CAPITOLO DODICESIMOI GRACCHI
67.La crisi economica della seconda metà del II secolo a. C.— Che nel volgere di due anni Roma abbia osato distruggere due città, così antiche, ricche, gloriose, come Cartagine e Corinto; questo fatto solo basterebbe a provare che la potente città era tormentata da un qualche terribile male interno. La storia narra poche violenze più orrende di queste. Passi ancora per Cartagine, che aveva tentato di annichilire Roma! Ma Corinto non aveva mai pensato di misurarsi con Roma in un duello mortale. Corinto fu distrutta, perchè gli interessi mercantili, imbaldanziti dalla distruzione di Cartagine, vollero toglier di mezzo un’altra pericolosa concorrente; e perchè l’opinione pubblica, irritata e spaventata dalla lunga lotta, lasciò fare.
Ma Roma era giunta ormai a una stretta paurosa. La savia politica degli Scipioni aveva tentato invano di salvarla dal pericolo delle troppo vaste ambizioni. La forza delle cose aveva anchequesta volta sbugiardato la saggezza degli uomini. Le recenti annessioni erano nate dall’esaurimento della politica di egemonia. Roma era stata costretta ad ampliare i suoi possedimenti in Africa ed in Europa; e possedeva ora un impero spezzettato, le cui singole parti, se si potevano sperar fruttuose, erano anche un peso ed un impegno. Un peso, perchè dovevano essere amministrate, governate e difese; un impegno, perchè, prima la necessità di difendere e poi quella di connettere queste parti, per modo che tutte potessero sicuramente comunicare tra loro e con la metropoli, obbligherebbero Roma a conquistare nuovi territori. Roma era ormai spinta innanzi da quella logica delle cose, che nella storia corrisponde così poco alla logica della ragione. Senonchè, mentre l’impero si ampliava, Roma si indeboliva. Non che quell’impeto di cupidige e di ambizioni, che aveva spinto l’Italia a cercar nelle province e sui mari nuove ricchezze, si rallentasse. Molti Italici si arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto. Pubblicani e usurai, venuti da Roma e d’Italia, continuavano a dissanguare la Sicilia, la Macedonia, la Spagna. Il commercio degli schiavi continuava a fiorire in segreto accordo con i pirati, su tutto il Mediterraneo. L’agricoltura migliorava in tutta la penisola; la tradizione non era più la sola maestra; i trattati scientifici, greci e cartaginesi, erano studiati. Le vigne e gli oliveti si allargavano; l’istruzione si diffondeva, il latino si sovrapponeva, come unica lingua nazionale, all’osco, al sabellico, all’etrusco, soffocandoli; gramatici e retori, greci e latini, aprivanoscuole in molte città. Molti piccoli e medi possidenti mandavano a queste scuole i figli, con la speranza che lo studio fosse per essi la chiave della fortuna. E cresceva pure in tutte le condizioni il lusso e la voglia di spendere. Basterebbe a provarlo laLex Didia Cibariaapprovata nel 143, e che estese a tutta Italia le disposizioni dellaLex Fanniacontro le prodigalità dei banchetti.
Insomma in tutte le classi operava sordo il fermento delle nuove aspirazioni. Ma i tempi non erano più così facili come nel primo trentennio del II secolo. La prosperità di quel primo trentennio era zampillata da parecchie fonti; metalli preziosi portati in Italia o come bottino di guerra o per pagamento di indennità, che avevano permesso al senato romano di spendere largamente senza aggravare l’Italia d’imposte; vaste confische di terre, specialmente nella valle del Po; abbondanza di schiavi. Ma nel trentennio che seguì la guerra di Perseo queste tre fonti seccano o quasi. Non è dubbio che le tremende guerre combattute dopo il 154 — eccezione fatta della guerra contro Cartagine — fruttarono molto meno. La Macedonia e la Grecia erano state già troppo esauste dalle guerre precedenti, e non avevano avuto il tempo di accumulare nuovi tesori, che bastassero a sfamare ancora una volta l’insaziabile invasore. È probabile che la guerra di Spagna già costasse all’erario più che non fruttava; e tra poco dissesterà le finanze, trenta anni prima così floride. Infine, sebbene nel mondo antico i popoli fossero meno legati tra di loro che nei nostri tempi, è forza argomentare nella distruzionedi Cartagine e di Corinto una nuova cagione di impoverimento, per tutto il mondo mediterraneo. Distrutti quei due floridi empori, molte industrie e molti commerci dovettero intisichire o addirittura morire per mancanza di abili ed esperti mediatori. Roma e l’Italia non riuscirono a fare le veci così dei mercanti di Corinto come di quelli di Cartagine in tutti i loro traffici. Alla boria e alla cupidigia, non erano pari nè i capitali nè le conoscenze nè le attitudini. Onde una nuova cagione di povertà per tutti, anche per l’Italia.
Insomma il maggior guadagno di queste guerre furono gli accresciuti appalti delle imposte e delle proprietà pubbliche nelle nuove province. Ma quegli appalti, come quel po’ di commercio che gli Italiani poterono raccattare tra le rovine fumanti di Cartagine e di Corinto, arricchivano solo un piccolo numero. L’agiatezza, di cui aveva goduto tutta Italia nel primo trentennio del II secolo, era nata invece dalle grandi entrate e dalle grandi spese dello Stato; e queste scemando, anche quella languiva. Incominciò dunque di nuovo ad aggravarsi il male dei debiti. Anche la nobiltà, non potendo più vivere con le antiche fortune e non sempre sapendo accrescerle, incominciò a indebitarsi, a corrompersi, e a cercar di sfruttare il potere.
Nel 149 appunto è istituita laprima quaestio perpetua de pecuniis repetundis, il primo tribunale permanente che deve giudicare i magistrati e i senatori accusati di estorsioni a danno degli alleati e dei provinciali. L’ordine dei cavalieri siempiva invece di pubblicani e di mercanti arricchiti, il cui orgoglio e la cui potenza crescevano, man mano che l’aristocrazia storica si corrompeva e impoveriva. Incominciava pure a indebitarsi e a pericolare la media possidenza. Cresceva dovunque, anche nelle campagne più remote, la spesa del vivere, sia perchè crescevano i bisogni e il lusso, sia perchè la moneta rinviliva con l’aumento dei metalli preziosi: ma non cresceva in ogni parte anche il prezzo di tutte le derrate, che il possidente vendeva per pagare i nuovi lussi. Nelle regioni lontane dalle vie maestre o senza ricche città, che non potevano esportare i loro prodotti, questi rinvilivano, appena ce n’era un po’ di abbondanza. Così Polibio ci dice che nella valle del Po, in questi tempi, i viveri costavano pochissimo[63]. Bastava dunque che il possidente si lasciasse un poco andar nello spendere, e cascava nei debiti, dai quali poi gli era difficile liberarsi, massime in tempi in cui le guerre fruttavano poco. La piccola possidenza dappertutto era in travaglio e rovinava; diminuiva in tutta Italia quel medio ceto rurale tra cui si reclutavano le legioni romane e i corpi ausiliari; il latifondo invadeva l’Italia, e, insieme con il latifondo, la pastorizia e la popolazione servile, importata in copia d’oltre mare. La grande proprietà prosperava sulla decadenza militare di Roma. Tiberio Gracco potrà dire tra poco che, se tutte le fiere hanno un covile in cui rifugiarsi, coloro che combattevano e morivano per la difesa dell’Italia, non avevano più altro bene che l’aria in cui respirare. Il levare soldati era proprio un compito ogni anno più arduo. Ormai,appena si annunciava una guerra un po’ seria, Roma doveva ricorrere ad ogni sorta di espedienti per trovar guerrieri.
Questa strana contradizione in cui Roma era impigliata; questa necessità di ingrandire l’impero con forze debilitate, spiegano l’irrequietezza dell’opinione pubblica, i facili spaventi, gli accessi di furore a cui soggiaceva. Roma aveva paura della sua potenza; e neppur le vittorie su tanti nemici ebbero forza di tranquillarla. Sì, questa volta ancora si era vinto, ma con quanta fatica! E poi, se la Macedonia, Cartagine, la Grecia, bene o male, erano state vinte, Viriato non dava tregua in Spagna e la guerra continuava implacabile. Dal 145 si cominciò ad affidarla di nuovo ad uno dei consoli. No, Roma perirebbe ben presto come Cartagine, se l’aristocrazia non sapesse vivere di nuovo con l’antica semplicità; se i Romani non si ricordassero più che il primo dovere del cittadino è il generar molta prole; se non si impedisse la rovina della piccola e della media proprietà rurale, donde erano usciti i soldati e gli eserciti, che avevano conquistato l’Italia e l’impero. In queste idee, dopo la caduta di Cartagine e di Corinto, si infervorava la parte migliore della nobiltà romana, quella che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano, divenuto ormai il primo personaggio di Roma.
Idee, che ben presto tentarono di uscire dalla chiusa cerchia delle conversazioni private. Nel 145 il tribuno C. Licinio Crasso, propose una legge agraria che mirava a ricostituire la piccola proprietà[64]; e poco prima o poco dopo ne imitòl’esempio il pretore Caio Lelio, un grande amico di Scipione, di cui era statolegatusnella guerra di Cartagine. Quali fossero le disposizioni capitali della sua legge, non sappiamo; sappiamo solo che essa fu oppugnata con tanto furore in senato, che Lelio desistè dalla proposta; e perciò fu dettosapiens, il saggio[65]. Questa lode dell’uomo è la condanna dei tempi. Si diagnosticavano i mali, si discutevano i rimedi e sin qui eran tutti d’accordo; ma quando si passava all’atto, gli interessi si spaventavano e c’eran tante buone ragioni per escludere una dopo l’altra tutte le medicine proposte, che savio pareva il medico il quale rinunciava ai farmaci. Anzi succedeva di peggio: mentre tutti gli uomini savi erano d’accordo che occorreva frenare il nuovo spirito che si divulgava nelle moltitudini, non riuscivano che le imprese e i disegni, i quali avevano per effetto di esaltarlo. Buona parte del moderno Piemonte era ancora indipendente dal dominio romano, nè mai, del resto, quelle popolazioni avevano dato occasione a rappresaglie. Ma i Salassi possedevano dei territori auriferi; onde nel 143, senza provocazione alcuna, il console Appio Claudio li attaccava, toglieva loro una parte dei territori e ne faceva concedere le miniere a una compagnia di pubblicani.Victumulae, nel Vercellese, divenne un florido centro del commercio dell’oro[66].
68.Gli scandali della guerra di Spagna: Numanzia.— Fu questo un tempo grigio e fastidioso, in cui Roma ebbe come il sentimento di essere ròsa dentro da un male mortale, ma incurabile. Unosconsolato pessimismo invade le alte classi e fomenta la discordia. Gli odi, gli asti, i ripicchi tra i grandi e le famiglie inveleniscono; e sono via via inaspriti dalle vergogne della guerra di Spagna. Ora vinto ora vincitore ma sempre in armi, Viriato non dava tregua ai Romani, anzi allargava la rivolta. Tra il 143 e il 142 riusciva a sollevare di nuovo contro Roma i tre popoli, dai quali era incominciata anni prima la rivolta della Spagna: gli Arevaci, i Titti ed i Belli. Numanzia era la rocca di questa nuova guerra. Si ritornava dunque da capo; tutto il sangue e il denaro speso per domare la Spagna erano stati sprecati! Lo sconforto a Roma fu tale che, durante l’anno 141, il proconsole Q. Fabio Massimo Serviliano, che comandava in Spagna e che era un uomo savio, trattò con Viriato e conchiuse con lui una pace onorevole, che riuscì a fare approvare dai comizi. I Lusitani erano quietati, non restava più che debellare Numanzia. Ma nel 140 il fratello di Fabio, Q. Servilio Cepione, diventò console; e tanto disse e intrigò presso il senato, che ottenne il permesso di ricominciare la guerra contro Viriato; proprio mentre il proconsole Q. Pompeo si faceva sconfiggere dai Numantini. Di nuovo la guerra stava per ridivampare in Spagna, quando Servilio Cepione riuscì a venire a capo di Viriato, facendolo assassinare da alcuni sicari.
Spento Viriato a tradimento, la resistenza dei Lusitani venne meno in poco tempo. L’esercito si sciolse; e gli avanzi accettarono, di lì a poco, delle terre intorno a Valenza. Ma la vittoria non era tale, per i mezzi che l’avevano procurata, da incoraggiarei Romani a continuare la guerra contro gli altri popoli: onde sul finire del 140, Q. Pompeo aprì trattative con Numanzia. Gli Spagnuoli accettarono volentieri di discutere; e la pace fu conclusa, a quali condizioni non sappiamo, ma dovevano essere discrete per i Numantini, se costoro acconsentirono a dare ostaggi e denari. La pace era dunque fatta, quando, al principio del 139, giunse il successore di Pompeo: M. Popilio Lena. Ma allora Pompeo, sia che avesse fatto queste trattative per non essere più assalito sino all’arrivo del successore, sia che all’ultimo momento temesse per le sorti del suo trattato a Roma, negò persino di aver mai trattato con i Numantini. Immaginarsi lo scandalo! I Numantini citarono a testimoni i senatori, i prefetti, i tribuni militari, che avevano preso parte alle trattative. Ne nacque una violenta discussione, alla quale Popilio Lena tagliò corto, rimandando le due parti — Numantini e Pompeo — al giudizio del senato. La discussione ricominciò a Roma, e si può immaginare se fu aspra! Risultò che Pompeo aveva trattato e conchiusa la pace; ma il senato non ratificò le sue promesse, e una legge, proposta per consegnare Pompeo ai Numantini, non fu approvata.
Non è difficile argomentare il disgusto, che un simile scandalo generò anche a Roma. Roma era dunque scesa così basso? Ma il male era fatto. La guerra riarse furibonda in Spagna. Popilio Lena non fece quasi nulla, gran parte dell’anno 139 essendo passato nelle discussioni intorno al trattato. Ma le armi furono riprese; e nel 137 Roma subiva una nuova tremenda disfatta. Il consoleC. Ostilio Mancino fu disfatto e accerchiato con 20.000 uomini; cosicchè per salvar l’esercito dalla distruzione dovè firmare il trattato di pace che i Numantini gli presentarono. Ammaestrati però dall’esperienza, i Numantini questa volta non acconsentirono ad accettare il trattato, se non quando un questore dell’esercito, Tiberio Sempronio Gracco, ebbe loro garantito che il popolo lo approverebbe. Tiberio Sempronio Gracco era figlio del console omonimo del 177 e del 163, che aveva amministrata la Spagna con umanità e giustizia, lasciando nelle popolazioni spagnuole un ricordo aureolato di venerazione: era cognato di Scipione Emiliano, che lo aveva in un certo senso educato; e genero di Appio Claudio, il console del 143. Rappresentava dunque quel che di meglio c’era ancora nella nobiltà romana. I Numantini si fidavano di lui. Ma a torto: chè quando a Roma si conobbero le condizioni della pace, l’opinione pubblica dichiarò di non accettarla. L’autorità dei Gracchi non approdò a nulla. Anche i suoi autorevoli parenti, come Scipione, non ritennero che l’impegno di una famiglia potesse legar la repubblica. Il popolo respinse il trattato.
La guerra dunque continuò, ma fiaccamente. Nel 136 e nel 135 gli eserciti romani, se non ricevettero clamorose disfatte, non compierono nessuna impresa di rilievo. Ma rifiutare la pace e non saper fare la guerra, era troppo: l’opinione pubblica si impazientì; e di nuovo volse gli occhi su Scipione Emiliano. Scipione era in Oriente, per una missione che il senato gli aveva affidata; e la legge vietava che fosse rieletto console. Anchequesta volta l’opinione pubblica scavalcò l’ostacolo con un’altra legge; e Scipione fu eletto console per il 134. Egli partì per la Spagna; ma in quali condizioni trovò gli eserciti! Gli accampamenti erano pieni di meretrici, di mercanti, e di schiavi; i soldati si erano avvezzati perfino a prendere i bagni caldi! Gli fu necessario, come sotto Cartagine, rifarsi dalla disciplina e dai primi elementi del mestiere. Per fortuna, l’esercito possedeva qualche buon ufficiale: tra gli altri un certo Caio Mario, un pubblicano datosi alle armi dopo aver fatto fallimento e che veramente era nato più a maneggiare il ferro che l’oro.
69.Il tribunato e la legge agraria di Tiberio Gracco (133 a. C.).— Ma mentre Scipione si accingeva a terminare la guerra di Spagna, gravi cose succedevano in Roma. L’anno 133 fu un anno memorabile della storia di Roma. Era stato eletto tribuno per quell’anno Tiberio Sempronio Gracco, quel giovane che, come questore, aveva garantito ai Numantini il trattato di pace conchiuso con il console Mancino. Anche Tiberio Gracco era spaventato dalla rovina che minacciava insieme la piccola possidenza e l’esercito; ma all’opposto di tanti altri membri della nobiltà, non voleva soltanto lamentare il male, voleva anche curarlo. Sia che il male, aggravandosi, desse la spinta finale a una volontà già ardente; sia che la giovinezza gli nascondesse la difficoltà dell’impresa; sia che l’affronto fatto a lui e alla sua famiglia dal senato e dal popolo, sconfessando la pace di Mancino, lo avesse inasprito, certo è che egli ripresenel 133, come tribuno della plebe, il disegno così facilmente abbandonato da Caio Lelio.
La sualegge agrariadel 133, la prima degna di questo nome, dopo la Licinio-Sestia del 367, è dettata appunto dalle inquietudini del partito tradizionalista. La penisola non disponeva più di terre pubbliche assegnabili; ma le terre, che i ricchi avevano locate o usurpate, potevano, in quantoager publicus, essere legalmente riprese dallo Stato. Se, dopo averle riprese, lo Stato le avesse distribuite in piccoli lotti alla povera gente rovinata, il maggiore tra i mali dell’Italia — l’unico, anzi, che Tiberio vi scorgesse — non sarebbe stato guarito, e l’Italia non sarebbe ridiventata un paese di piccoli agricoltori e di valorosi soldati?
Concretando, Tiberio proponeva: 1) che nessun cittadino romano potesse possedere più di 500 iugeri (Ea. 125) di agro pubblico, o di 750 (Ea. 187,50) se padre di un solo figliuolo, o, al massimo, di 1000 (Ea. 250) se padre di due o più figliuoli: la proprietà così limitata, poteva essere fatta stabile ed esente da tributo; 2) che lo Stato ripigliasse a ciascun cittadino romano la parte di agro pubblico occupato, che superava quelle misure, pur risarcendo ai possessori le spese del dissodamento e dei miglioramenti; 3) che fossero parimenti, ai Latini e agli alleati italici, tolte le terre pubbliche acquistate o assegnate illecitamente o irregolarmente, salvo il diritto di partecipare alle nuove distribuzioni con eguali diritti dei cittadini romani; 4) che tutte le terre pubbliche disponibili in seguito all’applicazione della legge, fossero distribuite in piccoli lotti, probabilmentedi 30 iugeri (Ea. 7,50) l’uno, quali possessi inalienabili e con l’obbligo del pagamento di un canone annuo allo Stato; 5) che il compito di applicare la legge fosse affidato a una commissione di tre membri, da eleggersi annualmente dai comizi tributi:tresviri agris iudicandis adsignandis, i quali procederebbero alla misurazione e alla distribuzione delle terre demaniali, con facoltà di istruire essi stessi i processi delle contestazioni e di pronunciare sentenze inappellabili[67].
La legge scatenò le più fiere opposizioni. Non si può spiegare l’accoglienza che ebbe in senato, se non supponendo che avrebbe spogliato il maggior numero dei senatori di molte terre dell’agro pubblico, che allora possedevano. Il che del resto è verosimile, poichè l’agro pubblico era la parte del bottino, con la quale l’aristocrazia senatoria si compensava dei pericoli e delle fatiche della guerra. Ma se i senatori e i ricchi cavalieri erano i primi bersagli, la legge non sonava meno minacciosa a molti Latini e alleati, costretti a mostrare i titoli delle assegnazioni di terre, tramandate per generazioni, vendute, acquistate, impegnate per debiti, assegnate in dote, divise suddivise, novamente conglobate con altre terre assegnate e ricevute in altri tempi. Inoltre, spesso terre assegnate regolarmente si erano confuse con terre occupate senza assegnazione: e nelle une e nelle altre erano stati investiti ingenti capitali e molto lavoro. La legge di Tiberio non poteva applicarsi senza ferire un infinito numero di interessi legittimi, senza sconvolgere le fortune private, senza annullar dei patti federali con gli alleati,che erano a ragione considerati come sacri. Se dunque uno dei colleghi di Tiberio nel tribunato, M. Ottavio Cecina, interpose il veto, noi non abbiamo il diritto di sospettare per questo solo che avesse di mira soltanto il salvare i propri interessi e quelli degli accaparratori di agro pubblico. Ma Tiberio aveva attizzato con la sua proposta un grande incendio, che ormai non era più in suo potere di spegnere. Se molti e accaniti erano gli avversari, la legge era stata accolta con giubilo dagli avanzi dell’antico contadiname romano; dalla plebe urbana e da tutti i poveri che, allora come sempre, accusavano della propria miseria l’avarizia dei grandi; e anche da un certo numero di senatori, che o non avevano agro pubblico in soverchia quantità o ai quali il bene dello Stato premeva più del danno proprio. Tutti costoro formavano, più che un partito, una grande corrente di opinione, che spingeva Tiberio.
All’ostruzione del collega Tiberio, quando vide vana ogni sua preghiera per convertire Ottavio, rispose invitando il popolo a destituirlo. Era questo un procedimento nuovo e rivoluzionario? Nuovo, no, chè in tempi vicini e lontani il senato aveva proposto destituzioni di tribuni: rivoluzionario, sì, per la giustificazione, che Tiberio gli assegnò. Il tribuno della plebe — egli disse — ha per ufficio di difendere la plebe; se egli manca a questo dovere, il popolo, che l’ha nominato, può revocarlo. In altre parole, il veto del tribuno non può più, come spesso era successo, servire all’aristocrazia ed al partito dei ricchi. Questa tesi doveva piacere alle moltitudini agitate e commosse;e Ottavio fu deposto dal voto unanime delle tribù. Ottavio deposto, la legge fu approvata, e nominata per metterla in atto la migliore tra le commissioni possibili: Tiberio, il fratello Caio, e il genero suo Appio Claudio, uno dei pochi senatori favorevoli alle proposte del tribuno. Per semplificare il difficilissimo compito, Tiberio aveva eliminato la clausola relativa alle indennità, con la quale egli s’era inutilmente studiato di placare l’opposizione degli interessati.
70.Il testamento di Attalo e la nuova provincia di Asia (133).— Tra queste agitazioni e lotte giunse a Roma una notizia singolare. Attalo III, Re di Pergamo, era morto; e non avendo figli, lasciava a Roma in eredità il suo regno, trasmettendo alla repubblica tutti i diritti che egli esercitava sulle città greche e sulle popolazioni indigene. Come e per qual ragione, in seguito a quali intrighi, l’ultimo Re di questa dinastia, che aveva prosperato come cliente di Roma, fosse venuto in questa idea singolare, noi purtroppo non sappiamo. Ma la fortuna pareva voler mettere a dura prova la saggezza di Roma. Proprio, mentre a Roma si proponeva una legge terribile come quella di Tiberio Gracco per ricostituire, nel cuore della penisola, l’antica Italia agreste e bellicosa, la fortuna le offriva, senza colpo ferire, in dono, uno dei territori più ricchi del mondo antico, ove fiorivano tutte quelle arti, quei traffici e quegli studi, che sembravano corrompere la sana midolla della vecchia Italia. Giacchè il regno di Pergamo non era vasto, ma quanto era ricco! Passavano peresso le vie commerciali più battute fra l’Occidente e i paesi dell’Oriente — la Caldea, la Fenicia, la Siria, la Persia, l’India — donde venivano l’incenso, la cassia, la resina, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, l’avorio, l’indigo, l’ebano, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo; tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina, di cui il lusso dei paesi mediterranei faceva sfoggio. Qui il suolo era fertile, qui c’erano appalti, decime, tasse sui pascoli, pedaggi e dogane ricche, come in nessun’altra delle province dell’impero; qui, da un secolo e mezzo, regnava splendidamente la più ricca, la più culta, la più generosa forse, delle Corti ellenistiche; alla cui liberalità noi dobbiamo ancor oggi gli ultimi capolavori della scultura e della architettura greca; un’arte di mirabile perfezione, ora violenta, piena di foga, amante del nuovo e del grandioso, come nel famoso fregio deiGigantidel Museo di Berlino, che decorava un altare colossale, consacrato a Zeus e ad Atena, rappresentante la lotta di Giove con quegli immani figli della terra; ora piena di passione, accorata, come nelGallo morentedel Museo Capitolino in Roma, o nel gruppo, a torto denominatoArria e Peto, del Museo di Villa Ludovisi.
Non occorreva essere profeta, per prevedere che il dono di Attalo sarebbe un dono funesto, alla stregua almeno delle idee che movevano Tiberio Gracco e i suoi amici. Accettando quel dono, larepubblica poneva piede in quell’Oriente, che agli occhi dei tradizionalisti romani della scuola di Catone e di Scipione Emiliano, era il maestro della corruzione tanto temuta. Inoltre il commercio romano, altro veicolo di ricchezze pericolose e di esempi funesti, si sarebbe ancora allargato. Inorientarsi e voler restaurare l’antica Italia semplice e agreste, era una contradizione. Tiberio Gracco e il suo partito avrebbero quindi, a rigore di logica, dovuto proporre a Roma di rifiutare il dono, così come dopo Cinocefale Roma aveva rifiutato la Macedonia e la Grecia. Ma i tempi, mentre lamentavano che l’antica Italia perisse, non resistevano più alle tentazioni della ricchezza e della potenza. Non c’era nè uomo nè partito, che avrebbe potuto persuadere Roma a questa rinuncia: Tiberio meno di ogni altro, perchè minacciato dai potentissimi interessi che aveva lesi. Spinto anzi dalla necessità di opporre interessi a interessi, egli cercò di servirsi anche del testamento di Attalo, e propose che le riserve del tesoro, lasciate dal Re di Pergamo ai Romani, fossero spese per provvedere strumenti ai nuovi coloni poveri; che la nuova provincia, a cui fu dato il nome di Asia, ricevesse i suoi ordini e le sue leggi dal popolo. La prima proposta era opportuna: ma la seconda toccava una delle prerogative più antiche del senato. Si riaccesero quindi le lotte e le dispute; si rinfocolarono gli odi e si invelenirono le accuse.... Frattanto buona parte dell’anno era trascorso, e bisognava procedere alle nuove elezioni. Secondo la legge, le magistrature non potevano essere iterate. Ma Tiberio voleva esser rieletto, sia perpoter vigilare all’applicazione della legge; sia per salvarsi dall’accusa di attentato alla costituzione, diperduellio, come si diceva, che dopo il caso di Ottavio, i suoi avversari volevano intentargli. Tanta audacia intimidì gli amici. Da troppo tempo il tribunato non era stato rinnovato da un anno all’altro alla stessa persona. I nemici di Tiberio ebbero buon gioco; molti amici o lo abbandonarono o tentennarono. Le elezioni si facevano nel mese di luglio, il mese della mietitura. Molti piccoli possidenti, che avrebbero votato per Tiberio, non potevano venire a Roma. Gli avversari fecero dunque un grande sforzo.... Nel giorno della votazione i partigiani di Gracco non riuscirono a spuntarla contro coloro che negavano potesse un tribuno essere rieletto. La votazione fu dunque rimandata al giorno seguente. Ma la mattina dopo la discussione ricominciò, e ne nacque alla fine un vero tumulto. Mentre i comizi erano a romore, nel vicino Tempio della Fede, ove il senato era radunato, un gruppo di senatori, con a capo Scipione Nasica, invitò il console a fare il suo dovere, ossia, a reprimere quel tentativo di rivoluzione fatto da Tiberio e dai suoi fautori. Si chiedeva, per un piccolo tumulto elettorale, addirittura quel che lo Stato romano non aveva ammesso se non negli estremi pericoli e anche allora raramente, al tempo della grande lotta tra i patrizi e i plebei: l’impero della legge marziale, ilsenatus consultum ultimum, come si chiamerà tra poco il decreto di stato d’assedio[68]. Il console non osò accogliere l’invito, e allora lo stesso Nasica, a capo di una schiera di senatori e di cavalieri,coadiuvati dai loro clienti e dai loro schiavi, uscì dalTempio della Fede, si slanciò in mezzo alla folla, divisa in due partiti e ancora tumultuante. Dopo brevissima e debole resistenza, Tiberio e 300 dei suoi seguaci furono trucidati.
71.La distruzione di Numanzia e la fine delle guerre di Spagna.— Così terminava il primo tentativo fatto sul serio per curare quella «corruzione dei costumi», che minacciava, agli occhi dei più savi romani, di mandare Roma in perdizione. Ai procedimenti rivoluzionari, ancora timidi e incerti, di Tiberio, gli interessi, insediati nella rocca del senato, avevano risposto con una risoluta e aperta violenza. Quanto questi interessi fossero potenti e quanto li avesse Tiberio inferociti, è provato dalla inaudita sopraffazione. Nasica era un uomo autorevole e il senato la più alta autorità dello Stato: tutti giudicarono, poichè aveva avuto la peggio, che Tiberio aveva proprio tentato di sovvertire l’ordine con la forza; e quindi meritata la sua sorte. Anche Scipione Emiliano, che stava assediando Numanzia, fu di questo parere. Il partito di Tiberio fu disperso dal terrore. Ma l’opera dell’infelice tribuno non perì tutta. Dopo la morte di Tiberio, la commissione, incaricata di attuare la legge, si recò nell’Italia settentrionale, nella centrale e nella meridionale, dovunque cercando di ricostituire l’antico agro pubblico, senza lasciarsi scoraggire dalle difficoltà di ogni genere con cui il tempo, gl’interessi e la furberia degli uomini intralciavano l’opera loro. Di questa testimoniano ancor oggi icippio pietreterminali, segnanti i confini precisi traager publicuseager privatus, fra podere e podere, recanti impressi i nomi dei triumviri[69]; ma più ancora un dato eloquentissimo, che la parzialità degli storici antichi non è riuscito a nascondere: che, mentre sin dal 164-63 il numero dei cittadini romani scemava, dal 131-30 al 115-14 esso crebbe in una generazione di oltre 75.000 iscritti (394.336 contro 317.823). È verosimile che questo aumento fosse, almeno in parte, un effetto della legge di Tiberio[70]. La terra, come dirà un uomo, che pure fu uno dei più implacabili avversari dei Graccani «era stata strappata al pascolo per essere di nuovo restituita all’aratro»[71].
Nell’anno stesso in cui Tiberio cercava con le leggi di rifar l’antica Italia agreste e guerresca, nel 133, Scipione Emiliano riusciva a prendere e a distruggere Numanzia, terminando finalmente la terribile guerra di Spagna. Una commissione di senatori riordinò, d’accordo con Scipione, la penisola. La Spagna fu divisa in due province, laCiterioree laUlteriore, separate fra loro dalla Sierra Morena (ilSaltus Castulonensis), ciascuna sotto il governo di un pretore. Nel tempo stesso una nuova guerra nasceva nell’antico regno di Pergamo. La disputa tra Tiberio e il senato sull’ordinamento della nuova provincia aveva fatto perdere del tempo; e di questo tempo approfittò un certo Aristonico, che pare fosse un bastardo di Eumene, per rivendicare il regno. Raccolse uomini e denaro; chiamò gli schiavi a libertà; trasse al suo partito tutti gli amici e i fedeli della spenta dinastia; e insomma seppe cosìbene fare e dire che i Re di Bitinia, di Paflagonia e delle due Cappadocie, alleati di Roma, e da questa pregati di purgar la provincia dall’usurpatore, non ci riuscirono. Fu necessario spedire rinforzi dall’Italia; e questi furono sulle prime sconfitti: un console ci lasciò la vita, e solo a Manio Aquilio, console nel 129, riuscì di ricuperar la nuova provincia. Comunque sia, poche volte una preda più ricca fu acquistata a minor prezzo. La repubblica romana diventava da un giorno all’altro una potenza asiatica; prendeva posto in Asia accanto alle due grandi monarchie superstiti dell’impero di Alessandro: passo decisivo e tanto più grave perchè non predisposto da alcuna preparazione. Ma lì per lì nessuno sembra averne avuto sentore a Roma; poichè tutti badavano ai travagli interiori. Dall’applicazione della legge agraria una nuova difficoltà nasceva o meglio si inaspriva. Abbiamo visto come la legge di Tiberio provvedesse ai cittadini romani, se si vuole, secondo giustizia, ma a spese dei Latini e degli Italici. Costoro erano privati dell’agro pubblico a torto occupato, e una parte soltanto poteva approfittare delle nuove distribuzioni; perchè i cittadini romani erano soddisfatti prima; e ai Latini e agl’Italici toccavano solo gli avanzi. Troppi avevano ricevuto, in luogo di un bel podere coltivato a viti o ad ulivi, un terreno sterile, boscoso, paludoso! Il torto offendeva tanto più, perchè da un pezzo Latini e Italici erano malcontenti per altre ragioni. Dalla fine della prima punica, non era stata più creata alcuna nuova tribù di cittadini romani. Nel tempo stesso le concessionidel diritto di cittadinanza s’erano fatte più rare. Gli stessi Latini, immigrati in Roma, che per molti lustri ne avevano effettivamente goduto, erano stati a poco a poco cancellati dalle liste dei cittadini. La medesima delusione era toccata ai Latini arrolatisi nelle colonie di cittadini romani, e che per lungo tempo si erano creduti pari a questi. Nè Roma era diventata solo più gelosa del privilegio della cittadinanza, ma più dura nell’esercitare la sua potenza metropolitana, poichè ingrandendo il suo impero nel mondo, si era avvezzata a trattare l’Italia come una provincia, proprio quando era costretta a chiederle un tributo di sangue maggiore che nel passato. A queste ragioni di malcontento s’aggiungeva ora la legge agraria!
La opposizione dei Latini e degli Italici fu per gli avversari della legge agraria un insperato e prezioso aiuto, perchè procurò loro l’appoggio del maggiore personaggio del tempo, di Scipione Emiliano. Scipione era favorevole agli Italici, che aveva visti all’opera in Africa e in Spagna; che sapeva essere ormai il nerbo degli eserciti di Roma. Perciò nel 129 egli intervenne in loro favore, adoperandosi per fare approvare una legge che toglieva alla commissione i poteri contenziosi e li affidava invece ai consoli. Si poteva così presumere che i consoli, quasi sempre avversari delle leggi agrarie, lascerebbero in sospeso le infinite questioni sulla legittimità delle occupazioni, legando le braccia alla commissione. Ma questa concessione indiretta non soddisfece i Latini e gl’Italici, che volevano abolita la legge e checontinuarono a venire in Roma a torme, per protestare e difendere i loro interessi. D’altra parte, il partito della legge agraria, che la morte di Tiberio aveva disperso, ma non distrutto, riordinava le sue file, per correre al soccorso della legge minacciata. La lotta diventò furibonda; Scipione stesso fu minacciato; ed essendo egli tra queste dispute morto improvvisamente, il partito di Tiberio fu accusato di averlo assassinato per odio di parte. Il partito della legge agraria pensò perfino, per un momento, di troncare dalle radici l’opposizione dei Latini e degli Italici con un atto di forza. Nel 126 il tribuno della plebe M. Giunio Penno proponeva di espellerli tutti da Roma! Per fortuna prevalsero nello stesso partito di Tiberio propositi opposti, non di sterminio, ma di conciliazione. Per il 125 era stato designato console un caldo fautore della legge agraria, un senatore amico di Tiberio, Fulvio Flacco. E Flacco propose una legge, con la quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti quegli Italici, che la chiedessero; e a quelli che non la volessero si concedeva invece il privilegio dellaprovocatio, fin allora riservato ai soli cittadini romani, cioè il diritto di appello ai comizi centuriati contro ogni pena corporale ordinata da un magistrato romano[72]. A che mirasse questa legge, è chiaro: a compensare gli Italici dei danni che la legge agraria infliggeva loro con una concessione politica, che era anche utile a Roma. Italici e Romani avrebbero fatto un popolo solo, di eguali diritti. Ma la proposta giungeva troppo presto. Noi sappiamo che nè il senato nè i comizila gradirono, cosicchè il console l’abbandonò. L’oligarchia romana era troppo orgogliosa ed egoista da consentire così facilmente ad allargare a tanti uomini il suo prezioso privilegio. Non bastò a scuoterla l’insurrezione di Fregellae, che prese le armi per protestare contro l’abbandono della proposta. Ma la grande proposta era stata fatta; e fra non guari l’avrebbe ripresa il più grande fra gli uomini politici del tempo, Caio Gracco.
72.Caio Gracco (123-121).— Tre anni dopo il fallimento della proposta di Fulvio Flacco, era eletto tribuno, da un’assemblea dei comizi tributi, alla quale gli elettori della città e della campagna accorsero in numero non mai veduto, il fratello di Tiberio, Caio Gracco. Caio aveva assistito all’eccidio del 133, aveva fatto parte della commissione incaricata di attuare la legge; era stato perseguitato dal partito avverso, che, arbitro del senato, aveva cercato prima di inchiodarlo in un’eterna proquestura in Sardegna; poi di accusarlo di complicità nella insurrezione di Fregellae. Ma se il dolore e il rancore ulceravano il suo animo, Caio non era uomo da consumare il suo tribunato in una politica di rappresaglie. Egli voleva continuare l’opera del fratello, ma nel solo modo con cui un uomo intelligente può continuar l’opera di un predecessore: allargandola ed integrandola. Che cosa avevano dimostrato i torbidi di quei dieci anni? Che la legge agraria di Tiberio era stata mutilata nell’applicazione da una doppia opposizione:l’aristocrazia senatoria da una parte, i Latini e gli Italici dall’altra. Era quindi chiaro non potersi applicare davvero la legge agraria senza una riforma politica, che scemasse la potenza dell’aristocrazia e del senato e desse soddisfazione ai giusti lamenti degli Italici. Era una catena. Ma come si poteva indebolire l’aristocrazia ed il senato, l’una e l’altro arbitri della repubblica dopo la seconda guerra punica? Caio Gracco era troppo intelligente per ritentare la prova di Caio Flaminio, e far assegnamento sul popolino, i piccoli possidenti, le classi povere. I tempi non erano più quelli. Il senato era ormai troppo potente, per ricchezza, per cultura, per prestigio. Occorreva un’arma più forte. Caio Gracco pose gli occhi su quella seconda nobiltà che comprendeva i cittadini non senatori, forniti del censo di 400.000 sesterzi e iscritti nella lista dei cavalieri, della quale ormai facevano parte tanti ricchi pubblicani e tanti denarosi mercanti e possidenti. Due nobiltà non possono vivere accanto, trattandosi da pari: ma siccome i cavalieri, fieri della loro ricchezza, non volevano più sottostare, come un tempo, alla nobiltà senatoria, così Caio poteva sperare di indebolire l’ordine dei senatori ingrandendo l’ordine dei cavalieri.
Egli seppe adoperarsi con molta destrezza. Una delle prerogative maggiori del senato era la giurisdizione criminale; perchè le variequaestiones perpetuae, igiurydiremmo noi, che erano ogni anno tratte a sorte per giudicare i reati, si componevano di senatori. Caio Gracco diresse il suo primo assalto al fortilizio dei privilegi senatoriali,su questo punto; proponendo unalex judiciaria, la quale disponeva che nellequaestionesgiudicherebbero non più dei senatori, ma soltanto dei cavalieri. La proposta nascondeva abilmente un intento politico sotto ragioni di giustizia. La più importante dellequaestionesera quellade pecuniis repetundis, istituita, come vedemmo, nel 149 per giudicare i processi di concussione; quindi anche i governatori di provincia accusati di malversazione. Queste accuse spesseggiavano ormai tanto, che l’opinione pubblica reclamava leggi più severe. In quell’anno stesso un altro tribuno della plebe, Manio Acilio Glabrione, proponeva una grandelex Acilia de repetundis. Ma i governatori delle province erano tutti senatori: ora si poteva presumere che dei senatori applicassero severamente le leggi ai loro colleghi? Se non si voleva che la legge fosse una lustra, occorreva far giudicare i senatori da uomini appartenenti ad un altro ordine. Ma Caio non stette pago di questa prima proposta. Il governo romano non aveva ancora scelto, per la nuova provincia d’Asia, tra l’imposta fissa adottata per l’Africa, e la proporzionale, già sperimentata in Sicilia. L’una e l’altra presentavano, per lo Stato, vantaggi e inconvenienti; ma un secolo e più di prova aveva dimostrato in Sicilia che l’imposta proporzionale fruttava grandissimi lucri ai pubblicani che l’appaltavano. Con una seconda legge, Caio propose che fossero adottati per l’Asia gli istituti fiscali della Sicilia, e che l’appalto delle dogane, delle decime e di tutti i tributi della provincia fosse assegnato ai cavalieri romani.
Con queste due leggi, Caio poteva lusingarsi di trarre alla sua parte, tutto insieme, l’ordine equestre. Immaginò quindi un seguito di provvedimenti, che dovevano giovare a questa o a quella parte della plebe, così da stringere in un fascio le classi medie e povere. Innanzi tutto Caio Gracco si proponeva di ridestare lalex agrariadel fratello dal letargo in cui era caduta, facendo ridare ai triunviri i poteri giudiziari che Scipione aveva trasferiti ai consoli. Ma lalex agrariabeneficava solo il contadiname e i piccoli possidenti più poveri: non faceva nè bene nè male al proletariato urbano, molto cresciuto in Roma e, perchè residente in Roma, molto potente nei comizi. Anche a questo Caio provvide con lalex frumentaria. Lo Stato metterebbe ogni mese in vendita, a Roma, del frumento a un prezzo di favore, per i poveri ufficialmente riconosciuti come tali. Caio pensava forse anche, facendo fare dallo Stato grandi acquisti di grano in Italia, di giovare all’agricoltura italica; e ordinando la costruzione in Roma di vasti granai, di dar lavoro ai piccoli appaltatori e agli artigiani. Ai quali e alla agricoltura insieme, provvedeva anche un’altra legge, lalex viaria: vasto disegno di nuove vie, da costruirsi in diverse regioni d’Italia, sia per dar lavoro al popolo, come per aiutare gli agricoltori a vendere con maggiore profitto quelle derrate, che potevano esser trasportate ai più lontani mercati. A tutte queste aggiunse unalex militaris, che vietava di arruolare un cittadino romano prima che avesse toccato i 17 anni e faceva obbligo all’erario di pagare al soldato il vestiariomilitare: una legge che doveva riuscir graditissima al popolo minuto così della città come della campagna.
Roma non aveva ancora visto un corpo di leggi tanto studiate e così ben legate tra di loro; e tutte intese a giovare al maggior numero. Caio diventò quindi in un baleno l’idolo della plebe, il favorito dei cavalieri, il capo di una così potente coalizione di interessi, che tutte le opposizioni vennero meno. Il tribuno fece approvare dai comizi tributi tutte le sue leggi, senza neppur chiedere prima l’approvazione del senato; e subito diede mano ad attuarle, appaltando la costruzione di granai e di vie, costruendo queste con una magnificenza sino ad allora ignota, attendendo tutto il dì a mille faccende, facendo della sua casa il ritrovo dei pubblicani, dei letterati, dei sapienti di Roma, la speranza e l’amore della moltitudine. Impotente, l’oligarchia latifondista del senato taceva e fremeva. L’autorità di Caio era così grande, che egli potè ritentar la prova fallita al fratello: farsi rieleggere tribuno per il 122. Tiberio aveva fatto scuola; e non senza una ragione più profonda che l’ambizione di Caio. L’impotenza del partito democratico nasceva in parte dalla brevità delle magistrature. Se si voleva rinnovare l’invecchiata repubblica, occorrevano nuovi principî e nuovi procedimenti.
Tribuno per la seconda volta, Caio si trovò al sommo della potenza, della popolarità, della operosità. Egli sembrava, davvero, e molti dovevano sussurrarlo, il Pericle della repubblica romana. Ma le leggi del primo tribunato nonerano che la preparazione alle due riforme capitali, che Caio vagheggiava per curare dalla radice i mali del tempo. Roma cresceva troppo; troppi artigiani, mercanti, artisti, sapienti, avventurieri, mendicanti concorrevano, da ogni parte, nella nuova metropoli; e ne nascevano infiniti mali; massimo tra tutti il caro prezzo del pane e degli alloggi. Lalex frumentarianon era rimedio senza pericolo, tanta spesa avrebbe dovuto sostenere l’erario, già dissestato dalla guerra di Spagna. Bisognava sfollare Roma, inducendo una parte dei mercanti romani a trasferirsi da Roma in altre città acconce alla navigazione e al commercio; perchè molta gente minuta li avrebbe allora seguiti nelle nuove sedi. Caio gettò gli occhi su tre punti della costa mediterranea: a Squillace era già una dogana per le importazioni asiatiche; Taranto era stata lungamente famosa per commerci e per ricchezze. Quei mercanti che facevano commercio con la Grecia, la Macedonia e l’Oriente, non avrebbero potuto risiedere a Taranto o a Squillace, rinominate Nettunia e Minervia, più comodamente che a Roma? Il commercio dell’Africa — quel poco almeno che era sopravvissuto alla rovina di Cartagine — era passato ai mercanti romani: i mercanti romani che commerciavano con l’Africa avrebbero potuto risiedere in Africa meglio che a Roma. Molti infatti si erano stabiliti a Cirta. Non si poteva riedificare, sulle rovine della punica, una nuova Cartagine romana che si chiamasse Giunonia? Egli propose di fondare a Squillace, a Taranto, a Cartagine tre colonie,non di poveri però, come in antico, ma di persone benestanti, a cui, per invogliarle ai lasciare Roma, sarebbero date vaste terre[73].
Anche queste proposte furono approvate, sebbene, a quanto sembra, a fatica, perchè lo sfollamento di Roma noceva a molti. Ma Caio prese ardire ad esprimere alla fine la idea suprema, lungamente meditata in silenzio: concedere, come già aveva proposto il suo amico M. Fulvio Flacco, la cittadinanza romana a tutti gli Italiani; rinforzare la piccola oligarchia di Roma, che rassomigliava a una esile colonna consunta dalle intemperie e dagli anni, sulla quale architetti improvvidi ingrandivano la mole già pesante di una fabbrica immensa. Tale era il disegno di Caio Gracco: posare l’impero non sulla cupidigia e l’orgoglio della piccola oligarchia romana, ma sulle solide e semplici virtù della classe rurale di tutta l’Italia; restaurare le antiche sedi del commercio distrutte o decadute; sollevar Roma dalla congestione di ricchezze e di uomini, che la soffocava.
Roma non aveva ancor visto, e non vedrà più un riformatore dal pensiero così organico, profondo e creativo. Se un uomo potesse addossarsi l’opera che sole le generazioni possono compiere, Caio Gracco avrebbe rigenerato Roma, e sciolta la tragica contradizione in cui Roma si dibatteva. Ma Caio era un grande uomo, non un Dio. Proponendo di accordare la cittadinanza agli Italici, egli aveva oltrepassato il limite, che non poteva essere superato neppure da lui, che pur era ungrande uomo. L’opposizione, che aveva disanimato Fulvio Flacco, rinacque: senato, cavalieri, agricoltori, proletariato urbano si trovarono questa volta uniti contro Caio Gracco. Il misoneismo, l’orgoglio, l’egoismo prevalsero su ogni altra considerazione. L’oligarchia romana non intendeva far getto dei suoi privilegi. Quando il tribuno Livio Druso oppose il suo veto, quel popolo, che aveva deposto Ottavio, scoppiò in un applauso caloroso. La popolarità di Caio Gracco incominciò a vacillare. Per maggior disgrazia Caio aveva accettato di far parte della commissione che dedurrebbe a Cartagine la nuova colonia; e quindi dovè lasciar Roma, proprio allorchè la sua presenza sarebbe stata più necessaria, e sebbene la legge vietasse a un tribuno della plebe di uscire dalla città. Egli cercò di far presto, non restò assente più di settanta giorni: ma di questa sua assenza approfittò il partito a lui nemico, per screditarlo del tutto. Strumento di questo partito fu il tribuno Livio Druso; che con perfida abilità propose tre rogazioni assai più generose ancora di quelle di Caio: una, che prometteva al popolo non tre colonie miste di benestanti e di poveri, ma dodici addirittura e tutte di soli proletari; un’altra, che liberava le nuove assegnazioni di agro pubblico dal tributo allo Stato, voluto dalla legge Sempronia; una terza, che prometteva agli Italici la soppressione delle pene corporali, anche sotto le armi. Il volgo, volubile e sciocco, cadde nella pania; si persuase che il senato e il partito oligarchico, a cui Livio apparteneva,si erano ravveduti ed erano diventati migliori amici suoi che Caio. Quando Caio tornò dall’Africa il favor popolare lo aveva abbandonato al punto, che i suoi nemici già preparavano il pubblico alla abrogazione della legge sulla colonia della nuova Cartagine, sussurrando di prodigi minacciosi, che avevano atterrito la prima schiera di coloni: indizio sicuro dell’empietà di coloro che avevano voluto fondare una colonia sul suolo maledetto di Cartagine!
Non fa quindi meraviglia, che le elezioni per l’anno 121 siano state sfavorevoli a Caio. Caio non fu rieletto: invece fu eletto console L. Opimio, uno dei più accaniti tra i suoi nemici. Incoraggiati dalle elezioni, i suoi nemici si decisero a vibrare il primo colpo. Il tribuno Minucio Rufo propose l’abrogazione della legge sulla colonia di Cartagine. Caio non poteva non raccogliere la sfida. Il giorno del voto si presentò al popolo nei comizi, per difendere, almeno con la parola, quella che era una delle più nobili, alte e feconde iniziative della sua politica. Ma gli spiriti erano irritati; anche questa volta un tumulto nacque; e anche questa volta il partito avverso ripetè nel senato al console l’esortazione e l’invito, che dieci anni prima gli aveva vanamente rivolti Scipione Nasica. Ma console era questa volta L. Opimio, che non si fece pregare. Ilsenatus consultum ultimumfu decretato; rinnovando, dopo circa 263 anni, un provvedimento che nelle future turbolenze della repubblica doveva prendere il posto dell’antica dittatura. In forza del decreto un piccolo tumulto dei comizipassò per un tentativo di rivoluzione; Caio e i suoi seguaci furono assaliti e trucidati; egli medesimo, visto precluso ogni scampo, si fece uccidere da uno schiavo fedele.