trincee intorno a Domokos, tenute validamente dalle truppe greche comandate dal generale Mauromichaelis, che da prode vi lasciava la vita.
A questo combattimento prese parte il 1obattaglione garibaldino comandato dal Mereu, che vi perdette ben 50 circa dei suoi valorosifra morti e gravemente feriti. Per la morte del generale Mauromichaelis che le comandava, e per il numero preponderante del nemico, le truppe greche dovettero abbandonare le trincee di Domokos. Da quel momento la battaglia poteva dirsi finita, perché il principe ereditario, a notte fatta metteva tutto il suo esercito in ritirata per Furca.
Mentre questo avveniva al centro, all'estrema sinistra la divisione HairiPachàspingeva distaccamenti con l'obiettivo di impossessarsi della strada Koto-Agoriani-Dereli-Moccoluno onde tagliare ai Greci la ritirata; mentre col grosso delle sue forze si presentava ad attaccare la piccola divisione Tertipis che occupava Balimbeni-Kasimir-Amaslar.
Contro la divisione HairiPachàcombattevano eroicamente il 2oe 3obattaglione dei garibaldini, fiancheggiati dalla brava legione Filellenica.
Ecco come il generale Ricciotti Garibaldi descrive il combattimento.
"Indovinato il piano di attacco del generale Hairi Pachà, decisi di prendere contatto con le truppe nemiche in una specie di semicerchiorientrante che faceva la pianura a piè delle colline, il cui corno destro era tenuto solamente dalla Filellenica ed il sinistro da alcuni Euzoni della divisione Jertipis.
"In mezzo a questo semicerchio vi era una collinetta isolata; e questa era la posizione che io ordinai d'occupare per tener testa alle masse nemiche; già i tiragliatori turchi più avanzati, ne avevano raggiunte le falde a destra e sinistra accogliendo la comparsa della nostra colonna con un ben nutrito fuoco. Fermate per un momento le prime compagnie dissi ai miei bravi così:
"Compagni! ricordatevi che oggi è affidato a voi l'onore e la dignità d'Italia".
"Queste poche parole furono accolte con fremito d'entusiasmo e non ebbi dubbio che questa terza generazione di Camicie Rosse sarebbe stata degna delle precedenti.
"Ordinai a Martinotti, comandante del 2obattaglione, di stendere la 1acompagnia in ordine aperto e prendere possesso a passo di corsa della collinetta—obbiettivo del nostro campo d'azione.
"Per fortuna la nostra brava 1acompagniagiunse sul culmine della collina, che era attraversata da una scogliera di muro a secco, pochi minuti prima dei turchi. Arrivati alla scogliera i nostri aprirono un fuoco accelerato sul nemico—ma questi a sua volta lifulminavacon fuoco incrociato.
"Fu in questo momento che accadde un fatto il quale sarà sempre un dolore per l'Italia.
"Fra i primi che giunsero sulla cresta della collina vi erano alcuni ufficiali del mio stato maggiore, tuttiprovvistidi fucile. Con essi si trovava il nostro Antonio Fratti. Raggiunta che ebbi in pochi minuti la sommità, mi sentii dire: Generale, Fratti è ferito! Mi rivolsi al piccolo gruppo che si allontanava col ferito, e chiesi: "Come sta Fratti?" Mi fu risposto "è morto".
"Ne sentii dolore vivissimo!
"Povero Fratti! fu destino che dovesse trovare l'estremo giaciglio là sotto un salice sulla sponda del Pentamili!
"All'apparire dei nostri il movimento in avanti del nemico si era arrestato; ma tutto il fuoco lo aveva concentrato sulla collina e le Camicie Rosse presentavano unosplendidobersagliotanto che in un momento ne caddero parecchie.
"Il capitano Capelli comandante della 1acompagnia, mio figlio Beppino ed altri sette o otto si erano già slanciati giù del pendio contro il nemico strapotente; immediatamente diedi ordine aMartinottidi abbandonare la collina e di avanzare, a passo di carica, contro il nemico.
La 2a, 3a, 4acompagnia furono spinte avanti in sostegno del movimento sulla sinistra, e quattro compagnie greche (3obattaglione comandante Martini), sulla destra.
"La sezione francese—sotto de Barre—seguì il battaglione italiano; e la sezione inglese—sotto Erio Short—si unì al battaglione greco.
"Ramos, greco, mio compagno indivisibile si mise alla testa dei suoi connazionali, e Mereu di quella della nostra destra.
"Alle 5 pomeridiane attaccati rabbiosamente, i Turchi interrompono la loro marcia in avanti, si fermano, balenano, si disordinano e infine volgono in precipitosa ritirata. Un grido si leva altissimo dalla Legione Filellenica: "Viva i garibaldini! Viva l'Italia!" Ben altro ci rimaneva da fare.
"Bisognava sloggiare i Turchi che si erano trincerati in un altura detta della Madonna. Montai a cavallo; pregai il valoroso capitano Varatassis, comandantelaLegione Filellenica, rimasta in poco più di cento, e il capitano greco Stifiliades che era venuto a mettere a mia disposizione una compagnia di truppe regolari, di appoggiare la mia destra, e sostenuti alla sinistra dal 3obattaglione greco comandato da bravi ufficiali e diretto dal valoroso compagno Ramos, ordinai un attacco generale alla baionetta. Tutti con slancio ammirevole si avventarono ansanti sull'erta posizione nemica, ma i Turchi non aspettarono l'ardito e furioso assalto, abbandonarono la posizione e si diedero alla fuga.
Il sole era tramontato—le fucilate erano cessate—ed anche l'artiglieria taceva—ormai non vi era da fare altro che ritornare ai villaggi per pernottarvi.
"Le trombe suonarono a raccolta e da tutte le parti venivano gruppi di camicie rosse gridando evviva—ebbri tutti di un immenso entusiasmo.
"La prova era superata e splendidamente superata.
"La camicia rossa aveva scritto un'altra pagina non indegna di figurare accanto alle altre gloriose; e l'Italia nostra poteva andare superba di questa nuova generazione dei suoi figli. Avevano combattuto uno contro sette e non erano stati vinti!
"Verso l'una del mattino mi venne l'ordine di ritirarmi per la via di Dranitz a Lamia—e mi si diede notizia che tutto l'esercito greco si ritirava".
Ma il generale Ricciotti Garibaldi non volle abbandonare il campo prima di avere raccolti i feriti e fatto un convoglio di trasporti. E prima di tutto volle rendere l'estremo tributo al valoroso compagno Antonio Fratti dandogli onorata sepoltura. Fu preparata dai compagni la fossa e con mestizia di tutti venne sepolto sotto ad un salice vicino al ruscello Pentamili!
Fra i morti caduti nel combattimento di Domokos—va ricordato un giovane valorosissimo—Oreste Tomassi—degno figlio del maggiore Adolfo Galanti Tomassi che nel combattimento di Milazzo e del Volturno si meritava decorazioni al valore e promozioni.
L'Oreste Tomassi laureato a Camerino e nell'università di Bologna aveva 25 anni.—Si trovava a Vienna per affari—quando saputo che la Grecia aveva impugnato le armi contro la Turchia abbandonava ogni cosa e correva a Trieste per imbarcarsi il 22 aprile pel Pireo. Ecco come il valente giovane dava al padre notizia della sua decisione
Atene 19 aprile (1 maggio) 1897.
Caro Papà.
"Non so se avrai già ricevuto da Mario la notizia della mia partenza per la Grecia. Partii da Vienna il giorno 20 aprile e m'imbarcai a Trieste domenica passata; presentemente mi trovo qui in Atene dove sono arrivato oggi stesso insieme ad una numerosa legione d'italiani accorsi da tutte le parti del regno. Ci fermeremo qui probabilmente fino dopo domani per aspettare l'arrivo di Menotti Garibaldi; onde partire unitamente a un'altra legione di volontari per l'Epiro. Potremo essere in tutti circa tremila. Ricciotti Garibaldi ci ha fatta formale promessa di mandarci in prima linea, volendo il governo greco procurarci questo onore.
"Figlio di un garibaldino—figlio di un soldato della libertà e dell'indipendenza d'Italia—ho creduto di fare semplicemente il mio dovere di accorrere ad arruolarmi per una nazione che combatte per gli stessi ideali per cui ha combattuto mio padre. Non dirmi che ho fatto male, perchè tu pure studente e figlio prediletto—abbandonasti studi e famiglia per una causa consimile.
"Se io morrò credo fermamente che tu saprai sopportare dignitosamente il dolore che ti potrò arrecare. A mamma dille che non è poi certo che io debba morire—e che se anche ciò fosse, si consoli pensando che sarò morto bene. Papà—sono Garibaldino!—Mentre ti scrivo vesto la leggendaria camicia rossa—se io morrò con questa camicia ne dovrete essere orgogliosi!—Se ritornerò che orgoglio per voi e per me! Saluta tutti i fratelli e sorelle—che in questa lettera voglio nominarli tutti—pensando che forse sarà l'ultima".
E fu l'ultima davvero! Ma quale soddisfazione—quale orgoglio per il padre suo—per la sua famiglia! E quale gaudio per noi vecchi nel vedere come i nostri figli sanno far loro i nostri ideali.
O giovani d'Italia che portate in cuore sentimenti così elevati, siate benedetti!
Il generale Ricciotti Garibaldi così scriveva per dare notizia al padre dell'eroica morte del suo Oreste:
"Egregio Sig. Adolfo Tomassi,
"Compio il doloroso dovere di spedirle il congedo del suo caro estinto.
"E mentre la prego di accettare le mie più sincere condoglianze, Le sia di conforto il pensiero che il suo Oreste—morendo da valoroso sul campo, ove si combatteva per l'umanità—ha insieme ai suoi compagni provato che nella razza italiana non sono estinte quelle qualità che resero così gloriosa la generazione passata.
"Il nome di suo figlio prenderà posto nella storia—tra i più gloriosi—come uno—che con il suo valore e il suo sacrifizio—iniziò un'era nuova di gloria—per la nostra gioventù—e questo è l'unico conforto che accompagnerà noi vecchi nel mondo al di là".
Sempre dev.mo Suo
Ricciotti Garibaldi.
"Corpo volontari italiani in Grecia.
"Si certifica che Tomassi Oreste ha preso parte alla campagna di Grecia dell'anno 1897 nella qualità di caporale..... e fu presente ai fatti d'armi di Domokos. Morto da valoroso sul campo di battaglia".
Atene, 27 maggio 1897.
Il comandante del corpo
Ricciotti Garibaldi.
Il colonnello:Luciano Mereu.
"Legation royale de Grece.
"Il R. Incaricato d'affari della Grecia esprime il suo più vivo rincrescimento d'essere impedito, per causa di malattia, di assistere alla commemorazione che si terrà questa sera in memoria del compianto filelleno Oreste Tomassi, valorosamente caduto nella battaglia di Domokos".
Vienna, 31 maggio—12 giugno 1897.
Ai Preg.mi Signori
Signori Costiglioni
Cofler e De Hoeberth
Vienna.
Portato l'ultimo tributo alla sepoltura del valoroso amico, e mandato l'estremo saluto ai valorosi che erano caduti combattendo per una santa causa, la colonna, che fra morti, feriti e scorte era ridotta a circa 450 uomini, prese la strada di Panaghia. Così finì la breve campagna di Grecia del 1897.
Dopo altre peripezie, che non torna conto di ridire—la brava Legione che aveva onorato anche unavoltail nome italiano, e tenuto alto il prestigio della camicia rossa, ritornava in patria.
Questi sono i caduti morti nella battaglia di Domokos, gloriosa per i garibaldini: Antonio Fratti, Antonio Pini, Giovanni Capra, Ugo Silvestrini, Alfredo Antinori, Filippo Bellini, Ettore Panseri, Pio Simoni, Michele Frappampina, Guido Cappelli, Alarico Silvestri, Enrico Mancini, Oreste Tomassi, Francesco Fraternali, Romolo Garroni, Massimiliano Tombelli.
Onore ad Essi!
La piaga dolorosa lasciata sul cuore della nazione dalla disfatta d'Adua andavasi cicatrizzando, allorquando da un gravissimo lutto doveva essere colpita l'Italia tutta;
Il 29 luglio del 1900—giorno nefasto—il mondo esterefatto udiva l'orribile notizia—A Monza, moriva assassinato da belva umana Umberto IoRe d'Italia—il Re che amava il popolo suo come padre il più amoroso! il più benefico!
Chi può ricordare senza fremere la data della sera infame nella quale Umberto di Savoia—forma ideale di bontà—in mezzo ad una festa di popolo alla quale fidente aveva voluto prendere parte—a tradimento—fra le ombre notturne—veniva ucciso dall'arma parricida d'un italiano? Fu il più grande misfatto che tigre sitibonda di sangue potesse perpetrare!
Umberto Ionel morire deve avere pensato—che meglio sarebbe stato cadere fra il fragore delle armi e lo squillar delle trombe nel 1866—quando fra i suoi compagni combatteva daeroe nella disgraziata ma pur gloriosa giornata di Custozza, col pensiero rivolto alle terre italiane irredente—aspettanti di essere unite alla madre patria—sempre fidenti!
Incancellabile durerà in noi il ricordo dell'esecrando delitto—e il popolo italiano che vivo l'amò tanto—sente che il ricordo di Lui forma ormai la parte più cara della sua coscienza.
"Date lacrime ed onori alla sua sacra memoria".
Questo fu il Vostro voto Sire! quando saliste sul trono del Padre della Patria e di Umberto I il Re Buono—e il popolo come una eco alle parole del Vostro cuore addolorato—spinto da sentimento unanime—glorificando la memoria del Re estinto, faceva nel tempo stesso solenne affermazione plebiscitaria di affetto per Voi Emanuele III nostro Re e per la Vostra Casa.
E le dimostrazioni di vivo rimpianto di tutto un popolo, sia per Voi—Regina Margherita—tanto amata dal lacrimato Re—di conforto al Vostro cuore d'italiana e di madre.
L'Italia vi ha consacrata alla sua venerazione!
Ecco il primo ordine del giorno esprimente alti sentimenti patriottici e civili che il Re Vittorio Emanuele III emanava in occasione della sua assunzione al trono.
Ufficiali, sott'ufficiali e soldati dell'Esercito e dell'Armata!
Ufficiali, sott'ufficiali e soldati dell'Esercito e dell'Armata!
"L'intiero mondo civile ha udito con indignazione la tragica fine del compianto mio genitore.
"Il dolore della Nazione si è certamente ripercosso nei vostri cuori di buoni e fedeli soldati. In questo momento il mio pensiero si rivolge fidente a voi tutti, certo che riporterete su di me l'affetto col quale circondavate il Re Umberto, affetto che, seguendo l'esempio paterno, con cuore di soldato, io vi ricambio.
"E con voi il mio pensiero si rivolge ai vostri compagni, che in Creta, nell'Eritrea ed in Cina mostrando le tradizionali qualità di soldati italiani, tengono alta la gloriosa bandieranazionale simbolo della grandezza e dell'unità della nostra patria".
Da Monza 1oagosto 1900.
Vittorio Emanuele III.
Ecco come si commemorava alla Camera la morte di S. M. Umberto I Re d'Italia.
Il giorno 6 agosto il presidente onorevole Villa—dava partecipazione alla Camera dell'esecrando delitto colle seguenti parole che tutti i deputati profondamente commossi ascoltavano in piedi:
"Onorevoli colleghi! Umberto I, l'amato nostro Re, non è più! La mano sacrilega di un assassino si è levata su lui e là in Monza, in mezzo al popolo che lo salutava plaudente con le più schiette manifestazioni della gratitudine e dell'affetto, ne spezzava freddamente il cuore.
"Non la mia povera parola varrebbe oggi a dirvi della immane sventura che ci ha colpiti; non io saprei degnamente evocare dinanzi agli occhi del cuore, impietrito dal dolore, l'immagine del Re barbaramente assassinato; non io potreidirvi di questo gran martire della carità, che l'odio settario ha, nel suo insaziabile istinto di rovine e di sangue vigliaccamente sacrificato. (Benissimo!)
"No!... Ma io sento che parla per me la voce di tutto un popolo che lo amava (Benissimo!) e lo benediva; di un popolo intero che dagli alti palazzi, come dai più umili casolari, dai più remoti angoli del paese, dalle officine e dai campi, si leva esterrefatto fra le lagrime e le preghiere e nell'impeto delle sante ire maledice ai sicarî. (Vivissimeapprovazioni).
"No!... Ma io sento che echeggia qui nel cuore di tutti noi la voce immensa di tutto il mondo civile che, piangendo desolato o concorde la caduta di un Eroe vilmente fulminato da un assassino, solleva un grido di esecrazione e di allarme contro quel cosmopolitismo feroce e sanguinario che, calpestando ogni alta idealità della vita umana e ponendosi in aperta rivolta contro ogni santa manifestazione della carità e dell'amore, non si arresta neppure dinnanzi al parricidio. (Vivissimeapprovazioni).
"No, io sento raccolta qui negli animi nostri la parola dolcissima di quella grande Addoloratache, dopo di aver portato nella Reggia il fascino della grazia e della bontà, dà oggi nelle veglie del dolore l'esempio di una forza e di una virtù, ammirande; (Vivissime approvazioni—prolungati applausi) non dimentica mai, fra le angoscie dell'anima, nè dei doveri di madre, nè di quelli che la stringono alla nazione che essa ama, e dalla quale è riamata, e non invocando da Dio che la grazia suprema della rassegnazione. (Benissimo!)
"Era buono... non fece mai male a nessuno. È il più gran delitto del secolo! E in queste parole che proruppero dal cuore della donna e della Regina, è la sintesi dolorosa e solenne di quella terribile tragedia, che ebbe il suo epilogo nella notte fatale del 29 luglio. (Bravo!)
"Era buono. Sì, buono di quella bontà che è il compendio di tutte le virtù; di quella bontà che riunisce e rispecchia le più eminenti doti dell'intelletto e del cuore in tutti i rapporti della vita morale e civile. (Benissimo!)
"Era buono; e lo provò prima ancora di assumere le alte responsabilità della Corona, conformando tutta la sua vita alle austere discipline del dovere, assecondando con sentimento di devozione
Re VittorioEmanuele III
la volontà del padre, seguendone fedele gli esempi e avventurando la vita con lui e col fratello sui campi di Lombardia per la causa italiana. (Benissimo! Bravo!)
"Io non ambisco—così Egli diceva ai rappresentanti della Nazione, nell'atto di cingere la Corona: Io non ambisco che meritare questa lode:Egli fu degno del padre". E nella omerica semplicità di queste parole Egli scolpiva tutto l'animo suo. (Approvazioni).
"Era buono; e lo provò durante i ventidue anni di regno, non ismentendo mai quella che fu la costante preoccupazione di tutta la sua vita; di mantenere, cioè, fede rigorosa alle istituzioni. Re costituzionale, egli non si lasciò mai sedurre dal pensiero di potersi in qualche modo porre in contrasto con quell'indirizzo di Governo che gli poteva essere segnato dalla volontà della nazione. Religioso osservatore della legge, egli sentiva tutti i doveri che si impongono al Sovrano nell'alto ufficio che gli è affidato, di essere moderatore imparziale fra l'urto dei partiti che intendono a fecondare con nuovi elementi l'attività politica ed economica dello Stato. Passarono sopra di noi turbini e procelle spaventosegravi sventure colpirono il cuore della nazione, egli non disperò mai della patria; nè dubitò mai della virtù italiana; ma richiamando serenamente il paese alla coscienza della sua forza e al culto della libertà, proclamò sempre la sua fede costante nelle Istituzioni "essere esse la salvaguardia contro ogni pericolo; in esse la prosperità e la grandezza della patria". (Vivissime approvazioni—Vivi e prolungati applausi.)
"Non fece mai del male a nessuno. E come lo avrebbe potuto? Egli passò beneficando. Non fu pubblica sventura nella quale egli non abbia saputo manifestare tutto l'inesauribile tesoro di bontà che aveva nel cuore. Lo vedete impavido in mezzo ai pericoli, affrontare la terribile malattia quando è più fitta l'ecatombe delle vite e più fiero l'imperversare del flagello; impaziente sempre di giungere fra i primi a portare una parola di conforto e un soccorso ai derelitti colpiti dalla sciagura. Non vi è miseria alla quale egli non sappia apprestare un riparo. Negli asili come negli ospedali egli accorre colla coscienza di dover adempiere ad un dovere di umanità e con la stessa fede con cui vi accorre una suora di carità.
"Io porrò negli umili la gloria del mio regno. Con queste parole egli riassumeva tutto il suo cuore, tutto lo scopo al quale avrebbe desiderato fossero rivolte le cure del Governo; l'intento sommo che egli sperava di poter raggiungere. E lo provava accordando largo concorso di sovvenzioni ad Istituti di previdenza, Casse di lavoro, Associazione cooperative, ogni opera diretta ad allievare le necessità dei più umili. Lo provava mostrandosi sempre devoto alla causa degli operai, mescolandosi con questi con confidente famigliarità; mostrando la più viva sollecitudine per i loro interessi e per quelli delle loro famiglie; avendo per tutti una stretta di mano, una parola amica, un sorriso che infondeva in ogni cuore un sentimento di fiducia e di ossequio.
"Era buono e non di meno vi fu chi ha potuto concepire il truce pensiero di farne scempio!
"E vi è stato chi ha potuto freddamente, roteare sopra quel petto, sul quale brillavano le insigne del valore, i tre colpi mortali!
"E vi fu chi pensò di scegliere con ributtante audacia a teatro dell'opera scellerata ed infame quello stesso luogo e quell'ora stessa, in cui ilplauso popolare salutava il Re buono, leale e generoso; conculcando l'autorità sovrana ed insultando ad un tempo l'affetto popolare, (vivi e prolungati applausi).
"È il più gran delitto del Secolo. Sì: è la brutale malvagità che, mentre sfoga il suo istinto di sangue distruggendo la più nobile delle esistenze conculca nel tempo stesso la più alta personificazione dell'autorità della legge, della maestà della nazione, del diritto sociale, della giustizia, e insulta ad un tempo il sentimento popolare nella più elevata sua manifestazione. (Vivi e prolungati applausi).
"È la brutale malvagità alimentata ed ordinata a sistema contro ogni ordine sociale: distruggere per distruggere. Lusingansi forse i dissennati, di poter con le loro opere di sangue attentare a quella grande espressione di forza che è la Monarchia italiana; ed offendere quel prezioso coacervo di volontà, di aspirazioni, di energie che è rappresentato dalla Dinastia di Savoia? (Vive approvazioni).
"No; il Re non muore (Prolungati applausi e grida ripetute di: Viva il Re!) e il sangue dei martiri fortifica la fede dei superstiti. (Prolungati applausi).
"Il Re non muore; Umberto rivive nel figlio suo. Vittorio Emanuele III raccoglie la Corona insanguinata per continuare imperterrito e con la stessa fede quella missione di pace e giustizia, che l'Augusto suo Genitore si era prefisso. (Vive approvazioni). Contro questa legge indefettibile, della continuità giuridica e morale della Monarchia, che la coscienza del popolo ha con mirabile concordia riconosciuta, non vi è opera di sette, non vi è opera di violenti che possa prevalere. (Vivi e prolungati applausi—grida ripetute di: Viva il Re!)
"Grandi doveri però c'incombono, ai quali la nostra coscienza non può mancare. Noi sentiamo che la vita morale della Nazione è turbata da dissesti morbosi; noi sentiamo che vi è nell'organismo sociale qualche cosa che fallisce alla regolarità e sincerità delle sue funzioni. Al più grande dei delitti del secolo, perpetrato su di una pubblica piazza assiepata di popolo e contro la più nobile delle vite, si collegano responsabilità morali più o meno dirette, più o meno prossime che possono dipendere dagli imperfetti organismi della nostra vita giuridica ed amministrativa. (Vive approvazioni).