AI COLLEGHI

Tangheri di poetiChe, se andate in amore,Raccontate i segretiDi tutte le signore,

Siate meno indiscretiNegli affari di cuoreE imparate dai pretiChe non fanno rumore.

Chi spiffera in tribunaQuello che il cor gli detta,Non farà mai fortuna.

Noi non abbiamo micaScrupoli a darvi retta:Temiamo che si dica.

Exultavit in gaudio infans in utero meo.LUC. I, 44.

No, che su zolla sterileNon fu gittato il semeSe, lacerato il solidoGuscio che invan lo preme,Esce il rampollo e germinaPei campi o per le aiuole,Schiuso al tepor del soleSotto al clemente ciel.

No, la bollente gocciola,Plasma del germe umano,Nel sitibondo forniceNon fu scagliata invanoSe nel mio fianco turgido,Come in risposta cella,Un'anima novellaVeste il corporeo vel.

Oh, alfin potrò conoscertiAmor santo e serenoDi madre e roseo stringermiUn pargoletto al seno….Addormentarti, crescerti,Potrò sul grembo anch'io,Sangue del sangue mio,Frutto d'immenso amor!

T'insegnerò a disciogliereI passi e le parole,Ti narrerò, baciandoti,Gl'incanti delle fole,Indi trarremo in giubiloLungo un campestre calleSeguendo le farfalleE raccogliendo i fior.

Ti guiderò per l'ardueStrade dell'arti primeL'alto volume aprendotiDelle materne rime;Io sulle illustri pagineTi condurrò la mano,Io t'aprirò l'arcanoDel mondo e del saper.

E allor che il sangue giovaneTi pulserà nel pettoE sentirai le trepideAnsie del primo affetto,Sarò al tuo fianco assiduaE virilmente fidaConsigliatrice e guidaNei dubbi del sentier.

Al focolar domesticoIo sarò presso ancoraQuando velata e timidaMi condurrai la nuoraChe me, benigna pronuba,Dirà perversa e crudaSe nel tuo letto, ignudaVergin, la spingerò.

E quando i fior del talamoMatureranno i frutti,Ava prudente e provvidaIo veglierò per tutti;Poi con le palme tremuleCarezzerò i nepotiE a Dio la prece e i votiPer loro innalzerò.

E già mi veggio, debileVecchia, tra lor sedutaNarrar, senza rimpiangerla,La gioventù cadutaE i versi miei ripetereA un coro d'innocenti,I versi miei fulgentiDi virtuoso zel.

Ava, così, amorevoleE santa educatrice.In mezzo ai biondi pargoliVivrò lieta e feliceE quando giunga al termineLa vita mia modesta,Reclinerò la testaPer ridestarmi in ciel.

Forse ch'io sogno?… Ah, palpitaPur nel mio grembo un vivoE freme e balza e s'agitaOr che a lui penso e scrivo….Deh, perchè tardi o nobileDella mia gloria erede?Non sai che la mia fedeE l'amor mio sei tu?

Ma intanto?… Ah, un dubbio orribileMi sta confitto in core.Sento un mister nell'animaPensando al genitore….Parla, se puoi rispondermi,Tu che doman vivrai;Dimmi, se pur lo sai,Il padre tuo chi fu?

[*] Credeva di avere concepito un figlio. Invece aveva presofreddo e tutto finì con una fuga d'aria compressa.

Ut ambules in via bona.PROV. II, 20.

Signor, poi che una DiocesiDall'Augusto Vegliardo hai conseguitoE l'anello di VescovoCome novello sposo hai messo in dito,

Tra il fumo dei turiboli,Tra il plauso della folla intorno accolta,Mite Pastor di Seboim,Porgi l'orecchio e la mia voce ascolta.

Deh, quando sul tuo popoloBenedicendo stenderai la manoE la lieta PentapoliA piè del trono avrai come un Sovrano,

Serbati buono e i miseriIntorno a te raccogli e li consola;Ricorda Cristo e predicaPiù con l'esempio e men con la parola.

Non insegnare ai chiericiChe il Pontefice solo aprir può il cielo;Non insegnare il Sillabo,Ma lo scordato ormai vecchio Vangelo.

Trafficator non rendertiDi Giubilei, Congressi e pellegrini,Ma proibisci l'OboloE l'altre furberie per far quattrini.

Nell'ira tua scomunicaChi va col collo torto e il viso basso;Lascia che di QuaresimaI Diocesani tuoi mangin di grasso;

Non annoiare i pargoliCol Catechismo, i Salmi e la Scrittura;Dà lor le chicche e mandaliA scuola od a saltar lungo le mura,

Lascia ballare i giovani,Lasciali far l'amor quando han ballatoE se poi si confessanoRidi e dichiara: «quel ch'è stato è stato!»

Non ributtar la feminaChe degli affetti suoi non fu padrona;Pensa a Maria di Magdalo:I peccati d'amor Dio li perdona.

Non tormentare i parrociPer le chiacchere intorno alla servetta;Dì lor che i Sacri CanoniNon vietano d'andare in bicicletta.

Così facendo, i popoliTutti t'obbediran come d'incantoE nei venturi secoliAvrai solenne culto e sarai santo.

O benedetta, o nobileAlma, sottratta alla terrestre lue,Allor vedrai le monacheBaciar devote le reliquie tue.

Sotto quel bacio fervidoSi rizzeranno alla virtù natìa,Rinnovando i miracoliChe, vivo, hai fatto per la dolce Argia.

_J'aime le doux parfum qui vient de la cuisine,Le parfum de la soupe et l'encens du roti,Le Champagne mousseux et la Chartreuse fine,Et les petits fours chauds qu'on vend chez Maiani.

J'aime un bas bien tiré qu'on voit sur la bottineParaître avec malice comme un secret trahi;J'aime guetter le soir le lit de ma voisineQui ne se doute guere du binocle ennemi.

J'aime tous les plaisirs dont la terre est fecondeEt le cancan tout comme le noble cotillon;J'aime la brune—hélas—mais j'aime aussi la blonde.

Et pourtant il n'y a qu'un seul plaisir de bon,Qui enfonce, croyez moi, tous les plaisirs du monde,Et c'est rire d'un âne qui se pretend lion._

Lode a te sia, Milano,Poichè Papa LeoneTi manda di lontanoLa sua benedizione!

Vieni a baciar la manoDel Vicerè padroneE torna piano pianoAi giorni del bastone.

Il tempo è già maturoPel giudizio statarioEd il carcere duro.

Intanto, SegretarioDel Sindaco futuro,Sarà Don Albertario.

Per grazia del SignoreUn regime paternoStudiato dal QuestoreDiventerà governo

E il vigile censoreRicaccerà all'infernoI libri e quest'orroreDi spirito moderno.

Chi avesse poi pruritoDi fare il liberale,Sarà preso e punito

E il Regno TemporaleSarà ristabilitoPer decreto reale.

O spirito santoDe' visceri umaniChe tutti del cantoConosci gli arcani,Che onori e letifichiD'armonici fiatiGli sforzi dei vati,

Dal buio profondoDell'antro nativoProrompi nel mondoSonoro e giulivo;Di tepidi balsamiCirconda ed allietaLettori e poeta.

Tu, soffio eloquenteDel verbo divinoConcesso ugualmenteAl ricco e al tapino,Tu sei come l'animaPer leggi fataliComune ai mortali.

Conforti il villanoChe pasce gli armenti,Alberghi sovranoNe' chiusi conventi,De' gravi canoniciCompagno canoroSolfeggi nel coro.

Nel casto segretoDell'intima cellaRallegri discretoLa pia monacella;Nel ballo, da timideFanciulle compresso,Sospiri sommesso.

Tu visiti e curiCon equa fortunaPalazzi e tuguri,Altare e tribunaE avvolto di porporaDe' plausi tra il suono,Favelli sul trono.

Ma guai se vaporiDal patrio forameRecandone fuoriIl glutine infame!Purissimo spiritoChe l'alvo ricreiAllor più non sei;

Ma pregno diventiD'essenze funesteChe ammorban le gentiCol tanfo di pesteE guasti e contaminiI lini più ascosiDi segni schifosi.

Così coloritoPer nostra sciagura,Di soffio graditoDiventi sozzura;Degnissima imagine,Ritratto viventeDel tempo presente.

Lentato ogni frenoTi getti sul mondoSpargendo il velenoDell'alito immondoE appesti ed infracidiLe menti ed i cuoriDi turpi vapori.

Maestro nell'arteDi nuovi delittiTu lordi le carteDel plico Giolitti,Tu puzzi nel carcereSul labbro bugiardoDel vecchio Bernardo.

Aiuti i sensaliDei voti comprati,Avalli cambialiPe' tuoi deplorati,Trionfi, pontifichiDe' ladri nel coro,Men porco di loro.

Al Nilo, al Nilo! NasconderemoLaggiù mia bella l'amor deriso,Là sconosciuti noi ci faremoNon una casa ma un paradiso,Sul chiaro margine dell'acque calmeDove si specchiano verdi le palme.

Il chiosco vedi ch'io t'ho fioritoDi cento rose come un giardino!Dentro ai bracieri d'oro brunitoFuman le lagrime del benzoinoE dal marmoreo balcone apertoVampe d'amore manda il deserto.

Nera nel cielo color di rosaChe nel tramonto caldo risplende,Come una lupa libidinosaAccoccolata la sfinge attende,E grave un alito di strani amoriL'acre vivifica nozze dei fiori.

Alle carezze molli del ventoData la lunga cesarie d'oro,Nell'onda tenue del vel d'argento,Nudo del bianco seno il tesoro,Sarai mia sempre, mia tutt'intera,Se non ti viene prima il colera.

Signor, poi che ti sta supplice ai piediQuesta Felsina tua che un dì sdegnosaBacio di prete sofferir non volle,Costei che, infranto il trono in cui tu siedi,Cercando libertà tinse gioiosaDel suo sangue miglior l'itale zolle,Absolvi or la pentita e le concediL'amplesso del perdonoDimenticando dell'error l'audacia.Sii generoso e buonoCon chi, come a Signor, la man ti baciaE poi che piango ravveduta anch'io,Misericorde ascolta il canto mio.

Un tempo, e ben lo sai, morta di fame,Schiava del tuo stranier temprò la plebeCeppi a se stessa su la propria incude:Pe' sacerdoti tuoi le turbe grameReser feconde le sudate glebeE sul solco natio caddero ignudeAi campi della Chiesa util letame;Ma un Dio consolatoreDa' sacri templi a lor dicea: «Soffrite,Turbe nate al doloreE che felici nel dolor morite,Poi che v'aspetta in ciel di Dio il sorrisoE sol de' tribolati è il paradiso».

Dolci tempi, o Signor, ma triste il giornoIn cui la libertà disse il suo nomeLa prima volta nella rea Parigi,Poi che le turbe allor volsero intornoTorbido l'occhio e scossero le someBrandendo l'armi ad operar prodigiDi che all'anime pie duro è il ritorno.Germogli del mal semeCrebbe il tristo terren le idee novelle;Compresso indarno, fremeTra i nuovi ceppi il popolo ribelleE poi che in cor gli agonizzò la fedeNon più la libertà, ma il pan ci chiede.

E grida: «Senza gioia e senza luce,Martiri del lavoro e degli stentiMoriamo e il pane ancor ci si rifiuta.Aprimmo il solco e non per noi produce,Altri ha le lane e noi guardiam gli armentiAltri ha la messe e noi l'abbiam mietuta.Nuovo un tiranno i servi suoi riduceA maledir la vitaE, come bruti a litigar le ghiande;Ci calca inferocitaLa gente nuova che facemmo grande,Ma lieto il dì della riscossa arriva:Corriamo all'armi e la giustizia viva!»

Deh! soccorri, o Signor! Più non ci giovaRinnovar le catene ed i tormentiO sfrenar birri alle cercate stragi.Troncata l'idra i capi suoi rinnovaE i pubblicani ed i giudei dolentiTremano su gli scrigni e nei palagiDove il tripudio del goder si prova.La turba macilenteAccorre e di morir non ha pauraPoi che, soffrendo, senteChe a lei la vita e non la morte è dura….Deh, Signor, ci soccorri e se al desioMancan le Guardie, ci difenda Iddio!

E se il tuo Dio ci costa, a noi che importaQuando i ribelli al timor suo riduceE delle turbe ci ridà il governo;Quando agli eletti suoi l'ausilio porta,Quando tra i volghi creduli conduceL'util minaccia ed il terror d'infernoEd ha il demonio pauroso a scorta?Ben venga Iddio se recaFede agli umili, securtà ai possenti,L'obbedienza cieca,Il catechismo, i preti, i sacramenti,De' frati tuoi la sacrosanta loia,Il Sant'Ufficio, la mordacchia e il boia.

Ben vedi che timor, non cortesia,I magistrati nostri a' piè ti cacciaInginocchiati a far debita ammenda.Ieri nemici ognun di lor fuggìaFino il pretesto di guardarti in faccia,Ma la tema del poi gli animi emendaEd eccoli a gridar Gesù e Maria.Reca dunque, o Levita,Benedetti dal ciel giorni soaviAlla città pentita,Al Senator che te ne dà le chiavi;Stringi la briglia nella man paternaE questo popol tuo reggi e governa.

Canzon vanne alla sedeDel Pastor cui fu portoOmaggio di paura e non di fede.Egli è saggio ed accortoE se ben tu lo guardiGli leggerai nel viso: «È troppo tardi!»

A voi fecondi cliviSabini, a voi vestitiDi frondeggianti vitiE di feraci ulivi,Tra cui muggendo vieneIl turbolento Aniene,

A voi, nel roseo incantoDel moribondo sole,Sante d'amor paroleDisse d'Orazio il canto,Ma del tripudio il giornoPassò senza ritorno.

Rade, ai pendii fiorentiDove ridean le vigne,Germoglian le gramigneAgli sparuti armenti:Nega al villan la vitaLa terra insterilita.

Che se, vincendo l'arsaRabbia del sol rovente,Sudata lungamenteCresce la messe scarsa,Lo scarno agricoltoreLa miete al suo signore;

E a lui la terra magraMatura il reo frumentoChe gli distilla il lentoVelen della pellagra,Quando clemente il cieloNon l'arde in sullo stelo….…………………….

[*] Frammento. Tutti ricordano ancora la fame sofferta dagliinfelici abitatori di Sambuci (Roma) nell'inverno del 1895.

In lectulo meo per noctes quaesivi quem diligit anima mea: quaesivi illum et non inveni,CANT. CANTICOR. III. I.

—«Guarda, mortal, le fiammeDe' larghi occhi lucentiE le chiome fluentiSulle superbe mamme.Guarda! L'estremo lemboGittai che ti coprivaLa pubertà giulivaChe mi fiorisce in grembo.

Vieni e sui fior ti giaciE me sui fior ricevi;Tra le mie labbra beviIl dolce miel de' baci,I lombi miei circondaCon le possenti braccia,Stringimi al sen la facciaE l'amor mio feconda.»—

Così parlò e sorriseLa Dea porgendo il fiancoSoavemente biancoAl giovinetto AnchisePoi volse le paroleIn gemiti sommessiE dei divini amplessiFu testimonio il sole.

Vittima anch'io d'AmoreOmai dispero aitaPoi che la sua feritaMi sanguina nel core,Nè lacrimar mi valeNè maledir, costrettaA spasimar solettaSul vergine guanciale.

Che se fugaci istantiDi pace al sonno chiedo,Mille fantasmi vedoPel glauco ciel vaganti.Passa sul campo aratoCaldo di nozze il ventoE in se recar lo sentoLa febbre del peccato.

Desta così all'ebbrezzaDel germinar, la terraLe viscere disserraDel sole alla carezzaE con le carni e il coreArsi da fiamme arcane,Urlan le genti umane«Amore, amore, amore!»

Tra l'ombre e gli spaventiDelle materne selveSi stringono le belveIn ciechi accoppiamentiE dalle fulve areneChe il mar commosso escludePerfidamente ignudeMi chiaman le sirene,

Mentre di Bromio stanche,Roche per gli ebbri canti,Le lubriche BaccantiGittan le vesti biancheE sui compressi fioriCurvan le rosee formeSotto l'impulso enormeDei Fauni assalitori.

E allor mi desto solaSul letto immacolatoColl'urlo disperatoDel mio martirio in gola….Deh, morrei pur gioiosaSe fossi in quel momentoSegnata dal cruentoStigma di nuova sposa,

Se nella gonfia moleDell'utero fecondoBalzar sentissi il pondoDella concetta prole,Se alfin delle mie peneLieta chiudessi il ciglioAddormentando un figlioTra le mammelle piene!

O Dea, Madre, SignoraDei vivi e della vita,Dal mar di Cipro uscitaAl bacio dell'aurora,Che il premio a noi concediNella tenzon gentileEd al vigor maschileIl fior del sangue chiedi,

Se di perenni roseT'ornino ancor l'altareLe verginelle ignareE le conscienti spose,Se l'atra onda LeteaIl biondo Adon ti renda,Pietà di me ti prendaMadre, Signora, Dea!

Si levan sospinti dal ventoI bianchi vapori dei monti;Nel cielo di piombo le nubi d'argentoCacciate, travolte, nascondono il sol.

Recando la mota dei lettiTraboccan le torbide fonti;La piova scrosciando rovina dai tettiE un largo pantano contamina il suoi.

Languisce la terra sopitaNel soffio del freddo aquilone;Ai rami gelati non torna la vita,Le gemme aspettanti non s'aprono ancor.

O fosche giornate d'orrore,Dov'è la novella stagione?Dov'è primavera fragrante d'amoreChe scalda e feconda le nozze dei fior?

Deh, riedi e coi giorni più miti,O maggio, conduci il sereno:I canti dei nidi sui peschi fioriti,L'odor delle rose risveglia con te.

Infondi coi baci del soleLa vita nel freddo terreno,Fiorisci le zolle di fresche viole,Ravviva i ligustri degli alberi al piè.

O maggio, e doman torneraiDai fior salutato e dal canto;A tutti doman la gioia darai,Io sola piangendo tornar ti vedrò.

Io sola son morta all'affetto,Io sola mi struggo nel pianto;Letizia di vita non sento nel petto,Germoglio d'amore nel sangue non ho.

Il verno da me più non toglieL'orror delle bianche pruine;Al sole di maggio il gel non si scioglie,Il gelo di morte che il cor mi coprì.

Il primo capello canutoQuest'oggi mi svelsi dal crine….Ah, giovane tempo, sì presto caduto,Con te la speranza quest'oggi morì!

Il sole brucia implacabile, uguale,Le stoppie gialle del pian vaporoso,L'azzurra volta del ciel luminosoRiflette in terra la fiamma estivale.

Non move foglia. La vita animaleLangue in un grave sopor neghittosoTurba la pace al meriggio affannosoSolo un molesto frinir di cicala.

Sull'erba verde, nel bosco frondoso,Fresco t'ho fatto di fiori un guancialeE tu vi adagi le membra al riposo.

Dormi discinta nell'ombra ospitaleEd io contemplo con l'occhio bramosoL'onda del petto che scende e che sale.

Dell'alta notte la negra magiaM'empie il cervello, mi filtra nel core.Un soffio passa sull'anima mia,Un freddo soffio che m'empie d'orrore.

Sente di fuori, l'orecchio che spia,Strani bisbigli che metton terrore,Ma nelle case la vita s'obliaCome annegata in un denso stupore.

Solo nel buio, laggiù, della via,Dietro una tenda, l'immobil candoreUn lume fioco da lungi m'invia.

Rischiara forse il discreto baglioreLo spasimar d'un atroce agoniaOd il gioir d'una notte d'amore?

O monti, albergo di pace infinita,Ancor nel vivo ricordo rimaneIl susurrar delle chiare fontaneTra la fragranza dell'erba fiorita

E il tremolar della luce salitaColl'alba fresca alle cime lontaneNel rado vel delle nebbie montaneSu i boschi pieni di canti e di vita

E nel tepor della rorida maneFioco il belar dell'agnella smarritaOd il rintocco di meste campane.

Oh, nel mister della selva romitaFuggir con lei dalle cure mondaneE tra i capelli sentir le sue dita!

Il mar lambendo instancabile e lentoLa sabbia fina dell'umida sponda,Con ritmo uguale mandava un lamento,Quasi un singhiozzo, alla notte profonda.

Occhi benigni, le stelle d'argentoGuardavan fisse la terra feconda.Amor vagava nel ciel sonnolentoEd io sperai la fortuna seconda.

Il cor t'apersi con timido accento,Sfiorai col labbro la chioma tua biondaEd al trionfo credetti un momento….

Addio, fantasmi d'un'ora gioconda,Sogni d'amore dispersi dal vento,Care speranze cadute nell'onda!

Al suo balcone s'affaccia beataLa dama, tratta dal maggio fiorente.Il sol carezza la treccia dorata,La rosea gota ed il labbro ridente.

Il giovin paggio da lunge la guataE tutto caldo d'amore si senteNè gli par cosa terrena e creata,Ma ben di cielo angioletta vivente.

Correr vorrebbe a battaglie cruente,Soffrir pugnando una morte spietataSol per averne uno sguardo clemente;

E pur la dama dagli occhi di fata,E pur la bianca angioletta piacenteDal dì che nacque non s'è più lavata!

Mormora l'arpa toccata in sordinaLento un motivo che par minuetto.Lenta la dama danzando s'inchina,Tutta eleganza, sussiego e belletto.

Di nei segnata, la pelle argentinaManda un profumo sottil di zibetto:Sotto una nebbia di candida trinaAnsano i bianchi segreti del petto.

Danza e sul molle tappeto trascinaLa ricca vesta ed il piè picciolettoCol portamento d'altera regina.

Tutti scoraggia col rigido aspetto,Con l'occhio pieno di calma divina,E lo staffiere l'attende nel letto.

Dolci parole d'amor, susurratePresso i cespugli fioriti di rose,Parole dolci, parole gioiose,Appena dette che mai diventate?

Salite al cielo col vento e volateDegli angioletti alle labbra amorose,O, come accade dell'ottime cose,Parole dolci, nel nulla tornate!

Ahi, che piuttosto all'inferno dannateSì come streghe mendaci e schifose,Forma e veleno di biscie pigliate

E, tra i cespugli nativi nascose,Mordete al core gli amanti e li fateVittime e strazio di cure gelose!

L'ultime note languenti, velate,Muoiono come sospiri sonoriIn un tripudio di mazzi di fioriIn un profumo di donne scollate.

E il sangue tende le arterie gonfiate,Passan su gli occhi fugaci bagliori;Tutta la vita prorompe di fuoriSotto l'impulso di forze ignorate.

Allor le forme ci sembran mutateE ridipinte di strani colori,Quasi fantasmi di cose sognate.

Poi tutto passa; ma resta nei cuoriCome un rimpianto di gioie passate,Come un presagio di nuovi dolori.

Chi, quando il giorno muore,Ode, seguendo il Gange,La tortora che piangeSotto i roseti in fioreE, lungo l'acque stancheSpecchio alle palme nere,Vede passar le schiereDelle pagode bianche,

Lento discerne ancoraFumar dal tardo fiumeIl denso putridumeChe in faccia al sol vapora,E galleggiar sull'ondeCarogne omai disfatteChe l'acqua gialla sbatteSulle fangose sponde.

Lungo i giuncheti pigri,Nido di serpi immani,Piangono i caimaniE ruggono le tigri,Mentre nell'aria bassaDel crepuscolo torvoGracchia sinistro il corvoSazio di carne grassa.

Allor nel plumbeo cieloS'erge dall'acqua oscuraD'un angiol la figuraChiusa da un fosco velo,E sale a poco a pocoSul livido orizzonte,Gocciando dalla fronteSangue, veleno e fuoco.

Sale gigante e soloDell'universo in faccia,Tende le negre braccia,Apre l'immenso volo….Ah, invan chiudi le porte,Trista progenie d'Eva;Ecco, su te si levaL'angelo della morte!

E passa infaticatoSulle città fastose,Sovra le ville ascose,Sovra il castel merlato,Sul casolar che rideDi sue virtù contento….Passa solenne e lentoE dove passa, uccide.

Sul suo cammin, segnatoDai morti e dai morenti,Alto le umane gentiMandano un ululato.L'orror dell'ecatombeFin la speranza scacciaE mancano le bracciaPer iscavar le tombe…

Del cor premendo i moti,Sbarrando gli occhi tardi,Inchiodano i vegliardiLe bare dei nipoti;Col pianto sulle goteLe madri moribondePiegan le teste biondeSopra le culle vote.

Dubita l'uom che vengaIl mondo all'ore estremeE guata in alto e temeChe il sole in ciel si spenga,Mentre gli grida il prete:«Guai nel gran giorno all'empio!»Portate l'oro al tempio,»Poichè doman morrete!»

Sul sacro limitareCadono allor gli oranti,Lordan gli agonizzantiLe pietre dell'altareE pur la turba stoltaChe ciecamente adora,Inginocchiata imploraIddio, che non l'ascolta.

Turba, che il vacuo geloDella tua fede or tocchi,Muori, volgendo gli occhiInutilmente al cielo.Alle pupille offeseIl vero or si disserra:Non ti mentì la terraQuando per lei ti chiese,

Non ti giurò promesseD'un avvenir mal certo,Ma dal suo fianco apertoTi germogliò la messe.Giovin, dell'odio invece,L'amor ti accese in seno,E per un giorno almenoMiglior di Dio ti fece.

Musa mia dolce, che le alterigieDe' carmi arcigni non hai sul viso,Tu che rallegri l'ore mie grigieDi stravaganti scoppi di risoE volentieri mostri la pelleDai larghi strappi de le gonnelle,

Musa mia dolce, vieni, discendiA la solinga mia cameretta;Avide ai baci le labbra tendi,Libera i lacci de la fascetta,Sciogli la chioma bruna e ricciutaE chiudi l'uscio. L'ora è venuta,

L'ora in cui l'odio fermenta e invade,Lurida peste, le menti e i cuori;In cui la gente giù per le stradeRutta bestemmie, rece rancoriE, masticando laide querele,Inghiotte o sputa veleno e fiele.

Ognuno in queste turpi giornateMorde o calunnia, froda o minaccia.Lo sterco e il fango colto a manateAll'avversario si scaglia in faccia.Riddano in piazza, lerci e impudichi,Spie, deplorati, ruffiani e plichi:

E i giornalisti, tinta di loiaLa meretrice penna d'acciaio,Pur che sia piena la mangiatoiaVendon la feccia del calamaioPer imbrattarne l'onore altrui,Quasi superbo che paghi Lui.

Indi, nell'ora concessa al voto,Cupi, nervosi, van gli elettori,Parlando basso col viso immoto,—Guatando come cospiratoriE in ogni canto dice un cartello:Votate questo!…. Votate quello!….

Entro la sala buia e fetente,Sozza la gromma vernicia i muriE intorno a un desco men che decenteSeduti in cerchio cinque figuriVeglian con l'occhio cogitabondoL'urna di vetro dal doppio fondo.

S'apre la chiama. Nel pigia pigiaVota ciascuna pecora sciocca.Ardono alcuni di cupidigia,Ad altri l'ira torce la bocca,Ma quasi tutti, dopo votato,Palpano il prezzo del lor mercato;

E tutti, uscendo, da un reo contagioAttossicato sentono il cuore.Chi entrò dabbene n'uscì malvagio,Chi entrò ribaldo n'uscì peggiore.Chi vinse, il turpe bottino aspetta,Chi perse, spera nella vendetta.

Ecco i comizi! Di quando in quando,Se non accade qualche sinistro,Dall'urna falsa sbuca onorandoUn frodolento caro al ministro,O un imbecille pien di commende;E l'un si compra, l'altro si vende.

Or perchè debbo far da mezzanoAll'ingordigia di Calandrino?Perchè mi debbo lordar la manoScrivendo il nome d'uno strozzino?Perchè gettarmi nella battagliaSotto gli sputi della canaglia?

Musa mia dolce, sulla tua facciaRide un giocondo color di rosa.Passerò lieto fra le tue bracciaIl giorno laido, l'ora schifosa.Sciogli la chioma bruna e ricciutaE chiudi l'uscio. L'ora è venuta.

Meglio, Trento, per te se dalle muraSante aspettasti invanoIl vessillo che i patti e la pauraRespinsero lontano.

Meglio, Trieste, indarno a queste spondeTener l'anima fissa;Meglio indarno aspettar che lavin l'ondeLa vergogna di Lissa.

Deh, non cercate della madre il petto,Figlie aspettanti ancora,Poichè il fracido cancro ond'egli è infettoO uccide o disonora.

La madre, del vessillo a tre coloriS'è fatta un origlierePer fornicar co' suoi commendatoriScappati alle galere.

Vende l'onore de' suoi figli morti,Gioca le glorie aviteE fa copia di se negli angiportiDelle banche fallite.

Questa, questa è colei per cui sperateCessar le vostre peneEd essa per paura ha patteggiateFin le vostre catene;

Ed essa, in Roma, penitente adoraLa fraude vaticanaBaciando la rea man che gronda ancoraDel sangue di Mentana….

Ah, no, questo di vizi ampio carcameChe al bacio vil si prostra,Ah, no per Dio, questa bagascia infameNon è la madre nostra.

Mentì chi l' disse! O voi, dai fortunatiSepolcri ove dormite,Martiri nostri ormai dimenticati,Levatevi e venite!

Voi che gridaste Italia e il piombo intantoVi rompea la parola,Voi che ne confessaste il nome santoCol capestro alla gola,

Smascheratela voi la svergognataChe adultera col prete;Dite a questa carogna incoronataChe non la conoscete.

Altra è la sacra Italia, amor dei fortiChe un dì fu vostra cura.Oh, destatela voi, poveri morti,Se i vivi hanno paura!

Fate che torni e nella destra rechiUna spada infocataContro questi ladroni obliqui e biechiChe l'han vituperata.

Arda col foco suo fin che bisognaQuesta stalla d'Augìa,Tagli col ferro la civil vergognaE la giustizia sia!

Consurgite et ascendamus in meridie,JEREM VI, 4.

Se nella mesta sera,Cinto di luce strana,Lo scoglio di CapreraAll'occidente levasiSuperbo sulla nera onda lontana,

Il marinar che passaSull'agile naviglioTien la bandiera bassaE tra le palme ruvideIl duro capo abbassa e china il ciglio.

Là, nella calma enormeDella morente luce,Sotto il granito informe,Presso le acacie memoriL'ultimo sonno dorme il nostro duce.

Dorme il Messia invocatoNel giorno del dolore,Dorme il gentil soldatoChe amò come una vergineE col suo s'è fermato il nostro core.

Quando il leon scotevaL'ampia cesarie d'oro,Un popolo sorgevaBello, gagliardo e giovaneChe la pugna chiedeva e non l'alloro;

Sorgean gli eroi sublimiChe il duce taciturnoPrimo davanti ai primiGuidava all'ardua caricaContro Calatafimi e sul Volturno;

Poi, rotta nel cimentoLa schiera e pur non doma,Cadea senza un lamento,Mal vendicata vittimaSul colle di Nomento in faccia a Roma.

Nè alcun tendea la manoA mendicar mercede,Nè per voler sovrano,Nè per clamor di popoloMentiva il capitano alla sua fede,

Chè il duce ed il soldatoChiudevan ne' petti ardentiIl cor di CincinnatoE ai solchi ritornavanoDel plauso non cercato assai contenti.

Ed or che resta? O santoSangue versato invano,O fior d'Italia, piantoUn dì con tante lagrime,Or ti mette all'incanto il pubblicano!

O gloria unica al sole,Pura in tante vicende,Alla crescente prolePura dovevi scendereE ti compra chi vuole e ti rivende!

Tutto governa l'oro,Tutto è sottil garritoDi legulei nel foroE de' comizi il trafficoFrutta come tesoro al più scaltrito.

Il suo veleno occultoCi mesce la menzognaE gli ebri, nel tumultoDell'ira, si barattanoLa calunnia, l'insulto e la vergogna.

Ahi, della prima schieraNon resta alcuno in vita?Dunque laggiù a CapreraCol biondo Cristo italicoL'incolpevol bandiera è seppellita?

Ah no! Sacra coorte,Per l'ultima battagliaTi risparmiò la morte:Inerme e pur terribileDi Roma su le porte ancor ti scaglia.

Non sangue essa ti chiede,Ma invoca i difensori.Schieratevi al suo piede,Voi forti, e proteggetelaCon l'incorrotta fede e gli alti cuori.

Trombe dal sonno scosseSonate alla raccolta!Correte alle riscosse,Salvate voi la patria,Vecchie camicie rosse, un'altra volta!

Alto il vessillo alzateDe' traditori a fronte…..Ma voi, deh, riposateNelle giberne lacereCartucce non sparate all'Aspromonte!

Passano lenti. Un lampeggiar febbrilearde a ciascuno il ciglio.Passan solenni e da le dense filenon si leva un bisbiglio.

Toccandosi le mani ognun di lorocerca il vicin chi sia.Se i calli suoi non vi segnò il lavoro,quella è una man di spia.

Sotto l'aspra fatica e il reo destinomolti già son caduti,molti il carcer ne tiene od il confino,e pur sono cresciuti.

Striscia il gran serpe de la folla oscuradei ricchi su le porte.Dentro, nello stupor de la paura,si ragiona di morte.

Intanto il passo de la muta schieraallontanar si sentee nel silenzio de la fosca seraspegnersi lentamente.

Ecco allora Epulon, vinto il terroresocchiude l'uscio e guatae dice: «lode a Crispi ed al Signore,anche questa è passata!»

* * *

È passata, ma invan te ne compiacine l'allegre parole.Son gli antichi rancor troppo tenaciper tramontar col sole.

Nel ferreo pugno non hai più la plebeche serva un dì schernivi:germina l'odio da le pingui glebeche mieti e non coltivi.

Ne le officine fumiganti e nerecontro te si cospira:sotto la casa tua, ne le miniere,pronta allo scoppio è l'ira

e mal ti gioverà crescer guardiania le porte sbarrate;l'armi custodi del tuo aver, domanida chi saran portate?

Chi ti difenderà domani, quandole turbe mal nudriteassedieranno le tue case, urlando:«è il primo maggio: aprite?»

Oh, ben gli sguardi noi tendiam levatia l'avvenir fecondoe tu chini la fronte! I tuoi peccatihanno stancato il mondo.

Addio sorrisi dell'albe rosate,Addio tramonti che d'oro parete!Novembre porta le tristi giornateE delle nebbie la bigia quïete!

Gli uccelli migran in file serrateCercando a volo contrade più liete,Ma noi restiamo, calcando immutate,Sul fango vecchio, le vie consuete.

Restiamo e sempre le stesse infiniteNoie e le stesse speranze remoteC'infliggeranno le stesse ferite.

Finchè abbassando le teste canute,Chinando al suolo le pallide gote,Qui marcirem come foglie cadute.

Tu che aprendo il mercato alla menzognaAlto salir potestiE che senza pietà, senza vergogna,Vivo, di noi ridesti,

Or nella tomba dormirai contentoBuon vecchio di Stradella,Che accompagnar solevi al tradimentoL'arte di Pulcinella.

Dormi, buon vecchio, ormai dimenticatoDai servi e dai rivaliE sogghigna se 'l puoi. T'han perdonatoI morti di Dogali.

A ben più grave e più feroce guerraL'Italia è condannata;Nuovo sangue latin beve la terraDell'Eritrea bruciata.

Nuove vittime ancor di rei consigliCadran sull'arse areneE nuove madri cresceranno i figliPer ingrassar le iene!

Lascia, scarno villan, lascia il sudatoSolco a te non diviso.Tu non devi morir dove sei nato,Dove amor t'ha sorriso.

La gentil civiltà de' tuoi signoriTi spinge alla battaglia.Va, povero villano, uccidi e muori.Dopo, avrai la medaglia.

E mentre i legulei ti lauderannoCon sonanti parole,Oh, come l'ossa tue biancheggierannoGloriosamente al sole!

Sulla sabbia deserta e funeraleRotoleranno al vento,Ma in qualche trivio della CapitaleSorgerà un monumento.

Su cui tra i bronzi falsi e le scultureDell'arte a buon mercatoSarà il tuo nome, o buon villan, se pureNon l'han dimenticato.

Piange intanto colei che la tua cullaVegliò amorosa e forte;Piange le tristi nozze una fanciulla,Le nozze con la morte.

Ma il padre invece, al ciel rivolto il ciglio,Giunte le palme grame,Dice:—beato te povero figlio,Che non avrai più fame.—

Quando l'ora verrà, l'ora che deveEsser l'estrema che vedrete al mondo,Voi cercherete invan col moribondoOcchio l'alpe natìa, bianca di neve.

E indarno de' ghiacciai la brezza lieveRicercherete nell'ansar profondo.Oh, quanto lungi al labbro sitibondoSaran le fonti ove il camoscio beve!

Ahimè, madri dolenti e fidanzateDolenti, dite voi se questo è il santoIl giocondo avvenir che sognavate?

Vanno all'inutil sacrificio e intantoNoi veneriam le vanità sfacciateCui piacque il sangue loro e il vostro pianto!

Le madri, nel tormentoCrudel d'un dubbio arcano,Cercan con l'occhio intentoQualche speranza invano.

Non sale un noto accentoDall'aspettante piano,Non una vela al ventoSul freddo mar lontano!

Ed ecco, il messaggeroNunzio della fortunaPassa sul lor sentiero,

E a lui chiede ciascuna,Bianca d'angoscia, il vero:«Che novità?»—«Nessuna!!»

Se un pesce grosso sparpagliò cambialiE non le ha mai pagate,O le pagò col voto, i suoi giornaliDicon: «cose private!»

Se vende un gran cordon, poscia negato,E lo vende a un briccone,Son cose che riguardan l'avvocato,Cose di professione.

Se il Codice Penal soffre gli sfregiDe' suoi superbi sprezzi,Se fa comprare o vendere i Collegi,Sono pettegolezzi.

Ma se un pesce piccin, stando digiunoSente un po' d'appetito,Peggio poi se lo dice a qualcheduno,È subito ammonito.

Se gli sembra che il secolo egoistaViva delle sue spoglie,Se incappa in qualche idea da socialista,San Stefano lo coglie.

Se vede Bosco o De Felice in sogno,Se soffre e non dispera,Se ha visto il Lega fare il suo bisogno,In galera! in galera!

O Messia profetato ai sofferenti,Pietoso un dì consolator del mondo,Inutilmente ormai torni alle genti,Bambino biondo!

Non è più il tempo in cui l'amor poteaIlluminar le menti e incender l'alme,In cui per te Gerusalemme aveaOsanna e palme.

O dilettose al cor notti stellateDe' colli galilei sui dolci clivi,Tra il canto delle donne innamorate,Sotto gli ulivi;

O susurranti al sol gaie fontane,Di solinghi riposi allettatrici,Cui sale la canzon delle lontaneSpigolatrici;

O vigne d'Israel che i dolci fruttiMaturaste all'umil schiera seguace,Voi non l'udrete più chieder per tuttiGiustizia e pace!

E tu, benigno, che a cercar scendeviL'agnel che si smarrì nella campagnaE l'Evangelo dell'amor diceviSulla montagna,

Guarda! Un'idolatria cauta e discretaAgli Apostoli tuoi cresce l'entrate.Pietro che ti negò, batte moneta;Tommaso è frate.

Il sangue che grondò dalla tua croceOggi feconda l'odio e non l'amore.Presso al complice altar veglia feroceL'inquisitore.

L'astuta ipocrisia dell'egoismoChe la ragione all'util suo sommette,Distilla le bugie del catechismoNelle scolette

E nella Chiesa che chiamar non sdegnaSanto l'inganno e la menzogna pia,Angelico Dottor, Barabba insegnaTeologia.

Perchè tornar se alla novella penaOggi trarresti inutilmente il fianco?Più balsami non ha la MaddalenaPel rabbi stanco.

Non si ricorda più d'averti amato,Ma, isterica romea, col bacio scendeAl laido piè che, del tuo nome ornato,Caifa le stende:

E colei che chiamar madre ti piacqueE nel sepolcro il corpo tuo compose,Or vezzeggia i clienti e vende l'acqueMiracolose.

Fuggì, foggi da noi, bambino biondo:Torna piangendo dal presépe al cielo.Il Sillabo di Pio cacciò dal mondoIl tuo Vangelo.

Dall'avarizia vinta e dal peccatoLa tua fede morì povera e nuda.Oggi nel nome tuo regna Pilato,Governa Giuda.

Dedicato ad Anna E…….

Madri, lo ricordate il dì serenoIn cui d'amore il pegnoLa prima volta nel fecondo senoVi diè di vita un segno?

Con che orgoglio gentil del grembo incintoAllor vi compiaceste!Come la culla col materno istintoMorbida gli faceste!

E poi che al suo vagir tacque il doloreDel fianco insanguinato,Con che speranze, o madri, e con che cuoreBenediceste il nato

E nutrito di voi lo riscaldasteStringendolo sul petto,E se morte il ghermìa, glielo strappasteCol prepotente affetto!

Lo cresceste così, biondo fanciullo,Sovra i fidi ginocchi,Vegliando il primo passo e il suo trastulloCon l'anima negli occhi

E speraste veder l'ore supremeIn braccio a lui più liete….Quanto amor, quanti baci e quanta speme,O madri che piangete!

Ed ora? I vostri figli a mille a milleCadder lungi da voiPerchè un ladro impazzito e un imbecilleSi son creduti eroi.

E vi tentano ancor, gli scellerati,Con le astute parole,Ma i cadaveri nudi e mutilatiSi putrefanno al sole,

Ma già dai loro immondi antri, le ieneCalando irsute e scarne,Leccano il sangue de le vostre vene,Straccian la vostra carne!

E il delitto cadrà nel grave oblioIn che omai tutto langue?No, levatevi voi, donne, perdio,Raccogliete quel sangue,

Gettatelo ululanti e scapigliateDei colpevoli in faccia;Quando il giorno verrà, non dubitate,Ne troverem la traccia;

E dite agli altri, o neghittosi, o incerti,«Pietà di noi vi prenda!La nostra patria è qui, non nei desertiDell'Abissinia orrenda!

Pietà, chiediam pietà, madri dolenti,Figlie, sorelle, spose;Pietà, per gl'insepolti e pei morentiSu l'ambe sanguinose!

Non tolga vite ai campi, a le officine,La conquista rapace.La nostra patria è qui. Datele alfineLa giustizia e la pace!»

Dite così. Ma se domani ancoraTripudieranno i ladriE moriranno gl'innocenti, allora,O dolorose madri,

Non porgete più latte al mite AbeleChe s'acconcia al destino,Ma raccogliete ne le poppe il fielePer allevar Caino.

Giusti della fallita Apocalissi,Marci Porci Catoni, in questo erraiChe delle birberie forse ne scrissi,Ma non ne feci mai.

Oh se n'avessi fatto, e lo potevo,Di che frasche m'avreste incoronata!Un'abiura e tra i grandi anch'io sedevo,Illustre deplorata!

Ma l'arte di lustrar le scarpe ai ladriCurvando il dorso, mi negò natura;Perciò gridate che incitai le madriA strillar di paura.

Chi parla di viltà? Chi con gagliardeFrasi, dopo il caffè, facil tribuno,Povere donne, vi chiamò codardePerchè vestite a bruno?

Chi fumando in poltrona, empie i giornaliDi vendette, di stragi e di rovine,Da la ciambella moderando l'aliDell'aquile latine?

Chi dei debiti nuovi alla conquistaLe apostrofi all'onor guida in falangeE soggioga lo Scioa dal liquorista,Insultando chi piange?

Ah, siete voi? Salute o ben pensanti,In cui l'onor s'imbotta e si travasa;Ma dite un po', perchè gridate «avanti!»E poi restate a casa?

Perchè, lungi dai colpi e dai conflitti,Comodamente d'ingrassar soffrite,Baritonando ai poveri coscritti«Armiamoci e partite?»

Partite voi, se generoso il coreSotto al pingue torace il ciel vi diede.O Baiardi, è laggiù dove si muoreChe il coraggio si vede,

Non quì, tra le balorde zitellone,Madri spartane di robuste prose,Che chieggon morti per compor coroneD'alloro, ahi, non di rose!

Ma no, non partirete! A questi tempi,Se dovesse mancar «la parte sana,»Chi resterebbe a predicar gli'esempiDella virtù romana?

Chi resterebbe a consolar coi dettiLe vedove beltà che il bruno adorna?Chi li farebbe i brindisi ai banchettiPer chi parte o chi torna?

Ah, forti Aiaci della guerra a fondo,Ussari della morte, ah, non tentateD'uscir di qui per conquistare il mondo,Perchè, se ve ne andate,

Forse la vigna che godeste voiFruttar potrebbe ad operai più scaltri…No, restate, restate a far gli eroiCon la pelle degli altri!


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