L'ATTORE COQUELIN

L'ATTORE COQUELIN

Costanzo Coquelin, primo artista drammatico della Francia, è figliuolo d'un panattiere. Nacque nel 1841 a Boulogne-sur-mer, e durante tutta la sua adolescenza impastò e infornò con suo padre, il quale contava di lasciarlo erede della bottega, ch'era bene avviata. Ma i panattieri propongono e la natura dispone. Il piccolo fornaio non aveva ancora dieci anni che pigliava già degli atteggiamenti drammatici dentro ai nuvoli di farina, e declamava dei versi galoppando per le strade di Boulogne, col paniere del pan fresco sopra le spalle. Un bel giorno si piantò davanti a suo padree gli disse a faccia franca: — Papà, io voglio fare l'artista drammatico. — Il papà alzò la faccia infarinata dalla madia, lo guardò fisso e rispose placidissimamente: — Figliuol mio, io credo che ti giri. — Il figliuolo insistè; il padre, buon diavolo, finì con l'arrendersi, e Costanzo lasciò il forno per la scuola. Terminate le scuole andò a Parigi, si presentò al Conservatorio, vi fu ammesso, studiò nella classe del Régnier, si fece onore, e dopo un anno entrò nella compagnia gloriosa dellaComédie française, dove recitò per la prima volta il 7 dicembre del 1860, a diciannove anni, facendo la parte diGros RenènelDépit amoureux, dopo la quale si provò in quella diPetit-JeanneiPlaideursdel Racine. Da principio passò quasi inosservato: la stampa non fece che annunziare il suo nome; egli non pareva destinato ad altro che a far le parti di comodino, quando qualche attore mancasse. Non si negava che avesse ingegno e attitudine all'arte; ma si credeva che non n'avesse abbastanza per uscire dalla mediocrità rispettatadegli artisti di second'ordine. Questo però non era il suo parere. Continuò a studiare con amore e con ostinazione, divorato dall'ambizione della gloria; fece un personaggio originale, di suo capo, dimonsieur LoyaldelTartufe; interpretò in un modo inaspettato e ingegnoso il carattere d'Anselmo nella commediaLa pluie et le beau tempsdi Léon Gozlan; e a poco a poco si attirò la simpatia e l'ammirazione del pubblico. Ma per la critica era sempre un esordiente, e gli stessi suoi ammiratori non lo mettevano ancora tra gli artisti della prima schiera. Finalmente, nel 1862, non avendo ancora ventitrè anni, la sera del 15 giugno spiccò il gran salto nelMariage de Figarodel Beaumarchais, facendo la parte di Figaro, che era già stata fatta dal Got. Questa parte così complessa e così difficile, che richiede «il sangue freddo d'un diplomatico, lo spirito d'un demonio e l'elasticità d'un clown» egli la fece, scostandosi dalle tradizioni, con un tale impeto d'ispirazione e di forza, che il pubblico ne rimasesbalordito, e la critica lo proclamò unanimemente uno dei più grandi attori della Francia. In mezzo alle altissime lodi, però, non gli furono risparmiate le censure: egli non padroneggiava ancora abbastanza la foga della sua giovinezza, recitava qualche volta con unéclat tapageurdi cattivo gusto, si dava troppo tutto intero ad ogni occasione, non curava le sfumature, non fondeva a sufficienza i vari elementi della parte sua, si fidava troppo ciecamente alla potenza, e sovente al capriccio della propria ispirazione. Ma il Coquelin si corresse presto di questi difetti, e d'allora in poi la sua carriera drammatica non fu più che una successione di vittorie clamorose. Fece nel 1863 la parte di Figaro nelBarbiere di Sivigliavi riportò un grande trionfo, benchè qualcuno lo accusasse d'aver fatto il Figaro di Rossini invece di quello del Beaumarchais: fu il più giovane, si disse, il più fresco, il più scintillante Figaro che si fosse mai visto sulle scene francesi. Poi si rivelò grande artista di sentimento nelGringoiredi Teodoro di Banville, in cui espresse la desolazione, la disperazione, il terrore della morte, tutte le tempeste dell'anima d'un uomo rigettato dalia scala del patibolo nell'ebbrezza della vita, con una potenza di passione, che fece fremere e piangere tutta Parigi. In seguito rese magistralmente la natura stravagante e fantastica del principe di Mantova nelFantasiodel Musset; ebbe un grande successo nell'Annibaldell'Aventurière; si fece applaudire per cento e sessant'otto sere nella parte di marito diGabrielle; assicurò il trionfo delPaul Forestier, in cui rappresentava il signor di Beaubourg, facendo con una finezza e una leggerezza profondamente meditata, il racconto pericoloso dell'avventura con Lea, da cui dipendevano le sorti della commedia; salì ancora più alto che nelGringoirenella parte potente e commovente diMarcelnella commediaLes ouvriersdi Eugenio Manuel; e finalmente fu inarrivabile interprete del Molière:PierrotnelDon Juan,Mascarillenell'Étourdie nellePrécieuses ridicules,ScapinnelleFourberies, ballerino e cacciatore neiFâcheux; studiando e progredendo di continuo, meravigliando il pubblico ogni anno con una trasformazione inaspettata e ogni sera con una nuova idea, — sempre appassionato dell'arte sua, come un giovane di vent'anni, — e fresco d'ispirazione, di coraggio e di buon umore come quand'uscì dal Conservatorio. Fin dal 1863 èSociétairedel teatro francese, che significa artista «gran signore». Qualche anno guadagna intorno a centomila lire. Ed è, oltre che ammirato, prediletto dal pubblico con vivissima simpatia, e festeggiato, dovunque si presenti, come un amico di tutti. Non c'è da dire se suo padre ne sia altero e felice. Eppure s'assicura che di tanto in tanto egli dice ancora agli amici: —Cependant.... il allait très-bien aussi comme boulanger.— Cocciutaggini di fornaio.

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Mi ricorderò sempre della pessima impressione che mi fece, a primo aspetto, la prima volta che lo intesi recitare nella commediaLes Fourchambault, in cui faceva la parte di Leopoldo. Quando comparve in scena, nel primo atto, e mi dissero: — Quello è il celebre Coquelin; — a veder quell'uomo tagliato alla carlona, piccolo, col naso voltato su, con le gambe arcate, con quel sorriso di scorbellato sulla faccia, provai un grande disinganno, e mi parve che non l'avrei mai potuto pigliare sul serio. Non sapevo darmi pace che con quel frontispizio così mal riuscito, dovesse far l'amoroso nel primo atto, e il figliuolo offeso e terribile nel terzo atto di quella bella commedia. Con tutto ciò mi colpì subito la sua maniera di stare in scena, anche in mezzo alle signorine Reichemberge Croizette, che ci stavano mirabilmente: certi suoi serpeggiamenti, certe passeggiatine oblique per il palco scenico, a passo strascicato, e un modo di andare qua e là, col viso in aria e con le mani in tasca, cosìvero, così di casa, così perfettamente imitato da quel ciondolìo senza direzione che facciamo nella sala da pranzo, in famiglia, voltandoci ad ogni voltata del pensiero e della conversazione, come banderuole girate dal vento; che un ragazzo l'avrebbe osservato e ammirato. Poi notai un altro pregio suo: ogni volta che aveva da dire qualcosa, l'espressione del suo viso preannunziava in maniera il senso delle sue parole, che pareva che le cercasse, che parlasse di suo capo, non che recitasse delle frasi imparate a memoria: gli si vedeva proprio sulla fronte il lavorìo della mente, che si fa discorrendo, quel po' di sforzo che costa a tutti l'espressione del proprio pensiero. E questo dava un colore di verità singolarissimo al suo discorso. E come rendeva bene nell'aria del viso, nell'intonazione dellavoce e persino nell'andatura, quello stato d'animo particolare del giovanotto ozioso, in quell'età in cui comincia a sentirsi allo stretto fra le pareti domestiche, e vorrebbe sbizzarrirsi fuori, ma i legami della famiglia lo trattengono ancora, così che si dondola tutto il giorno per la casa e ingombra le stanze della sua scioperatezza, pieno di appetiti virili e di capricci da scolaro, brontolone e burlone ad un tempo, sbadigliando l'anima ogni quarto d'ora! A poco a poco quella naturalezza assoluta mi soggiogò; e mi trovai anch'io in quella corrente di simpatia che avevo notato fin da principio fra lui e gli spettatori, i quali seguivano attentamente ogni suo passo, mostravano di apprezzare ogni suo gesto, e ridevano qualche volta d'un movimento appena percettibile del suo viso. Non di meno mi pareva ancora che con quella effigie lì egli non avrebbe mai potuto altro che farmi ridere. Venne il terzo atto, sul principio del quale il Coquelin è ancora il giovane ameno e leggero delle prime scene. Mi meravigliò,nonostante, il modo con cui fece al Bernard il racconto delle sue avventure della sera innanzi, e del duello della mattina; durante il quale racconto si rifece indietro due o tre volte, per dir qualche cosa che aveva dimenticato, con una speditezza, con una naturalezza così viva e così spigliatamente spontanea, che la platea proruppe in applausi, e l'applauso fu seguito da un mormorìo generale di ammirazione. Di li a poco — tutti conoscono la commedia — i ferri si cominciano a scaldare, e di parola in parola il Bernard giunge a far quell'allusione al padre Fourchambault, che colpisce il figlio in mezzo al cuore. Allora si rivelò improvvisamente un altro Coquelin. Fu una vera trasfigurazione. Parve che gli cadesse una maschera dalla fronte, — il suo viso impallidì e si stravolse, — la voce cambiò suono, e il gesto scattò colla forza d'una molla d'acciaio. Tutti hanno presente la scena in cui Leopoldo Fourchambault alza la mano per schiaffeggiare il Bernard, il quale lo trattiene, gli rivela che è figliodello stesso padre e che salvò la sua famiglia dal disonore, e poi gli domanda: — Che cosa dici adesso? — Ebbene, il Coquelin gridò quella sublime risposta: — Io dico che tu sei il più nobile degli uomini! Io dico che tua madre è la più santa delle donne! Io dico che sono altero d'esser tuo fratello e di gettarmi sul tuo cuore! — gridò queste parole con una voce così potente, con un accento così gioioso e doloroso ad un tempo, e straziante a forza d'affetto; con un tremito nella gola e uno spasimo nel viso che rivelava così irresistibilmente il pentimento profondo, la tenerezza immensa, il bisogno di chieder perdono, la gioia divina del chiederlo, un misto d'umiltà e di forza selvaggia del cuore, altero del suo slancio generoso e della santa giustizia che rendeva; che, più ancor che commosso dalla scena, in mezzo a quella gran folla delTeatro francese, che si sollevò tutta come un'onda del mare, io rimasi trasognato della metamorfosi dell'attore. E sconfessai immediatamente e per sempreil mio primo giudizio. Poi il Coquelin rientrò nella sua parte quieta di buon giovanotto, e all'ultima scena della commedia fece ancora più profonda l'incancellabile impressione che mi aveva lasciata, con uno di quei tratti da maestro, insignificanti in apparenza, che ai molti sfuggono, ma che ai pochi bastano per riconoscere il grande artista, come il leone dall'unghia. E fu quando sua sorella, ingenua, la quale sperava che l'istitutrice sposasse il fratello Leopoldo, sente invece che sposa il Bernard, e dice alla fidanzata: — Io avrei desiderato piuttosto che tu diventassi mia cognata.... — non sapendo che il Bernard è suo fratello pure, e che perciò la parentela esiste egualmente. Ebbene, il Coquelin, udendo quella frase, fa tra sè quell'osservazione maliziosa: —Il n'y a peut-être pas grand'chose de changé— con una finezza così arguta, con un sorriso così lepido in un angolo delle labbra, a mezza voce, guardandosi la punta d'un piede e lasciandosi come scappare le parole per distrazione,in mezzo alle voci allegre degli altri personaggi, che gli si farebbero ripetere cento volte, tanto è l'accorgimento e lo spirito d'osservazione e il senso comico squisito che rivelano. E rimangono stampate nella mente, con quel sorriso e con quell'accento, e si prova sempre un piacere vivo a ricordarle e a ripetersele, come un verso magistrale d'un poeta di genio. Questa fu la prima impressione che mi lasciò il Coquelin, o meglio, che mi lasciarono i due Coquelin, l'uno amenissimo e l'altro appassionato e tremendo. E conviene osservare che egli non può patire la parte di Leopoldo Fourchambault perchè, dice, non gli conviene sotto nessun aspetto, e la fa per forza, e da cane. Nientemeno.

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Poi lo intesi in altre commedie, e in tutte mi parve un grande artista. Ha arditezza e misura, naturalezza e dignità, costantemente. Qualunque personaggio rappresenti, dà a vedere d'averlo studiato, non solo nelle manifestazioni verosimili della sua natura, ma nel più intimo meccanismo dell'animo, alla sorgente stessa dei suoi sentimenti più segreti; e conserva il colore di ciascun carattere anche nelle tempeste più violente della passione. Dopo le sue prime parole non si vede più il viso del Coquelin; ma quello del personaggio. «Il di dentro domina il di fuori» come si diceva del famoso Lekain. Ha una maniera di comporre il viso che corregge tutti i difetti dei suoi lineamenti; una contrazione potente, che fa pensare a quella di Gwynplain e alla camera deilordi, ma che non tradisce lo sforzo. Tutto questo, però, non basterebbe a fare di lui un grande artista, s'egli non avesse la primissima delle facoltà drammatiche, che è di sentire profondamente e vivacissimamente. La sua potenza è nelle vibrazioni dell'anima, nella freschezza e nel vigore del sentimento. Quando esprime il dolore, ha veramente delle lacrime nella voce, e degli accenti profondi d'angoscia, che par che sanguini dentro; e negl'impeti d'ira o di rabbia, quando discende il palco scenico, guardando davanti a sè con quell'occhio grigio, dilatato e smarrito come un occhio di fiera, e tutte le membra tese e convulse, pare che gli si debba spezzare una vena nel petto. Per me, lo trovo anche più potente nell'ira che nell'affetto. In quelle provocazioni fra gentiluomini, così frequenti nelle commedie francesi, a cui segue per lo più un duello mortale, egli ha un modo suo proprio così secco e tagliente, che fa d'ogni parola una scudisciata traverso la faccia, e non so che di gelido e di feroce nell'aspettoe nelle mosse, che mette un brivido nelle vene, e fa presentire la morte. E ha degli slanci d'entusiasmo ardente, frenati con un'arte profonda, che ne duplica l'efficacia, e delle espansioni impetuose di gaiezza, che fanno l'effetto d'un'ondata d'aria primaverile in quel gran teatro affollato e caldo, che pende dalle sue labbra. Convien dire pure che ha una voce ammirabile, che si presta alle più audaci inflessioni, nettissima nelle voci basse e sonora nelle medie, senz'essere di quelle voci troppo ricche, che annegano, come si dice in francese, la parola nel suono, e le consonanti nelle vocali; una voce che s'alza qualche volta, senz'assottigliarsi e senza sforzarsi, fino alle note più acute, e si espande e risuona, agile e mordente, in tutti gli angoli della sala, e fin nei corridoi e nei vestiboli, come uno squillo di tromba. Ha tutti i doni della natura, insomma, fuorchè la bellezza. Ma quando lo s'è sentito recitare, pare che la sua imperfezione fisica sia una condizione necessaria, un elemento quasi della suapotenza particolare d'artista, e che acquisterebbe qualcosa, ma perderebbe molto di più, se diventasse bello ad un tratto come il Bocage o come il Salvini.

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Ed è anche più brutto, o, per meglio dire, strano d'aspetto, di quel che pare dal palco scenico. Il primo sentimento che si prova, vedendolo in casa per la prima volta, alla luce del sole, è un'ammirazione più grande per la potenza del suo ingegno e della sua natura drammatica, che riuscirono a trionfare, malgrado l'irregolarità quasi grottesca della sua persona. La sua faccia è una vera maschera d'istrione antico: un faccione largo e grasso, d'una carnagione giallognola da mercante olandese, in cui brillano due occhietti bigi di faina, un po' maligni, sopra un grosso nasoche guarda in su con una petulanza senza esempio, in modo che le nari si presentano come le aperture di due canne d'un fucile da caccia; una gran bocca, con le labbra grossissime, tagliate in forma di trapezio, che par che succhino continuamente un enorme bocchino di pipa turca; un mento lungo e sporgente, e due mascelle leonine, che si dilatano, quando parla, con un movimento inquietante. Mettete questa faccia di mascherone di fontana, tutta sbarbata, con una papalina nera sul cocuzzolo, sopra un corpo bassetto e tarchiato, vestito d'un farsetto nero stretto alla vita, coi calzoni neri e con le pantofole nere, e immaginate il misto bizzarro che ne deve riuscire, di curato di campagna innégligé, di cuoco in lutto, di forzaiuolo e di Stenterello. Si rimane sbalorditi a pensare che quell'omiciattolo ci ha fatto piangere, fremere e tremare, e s'è presi dalla tentazione di dirgli che non è quella la maniera di corbellare il mondo. Ma è un di quei brutti che seducono, forse perchè la loro bruttezza, comesuol dirsi, non è che una bellezza sbagliata: come accade di certe metaforaccie di pessimo gusto, sotto cui appare il barlume d'una grand'idea. Questo è vero specialmente quando ride: non si può immaginare un riso più vivo, più comico, più attaccaticcio del suo; — e non è la risata dell'allegria — ma una specie di riso filosofico e profondo, che nasce da un sentimento particolare della vita, e che fa pullulare mille idee lepide nella mente, e indovinare mille scherzi che non dice, e pensare confusamente a mille cose e persone amene, che abbiamo conosciute in altri tempi; un riso che rallegra dentro, e che mette voglia di darsi una fregatina di mani, o di allungargliune tapesulla pancia. Tutta la faccia gli ride, fino alle orecchie; la bocca gli s'arrotonda in un modo curiosissimo, che fa saltare il capriccio di ficcarvi un dito dentro, come dice lo Zola del Boche,pour voir; e la punta del naso gli fa un piccolo movimento accelerato, come la punta d'un dito che gratti qualche cosa di sotto in su, d'un effettocomicissimo; mentre gli scintilla negli occhi un'astuzia di demonio. I critici cortesi dicono che haune physionomie comique parfaite, une face largement comique, comiquement spirituelle, e altre cose simili; ed è vero; ma non è tutto. È una figura talmente originale ed esilarante, a vederlo da vicino, che per molto tempo si rimane tutt'intenti a guardarlo, e non si bada alle sue parole. Ed egli non s'illude sopra sè stesso; parla anzi sovente della propria persona, celiando, come se canzonasse un altro, e non vuol sentir parlare delle parti che richiedono bellezza d'aspetto. Per questa ragione rifiutò, non è molto, di far la parte di Pigmalione nellaGalateadella signora Adam. — Come volete — le disse — che io ardisca presentarmi al pubblico in nome di Pigmalione, che dev'essere un bell'uomo?Voyons donc, madame: est-ce que j'ai le nez grec, moi?— Il naso, infatti, è stato l'ostacolo più difficile da superare, nella sua carriera drammatica. Quando qualche parte non gli riesce, ha sempre la suagiustificazione pronta: — è il naso. — Ma anche in casa sua, dopo un quarto d'ora che gli si parla, segue come al teatro: si vede un altro Coquelin; tanto la sua conversazione è arguta e attraente, rimanendo sempre naturalissima, come la sua maniera di recitare. È divertentissimo vederlo lassù nella sua piccola stanza di studio, triangolare, che sembra un camerino di teatro — al quarto piano — tutta piena di libri, fra cui brillano in prima fila i poeti drammatici e lirici di tutti i paesi; e cogliere a volo nelle sue parole e nelle sue mosse gli accenti e i gesti di Mascarille, di Gringoire, di Figaro e del piccolo gobbo delLuthier de Crémone, che fecero risuonare d'applausi il tempio del Corneille e del Molière. Il Molière, appunto, di cui ha tutto il teatro nel capo, è uno dei suoi argomenti preferiti; e riparla spesso delle conferenze pubbliche che tenne poco tempo fa; colle quali si propose di dimostrare che l'AlcestedelMisantroponon è come quasi tutti i critici e quasi tutti gli attori l'interpretano, un personaggio cupo eprofondo, una specie d'Amleto francese, da rendersi con un colore di stranezza fantastica; ma un personaggio apertamente comico, come gli altri del Molière, e designato come tale dal poeta medesimo in una maniera che non può lasciar dubbio. Egli svolse il suo concetto senza pompa di dottrina, con molto buon senso, con grande chiarezza, per mezzo di confronti e di citazioni bene ordinate e lucidamente commentate; ma lasciò letterati e commedianti nel loro parere contrario. Si lamentò in particolar modo dei letterati, così tra il serio e il faceto, facendo tremolare la punta del naso. — Avete torto, mi dicono insomma, perchè siete un commediante.C'est ça qui m'embête. Mi dicano che ho torto perchè sono un grullo, francamente, e mi ci rassegno più volentieri. Gli è appunto perchè sono un commediante che voglio dir la mia ragione. Mi pare che serva a qualche cosa, per giudicare un personaggio di una commedia, essere abituato da venti anni a mettersi nella pelle degli altri, e a cercarela ragione intima d'ogni loro atto e d'ogni loro parola. Se questi speculatori letterari del teatro non fossero un po' trattenuti dal senso pratico di chi ha da incarnare i personaggi che essi scrutano e sviscerano continuamente, finirebbero, a furia di fare, con trasformarli in creature dell'altro mondo, che nessuno potrebbe più riprodurre sulla scena. — E non si fermerebbe più, quando ha preso a discorrere del Molière, se non esistesse un altro personaggio, per il quale nutre altrettanto entusiasmo: il Gambetta, in grazia di cui egli s'appassiona anche un poco alla politica, e si tira addosso le canzonature delFigaro. Il Gambetta è suo amico intimo, desina con lui tutte le domeniche, e lo conduce a far delle lunghe passeggiate solitarie, durante le quali, chi lo sa? forse si fa dar delle lezioni di recitazione, o si insegnano a vicenda ad aprire e a scrutare gli animi umani, l'uno per giovarsene sul teatro, l'altro nella politica; poichè, in diverso campo, essi sono i due più grandi attori della Francia: il Gambettapiù potente, ma il Coquelin assai più sicuro di non essere fischiato. Egli parlò del suo illustre amico con calda ammirazione, senza licenze familiari, ripetendo dei brani del suo ultimo discorso, e esclamando di tratto in tratto: — Sentite la bellezza di questa frase; sentite la giustezza di questo pensiero; — come avrebbe fatto per una parlata del Racine. E a proposito del Gambetta, lesse una lunga colonna delVoltaire, in risposta all'Intransigeant, con una rapidità prodigiosa, e con una nettezza di pronuncia ancor più ammirabile, facendo vibrare certe parole, e schizzar fuori certe frasi, con cambiamenti improvvisi d'intonazione, e ammicchi d'un occhio, e guizzi comicissimi delle labbra, in una maniera da far proprio rimpiangere di non potergli dare il posto di lettore, in casa propria, con centomila lire all'anno; che per un letterato sarebbero impiegate al cinquanta per cento. Ed è pure notevolissimo il suo linguaggio, scolpito e colorito, con certe screziature di lingua popolare, ricco d'una quantità di termini insolitie di modi del gergo teatrale, svariatissimo come è in tutte le persone dotate di un forte senso comico, che hanno bisogno di raccontare, di descrivere e d'imitare. L'impressione che egli lascia, in conclusione, è d'un uomo di buona indole e di buon cuore, come io credo che siano necessariamente tutti gli artisti drammatici atti a interpretare con eguale maestria i caratteri buoni e malvagi; perchè, per riuscire grandi negli uni e negli altri, bisogna che nella loro natura predomini il buono, senza del quale possono abbagliare con l'ingegno, ma non soggiogare con la simpatia. Il Coquelin, però, ha l'aria d'un uomo buono; non d'un bonaccione. Sotto la sua bonarietà canzonatoria s'indovina un animo risoluto e vigoroso, col quale non dev'essere molto comodo l'aver che fare i giorni che ha la luna rovescia; e specialmente quando salta su a inveire contro i capricci prepotenti di certi autori drammatici, piglia una certa guardatura bieca e fa stridere la voce in un certo modo, che non par strano affatto, in quel momento,che abbia saputo incarnare meravigliosamente l'anima dannata del duca di Septmonts.

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La parte di duca di Septmonts nell'Ètrangèredel Dumas, credono tutti, — e anche lui — che sia ciò che egli fece — per dirla con le sue parole —de plus fin et de plus incisif, nel teatro moderno, dal primo giorno che recitò fino al giorno che corre. Per comprendere le difficoltà con cui ha dovuto combattere, basta rappresentarsi la sua figura «largamente comica» e ricordare che il duca di Septmonts è la quintessenza di un gentiluomo del gran mondo — spregievole e odioso quanto si vuole — ma tanto più dignitoso e corretto di fuori quanto è più fradicio dentro. Per alto che fosse il concetto che s'aveva della pieghevolezza d'ingegno del Coquelin, si temeva chein quella parte cadesse. Bastò invece la sua apparizione sul palco scenico a provocare uno scoppio d'applausi e un'esclamazione universale di meraviglia. Costanzo Coquelin, l'incomparabileFigaro, l'insuperabile gobbetto delLuthier de Crémone, pareva il primo gentiluomo della cristianità. Pallido, della pallidezza malaticcia d'un nobile sciupato dagli stravizi, biondo, un po' calvo, con due folti baffi impertinentemente arricciati, con una lente all'occhio, vestito con rigorosa eleganza, disinvolto e duro ad un tempo, e superbamente signorile in tutti i suoi movimenti, anche nel più forte della passione, egli era l'ideale vivente dell'autore della commedia. E ad ogni nuova scena si rivelò con maggior efficacia. Dalla sua aria tediata, dal suo modo di parlare strascicato, come se ogni parola fosse un atto di degnazione, dalla sua fredda cortesia, dal suo sguardo ironico e sorridente, da tutti i suoi gesti e da tutti i suoi accenti artificiosamente trascurati, traspariva l'insolenza sfrontata d'un aristocratico cresciuto all'orgoglioe al disprezzo, il cinismo d'unviveurintristito nel vizio, capace di tutte le bassezze, l'audacia meditata e malvagia dello spadaccino sicuro d'uccidere, — la sua educazione, il suo passato, tutto quello che sarebbe stato capace di fare, e mille cose che pensava, e che non diceva; ma che facevano pensare. Egli corresse anzi leggermente, con molta arte, il carattere immaginato dal Dumas, che poteva riuscir troppo ributtante; e lo corresse — come prescriveva il celebre attore tedesco, l'Iffland, — facendo il difensore ufficioso del personaggio che rappresentava: lasciando cioè indovinare in che maniera fosse diventato quello che era, per quale via, non per colpa tutta sua, si fosse così depravato, — guasto prima da un'educazione falsa e poi dall'esempio della società incancrenita in cui era vissuto, — e in tal modo, senza riuscire simpatico, si mantenne dentro a quei limiti dell'odioso, oltre ai quali un personaggio teatrale non è più tollerabile e nuoce agli intendimenti del poeta. Ma fu terribile. Nella scenadel quart'atto, per esempio, quando vuole umiliare il signor Gérard, ricordandogli che sua madre era stata governante della duchessa, trovò l'accento d'un sarcasmo così sanguinoso e stillò le parole insolenti nell'animo del povero giovane, come goccie di piombo fuso, con una lentezza così spietata, che tutti gli spettatori se le sentirono penetrare nel cuore ad una ad una, e fremettero per quello a cui eran dirette. E fece rabbrividire l'impassibilità marmorea con la quale ricevette in viso quella tremenda invettiva della duchessa, di cui ogni parola è uno schiaffo, fino a quel fulmineo: —Misèrable!— che finalmente gli solleva il sangue; e la rabbia pazza e feroce con cui le si slancia addosso all'ultime parole, e lo sforzo improvviso con cui si frena. Mai era stata rappresentata la superbia, l'insolenza e la rabbia, con più satanica potenza, sulle scene dellaCommedia francese. Il suo successo fu enorme. Egli empì il dramma della sua persona, e vi spiegò tanta forza, che se gli altriatleti fossero caduti, sarebbe bastato per tutti egli solo.

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Ma per quanto si dica, egli non è mai tanto potente come quando nuota nella comicità larga del Molière, fra le grosse celie e le grosse risa, vestito dei panni di Scapin e di Mascarille. Quella comicità dal naso corto e dalle grosse labbra, come disse Alfonso Daudet, par fatta per la sua faccia, per la sua voce e per la sua indole. Lì sfolgora ed impera davvero, e fa tremare le vôlte del teatro. Nessun Mascarille, nellePrécieuses ridicules, ha mai detto con più petulante disinvoltura le sue spropositate goffaggini; nessuno ha mai mostrato sul palco scenico una più maledetta grinta, una più impertinente sfacciataggine di lacchè astuto e ridacchione, docile ai pugni e alle legnate, e prontoa tutte le pagliacciate e a tutte le bricconerie. Nessuno Scapin è stato mai più magistralmente bugiardo, ipocrita, truffatore e buffone. Il Coquelin domina la scena, in queste farse epiche, coll'imperturbabilità sovrana che dà la coscienza del genio. Ha una mobilità di fisonomia, un'elasticità di voce, una pieghevolezza di membra, una sicurezza, un'audacia che nessuna parola può rendere. NellePrécieuses ridiculessuscita una tempesta di risate con ogni parola, quando contraffà il gentiluomo letterato e lezioso, e declama quella stramberia di madrigale che finisce col grido: Al ladro! — NelleFourberies de Scapinsnocciola quelle lunghe parlate per indurre Argante a sborsare i seicento scudi, con una rapidità d'un effetto comico meraviglioso. Non son più periodi; sono eruzioni, cascate precipitose di parole, che schizzano e tintinnano come sacchi di monete rovesciati, fra le esclamazioni di stupore della platea. NeiFâcheux, facendo la parte del cacciatore appassionato, dice quei cento e quattro versi filati della descrizionedella caccia, d'un fiato solo, come se li improvvisasse, con una tale potenza imitativa della voce e del gesto, che per un quarto d'ora par di veder fuggire i cervi per la foresta, e il teatro risuona dello scalpitìo dei cavalli, del latrato dei cani, dello squillo dei corni, delle grida dei cacciatori, come se vi agisse un'intera Compagnia equestre. Ed è infaticabile. Dopo aver fattoMascarillenell'Etourdi, che è una delle parti più lunghe e più difficili del vecchio repertorio drammatico, è fresco e disposto come prima di cominciare. Ed è superfluo far notare la difficoltà grandissima che presentano queste parti comiche del Molière, in cui se l'attore non è tanto forte da tener continuamente viva l'ilarità e l'ammirazione, subito risalta la trivialità, l'esagerazione, il grottesco del personaggio e della scena, e non basta la riverenza che ispira il grande poeta a trattener il pubblico dal dar segno di noia o d'impazienza: il che suole accadere nei teatri di provincia, dove le commedie del Molière sono quasiirrappresentabili. Ma il Coquelin par nato fatto per interpretare il Molière; e piuttosto che unSociétairedella commedia francese, si direbbe che è un attore superstite della famosatroupe de Monsieur, ancor tutto fresco, dopo due secoli, delle lezioni del suo capo-comico immortale. E in questo gli giova immensamente la faccia. È impossibile resistere alla forza comica dello sguardo, del riso e della smorfia di questo grandiosofarceur; bisogna ridere con lui, in qualunque stato d'animo ci si trovi; e si ride di quel riso a singhiozzi, convulsivo e clamoroso, che ci riprende ancora dopo il teatro, e ci accompagna a casa, e ci torna ad assalire la mattina dopo, e ci rimane come un grato ricordo per sempre.

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Certamente, egli deve la sua gloria artistica più ai doni della natura che allo studio.Histrio nascitur. Ed anco non ammettendo questa verità, bisognerebbe fare un'eccezione per coloro che sono grandi attori a ventitrè anni. Nondimeno egli studiò e faticò moltissimo. Nons'è fatto una voce, come si dice del celebre attore Duprez; malavoròla sua infaticabilmente, con esercitazioni assidue e metodiche; e non son molti anni, infatti, ch'egli ha quell'elasticità mirabile degli organi vocali, che si presta così docilmente alla varietà e alla mobilità prodigiosa delle sue sensazioni. Così la sua pronunzia nitidissima, che fa d'ogni sillaba una nota cristallina, è principalmente frutto d'unfortemente volli, come il vigore del verso alfieriano.È una cosa che accende nel sangue la passione dello studio, il sentirgli dire, per esempio, con che amore e con che cura si è rimesso a studiare la sua parte d'Annibal, dopo che l'Augier rimpastò l'Avventuriera; come l'ha scomposta e ricomposta daccapo, periodo per periodo e frase per frase; come ha rivoltato per tutti i versi ogni parola per trovarle il suo accento vero e proprio; come ha ragionato tra sè ogni sorriso e ogni gesto. Così pure l'udirgli esporre le riflessioni minute e ingegnose che fece sulla parte di Figaro nelBarbiere di Siviglia, per cogliere le differenze che dovevano passare fra questo — giovane e spensierato, — e il Figaro delMariage, — più avanzato negli anni, più esperto della vita e cangiato anche per effetto della sua nuova condizione; — differenze che seppe rendere stupendamente sul palcoscenico, fin nelle più leggiere sfumature; e le conferenze d'ore e d'ore avute con gli autori, col manoscritto alla mano, coperto di richiami e di postille, per trovare insieme il colore particolare da darsi auna scena, o l'intonazione giusta d'un monologo; e le discussioni interminabili avute coll'Augier o col Dumas per sostenere il suo modo d'interpretazione, e salvar la vita al personaggio concepito da lui, e amato come una creatura fatta con le sue carni e col suo sangue. Di tutti i personaggi che deve rappresentare, e della società e del tempo in cui vissero, cerca con una pazienza e con una curiosità d'archeologo le più minute notizie, nei libri e nelle conversazioni; e nota tutto e rimesta ogni cosa per mesi e mesi, ragionando di ogni minimo particolare lungamente, con una diligenza che tocca la pedanteria. E si prepara con maggior studio e maggiore pacatezza in quelle scene appunto, in cui dovrà allentar di più la briglia al suo istinto, perchè vuol essere audace sul sicuro; al qual fine raccoglie osservazioni e consigli da ogni parte, come uno scrittore naturalista, e ricorre le critiche che gli son state fatte negli anni addietro; ma per quanto faccia, non si presenta mai al pubblico con la coscienza soddisfatta,e ricomincia a martellare sulla sua parte anche dopo la più splendida riuscita.

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A questo lavoro indefesso egli deve la sua continua ascensione nell'arte, in cui non ha più che un rivale, — il Got, — che ha vent'anni più di lui, ed era già attore provetto quando il Coquelin entrò nel «Teatro francese»; quel celebre Got, che creò il Giboyer, come si dice nel linguaggio teatrale, nelle due commedieLes effrontéseLe fils de Giboyer; che fece un tipo indimenticabile dell'abate nell'Il ne faut jurer de riendi Alfredo Musset; che interpreta insuperabilmenteMaître Guérin,Monsieur Poiriere ilDuca Jobdi Léon Laya: il primo attore, forse, che portò nellaComédie françaiseun sentimento potente della realtà, e che, pure possedendo profondamente la tradizione dell'arte,pigliò tutti i suoi modelli nella natura viva. Anch'egli è ugualmente forte nel drammatico e nel comico: Bernard neiFourchambault, strappa i singhiozzi; Matamore nell'Illusion comique, fa schiantar dalle risa; e chi l'ha visto Rabbino alsaziano nell'Ami Fritz, che fu uno dei suoi più grandi trionfi, non lo riconosce più nei panni diSganarelleo delSouffleurdeiPlaideursdi Racine, in cui è insuperabile. Osservatore finissimo, vero fin nelle più piccole minuzie, abilissimo alle trasformazioni del viso, capace di recitare per quattro atti interi, come nelGendre de monsieur Poirier, con un occhio socchiuso e la bocca torta, senza scomporsi un momento; fornito d'un gusto letterario squisito, e di buoni studi, e altieramente appassionato dell'arte sua, egli tenne per lungo tempo il primato nel «Teatro francese», ed è indubitabile che giovò moltissimo al Coquelin, non foss'altro che col proprio esempio. Ma questi — lasciando da parte altre qualità intimamente individuali, che non permettono confronti — è superiore a luinella versatilità dell'ingegno e nella mutabilità dell'aspetto. Il Got è vario; il Coquelin è un Proteo. Il Got, per esempio, ha non so che di proprio e d'immutabile nell'intonazione e nel gesto, un certo farebourru, imitant la franchise, come dicono i francesi, e unticparticolare del capo e delle spalle, simile all'atto di chi dica: — Non me ne importa il gran nulla, — un po' volgare, — che lo rende inabile a tutte le parti in cui si richiede eleganza e dignità signorile di maniere. Oltre di che è restìo a liberarsi dai modi e dagli accenti d'una parte in cui sia riuscito maestrevolmente; così che per molto tempo, dopo unacreazionegrande e fortunata, porta in altri drammi l'impronta del personaggio prediletto, come gli accadde, tra l'altre volte, dopo il suo successo nelGiboyer. Il che non segue al Coquelin, di cui l'ingegno sembra cambiar natura ogni volta che cambia parte; che scende fino alla farsa plebea e sale fino alla più alta poesia; pagliaccio, gentiluomo, villano, brillante, tiranno, — eroe della rivoluzione,tragico, nelJean Dacier, — piccolo collegiale vizioso e impostore nelLion et Renard, — sempre originale, rifatto da capo a piedi, e liberissimo da ogni legame di reminiscenza; a segno che se gli saltasse il ticchio domani di fare ilRomeo— con quella faccia — nella tragedia dello Shakspeare, c'è da giurare che ci riuscirebbe, come disse un critico tedesco; e che il pubblico, ascoltandolo, direbbe che a Giulietta poteva toccare un amante più bello, ma non unopiù interessante e più appassionato. Nondimeno sono molti ancora quelli che gli preferiscono il Got, come più profondo e più grave; e c'è fra loro una gelosia coperta, ma viva, che scoppia ogni volta che cade su una medesima parte la preferenza di tutti e due: come segue ora per il drammaLe Roi s'amuse, in cui l'uno e l'altro vorrebbe fare ilTriboulet; e questo tira tira è cagione che il dramma non si rappresenti; non essendo parsa accettabile a nessun dei due la proposta di Victor Hugo, che facessero ilTribouletuna volta per uno, asere alternate: proposta d'accorto finanziere, non d'uomo esperto del cuore umano.

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Il Coquelin ha ancora un merito tutto proprio, che è d'essere un grande declamatore di poesie liriche. Anzi tutto è maestro senza eguali nel dire i versi, che è quasi un'arte nell'arte, in cui non gli si avvicinano che il Got e Sara Bernhardt. È uno dei rarissimi attori che sian riusciti a liberarsi, fino a un certo punto, da quell'accento convenuto, da quel colorito generale che è quasi obbligatorio nella dizione degli alessandrini francesi, e che anche nell'espansioni più appassionate dell'animo tutti badano a conservare, come se fosse una necessità fondamentale dell'arte. Il Coquelin si liberò da questa psalmodia, da questa specie di musica sacra, come la definì la signora Stael, che sitrasmette di generazione in generazione a somiglianza d'un vizio ereditario; e prese una via di mezzo tra coloro che cantano il verso, avvolgendo tutto in una sorta di melopea sonnolenta, che arrotonda tutte le linee e cancella tutti i contorni, e coloro che, sotto il pretesto della imitazione del vero, non badano nè a ritmo, nè a rima, nè a prosodia, e sacrificano interamente l'elemento poetico all'elemento drammatico. Egli ha saputo cogliere una certa armonia intermedia tra la parola e la musica, che nello stesso tempo accarezza l'orecchio e rende l'intonazione del discorso. E fa valere mirabilmente la bellezza della forma. Senza rivelar troppo l'artifizio, fa sentire tutte le variazioni del movimento ritmico, le ondulazioni della frase, le rime, le cesure, le attaccature dei periodi; rompe la monotonia degli alessandrini con una quantità di chiaroscuri delicatissimi; virgola e punteggia con una grande efficacia, e, grazie particolarmente alla sua maniera ferma e nitida di articolare le consonanti, ha una chiarezza di dizione — qualità indispensabileper i versi — che nessun attore ha mai superata. Oltrechè non è solamente interprete, ma critico e correttor vero del poeta. Nessuno meglio di lui sa afferrare, in una poesia, il filo del concetto principale, e attenercisi, malgrado le più viziose digressioni, e fare in modo che non se ne scosti menomamente l'attenzione degli uditori. È maestro nell'arte di velare i difetti della forma, di scivolare sulle lungaggini, di gettar ombra sulle parti deboli per raccoglier luce sulle forti, di far sfolgorare il verso capitale, e di scoprire e mettere in rilievo pensieri affogati dalle immagini, e sensi riposti, e finezze, e contrasti, che il poeta stesso non ha avvertiti. Ed esercita quest'arte nei salotti — dov'è invitato e pagato — il che è molto diverso, ed anche assai più difficile che esercitarla nel teatro; tanto che molti attori applauditissimi sul palco scenico, perdono ogni efficacia declamando versi in un cerchio ristretto d'uditori. Il Coquelin, invece, conosce ed osserva rigorosamente tutte le leggi delicate e difficili cheimpone la vicinanza dell'uditorio, col quale, anzi, qualche volta l'artista si trova confuso: smorza gli effetti, ristringe il gesto, attenua l'espressione del volto, modula in un modo particolare la voce, e dissimula accortissimamente l'attore drammatico sotto l'uomo di società. Perciò ottiene dei successi privati non meno splendidi dei successi teatrali, e rende, in questo campo, dei veri servigi alle lettere. È lui che ha diffuso, in questi ultimi anni, il gusto dei versi nella società elegante, che non badava prima che alla musica, e parecchi dei più illustri tra i giovani poeti della Francia debbono a lui il principio della propria fama. Egli recitò per il primo le poesie di Alfonso Daudet, che è suo amico intimo, di Paolo Déroulede, per il quale professa una viva ammirazione, di Jacques Normand, del Coppée, del Manuel, del Guiard. E non si può dire con che passione egli cerca queste poesie, con che piacere se le fa leggere in casa, per le strade, in carrozza, nei camerini del Brébant; come scatta ad ogni verso potente; come,senz'accorgersene, udendo leggere, prepara il gesto e l'atteggiamento del viso con cui dirà quella data strofa; con che impazienza, all'ultimo verso, strappa il manoscritto di mano al poeta, e con che bella e simpatica sicurezza di grande artista gli dice sorridendo: — Lasciate fare a me, che vi servirò da onest'uomo.

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Ma non è compiuto il ritratto del Coquelin se non gli si fa accanto uno schizzo di suo fratello, che è come una sua appendice; attore anche lui delTeatro francese, chiamatoCoquelin cadet, per distinguerlo da Costanzo. Il Coquelincadetcrebbe al calore del forno paterno accanto al fratello maggiore, e portò con lui il pane fresco ai buoni borghesi di Boulogne-sur-mer, con la faccia bianca di farina e le mani imbrattate di pasta. Quandoil fratello maggiore dava i primi segni della sua vocazione drammatica, lui ancora bambino s'ingegnava già d'imitarlo, gesticolando e balbettando dei versi; e quando più tardi il fratello gli confidò i suoi disegni ambiziosi, anch'egli cominciò a riscalducciarsi la testa e a vagheggiare il teatro. Partì il fratello, passò qualche anno: Coquelincadetpensò di manifestare le sue intenzioni al padre; ma non osava, perchè suo padre contava fermamente su di lui per tramandare ai posteri il suo forno. Nondimeno un giorno si fece coraggio e tirò la schioppettata. Si ripetè la medesima scena che era seguita col primogenito; ma questa volta con un po' di scandalo. Il buon fornaio, udendo per la seconda volta quelle fatali parole: — Voglio fare l'artista drammatico, — alzò la testa dalla madia, e guardò il figliuolo con due occhi grandi come due scudi. — Ma dunque — disse, incrociando le braccia — è proprio destino che io non ne debba salvare neppur uno dei miei figliuoli!C'est comme une peste qu'ils ont tous. Jene comprends pas. Où ont-il donc attrapé ça, mon Dieu!— Ma dopo un po' di contrasto, si rassegnò, e lasciò partire il ragazzo per Parigi, dove fu ricevuto al Conservatorio, poco dopo arrivato. Aveva ingegno e attitudine grande all'arte; ma non l'esuberanza di vita, e le facoltà poderose e splendide del fratello. Perciò il suo noviziato fu più duro e più lungo. Ma riuscì; riportò anzi il primo premio del Conservatorio nel 1867, e si presentò per la prima volta sulle scene dellaComédie française, facendo ilPetit-JeanneiPlaideurs, il 10 giugno 1869, otto anni dopo che aveva esordito suo fratello, il quale, con pensiero affettuoso, volle recitare accanto a lui quella stessa sera, nella medesima commedia, nella parte dell'Intimé. Coquelin II piacque. D'aspetto, somiglia molto al fratello; ed è forse anche più comico, benchè abbia i lineamenti meno risentiti: gli basta entrar in scena per far ridere. Ma l'indole drammatica è diversa: egli ha piuttosto la comicità inglese, — umoristica — un po' fredda, che si facapire più che non si faccia valere; ed è attor fino e originale; e quel ch'è più curioso, lontanissimo da ogni idea d'imitazione di suo fratello; del che diede una bella prova fin da principio nella commediaLe mari qui pleuredi Jules Prével, in cui fece la parte dell'avvocato Laroche, già sostenuta mirabilmente dal primo Coquelin, in una maniera diversa affatto, e non meno ingegnosa nè meno applaudita. Il fratello maggiore, ciò nondimeno, sta tanto al di sopra dell'altro, da non potersi nemmeno istituire un paragone fra loro; per il che questa bella fraternità non è macchiata di gelosia. L'aînéama ilcadetpiù che da fratello, da padre; e quando nella stanza di studio passa la mano sotto il mento d'un suo bustino in bronzo, dicendo scherzosamente:voilà mon petit frère, — gli si sente nella voce un grande affetto, e gli si leggono negli occhi mille cari ricordi — di quando trottavano insieme per le strade con le focaccie calde nel paniere, e riportavano il gruzzolo dei soldi al buon babbo, curvo sullamadia, tanto lontano dal pensare che un giorno i suoi due piccini avrebbero fatto rimbombare d'applausi il primo teatro del mondo, e che il suo povero forno sarebbe diventato famoso.

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Ora il Coquelin è nel pieno vigore della sua virilità artistica e forse nel periodo più felice della sua carriera. Figliuol di grazie del «Teatro francese,» amico intimo di potenti, accarezzato dai poeti, ricercato di consigli e d'aiuti da tutti i giovani commediografi, glorificato come artista, riverito come mecenate letterario, e carico di quattrini, non ha più nulla da desiderare, fuorchè delle belle commedie. Ma non pensa a sè solamente. Sollecitato da mille parti per recite di beneficenza, egli s'arrende a tutte le preghiere, abusando anche delle proprie forze, e fa del bene a moltissimi; tanto cheha un salotto pieno di medaglie e di ricordi preziosi che gli offersero, e gli offrono di continuo, in segno di gratitudine, Società operaie e Istituti e Comitati di soccorso d'ogni natura. È pure dilettante di belle arti, ed ha un piccolo museo di quadri del Meissonier, del Bonnat, del Fortuny, del Détaille, — in parecchi dei quali è ritratto lui, nelle spoglie di Mascarille e di Cesare di Bazan, con quel riso indefinibile e irresistibile, a cui deve una gran parte della sua potenza d'artista. Della quale potenza uno potrebbe farsi benissimo un'idea, senza essere mai stato al teatro, solo trattenendosi un'ora ogni mattina nella sua anticamera; dove si trovano sovente insieme il commediante famelico che viene a implorare un sussidio che non gli è mai rifiutato, la signorina americana che vuol pigliar lezioni di dizione francese, l'impiegato che desidera una croce, l'ufficiale che ha bisogno d'un traslocamento, e qualche volta persin dei prefetti, dei magistrati e dei vescovi, che non isdegnano di raccomandarsia Sganarello per ottenere un piccolo favore dal Governo. Ed egli riceve tutti con quel gran naso voltato in su, pieno di bonarietà e di buon umore, ruminando dei versi del Molière durante i discorsi lunghi, e rimanda tutti, se non soddisfatti nei loro desideri, contenti almeno di aver visto una volta da vicino quella maschera formidabile, che da venti anni fa rider del suo riso e pianger delle sue lacrime Parigi.

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Così fatto, o presso a poco, è il celebre Coquelin, il quale (per terminare con una buona notizia) sta pensando a raccogliere una Compagnia d'artisti valenti per fare un giro in Italia, e dare una serie di rappresentazioni in tutte le città principali.


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