XII.
— La glicine è fiorita, — disse un mattino la cameriera schiudendo le persiane in camera della signora.
Poco dopo la signora affacciossi a sua volta guardando giù nel giardino i bei grappoli color d’ametista pendenti sul muro, turgidi sotto le goccie della rugiada come gole di donna indiamantate. Rifiorirono, — pensava, ma non sono più i grappoli dell’anno scorso.
L’alta specchiera fra due colonnine dorate la riflettè, discinta come era, ancora avvenente in una sua speciale eleganzadi linee, ancora donna. Ancora? e per quanto tempo? Salì col palmo della mano lungo il braccio, il braccio bianco che Ariele non conosceva, che non avrebbe mai cinto così nudo il suo collo; piegò la faccia lentamente fino a toccarlo, in alto, dove si congiunge alla spalla, e stette un attimo colle labbra appoggiate alla fresca morbidezza della propria carne chiudendo gli occhi con uno spasimo disperato.
Sul vassoio del caffè c’era il saluto quotidiano di Ariele, il suo raggio di sole. Poche parole, talvolta una sillaba sola, un grido ardente dell’anima “Tu!„. Il saluto di quel mattino recava “Più che come sempre„. Così rinasceva l’alternativa del dubbio scorato e dell’inebriante miraggio, della ragione che le suggeriva: fuggi, e dell’amore che le diceva: vieni.
Fu ancora in quel tempo di primavera, durante un molle vespero, pochi giorni appresso dalla fioritura delle glicini che ella credette di scorgere in Ariele una inquietudine nascosta, una specie di disagio nel quale egli si distraeva sfuggendo alle di lei carezze. Si pose allora ad esaminarlo acutamente, a scrutargli in volto le gradazioni di quel suo pallore di sensitivo; avrebbe voluto sviscerargli i pensieri, leggergli dentro, cogliere gli aneliti del suo cuore nelle inflessioni della sua voce; ma il segreto che si nasconde in ogni creatura umana le rimaneva invisibile anche in quella creatura amata. Tutta la sua passione, tutta la sua dedizione erano vane. L’estasi amorosa le poteva far credere in certi istanti di formare un’anima sola, ma non era vero. Le loro anime restavano due anche nei momenti della maggiore intimità comeerano due i loro corpi per quanto un disperato amplesso li avvincesse in questo desiderio supremo.
— Ariele....
Si scosse, la guardò con occhi ingranditi da un’ombra violacea. Il profumo delle glicini saliva dal giardino umido e oscuro, misteriosamente. Il pensiero ha volo d’angelo e volo di strige. Ella pensò: Una donna! Ma ecco che egli non lo vedeva questo pensiero e affinchè nulla di esso trasparisse sulla sua fronte agitata, nella soffocazione improvvisa che la prese al sommo del petto, corse ad affacciarsi al balcone.
— Che ha? — chiese Ariele.
— Nulla.
Era la prima volta che mentiva e una grande amarezza gliene rimase sulle labbra ermeticamente chiuse da un suggello d’orgoglio. Il giovane la raggiunse appoggiandosivicino ad essa sul davanzale.
— Come a Trento, — disse dolcemente.
L’amata fece un gesto vago, curvandosi nell’olezzo delle glicini che non erano più quelle dell’anno scorso....
— Mio Dio, mio Dio! — mormorò quando fu sola, tutta colma la bocca, gli occhi e l’anima della presenza di Ariele, — dovrò io entrare nella volgarità e nel ridicolo della gelosia?
L’assurdo di un amore che non poteva avere nessuna via di uscita, che era fuori del tempo e della possibilità, impotente a dare la gioia della continuazione, quell’amore che era il suo; folle amore, dolorosissimo fra tutti gli amori, le riaffacciò alla mente la visione del rogo. Come erano belle le prime faville! come balzavano liete e vivide e sicure a ricercare l’altezza!Oh! dove era più il divino incanto dei primi sguardi, delle prime parole? dove il primo avvolgere trepido e caldo della fiamma? dove il primo morso ardente? Ecco ora una grevezza di fumo salirle al respiro e un bruciore insopportabile dilaniarle le carni e l’aria intorno mancarle a poco a poco e velarsi la luce e cessare la magìa dei suoni e sentire la voragine che la inghiottiva membro a membro. E poi?... Cenere.
Lo doveva sapere. Lo sapeva infatti, nello stesso modo che giunti all’età della ragione si sa che si deve morire; ma come la visione della morte non paralizza la vita così ella aveva amato senza pensare più alla fine dell’amore o piuttosto trovando una superiorità di sentimento, un generoso disdegno di ogni calcolo in quel suo offrirsi deliberatamente al sacrificio. Appunto perchè privo di speranzasentiva la rarità del dono fatto ad Ariele e lo misurava con appassionata fierezza all’amore che gli avrebbero offerto altre donne con tanta usura di interesse e di ipoteche. Se c’era un pensiero che la sorreggeva nello strazio era quello: sapere che malgrado le insidie del destino, malgrado le seduzioni che attendevano al varco la giovinezza di Ariele, malgrado egli potesse amare ancora, molto, perdutamente, quando vorrà raccogliersi in sè nelle ore solenni del ricordo e meditare e giudicare quel nome di Unica che egli aveva trovato per lei, tutta la sua coscienza gli griderebbe: “È vero. Ella sola ti ha amato!„
Ora bisognava morire. Morire come? Fuggire, strapparselo dal cuore, distruggere ogni memoria ogni segno del passato, lasciarlo libero, Morire a lui, per lui.
Una sera in cui era sola e più ardentemente lo desiderava si volle figurare la disperata solitudine che l’attendeva quando egli non venisse più; le ore tremende dell’abbandono in quella stanza tutta piena di lui, dove avevano tante volte evocato l’idillio timido e confuso del loro amore nascente argomentando che dovesse essere eterno. Qualunque cosa avvenga, — egli diceva, — non posso nemmeno immaginare di vivere senza di te! Ma lei col tormentoso presagio che fa di certe anime il carnefice di sè stesse vedeva già il suo posto vuoto e l’aria agitata un dì dalle loro parole starsi immobile nella tragica immobilità che circonda i sepolcri. Quando quella portiera non si sollevasse più, quando la bella persona di Ariele riempiendo il vano dell’uscio non accendesse più di mille lumi lo spazio, quandoegli non toccasse più i suoi ninnoli, i suoi libri col grazioso gesto infantile che le piaceva tanto in lui, quando sorridendo e guardandola non accostasse più le dolci labbra alla coppa dove ella beveva, quando tutte le care intimità del loro amore fossero finite e l’ombra terribile del nulla scendesse sulle sere del futuro, come potrebbe resistere a tanta rovina?
Morire, morire, morire! Con questa parola terminava ogni suo soliloquio; era diventata la sua ossessione, il suo incubo. Rimpiangeva continuamente l’ora di passione profonda durante la quale aveva tenuto Ariele sfinito in grembo, suo, tutto suo, in suo pieno dominio, con quelle labbra gelide dove ella aveva soffiata la propria vita, dove avrebbe potuto accostare la morte e morire con lui e sparire per sempre nel vortice oscuro dell’al di là, insieme.
Che cosa è mai il senso occulto che al cieco barcollante nel buio indica l’avvicinarsi di un ostacolo? E sulla spiaggia battuta dal mare, mentre il pescatore si allontana gonfie le vele di vento e di speranza sorridendo alle promesse di felice ritorno, che cosa è l’improvviso presentimento che nei raggi dei sole e nella festa delle onde stringe il cuore alla donna rimasta sulla riva? Non è forse che per certe sensibilità acute e in alcune circostanze e in alcuni stati speciali dell’animo sembra di sentire nell’ombra i passi misteriosi del nemico ignoto? Lei stessa, la sopravissuta alle battaglie della vita, muto il cuore, muti i sensi, spenta la fantasia nell’acquietamento d’ogni desiderio, non aveva sentito il tacito avanzarsi di un palpito nuovo, non nato ancora ma già esistente intorno a lei nell’aria, nel cielo, nell’invisibile giro degli atomi, nelsospiro eterno delle cose, lassù, sul terrazzo di Trento, in una indimenticabile notte? Ora sul plettro de’ suoi nervi le voci fatidiche piangevano con accenti di terrore. Perchè, se nulla era mutato, se un anno appena era trascorso dall’incanto iniziale, se Ariele giurava di amarla ed ella lo amava ogni giorno più?
Giunse a non potersi dominare, a non sapere più nascondere nemmeno a lui lo stato di inquietudine dal quale scaturivano a volta parole amare che dovevano apparire ingiuste ad Ariele, che lo turbavano e lo indisponevano, mentre lei rifugiandosi in una dignità incompresa si rifiutava alle dolci carezze quanto più ne aveva cocente la bramosìa.
Un bisogno la prese all’improvviso di staccarsi da Ariele, coll’atto inconsulto del ferito che staccando le bende si illude di sfuggire al tormento, ma travolta nelleastuzie dell’istinto scelse per meta della sua fuga il posto medesimo dove ad ogni sasso, ad ogni fronda avrebbe incontrato ancora la memoria di Ariele, là dove si erano amati.
Partì con meraviglia di lui e tristezza contenuta che ella giudicò indifferenza. Dal canto suo Ariele non comprendeva tale subitanea decisione di recarsi in una terra a lui vietata. Il saluto ultimo alla stazione tra la folla irritante e vuota fu come un agitarsi di fiaccole dietro un vetro opaco; i loro cuori si cercarono invano ed ella andò così, chiamata dalla voce che non ha nome, verso il compimento del suo destino.
Rivide le città, rivide i paesi, le verdi selve, i piani ondulati, le Dolomiti splendenti, le Giudicarie austere, l’Adige bello e doloroso, Rovereto dolcissima, Trento memore. Un’onda di commozione che eraquasi felicità le sollevava il petto ripassando per i luoghi noti, ribevendo quell’aria e quella luce. Le memorie, dono crudele e magnifico per cui si centuplica la vita, solo possesso vero nel trascorrere ininterrotto del tempo, sorgevano ad ogni passo avviluppandola in una carezza d’amore. Sogno? Che importa! Il sogno è l’ala della realtà.
Quando giunse al rifugio alpestre dove Moena era venuto a rintracciarla credette le mancasse il cuore. Volgeva il tramonto, l’ora stessa dell’arrivo di Moena. Nel momento che la carrozza passava all’entrata del bosco i suoi occhi spalancati cercarono sè stessa, in quella sera, rifacendo il loro incontro così timido e scolorito nell’alba ancora frigida dei sensi chiusi. Ma quando a notte fatta volle riaffacciarsi ai primi alberi del bosco, ansiosa, tremante, allucinata, non le fu possibile inoltrarsidi un passo. I fantasmi del passato la ricacciavano indietro; udiva la voce di Moena bassa e alterata sussurrare nell’ombra: Ha paura?
Disfatta, convulsa, si accasciò contro un albero, urtando alla ruvida scorza le mani delicate con un bisogno fisico di farsi male, di trarre alla superficie della pelle quello spasimo orrendo che la straziava dentro. Anche Ariele una volta nello stringerla le aveva fatto male e rievocandone ora la sensazione tutto il suo corpo fremeva in una indicibile voluttà di martirio, sentendo veramente una fitta acuta che le trapassava il cuore. Da qualche tempo soffriva così nella sua carne, nel giro del sangue, in tutti i nervi schiantati dalla intensità della passione e della lotta. Abbandonata sul tronco dell’albero ebbe in quel punto pieno sentore della propria miseria, di essere un povero corpostremato, una povera anima inutilmente dolorante. Si premette con tutte e due le mani le braccia, le spalle, i fianchi gemendo: Misera me!; — e piegò la testa, umile, vinta.
Un rumore d’acqua veniva dalle cupe profondità dello spazio, ma ella non ricordava che vi fosse in vicinanza nè cascata nè fontana; e poichè la notte, il silenzio, un misterioso terrore, un senso di isolamento e di abbandono la cingevano di una cattiva malìa le parve che quello fosse un pianto disperato, il pianto dei luoghi dove era passato l’amore, dove non passerebbe più.
Ascoltando sempre a capo chino, tutta raccolta in sè quasi per nascondersi e immedesimarsi e sparire nel palpito universale, per non essere più nulla altro che una cosa morta, parvele ancora che nell’acqua invisibile scrosciasse improvvisamente un riso di scherno alto, sonante,— poi, lento, a tratti, un lieve e molle pispigliare di goccie, un indugio di soavità, come un rosario sgranato di baci, come un mormorio di parole raccolte da labbro a labbro, — e le lagrime di nuovo, — e di nuovo alta, sonante, prolungata, acutissima, la risata di scherno....
················
— Non è più lei, signora, — le disse un giorno in sua ingenua schiettezza una vecchierella del paese.
Era vero. Lo sentiva, lo vedeva; non era più lei. Accadevale ora di fermarsi dinanzi allo specchio per guardare se avesse ancora sotto gli occhi il cerchio bruno che le era rimasto dalla notte insonne, se crescesse il solco emaciato della guancia e ripeteva a mezza voce con una tristezza che era tutto uno schianto un verso di Keats: “Oh! dove sono i canti di primavera, dove?„
E la natura intorno era tanto bella, tutta verde e azzurra, punteggiata dalle stelle bianche delle pratelline nella distesa dei prati, dai ciuffi d’oro delle ginestre nei boschi, fra quelle deliziose montagne trentine colore d’ambra e di lapislazzuli, colore di croco e di opale, varie, eleganti, disegnate sullo sfondo del cielo con la morbidezza di profili a sanguigna. La vita si svolgeva così, tranquilla nelle opere dei campi, nelle placide case, tra le viuzze sassose dove i bimbi giuocavano sotto l’occhio sereno delle madri, dove le fanciulle appendevano tralci di garofani alle finestre e nulla veniva mai a turbare la calma un po’ dormiente un po’ infingarda di quei montanari cui il breve orizzonte era mondo.
L’anima in pena cercava di interessarsi a questa vita semplice; discorreva colle donne delle loro faccende, dei loro figliuoli;ascoltava racconti di cose umili; voleva mettersi al loro livello, voleva dimenticare di essere la creatura di passione e di pensiero, scendere a loro, assidersi placida con loro alla mensa quotidiana, ai quotidiani lavori; guardare l’erba che spunta, le galline che razzolano, le nubi in cielo, e incrociare a sera le mani sul grembo nella attesa indifferente del dimane sempre eguale. Vi riusciva in certi momenti di atonia durante i quali un velo soffice tessuto di languore e di rassegnazione la fasciava, dandole il momentaneo sollievo di una applicazione fresca sopra una piaga che brucia. Ma improvvisamente, senza che nulla fosse mutato nell’aria, nel cielo, nel rameggiare degli alberi, nello scorrere dei ruscelli, nella torbida pace circostante, il cuore le dava un balzo, la memoria le riaffacciava una visione. — Lui, Lui, sempre Lui! — e folle di rinnovellata angosciafuggiva per sentieri deserti torcendosi le mani sul petto affannoso.
I fanciulli l’amavano; sovente guardandoli si acquietava nella loro innocenza. Talora sulla fronte dell’uno, sulla bocca dell’altro, credeva ritrovare una somiglianza con Ariele e allora più intensa si faceva la sua attenzione, più dolci e prolungate le sue carezze; ma erano illusioni fuggevoli. In realtà nessun volto somigliava a quello di Ariele; il desiderio dell’amante lo cercava invano. Solo guardando dentro sè stessa, nel raccoglimento desioso delle rimembranze, le linee dell’amato si ricomponevano in loro specialissima delicatezza virile, in loro fine regolarità di camméo e il senso acuto della di lui bellezza, anche lontana, le dava quel tormento di cosa inafferrabile già provato quando Ariele era nelle sue braccia, per l’ansia segreta che la bellezzasuscita in fondo al piacere che essa dà, quasi un senso più preciso della morte nel maggior fervore di vita.
Erano andati i fanciulli, renitenti le madri, a una sagra su un monte vicino e le madri stavano in gran pensiero per un folto accavallarsi di nubi nunziatrici di prossima bufera, rifacendosi ad ogni istante sulle porte delle loro case a guardare da lungi se apparissero; la signora buona prendeva parte alla loro preoccupazione tentando rassicurarle. Se non che a un tratto la bufera incalza sollevando turbini di vento e di foglie, lampi spaventosi fendono le nubi, terribili boati echeggiano di valle in valle, stridono gli alberi piegati al suolo, muggiscono le mandre spaventate; schianti di imposte sbattute, di assi che si fendono raddoppiano gli strilli delle donne e il pianto dei pargoli; qualche vecchia in disparte pregafervorosamente. Ma un grido li domina tutti: “I nostri figli! i nostri figli!„ Le madri non dicono altro, immobili sulle soglie, il grembiule buttato sulla testa a riparare la furia dell’acquazzone, coll’occhio che non abbandona la strada per la quale devono giungere i fanciulli. Il terrore e l’angoscia crescono di minuto in minuto.
Eccoli finalmente! Una macchia bruna appare in alto sul declivio del monte. Si muove, si snoda; un punto rosso emerge. “È lei, è Maria!„ esclama una donna. Un fremito di gioia corre in tutti i cuori. Le vecchie dicono: “Sia ringraziato il Signore!„ La furia dell’uragano è calmata; piove ancora, ma già il cielo si chiarisce attraversato dall’arcobaleno: “Sia ringraziato il Signore! Sia ringraziato il Signore!„
Il gruppo dei fanciulli si approssima;la gonnella rossa della piccola Maria danza al vento. Corrono, gocciolanti d’acqua, giù dai viottoli, balzando di sasso in sasso, agitando in alto i cappelli. Già sono vicini; già si ode lo scroscio delle loro risa, si vedono le treccie delle bimbe disfatte appiccicate sul collo e sul dorso; più di un bimbo ha strappato i pantaloncini, ha perduto il cappello; e ridono. Uno inciampa e cade; ride, si rialza, torna a correre. Un altro canta, spavaldo, colle mani in tasca, il nasino per aria a sfidare le ultime gocciole. “Come ci siamo divertiti!„ esclama la piccola Maria appena può far udire la sua voce. Un bambino, soletto, piagnucola; aveva comperato alla sagra una bella trottola e non la trova più. “Ora sì, — minacciano le madri con piglio tra il burbero e il commosso, — dobbiamo fare i conti. A letto subito!„
Ma la Maria non si muove. È la capocciadella compagnia, deve narrare in qual modo andò la gita e lo fa stando in piedi contro la tavola, addentando una mela acerba. Piccoletta, tarchiata, ha le braccia nude a metà, sode, un po’ ruvide per il vento e per il sole, colla pelle tesa fragrante di salute, scura verso le mani, più bianca nel risalire. Non è bella, è giovane. I suoi capelli hanno il rigoglio di una criniera e di una foresta; i suoi occhi guardano tra le palpebre lisce come specchi di laghi alpini; una peluria di pistillo adombra con un incomparabile belletto le sue guancie troppo tonde; ha la bocca carnosa di una freschezza insolente, con denti acuti e bianchi di bestiola selvaggia, e morde la mela con tanto impeto che il sangue sprizzando dalle gengive riga di vermiglio la polpa del frutto. Sembra che la bufera invece di abbatterla abbia rintuzzate tutte le sue forze, come setra lei e l’acqua e il vento e i fulmini fosse corsa una magnifica tenzone, una gioiosa battaglia risolta in sua vittoria.
Oh! giovinezza, giovinezza! — pensa l’attardata viandante; e tutto in sè le pare vano, trista la sua carne, vuoto il suo cuore, inutile il suo affetto — Giovinezza, solo tesoro!
················
Ariele tardava a scrivere, nè ella per fierezza sollecitava le sue lettere. Era forse la fine? la fine sempre temuta, pur se qualche volta implorata, liberatrice finchè lontana, spaventosa nei rantoli dell’agonia? la fine gelida e volgare che non lascia nulla dietro a sè, la fine dell’avventura comune? Era questo che la aspettava dopo tanto slancio ideale, dopo tanta intima, profonda, appassionata intesa? Era questo che meritava l’anima sua?
Che cosa sarebbe di lei, della sua vita,non sapeva, non voleva pensare. Era giunta a quel punto della sofferenza che confina colla insensibilità. In tale stato ipnotico errava tra le piante e le erbe atrofizzando il pensiero nella contemplazione dei piani verdi, sprofondandovi l’occhio fino ad averne una ebbrezza sensuale dove l’assillo del ricordo annegava morbidamente.
L’ora culminante di tale abbandono ricorreva ogni giorno al tramonto del sole. Le piaceva allora portarsi all’entrata del bosco, presso alcuni scalini di pietra dai quali aveva visto arrivare Ariele. Sedeva abbattuta, chiuso il capo nel suo velo bianco, chiuse le mani in grembo, simile a un marmoreo simulacro del dolore, a una sfinge dal segreto inviolato.
Stava così una sera, immobile, in solitudine assoluta, — i grilli appena stornellavano in fondo al prato, — quandoun passo d’uomo vicino a lei le fece sollevare la fronte.
— Unica!
Si scolorì nel volto che apparve come un’ostia tra la nuvola del velo; le pupille sbarrate per la grande fissità non avevano sguardo: balzò in piedi, muta. Egli vide in quegli occhi altrettanto timore quanto amore.
— È l’addio, — disse.
— L’addio? — fece ella scuotendosi.
— Forse l’addio ultimo.
— No!
Tutte le sue energie scattarono. Gli si appigliò al braccio, ansante, delirante:
— Che avvenne? Come sei qui?
— Parto. Sono venuto a dirti addio.
— Addio? Perchè?
— Parto, — ripetè Ariele.
Ella vide allora un grande smarrimentone’ suoi sguardi e insieme una risolutezza disperata.
— Dove vai?
— Non so. Molte cose sono avvenute che tu ignori.
— Dimmele.
Ariele si guardò intorno sospettoso. Ella comprese.
— Quale rischio corri?
— Il rischio di perder tutto.
— E sei venuto?
— Per te.
— Aspetta, aspettami qui. Il luogo è deserto, fra poco sarà notte, non ci vedrà nessuno. Vado a fingere di coricarmi e poi ritorno. Aspettami.
Divorò la via in un baleno. Breve tempo era trascorso dalle prime parole quasi febbrili e già ella rifaceva il cammino con passo così rapido e leggero che pareva un volo.
— Ora siamo liberi. Hai tempo?
— L’alba non mi deve trovare qui. Più che il pericolo mio penso che se mi arrestassero non potrei servire la causa nei fini che mi sono proposto. Fui scelto per una missione difficile che mi colma di gioia ma anche di responsabilità. Dipende da una risposta che avrò domani il sapere come e dove mi sia possibile agire.
— Agire?....
Ariele sorrise al tremito che ella ebbe.
— Non colle armi. In regime di tirannia la lotta deve essere cauta, la preparazione lunga, i mezzi occulti. Ma il momento è propizio, molte cose sono da fare.
— E non vi è pericolo?
— Pericolo?
— Per te, per la tua vita.
Egli si illuminò tutto di quella sua lucepallida che lo rendeva simile ad un martire e ad un eroe.
— La mia vita? ma è ciò che desidero, dare la vita per la mia patria.
Aveva pronunciato queste parole con tanto ardore che l’amata se ne sentì quasi ferita. Chiuse le palpebre, un attimo, serrando i denti con un profondo sospiro.
— E non posso far nulla io?
— Sì, amarmi.
— Oltre l’amore, nevvero? oltre la vita. E così che intendi?
— L’anima tua grande è il mio faro. Credo ciò che tu credi.
E come non avessero più nulla da aggiungere all’armonia dei loro cuori, tacquero.
La notte li avvolgeva morbida e discreta con panneggiamenti d’ombra; il bosco dinanzi a loro commosso da fremitiimpercettibili univa il suo respiro all’ansia dei loro petti. Nello stesso momento ricordarono entrambi la sera in cui vi erano penetrati e sùbito l’uno sentì ciò che l’altra sentiva nel meraviglioso intuito della loro vibrante sensibilità.
A lenti passi, senza pronunciare una parola, Ariele si avviò verso i primi alberi radi dove le stelle posavano i raggi attenuati del loro splendore sui candelabri degli abeti. Senza pronunciare una parola l’Unica lo seguì.
Repente uno strido lugubre fendette l’aria. Egli la scorse che trasaliva e stringendola lieve alla vita disse per rassicurarla:
— Non è nulla, un uccello notturno.
Quel contatto tolse a lei un po’ della sua forza. La sua spalla toccava la spalla del giovane; al tenue chiarore delle stelle vide l’avorio de’ suoi denti biancheggiarenel roseo arco delle labbra. Un soffio le uscì dalla gola riarsa:
— Mi ami ancora?
Ariele non rispose, la strinse più forte. L’ora ineluttabile si librava su di essi, fatale, misteriosa, tutta pervasa di passione e di lagrime. Un altro soffio quasi indistinto.
— Non ti vedrò forse più....
— Perchè dici questo? Certe cose non si devono dire.
— È vero. Non si devono dire.
Tacquero ancora, inoltrandosi. Le stelle erano lontane; nessuna luce giungeva oramai sotto la volta fittissima dei rami; l’incenso della foresta vaporava solo, qual profumo sull’ara, in attesa del sacrificio. L’Unica rabbrividì a un tratto come se una mano che non fosse quella di Ariele l’avesse toccata.
— Ho paura, — gli singhiozzò tuttatremante colla faccia nascosta nel suo petto.
Egli la resse sulle braccia mormorando:
— Amore....
L’abisso nero delle conifere li avvolse, li inghiottì.... Nell’ombra fascinatrice il silenzio si fece sacro dello spasimo di due anime.