CAPITOLO QUATTORDICESIMOMITRIDATE
76.La caduta del partito popolare (100).— Dopo Vercelli, il senato stesso aveva proclamato Mario «terzo fondatore di Roma», con Romolo e con Camillo. Nessuno degli uomini, i quali assistettero al trionfo, in cui tanti prigionieri, tanti re e principi barbari sfilarono in catene sotto gli occhi del popolo romano, poteva vedere al di là di tanta gloria, distante soltanto un passo, la rupe Tarpea. Eppure era così. Dileguato il pericolo, gli scrupoli costituzionali, la forza della tradizione, il senso della legalità ripresero il sopravvento. Ora che i barbari erano debellati, Mario non poteva più essere rieletto console. Ma la fortuna aveva acciecato i suoi favoriti. Inebriato dal trionfo cimbrico, il partito popolare, insieme con la candidatura di parecchi tra gli uomini più in vista — L. Apuleio Saturnino e C. Servilio Glaucia tra gli altri — ripropose per la sesta volta la candidatura del vincitore di Giugurta e dei Cimbri al consolato. L’aristocrazia accettò questavolta la sfida; contrappose al vincitore dei Cimbri la candidatura dell’antico generale di Mario, Q. Cecilio Metello; impegnò la battaglia su tutta la linea, disputando non solo il consolato, ma tutte le altre magistrature.
Il partito democratico vinse ancora: Mario, Saturnino e Glaucia furono eletti, console il primo, tribuno della plebe il secondo, pretore il terzo, ma a grande stento, con pochi voti di maggioranza e con grandi violenze. L’elezione di Saturnino fu funestata da grosse turbolenze; poichè il candidato del senato fu ucciso. Ma questa vittoria fu l’ultima del partito democratico, che aveva primeggiato parecchi anni, per la gloria di Mario e per il malcontento generato dagli scandali delle guerre giugurtine e dal pericolo gallico. Le due guerre erano finite; la nobiltà, non ostante i suoi errori, fortemente insediata in senato, ricominciava a rialzar la testa. Per conservare il potere il partito popolare avrebbe dovuto imitare Caio Gracco e allettare le moltitudini con promesse vistose. Ma Mario non era l’uomo che occorreva per questi maneggi: era, a dispetto dei sei consolati, un vecchio romano impacciato da troppi scrupoli costituzionali e tradizionalisti: e non sapeva dirigere quel partito, che in fondo non era mai stato il suo. A questo ufficio era tagliato meglio Saturnino. E Saturnino infatti si mise subito all’opera, presentando unalex agraria, che assegnava le terre della Gallia Transpadana devastate dai Cimbri, i cui proprietari erano spariti nell’invasione; e unalex de coloniis deducendis, che decretava la fondazione di numerosecolonie nelle province, in Macedonia, in Acaia, in Sicilia, per distribuire terre ai veterani di Mario[84].
Ai veterani, fossero cittadini romani o italici. Accanto alla tradizione dei Gracchi apparisce in queste leggi qualche cosa di nuovo e che ricorda Scipione Emiliano. Anzi un certo numero dei veterani italici doveva essere onorato della cittadinanza romana; e Mario era incaricato di applicare la legge.
Le due leggi erano dunque, per quanto si può giudicare dopo tanti secoli, provvide e savie. Ma a tutte e due erano aggiunte una clausola e una legge complementare. La clausola aggiunta disponeva che i senatori e i magistrati fossero obbligati, entro cinque giorni, a giurare obbedienza alla legge, sotto pena dì ammenda e della perdita della dignità. La legge complementare era lalex de majestate. Questa rinforzava ancora più, se v’era bisogno, la potenza politica del popolo romano e dei suoi rappresentanti, dichiarando inviolabile la maestà del popolo romano e dei tribuni plebei, e minacciando gravi pene a chiunque avesse osato attentare a questa inviolabilità. La ragione della clausola e dellalex de majestate, che doveva poi col tempo diventare così tristamente famosa, è chiara. Era ormai palese a tutti, per una lunga esperienza di venti anni, che al partito popolare riusciva molto più facile di far approvare delle leggi agrarie, che di farle eseguire. L’aristocrazia, fortemente insediata nel senato, nelle magistrature, nei collegi religiosi, aveva mille mezzi di insidiar queste leggi nell’applicazione,quando non riusciva a respingerle nei comizi. Per impedire questa soverchieria, Saturnino aveva rinforzato con quella clausola e con lalex de majestatele due leggi, ma infondendo loro uno spirito tirannico di violenza, che esasperava la nobiltà e inquietava i cavalieri. Costoro avevano favorito negli anni precedenti il partito popolare, quando il loro eroe, Mario, ne era il capo; ma ricchi i più, non potevano gradire leggi, che miravano a conculcare le classi denarose a vantaggio delle povere. La votazione accrebbe il disagio. La lotta fu viva, la nobiltà tentò da prima l’ostruzionismo liturgico, poi l’intercessione dei tribuni; ma i veterani di Mario erano accorsi numerosi e risposero menando le mani. Il sangue corse.
Le leggi furono approvate; ma appena si volle applicarle, apparve subito come quelle loro violente disposizioni ferivano anche il partito che le aveva fatte. Quando, approvate le leggi, il senato fu invitato a giurare, Mario stesso, il capo del partito popolare, esitò, dichiarò da prima di non poterlo fare. Troppo quella clausola gli pareva tirannica! Sollecitato dal suo partito, egli poi si disdisse; e adducendo come pretesto il pericolo di una sommossa popolare, giurò e trascinò seco a giurare tutto il senato, tranne Q. Cecilio Metello, il suo antico rivale, che preferì subire le rappresaglie della leggede majestatee andare in esilio. Ma se il partito popolare era stato lì per lì salvato dalla resipiscenza di Mario, dopo questo incidente si staccò da lui. Non si poteva più inoltre riproporlo una settima volta a console. Ilpartito popolare si presentò dunque alle elezioni per l’anno 99 senza aver nè Mario tra i suoi candidati, nè il suo appoggio dichiarato e operoso. Mancando Mario, anche i cavalieri abbandonarono il partito popolare; si intesero con la nobiltà e acconsentirono ad appoggiare, invece del candidato popolare Glaucia, il candidato dell’aristocrazia, che era il famoso oratore M. Antonio, purchè l’aristocrazia appoggiasse il candidato loro C. Memmio, il famoso tribuno degli scandali giugurtini. Anche molti dei veterani, mancando Mario, si disinteressarono delle elezioni. Ne seguì che nei comizi tributi, Saturnino, il quale si ripresentava candidato al tribunato, riuscì eletto; ma nei comizi centuriati Glaucia, abbandonato dai cavalieri, fu vinto. Riuscirono M. Antonio e C. Memmio. I popolari non si rassegnarono alla disfatta e al tradimento dei cavalieri; dei grandi tumulti incominciarono; C. Memmio fu assassinato dai partigiani di Glaucia. Ma questa volta neppure il senato e i cavalieri tollerarono in pace tanta violenza. Il senato decretò lo stato d’assedio, e incaricò i consoli, ossia lo stesso Mario, di procedere contro i rivoltosi e di ristabilire l’ordine. Mario avrebbe potuto, sotto la sua personale responsabilità, sottrarsi a quel tremendo uffizio. Ma il vincitore dei Cimbri non ebbe la forza di resistere all’opinione pubblica. Sotto i suoi ordini si schierarono il senato, i cavalieri, i tribuni della plebe, e una buona parte della popolazione urbana. Si combatterono nel Foro delle vere battaglie, nelle quali i veterani di Aquae Sextiae e di Vercelli si trucidarono; il partitodi Saturnino e di Glaucia, disfatto, si rifugiò e si asserragliò sul Campidoglio; e Mario lo assediò. Alla fine, come ai tempi di Tiberio e di Caio Gracco, Saturnino e Glaucia furono trucidati, e, con essi, perdette la vita gran numero dei loro seguaci (dicembre 100). Ma il Nasica e l’Opimio del nuovo macello era stato C. Mario: per tanti anni l’eroe e il vanto del partito popolare!
77.Il processo di Rutilio Rufo e la rottura tra il senato e l’ordine equestre.— La reazione fu violenta. Gli scandali della guerra di Giugurta e della guerra contro i Cimbri e i Teutoni furono dimenticati; la nobiltà storica ridivenne l’oggetto dell’ammirazione di tutti; pronto, il senato ne approfittò per ricuperare il potere; e come primo atto richiamò dall’esilio Metello. La maggior vittima di questo rivolgimento fu Mario, che, venuto in odio al partito popolare, senza aver riacquistato il favore del partito della nobiltà, non attese neanche il ritorno del suo antico rivale in Roma. Abbandonando volontariamente la vita politica, in cui non c’era più posto per lui, partì per un lungo viaggio in Oriente, sotto il pretesto di compiere un voto a un’oscura divinità di Pessinunte.
Il partito della nobiltà governava di nuovo l’impero; e, sotto il suo governo, i tempi, se non più felici, si fecero almeno più tranquilli. Il partito aristocratico aveva sul rivale il vantaggio di possedere l’organo di governo più stabile della repubblica, il senato, che in maggioranza era suo. Mentre il partito democratico non aveva potutoimpadronirsi, anche negli anni più felici, che delle magistrature maggiori, ed era sempre stato in balìa dei comizi, mutevoli ogni anno, il partito della nobiltà era sempre stato potentissimo per via del senato, anche negli anni in cui gli elettori dei comizi gli erano avversi. Questo divario spiega come il partito della nobiltà, anche in questi anni turbolenti, potesse governare con una prudenza e ponderazione, che fa contrasto con le agitazioni dei brevi anni di egemonia democratica. Certamente neppure i dieci anni, intercessi fra il 100 e il 91, furono esenti da difficoltà e da guerre. La Spagna, sconvolta dall’invasione cimbrica, si risolleva insieme con le popolazioni alpine di recente sottomesse; le nuove province orientali sono (ahi, troppo spesso!) devastate dalle barbare tribù limitrofe; l’Asia minore è turbata replicatamente dalle mene del Re di Bitinia, Nicomede, e del Re del Ponto, Mitridate. A dispetto della commissione inviata dal senato, questi due sovrani avevano ormai occupato la Galazia; poi, mentre Nicomede intrigava in Paflagonia, Mitridate aveva approfittato della guerra cimbrica, per rompere l’alleanza con il Re di Bitinia e impadronirsi da solo della Cappadocia. Ma per nessuna di queste difficoltà il senato sconfinò dai limiti di una politica difensiva, d’interventi militari e diplomatici. Parevano ritornati i tempi di Scipione l’Africano e di Catone. La Galazia fu nel 95 ridata ai tetrarchi, che prima la governavano; la Paflagonia, dichiarata libera; la Cappadocia, posta sotto il governo di un nobile persiano, Ariobarzane cui fu dato il titolo di Re; lo stesso Mitridatefu trattato con tanto riguardo che di lì a due anni, fatta un’alleanza con Tigrane, re di Armenia, invase di nuovo la Cappadocia, scacciando Ariobarzane. Ma neppur questa provocazione strappò al senato una dichiarazione dì guerra contro il Re del Ponto. Il propretore Lucio Cornelio Silla fu mandato con un piccolo esercito a rimettere Ariobarzane sul trono; e null’altro fu fatto. Intorno allo stesso tempo il Re di Egitto, Tolomeo Apione, morì legando al popolo romano la Cirenaica, toccatagli sin dal 116. La Cirenaica era allora un paese ricco d’acqua, fertile e prospero. Ma il senato, ricusato il dono, la dichiarò indipendente.
Il partito della nobiltà cercava insomma, quanto poteva, di ristabilir l’ordine nell’impero e di governar saviamente. La dura lezione dell’ultimo quindicennio non era stata inutile. Ma non ostante la buona volontà del governo, le cose stavano in bilico per miracolo. Quel confuso processo di decomposizione e di ricomposizione, che i Romani chiamavano la corruzione dell’antico costume, e che noi avremmo definito il progresso dei tempi, non era punto cessato. La diffusione della filosofia greca, i progressi dell’istruzione e della ricchezza facevano sentire più vivamente la durezza di tanti rigori formali dell’antico diritto e l’orrore di certe superstizioni barbare ancora superstiti. L’abolizione dei sacrifici umani, di cui qualche avanzo restava ancora in Italia, stava per essere decretata; il diritto progrediva per opera dei pretori, che riconoscevano più arditamente le ragioni della equità nei loro editti. Ma nella garaper la ricchezza, la cultura, il piacere, il potere gli animi inferocivano, le classi e lo Stato si dissolvevano. Più numerosi che mai erano i nobili e i ricchi che costruivano a Roma eleganti palazzi; i signori che si dilettavano di scriver libri, storie, trattati, poesie in greco o in latino; gli oratori che, come Antonio e Licinio Crasso, avevano studiato l’eloquenza nei modelli greci come un’arte. La conoscenza e il gusto dell’arte attica e asiatica si divulgavano; scultori e pittori greci ormai avevano in gran numero lavoro dai Grandi di Roma. Ma queste spese, le etère dell’Oriente, i troppi schiavi, i bagordi rovinavano molte famiglie della nobiltà, riducendole a industriarsi con ripieghi, debiti e concussioni. Molti agricoltori studiavano gli agronomi greci, si facevano prestare un capitaletto, piantavano uliveti e vigneti, s’ingegnavano di coltivare meglio; ma l’inesperienza, la mancanza di vie, le grosse usure rovinavano spesso chi faceva queste prove. Ogni anno si aprivano a Roma, nelle città latine e alleate, nuove scuole di rettorica, a cui traevano numerosi scolari e nelle quali si preparavano una lingua, uno stile e una eloquenza nazionali; ma troppi giovani avvocati non trovavano poi protettori per salire, nè clienti da difendere; troppi si davano al commercio, e se alcuni arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto, molti fallivano. Gli spostati, i disperati, i mercanti falliti, i possidenti scacciati infestavano ogni parte d’Italia; la piccola proprietà spariva, la terra era accaparrata da pochi, l’usura prosperava; solo pochi arricchivano, tra i quali qualche avanzo delle antichenobiltà locali dell’Italia, come quel Caio Cilnio Mecenate, che, pur discendendo da una famiglia reale di Etruria, si era acconciato a venire in Roma e a farsi pubblicano, accontentandosi di prender rango nella seconda nobiltà, l’ordine dei cavalieri. In questo disordine morale e sociale, uno Stato che posava sul principio dell’elezione popolare, come la repubblica romana, non poteva sfuggire ad una specie di dissoluzione universale. Gli avventurieri, gli ambiziosi, i violenti, i furbi, gl’imbroglioni, e i corruttori invadevano i pubblici uffici, scacciandone gli uomini onesti, ai quali non rimaneva altra consolazione che gemere sconsolatamente sulle sciagure dei tempi. Massime nelle alte classi, era opinione comune che la diffusione della coltura nel medio ceto fosse un male. «Chi studia il greco diventa un birbone» si diceva quasi in proverbio. Peggio ancora, il desiderio di acquistare la cittadinanza faceva rapidi progressi nel medio ceto impoverito dell’Italia che si illudeva di potere, acquistando la cittadinanza romana, recar sollievo al proprio disagio; tra i giovani, che avevano studiato eloquenza e che eran mal contenti di dover difendere piccole cause e concorrere alle umili magistrature municipali nella loro cittaduzza; tra tutti coloro (ed eran molti), i quali desideravano i privilegi del cittadino romano.
In simile travaglio, il nuovo governo sarebbe stato debole, anche se avesse potuto far assegnamento sulla concordia dei propri partigiani. Invece il partito della nobiltà era, sì, ritornato al potere, perchè la nobiltà e l’ordine equestre, spaventatidalla rivoluzione, si erano riconciliati; ma questa riconciliazione era assai precaria. Troppo forte e antico era l’odio generato tra i due ordini dalla legge giudiziaria di Caio Gracco prima, dai consolati di Mario poi, infine dal corso degli eventi. I cavalieri insuperbivano ogni dì più per le ricchezze, per le clientele, per il diritto di giudicare i senatori; si consideravano ormai pari o da più della nobiltà storica, mentre una grande parte di questa, disgustata dalla corruzione e dal disordine universale, furente per la sua povertà e per l’insolenza degli uomini novi, affettava di spregiare i cavalieri; rammaricava i tempi, in cui la nobiltà sola era potente; chiedeva leggi severe contro gli abusi dei pubblicani. C’era dunque nella nobiltà storica un forte partito antiplutocratico, e tra i cavalieri, un partito avverso alla nobiltà. Bastò infatti un incidente, in verità tristo assai, per rompere la concordia dei due ordini, sulla quale pure l’ordine sociale tutto quanto posava, e scatenare una delle rivoluzioni più terribili.
Publio Rutilio Rufo era un senatore integro e capace; un nobile di antico stampo, ligio alle tradizioni, per quanto assai colto, e perciò molto avverso alle due forze nuove che da un secolo minacciavano il potere della nobiltà e la grandezza di Roma: la plutocrazia e la demagogia. Aveva reso segnalati servizi alla repubblica; era stato console nel 105; e, nel 96, aveva governato la provincia d’Asia comelegatus pro praetore, quando Muzio Scevola era tornato a Roma per presentare la sua candidatura al consolato. Aveva allora repressocon energia gli abusi dei pubblicani d’Italia, facendo giustizia senza riguardi e facendosi benedire dai sudditi. Ma i cavalieri, che in Asia avevano ormai tanti interessi, vollero dare un esempio che togliesse ad altri la voglia d’imitare il fastidiosolegatus; e quando Rutilio fu tornato a Roma, nel 93, lo fecero accusare, lui, l’incorrotto e l’incorruttibile, di concussione; e condannare dallaquaestio, che Caio Gracco aveva composta di cavalieri.
78.Il Tribunato di Druso (91 a. C.).— Rufo partì per l’esilio; ma per quanto Sallustio l’abbia dipinta con sì foschi colori, la nobiltà di Roma non era ancora così corrotta e avvilita, da subire un simile affronto. La rottura tra i due ordini fu dichiarata. Il 92 pare sia stato un anno di fermentazione tacita. L’episodio più importante di questo anno è l’editto dei due censori, Cneo Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso, che chiudeva le scuole di retorica in Roma[85]. Ma la guerra latente tra i due ordini fu dichiarata nel 91 da Marco Livio Druso, tribuno della plebe. Era egli, molto probabilmente, figliuolo di quel Druso, che era stato il più funesto artefice della rovina di C. Gracco. Ma i tempi erano mutati; e il figlio del persecutore di Caio Gracco tentava ora di stringere un’alleanza della nobiltà e del popolo contro l’ordine equestre, al modo stesso con cui Caio Gracco aveva cercato di far l’alleanza del popolo e dei cavalieri contro la nobiltà, presentando unomnibusdi leggi, una di quelle leggiper saturam, che fino allora il suo partito avevacombattuto come un abuso dei popolari. Livio Druso infatti propose unalex judiciaria, che cercava di risolvere equamente e nell’interesse della giustizia il vecchio conflitto tra il senato e l’ordine equestre per i tribunali. Disponeva la legge che nel senato fossero ammessi 300 nuovi membri, tratti dall’ordine equestre; che tra i senatori, nuovi e vecchi, si sorteggiassero i giudici dellequaestiones; che si costituisse unaquaestioparticolare per i reati di corruzione giudiziaria. Aggiunse a questa unalex de coloniis deducendis, che fondava in Italia e in Sicilia colonie da molto tempo proposte e mai dedotte; unalex agrariadella quale poco sappiamo, ma che pare fosse una rinnovazione delle leggi dei Gracchi; unalex frumentaria, che scemava il prezzo a cui il grano era venduto dallo Stato al popolo in Roma. Lo scopo di queste leggi è chiaro: comprare nei comizi con le tre ultime la maggioranza che approverebbe la prima. Tanta era l’irritazione contro i cavalieri e il desiderio di toglier loro il potere giudiziario, che una parte della nobiltà aveva messa da parte perfino l’antica avversione per le leggi frumentarie ed agrarie! Ma queste leggi eran troppo disparate e diverse, perchè non suscitassero una vigorosa opposizione; e non solo nell’ordine dei cavalieri, ma anche nella nobiltà. A molti senatori non piaceva che il senato ricevesse 300 membri nuovi. La legge delle colonie e la legge agraria spaventavano infiniti interessi. Lalex frumentariaaggravava l’erario, già dissestato. Si formò dunque un’opposizione di cavalieri e senatori; incominciò nel senato, nei comizi, nelle strade unabattaglia accanita di discorsi, di processi, di tranelli costituzionali e liturgici, di percosse e di violenze, che durò dei mesi; e nella quale a un certo punto irruppero anche gli Italici. Questi, come ai tempi dei Gracchi, erano in grande ansietà per le nuove leggi coloniali ed agrarie annunciate, che temevano si dovessero applicare a loro spese; ed erano accorsi a Roma in grande numero, per combattere le leggi del nuovo Gracco.
È difficile giudicare se Livio Druso fosse un grande uomo di Stato o un visionario. Certo è che invece di stringere in alleanza il popolo e la nobiltà contro l’ordine equestre, egli era riuscito a dividere la nobiltà, ad invelenire di nuovo l’antico odio tra Romani ed Italici, e a scatenar una mischia furibonda di partiti e di interessi. I tempi erano tristissimi; nessuno si raccapezzava più; degli oligarchi intransigenti erano pronti ad approvare perfino una legge agraria, pur di togliere ai cavalieri il potere giudiziario; degli amici di Rutilio Rufo combattevano lalex judiciaria, che doveva vendicarlo, per paura della legge agraria. Tuttavia in mezzo a questo caos Livio Druso non poteva non essere inquieto per la crescente agitazione degli Italici. Come Caio Gracco, e per gli stessi motivi, egli fu condotto a prometter loro, come compenso, la cittadinanza. Se le leggi passavano, egli proporrebbe una legge che concederebbe a tutti la cittadinanza. Acquistato così il favore degli Italici, egli riuscì a far passare tutte insieme le sue leggi, dopo lotte asprissime e violenze; e die’ mano a mantener la sua promessa agli Italici, con una legge di cittadinanza. Ma il senato,sotto pretesto di un vizio di forma, annullò le leggi già votate; e una triste sera di quel torbido autunno, nell’atrio della sua stessa casa, mentre Livio Druso congedava alcuni amici venuti a colloquio con lui, una mano ignota lo colpiva al fianco. L’assassino non fu mai scoperto[86].
79.La guerra sociale (90-88).— Morto Livio, il partito avverso e i cavalieri, che ne erano a capo, trionfarono. La proposta di concedere la cittadinanza agli Italici era così poco popolare, anche nella plebe, che i nemici di Livio poterono tramutare le sue intese con gli Italici in una cospirazione contro lo Stato e chiedere dei castighi esemplari. Il cadavere di Druso era ancora caldo, e già il tribuno Q. Vario, sostenuto accanitamente dai cavalieri, proponeva di nominare una commissione straordinaria, per inquisire contro gli alleati sediziosi e per giudicare i loro partigiani in Roma. Non era mai spiaciuto ai cittadini romani di far sentire ogni tanto ai Latini e agli Italici che i padroni erano essi; la proposta passò; i commissari non furon paghi di cercare in Roma i rei della pretesa cospirazione; si sparsero nelle varie prefetture e per le città alleate dall’Italia, alla caccia dei responsabili. Ma questa volta la misura era colma. I nemici di Livio avevano osato troppo. Invece della cittadinanza, a compenso dei danni, che le leggi agrarie infliggerebbero loro, Roma dava un tribunale straordinario e una persecuzione partigiana? L’Italia prese le armi ed insorse.
Le ragioni e lo spirito della rivolta apparisconochiari a chi consideri le regioni dove arse più violenta. Quella che insorgeva era l’Italia più povera, montagnosa, del centro e del mezzogiorno, i Marsi, i Peligni, i Piceni, i Sanniti; ossia le regioni che più avevano sofferto della crisi, la quale stava mutando la faccia della penisola; le regioni, in cui le confische del suolo erano state più frequenti; le regioni meno ricche di strade, più lontane dalle città e dalle grandi vie del commercio; le regioni del latifondo e della pastorizia. Invece le città greche dell’Italia meridionale, che avevano continuato a prosperare e che Roma aveva liberate dal pericolo delle invasioni bruzzie e lucane; le città latine, prossime al mare, e le loro colonie che si erano installate in Italia, sfruttando, al pari dei Romani, le popolazioni indigene; l’Umbria, che aveva saputo mutare le sue culture; l’Etruria, che aveva saputo giovarsi della tradizione, industriale e commerciale, ereditata dalla dominazione etrusca; l’Italia celtica, dove i nuovi grandi lavori, le bonifiche, le vie militari avevano portato la ricchezza, o non si mossero o parteggiarono per Roma. La conquista della cittadinanza e della libertà era dunque il disperato sforzo della vecchia Italia, che non sapeva rassegnarsi a morire.
Il pericolo per Roma fu tremendo. Mezz’Italia era insorta, nè si sapeva quale conto fare della fedeltà della restante penisola. A ogni modo, anche se questa rimaneva fedele, i ribelli disponevano di forze all’incirca pari per numero e per qualità, perchè erano tutti nelle armi discepoli di Roma; avevano stabilito un governo comune, consede aCorfinium, nel paese dei Peligni, creato una rappresentanza delle città insorte, un senato di 500 membri[87], il quale avrebbe avuto facoltà di creare due consoli o capi militari e dodici pretori. Soli vantaggi di Roma erano le più abbondanti ricchezze, il dominio del mare e il prestigio. Sarebbero stati sufficienti? La grandezza del pericolo è provata dai preparativi di difesa. La repubblica chiese aiuto anche agli alleati fuori d’Italia[88]; arrolò schiavi e liberti; richiamò in Italia tutte le forze disponibili; e distribuì le sue milizie in due grandi zone militari: l’una al nord, tra il Piceno, gli Abruzzi e la Campania, ove mandò il console P. Rutilio Rufo; l’altra al sud, nella Campania e nel Sannio, ove si recò il collega di lui, L. Giulio Cesare. Agli ordini del primo militava, avendo chiesto egli stesso un comando qualsiasi, Caio Mario. Contro l’uno e l’altro console operavano i due maggiori generali della lega, Pompedio Silone, l’amico di Druso, e Papio Mutilo.
Il primo anno di guerra — il 90 a. C. — non fu troppo felice per i Romani, che qui vinsero e là furono vinti e che perdettero in battaglia il console Rutilio. L’incerto andamento della guerra era un primo trionfo per gli insorti. Difatti già nel corso del 90 Etruschi ed Umbri incominciarono a tentennare; proprio mentre nuovi pericoli minacciavano in Oriente. Mitridate, che da un pezzo preparava la guerra contro Roma per cacciarla dall’Asia, aveva approfittato della rivolta dell’Italia per rovesciar dal suo trono il Re di Bitinia, sostituendogli un fratellastro di questo, minoredi età e per riconquistare, d’accordo con Ariobarzane, la Cappadocia. La prudenza consigliava dunque di debellare la rivolta, non con le armi sole, ma con concessioni. D’altra parte il pericolo aveva fatto rinsavire l’opinione pubblica, la quale incominciava a imprecare contro l’ordine equestre e la sua folle politica. Nelle elezioni per l’89, il partito del tribuno Vario, l’autore della persecuzione contro gl’Italici, era sconfitto; e poco dopo il console L. Giulio Cesare proponeva e faceva approvare senza difficoltà una legge, che accordava la cittadinanza agli alleati italici rimasti fedeli. Anche allora la paura aveva potuto più che la giustizia e la ragione! Ma lalex Juliacircoscriveva il pericolo, non lo toglieva di mezzo: l’Italia centrale e la meridionale erano ancora in armi. Fatto senza inciampi il primo passo, Roma non tardò a prendere risolutamente la via delle concessioni. I tribuni dell’89, M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, proposero una nuova legge (lex Plautia-Papiria), la quale accordava la cittadinanza romana, non solo a tutte le città che avessero deposto subito le armi, ma a tutti gl’Italici al di qua del Po, che l’avessero chiesta entro il termine di due mesi. Anche questa legge fu approvata senza difficoltà: non solo, ma il tribuno Vario, il persecutore degli Italici, fu cacciato in esilio come reo di lesa maestà; e l’odio popolare ben presto si volse addirittura contro il potentissimo ordine dei cavalieri. Plauzio Silvano fece, dopo quella sulla cittadinanza, votare dai comizi tributi una nuova legge giudiziaria che ritoglieva i tribunali ai cavalieri,e faceva eleggere i nuovi giudici dalle tribù in numero di 15 per ciascuna, senza riguardo all’ordine sociale, cui gli eletti appartenessero[89]. Forse in questo stesso tempo il console Gneo Pompeo Strabone fece approvare la legge, che concedeva alle città della Gallia Cisalpina i diritti delle colonie latine, per sottoporle alla leva e compensare le perdite nel reclutamento, di cui era cagione la rivolta degli alleati.
80.La rottura tra Roma e Mitridate; la perdita della provincia d’Asia (88).— L’insurrezione italica aveva dunque vinto, anche se la fortuna delle armi era stata indecisa. L’effetto delle concessioni fu pronto. Non che tutta l’Italia deponesse le armi: nel Piceno, Ascoli resistè ostinata, e il console Gneo Pompeo Strabone dovette assediarla e prenderla con la forza; la Campania, il Sannio, l’Apulia combatterono ancora.... Ma molti degli Italici deposero le armi; Umbri ed Etruschi non si unirono alla lega; e insomma tutta l’Italia centrale e meridionale era ricondotta all’obbedienza, sul finire dell’89. Solo l’estremo Sannio non cedeva.
Ma l’Italia incominciava appena a riaversi da questo spavento, che un’altra calamità la sopraffece. Abbiamo visto che nel 90, essendo morto il Re di Bitinia, Mitridate aveva spodestato il legittimo successore, Nicomede III, e gli aveva sostituito un fratellastro di lui. Nel tempo stesso, d’accordo con Tigrane, Re d’Armenia, aveva riconquistato la Cappadocia, donde Roma lo aveva cacciato nel 92, e aveva posto sul trono uno dei suoifigliuoli. Ma il senato non si era lasciato intimidire: aveva mandato Manio Aquilio a capo di un’ambasceria per restituire i due Re espulsi sul trono; e Mitridate aveva ceduto, sia che non considerasse i suoi preparativi come ancora bastevoli, sia che la risolutezza di Roma lo avesse spaventato. Le cose d’Asia erano dunque state ricomposte con poca fatica; il che era, in quei tempi pieni di difficoltà, gran fortuna per Roma. Quando ad un tratto, un piccolo intrigo di pubblicani e di senatori le precipitò di nuovo a rovina. Manio Aquilio (almeno se vogliamo credere agli scrittori antichi) non era stato per nulla contento della arrendevolezza di Mitridate, perchè era venuto in Asia per fare al Ponto una guerra lucrosa. D’altra parte il Re di Bitinia, durante l’esilio, aveva contratto grossi debiti coi pubblicani di Efeso, che volevano essere rimborsati. Aquilio fece capire al Re di Bitinia che gli permetterebbe di procurarsi la somma necessaria con una razzia nel Ponto; e alla fine Nicomede, tormentato dai suoi creditori, invase, complice silenzioso e passivo il legato romano, i dominî del suo potente vicino, attizzando il grande incendio.
Con molta abilità Mitridate aveva da prima protestato e chiesto riparazione. Intanto era venuta la fine dell’89; l’Italia era in fiamme, l’Oriente disarmato; tre o quattrocento navi da guerra attendevano armate nei porti del Mar Nero, pronte ad accorrere al primo richiamo del Re del Ponto; dai paesi più barbari dell’Oriente, erano venuti gran numero di mercenari, fanti e cavalieri, armeni, cappadoci, paflagoni, sciti, sarmati,traci, bastarni, celti, e, quel ch’era peggio, anche greci. Grandi riserve di cereali erano depositate nella Tauride. Trattati e intese erano stati conclusi con tutti i maggiori potentati dell’Oriente, con i barbari della Tracia e della Macedonia. La Grecia e l’Asia ellenizzata, stanche del cupido dominio romano, non attendevano che un liberatore. Non c’era dunque più tempo da esitare. All’insolente e inconsiderata intimazione, con cui il legato romano aveva replicato alle sue legittime proteste, Mitridate rispose, nella primavera dell’88, dichiarando la guerra, riconquistando la Cappadocia, sconfiggendo le truppe romane in Bitinia, scacciando Nicomede III, catturando la flotta romana, e invadendo la provincia di Asia.
Colpo più mortale non poteva percuotere Roma. Mentre la guerra sociale aveva rovinato tanta parte dell’Italia, l’invasione dell’Asia privava ora l’erario pubblico della più fruttifera fra le province romane, e Roma e l’Italia del frutto dei capitali collocati in Oriente. La crisi che scoppiò a Roma fu terribile: i pubblicani, impotenti a mantenere i loro impegni con lo Stato; l’erario vuoto; il denaro scarso, e i prestiti difficili e quasi impossibili, chè anzi i capitalisti, atterriti, si sforzavano di ricuperare i loro crediti; gl’interessi, spensieratamente tollerati in tempi di rapido guadagno, risentiti ora come usure impossibili; tutte le vecchie ed obliate leggi sui debiti, richiamate in vigore dalle parti in contesa; il tribunale del pretore, pieno di lagni, di proteste, di minacce. E tutto questo, mentre la questione italica si riaccendeva nella capitale. Il senato,sotto lo specioso pretesto di impedire che la potenza e il numero dei nuovi cittadini ferisse troppo gravemente la sacrosanta autorità dei cittadini originari, propendeva a stabilire che i nuovi cittadini fossero inscritti non in tutte le 35 tribù, ma relegati solo o in otto fra esse o in dieci nuove tribù[90], estranee alla vecchia costituzione. Questi propositi irritavano gli Italici accorsi a Roma; onde la città era piena di agitazioni e di violenze. In quest’atmosfera di fuoco giunsero presto nuove e più terribili notizie dall’Oriente. Nella provincia d’Asia, ormai quasi tutta in potere di Mitridate, circa 100.000 Italici[91], uomini, donne, fanciulli, erano stati sgozzati, annegati, bruciati vivi in un giorno stabilito, dal popolo furibondo delle piccole e grandi città asiatiche; i loro schiavi, liberati; i loro beni, distribuiti tra il fisco regio e le città indebitate. Mitridate aveva preparato questa strage. Nè basta: da Pergamo, dove aveva posto la sua capitale, egli si volgeva ora alla Grecia, dove i vinti di Scarfea e di Leucopetra, i superstiti di Corinto, i patriotti esaltati, i democratici offesi dalle inframettenze del governo romano, i mercanti indigeni, rovinati dalla concorrenza degli Italici, la plebe disoccupata e tumultuante incominciavano a sperare in lui l’atteso liberatore. Che più? Spingendo anche al di là della Grecia i suoi disegni e le sue speranze, Mitridate tendeva la mano agl’Italici. Sanniti e Lucani, ancora in armi, mandavano ambascerie a Mitridate, proponendogli alleanza; il Re del Ponto rispondeva, promettendo la sua discesa nella penisola, tal quale come Annibale. Emolti Italici accorrevano ad ingrossare l’esercito di Mitridate.
81.La lotta tra Mario e Silla per il comando della guerra contro Mitridate (88-87).— Mai forse il senato romano aveva avuto un compito più terribile. Tuttavia non esitò. La provincia d’Asia era parte così preziosa dell’impero che, non ostante l’incerta condizione dell’Italia, il senato deliberò di mandare uno dei consoli con un forte esercito in Asia, e per far denaro ordinò che fosse venduta la mano-morta romana, i beni che i templi possedevano in Roma. La sorte designò fra i due consoli L. Cornelio Silla, il legato di Mario del 106, il valoroso ufficiale che aveva nel 103 militato contro i Cimbri, e che si era molto distinto nella guerra sociale. Silla non era nuovo alle cose d’Asia, perchè, nel 102, come pretore, aveva restituito la Cappadocia al candidato romano, Ariobarzane, condotto per la prima volta le legioni a dissetarsi nelle acque dell’Eufrate, e ricevuto, assiso sopra un trono solenne, la prima ambasceria mandata dal Re dei Parti ai Romani. La sorte era dunque stata giudiziosa; e tanto più avrebbe dovuto Roma compiacersene, perchè le cose ormai precipitavano rovinosamente in Oriente. Nella primavera dell’88 Mitridate aveva spedito un esercito, al comando di un suo figlio, in Macedonia e una flotta nell’Egeo al comando di Archelao: della Grecia una parte erasi sollevata e in questa anche Atene, sino allora la più fedele amica di Roma in Grecia; le altre città erano state facilmente conquistate dall’esercito di Mitridate, senza cheil governatore della Macedonia potesse soccorrerle, perchè Traci e Galli, a quanto pare alzati dal Re del Ponto, avevano invaso la provincia; anche Delo era stata presa da Archelao e i mercanti italici trucidati. Insomma tutto l’impero orientale — così la parte europea come la parte asiatica — vacillava; l’ellenismo tentava un supremo sforzo per ricacciare Roma in Italia, con il braccio di un sovrano semibarbaro dell’interno dell’Asia, che brandiva una spada ben temprata.
E invece, proprio in questo momento supremo, in faccia a Mitridate vittorioso, quando mezzo l’impero era invaso e in potere del nemico, scoppiò in Italia una guerra civile. Ai cavalieri non piaceva che Silla fosse stato incaricato di riconquistare l’Asia. Il fatto è certo, sebbene le ragioni si possano solo congetturare. Era chiaro che il console, incaricato di riconquistare la perduta provincia, ne sarebbe stato per parecchi anni arbitro e signore assoluto, e avrebbe in quella potuto fare e disfare a suo piacimento. Ora da parecchi anni, dal processo di Rufo in poi, tra ordine senatorio e ordine equestre c’era un odio, che l’agitazione di Livio Druso e la guerra sociale avevano inferocito. Non pochi senatori detestavano i cavalieri assai più che i demagoghi, e avrebbero fatta alleanza anche con questi pur di rovinare e toglier di mezzo quelli.... Non era dunque affare di poco momento, per i cavalieri, che la loro prediletta provincia non cascasse nelle mani di un nuovo Rutilio Rufo. Silla non aveva, sino ad allora, parteggiato a viso aperto nè per gli uni nè per gli altri; si era tenuto in dispartedalle lotte politiche, occupandosi di amministrazione e di guerra. Ma sia che, per le sue origini, fosse considerato dai cavalieri come un nemico, sia che tale fosse davvero già fin d’allora, fatto sta che i cavalieri non lo volevano al comando della guerra d’Oriente. D’altra parte c’era allora in Roma un uomo, un grande generale, nel quale l’ordine equestre, da cui era uscito, aveva sempre avuto fiducia, e che si rodeva di esser condannato all’inerzia: Mario. I tempi infine erano quanto mai turbati e torbidi: i cavalieri smaniavano di ricuperare il potere giudiziario; tra gli Italici fermentava un nuovo malcontento, per i maneggi del senato che cercava di ritoglier loro con accorti espedienti una parte di quanto avevano concesso le leggi dell’89 e dell’88; la crisi finanziaria empiva di disperazione e di furore gli animi. Un pretore era stato ucciso, nel tribunale, dagli usurai, perchè applicava con troppo rigore le leggi contro l’usura.
Da questo atroce e spietato ribollir di interessi, di ambizioni, di cupidige nacque un vasto intrigo politico, a cui tennero mano i cavalieri, Mario, gli Italici, una parte della fazione democratica; e il cui scopo era di ridare all’ordine equestre parte dell’antico potere e di togliere il comando della guerra d’Asia a Silla, che frattanto raccoglieva un esercito a Nola. L’uomo che doveva porre ad effetto questo piano era un nobile, P. Sulpicio Rufo, che la tradizione conservatrice dipingerà, al solito, come corrotto, indebitato, ambizioso. Era costui, nell’88, tribuno della plebe; e come tale presentò tre leggi, che dovevanoprocurare al partito appoggi e aiuti bastevoli per ottenere che fosse poi approvata la legge, con cui il comando della guerra d’Asia sarebbe trasferito da Silla a Mario. Una prima legge dava ragione agli Italici e ai liberti, disponendo che gli Italici fossero distribuiti in tutte le 35 tribù, e reintegrando nelle medesime tutti i liberti, dove non erano più sin dal 115, ossia dal consolato di Emilio Scauro. La seconda richiamava i cavalieri banditi insieme con Vario nell’89. La terza proponeva una riforma del senato, escludendo tutti i componenti indebitati per 2000 dracme. Silla, che stava allora organizzando presso Nola il suo esercito, si affrettò a tornare a Roma, per opporsi con il suo collega Q. Pompeo Rufo a queste leggi, alla prima soprattutto, che a molti pareva minacciare lo Stato di un sovvertimento totale. E una volta ancora la questione della cittadinanza minacciò di sconvolgere ogni cosa.... Silla e Pompeo commisero un errore: temendo di non riuscire a far rigettare dai comizi la legge, tentarono l’ostruzionismo liturgico, indissero delleferiae imperativaein tutti i giorni, in cui si potevano tenere i comizi, così da rendere questi impossibili. Non è dubbio che l’atto dei consoli era considerato in sè, strettamente legale: ma l’intenzione era manifesta; e tutti gli interessi, che a Sulpicio mettevano capo, non si lasciarono così facilmente disarmare da questo ingegnoso espediente. Sulpicio, in eloquenti discorsi, denunciò per illegali quelle ferie; raccolse una guardia di 600 cavalieri; armò torme di partigiani, con le quali un bel giorno invase il Foro, intimando aiconsoli di disdire le ferie e di convocare i comizi. I consoli tentarono di resistere, ma quelli diedero di piglio alle armi. Spaventato, Pompeo fuggì; anche Silla allora abbandonò il campo e si ritirò a Nola presso il suo esercito.
La vecchia repubblica oligarchica crollava sulle sue fondamenta. Esautorati i due consoli dalla loro opposizione sterile e cavillosa, assente uno e sparito l’altro, Sulpicio e la sua fazione restarono padroni dello Stato. Fecero approvare prima le leggi proposte; e poi, cogliendo subito quel momento in cui i comizi erano pieni di Italici e il partito oligarchico avvilito dalla disfatta, proposero e fecero approvare dai comizi tributi la legge sul comando della guerra d’Asia. Appena la legge fu approvata, Sulpicio mandò due tribuni a Nola ad intimare a Silla di consegnare le legioni a Mario. Il piano della coalizione strettasi intorno a Sulpicio poteva dirsi riuscito a pieno.
E sarebbe riuscito del tutto, forse, se l’esercito fosse stato quello di un tempo. Ma Mario l’aveva riformato. Quelle, a cui Silla comandava, erano milizie reclutate secondo la riforma mariana del 107, tra le classi più povere della popolazione. La maggior parte, anzi, erano veterani delle guerre cimbriche e sociali, soldati di mestiere quasi tutti, che ora tornavano ad accingersi ad una nuova gesta e a correre una nuova avventura. Silla li conosceva, uno ad uno, aveva fatto loro promesse così grandi quanto ferrea era la disciplina, ch’egli esigeva da loro in faccia al nemico, sul campo di battaglia. Essi sognavano già i tesori, che avrebbero strappati al barbaroRe del Ponto e che si sarebbero spartiti dopo la vittoria; essi amavano già quel loro duce, valoroso, energico, eloquente, generoso e che aveva fatto le sue prove. Che cosa voleva dire, per questi soldati, la legge approvata a Roma, se non che le ricchezze vagheggiate sarebbero andate nelle mani di altri uomini e di altri soldati? Inoltre, se i due tribuni venivano a chiedere a Silla di deporre il comando in nome di una legge del popolo, Silla era il console, e aveva ricevuto il comando dalla sorte, secondo le leggi. Il caso legale era dubbio, come spesso succede in tempo di rivoluzione; e tanto più dubbio doveva parere a soldati, che avevano interesse a dubitare. Silla, che temeva per sè le rappresaglie del partito vittorioso, osò parlare a questi soldati; chieder loro di difendere la prima legalità contro la seconda.... I soldati ascoltarono; i due tribuni mandati come ambasciatori furono fatti a pezzi; e Silla con le sue legioni marciò su Roma.
Per la prima volta apparivano le conseguenze politiche della riforma militare compiuta da Mario, per cui le classi medie e agiate avevano acconsentito a disarmare, abbandonando la milizia alle classi povere. L’esercito diventava un’arma mercenaria nelle mani delle fazioni. Questa volta serviva, grazie alla risolutezza di Silla, al senato, alla vecchia aristocrazia conservatrice, in guerra con i cavalieri, con il partito popolare e con gli Italici; ma non sarebbe sempre così! Entrare in Roma, con le legioni, era però una audacia quasi sacrilega, di cui nessuno avrebbe mai creduto, sin allora, capace un console. Il che spiega come essa riuscisse facilmente al primo che l’osò,tra lo sbigottimento generale. Un breve ma sanguinoso combattimento per le vie bastò a purgare la capitale del partito, che poche settimane prima pareva arbitro dello Stato. Tutto il partito della vecchia aristocrazia, tranne pochi, che la religione della legalità trattenne, si raccolse intorno a Silla e al suo esercito; tentò quello che noi chiameremmo una reazione. Il senato, radunato dai consoli, annullò le leggi Sulpicie come illegali, perchè votate in giorni festivi; e dichiarò nemici pubblici (hostes publici) dodici maggiorenti del partito democratico, tra cui Rufo e Mario: quindi i consoli proposero diverse leggi, come lalex Cornelia Pompeia unciariae lalex Cornelia Pompeia de sponsu, che cercavano di venire in aiuto ai debitori: il che oltre a sollevare un po’ i tempi dalla grave crisi finanziaria che li opprimeva, era fors’anco un colpo vibrato all’ordine dei cavalieri, nel quale figuravano i creditori. Le leggi furono approvate; Rufo fu assassinato; Mario riuscì a scampare in Africa: ma quando le nuove elezioni consolari si fecero, il partito di Silla subì un grave scacco. Parecchi tribuni e pretori, e addirittura uno dei consoli — L. Cornelio Cinna — erano ardenti democratici. Se era riuscito di sorpresa, Silla aveva però osato un’audacia quasi incredibile, una violenza che impauriva gli uni, sdegnava gli altri, turbava in moltissimi quella quasi superstiziosa venerazione della legalità, che era così forte in tutti i Romani. Le elezioni ammonivano i vincitori a non abusar troppo di una fortunata violenza, chè già la reazione alla reazione incominciava. A questo primo segno se ne aggiunse un altro: il senato,per dare un esercito anche all’altro console Q. Pompeo Rufo, gli aveva prorogato l’imperiume assegnato le legioni che il proconsole Gneo Pompeo Strabone comandava nella Gallia Cisalpina. Ma i soldati avevano assassinato il nuovo generale: per qual ragione, se di propria iniziativa o per istigazione altrui, non si potè mai sapere. Silla capì che il partito vinto poteva rifarsi presto; fece giurare ai nuovi consoli che rispetterebbero le leggi esistenti; e ritornò al suo esercito. Appena il tempo lo consentì, nella primavera dell’87, con sole 5 legioni, alcune coorti ausiliarie non intere e qualche squadrone di cavalleria, in tutto appena 30.000 uomini e poca flotta da guerra, salpò dall’Italia, andando incontro a un nemico parecchie volte più numeroso, che già aveva invaso quasi tutta la Grecia.