CAPITOLO DODICESIMONERONE

CAPITOLO DODICESIMONERONE

76.La leggenda dell’avvelenamento di Claudio e l’elezione di Nerone (13 Ottobre 54). — Tacito racconta che Agrippina, inquieta perchè Claudio mostrava da qualche tempo di prediligere Britannico, lo avvelenò, mescolando veleno ad un piatto di funghi. Ma Claudio, pur soffrendo, non moriva: essa allora avrebbe fatto chiamare il medico di Claudio, Senofonte, il quale, fingendo di curarlo, avrebbe cosparso la gola del malato di un veleno mortale[73].

Questo racconto è così strano, che Tacito stesso, quando giunge a narrare del medico, ha cura di mettere al riparo la propria buona fede con uncreditur. Ma se l’episodio del medico non è sicuro, che resta di tutto il racconto? Si aggiunga che Tacito stesso afferma come da parecchio tempo Claudio fosse ammalato, anzi in cura a Sinuessa. Non è allora più semplice supporne che il vecchio imperatore, già ammalato, soccombesse improvvisamente al suo male? Tanto più che il motivo del delitto supposto da Tacito non regge. Che Claudio preferisse il figlio suo, Britannico, al figliastro Nerone, è naturale. Ma chepericolo era allora per Agrippina questo amore, anche se essa desiderava che suo figlio e non Britannico succedesse a Claudio? Avrebbe, anzi, dovuto desiderare ardentemente, che Claudio vivesse ancora parecchi anni, Nerone non aveva ancora 17 anni: era quindi troppo giovane, perchè si potesse già pensare a chiedere per lui quel consentimento del senato, che era pur necessario alla sua nomina.

Nè più verosimili sono gli intrighi che Agrippina avrebbe fatti, secondo Tacito, nella notte in cui Claudio morì, per impedire l’elezione di Britannico a profitto di Nerone. Basti dire — ma nessuno storico ha pensato a questa circostanza — che Britannico aveva allora soltanto 12 anni! Britannico era già escluso dalla età. Non si poteva mettere a capo delle legioni e dell’impero un ragazzo dodicenne. Invece, quando si tenga presente la età di Britannico e di Nerone, e se si ammetta che Claudio morì di morte naturale, è possibile argomentare ciò che avvenne. Britannico e Nerone erano i due soli maschi della famiglia di Augusto: morendo Claudio, quando il più adulto, Nerone, aveva soltanto 17 anni, non sarebbe necessario cercare il successore in un’altra famiglia, come già dopo la morte di Caligola era stato tentato? Si poteva proporre al senato e imporre alle legioni un giovinetto, inesperto e timido come Nerone, che era ancora agli studi? Ma che il successore fosse cercato in un’altra famiglia non poteva piacer molto — e se ne intende facilmente la ragione — nè ad Agrippina nè ai liberti, i quali si erano fatti così ricchi e potenti, con il favoredi Claudio. Il trapasso, inoltre, poteva presentare dei pericoli.... Non c’era dunque che uno scampo: affrontare il senato e chiedergli di mettere al capo dell’impero e dell’esercito, badando più al nome che all’età, Nerone.

Par verosimile che queste perplessità angustiassero Agrippina e i suoi amici, nelle ore che precedettero e seguirono la morte di Claudio. Le due alternative erano egualmente pericolose. E prevalse il partito di tentare la sorte con la candidatura di Nerone. Il passo era audace; perchè c’era da aspettarsi un contrasto fortissimo, se il senato deliberasse liberamente: onde fu stabilito di ricorrere, per vincere le esitanze e come si era fatto nell’elezione di Claudio, ai soldati. Nella notte infatti, per mezzo di Seneca e del comandante della guardia, Afranio Burro, le coorti pretoriane furono avvertite e preparate: il gran nome di Nerone — poichè allora era ancora il nome più illustre e venerato della storia di Roma — i ricordi di Druso e di Germanico fecero il solito effetto sui soldati; nella mattina del 13, le porte del palazzo imperiale si aprirono, e Nerone, accompagnato da Afranio e da Burro, si presentò alla coorte di guardia. Questa la acclamò, lo mise in una lettiga, lo portò al campo dei pretoriani, che a loro volta lo acclamarono capo. Di lì a poco il senato fu convocato; e ricevette la notizia ufficiale della morte di Claudio, quando già i soldati avevano indicato il loro successore. Che fare? Di mala voglia e brontolando, il senato ratificò la scelta; ma i senatori se ne andarono a casa, scuotendo tristamente il capo. L’impero affidato a unragazzo! Dove si finirebbe di questo passo? A che era ridotta la grande repubblica di Scipione, di Paolo Emilio, di Silla!

77.Agrippina e la restaurazione della repubblica.— Senonchè, subito dopo i funerali di Claudio, una lieta sorpresa venne a confortare gli afflitti spiriti dei senatori. Nerone si presentò al senato; e pronunciò un discorso modesto e forbito, in cui, scusandosi della sua giovinezza ed inesperienza, chiedeva al senato di volerlo assistere con l’opera e il consiglio; e dichiarava perciò di rimettere di nuovo al senato tutti i poteri civili, giudiziari e amministrativi esercitati dai suoi predecessori, ritenendo egli solo il comando delle legioni[74]. In altre parole, egli compiva quella quasi totale restaurazione della repubblica, che i malcontenti del senato da tanti anni reclamavano; restituiva al senato, tranne i poteri militari, tutti i poteri, che il senato aveva avuti nei tempi più floridi della repubblica.

Agrippina e i suoi amici cercavano sagacemente di mitigare nel senato, con questa concessione, il rancore e malcontento per l’elezione di quel fanciullo, e per la violenza usatagli dai pretoriani. Un fanciullo di 17 anni non poteva governare, massime nei primi anni, quando dovrebbe fare il suo tirocinio, senza la benevolenza e l’aiuto del senato. La mossa abile riuscì. Il senato smise il broncio; e i primi due anni del nuovo governo furono assai felici. Nerone mantenne la sua parola; lasciò il senato esercitare liberamente i suoi uffici, mentre egli si occupava degli eserciti, seguendoi consigli di Seneca, di Burro e della madre: esempio di moderazione e di modestia, che parve mirabile in sè e più per la giovane età di chi lo dava.

Ma era una illusione. I contemporanei scambiavano per moderazione e modestia la pigrizia e l’indifferenza. Le autocrazie sembrano a volte prese dal bisogno di rinnegare se stesse in certi spiriti ribelli, i quali vogliono far tutto ciò che la tradizione vieta e non far nulla di quello che essa impone. Nerone era uno di questi rampolli ribelli di una antica stirpe; la cui figura e la cui sorte resteranno un mistero, sinchè non si tenga ben fermo questo punto. Egli lasciava volentieri al senato la cura di molte pubbliche faccende, non per ossequio alla costituzione, ma perchè la guerra, il diritto, amministrazione — tutti gli uffici che la tradizione indicava come i più degni di un nobile romano — lo annoiavano. Egli amava invece le arti — le arti belle, la poesia, la musica, il canto, la danza — ben oltre la misura concessa dalla tradizione ad un nobile romano; e a coltivare queste arti, a studiar musica e canti, attendeva con zelo maggiore che ad apprendere la guerra e il governo. Non è difficile argomentare per qual ragione Nerone venne presto in discordia con la madre. Ligia alla tradizione, Agrippina avrebbe voluto che Nerone si occupasse di armi e di leggi, e non di canti e di suoni. Cosicchè se tutti — senato e popolo — erano in Roma contenti di Nerone, non andò molto invece che incominciò a non esserne più contenta proprio Agrippina. La ricchezza, il potere, le adulazionifomentarono rapidamente nel giovane le sue naturali inclinazioni, restate sino ad allora nascoste: onde Agrippina vide ben presto qual figlio, a cui essa aveva con tanta fede impartito una rude educazione romana, trasformarsi in un effeminato damerino, vago solo di sollazzi e incline a un capriccioso esotismo! Agrippina cercò di correggerlo. Ma non si governa un imperatore come un figlio. Ne nacquero dei dissapori, che circa un anno dopo la elezione, proruppero, per un incidente, ad aperta discordia.

78.Prime discordie di famiglia: la morte di Britannico (55).— Nerone aveva sposata, come dicemmo, Ottavia, che era una perfetta matrona romana. Senonchè Nerone non tardò a mostrare le sue inclinazioni esotiche anche nell’amore; invaghendosi di una bella liberta orientale di nome Acte, e così perdutamente, che per un momento pensò di ripudiare Ottavia e di mettere al suo posto Acte. Era una pazzia: per lalex de maritandis ordinibus, i matrimoni tra senatori e liberte non erano riconosciuti dalla legge. Agrippina si oppose al ripudio di Ottavia e riuscì ad impedirlo: ma Nerone a sua volta trascurò Ottavia e visse con Acte pubblicamente come fosse la sua sposa, non ostante le proteste di Agrippina. Di nuovo, e per un capriccio d’amore questa volta, la discordia era entrata nella casa dei Cesari; e come era sempre successo da Augusto in poi, quando nella famiglia imperiale era scoppiato un dissidio, non mancò neppur questa volta chi cercò di approfittarne, invelenendolo. Agrippina,come abbiamo visto, aveva molti nemici. Intorno a Nerone incominciò dunque a raccogliersi una cricca che, lusingandone la vanità e compiacendone le passioni, mirava a irritarlo contro la madre e a rovesciare, per mano sua, la detestata potenza di questa.

Intanto il senato, a cui Nerone aveva restituito i suoi poteri, aveva ricominciato a governare l’impero: ma quanto debole era la sua mano! L’assemblea era invecchiata; mancava di capi autorevoli; mancava di alacrità e di energia. L’autorità di unprincepssavio e forte era ormai necessaria a uno Stato, che senza quella peccava sempre o per eccesso o per difetto. Nerone invece non pensava che a divertirsi, a imparar bene la musica e il canto. Agrippina però era una donna energica; un partito piccolo ma potente, composto, ci dice Tacito, delle famiglie più antiche dell’aristocrazia, era con lei: poichè Nerone si ribellava, trascurava i suoi doveri, si distaccava dai suoi, Agrippina si accostò a Britannico, all’altro maschio della famiglia, verso il quale si volgevano anche le speranze della nobiltà più antica e più conservatrice. Ma invano: perchè sul finire del 55, all’improvviso, Britannico fu colto da malore durante un banchetto; e poche ore dopo morì. Di veleno propinatogli da Nerone — fu ’detto subito allora, e ripeterono poi gli storici.

Questa accusa è più credibile di tante altre consimili, che si trovano negli storici; perchè almeno questa volta si vede chiaro il motivo che avrebbe spinto Nerone a toglier di mezzo Britannico. Che però l’accusa sia sicura, non oseremmodire neppur questa volta, sia perchè delitti di questa natura sono più facilmente sospettati che perpetrati, sia perchè certi particolari del racconto possono far nascere dubbi. Certo è invece che questa voce si diffuse e fu creduta anche da Agrippina; e quindi, vera o falsa, l’inasprì ancora di più. Per quanto, morto Britannico, essa non potesse più opporre a Nerone un emulo, Agrippina non si die’ per vinta; si rivolse alle grandi famiglie; si sforzò di suscitar in quelle una opposizione che infrenasse Nerone; si agitò con la consueta energia.... Nerone si spaventò: le tolse le guardie militari che le erano state assegnate sotto Claudio; la costrinse ad uscir dal suo palazzo e ad abitare nella casa della nonna, Antonia, la madre di Germanico; cercò insomma di isolarla. Agrippina a sua volta resistè.

79.La politica orientale di Nerone.— Senonchè se il senato era inattivo e se Nerone poco si curava dei pubblici affari, intorno all’imperatore stavano uomini — primi tra costoro Seneca e Burro — i quali sapevano imprimere alla pubblica cosa quell’impulso, che avrebbe dovuto procedere dall’imperatore. Ne è prova un vasto piano di politica orientale, a cui fu dato mano al principio del 55. Gli ultimi imperatori avevano tenuto d’occhio le province occidentali, la Gallia, la Germania, la Britannia, e trascurato l’Oriente; dove di nuovo i Parti si erano fatti avanti, a detrimento della potenza e del prestigio romano. All’avvento di Nerone, l’Armenia era sotto il governo di Tiridate, fratello di Vologese, re deiParti; del che il pubblico mormorava. Il governo di Nerone — i consiglieri che lo guidavano — deliberarono perciò di ripigliar subito con mano più ferma la politica orientale troppo trascurata da Claudio. Poichè il governatore della Siria, Ummidio Quadrato, aveva fatto cattiva prova, fu spedito in Oriente con forze considerevoli L. Domizio Corbulone, che, pochi anni prima s’era illustrato in Germania; e mentre i sovrani vassalli ricevevano ordine di apprestar contingenti, si iniziavano trattative con il re dei Parti, perchè sgombrasse l’Armenia. Sorpreso impreparato da queste minaccie, nel 55, il re dei Parti sembrò cedere, chiese pace, diede ostaggi ai Romani. Ma Tiridate non lasciò l’Armenia. D’altra parte, se le truppe che Corbulone aveva trovate in Siria, erano sufficienti per una dimostrazione militare, non bastavano ad una guerra. Per questa occorreva restaurare la disciplina nelle legioni ammollite dall’Oriente e dalla pace; aumentarne gli effettivi, rifornirle di armi e trasportare in Asia qualcuna delle agguerrite legioni dell’Occidente. Prevedendo che l’accordo del 55 sarebbe solo una tregua e volendo definire in modo stabile le cose d’Oriente, gli uomini che governavano in nome di Nerone, mentre costui veniva in discordia con la madre, diedero a Corbulone i mezzi per riorganizzare le legioni d’Oriente.

80.Poppea Sabina e l’assassinio di Agrippina (marzo del 59).— Così tra il 56 e il 58, mentre in Roma, intorno a Nerone e ad Agrippina discordi, si raggruppano i due partiti che da Augusto inpoi avevano turbato la repubblica — il partito della giovane nobiltà e il partito tradizionalista — si preparava in Oriente un forte esercito. Pur troppo però la lotta tra il figlio e la madre diventò mortale, a partire dall’anno 58, ossia dopochè Nerone, dimenticata Acte, si innamorò di Poppea Sabina. Poppea apparteneva ad una ricca e cospicua famiglia romana: era bellissima, colta, piacevole, e come suo marito Otone, apparteneva alla nobiltà che ammirava ed imitava i modi e costumi dell’Oriente. Suo marito era il più famoso tra tutti i giovani aristocratici di Roma per la eleganza e per il lusso[75]. È facile imaginare quel che successe, quando Nerone si fu innamorato di Poppea. Essa capì che il giovane imperatore smaniava di darsi tutto a quella vita di lusso e di piaceri in cui essa viveva; ma che l’impacciavano i resti della sua rude educazione romana, la soggezione che ancor gli incuteva Agrippina, e la vecchia aristocrazia in mezzo a cui era cresciuto e viveva. Incominciò quindi a stuzzicarlo, canzonandolo per la ineleganza dei suoi modi, delle sue vesti, delle sue feste, delle sue case; citandogli l’esempio di suo marito. Nerone si accese di un amore sempre più vivo per Poppea, che lo spingeva là dove egli voleva andare; e per esser più libero con lei, spedì Otone in Lusitania con una missione onorifica. Rimasta sola a Roma con Nerone, e vedendo il suo potere sull’imperatore crescer continuamente, Poppea concepì alla fine un piano ardito: farsi sposare da lui, dopo aver divorziato da Otone. Nerone mutò a vista d’occhio d’abitudini, modi e propositi; non videpiù Agrippina che rare volte, appena pochi istanti e alla presenza di terzi; mostrò perfino, egli che sino ad allora era stato così indifferente alla politica, una improvvisa smania di lasciar una sua orma nelle pubbliche cose. Un bel giorno si presentò al senato e propose nientedimeno che di abolire in tutto l’impero tutti ivectigalia, cioè tutte le imposte indirette. Ivectigaliapesavano assai sulle classi minute, e sul piccolo commercio; non si poteva dunque imaginare proposta più popolare. Ma i senatori allibirono a sentirla: perchè, se approvata, l’impero avrebbe fatto bancarotta! Si ragionò molto, in senato, di questa proposta; e Nerone si persuase alla fine a desistere; ma pur tuttavia volle fare qualche cosa a favore del popolo, togliendo via, per mezzo di unedictum, molti abusi che rendevano più gravosa al popolo l’esazione di moltivectigaliaed esentando daivectigaliai soldati[76].

Poppea non fu forse estranea a questo improvviso amore del principe per il popolo. Nerone sempre più inclinava all’idea di sposarla: ma per sposarla doveva ripudiare Ottavia. Ora l’opinione pubblica non avrebbe lasciato senza scandalo e proteste ripudiare Ottavia, che era un esempio di virtù romane, per sposare una donna frivola, leggiera, prodiga come Poppea. Per la forza che ancora conservavano, se non nella vita dei singoli, nell’opinione comune del pubblico i principî del puritanismo tradizionale, un simile divorzio era un passo ardito e pericoloso. Bisognava adunque che Nerone si preparasse a farlo, rendendosi caro e accetto ai soldati, al popolo,alle masse. Senonchè Nerone e Poppea non tardarono ad accorgersi che un altro ostacolo si presentava: Agrippina. Agrippina aveva fatto il matrimonio di Nerone e di Ottavia; Agrippina proteggeva Ottavia; Agrippina aveva dichiarato che, lei viva, Nerone non ripudierebbe Ottavia.

E Agrippina aveva ancora volontà, potere e prestigio quanto bastava per incutere terrore al figlio, in una questione in cui aveva dalla sua l’opinione pubblica. Nerone poi era pauroso, debole, incerto. Non è quindi meraviglia se egli si spaventasse di questa opposizione della madre; ed esitasse. Che cosa successe allora? Noi siamo qui al punto mortale della vita di Nerone: quando il giovane imperatore fa il passo irrevocabile sulla via, che doveva condurlo alla rovina e all’infamia. Poppea esercitò tutte le seduzioni per persuaderlo al matricidio? Fu l’opera di Poppea aiutata dai molti nemici, che Agrippina aveva in Roma e nella casa imperiale? Nerone stesso si persuase alla fine che solo ove la madre mancasse, egli potrebbe godersi liberamente l’impero, nel quale sempre più vedeva uno strumento di piacere e di lusso? Noi non possiamo rispondere sicuramente a questi quesiti. Certo è invece che nel 59 Nerone si indusse a far uccidere la madre, dopochè il comandante della flotta, il liberto Aniceto, gli ebbe preparato un progetto, che doveva assicurare il segreto. Nerone non era così stolto da non sapere che neppure ad un imperatore era lecito, in Roma, macchiarsi impunemente le mani con il sangue della madre. Perciò Aniceto aveva pensato di fabbricare una navecon una botola segreta: se a Nerone riuscisse di far salire la madre su quella nave, dei marinai fidati potrebbero in mezzo al mare calarla a fondo e seppellire nelle acque Agrippina e il segreto della sua morte.

Il racconto, con cui Tacito ha descritto questo famoso assassinio, è troppo noto, perchè occorra ripeterlo a lungo. Nella primavera del 59 Nerone, che era a Baia, finse di voler riconciliarsi con la madre; l’invitò da Anzio, ove si trovava, alla sua villa; la accolse con rispetto e tenerezza. Quando Agrippina, lieta e riconfortata, si accinse a ritornare sulla nave preparata da Aniceto, Nerone l’accompagnò a bordo, abbracciandola teneramente.... E la nave partì, in una bella sera di primavera, con un mare placido e tranquillo che non minacciava naufragi. Agrippina, stesa sopra un letto, si godeva la bella sera. Ma quando i marinai aprirono la botola, fosse difetto del congegno o imperizia e trepidazione dei sicari, la nave non affondò così presto come si era creduto; piegò invece da un lato; e Agrippina ebbe il tempo di gettarsi in mare mentre i sicari, nella confusione, uccidevano una sua compagna di viaggio, credendo di uccidere lei. Ma all’alba, poco dopo che i sicari avevano portato a Nerone la notizia che Agrippina era sparita in fondo al mare, giunse alla villa dell’imperatore un liberto di Agrippina, ad annunciare a Nerone che la nave, per un accidente, aveva fatto naufragio, ma che essa aveva potuto salvarsi a nuoto, raggiunger la costa e quindi una sua villa vicina. Agrippina aveva certamente capito la vera ragionedi quello strano naufragio in piena calma, ma faceva le viste di non aver capito, il che era l’ultimo ed unico scampo. Che cosa poteva essa fare, contro un principe, che non indietreggiava neppur innanzi al matricidio?

Ma Nerone invece sbigottì; temè che Agrippina correrebbe a sollevare le legioni, denunciando il delitto. Che cosa accadrebbe, quando queste sapessero che egli aveva tentato di trucidare la figlia di Germanico? Fuori di sè per lo spavento, Nerone mandò a chiamare Seneca e Burro, che certo non avevan saputo nulla dell’infame progetto, e raccontata tutta la verità, chiese loro consiglio ed aiuto. Pare, almeno se Tacito non ha messo del suo troppo colore nel descrivere questo episodio, che dapprima i due consiglieri non sapessero che consigliare: poi Seneca avrebbe chiesto a Burro che cosa succederebbe se si ordinasse ai pretoriani di compiere l’opera incominciata: avrebbe dato, con mezze parole e in forma di domanda, il consiglio di far uccidere Agrippina. Ma Burro, che non voleva prendersi una tal responsabilità avrebbe risposto subito che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia di Germanico. Poi aggiunse che, se si veniva a tale idea, Aniceto e i marinai della flotta potevano forse, poichè ci avevano posto mano, condurre a termine l’impresa.... Anche egli dava lo stesso consiglio di Seneca, ma con mezze parole e lasciando la responsabilità a Nerone. Nerone mandò a chiamare Aniceto, lo supplicò di salvarlo e di ridargli una seconda volta l’impero. E Aniceto che, se Agrippina viveva, correvail rischio di pagare il fio di tutto questo sanguinoso imbroglio, non esitò. Con un manipolo di marinai corse alla villa di Agrippina e l’uccise.

81.La guerra armeno-partica (58-60).— L’irrevocabile era compiuto. Ma la morte di Agrippina era tale avvenimento, che non si poteva pensare di nasconderla. Bisognava dunque raccontarla in modo da sviare i sospetti. Nerone e i suoi consiglieri spedirono al senato una relazione, secondo la quale Agrippina, scoperta ad ordire una congiura contro l’imperatore, si sarebbe uccisa. Ma Agrippina aveva amici fedeli; ma in questa versione la congiura e il suicidio eran stati collegati troppo goffamente con quello straordinario naufragio, a cui nel racconto era pur stato necessario di alludere, perchè ormai tutti ne avevano avuto notizia. La versione ufficiale non fu creduta; delle dicerie strane non tardarono a circolare; e in mezzo a molti particolari fantastici il pubblico indovinò il vero. Un improvviso orrore agghiacciò Roma e l’Italia. Certo il popolo di Roma e d’Italia si era molto corrotto: ma non al punto, da non sentir ribrezzo di un matricidio, amiche se commesso da un imperatore. Nerone si spaventò, rimandò a miglior tempo il divorzio e il matrimonio con Poppea; e per parecchi mesi non osò tornare a Roma.

Ma non successe nulla. L’orrore che il pubblico aveva sentito non si manifestò con nessun atto irreparabile; le legioni non si mossero; il senato finse di creder al racconto ufficiale dellamorte di Agrippina. Se Agrippina, che negli ultimi suoi anni era stata tanto odiata, diveniva ora l’oggetto della commiserazione universale, Roma non seppe andare oltre il rimpianto sterile. Le notizie dell’Oriente aiutarono Nerone a superare il primo sdegno, che era il più pericoloso. Nella primavera del 58, come abbiamo visto, Corbulone aveva iniziato la riconquista dell’Armenia. Suscitandogli difficoltà interne, il generale romano era riuscito a impedire al Re dei Parti di soccorrere Tiridate. Ma non per questo l’impresa dell’Armenia gli era riuscita facile. Al numeroso esercito romano Tiridate aveva saputo opporre un’agile e implacabile guerriglia, costringendo così l’avversario a suddividere le sue forze. Alla fine del 58 Corbulone era riuscito ad occupare e ad incendiare Artaxata, ma non a distruggere le forze di Tiridate, che ricomparve nella primavera successiva a ostacolare la nuova avanzata di Corbulone da Artaxata a Tigranocerta. Di nuovo la guerriglia ricominciò. Tuttavia, e sia pure a prezzo di grandi sofferenze, l’esercito romano riuscì, nell’autunno del 59, a occupare Tigranocerta; e poco dopo Corbulone metteva sul trono dell’Armenia Tigrane, discendente di Erode il grande e del re Archelao, che da lungo tempo viveva in Roma. Parte dei territori furono dati invece a Farasmane re degli Iberi, a Polemone re del Ponto, ad Aristobulo re dell’Armenia minore e ad Antioco re della Commagene[77].

82.La insurrezione della Britannia (60).— Le notizie di questa guerra e di queste vittorie suscitaronoa Roma un gran giubilo. Da Augusto in poi non si era compiuta in Oriente un’impresa così felice; i tempi del grande Pompeo sembravano tornati; feste ed onori a Nerone furono decretati senza parsimonia, come se gli affari dell’Oriente fossero stati assestati per sempre e non soltanto per pochi mesi. Ma insomma quella gioia, anche se passeggera, giovava a Nerone; e non valsero a turbarla le notizie meno liete, che di lì a poco giunsero dalla Britannia. Mentre il governatore, Svetonio Paolino, il miglior generale dell’impero dopo Corbulone, attendeva ad allargare le conquiste romane nella parte occidentale dell’isola, e a impadronirsi dell’isoletta di Mona (Anglesey), venerato santuario del druidismo, tutta la provincia romana gli insorgeva alle spalle (anno 60). Le imposte, le leve, l’affluire dei mercanti italiani, le perturbazioni della conquista, avevano provocato questa prima rappresaglia. Rivolta grossa, che Svetonio Paolino potè padroneggiare nel corso dell’anno soltanto con rapide e vigorose mosse.

83.Nerone e l’orientalismo: crescenti eccessi (60-62).— Intanto a Roma Nerone, ormai non più in soggezione della madre, rassicurato dall’oblio che scendeva sul suo misfatto, faceva un più ardito passo nelle vie dell’orientalismo. La inclinazione personale e la ragione politica lo spingevano insieme su questa via. Egli voleva aiutare il pubblico a dimenticare Agrippina, dando a Roma e all’Italia il governo facile, splendido, generoso, che corrispondeva alle aspirazioni delle classi più numerose e meno ricche. Nel 60 istituìin Roma, a carico dello Stato, i giuochi Neroniani, qualcosa come gli antichiLudi Olimpici, da celebrarsi, come questi, di cinque in cinque anni, nei quali, così pare almeno, insieme alle gare di atletica e alle corse dei carri, si tenevano per la prima volta a Roma gare di musica, di canto, di eloquenza, di poesia. A tutte queste prove partecipava l’imperatore, accompagnato dal corteggio di quelli, che ora si dissero i suoiaugustani, scelti tra i giovani della nobiltà romana sull’esempio delle Corti ellenistiche dei successori di Alessandro Magno; ma dovevano anche parteciparvi, e vi parteciparono di fatto, tutti gli ordini sociali, tutta la «gioventù dorata» della capitale, mentre l’élitedegli spettatori assisteva al grande agone, vestito alla greca. Icollegia iuvenum, che Augusto aveva istituiti in Roma e in Italia, perchè fossero scuole di civismo e di religione nazionale, diventano per Nerone scuole di giochi e di arte alla greca[78]. Nerone profuse il denaro, le largizioni, gli spettacoli; iniziò grandi lavori in Roma; aprì la sua casa ai giovani più eleganti e dissipati della nobiltà e volle essere il loro capo e maestro; ogni giorno erano festini, ora nella casa dell’uno, ora nei giardini dell’altro; e in quelli gli ultimi discendenti delle famiglie, che avevano conquistato il mondo, gareggiavano a chi canterebbe o danzerebbe o guiderebbe meglio un cocchio alla corsa. Non che si trattasse di cose nuovissime per i Romani. Roma e l’Italia conoscevano da gran tempo tutto quello, che Nerone voleva ora porre in sommo onore: e gli sciami interminabili dei domestici, e le mule ferrated’argento e d’oro, e i mulattieri vestiti di lana canusina, e i corrieri adorni di collane e di braccialetti, e le reti d’oro per le partite di pesca, e i profumi orientali pei bagni, e le mille vetture pei viaggi, e i mobili intarsiati di madreperla, e le vesti di seta e d’oro, e le liberalità prodigate ai musici, agli attori, ai gladiatori, e i banchetti sontuosi e le portate ricchissime, e le case splendenti d’oro e di marmi, ricche di bronzi e di dipinti, e i laghi prosciugati, e i mari colmati, e i moniti spianati pel diletto dei grandi. L’ultimo secolo della repubblica e i primi settant’anni dell’impero avevano veduto tutti questi splendori. Non mai però quelle inclinazioni e quei costumi, così sospetti all’Occidente latino, avevano ricevuto incoraggiamento dall’autorità. Perciò questo primo favore, in quell’età esitante tra due avviamenti, sortì un grande effetto. Una smania folle di rinnegare le tradizioni, gli obblighi e i pregiudizi del loro rango, parve impadronirsi dei giovani nelle grandi famiglie; il saper danzare fu merito maggiore che il comandare le legioni; Nerone non ebbe più ritegno alcuno: non aspirò più che a essere ammirato come cantore, e le glorie della terra gli parvero insipide e piccole a paragone di quelle della scena. L’esempio di Nerone, insomma, precipitò in Roma, nelle alte classi, quel rivolgimento dei costumi, che da due secoli veniva lentamente maturando: la diga delle antiche tradizioni puritane parve ad un tratto sopraffatta da una marea di lusso, di piaceri, di dissipazioni, di cui l’imperatore dava l’esempio.

84.Nuove difficoltà in Oriente: l’accordo definitivo con i Parti per l’Armenia.— Ma la tradizione era ancora troppo forte; e non bastava la volontà di Nerone e quella dei suoi giovani amici per distruggerla in pochi anni. In alto e in basso, in tutti gli ordini sociali, molti disapprovavano il nuovo indirizzo e mormoravano. Sono di questi anni, tra il 60 e il 62, i primi libelli contro l’imperatore e la sua Corte, e i primi, sia pur blandi, processi di lesa maestà. La morte di Burro, avvenuta nel 62, guastò maggiormente le cose. Al suo posto era assunto un uomo, Tigellino, con il quale la storia è stata forse severa, ma che ad ogni modo fu uomo ligio e fedelissimo a Nerone. La nuova nomina diceva chiaro che l’imperatore voleva ora governare con uomini suoi e a modo suo. L’autorità di Seneca infatti declina, e, nella prima metà di quest’anno medesimo (62), Nerone divorzia, finalmente, da Ottavia, per sposare Poppea. Siccome però il preferire un’altra donna non era ancora, per l’opinione pubblica, un motivo adeguato di ripudio, almeno per un imperatore, si macchinò contro l’infelice un’accusa di adulterio. Ma ne nacquero agitazioni e tumulti, perchè il popolo parteggiò apertamente per Ottavia, che era una discendente di Druso, contro Poppea, che pareva un’intrusa. Nerone, aizzato da Poppea, tenne duro; Ottavia fu condannata all’esilio e poi uccisa; Poppea ne prese il posto: ma il popolo conservò di Ottavia un vivo e affettuoso ricordo, che doveva servire ai nemici di Nerone, ogni giorno più numerosi.

Mentre il governo di Nerone si faceva a Romaodiare ed amare, lodare e biasimare, grossi avvenimenti accadevano nelle province. I lauri di Armenia appassivano di già. Nel 61 il re dei Parti tentava la rivincita. Alleatosi con il re dell’Adiabene, spediva costui, con una parte del suo esercito, ad invadere l’Armenia, mentre egli si disponeva ad attaccare la Siria, ripetendo la doppia mossa, che tante volte i re dei Parti avevano tentata nelle loro guerre contro Roma. Ma questa volta la mossa sembrò a Corbulone così minacciosa, che, lasciate a Tigrane solo due legioni, raccolse tutto il resto dell’esercito in Siria; scrisse a Roma di mandare un esercito con un nuovo generale in Armenia, poichè egli bastava appena a difendere la Siria; e aprì negoziati con il re dei Parti per indurlo a sospender la guerra e a trattare con Roma, lasciandogli capire che sarebbe facile intendersi. Siccome il re dell’Adiabene aveva fallito in un suo attacco su Tigranocerta, il re dei Parti accolse il consiglio di Corbulone e mandò gli ambasciatori. Così la guerra era stata sospesa. Ma a Roma la prudenza di Corbulone, la sua richiesta di un nuovo esercito per l’Armenia, le sue trattative con il re dei Parti, erano state assai male accolte. Come tante volte è successo ai generali prudenti e assennati, toccò a Corbulone di esser trattato di pauroso e di incapace da quelli che facevano sicuri e tranquilli la guerra sulle rive del Tevere. L’ambasciata del re dei Parti fu rimandata senza risposta; e in Armenia fu spedito un altro generale, come Corbulone aveva consigliato; ma in persona di un certo Cesennio Peto, che si vantava a gran voce di volerinsegnare a Corbulone la risolutezza e l’audacia. La nomina di Peto era un biasimo a Corbulone, il quale però fu lasciato in Siria. Peto arrivò con un esercito in Armenia, a quanto pare, nella seconda metà del 61; subito si buttò alle offese, mentre Corbulone fortificava poderosamente l’Eufrate. Ma nella primavera dell’anno seguente, Peto sembra essersi lasciato sorprendere da poderose forze nemiche, con una parte delle sue forze, presso Randeia sul fiume Arsaniade, affluente dell’Eufrate. Dopo aver costretto con una abile finta Corbulone a raccogliere le maggiori forze sull’Eufrate, i Parti attaccavano in Armenia. Corbulone accorse in aiuto di Peto, assediato in Randeia: ma già Peto, prima del suo arrivo, aveva capitolato, impegnandosi per salvare l’esercito a sgombrare l’Armenia, che tornava dunque nelle mani dei Parti. Peto avrebbe voluto, a dispetto della promessa, invadere l’Armenia con le forze unite, le sue e quelle di Corbulone: ma Corbulone non volle. E siccome il re dei Parti aveva chiesto che ritirasse i presidi posti al di là dell’Eufrate, ricominciò a trattare e fu convenuto alla fine che le forze romane si ritirerebbero di qua dell’Eufrate, e che il re dei Parti sgombrerebbe l’Armenia.

L’Armenia era libera così dall’autorità romana come dalla partica. Ma invano si cercò di far passare questo accordo come una vittoria di Roma. Era chiaro che lo sforzo fatto per prendere piede in Armenia aveva fallito. Nerone consultò tutti i personaggi eminenti, e fu deliberato di ritentare l’impresa. Peto fu richiamato; Corbulonesolo messo a capo di un forte esercito. Ma Corbulone non mutò stile, e si servì nel 63 del poderoso esercito affidatogli, come di una minaccia per venire a trattato. Roma e i Parti essendo egualmente deboli in Armenia, l’accordo fu conchiuso. Tigrane fu messo in disparte per sempre; Vologese ottenne quello che già aveva chiesto nel 61, l’investitura del regno d’Armenia per il proprio fratello Tiridate; ma il fratello del Gran Re dovette acconsentire a ricevere dalle mani stesse di Nerone il diadema regale, recandosi a Roma. Un principe partico sederebbe sul trono d’Armenia come vassallo di Roma: questa la faticosa transazione.

Intanto la rivolta della Britannia non si era spenta. Lo stesso vigore, con cui Svetonio la reprimeva, sembrava riattizzarla. Onde era stato necessario che il principe ordinasse un’inchiesta sul luogo, e poi finalmente affidasse la provincia ad un nuovo governatore (a. 62). Ma mentre occorreva spedire in Britannia rinforzi dalla Germania e indire leve per reintegrare le legioni decimate, sulla linea del Danubio, l’impero doveva resistere a una interrotta serie di piccoli attacchi di popolazioni stanziate al di là del fiume, e dar principio a vere e proprie spedizioni contro Sarmati e contro Sciti[79]che, felicemente riuscendo, avrebbero fatto pensare ad una grande spedizione caucasica.

85.L’incendio di Roma (luglio 64).— Frattanto a Roma Nerone pareva compiacersi a sfidare sempre più audacemente quella parte dell’opinionepubblica, che era più fedele alla tradizione. Fu in questo tempo, nell’anno 64, che Nerone comparve sul teatro di Napoli, dinanzi a un vero pubblico, e cantò: la maggiore follia, forse, commessa da lui, dopo l’assassinio della madre. Non per caso egli aveva scelto Napoli, che era allora una città greca. Ma è facile imaginare come trasalirono l’Italia e Roma! La scena era per i Romani una professione infame, per quanto necessaria al piacere degli uomini: che un Claudio, che il discendente della più antica e illustre famiglia della nobiltà romana, che il capo dell’impero avesse voluto comparire in un teatro, in veste di istrione, a sollecitare l’applauso di un pubblico di Greci, era uno scandalo, per un verso peggiore anche di un delitto! Perchè un delitto poteva incutere orrore, e questo atto suscitava invece riso e disprezzo. Ora per gli uomini che devono comandare ai loro simili, è bene che non ispirino nè orrore, nè riso, nè disprezzo; ma tra i due mali, è meglio che ispirino orrore, anzichè riso e disprezzo.

Ma di questo capriccio non si videro subito gli effetti, perchè una grande calamità sopraggiunse di lì a poco a distrarre le menti: l’incendio di Roma, famoso tra tutti nella storia, che nel luglio del 64 devastò per dieci giorni la città, distruggendone quasi interamente dieci delle quattordici regioni, in cui Augusto aveva diviso la città. Alla prima notizia, Nerone volò a Roma, ove non potè neanche impedire la distruzione della propria casa. Ma egli fece tutto quanto era in suo potere per lenire il danno irreparabile.Aperse agli abitanti, rimasti senza tetto, gli edifizi pubblici e i suoi stessi giardini; fece venire dai municipi vicini tutto il necessario perchè essi fossero alla meno peggio riparati ed equipaggiati; adottò provvedimenti per risparmiare agli afflitti dal fuoco il secondo flagello di una carestia.

Ma tutto lo zelo dell’imperatore non impedì che in pochi giorni nascesse e si divulgasse in Roma una strana leggenda. Sulle cause dell’incendio si sono scritti quanti volumi basterebbero a riempire una piccola biblioteca, tante sono le congetture che si sono volute provare o confutare; e con altrettanto ingegno quanto con poco resultato, perchè non c’è modo di provare nè che Roma sia stata bruciata da Nerone, nè che le abbiano dato fuoco i Cristiani o gli amici di Pisone, di cui dovremo tra poco occuparci. D’altra parte la congettura più semplice e più verosimile sarà sempre quella che Roma sia bruciata per accidente, come tante altre città. È noto che città intere bruciano spesso, quando sono ancora per la maggior parte costruite di legno; e tale era il caso di Roma allora, massime nei quartieri popolari. D’altra parte è molto più semplice e verosimile congetturare che, nella stagione calda, un fuoco appiccatosi a poche case per accidente siasi dilatato e abbia incenerito quartieri interi, massime se il servizio dei pompieri era manchevole, anzichè il supporre che un uomo o una setta abbiano imaginato lo straordinario piano di far di una città intera un bel falò e che siano riesciti ad eseguirlo! Ma gli uomini,quando sono oppressi da una grande sventura, vogliono sempre attribuirla alla malizia dei loro simili: la carestia, agli incettatori; l’epidemia, agli avvelenatori; la sconfitta, al tradimento. Così allora il popolo si persuase che Roma era stata malignamente incendiata: ma da chi? Non bisogna dimenticare che Nerone, con i suoi eccessi, con le sue prodigalità, con i suoi delitti, con il suo governo molle e generoso, attirava e spaventava nel tempo stesso l’anima popolare. Non è meraviglia che l’incendio di Roma sembrasse alle masse una punizione divina per i piaceri inconsueti ed illeciti, che da due lustri il principe e il popolo insieme godevano. Da questo scrupolo a credere al primo malintenzionato, il quale assicurasse che Roma era perita per volontà del principe, il passo era corto. In breve si sparse la voce che Roma era stata incendiata per ordine di Nerone; e per quanto la voce fosse assurda — Tacito stesso lo riconosce — fu creduta da molti.

86.I Cristiani e la «prima persecuzione».— Che l’incendio fosse opera maliziosa era persuasione così generale, che l’autorità dovè procedere ad una inchiesta, per trovare i colpevoli. E l’inchiesta conchiuse, attribuendo la responsabilità della catastrofe a una setta religiosa, il cui nome fu pubblicamente pronunciato per la prima volta in questa occasione, e che doveva diventare poi ben altrimenti famoso: i Cristiani. Questa setta era nata circa quarant’anni prima in Giudea, nel seno del giudaismo. Da secoli gli Israeliti attendevanoche Dio inviasse loro il Messia, il quale riscattasse il popolo dalla servitù e lo riconducesse alla pristina gloria ed indipendenza; che lo facesse anzi, come premio della legge divina osservata, il popolo eletto sulla terra. Ma negli ultimi lustri della seconda metà dell’ottavo secolo, dopochè Roma era stata fondata, nei borghi e nella cittadina della Giudea il Messia era apparso, dichiarandosi figliuolo di Dio, ad annunciare non già la risurrezione nazionale, ma la prossima palingenesi del mondo, il prossimo avvento del regno di Dio. Al gran giorno, il Messia apparirebbe sulle nuvole, circondato di angeli; i suoi discepoli sederebbero intorno a lui su dei troni; i morti risusciterebbero al grande giudizio; i buoni, gli eletti, vestiti di luce, si sederebbero all’eterno festino preparato da Abramo; i reprobi andrebbero alle Gehenne. All’imminente regno di Dio gli uomini dovevano prepararsi ascoltando il Messia; liberando la religione da tutte le forme e i vincoli esteriori, di cui il giudaismo l’aveva impastoiata, praticando una morale di una sublime altezza e purezza. Suprema legge delle anime doveva essere l’amore, la fraternità, la pace tra il servo e il padrone, tra la donna e l’uomo, tra il giudeo e il romano, tra il cittadino e lo straniero, e l’odio contro quanto negava tutte queste cose, l’ipocrisia del fariseo, l’avarizia del ricco, l’orgoglio dei soprastanti. L’odio spirituale, non la violenza della ribellione: chè il regno di Dio doveva incominciare ad esistere nell’animo degli uomini convertiti.

L’annunciatore del regno di Dio aveva trovato in Giudea un certo numero di discepoli devoti: ma l’opera sua era stata presto troncata dalla persecuzione del Giudaismo decadente. Senonchè, dopo la morte di Gesù, la nuova setta, perseguitata in Giudea, aveva varcato i confini per opera dei primi e più fedeli discepoli; si era diffusa a poco a poco in tutto l’impero, tra i Giudei ed i pagani, moltiplicando in molte città, grandi e piccole, minuscole comunità di cristiani; all’annuncio originario del Regno di Dio, della palingenesi e del giudizio degli uomini, che doveva seguire la apparizione del Messia, aveva sostituito — e molto ci aveva contribuito un grande uomo convertito alla setta dopo la morte di Gesù, Paolo di Tarso — la dottrina della redenzione dell’uomo dal peccato originale e dal male, che il figlio di Dio, Gesù Cristo, aveva fatta con il suo sangue, immolandosi sulla croce: alla morale di Gesù, che inculcava soprattutto l’amore e la fratellanza, aveva aggiunto — e anche questo in parte per opera di Paolo — una morale che per amor di Cristo domandava agli uomini di vincere le cattive passioni, che avevano maggiormente guasta e corrotta la società greco-romana, come la sensualità e la cupidigia. Così la nuova setta cristiana si era staccata dal giudaismo, di cui aveva abbandonato anche uno dei riti più antichi e venerati, la circoncisione; e da trenta anni lentamente si diffondeva nell’impero. Era anche entrata in Roma, e aveva fatto seguaci, specie tra il popolino: schiavi, liberti, stranieri d’origine orientale. Forse, anzi, la nuova settaera già così numerosa al tempo di Claudio, che i Giudei, anch’essi numerosi nella metropoli, l’avevano molestata[80].

Come l’autorità romana fosse condotta ad accusare questa setta dell’incendio è un mistero. Può darsi che a molti cristiani i folli eccessi di Nerone e l’incendio di Roma sembrassero proprio le calamità dalle quali, secondo Gesù, la palingenesi del mondo e l’avvento del regno di Dio dovevano essere annunciati. Si aggiunga che tra i pagani in Roma c’era molta diffidenza per le cerimonie segrete e per i costumi così singolari dei cristiani; che, peggio ancora, ebrei e cristiani in Roma, come dappertutto, erano tra loro nemicissimi. Non è inverosimile che l’indifferenza o anche la gioia dei cristiani per l’incendio, per quell’inizio, finalmente avveratosi, della palingenesi universale, fossero senz’altro scambiate per indizio di colpevolezza; che questo vago sospetto fosse subito raccolto dal principe, il quale aveva bisogno di un responsabile; e che fosse confermato dalle delazioni e calunnie degli ebrei e dalle confessioni, che le torture avranno strappate ai più deboli tra i primi accusati[81]. Così cominciò quella che fu detta la prima persecuzione cristiana: ma impropriamente, perchè i cristiani, se furono le vittime della persecuzione, non furono perseguitati perchè cristiani[82].

87.La ricostruzione di Roma e la grande crisi finanziaria dell’impero.— L’incendio era stato una calamità, ma non irreparabile. Toccava a Nerone tramutarlo in una iattura peggiore, per l’ambizionedi ricostruire sulle rovine dell’antica, una città di bellezza insuperabile.

L’incendio di Roma sembra avere offerto alle smanie orientali dell’imperatore un’occasione nel tempo stesso grandiosa e pericolosa. La città incenerita era ancora la vecchia città ricostruita tumultuariamente sulle ruine dell’incendio gallico, cresciuta di secolo in secolo a caso, rabbellita alla meglio da Agrippa e da Augusto: nell’insieme una città brutta, in paragone delle grandi metropoli dell’Oriente. Nerone volle dare all’Impero una capitale, la cui bellezza e magnificenza fosse pari alla potenza. Il disegno non era privo di grandezza e di nobiltà: ma per attuarlo rapidamente occorrevano somme immense; e per aver questo denaro Nerone dovè ricorrere ai più pericolosi espedienti. La maggior parte delle improvvisate condanne e confische nei processi di lesa maestà, le ammende per reati nuovi e bizzarri, tutta la lunga lista delle sanzioni pecuniarie, che i contemporanei e i posteri attribuirono alla inaudita ferocia del principe e dei suoi ministri, ebbero la prima ragione in questo bisogno di danaro. Ma poichè cotesti mezzi non bastavano, l’impero fu spremuto a sangue. Dai santuari più celebri, dagli edifici pubblici, dalle case private sono strappate le offerte preziose dei fedeli, le immagini degli Dei, le statue più pregiate. Le cariche e gli impieghi pubblici sono di nuovo messi all’asta, e i magistrati, di nuovo, costretti a rifarsene sui sudditi. Si accrescono le imposte e si inaspriscono le esazioni. Nemmeno l’Italia va immune da tanto flagello. Subito dopol’incendio Nerone ordina una contribuzione generale per provvedere ai bisogni urgenti della metropoli. Per giunta, in questo anno incomincia ad alterare le monete, coniandole di minor peso: l’aureus, quasi purissimo, coniato da Augusto, discende, da una media di gr. 7,64 ad una di gr. 7,34; e il bel denario argenteo dei primi anni dell’impero è ridotto da gr. 3,90 a 3,40, mentre la sua lega sale dal 5 al 10%.

88.La congiura di Pisone (65).— Queste disgrazie, questi errori e questi eccessi spiegano a sufficienza come i due anni, seguiti all’incendio di Roma, siano stati i più difficili del governo di Nerone; e come nel 65 si tentasse nella aristocrazia una grande congiura contro l’imperatore. Il suo capo apparteneva a una delle più aristocratiche famiglie romane, C. Calpurnio Pisone. Con lui partecipavano al complotto senatori, cavalieri, plebei e repubblicani puri, ufficiali del pretorio, tra cui addirittura uno dei due prefetti, il collega di Tigellino, Fenio Rufo; un poeta, come Lucano; perfino Seneca, l’ex-precettore di Nerone[83]. Par che scopo della congiura fosse uccidere Nerone ed innalzare all’Impero Pisone. La congiura fu scoperta per mero caso; e, come è facile intendere, repressa con un furore spietato. I processi e le condanne durarono tutto l’anno 65 e parte del successivo. Lucano, Seneca, quel C. Petronio che l’arte contemporanea ha tanto prediletto, un gran numero di senatori e di ufficiali, caddero vittime. E repressa la congiura, come spesso succede, Nerone, invece di ravvedersi, fecedi peggio: sia che il potere lo ubbriacasse, sia che la paura lo avesse esasperato, si abbandonò interamente alla sua natura sfrenata; procedè di eccesso in eccesso.

89.Il viaggio di Nerone in Grecia e la rivolta della Giudea.— Sullo scorcio del 66 l’imperatore partì alla volta della Grecia, accompagnato da un nugolo diAugustani, di ammiratori, diclaqueurs, quanti forse — si disse esagerando — sarebbero stati bastevoli a muovere contro al gran Re. Nerone intendeva partecipare alle gare dei giochi periodici della Grecia, che tutte aveva voluto si celebrassero insieme in un anno solo! I Romani non avevano visto mai un principe avvilire a quel modo la maestà dell’impero ai piedi dei sudditi orientali. Chè un principe cantore ed attore era per i romani l’ignominia suprema.

Ma Nerone era appena giunto in Grecia che grossi avvenimenti accaddero in Giudea. La Giudea era travagliata da una irrequietezza insanabile, sin dal tempo nel quale, in quest’angusta contrada, si erano incontrati faccia a faccia l’ellenismo siriaco dei coloni greco-macedoni con le sue tendenze cosmopolite, col suo scetticismo, col suo materialismo, con il suo sensualismo, e il mosaismo indigeno, che era nel tempo stesso la più viva e esclusiva delle religioni orientali: un corpo di riti e di regole — regole di pietà, di purezza, di condotta pratica — che avvolgevano, come nella maglia di una corazza, la vita di ciascun israelita e della comunità tutta intera. Lo spirito esclusivo della religione aveva rinforzatol’avversione per il governo straniero, e reciprocamente, come l’aveva provato la monarchia dei Seleucidi, a cui questa doppia ostilità era stata così funesta. Di questa discordia incomponibile Roma aveva profittato, per agguantare il paese; ma impadronitasene, si era trovata alle prese con le stesse difficoltà, costretta a governare un popolo nel quale la religione fomentava l’odio della signoria straniera, e quest’odio rinfocolava il fanatismo religioso. Si aggiunga che Roma aveva dissanguato il paese con le imposte e che la Giudea era stata invasa da italici e da greci, i quali, aiutati dal governo, cercavano di arricchire sul paese. Per tutte queste ragioni l’intransigenza religiosa delle masse si era esacerbata; di nuovo gli annunzi dell’arrivo prossimo del Messia, che questa volta avrebbe liberato la Giudea e non stabilito il regno di Dio, avevano esaltato gli spiriti. Si era formato nel paese un partito antiromano, così implacabile contro gli stranieri come contro i tepidi dell’interno, i così dettiZelantioZeloti, come allora si denominavano, che avevano inaugurato in Giudea un vero e proprio terrore, giustificando con la religione e l’amor patrio il brigantaggio di parecchie popolazioni della Palestina. Da molti anni la Giudea era insanguinata, nelle città e nelle campagne, da eccidi, da combattimenti, da assassinî, in cui il fanatismo religioso e l’odio contro lo straniero avido e prepotente si sfogavano insieme con gli istinti anarchici, che sonnecchiano nel cuore di tanti uomini e popoli. Le cose peggiorarono negli anni 65 e 66, quando nacque la difficoltà dell’amministrazionedi Cesarea, che gli ebrei volevano fosse giudaica, i greci greca; e dopo molti disordini, zuffe, trattative, verso la metà del 66 la rivolta scoppiò aperta. Alla fine del settembre del 66 la piccola guarnigione romana, rinchiusasi in tre castelli dominanti Gerusalemme, capitolava ed era trucidata; e l’agitazione dalla Giudea traboccava in tutta la Siria meridionale, fino all’Egitto, ove nelle città grandi e piccole gli Ebrei tentarono movimenti rivoluzionari. Il governatore della Siria, Cestio Gallo, aveva radunato in fretta un esercito e invaso risolutamente la Palestina, deliberato ad annientare di un sol colpo l’insurrezione. A prezzo di gravi perdite era riuscito a entrare in Gerusalemme; ma non a prendere il Tempio, entro le cui mura l’esercito ribelle si era fortificato. Non potendo rimanere nella città ostile, egli deliberò di uscir da Gerusalemme e di accamparsi nelle vicinanze: ma nella ritirata fu assalito dalle truppe rivoluzionarie, subì gravissime perdite, e dovè ritirarsi sino ad Antipatris.

90.Tito Flavio Vespasiano.— Quel che avvenne in Roma a queste notizie, facilmente si immagina. A questo dunque ci si ritrovava, dopo tanti trionfi vantati dagli amici dell’imperatore? In Oriente si era accettato alla fine un trattato, che rinunciava per sempre all’Armenia[84]. In Britannia la pace era stata comperata a prezzo di concessioni[85]. Le guerre con le popolazioni transdanubiane e con le popolazioni Caucasiche non s’interrompevano mai. Ora sopraggiungevala rivolta della Giudea! Ma l’imperatore — è forza riconoscerlo — provvide al pericolo con prontezza e vigore, trovando l’uomo che ci voleva, e non tra gli illustri discendenti delle antiche famiglie. Era costui T. Flavio Vespasiano, un senatore la cui nobiltà aveva origine molto recente, perchè suo nonno Tito Flavio Petronio era un reatino, un modesto plebeo, che aveva combattuto a Farsaglia come centurione tra i Pompeiani, e poi era stato amnistiato da Cesare. Il figlio del centurione, Flavio Sabino, s’era arricchito, quale pubblicano, prima in Asia e poi tra gli Elvezi; e da lui erano nati due figliuoli, che ambedue si erano dati — e furono i primi della famiglia — alla carriera politica, entrando a far parte del senato. Vespasiano era il secondo; aveva percorso tutto il curricolo delle magistrature fino al consolato, e preso parte alla conquista della Britannia sotto Claudio, ma senza segnalarsi in modo particolare; e senza esporsi troppo in mezzo alle lotte che infuriavano in Roma, tenendosi insomma in disparte e al sicuro. A questo senatore oscuro Nerone affidava ora il comando della guerra in Giudea, con ingenti forze raccolte da tutte le parti dell’impero.

91.La guerra di Giudea (67).— Ma la scelta era buona. La guerra di Giudea doveva essere asprissima. Certamente agli Ebrei mancavano la concordia e l’organizzazione che sole possono guerreggiare contro uno Stato potente e forte di poderosi eserciti. Le classi alte, pur desiderando l’indipendenza, credevano i Romani invincibili,e avevano orrore di quel fanatismo religioso e nazionale, da cui la insurrezione era nata e nel quale ribollivano confusamente le aspirazioni a una rivoluzione sociale. L’insurrezione non poteva dunque trovare, in queste classi che sole avrebbero potuto somministrarli, tutti i capi di cui aveva bisogno. Ma il fanatismo era così grande, ed era così vigorosamente stimolato dagli Zeloti, che anche senza menti che la dirigessero, senza alcun concerto degli sforzi, e pur frantumandosi in un grande numero di centri, la Giudea oppose una resistenza terribile. Quando, nel 67, Vespasiano entrò nella provincia ribelle, alla testa di 60.000 uomini, dovette riconquistare città per città, borgo per borgo, tra stragi inaudite. Tutto l’anno fu necessario per riconquistare la Galilea, e solo nel 68 il generale romano potè entrare nella Giudea, ma non per marciare diritto su Gerusalemme, acropoli della rivoluzione, bensì per debellare prima le minori resistenze, che erano ancora numerose. Sebbene fosse scoppiata una lotta fra gli Zelanti e i Moderati, che ormai, usciti di speranza, volevano venire a patti coi Romani, Vespasiano ebbe a sostenere una vivissima lotta, specialmente sotto le mura di Gerico. Ma quando, alla fine di maggio, Gerico cadde, e Vespasiano ebbe aperta innanzi a sè la via di Gerusalemme, grossi eventi in Occidente sopraggiunsero a mettere di nuovo tutto in pericolo.

92.La preparazione di una grande guerra Caucasica e la rivolta dell’Occidente (67-68).— Neroneaveva passato in Grecia l’anno 67, profondendo il denaro, cercando di rinnovare i costumi e le tradizioni del passato, occupandosi di giuochi e di feste, ma non di queste soltanto, come si ripete troppo sovente. Nerone, cui talora non mancava una certa grandezza di vedute nelle cose dello Stato, pensava a tagliar l’istmo di Corinto, e preparava un’altra spedizione agli estremi confini orientali d’Europa, che solo Pompeo, nell’inseguimento faticoso di Mitridate, aveva visti e conosciuti: una spedizione verso quelle che si dicevano lePortae Caspiae, nella regione del Caucaso. La spedizione era certamente diretta ad arginare per sempre le insistenti e fastidiose scorrerie delle popolazioni scitiche e sarmatiche nelle più orientali province europee. L’imperatore la meditava da anni, e solo ora, più volte interrotto a mezzo, contava di condurla finalmente ad effetto. Egli aveva preso all’uopo importanti disposizioni: erano state create due nuove legioni; numerosi corpi di milizia erano stati distaccati da tutte le legioni dell’Occidente e dell’Oriente; gli arrolamenti fra i cittadini delle province erano stati accresciuti; l’Italia stessa aveva dovuto fornire un nuovo contingente suo proprio, unalegio Italica, che fu denominataPhalanx Alexandri, e sarebbe stata posta agli Ordini del nuovo Alessandro Magno[86]. Ma in mezza a questi progetti e sogni, in mezzo alle feste, ai viaggi e alle pazzie a cui si abbandonava in Grecia, nell’inverno del 67-68, l’imperatore apprendeva che in Italia le cose andavano molto male; onde al principio del 68 ritornò in Italiaproprio a tempo, per apprendere che una insurrezione era scoppiata in Gallia.

Il governatore della Gallia Lugdunense, che aveva preso l’iniziativa di questa rivolta, era un nobile Gallo, un Aquitano romanizzato: C. Giulio Vindice. Che un romano di fresca data come questo Aquitano, i cui antenati erano stati dei celti barbari, fosse il primo a sentire il dovere di insorgere contro lo sfrenato orientalismo di Nerone, non è un semplice caso. È prima prova di un fenomeno, cui dovremo tra poco ritornare; ossia della forza con cui le idee e i sentimenti del romanesimo avevano attecchito nelle classi alte delle province occidentali. Nell’Italia settentrionale, in Spagna, in Gallia c’erano delle ricche famiglie che, per quanto romanizzate da poche generazioni, erano più fervide nel loro attaccamento alle tradizioni della repubblica aristocratica, che le vecchie famiglie della nobiltà di Roma. Tuttavia il tentativo di Vindice non parve lì per lì pericoloso. Non avendo un esercito, egli aveva cercato di raccoglierne uno segretamente tra i Galli, nel tempo stesso in cui si era sforzato di muovere parecchi generali romani, che egli credeva contrari all’imperatore. Ma uno solo aveva prestato orecchio alle sue sollecitazioni: Servio Sulpicio Galba, governatore della Spagna Tarraconese: uomo serio, energico, ricco, di nobilissimo lignaggio, per tradizione di famiglia poco incline ai Giulio-Claudî, e come tutta la nobiltà seria disgustato dallo sgoverno di Nerone. Alla morte di Caligola, si era parlato anche di lui, come di un possibile imperatore. Cosicchè,quando Vindice aveva levato lo stendardo della rivolta, si era trovato solo; e Nerone potè, senza troppo inquietarsi, ordinare al governatore della Germania superiore, L. Virginio Rufo, di reprimere la tentata insurrezione. Virginio infatti vinse aVesontium(Besançon), in una corta battaglia, Vindice, che si uccise. Ma Nerone non potè molto rallegrarsi della vittoria: chè l’esercito vincitore avea proclamato sul campo Virginio imperatore e a questa rivolta seguì subito quella di Galba e delle legioni di Spagna.

93.La fine di Nerone e la caduta dei Giulio-Claudii (giugno 68).— Nerone tentò di resistere: fece dal senato dichiarar Galba nemico pubblico; ordinò che le milizie, le quali si avviavano alle Porte Caspie, tornassero indietro, e che i marinai della flotta di Miseno fossero ordinati a legione e si tenessero pronti per uno sbarco nelle Spagne; spedì corrieri alle legioni dell’Illiria con l’ordine di radunarsi ad Aquileia; emise un’ordinanza per una speciale contribuzione di guerra; armò schiavi pubblici e privati; quindi, fatto più audace dalla gravità del caso, destituì i consoli, di cui non si fidava, e dichiarò che egli stesso sarebbe partito alla testa delle legioni contro i ribelli. Ma la sua sorte dipendeva dalla fedeltà dell’esercito, specie della guardia; e con i suoi delitti, i suoi eccessi, le sue stravaganze, Nerone si era troppo screditato anche nell’opinione delle masse e quindi dei soldati. Fatti arditi dal visibile crollare dell’autorità di Nerone, i senatori avversi a lui e quelli amici di Galba si industriaronoper scuotere questa fedeltà. Sembra certo ch’essi riuscirono ad accordarsi con uno dei due prefetti del pretorio, Ninfidio Sabino, il collega di Tigellino, e per suo mezzo con una parte dei pretoriani — ufficiali e soldati — nonchè di una coorte germanica, addetta alla guardia personale dell’imperatore. Ma quando Nerone apprese che si stava tramando, e su scala più vasta, la congiura di Pisone; allorchè udì che i suoi stessi pretoriani lo tradivano, perdette la testa, e con pochi amici e con pochi soldati ch’egli reputava fedeli a tutta prova, corse a rifugiarsi neigiardini Servilianisulla via Ostiense, che appunto l’avevano ospitato altra volta, durante la congiura di Pisone. Scomparso il principe, il governo ritornava al senato; ma la maggioranza dei nemici di Nerone non era concorde. Chi voleva restaurare senz’altro la repubblica, chi affidare la difesa dello stato a Galba, chi elevare all’impero Virginio Rufo. Invece i capi dei pretoriani ribelli, se erano disposti a deporre Nerone, erano risoluti a non perdere nessuno dei privilegi, che l’impero avea loro procurati, a batter moneta, anzi, con il nuovo trapasso imperiale. Ninfidio Sabino tagliò il nodo di queste incertezze: convocò i pretoriani e li persuase che, scomparso Nerone, non restava loro altro a fare che unirsi alle legioni di Spagna, e proclamare Galba imperatore.

L’energia dei soldati sopraffaceva ancora una volta le esitanze e le discordie del senato. Il senato oramai non era più libero nella sua scelta. Opinando in senso diverso, si sarebbe opposto alle milizie della Spagna e di Roma, avrebberialzato le sorti dei pochi amici di Nerone; facendo sua la deliberazione dei pretoriani, abdicava alla propria volontà. Tuttavia la discussione e la lotta in senato non furono brevi. Se la opposizione riuscì facilmente a deliberare la decadenza del principe e a dichiararlo nemico dello Stato (hostis publicus), non per questo si potè, in una prima seduta, scegliere il nuovo imperatore. Il pubblico, anzi, credette che la repubblica era senz’altro restaurata e si abbandonò a grandi dimostrazioni di giubilo, quali Bruto e Cassio avevano invano sperate centododici anni prima, nelle fatali idi di marzo. Ma la repubblica non poteva reggersi senza la forza; il senato era disarmato, e i generali, ch’esso credeva più fedeli alla repubblica, Virginio Rufo, ad esempio, lontani. Una seconda seduta decise delle sorti dello Stato: anche il senato elesse S. Sulpicio Galba[87].

L’impero era salvo, ma Nerone era perduto. Questi, uscito dal suo rifugio, che aveva giudicato malsicuro, si era, di notte, recato fuori porta Nomentana, in una villa di un suo fedele liberto. Per via aveva udito le grida dei pretoriani acclamanti a Galba e imprecanti al suo nome; colà aveva vissuto parecchi giorni, finchè la mattina del 9 giugno 68 — la data è congetturata con verosimiglianza, ma non sicurissima — mentre sopravvenivano i soldati per ghermirlo e trascinarlo all’estremo supplizio, con l’aiuto di uno dei suoi fedeli liberti, si era finalmente suicidato. Non aveva ancora 31 anni!

La famiglia dei Giulio-Claudii era estinta.L’ultimo suo membro spariva, infamando per l’eternità quel nome di Nerone, che dalla seconda guerra punica in poi era stato il più glorioso di Roma.


Back to IndexNext