CAPITOLO OTTAVOLA REPUBBLICA DI AUGUSTO
44.La restaurazione della repubblica (27 a. C.).— Ultimo superstite di tanti emuli che avevano gareggiato in tante guerre per il potere, Ottaviano restava finalmente signore ed arbitro della Repubblica. Tutte le legioni lo riconoscevano capo; il senato era concorde nell’ammirarlo e nel porre in suo potere lo Stato; Roma e l’Italia lo acclamavano salvatore dell’impero; le province gli ubbidivano. Nessun uomo aveva in Roma goduto di un’autorità maggiore e più sicura. Quale uso ne farebbe egli?
È dottrina comune a tutte le scuole del secolo XIX che Augusto si valse di tanta fortuna per fondare in Roma una monarchia, usando però l’accortezza di vestirla in vecchi panni repubblicani. Ma questa dottrina non ha fondamento nè nelle fonti nè nella ragione storica. Bisogna giungere a Dione Cassio, ossia ad uno scrittore orientale e al terzo secolo dell’impero, per trovare un antico che parli di Augusto come di un monarca. Degli scrittori più vicini a lui, nessuno sospettòmai Augusto di aver nascosto una monarchia nelle forme della vecchia repubblica. Nè è difficile dimostrare che Ottaviano non poteva fondare una monarchia nè a viso aperto, nè sotto la maschera repubblicana. Che voleva dire fondare una monarchia? Sostituire l’autorità propria e della propria famiglia a quella del senato e di quel piccolo gruppo di grandi famiglie che avevano creato e governato sino ad allora l’impero; sostituire a queste famiglie e alle magistrature repubblicane una burocrazia, scelta dal sovrano in tutti gli ordini sociali e in tutte le parti dell’impero, la quale avrebbe riconosciuto lui solo come fonte dell’autorità propria. Augusto avrebbe potuto fare questo rivolgimento soltanto se l’opinione pubblica dell’Italia avesse acconsentito; perchè il suo potere posava sulla fedeltà delle legioni, e le legioni erano composte di Italiani. La rovina di Antonio non aveva forse dimostrato quanto fosse pericoloso far violenza ai sentimenti e alle idee più tenacemente radicate nel ceto medio e nella plebe dell’Italia? Ma uno dei sentimenti più forti nell’Italia romanizzata era appunto la venerazione per il senato, per le secolari istituzioni della repubblica, per l’aristocrazia di Roma. Per quanto feroci fossero state le lotte delle fazioni a Roma, esse non avevano fatto progredire molto quelle che a noi sembrano le vere idee democratiche, in mezzo alla moltitudine. Il partito popolare era stato capeggiato da nobili di vecchia famiglia come il partito senatorio; il mezzo ceto e i poveri avevano cercato con quelle lotte di ottenere pane, terre, denaro, pensioni,leggi meno aspre e severe, non di conquistare le alte cariche dello Stato. L’uno e l’altro non ammettevano neppure che il comando in guerra e le magistrature della repubblica fossero attribuite ad altri che ai membri della nobiltà senatoria; tanto è vero che tutte le persone di origine oscura, cui era riuscito di entrare nel senato in mezzo al disordine delle guerre civili, erano assai mal viste, quando non avessero i meriti insigni di un Agrippa. Proprio nell’anno 28, mentre gli storici moderni gli attribuiscono l’intenzione di fondare una monarchia, Augusto era obbligato, per dare soddisfazione alla opinione pubblica, a rivedere la lista del senato, e ad invitare a dimettersi 200 tra i suoi membri più oscuri, proprio quelli che sarebbero stati gli strumenti più docili della monarchia. Se la condizione media e la plebe non acconsentivano neppure ad esser governate dalla propria gente, figurarsi se avrebbero obbedito a funzionari orientali, o di qualche altra provincia! Ci vorranno più di tre secoli, perchè l’Italia pieghi il collo al comando dei suoi antichi sudditi.
In quegli anni invece tutta l’Italia era agitata da una specie di fervore tradizionalista, di cui sono rimasti i documenti più solenni nella letteratura. Le guerre civili avevano fatto rinsavire gli uomini, e risospinto gli animi spaventati verso il passato. È questo il tempo in cui Tito Livio, che doveva diventare un grande amico di Ottaviano, incomincia a scrivere la sua storia di Roma, per glorificare l’antico governo repubblicano e gli uomini, che, come Pompeo, erano stati vinti nella guerra civile, per rimpicciolire i capidel partito vittorioso, Cesare non escluso[37]. È il tempo in cui, agli scrittori più illustri dell’età precedente, si preferiscono quelli antichi: Livio Andronico, Pacuvio, Ennio, Plauto, Terenzio. Il tempo in cui l’epicureismo, così in favore nella generazione precedente, perde terreno, scacciato dal pitagorismo e dallo stoicismo. Il tempo, in cui Virgilio si accinge a vergare il maggior poema morale e religioso della romanità, e già si è formato, e diventerà numeroso e minaccioso, un partito che vuole bandire da Roma a furia di leggi ciò ch’esso definisce la «corruzione», i vizi, portati dalla conquista, dall’orientalismo, dalla ricchezza: l’impudicizia delle donne, la compiacenza dei mariti, il lusso, l’amore dei piaceri.
In tempi simili nemmeno un nuovo Cesare sarebbe riuscito a fondare una monarchia. Immaginarsi se ci poteva neppure pensare un uomo come Ottaviano, che non era nè un gran generale nè un grande ambizioso, ma un amministratore probo ed accorto, un politico abile e prudente, e che aveva sposato da poco Livia, la madre del futuro imperatore Tiberio e la consorte divorziata del fuggiasco Claudio Tiberio Nerone: una donna di alto ingegno, di grande abilità, ma che incarnava lo spirito e le tradizioni della vecchia nobiltà romana!
Il disegno di Ottaviano era dunque più modesto e più semplice di quello che gli storici moderni gli hanno attribuito: restaurare, quanto e meglio che si potesse, l’antica repubblica aristocratica, rendere alle istituzioni l’autorità di cui il triumvirato le aveva spogliate, ma correggendo idifetti che avevano generato prima l’anarchia e poi le guerre civili, la dittatura di Cesare, e il triumvirato[38]. Tra questi i due difetti di maggior pericolo erano lo spezzettamento dei comandi militari e l’annualità e la collegialità delle magistrature. Dividendo l’esercito tra molti generali, ognuno indipendente dall’altro, e tutti dipendenti dal senato lontano, spesso debole e discorde perchè parteggiante per l’uno o l’altro dei generali, era accaduto che molti generali si erano serviti degli eserciti per le loro ambizioni, movendo persino in guerra contro il senato. Lo sdoppiare tutte le magistrature in due colleghi di egual potere e il rinnovarli tutti gli anni, se aveva garantito i cittadini contro gli abusi dell’autorità, aveva anche diminuito la continuità del governo e posto uno strumento pericolosissimo di disordine nelle mani dei partiti; perchè troppo spesso accadeva che i due colleghi appartenessero a partito differente e che ciascuno cercasse di intralciare ciò che faceva il collega. Se dunque era necessario ricostituire la repubblica, riconvocare i comizi, ridare gli antichi poteri alle magistrature, occorreva pure stabilire un’autorità forte abbastanza da contenere le fazioni, le magistrature, i comandi militari (le promagistrature), per modo che non abusassero del loro potere, non si intralciassero a vicenda o non trascurassero il proprio dovere. Cicerone aveva già dimostrato nel suoDe Republica, svolgendo un’idea attinta a Polibio e ad Aristotele, che negli Stati in discordia occorre un magistrato supremo e unico, soggetto alle leggi comuni, e di conseguenza repubblicano, ma investitodi un potere più duraturo e più ampio che i magistrati ordinari, il quale possa e sappia costringere questi a non fare nè più nè meno del proprio ufficio.
Questa è l’idea — schiettamente latina e repubblicana — che ispirò la riforma costituzionale, discussa tra Ottaviano e gli uomini più eminenti del Senato durante il 28 a. C. e solennemente sancita il 13 gennaio del 27. Per la nuova riforma Ottaviano consentiva, assumendo il proconsolato di tutte le province nelle quali erano stanziati eserciti, a prendere il comando di tutte le legioni, in modo che i soldati e gli ufficiali dipendessero da lui e a lui rispondessero, anzichè a quella anonima, intermittente e fiacca autorità, che era il senato. Queste province, di cui Ottaviano assumeva il proconsolato, erano, nel 27, tre soltanto: la Siria, con Cipro, la Gallia Transalpina, la Spagna. Le altre invece, come per l’innanzi, sarebbero amministrate dai proconsoli e dai propretori. D’altra, parte, occorrendo anche in Roma un’alta autorità per sorvegliare i magistrati urbani, stimolare e riunire il senato, Ottaviano consentiva ad assumersi egli stesso questo incarico, ponendo ogni anno la sua candidatura al consolato. Egli sarebbe stato dunque al tempo stesso console e proconsole; avrebbe da Roma, per mezzo di luogotenenti, governato le sue province; o, quando si fosse recato colà, avrebbe continuato a governare Roma nella sua qualità di console. L’unione delle due magistrature — la consolare e la proconsolare — era più una rivoluzione che una riforma della antica costituzione:ma non era del tutto nuova, chè già Pompeo nel 52 aveva cumulato le due cariche; ma Ottaviano riceveva l’una e l’altra, dai legittimi poteri costituenti; e solo per meglio far operare le restaurate istituzioni della repubblica. Insomma si poneva a capo della repubblica Ottaviano comeprimo magistrato o presidente(princeps), ma con poteri legali e determinati, e per un decennio, proprio come Cicerone aveva consigliato nelDe officiis. Nel tempo stesso Ottaviano restituiva tutti i poteri, di cui la leggeTitial’aveva investito come triumviro. Cosicchè anche quel cumulo di poteri eccezionali sulla persona del nuovo presidente appariva ai contemporanei, ignari dell’avvenire, come un ordinamento provvisorio, che sarebbe durato fino al giorno in cui la repubblica potesse essere ripristinata nella genuina sua forma antica.
Il vincitore non poteva essere più modesto, e il 16 gennaio era degnamente ricompensato. Quasi a imprimere il suggello di un carattere sacro alla magistratura, creata pochi giorni innanzi, il popolo e il senato gli conferivano quel titolo onorifico diAugustus, con cui egli passerà nella storia.
45.Le finanze.— Incomincia la nuova storia di Ottaviano e della repubblica romana: una storia, piccola nelle apparenze, grande nella sostanza. Un fermo proposito la domina tutta: soddisfare quanto più si possa le nuove aspirazioni tradizionaliste, che volevano ristabilire l’ordine nello Stato, nella famiglia, nelle idee, nei costumi, rinnovando i tempi più gloriosi della aristocrazia,il loro zelo civico, la loro concordia, la loro devozione, la loro semplicità di costumi, la loro disciplina; governare insomma con il nome e all’opposto di Cesare. Già nel 28, prima che la nuova costituzione repubblicana fosse approvata, Ottaviano aveva ridotto l’esercito a sole 23 legioni, e dato mano a ristabilire la disciplina, escludendo gli stranieri, i liberti e i provinciali, e ristabilendo le pene e le ricompense d’altri tempi. Nello stesso anno si era accinto a ricostituire per via di donativi la fortuna di molte famiglie senatorie, cadute in povertà. Diventato Augusto, fece approvare una legge che abbassava l’età legale per le magistrature affinchè i giovani potessero incominciare di buon’ora la carriera politica, come s’era fatto nell’età più gloriosa dell’aristocrazia, nel terzo e secondo secolo a. C.; e come era necessario fare, ora che il numero delle famiglie aristocratiche era così sminuito[39]. Fece approvare una legge, già imaginata da Cesare, che assegnava degli stipendi ai governatori provinciali e a tutti i magistrati di nuova creazione: riforma necessaria, perchè una parte della aristocrazia era troppo povera per poter far le spese delle cariche pubbliche, ma che contradiceva un principio della vecchia repubblica: la gratuità delle funzioni. Infine e soprattutto attese a riordinare le finanze.
Dopo tante dilapidazioni, rapine e malversazioni, la riforma delle finanze era il primo farmaco di cui aveva bisogno l’ammalata repubblica. Senza denaro Augusto non avrebbe potuto nè intraprendere guerre, nè rimettere in buon assettol’amministrazione, nè dare mano a lavori pubblici. Per ciò egli volse le sue prime e maggiori cure all’erario. Quali erano le entrate e le spese della repubblica? Per saperlo, Augusto organizzò presso di sè — per suo uso privato — una vera e propria contabilità di Stato, scegliendo all’uopo, tra i suoi numerosi schiavi e liberti, i più colti ed intelligenti. Come capo del senato, come console, come proconsole di tre grandi province, egli poteva avere in mano tutti i conti dello Stato e compilare un bilancio o almeno uno schema del bilancio[40]. Questo schema era anche più preciso e più particolareggiato che quello dei magistrati; e senza esautorare il senato e ipraefecti aerarii Saturniche dell’erario avevano cura, Augusto si sarebbe servito di questo schema per studiare le nuove misure fiscali, per ammonire e biasimare, o far ammonire o biasimare dal senato, i magistrati che facessero spese inutili o negligessero le province, per far fruttare le proprietà dello Stato.
Ma conoscere le entrate non bastava; occorreva accrescerle. Ripigliando un disegno di Cesare, Augusto fece l’inventario del gigantesco patrimonio che la repubblica possedeva in tutto l’impero, e che aveva in ogni tempo sfruttato con profitto, ma anche con grandissimo disordine e sperpero. Si applicò inoltre ad accrescere i tributi di talune province, che negli ultimi anni erano state memo devastate, e che, al confronto di mezzo secolo innanzi, offrivano segni di palese prosperità, come la Gallia Transalpina, forse anche le province illiriche e taluni paesi alpini.Si sforzò pure di mettere in circolazione una più grande quantità di numerario. Durante il triumvirato, grandi quantità di oro e d’argento, spaventate dall’anarchia, erano sparite in tutto l’impero; cosicchè i triumviri avevano dovuto coniar monete di cattiva lega. Per rimediare alla scarsezza del medio circolante, Augusto pensò di conquistare dei territori auriferi, e con questo pensiero preparò le prime guerre del suo principato: la guerra contro i Cantabri e gli Asturi, nella penisola iberica, le cui miniere d’oro, nell’anarchia dell’ultimo secolo, erano state abbandonate, dopo una rivolta degli indigeni: e, insieme, la conquista della valle dei Salassi (Val d’Aosta) altrettanto preziosa, e per le stesse ragioni. Anzi la riorganizzazione delle finanze gli stava tanto a cuore, che nel 27 stesso deliberò di fare un lungo viaggio e di recarsi prima in Gallia a organizzare i nuovi tributi e in Spagna a riconquistare le miniere d’oro dei Cantabri e degli Asturi: non prima però di aver deliberato di fare a sue spese, e con il concorso dei senatori più ricchi e volenterosi, grandi lavori pubblici in Italia, come riparare parecchie strade, molti templi e monumenti pubblici, e costruire altri ex novo. Compiute rapidamente queste riforme, negli ultimi mesi del 27, egli partiva alla volta della Gallia e della Spagna.
46.Le prime difficoltà del nuovo regime e la crisi del 23.— Augusto fece la prima tappa del suo viaggio a Narbona. Quivi egli aveva appositamente convocato i notabili della Gallia Transalpina,probabilmente per annunziar loro le misure, che dovevano preparare la riforma dei tributi, tra le altre, un censimento generale inteso ad accertare le nuove fortune della Gallia. Non a caso Augusto aveva messo gli occhi, per accrescere i tributi, sulla provincia conquistata da Cesare. Dopo la morte di Cesare, l’autorità romana era stata troppo debole in Gallia, da potere sfruttare tanto crudelmente il paese. Aveva soltanto potuto imporre un certo ordine e la pace, di cui il paese aveva largamente approfittato. Non più devastato dalle periodiche guerre civili; pagando alla potenza dominante pochi tributi, e forse nessuno; sbarazzato dalla nobiltà turbolenta e dalle bande dei cavalieri e dei clienti, che erano stati la sua piaga durante l’indipendenza, la Gallia si era arricchita, nel volgere di una generazione. Molti Galli erano divenuti artigiani, altri agricoltori, altri infine si erano arruolati negli eserciti dei triumviri ed avevano preso parte al saccheggio dell’impero, riportando in patria l’oro rapinato ovunque. In un paese come la Gallia, allora come oggi assai fertile, ben irrigato, coperto di foreste, ricco di minerali, gli effetti del nuovo regime apparivano ovunque dopo trenta anni. Già si cominciavano a scavare da per tutto delle miniere, si cercava l’oro sotterra e tra le sabbie dei fiumi: si scoprivano miniere d’argento; si mettevano a coltura nuove terre e si cominciava a piantare il lino, fino allora coltivato soltanto in Oriente. Incominciavano a fiorire persino delle industrie: la tessitura, la ceramica, la vetreria. I Galli cercavano di imitare gli oggetti fabbricati in Orientee si studiavano di farne delle copie più rozze, ma di minor prezzo. Roma, dunque, poteva chiedere alla Gallia un tributo maggiore di quello che essa aveva pagato fino ad allora. Dopo essersi trattenuto in Gallia per predisporre il necessario a questo aumento di tributi[41], Augusto andò in Spagna per far guerra agli Asturi e ai Cantabri, mentre un suo legato conquistava la valle dei Salassi. Nella seconda metà del 25 egli era nuovamente di ritorno ai Roma. Neppur due anni erano trascorsi dalla solenne restaurazione repubblicana, e già se ne vedevano i difetti. Nel 25 non si erano trovati candidati in numero sufficiente per i 20 posti di questori; i servizi pubblici, in Roma e fuori, continuavano a procedere male come prima; lo stesso senato preferiva rimettere a Augusto tutte le decisioni, limitandosi soltanto ad approvarle e a ratificarle. Se tutti ammiravano a discorsi la repubblica aristocratica del buon tempo antico, pochi erano disposti a farla rivivere con sacrificio proprio. Le famiglie storiche dell’aristocrazia non erano più nè così numerose, nè così ricche, nè così devote alla cosa pubblica, da sobbarcarsi a tutta l’amministrazione di un così immenso impero. Nell’ordine dei cavalieri e nella plebe c’erano uomini che avevano ricchezze e voglia di servirsene per la pubblica cosa: ma a costoro mancava la preparazione e il nome. Il popolo non li avrebbe facilmente tollerati e obbediti, nè l’aristocrazia storica, ritornata in auge, era disposta ad accogliere in troppo numero degli uomini nuovi nelle sue file. Cosicchè, tra quelli che avrebbero potuto governare e non volevano,e quelli che avrebbero voluto e non potevano, l’amministrazione della repubblica procedeva alla meglio; e di ogni difficoltà tutti si scaricavano sopra Augusto. Augusto doveva pensare e provvedere a tutto. Il lavoro che ricadeva sulle sue spalle era tanto, che verso il giugno del 24 ammalò gravemente; e, guarito, ebbe una ricaduta più grave nella primavera del 23. Un brutto giorno Roma apprese che Augusto era morente, che egli aveva già lasciato ad Agrippa e al console collega, C. Calpurnio Pisone, tutte le sue disposizioni testamentarie. Tutta Roma agghiacciò di terrore: quali non sarebbero le ripercussioni politiche di quella morte?
Fortunatamente, Augusto guarì; ma rimessosi dichiarò di aver bisogno di riposo e di volersi ritirare a vita privata. Lo sbigottimento di Roma fu immenso. Tutti temettero che, partito Augusto, si ricomincerebbe da capo con le guerre civili. Si insistè dunque e supplicò perchè restasse al governo. Augusto si arrese alla fine — e forse a questo voleva venire — quando il senato acconsentì ad approvare una nuova riforma costituzionale, che, pur lasciandogli una immensa autorità, avrebbe, nel suo pensiero, dovuto alleggerire la soma di lavoro che pesava su lui. Ilprincepsrinuncerebbe al consolato annuo, disinteressandosi così delle faccende di Roma, e dell’Italia, le più gravose e difficili, per attendere alle province. In queste egli riceverebbe un potere supremo di vigilanza e di controllo. Senonchè, se era possibile che le classi alte si rassegnassero a rinunziare a un console così autorevole e così benevolo,come Augusto, era ben difficile che le classi medie e minori di Roma e d’Italia fossero contente di vedere Augusto disinteressarsi interamente delle cose italiane. Dovette essere questa la grave ragione per cui Augusto, pur rinunziando al consolato, consentì ad accettare un nuovo potere o meglio un’astrazione di potere: lapotestà tribuniciaa vita, cioè tutti gli antichi diritti tribunicî — quello del veto, quello di far proposte in senato, di proporre leggi al popolo: potestà generica, sconfinata, e indefinita al tempo stesso, ma che gli avrebbe dato mezzo di intervenire, o piuttosto di mostrare, all’occasione, d’intervenire negli affari d’Italia[42].
Questa riforma fu approvata verso la metà dell’anno; e incominciò a confondere il concetto, in principio così chiaro, della restaurazione del 27. Ma nello stesso anno, poco dopo che la riforma era stata approvata, due avvenimenti vennero a dimostrare anche meglio che la repubblica aristocratica, non ostante gli sforzi di Augusto e degli altri per farla rivivere, agonizzava. Prima, un’ambasceria partica che giunse a Roma. Da circa un decennio, i Parti e Roma non avevano avuto più nessun rapporto tra loro. Era però accaduto che, in una guerra dinastica di quell’impero, il figlio maggiore di Fraate fosse stato fatto prigioniero e consegnato ai Romani, e che a Roma si fosse rifugiato il ribelle competitore del re dei Parti, Tiridate. L’ambasceria del Gran Re veniva ora a chiedere la consegna dell’uno e dell’altro: grossa difficoltà, perchè quella domanda riapriva la più pericolosa delle questioni orientali. Gli ambasciatorisi rivolsero ad Augusto; Augusto, zelante osservatore della costituzione, li rinviò al senato, cui spettavano, secondo la costituzione, le questioni estere; ma il senato, dopo matura riflessione, rimandò gli ambasciatori ad Augusto, riconoscendo che Augusto potrebbe e saprebbe sciogliere quel difficile nodo meglio del supremo consesso della repubblica. L’altro avvenimento fu una carestia e una inondazione del Tevere. Subito il popolo senza pane e senza tetto insorse contro l’incuria dei magistrati, reclamò che Augusto riassumesse il consolato, o che, fornito di poteri dittatoriali, come Pompeo nel 57, s’incaricasse del vettovagliamento della città. Il clamore popolare fu tale, che Augusto dovette assumere i pieni poteri dell’annona. Ma il popolo non fu contento: la sua fiducia in Augusto era così grande, così vivo il desiderio di un’amministrazione più forte, che subito reclamò che Augusto assumesse subito o il consolato a vita, o la censura, o la dittatura; insomma, sotto qual si voglia forma, un’autorità rapida, energica ed assoluta. Augusto riluttava, sapendo per esperienza quanto le dittature fossero pericolose: ma gli animi erano così accesi, che fu forza venire ad un accordo. Il senato, pur non parlando di censure o di dittature, accordò ad Augusto il potere di emanare degli editti, come se fosse console, quando l’avesse creduto, in vista del bene pubblico. In altre parole, Augusto riceveva, ora, e per Roma e per l’Italia, quel potere discrezionale di sorveglianza, che poco prima aveva ricevuto per le province. La vecchia aristocrazia non reggevapiù al peso del governo; un ordine sociale nuovo che la sostituisse non esisteva; tutto il peso dell’impero ricascava su Augusto, che, volente o nolente, doveva sobbarcarsi. Un solo anno — il 23 — aveva visto — e pochi mesi dopo che Augusto aveva fatto uno sforzo serio per ritirarsi a vita privata — il senato abdicare i proprii poteri sulla politica estera e concedergli quella facoltà di emettere editti, che sarà il germe da cui germoglierà il dispotismo monarchico[43].
47.Il viaggio di Augusto in Oriente (21-19 a. C.).— L’anno successivo Augusto, quasi a dimostrare con un fatto che il governo delle province, assunto nel 27, era provvisorio e che egli voleva restituirle, man mano che fossero pacificate, restituiva al senato Cipro e la Gallia Narbonese. Nel tempo stesso si preparava a fare un primo viaggio nelle province asiatiche, che erano ancora considerate come la parte più florida dell’impero.
L’Italia sperava da questo viaggio nientemeno che la conquista dell’Armenia e della Parzia, ma Augusto, più positivo, pensava che il suo viaggio avrebbe avuto scopi assai più modesti sebbene più utili: risolvere definitivamente la vertenza con il re dei Parti, con il quale aveva, fin dall’arrivo dei suoi ambasciatori a Roma, iniziato trattative per una transazione onorevole; e affermare l’autorità dell’impero, anche sugli Stati indipendenti della regione. Partì nella primavera del 21, si fermò in Grecia, e cercò di portar soccorso ai suoi mali più antichi e profondi. Separò di nuovo, per dare unasoddisfazione al sentimento nazionale, la Grecia dalla provincia della Macedonia, decorandola del nome di Acaia, e delimitando il suo territorio in modo da comprendere la Tessaglia, l’Epiro, le isole Ionie, l’Eubea e alcune altre isole dell’Arcipelago con capoluogo Corinto; riorganizzò l’anticoConsiglio Anfizionico, che si adunava ogni anno a Delfo; si sforzò di stabilire una dieta con assemblee annue — imagine rinnovellata e ingrandita dalla lega achea, alla quale tutte le città greche inviassero un rappresentante; dette la libertà a parecchie città elleniche. Indi passò nell’Asia minore, dove trovò la provincia d’Asia affaccendata ad innalzare in Pergamo un gran tempio in suo onore e a fondare il culto del nuovo Dio vivente, Augusto. Era avvenuto qualcosa di simile ad Antonio in Alessandria. L’adorazione dei monarchi defunti in Asia e dei monarchi viventi in Egitto, era stato uno dei tanti strumenti di dominazione, di cui l’ellenismo si era servito per imperare sulle razze indigene dell’Asia e dell’Africa. Ora l’Oriente incominciava timidamente ad estendere quel culto al nuovo magistrato supremo, che sorgeva in Roma tra tante contradizioni, volendo essere ancora, e non potendo più essere, un magistrato repubblicano; come se l’Oriente volesse dire a Roma che era suo destino cadere sotto quelle stesse istituzioni monarchiche, che per tanti secoli lo avevano retto. Augusto accettò il tempio, a condizione che Roma fosse associata nel culto alla sua persona. Quindi si volse a risolvere la questione partica e la armena.
L’Armenia, che Antonio aveva conquistata, era tornata sotto il governo di un re nazionale, ostile a Roma e soggetto all’influenza partica. Ora giungeva Augusto, deliberato a riconquistare la perduta egemonia, con grandi forze. Ma mentre, nell’inverno tra il 21 ed il 20, le forze romane e alleate si concentravano ai confini dell’Armenia, una rivoluzione rovesciava e trucidava il re, e gli insorti dichiaravano di accettare la supremazia romana. Augusto tuttavia non annesse l’Armenia, e diede il paese ad un re amico, al fratello del monarca deposto, Tigrane, che egli aveva fatto prigioniero dopo Azio, ad Alessandria, e poscia educato regalmente a Roma. Poco dopo il re dei Parti, Fraate, poneva ad effetto l’accordo, laboriosamente conchiuso dopo lunghe trattative; e mandava al campo romano le insegne e i prigionieri catturati al tempo della spedizione di Crasso, insieme con ambasciatori, incaricati di concludere definitivamente il trattato di pace con Roma. Questo trattato era altra cosa della conquista della Parzia, che molti sognavano a Roma: era un ragionevole e saggio compromesso, per il quale i Parti si disinteressavano definitivamente della politica mediterranea, abbandonando a Roma l’Anatolia e la Siria, e Roma, dal canto suo, abbandonava il programma di Alessandro, di Cesare, di Antonio, e s’impegnava a non entrare nell’Asia centrale. Ma i vantaggi per Roma erano grandi, poichè con quel trattato, che le assicurava un secolo di pace in Oriente, Roma ricuperava la libertà d’azione in Europa; e sarebbe libera di intraprendere in Gallia quella politica di romanizzazione,da cui nascerà la civiltà europea. Onde questo trattato va annoverato tra i grandi servizi resi da Augusto a Roma.
48.Le grandi leggi sociali dell’anno 18.— Augusto tornò in Roma, nella seconda metà del 19: e trovò la grande città piena di agitazioni, di discordie, di dispute; le vecchie famiglie più nemiche che mai della gente nuova; i servizi pubblici trascurati come sempre; il popolo malcontento e cresciuto moltissimo nel favore pubblico quel movimento tradizionalista e puritano, che abbiamo visto incominciare negli ultimi tempi del triumvirato. Fatto più ardito, questo movimento, che era favorito insieme dai vecchi nobili e da una parte delle classi medie, chiedeva ora l’epurazione del senato da tutti gli intrusi, che la rivoluzione vi aveva introdotti; il ritorno a una costituzione timocratica, escludente da qualsiasi carica coloro che non possedessero una certa fortuna; delle leggi, che imponessero ai ricchi una vita più modesta e virtuosa, che reprimessero gli scandali privati e raffrenassero nella aristocrazia il lusso e quella che si diceva la corruzione delle donne. Il movimento degli animi era così forte, che il disinteressarsene si faceva sempre più difficile per Augusto; ma il soddisfarlo non era neppur facile. Con l’anno 18 scadevano i poteri decennali pelprinceps, assunti nel 27; ed Augusto meditava una terza riforma della costituzione allo scopo di scaricare su altri parte delle cure e delle responsabilità. Con questa riforma egli avrebbe diviso il suo potere con M. VipsanioAgrippa, che frattanto aveva sposato sua figlia Giulia. Tanto poco Augusto pensava a fondare una monarchia! Insomma Roma e l’Italia aspettavano da Augusto un governo più vigoroso, che facesse grandi riforme, proprio mentre Augusto pensava a dividere il potere con Agrippa. Anche questa volta fu necessario addivenire a un compromesso. I poteri di Augusto furono prolungati per cinque anni, a cominciare dal 17; e Agrippa gli fu messo a fianco come collega, con eguali poteri[44]. Indi Augusto procedè a tentare con il nuovo collega unalectio senatus, ossia a dar mano a quella epurazione del senato che il partito puritano a gran voce reclamava. Compiuta questa epurazione, con molta prudenza e con molti riguardi, propose quella che passerà nella storia con il nome dilex Julia de maritandis ordinibus: la prima delle leggi con le quali Augusto cercherà, come gli chiedeva il partito puritano, di restaurare l’antica morale romana. Ma con che complicati espedienti!
La legge sanciva innanzi tutto il matrimonio come un obbligo per tutti i cittadini romani; non considerava come matrimonio, ma come concubinato, l’unione di un senatore o di un suo discendente con una liberta; dichiarava che nell’ordine senatorio solo i figli generati da una donnaingenua et honestasarebbero considerati come legittimi ed avrebbero tutti i diritti del rango, non quelli la cui madre fosse stata una leggiadra danzatrice siriaca o una graziosa liberta ebrea; riconosceva come legittimi i matrimoni tra liberti e plebei; non riconosceva come matrimonio, masolo come concubinato le unioni anche dei plebei con prostitute, mezzane, adultere e attrici. Ma in che modo si potevano obbligare gli uomini e le donne a sposarsi? Augusto immaginò un ingegnoso sistema di premî e di pene da applicare all’egoismo dei celibatari. Ai senatori che avevano moglie e figliuoli, la legge offerse e stabilì diversi premi: ad esempio, che fra i magistrati fosse, nell’esercizio del suo ufficio, privilegiato colui che avesse più figliuoli; che ogni cittadino potesse aspirare alle magistrature, anticipando su l’età legale di tanti anni quanti figliuoli contava; che le donne tre volte feconde avrebbero goduto di una quasi completa eguaglianza civile con gli uomini, e così via. In modo analogo la legge liberava da parecchi obblighi verso i loro antichi padroni, i liberti che avessero più di due figliuoli. Invece i celibatarî ostinati sarebbero stati esclusi da tutte le feste e gli spettacoli pubblici; esclusi dal diritto di raccogliere le eredità, che avessero potuto ricevere da persone a loro non imparentate almeno in sesto grado. Legge, come è facile vedere, nel tempo stesso restauratrice e rivoluzionaria; perchè, per restaurare gli antichi costumi, sovvertiva alcuni principî secolari del diritto romano; riconosceva i matrimoni tra i plebei e le liberte, limitava i diritti dei patroni sui liberti, e la libertà di testare. Onde non è da meravigliare che essa richiedesse altre leggi complementari. Come infatti pretendere che un uomo serio ed onesto fosse costretto ad ammogliarsi, se non aveva mezzi per frenare la prodigalità il lusso o la leggerezza della moglie? Allalex de maritandisordinibusseguirono infatti due nuove leggi: unalex sumptuariae la famosalex Julia de pudicitia et de coercendis adulteriis. La prima mirava a limitare il lusso delle donne, dei banchetti, di tutta la vita privata dei cittadini. La seconda autorizzava, come ai tempi antichi, il padre a punire di morte la figliuola, che avesse commesso adulterio insieme al suo complice; autorizzava il marito, sia pure in certe condizioni, a uccidere l’adultero ma non la moglie; faceva poi obbligo al marito, e se il marito non c’era o era impedito o non voleva, al padre, che non l’avesse uccisa, di denunciare entro sessanta giorni la moglie o la figlia rea di adulterio al pretore e allaquaestio: se non ottemperassero a questo obbligo, passati i sessanta giorni, qualunque persona poteva proporre l’accusa. I reati di adulterio erano dichiaratijudicia publica, come i parricidî, e le pene erano gravissime: la relegazione a vita per i due complici; di più, per l’uomo, la confisca di metà dei beni e, per la donna, la perdita della dote e di un terzo delle proprie ricchezze.
Castighi così terribili dell’adulterio possono sembrare a noi poco meno che inesplicabili: ma è più facile intenderne la ragione, ove si pensi che quelle leggi erano promulgatesolo per i cittadini romani, e di fatto prendevano di mira solo i senatori e i cavalieri, le cui ricchezze e la cui rinomanza potevano tentare gli accusatori con la speranza del premio che spettava agli accusatori sui beni dei condannati. Quelle leggi non miravano ad accrescere la popolazione favorendo la generazione ma a restaurare l’aristocrazia ricostituendole famiglie nobili, ossia l’antico vivaio dei generali e dei diplomatici, che avevano fondato l’impero. Augusto procedeva dunque anche in questo proprio all’opposto di tutti i fondatori di monarchie assolute, i quali hanno invece sempre mirato a distruggere le aristocrazie esistenti. Ciò confermano due disposizioni: l’una, contenuta nella stessalex de adulteriis; l’altra, in una legge dello stesso tempo. Con la prima, per far più sicure le fortune delle famiglie ricche, Augusto interdisse al marito di vendere o di obbligare in qualunque modo la dote della moglie. Con la seconda, vietò ai cittadini, forniti di un reddito minore di 400.000 sesterzi di aspirare alle pubbliche cariche. Così anche quello spiraglio aperto, nella costituzione romana, alle classi non ricche, perchè potessero occupare qualche magistratura, era di nuovo chiuso, e l’antica costituzione aristocratica, solennemente ristabilita. Il figlio di Cesare ricostituiva dalle fondamenta i privilegi di quell’aristocrazia, contro cui suo padre aveva così lungamente lottato; si sforzava di restaurare quell’ordine sociale, che suo padre aveva, volente e nolente, distrutto a metà.
49.Lo sviluppo della Gallia e la conquista della Germania (12-8 a. C.).— L’approvazione delle grandi leggi sociali fu celebrata nell’anno 17 con una cerimonia solenne: iludi saeculares, istituiti nel 509 a. C. al principio della Repubblica, e ripetuti in ogni secolo, sebbene a date non esattamente periodiche. Per questa cerimonia Orazio compose la più armoniosa delle preghiere romane.ilCarmen saeculare, che invocava dagli Dei la pace, la potenza, la gloria, la prosperità, la fecondità, la virtù, e che 27 adolescenti e 27 fanciulle cantarono nel tempio di Apollo sul Palatino. Ma, mentre si facevano a Roma queste leggi e si celebravano queste feste, una grossa tempesta si levava nelle province dell’Europa da poco e malamente sottomesse: nelle valli alpine, nella Gallia, nella Pannonia. Era questa, in parte, una delle conseguenze della pace e del buon governo, introdotti da Augusto. La pace aveva interrotto le frequenti leve militari per le guerre civili di Roma, vera fortuna per tutti i disperati e gli avventurosi della generazione precedente; e la buona amministrazione augustea aveva invece incominciato ad esigere le imposte con rigore. Così, ai primi del 16, l’uragano brontolava alle frontiere dell’Italia: la Transalpina era in fermento, nelle Alpi i Vennoneti (abitanti della Valtellina e forse anche della valle dell’Adige e dell’alto Inn) e i Camunni (abitanti della val Camonica), pigliavano le armi; i Bessi si rivoltavano in Tracia contro il re Rimetalce imposto loro dai Romani; la Macedonia era invasa dai Denteleti, dagli Scordisci, forse anche dai Sarmati; la Pannonia e il Norico, fino allora docili al protettorato romano, insorgevano e invadevano l’Istria. L’incendio si era rapidamente propagato soprattutto nelle Alpi; i Trumplini, nella val Trompia, e le numerose tribù dei Lepontini, abitanti nelle valli italiane e svizzere che dànno sui laghi Maggiore e di Orta; i Reti e i Vindelicî, che dal paese dei Grigioni e dal Tirolo si stendevano, attraverso la Baviera,fino al Danubio; gli abitanti delle Alpi Cozie, e perfino i Liguri delle Alpi Marittime erano insorti. Quasi tutta la grande catena montuosa, dove s’erano rifugiati gli ultimi resti delle stirpi, che un tempo avevano abitato la pianura, Iberi, Celti, Etruschi, era in fiamme. Nel tempo stesso un’orda di Germani invadeva la Gallia e sconfiggeva il legato romano, Marco Lollio.
Augusto non poteva restare a Roma occupato a preparare leggi e a celebrare feste, quando l’impero pareva vacillare a occidente. Era chiaro che occorrevano vaste operazioni militari e un profondo riordinamento di quelle province. Per fortuna, l’invasione germanica in Gallia non era seria; bastò che Augusto apparisse, perchè l’onda si ritirasse. Dileguati i Germani, restava la rivolta delle Alpi, che minacciava di separare l’Italia dalle province d’Occidente. Augusto deliberò di sottomettere per sempre le popolazioni, operando metodicamente nelle grandi vallate; e commise a tre generali le operazioni: a P. Silio, che poco prima aveva liberato l’Istria da Pannoni e da Norici, e ai due giovani figliuoli della sua consorte Livia: a Tiberio, che in quell’anno era pretore, e che già lo aveva seguito in Spagna e in Armenia, e al suo fratello minore, Druso, di ventidue anni, che era stato appena eletto questore pel 15. I due giovani avevano belle qualità: energia, coraggio, fierezza; Druso aggiungeva a queste una amabilità, che faceva gradevoli le più antiche e austere virtù romane. Era amato da tutti; ma questa non era ragione bastevole, perchè Augusto nominasse suo legato per una grande guerra unsemplice questore. Ce ne dovettero essere di più gravi: forse la mancanza di uomini capaci, e di cui Augusto potesse fidarsi.
Le operazioni di Silio contro i Leponzi, quelle di Druso e di Tiberio contro i Rezi e i Vindelici, ebbero un felice successo. I due giovani portarono i confini dell’impero fino al Danubio e conquistarono il Norico (15 a. C.). Non molto tempo dopo era domata l’insurrezione delle Alpi Cozie e Marittime. La popolazione maschile fu fatta schiava; i beni delle tribù e delle famiglie ricche confiscati; i territori dei popoli divisi tra le città della Cisalpina. Nel Norico, abolita la dinastia nazionale, fu istituito un regime provinciale somigliante a quello dell’Egitto, e il governo di quel paese affidato ad unpraefectus. Anche nelle Alpi Cozie la dinastia nazionale perdè il titolo reale e il suo capo continuò a governare il paese con il titolo dipraefectus. Invece la Rezia, la Vindelicia e tutto il territorio, che va dalla cresta delle Alpi al Danubio e dal lago Lemano (Lago di Ginevra) alle frontiere del Norico, fu fatta provincia. Augusto pensò infine di aprire alcune grandi vie strategiche fra le nuove province e la valle del Po, in modo che, senza accrescerne il numero, le legioni potessero rapidamente accorrere a difendere i punti minacciati.
Con queste spedizioni Augusto compieva nelle Alpi un’opera, le cui conseguenze durano ancora: apriva quella famosa catena di montagne alla civiltà. L’opera era grande: ma nel pensiero di Augusto doveva servire di preparazione ad un’opera ancora più vasta, destinata ad avere le conseguenzepiù grandi nella storia della civiltà. Gli anni che seguono il 16 a. C., e nei quali Augusto, per le necessità della guerra, visse in Gallia o vicino alla Gallia, sono anni decisivi nella storia del mondo antico; perchè in questi anni Augusto e il governo romano si accorsero definitivamente che la Gallia, la barbara, fredda e povera Gallia della tradizione, era una provincia ricchissima, il vero Egitto dell’Occidente, che Roma aveva interesse a difendere quanto le più ricche provincie dell’Oriente. Le conseguenze di questa scoperta dovevano essere immense; poichè, se fino ad allora Roma aveva guardato quasi soltanto all’Oriente, come alla sede della ricchezza e della cultura, ed era stata sempre in pericolo di inorientarsi, mutandosi in un impero asiatico, da questi anni essa diventa potenza mezzo asiatica e mezzo europea, nel cui impero la Gallia fa contrappeso all’Egitto o alla Siria, e l’Italia si trova ben posta in mezzo, per essere l’arbitra e la dominatrice dell’Oriente e dell’Occidente. A partire da questo momento, in cui la civiltà greco-latina valica le Alpi e si addentra nel continente europeo, incomincia la vera storia dell’Europa, che sino allora, fuorchè nelle sue coste meridionali, era stata barbara; e l’impero romano diventa un impero misto, orientale e occidentale, sotto l’egemonia dell’Italia. Senza la Gallia, Roma non avrebbe potuto a lungo essere la capitale di un impero, le cui province più importanti e i maggiori interessi erano in Asia ed in Africa, e l’Italia sarebbe stata presto o tardi assorbita dalle sue conquiste asiatiche ed africane. Insomma l’unità dell’imperomediterraneo di Roma e la egemonia dell’Italia in quello dipendevano dal possesso e dallo sviluppo della Gallia. Senonchè, se queste dovevano essere le conseguenze lontane della conquista di Cesare, l’arricchimento della Gallia generava un altro effetto immediato; ed era quello di obbligare Roma a difenderla contro i Germani, sempre inquieti, sempre bellicosi e più pronti ad assaltar la Gallia ora che non la difendeva più la sua vecchia aristocrazia militare. Perciò il pericolo germanico non minacciava più, come ai tempi di Cesare, la Gallia sola, ma l’impero romano tutto quanto. Ma che altro mezzo c’era di assicurare la Gallia contro le invasioni dei Germani, se non conquistare la Germania? Anche questa era una catena. Dal commovimento delle province d’Occidente, dalla crescente prosperità della Gallia, Augusto fu tratto in questi anni a sostituire alla conquista della Persia, vecchio sogno romano, la conquista della Germania, a cui nessuno aveva ancora pensato sul serio. Roma diventava potenza occidentale ed europea.
Prima però di accingersi a tanto passo, Augusto volle toglier via dalla Gallia qualsiasi possibilità di agitazione antiromana. Vi sussistevano ancora le divisioni territoriali, che Cesare avea trovate e conservate. I popoli più potenti, come gli Edui e gli Arverni, conservavano ancora, quali alleati di Roma, la loro clientela di piccolecivitatesche essi governavano direttamente. Ma ora che la Gallia era divenuta un paese industrioso e pacifico, queste clientele, fuorchè a conservare privilegi invecchiati e a giustificare pretese di egemoniefittizie, non potevano servire che come strumenti di nuove coalizioni nazionali: erano dunque o inutili o pericolose.
Augusto sottomise tutte questecivitatesdi clienti e di popoli alleati, direttamente, all’autorità di Roma; inoltre, fondandosi sui resultati del censimento, distribuì tutta la Gallia in 60civitates, all’incirca eguali di grandezza e pari in diritto tra loro. Ma crescendo così il compito e la responsabilità del governatore romano in Gallia, tripartì il paese in Aquitania, Lugdunensis e Belgica (leTres Galliae), di cui ciascuna avrebbe avuto a capo un luogotenente del governatore generale della provincia. Senonchè in questa ripartizione Augusto non tenne più conto delle diversità o affinità etniche e delle secolari unioni storiche del paese, se non per mescolare in ciascuna delle tre gli elementi diversi — celtici, iberici, celto-germanici — di cui la Gallia si componeva; per spegnere in quelle mescolanze il vecchio spirito nazionale e tradizionale; per intralciare gli accordi fra tribù affini; e per piegare il paese denazionalizzato verso gli scopi della politica romana.
Augusto inoltre volle, prima di incominciare la sua grande impresa, riordinare, come faceva mestieri, l’esercito, regolando con una legge le più importanti condizioni del servizio, fin ad allora regolate da consuetudini poco certe. La ferma durerebbe 16 anni per i legionari; 12 anni per la guardia dell’imperator, i pretoriani. Fu stabilito inoltre che, finito il servizio gli uni e gli altri sarebbero ricompensati, non con terre, macon una somma di danaro, di cui ci è ignoto l’ammontare. Ciò fatto, preparativi adeguati all’impresa furono incominciati; e fu elaborato un piano di invasione molto ingegnoso, nel quale è verosimile riconoscere la mano di Agrippa. Si tenterebbe di invadere l’impervia Germania dal mare del Nord per le due grandi linee fluviali dell’Ems e del Weser; due eserciti entrerebbero per questi fiumi nel cuore della Germania, costruirebbero sull’uno e sull’altro dei grandi campi trincerati, destinati a servire come basi di operazione, per condurre a termine la conquista dell’interno; nel tempo stesso un altro esercito, varcato il Reno, avanzerebbe alla volta dell’Ems; l’esercito sbarcato sull’Ems, avanzando lentamente, cercherebbe di dar la mano a quello che verrebbe dal Reno, come a quello che verrebbe dal Weser: e così mediante larghe vie, fiancheggiate da fortificazioni, si sarebbero collegati insieme il Reno all’Ems, l’Ems al Weser e forse anche all’Elba. Ottimo piano, che proteggeva da molti e grandi rischi gli eserciti invasori. Ma poichè in tal guisa le flottiglie fluviali romane sarebbero esposte troppo tempo al tempestoso mare del Nord, Augusto volle aprire un canale tra il Reno e l’Yssel, di guisa che la flotta romana sarebbe potuta penetrare sicuramente nello Zuidereee (lago Flevo) e di là nel mare del Nord.
Ma al momento di porre mano a questa spedizione, preparata con tanta cura, un gran lutto colpì l’impero. Augusto aveva senza difficoltà ottenuto dal senato il prolungamento per altri cinque anni dei poteri suoi e di Agrippa, scadentialla fin dell’anno 13; continuava alacremente i preparativi per la guerra di Germania, quando al principio dell’anno 12, nel mese di marzo, pochi giorni dopo che Augusto era stato eletto anchepontifex maximusin sostituzione di Lepido morto, e proprio quando la invasione della Germania stava per cominciare, Agrippa moriva in Campania. La perdita era funesta: sia perchè Augusto, che aveva voluto spartire con lui il carico e la responsabilità del potere fu costretto ad assumere di nuovo da solo il governo della repubblica; sia perchè spariva, proprio al momento in cui Roma stava per intraprendere una spedizione di capitale importanza, l’uomo di guerra più sperimentato su cui fare assegnamento. La morte di Agrippa sembrò infatti indurre Augusto a rinviare l’impresa germanica. Lì per lì Augusto si restrinse a spedir Tiberio nella Pannonia, che si era ribellata, e soltanto nella seconda metà dell’anno si risolvè a riprendere il disegno della guerra in Germania, incaricandone Druso, che era allora un giovane propretore di 26 anni. Eseguendo il piano lungamente preparato da Agrippa, Druso, con una parte delle truppe, discese il corso del Reno, entrò nello Zuidersee, penetrando così nel cuore del paese dei Frisoni (la moderna Olanda): di lì uscì con la flotta nel Mare del Nord ed imboccò l’Ems, sbarcando, a un certo punto del corso del fiume, una parte delle sue forze. Quindi ridiscendeva il fiume, e tentava, come sembra, di ripetere sul Weser l’operazione già compiuta sull’Ems, ma senza riuscirvi, questa volta; anzi scampando a stento a un naufragio.Alla fine dell’anno 12, egli era di ritorno in Gallia.
Queste operazioni non erano che il prologo della vera campagna, che doveva incominciare l’anno seguente e che doveva consistere, secondo il piano di Augusto, in una lenta, metodica e graduale invasione. Nella primavera dell’11, Druso doveva con un esercito risalire la valle della Lippe sulla riva destra, mirando a ricongiungersi nell’alta valle con le altre forze romane sbarcate sulle rive dell’Ems, che a loro volta risalirebbero la valle di questo fiume. Alla confluenza della Lippe con un fiume, che gli storici antichi chiamano Aliso, doveva fondare una grande fortezza e collegarla al Reno con una strada e una catena di fortezze minori. Era questo il compito tracciato a Druso per quell’anno. Druso risalì vittoriosamente la valle della Lippe e si ricongiunse felicemente con l’esercito che aveva risalito l’Ems: ma appena operata la congiunzione, osò fare uno strappo al prudente piano di Augusto e di Agrippa. Le popolazioni germaniche essendo in guerra tra loro, egli giudicò che l’ardimento poteva fruttar questa volta assai più che un lungo e prudente guerreggiare. Raccolse in fretta dei viveri, attraversò il paese dei Sicambri che era deserto perchè i maschi adulti si erano gettati sul paese dei Catti; invase il territorio dei Tencteri che si sottomisero; indi, come attingendo nuovo coraggio dalla propria audacia, avanzò nel paese dei Catti e costrinse questi e i Sicambri con cui essi combattevano, a riconoscere la signoria romana. Ma la mancanza di vettovaglie e la sterilitàdel paese lo costrinsero presto a ritirarsi verso la Lippe. Senonchè nel ritorno cadde in un’imboscata, e per poco non fu annientato insieme col suo esercito. Sfuggito per miracolo a tanto rischio, e giunto di nuovo alla Lippe, riprese il piano di Augusto; e ordinò la costruzione delcastellum, al quale si sarebbe dato il nome di Aliso; quindi, tornato in Gallia, decise di erigere un altrocastellumsul Reno, probabilmente quello che doveva un giorno essere Coblenza.
Il terzo anno della guerra — l’anno 10 a. C. — sembra essere passato abbastanza tranquillo, senza grandi eventi. È probabile i Germani non si mossero, e che i Romani continuarono alacremente a costruire i due castelli, incominciati l’anno prima. Certo è che Druso potè in quell’anno venire a Roma; e a Roma brigare e ottenere il consolato per l’anno 9. Ma prima della fine dell’anno, e senza aver avuto il tempo di prendere possesso dell’altissima carica, Druso fu costretto a lasciar Roma e a tornare frettolosamente in Germania, ove Sicambri, Svevi e Cherusci tentavano di collegarsi per fare guerra insieme alla Gallia. E l’anno seguente, il 9, la guerra mutò carattere. Sia che Druso avesse convinto Augusto della necessità di atterrire con un grande colpo i Germani; sia che di questa necessità l’avessero convinto gli ambiziosi progetti dei Sicambri, degli Svevi e dei Cherusci, in quell’anno la Germania fu invasa davvero e a fondo. Druso si spinse, combattendo, non sappiamo per quali vie e con quante forze, prima fino al Weser, e poi fino all’Elba. L’ardita mossa riuscì, perchè i Germaninon osarono attaccarlo in massa. Druso potè scorrazzar da padrone nella Germania, sino ai primi di agosto, quando, la stagione incalzando, si volse al ritorno. Ma nel ritorno cadde da cavallo, si ruppe una gamba; e dopo pochi giorni moriva, in seguito a questa ferita.
La morte di Druso era una disgrazia per la repubblica. Augusto perdeva, dopo Agrippa, un altro collaboratore fidato, mentre nel senato e nella aristocrazia cresceva la riluttanza ad assumere le grandi cariche, e diminuiva il numero degli uomini capaci. I giovani soprattutto erano restii ad uscir di Roma, a passare lunghi anni nelle province, ad imparare il duro mestiere della milizia e del comando. Pare che di nuovo Augusto pensasse di ritirarsi a vita privata sul finire dell’anno 8, quando i suoi poteri quinquennali scadrebbero. Erano 20 anni ormai, dalla restaurazione della repubblica, che egli governava Roma comeprincepse avrebbe avuto diritto di riposarsi. Ma chi poteva occupare il suo posto? Non si sarebbe tutta l’amministrazione dell’Impero sfasciata, se fosse sparito l’uomo, il quale pensava a tutto ciò, cui il senato e i magistrati repubblicani non provvedevano? Il potere personale di Augusto era la necessaria correzione della decadenza dell’aristocrazia. Gli fu forza quindi, volente o nolente, di accettare un nuovo prolungamento del suo potere per 10 anni, e per provvedere alla Germania richiamò l’altro suo figliastro, Tiberio, che da tre anni combatteva nella Pannonia e nella Dalmazia; e gli diede l’incarico di terminare la conquista della Germania. Tiberioera diventato suo genero; poichè nell’11 era stato costretto da Augusto a ripudiare la moglie, che era figlia di Agrippa, e a sposare la vedova di Agrippa, che era sua figlia Giulia. Ma Tiberio non ebbe, l’anno 8, che a passare il Reno alla testa di un esercito; e tutta la Germania, si arrese. La marcia di Druso dava i suoi frutti. In soli quattro anni, la Germania era, o almeno pareva, conquistata dal Reno all’Elba, e la grande impresa, tentata per la prima volta da Cesare, condotta a compimento dal figlio suo.