II.
— Signora contessa, non c’è più posto, — disse l’inserviente inchinandosi con rispetto dinanzi alla signora che entrava allora nell’atrio del Circolo affollato di uomini. — La sala è colma.
Molti di quegli uomini si scostarono aprendo un passaggio fino all’uscio dove la signora fu arrestata da una muraglia di persone già tutte in possesso di una sedia, di un cantuccio, di uno stipite, nella attesa impaziente del grande conferenziere. Un rapido giro delle pupille la fece persuasa che sarebbe stato impossibile penetrarelà dentro e già stava per retrocedere quando un giovane alzandosi le offerse la propria sedia.
— Moena? — fece la signora con una sorpresa piacevole e calda, che si tradusse nell’espansione della voce, nel baleno dello sguardo.
Dalla sera della sfida non si erano più riveduti. Si riconobbero quasi per istinto, per un impulso magnetico che li attraeva l’uno verso l’altro da reconditi misteri del loro essere. Era in loro la sensazione confusa di un vincolo anteriore al caso che li aveva posti di fronte, una specie di voce del sangue che li segnava col suggello di una razza.
— Devo ringraziarla, — disse Moena senza calore nell’accento, ma con una persuasione intima che dava alla sua bella voce una nota di gravità. — Ella è stata molto buona a interessarsi di me per tuttoil tempo che la ferita mi tenne infermo.
— È ora almeno guarito perfettamente?
— Sì. Sono già scorsi due mesi da quella sera sciagurata.
Un impeto di sdegno retrospettivo colorì di una vampa improvvisa il volto del giovane. Egli soggiunse:
— La costanza di lei nel mandare a prendere notizie mi provava che la causa da me difesa era giusta e questo è pure un grande conforto per uno che combatte da solo sopra un campo abbandonato dai compagni.
Dalle ultime parole di Moena trapelava uno scoramento, una tristezza profonda.
— Lei si è forse meravigliata che una sconosciuta osasse ciò? — disse la signora con un poco d’ansia nell’accento.
Moena ristette, dubbioso, mentre la signora continuava:
— Io mi interessai sinceramente a quel suo nobile entusiasmo così raro a trovarsi nella gioventù dei nostri salotti. Lei è trentino nevvero? Conosco il Trentino e posso ben dire di amarlo per tutte le sensazioni nuove dolci e melanconiche che m’ha suscitate; lo amo nella sua bellezza, lo amo nel suo dolore; sopratutto nel suo dolore.
L’entrata del conferenziere interruppe il colloquio. La signora si raccolse quietamente sulla sedia offerta da Moena; il giovane stette ritto al suo fianco, un po’ indietro, per modo che ella ne scorgeva appena la linea della persona in attitudine di grande attenzione. Lei invece si accorse più tardi di aver perduto il principio della conferenza per essersi soffermata a rifare colla mente il loro singolarissimo incontro primo, poi le notizie del duello propalate dai giornali e commentate indiverso modo, poi l’interessamento e la pietà che l’avevano spinta a inviare tutti i giorni un messo quando si era parlato di imminente pericolo per il ferito. Un biglietto di visita: “Ariele Moena„ l’aveva ringraziata allora sobriamente e correttamente e tutto sembrava finito.
Ma quel ritrovarsi improvviso concretava la visione in un fatto di vita; Ariele Moena non era più un’astrazione, un sentimento, un soffio di idealismo sopra l’onda volgare della comune esistenza. Egli era lì, dietro a lei, silenzioso ma vero. Non visto, lo sentiva nella sua stessa immobilità e appunto perchè non lo vedeva, lo pensava. Le parole dell’oratore cadevano su entrambi, udivano insieme lo stesso suono, penetravano nello stesso pensiero, seguivano con ansia eguale (ella non ne aveva nessun dubbio) l’ascensione di uno spirito elevato nei puri dominî dell’idea.
Quando, a conferenza finita, la signora si alzò e voltandosi immerse lo sguardo nello sguardo del giovane, rivisse l’identico istante della prima volta che lo aveva scorto, colla stessa impressione di trovarsi davanti alla rivelazione di un’anima.
Uno scroscio d’applausi faceva rimbombare la sala fra l’urtarsi affannoso della gente che tentava di raggiungere il conferenziere, per mettersi in vista, per complimentarlo, per raccogliere le briciole del suo trionfo. La signora si ritrasse in un cantuccio a aspettare che sfollasse e Moena le rimase al fianco, tacito. Ella comprese la protezione delicata senza mostrare di rilevarla; osservò anche che il giovane prendendo una sedia vicina la scostò innanzi di sedervisi. Ogni suo gesto aveva questa signorile impronta di distacco, quasi di immaterialità, che costituiva la di lui espressione più caratteristica.
— È suo concittadino il conferenziere?
Un’ombra discese sulla fronte di Moena. Rispose:
— Abbiamo entrambi l’orgoglio e il dolore di chiamarci trentini, ma non siamo dello stesso paese. Egli è della valle di Non.
Fu un appiglio per riparlare del Trentino.
— Conosco la valle di Non, — disse con calore la signora. — Quanto è bella!
— Ma quanti italiani la conoscono? — soggiunse Moena con infinita tristezza.
— È vero, il Trentino è poco noto agli italiani. Fu per me quasi una scoperta. Eppure l’impressione di bellezza che esso dà è nulla in confronto alla sua fisionomia sentimentale, se così posso esprimermi. Mi ricordo di aver visto nella fuga del treno una casetta bianca nel mezzo di un prato intensamente verde e sul tettodella casetta sventolava una bandiera rossa. Rapida apparizione subito scomparsa, ma commovente e poetica tanto che ancora quando vi penso rivedo il verde all’asta e il rosso al vento di quella singolare bandiera, quasi un augurio ed un presagio per la terra sventurata.
Il giovane aveva ascoltato attentamente senza che si mutasse una linea del suo volto severo ed astratto, come se una parte sola di lui fosse presente e rimanesse l’altra celata nelle nubi di un mondo invisibile. Usciva tuttavia da quella forma muta un fluido di simpatia spirituale che trascinò la signora a proseguire le sue confidenze.
— E a Trento, passando in carrozza il ponte sull’Adige, quando il cocchiere mi disse che il ponte è minato, che altre mine sono intorno, che dai forti sulla città stanno rivolte le bocche dei cannoni, ebbene,non l’ho mai detto a nessuno, lo dico a lei, un gruppo di pianto mi salì alla gola....
Si interruppe, meravigliata essa stessa di avere concesso tanto dell’anima sua ad uno straniero di cui appena conosceva il nome.
— È questo che gli italiani non sanno, — disse Moena colla sua voce profonda e un po’ velata, come erano profondi e un po’ velati i suoi occhi perduti nel vuoto, lontani.
L’inserviente che aveva inchinata la signora al suo apparire le stava ora dinanzi in attitudine di attesa. Ella si accorse della sala e dell’atrio deserti e sorse prontamente in piedi avviandosi alla carrozza che l’aspettava nel cortile. Mentre saliva il predellino Moena disse ancora:
— Il conferenziere che abbiamo udito oggi terrà una lettura prossimamente allasocietà nostra sulle valli e le acque del Trentino. Le interesserebbe di assistervi?
— Come no? Lo desidero vivamente.
— Se mi permette le manderò un invito.
— La ringrazio, ma non vorrei crearle un imbarazzo: gli inviti saranno ricercati.
— Oh! il tema non interessa molti! — rispose il giovane, intanto che l’accenno ad un malinconico sorriso interrompeva per un attimo la linea chiusa della sua bocca.
Ripromettendosi di non mancare, la signora partì trasportata a un trotto rapido. Le rimaneva tuttavia in fondo alla pupilla la visione di Moena con una vaga curiosità e un materno interessamento per quel giovane che le suscitava rimembranze romantiche di eroi d’altri tempi. Questa era la sua impressione esatta: un eroe d’altri tempi.
Quale donna passerà mai nel sogno di quegli occhi?... — pensò. Ma non era ancor giunta a casa che le solite preoccupazioni e i pensieri inerenti alla sua vita l’avevano ripresa.
Qualche settimana dopo, in un mattino freddo della fine di marzo, sul punto di recarsi alla stazione chiamata al letto di una parente moribonda, la signora ricevette l’invito promesso e tornandole subito a memoria l’ultimo incontro con Moena si rammaricò sinceramente del contrattempo che le toglieva la possibilità di approfittarne. Durante il viaggio solitario la figura del giovane le passò una o due volte attraverso la mente, più che in forma materiale in quella sua particolare espressione di sentimenti rari e di misteriosa anima ardente che lo faceva diverso dagli altri: — Peccato! — mormorò fra sè.
Fuggivano intanto dinanzi ai suoi sguardi gli alberi raggricciati e tristi nella repressione delle prime gemme che un ritorno inaspettato dell’inverno sembrava congelare sui rami.
Sotto sì malinconici auspici la dolente visione a cui andava incontro si impossessò interamente del suo spirito. Colei che moveva a visitare era l’ultima della sua famiglia, l’ultima di quei parenti che l’avevano veduta bambina, poi giovinetta, poi sposa, sempre giovane per loro — quantunque in realtà non più giovane — ed amata del sicuro e placido affetto dei vecchi.
Giunse tardi; l’inferma era spirata la sera prima. Una povera serva piangeva silenziosamente accanto al letto del quale aveva rimboccato il lenzuolo sul volto della morta.
— Oh! signora contessa, — disse subito, — arrivaa proposito. Non c’è nessuno per ordinare il funerale.
La signora dette un’occhiata in giro. Da molti anni non veniva più in quella casa; le parve misera più che non fosse mai stata; una fredda casa di zitellona provinciale dove ogni suppellettile era muta e stantia, pervasa da un odore di muffa e di mandorle amare, con una poltrona sotto la finestra incavata come una tinozza. — Ecco, — pensò — ha vissuto qui.... dalla poltrona alla finestra, per anni ed anni!...
Un fischio la fece sobbalzare lievemente. Alzò gli occhi e vide un merlo sospeso in una gabbia.
— Dov’è il dottore? — chiese la signora.
— È venuto a verificare la morte e poi è partito.
— E il sacerdote?
— Anche lui è venuto; son venute le vicine, è venuto un uomo a proporsi per la guardia, son venuti tutti, ma ora non c’è più nessuno.
Le ultime parole della domestica risuonarono col tonfo cupo di una pietra gettata in un pozzo. Il merlo fece eco. Quella riprese:
— Non ha lasciato testamento.
Continuando la signora a tacere, l’altra svolse una lunga litania di miserie, di denari perduti, di roba sciupata, di conti da pagare; e ancora il medico, e ancora la chiesa, ancora il funerale; quante torcie? quanti preti?... E di lei, poveretta, che avverrebbe? Non aveva da parte neppure un soldo....
Un senso di puntura nella nuca avvertì la signora che c’era un vetro rotto alla finestra; la cortina stessa, strappata dalla verga di ferro, penzolava con una non lontanasomiglianza di impiccagione, gonfia nel ventre dei pappagalli che vi erano disseminati, opaca per la molta polvere raccolta e grigia sotto antiche traccie di amido che vi facevano delle placche qua e là.
Dovunque l’occhio si posasse non incontrava che abbandono e desolazione. Quella casa che pure era stata graziosa una volta aveva seguito fedelmente la decadenza della sua proprietaria; non più illusioni, non più fiori, non più giovinezza, non più canti. Non più passione di vita, non più attaccamento agli oggetti, non più bisogno della bellezza, non più cure attente e previdenze amorose. Un cuore era morto, la casa era morta anch’essa. L’amore forse vi aveva battuto un giorno la sua ala vittoriosa. Che ne era rimasto? Nulla.
Un brivido che non appariva solamente di freddo spinse la signora a muoversi.Occorreva abboccarsi col curato e col medico: ella uscì. Ognuno le parlò della defunta, lodandola, s’intende, con una mal celata curiosità di conoscere le intenzioni dell’erede.
Essendosi stabilito il funerale per l’indomani, il medico le propose di passare la notte in casa sua, ma la signora dichiarò che non si sarebbe coricata. Accettò appena l’uomo che si era offerto per fare la guardia al cadavere permettendo alla serva di prendere qualche ora di riposo mentre ella stessa si sarebbe coricata senza spogliarsi sul divano del salotto.
Quando rientrò un fitto nevischio punteggiava l’aria di innumerevoli spilli. La signora si strinse il velo intorno alla faccia attraversando rapidamente le strade poco note dove la sua elegante figura attirava l’attenzione dei rari passeggeri. — È l’erede, — mormorava qualcuno chel’aveva vista discendere al mattino alla casa della morta. Sulla soglia si accorse di una vecchierella che la seguiva umilmente.
— Se volesse farmi la carità di un po’ di spoglio.... Siamo tanti in famiglia.... qualunque oggetto sarà buono.
La signora promise; ma da un cantuccio dove stava appiattata, un’altra misera forma umana mosse verso lei implorando i rimasugli della cucina, un pugno di riso, un fondo di bottiglia, il cartoccio del sale....
Anche a quella promise.
Durante la sua assenza la donna di casa aveva acceso nel salotto un fuocherello di sarmenti dei quali appena entrata ella non vide che il fumo. La donna si scusò adducendo che la defunta padrona per non rimanere sola nel salotto andava a scaldarsi in cucina.
— Ebbene, sarei venuta anch’io in cucina, — rispose la signora sorridendo. — Midispiace che vi siate presa questo disturbo.
La donna rimase confusa per tanta semplicità e sempre scusandosi ammannì una piccola cena improvvisata sopra un tavolino rotondo verniciato di nero con nel mezzo una gondola tra flutti cerulei. Il tavolino aveva un solo piede nel centro e traballava appena tocco.
— Frutta non ce n’è, — disse ancora la serva zelante, — ma ci deve essere qualche biscotto.
Cercò da prima sul piano del caminetto in un vaso che doveva essere stato anticamente un vaso da tabacco; era vuoto; poi aperse un armadio a muro scoprendo un panierino con dentro cinque o sei bozzoli, una matassa di lana scura, una bottiglia di tamarindo.
— Lasciate, lasciate, — insisteva la signora.
Ma la buona donna aveva finalmente posto la mano sopra un piatto dove alcuni biscotti stremenziti sorgevano da una pagoda chinese. Solamente nel trarli alla luce si accorse che i sorci vi avevano lasciato le loro traccie ed arrossendo li ripose.
Bisognò ancora dare gli ordini per la mattina seguente: il funerale, le torcie, i preti, i poveri....
Rimasta sola, la signora vide nello specchio a cornice di legno che sormontava il caminetto un volto femminile intelligente e grave, vide la goccia dei piccoli brillanti appesi all’orecchio e l’iride aperta degli occhi che sembravano guardare meravigliati i suoi.
Era infatti una meraviglia ch’ella si trovasse in quell’ora così lontana da casa sua, dalle sue abitudini, dalle sue amiche. Con un gesto impulsivo di donna accuratasi ravviò i capelli e girando lo sguardo intorno sullo squallido mobilio rievocò in un baleno di desiderio il suo appartamento così comodo, così tiepido, così pieno della sua vita. — Povera donna! — mormorò pensando alla defunta. Avvicinando poi alle pareti la candela che la domestica aveva lasciato sul tavolino rimase fissa in contemplazione di un dagherrotipo che rappresentava la sua parente a diciotto anni, vestita di bianco, con cinque piccole balze in fondo alla gonna e una ghirlandina di rose sui capelli pettinati a bandò. Per spontaneo contrasto le si affacciò alla mente l’ultima volta che l’aveva veduta, in negre vesti, con una giacca di flanella ovattata e una treccia di color castagno torreggiante su pochi cespugli di capelli grigi.
Tutto era triste intorno, di una tristezza vuota e meschina, colla sola grandiositàdella morte che si sentiva presente nel silenzio.
La signora tentò di adagiarsi sui guanciali già apparecchiati, ma non aveva sonno. Si alzò, fece qualche giro ancora nel breve salottino rattizzando il fuoco, malinconica, coi nervi abbattuti, pensando al dimane che le avrebbe recato una giornata densa di occupazioni e di nuove tristezze, chiusa in un cerchio di piccole avidità e di invidie che non conosceva esattamente ma che presentiva sospese su quella casa in rovina come si intravede da lontano il volo dei corvi attratti dall’odore dei cadaveri.
— Ma tutto lascerò a loro! — concluse la signora allargando le braccia con un movimento di rinuncia e di sollievo insieme.
Allora, su dal cuore, con un gesto improvviso d’acqua che rompe la durezzadel suolo e si afferma in polla cristallina, un pensiero che fino a quell’istante era stato compresso e soffocato dalle imperiose necessità dell’ora le balzò netto dinanzi: Moena doveva averla aspettata alla conferenza.
Moena. Un amico? No. Un conoscente? Quasi neppure. Sapeva così poco di lui! E dunque? Ma aveva promesso, aveva ella stessa sollecitato l’invito. La sua squisita gentilezza soffriva di ciò che avrebbe potuto interpretarsi nel senso di una goffa trascuranza. Rivedrebbe ella mai Moena?... forse no. Allora si decise.
In una cartella di marocchino rosso spelacchiata agli angoli rimaneva uno di quei fogli di carta da scarto che i rivenduglioli smerciano nei paesi. Poche goccie di inchiostro in un calamaio di vetro e una penna spuntata bastarono al breve biglietto che ella scrisse in piedi. Nessunapreoccupazione della povera forma in cui si chiudeva il suo pensiero la turbò menomamente. Ripeteva a sè stessa con una certa dolcezza che Moena ricevendo il biglietto avrebbe scorto l’impossibilità assoluta in cui ella trovavasi di assistere alla conferenza, che questo gli avrebbe fatto piacere almeno perchè il suo amor proprio rimaneva illeso.
Tranquilla, serena, chiuse il foglio in una busta troppo larga, vi appose l’indirizzo e lo lasciò sul tavolino nero del quale mascherava in parte la gondola.
Colla prima posta di domani sarebbe partito. Ma non vi era pericolo che lo dimenticasse?... Si tolse dal collo la sottile catena dell’orologio e ve la posò sopra, delicatamente, intanto che rileggeva la soprascritta: Signor Ariele Moena.
— Così — disse a voce alta — tutto è in regola.