CAPITOLO DECIMOTIBERIO[48](14-37 d. C.)
(14-37 d. C.)
55.Tiberio imperatore: per quali motivi fu eletto (14 d. C.).— Morto Augusto, a capo dello Stato restava provvisoriamente il figlio adottivo e collega nell’impero, Tiberio. Provvisoriamente, ossia sinchè il senato non avesse deliberato; perchè la suprema autorità della repubblica non era punto un bene ereditario della famiglia. Se molti pensavano e reputavano necessario che Tiberio succedesse ad Augusto, altri avevano in mente nomi più graditi; altri, se non sapevano chi indicare in sua vece, avevano paura di Tiberio imperatore, ed egli stesso conosceva troppo bene sè stesso e i tempi suoi, da desiderare alla leggiera il carico dell’impero. Gli amici di Giulia, tutto il partito, che gli aveva opposto Cajo Cesare, quanti erano stati lesi dalle ultime leggi sociali e finanziarie, temevano la sua rigidezza, non lo volevano imperatore. Il governare con questa opposizione, nascosta ma tenace, non era cosa facile. Non è quindi difficile spiegare come Tiberio stesso esitasse.
Senonchè le difficoltà in cui si trovava impegnato l’impero oltre i confini dovevano sospingere il senato verso Tiberio, e Tiberio verso quello che egli chiamava il «mostro» indomabile dell’impero. La Germania, la Pannonia e l’Illiria minacciavano — o parevano ancora minacciare — di ignoti pericoli l’Italia. In Oriente, da parecchi anni la potenza romana declinava in Armenia; i re amici di Roma erano regolarmente scacciati e trucidati da quei sudditi malcontenti ed irrequieti; nè, a motivo delle controversie seguìte in Parzia per la successione regale, poteva ormai dirsi se quel potentato fosse più uno Stato amico o nemico di Roma. In Asia come in Europa la vecchiaia di Augusto si era fatta sentire: ma l’uomo, che era il miglior conoscitore degli affari germanici ed orientali, e che poteva parare tutti quei pericoli, era uno solo ed insostituibile: Tiberio. Inoltre necessitava un esercito disciplinato; e chi poteva mantenere la disciplina nell’esercito meglio di Tiberio, che era il primo generale del tempo, che portava il nome di Cesare, e a cui ormai, dopo il lungo governo di Augusto, i soldati erano affezionati?
Per queste ragioni, non ostante molte repugnanze e avversioni del senato, non ostante le riluttanze, che ci sembrano sincere, di Tiberio[49], a Tiberio furono trasmessi i poteri di Augusto. Soltanto — innovazione che, negli intendimenti dell’accettante, doveva avvicinare l’ora della liberazione e sciogliere più facilmente gli altri da un impegno che le circostanze potevano rendere al tempo stesso inutile ed intollerabile — non fufissato più alcun termine alla durata della carica suprema. Il termine, come disse Tiberio, s’intendeva definito dalla necessità delle circostanze e, più ancora, dalla sua imminente vecchiezza. Il senato poteva revocarla quando vorrebbe, come, quando vorrebbe, era libero di ritirarsi l’imperatore. Ma l’innovazione doveva partorire un effetto contrario alle intenzioni; perchè il potere diventerà invece vitalizio.
56.I primi anni del governo di Tiberio: spirito repubblicano e aristocratico che lo anima.— Tiberio era un tradizionalista, un aristocratico di vecchio stile, e quindi un repubblicano sincero, che avrebbe voluto ringiovanire la repubblica di tre secoli e operare in Roma una riforma simile a quella di Silla. I primi atti del suo governo lo provano. Gli storici antichi, anche i più avversi a lui, e quelli che più hanno accreditato la leggenda della sua tirannia, dicono che nei primi tempi non fece nulla senza consultare il senato; che rifiutò tutti gli onori e tutti i titoli insoliti; che rispettò le leggi della repubblica scrupolosamente e che in ogni atto e parola mostrò di non voler essere che il primo dei nobili romani:primus inter pares. Anzi una delle prime riforme compiute sotto il suo governo fu quella di trasferire dai comizi al senato la nomina dei magistrati. Tiberio faceva quello che Silla stesso non aveva osato: toglieva via di un colpo quel focolare di intrighi e di corruzione che erano da un pezzo le assemblee elettorali; affidava l’elezione dei magistrati a un corpo più scelto e capace: ilsenato. Il popolo insomma cessava quasi di esistere come organo costituzionale; il senato, ossia l’aristocrazia, diventava arbitro di tutte le cariche. Senonchè — è una strana contradizione che bisogna capire, se si vuole intendere questa singolare figura e la sua singolarissima storia — questo nobile romano di antico stampo, che voleva ricostituire l’antica potenza della aristocrazia, si trovava ad aver che fare, nel senato e fuori, con un’aristocrazia molto diversa da quella di un tempo, e molto più sollecita di conservare i suoi diritti e i suoi privilegi, che vogliosa e zelante nel compiere i doveri, i quali dovevano bilanciare quei diritti. Tiberio non aveva il prestigio che ad Augusto avevano assicurato il lungo governo, la pace ridata all’impero, il pericolo da cui aveva o sembrava aver salvato Roma. Durante il lungo governo di Augusto molte grandi famiglie avevano ricostituito la loro ricchezza; altre più recenti eran diventate illustri e potenti; il terrore era dileguato; la pace, il potere e la sicurezza avevano fomentato negli animi quei sentimenti, che sono propri di tutti i potenti e più ancora dei potenti per diritto ereditario: l’orgoglio, lo spirito critico, la gelosia reciproca, l’umore discorde e litigioso. Se la nobiltà romana aveva rispettato Augusto, pur giudicando che il suo governo era lungo assai, Tiberio non poteva sperare la stessa benevolenza: anzi, appunto perchè egli stesso diceva di non essere e di non voler essere considerato che come un nobile eguale a tutti gli altri, i suoi pari si crederebbero in diritto di sorvegliarne ogni atto e parola, di trovare a ridiresu tutto quello che egli direbbe o farebbe, di vedere a ogni momento nell’esercizio della sua autorità un abuso, un eccesso di potere, delle ambizioni tenebrose, delle intenzioni oblique, degli atti contrari al bene pubblico e allo spirito della costituzione repubblicana[50]; e con maggiore acrimonia, quanto più tutti dovrebbero riconoscere che questa autorità suprema era necessaria. Dal momento in cui Augusto è morto, nasce nella nobiltà romana una specie di opposizione latente e implacabile contro la suprema autorità delprinceps, ultima e disperata protesta dell’orgoglio aristocratico contro la necessità storica, che veniva riducendo a Roma la somma delle cose nelle mani di una famiglia. Ma se l’aristocrazia vedeva di mal occhio, ora che Augusto era sparito, ilprincepse la sua autorità, non per questo era disposta ad aiutarlo davvero a resuscitare le antiche istituzioni repubblicane: il che sarebbe stato il miglior mezzo per rendere provvisoria davvero, come tutti la volevano e la speravano ancora, la carica suprema. La tradizione, per cui le famiglie dell’aristocrazia romana erano state per tanti secoli scuole di generali e di statisti, era troppo indebolita dall’azione del tempo, dai nuovi bisogni e costumi, ed anche dalle nuove idee. Incomincia a diffondersi nelle classi alte di Roma una scuola filosofica — lo stoicismo — la quale insegnava che non il re di Persia era beato con tutti i suoi tesori, ma l’uomo libero interiormente, nella propria coscienza; una scuola che professava l’individuo non essere soggetto a veruna potenza terrena, ma solo alla divinità; cheincoraggiava gli uomini a giudicare i potenti, come qualsiasi altro mortale, e dichiarava un dovere il ribellarsi alle ingiunzioni ingiuste del principe; che affermava essere gli esilî e la morte dei mali, i quali si possono accogliere con egual sorriso degli onori e delle ricchezze, e non esistere al di sopra della condanna della propria coscienza, punizione che valga a scuotere o ad atterrire l’uomo savio e giusto. Questa dottrina, ponendo la coscienza del singolo al di sopra di qualunque altra autorità esteriore, farà, sotto il principato, degli eroi; e coprirà di un manto superbo di bellezza morale molte cose in sè più piccole; ma intralcerà nel tempo stesso così il nuovo governo imperiale, come la restaurazione della vecchia repubblica aristocratica. Dimodochè ilprincepsche non avesse più l’autorità di Augusto — e Tiberio doveva farne per primo l’esperienza — irriterebbe l’aristocrazia romana, sia tentando di vincere l’egoismo della nobiltà per restaurare l’antica costituzione, sia con gli atti non interamente conformi allo spirito e alla lettera della costituzione, a cui sarebbe costretto dalla decadenza delle antiche istituzioni e dalla crescente incuria della nobiltà. Peggio ancora: questo malcontento perenne non oserebbe mai manifestarsi con una opposizione aperta e risoluta, poichè a rovesciare il principato nessuno pensava più sul serio; ma con una specie di fronda continua e insidiosa, che dividerebbe il senato in piccole fazioni atrocemente nemiche. Queste cercherebbero di sfruttare le discordie della famiglia delprinceps, e di opporre, nel senato, innanzi agli eserciti ed al popolo, allapersona e alla politica delprincepsla persona e la politica di qualche altro membro della famiglia. «Nec totam servitutem pati possunt, nec totam libertatem», dirà di costoro Tacito, dipingendone con una pennellata mirabile l’animo in perpetua guerra con se stesso[51].
Così l’atto con cui Tiberio toglieva al popolo il diritto di nominare i magistrati della repubblica, non pare che ingraziasse al nuovoprincepsil senato, dove erano tanti antichi suoi nemici degli anni di Rodi. Del resto è probabile che Tiberio avesse proposto e fatto approvare quella riforma, meno per compiacere al senato, che per provvedere al bene dello Stato; tenendo presenti le condizioni dei comizi nell’ultimo quarto di secolo, i loro disordini, i loro tumulti, le loro brighe, la loro corruzione, a mala pena infrenata dall’autorità di Augusto, con quel suo potere discrezionale di raccomandare taluni candidati[52]. Tiberio, che voleva magistrati buoni ed onesti, rimandava l’elezione ad un corpo più sicuro, ove più agevolmente potesse esercitarsi quellacommendatiodel principe, ch’egli per tutta la vita avrebbe adoperata con imparzialità e abnegazione. Non è improbabile invece che il popolino brontolasse per quella grave menomazione di un diritto, che tanti secoli avevano fatto sacro. Tiberio dovette annunziarla come la modesta e religiosa esecuzione di un disegno di Augusto[53]. Comunque sia, dopo questa riforma, il senato fu, nei due primi anni del principato di Tiberio, così potente come forse non era mai stato dai tempi di Silla in poi; sia perchè i suoi poteri erano statinotevolmente ampliati; sia perchè il nuovo principe, sentendosi debole al peso di responsabilità che doveva portare, non chiedeva di meglio che di essere aiutato dal grande consesso, lasciandolo agire con tutta l’autorità, che la legge e la tradizione riconoscevano. Ma a questa benevolenza del principe e a questo favore della fortuna, il senato risponderà con una lotta stupida e feroce, nella quale indebolirà se stesso, insieme con l’autorità dell’imperatore.
57.La guerra di rivincita in Germania (14-16).— Non subito però: chè i due primi anni — anni d’attesa — furono abbastanza buoni. In questi anni del resto Roma guardava inquieta ai confini ed al di là. Appena Augusto morì, le legioni di Pannonia e di Germania si ammutinarono, chiedendo un denario al giorno di paga invece di dieci assi, il servizio di sedici anni e il pagamento puntuale delle pensioni. La grave rivolta fu sedata, un po’ con le buone, un po’ con le brusche: dopo di che — dicono molti storici antichi e moderni — il generale che comandava le legioni di Germania, Germanico, figliuolo dell’infelice Druso e quindi nipote di Tiberio, le condusse oltre il Reno a vendicare la strage di Varo. Secondo questa versione, un giovane appena venticinquenne avrebbe di testa sua deciso, in seguito ad una rivolta militare, di avventurarsi di nuovo in quella Germania misteriosa, ch’era stata la tomba del padre suo e di Varo, per salvare gli eserciti dalle cattive tentazioni ormai troppo forti! Ma si può spiegare a questo modo una spedizione pericolosa,che doveva durare circa tre anni, costare ingenti somme all’erario, e necessitare nuovi arruolamenti nelle province? Non pare. Un’altra congettura sembra più verosimile. L’impresa di Germania era stata, cinque anni prima, sospesa, non abbandonata per sempre. È probabile che Augusto stesso non avesse rinunziato a riprenderla un giorno o l’altro, quando una buona occasione si offrisse. E la buona occasione pareva proprio offrirsi allora. Arminio, a capo dei bellicosi Cherusci, era in lotta col suo rivale e suocero, Segeste, che implorava l’aiuto delle legioni romane. Ed era pure naturale che Tiberio, il quale era anzitutto un uomo di guerra, desiderasse di coronare quella che era stata l’opera più cara ad Augusto. A queste considerazioni poterono aggiungersi, naturalmente, le aspirazioni e ambizioni del giovane Germanico; onde questa ripresa della campagna di Germania, sembra piuttosto iniziata e condotta per volontà comune del principe e del giovane generalissimo.
Germanico, infatti, che, in sulla fine del 14 aveva preso le armi, devastando e incendiando il paese dei Marsi (tra la Rühr e la Lippe), faceva ora, pochi mesi dopo, una nuova punta in Germania; e, passando attraverso il paese dei Catti, entrava più a nord in quello dei Cherusci, liberava Segeste, e catturava gran numero di prigionieri, tra cui — pegno prezioso — la consorte stessa di Arminio, Tusnelda, allora incinta di un fanciullo. Indi diede principio alla grande spedizione, ripigliando il piano, concepito da Agrippa ed eseguito da Druso: la Germania di nuovo fu invasa, parteper terra, parte per acqua, rimontando l’Ems, di guisa che il nemico fosse attaccato di fronte e a rovescio. Le operazioni vennero condotte felicemente; le popolazioni germaniche, che non si sottomisero, furono vinte, come accadde ai Bructeri; Germanico potè aprirsi la strada verso la foresta di Teutoburgo, ove Varo era caduto con i suoi. Furono trovate colà sconvolte le vecchie trincee dell’ultimo accampamento romano, le ossa dei caduti, uomini ed animali, sbiancate dal tempo, le armi ammucchiate alla rinfusa, teschi umani pendenti dai tronchi degli alberi. I pochi legionari e ufficiali, fatti prigionieri e sfuggiti alla morte ed alle catene, poterono illustrare ai sopraggiunti gli episodi dell’orribile carneficina. La pietà di Germanico e dei suoi soldati volle erigere un tumulo ai caduti, affinchè le loro ossa vendicate, al coperto dalla pioggia e dal vento, trovassero almeno una buona volta riposo. Ma egli fu costretto a non indugiarsi troppo a lungo. Arminio ricompariva ai suoi fianchi, sempre presente e sempre irraggiungibile, tentando ancora una volta di ripetere su Germanico la gesta di Teutoburgo; e già l’inverno avvicinava. Germanico, pur senza aver riportato un successo decisivo, decise il ritorno: egli, con quattro legioni, avrebbe ridisceso l’Ems, parte per mare e parte per terra, per non caricar troppo le navi; l’altra metà del suo esercito — altre quattro legioni — agli ordini del valoroso suo legato, Aulo Cecina, avrebbe riguadagnato il Reno per terra, lungo una via, che diciassette anni prima era stata aperta nel vasto terreno paludoso tra l’Ems e il Reno,colmandolo per un certo tratto di terrapieni e di tronchi d’albero: la così detta via deiPontes Longi. Ma, mentre le legioni di Germanico, che camminavano sulla terra, all’imboccatura dell’Ems, erano sorprese da una terribile marea, l’esercito agli ordini di Cecina giungeva aiCastra Vetera, scampando a mala pena dalle imboscate di Arminio, e solo in grazia dell’imprudenza del nemico, dell’intrepidità del suo generale e del valore dei soldati, che il fantasma di Varo esaltava fino all’eroismo della disperazione (autunno 15).
La campagna era dunque costata più che non avesse reso. Ma nè Germanico, nè Tiberio credettero che bisognasse per questo scoraggiarsi e desistere. Occorreva uno sforzo maggiore, e questo si sarebbe compiuto l’anno successivo.
La nuova invasione germanica fu diversa dalle precedenti. I pericoli della ritirata di Cecina erano stati troppo gravi; il generale in capo non volle ritentare la sorte allo stesso modo. La invasione per via d’acqua parve più facile e sicura; onde l’inverno del 15-16 fu impiegato, oltre che a rinforzare con nuove leve le milizie che guardavano il Reno, ad accrescere la flotta. Mille vascelli e otto legioni, oltre un grande numero di ausiliari, erano pronti nella primavera del 16. Germanico, dopo avere assicurato la linea della Lippe contro sorprese nemiche, condusse il grande esercito per via di mare alle foci dell’Ems, e, sbarcato sulle rive di questo fiume, mosse alla volta del Weser contro all’esercito nemico, che questa volta non si componeva solo di milizie cherusche,ma di molte popolazioni germaniche. Pose il campo sulle sponde del Weser, varcò il fiume; e nella pianura diIdistavisus(il Prato degli Elfi), probabilmente non lungi da Minden, là dove il Weser a mezzo del suo corso forma come un brusco gomito a sinistra, trovò il nemico e gli inflisse una grave disfatta. Arminio era cascato anch’egli, dopo una prima vittoria, nell’errore di Vercingetorige e di tanti altri eserciti barbarici; aveva abbandonato la guerriglia, e affrontato il nemico in battaglia campale. Lo stesso Arminio sfuggì al disastro, mascherando le ben note sembianze col sangue delle sue proprie ferite. Invano egli ritentò di lì a poco la prova delle armi, sperando di sorprendere nel ritorno i Romani. La nuova battaglia fu per i Cherusci una seconda e maggiore disfatta.
La Germania era — o pareva — una volta ancora domata. Si poteva dunque tornare indietro. Ma questa volta, e a ragione, Germanico pensò bene di non più affidarsi interamente al capriccio delle maree, più pericolose del solito nella vicinanza dell’equinozio. Avviò dunque per terra una buona parte dell’esercito, ed egli col resto raggiunse l’armata, che lo aspettava alle foci dell’Ems. Ma gli accadde un caso anche più pericoloso che l’anno prima. Non la marea, ma la tempesta parte disperse e parte affondò le mille piccole navi di Germanico, non preparate a un così aspro cimento. Molti uomini e molte bestie andarono a sprofondare nei gorghi dell’Oceano Germanico(Mar del Nord), altri furono gettati sulle isole, vicine e lontane, della Frisia, o sulle costedello Schleswig, o presso le selvagge popolazioni dei Cimbri e tra i feroci abitatori delle bocche dell’Ems o dell’Elba. Solo dopo molto tempo Germanico, il quale aveva riparato presso i Cauci, potè radunare i superstiti e pigliare la via del ritorno. Ma la nuova sventura aveva avuto il suo controcolpo in Germania. Il paese era nuovamente in armi.
Soltanto dopo una nuova e fulminea spedizione contro i Catti sempre indomiti, e contro i Marsi, le stanche legioni del Reno poterono finalmente pigliare i meritati e desiderati quartieri d’inverno.
58.La politica germanica di Tiberio.— Germanico aveva compiuto una delle più belle campagne della storia militare di Roma. La spedizione del 16, per il numero dei soldati, la grandezza dei preparativi, le difficoltà logistiche, la vastità del paese percorso, le vittorie, è certamente una delle maggiori imprese di guerra della storia antica. Essa prova che l’impero era ancora forte per anni. Teutoburgo era vendicata. Ma la Germania poteva dirsi conquistata? Per Germanico e per tutta la corte di amici e di adulatori, che si raccoglieva intorno al giovane generale, nel quale già tanti vedevano il collega e il successore, se non addirittura il rivale, di Tiberio, la cosa non pareva dubbia. Sol che si persistesse ancora un poco, Roma avrebbe conquistato in Occidente un’altra, immensa provincia. Ma Tiberio era di altra opinione. Queste spedizioni germaniche richiedevano eserciti numerosi e ingenti spese. Ilnemico, valoroso, ostinato, mobile, si riaveva facilmente da ogni sconfitta; il territorio era poco popolato e povero. In tali condizioni c’era vantaggio a persistere? Non era forse più savio abbandonare quei territori a loro stessi, signoreggiarli indirettamente con l’aiuto delle discordie intestine, che la diplomazia potrebbe tenere perennemente accese? Difendere la Gallia, paese di ben altro valore, anzichè con la conquista della Germania, con dei confini rafforzati? Tiberio deliberò che, ristabilito ormai da Germanico il prestigio delle armi romane, la Germania fosse sgombrata; abbandonò quindi il proposito di aggiungere una nuova vasta provincia alle altre dell’Occidente, e ingiunse a Germanico di tornare a Roma a celebrare il trionfo. Quindi distaccò dalle province delle Gallie il comando militare della linea del Reno, i cui distretti celto-germanici distribuì in due nuovi distretti, province di nome più che di fatto, sotto i nomi di Germania superiore e di Germania inferiore; e incaricò il suo figliuolo, che portava anch’egli il nome di Druso, di sorvegliare dalla Pannonia le cose di Germania.
Anche per l’Occidente, Tiberio si appigliava a quella diplomazia cauta e paziente, che l’aristocrazia romana aveva in ogni tempo adoperata quanto e più delle armi. Ma l’aristocrazia dei suoi tempi, che delle tradizioni si ricordava solo quando servivano a soddisfare i suoi rancori, non gliene serbò riconoscenza. L’abbandono della Germania non piacque a Roma; e fu il primo pretesto per sfogare il nascosto malanimo contro Tiberio. Si sussurrò che Tiberio aveva richiamatoGermanico per gelosia; e per far dispetto alprinceps, tanto più si ammirò e si celebrò il nipote. Nè il modo con cui Tiberio amministrava l’impero era fatto per conciliargli le simpatie dei più, in alto come nel popolo. Tiberio voleva che le leggi fossero rispettate da tutti i cittadini romani, dal più umile plebeo come dagli amici e dai congiunti più cari del principe. L’imparzialità doveva essere regola dei giudizi e dell’amministrazione. I costumi andavano purificati e fatti più austeri. Abolite dunque tutte le rumorose festività popolari dell’ultimo periodo repubblicano, a cui lo stesso Augusto aveva usata non poca indulgenza; non più giuochi pubblici in copia, occasione e incitamento all’ozio; non più larghezze agli attori; non più indecorose familiarità tra la nobiltà senatoria e queste persone, venute di Grecia e d’Oriente; non più nemmeno neologismi greci, che avevano in così grande copia fatto irruzione nel puro eloquio latino, nè rumorose dimostrazioni a teatro, nè rappresentazioni immorali. Invece le finanze dovevano essere amministrate con fermezza e senza avarizia, massime allorchè si trattasse di bisogni veri e proprî dello Stato. L’agricoltura, specie quella che produce le cose necessarie alla vita, come il grano, è incoraggiata; Roma e l’Italia sono incitate a far quanto possono per non dipendere dalle province per il pane; il lusso delle classi alte, soprattutto l’importazione di gemme e di stoffe preziose dai paesi dell’estremo oriente (India e Cina), è scoraggiata come calamitosa per i costumi e per le finanze. Nel tempo stesso la polizia di Tiberio fa quantopuò per rendere sicuri i borghi e le campagne. La sua autorità e la sua fermezza restaurano la disciplina nell’esercito, scossa al principio del suo governo. Il suo spirito di giustizia, la sua oculatezza nella scelta dei governatori, la sua austerità nel giudicarli si sforzano di proteggere anche le province. Egli ricorda senza stancarsi ai governatori che il buon pastore «può tosare, non mai scuoiare il suo gregge». Governava insomma come un nobile romano di antico stampo, dotato di intelligenza, di spirito civico, di dignità e di fermezza; ma il popolo brontolava che il principe era avaro, i nobili della nuova scuola che era aspro e tirannico; e tutti si volgevano verso Germanico, attribuendo a lui tutte le virtù opposte ai vizi, che a torto o a ragione rimproveravano a Tiberio.
59.La missione di Germanico in Oriente (17-19 d. C.).— Germanico intanto era tornato a Roma, dove nel maggio del 17 celebrò uno dei più grandi trionfi, che Roma avesse mai visti. Tanto poco Tiberio ne era, come si diceva, invidioso! Anzi di lì a poco lo mandò con una missione, nel tempo stesso importante e onorifica, in Oriente, ove nuove difficoltà erano nate. I Parti avevano scacciato Vonone, favorevole ai Romani; e gli avevano sostituito un re bellicoso, di costumi come di sentimenti più nazionali: Artabano. Il mutamento avvenuto in Parzia s’era sentito in Armenia. Qui dapprima Vonone, scacciato dalla Parzia, era riuscito a farsi proclamare re, ma da ultimo la minaccia d’Artabano l’aveva fattofuggire anche dall’Armenia; onde l’influenza dei Parti tornava a predominare in Armenia. Inoltre la Cappadocia era stata da poco annessa all’impero, e bisognava organizzarla. In Anatolia la Cilicia indipendente e la Commagene, nuovo regno costituitosi fra la Cappadocia e la Siria, l’una e l’altra giacenti sotto l’egemonia romana, avevano perduto il re ed erano agitate da lotte intestine, alle quali Roma non poteva assistere indifferente. Infine, la Siria e la Giudea si lamentavano di essere troppo aggravate di imposte. Occorreva a Tiberio un uomo capace e fido, che si recasse in Oriente a sbrogliare l’intricata matassa. Quest’uomo Tiberio volle fosse Germanico. Un decreto del senato lo investì del governo delle province orientali, ma con autorità superiore (unimperium maius) a quella di tutti i governatori romani della contrada, senatorii e imperiali (17 d. C.).
Ma se Tiberio faceva grande caso di molte qualità di Germanico, non per questo credeva che talune altre non andassero frenate e temperate. Nè in Oriente Germanico dovrebbe combattere soltanto dei barbari come in Germania; ma anche e sopratutto maneggiare con le più fini arti della diplomazia popoli di vecchia civiltà e Corti maestre nell’arte dell’intrigo. Un uomo più vecchio e più esperto avrebbe potuto aiutare molto Germanico. Perciò egli, d’accordo col senato, — o forse su proposta di quest’ultimo — mandava in Oriente, al governo della Siria, un uomo che egli doveva supporre aiuterebbe Germanico con zelo e disinteresse, ma nel quale nessuno, in quel momento,poteva sospettare un suo favorito, un suo agente segreto, un amico personale. Cn. Calpurnio Pisone era il discendente di una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia; era il figlio di un uomo, che sessanta anni prima aveva parteggiato per i pompeiani contro Cesare e plaudito all’eccidio del 15 marzo 44; era egli stesso orgoglioso della propria discendenza, e, qualche tempo prima, avea sollevato in senato una questione, che sovra ogni altra avrebbe dovuto ferire unprincepsdi inclinazioni tiranniche: aveva voluto che il senato rivendicasse il diritto di procedere alle sue ordinarie deliberazioni e al disbrigo degli affari pubblici, anche in assenza del principe presidente. Scegliendo o accettando dunque quell’uomo a consigliere e moderatore di Germanico, Tiberio non faceva certo il proprio personale interesse, ma quello dell’impero; ed in ogni caso voleva mostrare il suo rispetto e la sua deferenza per la vecchia aristocrazia, ponendo Germanico — il suo giovane nipote, il suo successore probabile, la speranza dell’impero — sotto l’alta sorveglianza di una delle più autentiche e nobili stirpi di Roma. Ma quali effetti dovevano nascere, per una disgraziata concatenazione di eventi, da un atto, che pure apparisce a una ricerca imparziale suggerito da così serie ragioni!
Germanico si recò prima in Grecia; si fermò ad Atene; indi passò nell’Eubea; di qui a Lesbo; da Lesbo in Tracia e dalla Tracia nell’Asia Minore, dove attese alacremente a riordinare le intricate faccende orientali. Collocò sul trono dell’Armenia Zenone, figlio di Polemone, re delPonto, che prese il nome indigeno di Artaxia: un principe amico di Roma e, per parte materna, congiunto alla casa imperiale[54], ma che agli occhi degli Orientali era per inclinazione e per costumi un puro orientale. Provvide pure alla Cappadocia, alla Cilicia e alla Commagene, annettendole alla Siria. In breve, la fama del suo arrivo si sparse così rapidamente ovunque, che perfino il nuovo re dei Parti, Artabano, gli chiese un colloquio e promise di rinnovare l’alleanza, purchè Roma non gli contrastasse il potere in nome dei diritti di Vonone. Indi si recò in Egitto, ov’egli intendeva peregrinare da privato più che da luogotenente imperiale, senza guardie e liberamente vestito alla foggia dei Greci dell’Oriente.
Senonchè da questa sua molteplice alacrità nacque presto una fiera discordia con Pisone. Noi non siamo in grado di definire quali, con precisione, siano state le vere ragioni delle loro discordie e chi avesse ragione o chi torto. Forse Pisone, che era un senatore di antico orgoglio e che riteneva di dover appena cedere a Tiberio, credette di non essere obbligato a riconoscere come superiore alla sua l’autorità di quel giovane inesperto, che era soltanto un rappresentante del principe. Forse Germanico, giovane, adulato, fiero del proprio valore e della propria origine, commise qualche imprudenza, agì talora a precipizio e senza tener conto delle leggi, come fece di certo, quando andò in Egitto senza il permesso dell’imperatore, e vi distribuì al popolo, per rimediare ad una carestia, il grano dei magazzini imperiali, riservato all’Italia. Forse anche i dueuomini non erano d’accordo nel giudicare gli affari dell’Oriente. Pare infatti che Pisone non volesse immolare l’antico re dei Parti, Vonone, all’amicizia di Artabano, come Germanico aveva fatto. Comunque sia, certo è che Germanico e Pisone vennero presto in rotta; e, fatto più grave, perchè nuovo, almeno con quella manifesta violenza, non essi soli, ma anche le mogli. Germanico era andato in Oriente, come in Germania, accompagnato dalla sua amata consorte, Agrippina, figlia di Giulia e di Agrippa, la quale non aveva mai potuto dimenticare che a Tiberio e a Livia si doveva almeno in parte l’esilio della madre sua. La moglie di Pisone, che anch’ella aveva accompagnato il marito in Oriente, era Plancina, amica diletta di Livia. La presenza e l’urto delle due donne allargò profondamente lo screzio fra Germanico e Pisone; e, allorchè Germanico tornò dall’Egitto, non solo trovò delle lettere di Tiberio, che, a proposito di quel suo viaggio, gli rimproveravano di aver trasgredito le prescrizioni imperiali, alle quali egli per primo doveva obbedienza; ma trovò pure molte sue disposizioni revocate da Pisone, le milizie sobillate e mal disposte a suo riguardo, e l’Oriente come scisso tra due partiti: uno favorevole a lui, l’altro a Pisone.
60.La morte di Germanico (19 d. C.) e il processo contro Pisone.— Le spiegazioni, che i due uomini si scambiarono, furono assai vivaci; così vivaci che Pisone deliberò di lasciare la provincia. Ma egli era appena partito, che Germanico improvvisamente ammalava, e dopo una vana alternativadi speranze e di ricadute, spirava nel fiore della virilità, a soli 34 anni (12 ottobre 19).
Questa morte, che era un accidente della natura tutt’altro che insolito — son così numerosi i giovani che muoiono prematuramente! — doveva essere il germe di molte sventure. No: per gli amici, per i fautori, per gli ammiratori di Germanico, per Agrippina, per gli avversari di Livia e di Tiberio e della sua politica, Germanico non era morto, non poteva essere morto di morte naturale; era stato ucciso da uno di quei veleni, che l’Oriente sapeva con tanta arte preparare; e chi glielo aveva propinato era l’uomo che Livia e Tiberio avevano collocato al suo fianco. Si cominciò ad accusare apertamente, ad alta voce, Pisone; si alluse, ma sottovoce, cautamente, a Tiberio, come avesse potuto dare il mandato del delitto; e in breve tutta Roma e tutta l’Italia piansero, come una sciagura pubblica, la morte immatura di Germanico e ne reclamarono la vendetta. Anche il rimpianto di Germanico era uno sfogo del malcontento contro Tiberio e il suo governo. Tutti i repubblicani sinceri, i quali credevano che soltanto la volontà di Tiberio impedisse la restaurazione intera della antica repubblica; gli ambiziosi insoddisfatti; i nemici di Tiberio e di Augusto; gli amici sinceri di Germanico; il popolo minuto, malcontento dell’austerità del nuovo governo, avaro di spettacoli pubblici e di prodighi donativi, si abbandonarono alle più violente e clamorose manifestazioni di dolore, quando Agrippina giunse in Italia dalla Siria, portando l’urna delle sue ceneri. Le cosegiunsero a un tal punto, che Tiberio, memore delle consuetudini della vecchia repubblica, credette opportuno di richiamare alla misura quella disperazione con un nobile manifesto. «Molti illustri romani sono periti per la repubblica, ma nessuno è stato rimpianto con tanto desiderio. Questo ridonda a onore suo e di tutti; ma è necessario che non si varchi la misura: ciò che può convenire a una modesta famiglia o a una piccola città può riuscire sconveniente ai grandi o ad un popolo sovrano come il popolo romano.... Occorre riprendere l’antica fortezza di spirito, come quando il divino Cesare perdette l’unica sua figliuola, e l’imperatore Augusto, i propri nipoti.... Quante volte il popolo romano non dovette sopportare con fermezza, la distruzione di interi eserciti, la morte di grandi generali, l’annientamento di nobili famiglie! I grandi sono mortali; sola la Repubblica è eterna....»[55].
Il popolo tacque; ma Agrippina, i suoi amici, gli amici dell’estinto, non disarmarono; sinchè un giorno parecchi di questi deposero formale accusa di veneficio contro Pisone. Appena avuta notizia della morte di Germanico, Pisone aveva fatto ritorno nella provincia, per ripigliarne possesso. Ma aveva dovuto smettere il pensiero, perchè i governatori, posti da Germanico, e gli amici, che questi lasciava in Oriente, glielo avevano impedito con le armi. Cosicchè c’era stato in Oriente un principio di guerra civile, che aveva ancor più inasprito gli animi dei nemici di Pisone. Imaginarsi in quali condizioni potè dunque farsi il processo, quando Pisone ritornò! Fra tutti idrammi giudiziari, di cui la storia di Roma è piena, questo è certamente il più orrendo. Il popolo era persuaso che Pisone avesse avvelenato Germanico; molti aggiungevano sotto voce che l’aveva avvelenato per ordine di Tiberio; che Pisone aveva le lettere che gli davano l’ordine e le leggerebbe nel processo, come se simili ordini, caso mai, si diano per iscritto; nel senato, davanti al quale il processo doveva discutersi, i nemici di Tiberio e tutto il partito di Germanico volevano ad ogni costo che Pisone fosse condannato; degli imparziali, i più avevano paura di passare per corrotti, giudicando secondo coscienza. L’accusa era assurda: Tacito stesso, che pure è così nemico di Tiberio, lo dice: ma che cosa poteva far Tiberio per lui e per la giustizia? Ogni passo, che egli avesse tentato in suo favore, sarebbe stato giudicato come una prova di complicità. L’opinione pubblica era così avversa, e così prevenuto il senato, che Pisone, per evitare una condanna sicura, si uccise dopo poche sedute. Tiberio e Livia poterono così salvare almeno la moglie, i figli e il patrimonio della famiglia.
61.Le conseguenze politiche del processo di Pisone.— Questo processo non fu soltanto un orribile macello giudiziario; fu una vera catastrofe politica, piena di effetti funesti per Tiberio e per l’impero. Incominciò da quello, nella famiglia dell’imperatore, una discordia insanabile: chè Agrippina, non paga della morte di Pisone, continuò implacabile ad accusare della morte di Germanico Tiberio. E incominciarono pure daquel processo a spesseggiare le accuse e le condanne per offese all’imperatore in base allalex de majestate: quelle accuse e quelle condanne per cui Tiberio e, dopo lui, tutti i principi della casa Giulia-Claudia sono andati così tristamente famosi. Senonchè occorre ricordare che lalex de majestatenon fu punto opera di Tiberio: era stata proposta, cento anni avanti l’êra volgare, da Saturnino, da un tribuno della plebe democratico acceso, amico di Mario, per difendere la repubblica contro le mene dei grandi. Occorre ricordare che le accuse per le offese fatte all’imperatore, in forza di quella legge, non furono fatte mai da Tiberio; che Tiberio — Tacito stesso lo ricorda — fece quanto potè per limitarne l’applicazione; che il senato, il quale ebbe a giudicare tanti di questi processi, non era affatto un’assemblea di servitori, anzi era forse piuttosto avverso all’imperatore, come il processo di Pisone aveva dimostrato; che quindi, se così spesso condannò, doveva avere qualche motivo più serio che la paura di Tiberio. È necessario infine rammentare che l’imperatore era ormai il sostegno dell’ordine e della pace in tutto l’impero, non fosse altro perchè la fedeltà delle legioni riposava sulla devozione dei soldati alla sua persona e sul giuramento che gli avevano prestato. Ora l’imperatore, il capo dell’esercito, era ingiustamente accusato ogni giorno, dai suoi stessi parenti, nella sua stessa casa, da tutto un partito potente in senato, di aver avvelenato per gelosia il suo nipote, un giovane generale carissimo ai soldati: di aver commesso un delitto che agli occhi ditutti i Romani avrebbe giustificato la rivolta degli eserciti! Gli italiani, che erano la parte maggiore e migliore dell’esercito non erano ancora disposti a rispettare l’autorità di un capo, che facesse assassinare i membri della sua famiglia per capriccio! Agrippina e gli amici di Germanico, con le loro stolte accuse, scalzavano sotto sotto l’autorità di Tiberio e mettevano a repentaglio l’ordine e la pace pubblica. Non è quindi meraviglia che le persone serie e zelanti del pubblico bene pensassero non potersi lasciar l’imperatore esposto a queste calunnie, tanto più che Tiberio non possedeva — e si capisce — l’autorità e il prestigio di Augusto. I processi per la legge di maestà, che ora incominciano a spesseggiare, non sono che una reazione, forse troppo violenta ma non infondata e senza ragione, contro l’opposizione imprudentissima di una parte dell’aristocrazia, del senato e della famiglia di Augusto contro il governo di Tiberio.
Questa reazione era tanto più giusta e savia, perchè, sotto il governo di Tiberio, le condizioni dell’impero miglioravano assai. Così, verso questo tempo, la politica germanica di Tiberio incominciava a dare i suoi frutti. Marcomanni e Cherusci si indebolivano a vicenda facendosi la guerra; e i Cherusci per di più, dilaniandosi con atroci guerre civili, in una delle quali era perito anche Arminio. La tempesta, da molti anni addensata sui confini settentrionali, si allontanava. Con pari fortuna, i luogotenenti di Tiberio reprimevano in Africa le pericolose scorrerie di un numida, un avventuriero, Tacfarinate, e l’insurrezionedi parecchie tribù traciche (21 d. C.). Nè con minore fermezza erano sedate in Gallia certe più o meno vivaci agitazioni, che si dicevano provocate dal peso dei tributi (21 d. C.) Quanto all’amministrazione interna perfino uno storico così avverso come Tacito riconosce che sino a questo punto il governo di Tiberio era stato un modello; che tutti i più gravi affari pubblici, deferiti al senato, erano da questo discussi con piena libertà; gli onori, distribuiti secondo la nascita e il merito ai migliori; le magistrature, restituite alla prisca dignità; le leggi, applicate con senno e con giustizia; gli affari dipendenti dal principe, affidati a persone capaci; le province, messe a contributo con moderazione; al di sopra di tutto, del principe stesso, i tribunali e la legge comune[56]. Che ci fossero delle persone, le quali pensavano, poichè la vecchia legge di Saturnino c’era e poteva servire, di difendere con quella un tal principe contro le dissennate calunnie di una opposizione scriteriata, è cosa che non deve sorprendere; sarebbe anzi da meravigliarsi che non ci fosse stato nessuno.
62.Tiberio a Capri e la lotta tra Agrippina e Seiano (26-31 d. C.).— Senonchè lalex de majestate— quale era in sè e applicata in una repubblica in cui l’accusa privata era il solo organo della legge — poteva temperare, non sradicare il male di cui l’impero soffriva, tanto più che Tiberio si mostrava molto debole. Fosse la vecchiaia, fosse la stanchezza, fosse il disgusto crescente degli uomini, fossero le incertezzee le difficoltà della situazione, fatto sta che quest’uomo, il quale doveva passar nella storia come un tiranno efferato, fa prova, per chi ne segua l’azione da vicino, di una incredibile debolezza. Non solo egli lascia Agrippina e l’antico partito di Germanico, che ora si raccoglie intorno a lei, continuare a calunniarlo a piacere e a mal disporre il popolo contro di lui; ma li lascia anche mettere innanzi il figlio maggiore di Germanico, Nerone, che nel 21 aveva 14 anni, come un suo possibile antagonista e successore. Quando poi, nel 23, il figlio suo Druso, che, dopo la morte di Germanico era diventato il principale suo collaboratore, e a cui l’anno prima aveva fatto dare la potestà tribunaria, muore a 38 anni, egli si riconcilia con Agrippina; e presenta al senato Nerone e il suo fratello minore, con un nobile discorso, come le speranze future della repubblica. Tiberio dunque tendeva primo la mano alla riconciliazione! E la riconciliazione sarebbe stata possibile, se Agrippina fosse stata donna più savia, e se a invelenire la discordia non fosse intervenuto un nuovo personaggio, Elio Seiano, il prefetto del pretorio, il comandante della guardia.
Era costui un cavaliere e quel che noi chiameremmo un ufficiale di carriera; e aveva acquistato, specialmente dopo la morte di Germanico e di Druso, la piena fiducia dell’imperatore. Egli era il collaboratore quotidiano del suo difficile ministero; l’unico uomo d’esperienza, col quale Tiberio potesse discutere i grandi e i piccoli affari dello Stato. Seiano, che temeva di esser soppiantato nel favore di Tiberio dai figli di Germanico,approfittò di tutte le imprudenze di Agrippina e del suo partito, per inasprire la discordia che divideva la casa imperiale; e in breve Roma e il senato furono turbate da una feroce lotta tra il partito di Seiano e il partito di Agrippina e del giovine Nerone. Intrighi, scandali, processi, calunnie furono le armi consuete di questa lotta. E come al solito Tiberio assistè alla lotta, spettatore quasi inerte; finchè nel 26 coronò la sua debole resistenza con un atto di debolezza suprema. Disgustato di tutte queste discordie, che non gli riesciva di domare, Tiberio lasciò Roma ed il Lazio; e si ritirò per sempre, in un secondo irrevocabile esilio, nella più aspra delle isole partenopee, nella selvaggia Capri, a conversare con la natura, giacchè gli uomini, sembrava, non l’avevano mai compreso.
Non per questo Tiberio lasciò il governo dell’impero. Il solitario di Capri era ancora uno scrupoloso imperatore. Ma d’ora innanzi egli non potrà comunicare con l’impero che per mezzo del suo fido prefetto del pretorio, la cui autorità e il cui potere rapidamente crescono in Roma. Tiberio assente, Seiano diventò a poco a poco l’imperatore di fatto, poichè ormai dal suo consiglio e dal suo parere dipendevano in grande parte le decisioni che da Capri governavano l’impero. E Seiano seppe fare quel che Tiberio non aveva voluto o saputo: sbarazzare Roma di Agrippina e del figlio suo. La catastrofe non avvenne che nel 29 d. C., dopochè Livia fu morta, all’età di 86 anni. Sinchè Livia visse, Seiano non aveva osato di assalire il figlio e la vedova di Germanico: ma, appenaquest’ultima protettrice venne meno, Agrippina e Nerone furono accusati di cospirazione contro Tiberio e condannati all’esilio. Nerone si uccise di lì a poco. Sarebbe impossibile giudicare in qual misura l’accusa fosse fondata e la condanna giusta. Che Agrippina abbia tramato proprio una congiura, sotto gli occhi di Seiano, pare difficile; più probabile è che l’accusa abbia approfittato abilmente delle imprudenze e degli inconsiderati discorsi a cui Agrippina in particolar modo era avvezza. Roma antica, repubblicana e imperiale, soffrì di due mali irrimediabili: lo spionaggio e la delazione. Non conoscendosi ancora quell’istituto, che è oggi, nella giustizia penale, il pubblico ministero, la delazione e l’accusa privata erano considerate come meritorie e largamente remunerate quando riescivano, perchè ai delatori passavano in parte le ricchezze dei condannati. Non è quindi difficile spiegare come, morta Livia, uscito di Roma Tiberio, fatto potentissimo Seiano, che voleva scacciar di Roma Agrippina, i delatori siano accorsi d’ogni parte a fornire le notizie e le prove, necessarie per far cadere l’imprudente donna sotto i colpi dellalex de majestate.
Ad ogni modo, anche se, come è probabile, il castigo che colpiva Agrippina era più severo che la sua vera colpa non meritasse, quella sentenza mandava in esilio una donna bizzarra, la quale non aveva fatto che intralciare e impacciare un governo serio e seriamente occupato del pubblico bene. Che il governo di Tiberio continuasse a curare con zelo il pubblico bene, ce lo dice uncontemporaneo. «La buona fede è stata richiamata nel Foro, la sedizione n’è stata bandita, così come la briga e il favoritismo dal Campo di Marte e la discordia dalle sedute del senato. Si sono viste rinascere in Roma la giustizia, l’equità, l’operosità, che sembravano estinte e sepolte per sempre. I magistrati han riacquistato il rispetto loro dovuto, il senato l’antica maestà, i giudizî la loro solennità. Non più sedizioni a teatro, tutti i cittadini sono stati ricondotti al desiderio o alla necessità di bene operare. La virtù è onorata, il vizio punito, i piccoli rispettano i grandi, ma non li temono, il superiore precede l’inferiore, ma non lo disprezza. Il costo della vita è moderato; la pace piena di impareggiabile letizia. Diffusa da un capo all’altro del mondo, dall’occidente all’oriente, dal settentrione al mezzogiorno, questa pace augusta garantisce ovunque la maggiore sicurezza.... Delle città sono restaurate in Asia, le province sono liberate dal dispotismo dei loro magistrati, gli onori sono assegnati al merito, le pene sono rare ma pronte e opportune, l’equità ha scacciato il favoritismo, la virtù, la briga, giacchè un ottimo principe insegna ai suoi concittadini a fare il bene praticandolo, e, più ancora che per autorità, primeggia su tutti per l’esempio»[57].
63.Apogeo e caduta di Seiano (31).— Ma una tempesta ancora più terribile si preparava. Condannata Agrippina, Seiano fu il padrone di Roma. Gli onori piovvero sul suo capo, da Tiberio e dal senato. Nel 31 Seiano sembrò toccare lapiù alta ricompensa che potesse sperare. L’oscuro cavaliere era assunto insieme con Tiberio al consolato; anzi di lì a poco si parlò perfino di un fidanzamento con la nipote di Tiberio, la moglie divorziata di Nerone. Che cosa poteva desiderare di più un uomo nato nell’ordine equestre?
Ma Seiano desiderava di più, voleva succedere a Tiberio nell’autorità suprema. Tiberio, invece, che era un Claudio autentico, non poteva ammettere che un cavaliere diventasse addirittura il capo della nobiltà romana. Infatti, in quello stesso anno egli sembrava volgere la sua attenzione e il suo affetto al più giovane dei figliuoli di Germanico, Caio. Sebbene Caio non fosse ancora ventenne, lo nominava pontefice, e, quel che più importava, nei rapporti ufficiali, che in quel giro di tempo l’imperatore aveva occasione di inviare al senato, manifestava per lui gli stessi sentimenti, che, nove anni prima, aveva dimostrati per i suoi fratelli maggiori. Seiano a questo punto sembra essersi detto che, continuando a servir Tiberio, vecchio, detestato e impopolare, egli non otterrebbe altro, se non di essere alla morte di costui la vittima di tutti gli odî che l’imperatore aveva accumulati su di sè, e aver pensato di intendersi con i nemici di Tiberio, così numerosi in senato, per rovesciarlo e usurparne il posto. Se questa congiura fosse seria o no noi non possiamo dire con sicurezza. Certo è che un brutto giorno, a Capri, Tiberio fu avvisato dei maneggi di Seiano, e da una delle poche persone che gli erano rimaste fedeli anche nei tempi infelici: dalla cognata, la dolce Antonia,la figliuola del triumviro, la sempre onorata vedova del grande Druso, la madre di Germanico, di colui che Tiberio avrebbe fatto avvelenare. Colpo terribile per Tiberio! Dopo aver perduto, uno dopo l’altro, i suoi più cari congiunti e collaboratori, dopo essere stato perseguitato e tormentato dalla sua stessa famiglia, stava egli per essere ingannato dall’amico suo più fido, da colui del quale mai sino ad ora aveva dubitato un solo istante, che tutto gli doveva, e a cui aveva — suprema prova di fiducia — commesso il comando della sua guardia personale? Era egli adesso alla mercè dei suoi pretoriani, corrotti e incitati alla ribellione?
Ma Tiberio, se era paziente, non era uomo da lasciarsi sgozzare senza difendersi. Senza perder tempo e con grande maestria, cominciò a fare il vuoto intorno a Seiano, senza però insospettirlo. Soddisfacendo parecchie ambizioni deluse, rendendo qualche favore, accrescendo le sue simpatie verso Caio, sconfessando in qualche singolo atto tra i meno lodevoli il suo prefetto del pretorio, egli incominciò a screditarlo, presso quanti lo rispettavano e temevano solo perchè era il depositario del suo favore. Ma un giorno, quando credette arrivato il momento, il 18 ottobre 31, Tiberio depose segretamente Seiano dal comando della guardia, e ne investì un certo Macrone; incaricò della difesa della Curia un corpo di vigili; poi fece leggere in senato una sua lettera, nella quale accusava di alto tradimento il suo prefetto di ieri ed alcuni altri con lui. Lo sdegno dell’assembleafu indicibile; e, se la rapidità con cui il senato condannò Seiano può imputarsi alla servilità, le dimostrazioni popolari di quei giorni dimostrarono che una parte di Roma almeno aveva ancora fiducia nella dirittura del principe.
Alla condanna e alla esecuzione di Seiano, seguirono moltissime altre. Sarebbe temerario, alla stregua dei documenti che gli antichi conobbero, affermare che il principe assente vi avesse una parte maggiore di responsabilità di quel senato, che pure, col suo atteggiamento, tanto aveva concorso ad incoraggiare l’ambizione di Seiano[58]. In processi, i più sommarî e indiziarî, tra l’orgia delle delazioni, è impossibile stabilire quante volte la giustizia e la verità furono osservate e quante altre offese. Ma Tiberio non dovette, ed era umano, avere pietà. Il suo cuore infatti subì in quei giorni un colpo più terribile al paragone di ogni altro. La prima moglie, da cui Seiano aveva fatto divorzio, per imparentarsi con la famiglia imperiale, si uccideva, ma rivelando che la morte del figlio dell’imperatore, Druso, si doveva a veleno che Seiano stesso e l’amante di lui, l’infedele consorte di Druso, Livilla, figliuola di Antonia, gli avevano propinato! È molto probabile, quasi certo anzi, che quella era un’atroce calunnia di una donna gelosa, che voleva vendicarsi. Ma tutti la credettero; ne nacque un nuovo scandalo e più terribile; e seguì una nuova tragedia. Innocente o colpevole, Livilla, per sfuggire ad un’accusa che essa non avrebbe mai potuto confutare, si lasciò morire di fame.
64.Gli ultimi anni di Tiberio (31-37).— Furono quelli mesi di un cupo terrore. L’aristocrazia romana subì un nuovo salasso, e più tardi se ne vendicò, come se ne vendicano i deboli, avvolgendo di calunnie atroci la solitaria esistenza di quel vecchio più che settantenne e dolorante. A giudicare queste atroci favole, basta chiedersi se siano verisimili in un uomo di quella età, e come abbiano potuto gli storici saper tutti i particolari che raccontano con tanta sicurezza. Ancora una volta Tiberio intervenne per frenare quel delirio universale di persecuzione, di servilità, di vendette, di spionaggio, di suicidî, talora eroico, più sovente disperato e colpevole. Ma tutto questo non riguardava che un piccolo angolo del mondo: Roma. Il resto dell’impero, invece, non conosceva che l’amministrazione eccellente di Tiberio, piena di fermezza e di buon senso, eguale nella buona e nella trista fortuna; l’Italia era regolarmente approvvigionata; le province erano tranquille, e vedevano invecchiare sul proprio suolo i buoni governatori, che imparavano come i proconsolati e le propreture non fossero posti di lucro o di godimento, ma uffici, che occorreva disimpegnare per il bene pubblico.
La pace regnava ovunque alle frontiere. Soltanto negli ultimi anni l’Armenia sembrò muoversi di nuovo; ma l’abilità diplomatica del principe provvide anche a questo pericolo. Senonchè Tiberio aveva ormai 78 anni; la sua intelligenza era ancor pronta ed alacre, ma il corpo deperiva. Qualche giorno prima del 16 marzo, essendosi, per mutar clima, recato a Miseno, un amico medico,venuto a salutarlo, si accorse della grande debolezza del polso dell’imperatore e ne avvisò il comandante delle guardie del pretorio, Macrone. Tiberio intese che l’ultima sua ora era arrivata e volle far onore all’amico sollecito, che più non avrebbe riveduto, ordinando una festa e restando a tavola più lungo del suo costume. Due giorni dopo, uno dei più grandi imperatori romani era morto; quasi improvvisamente, senza che nessun volto amico vegliasse al suo capezzale, solitario, come solitaria era stata la sua vita (16 marzo 37)[59].