CAPITOLO SECONDOI FLAVI

CAPITOLO SECONDOI FLAVI(69-96)

(69-96)

6.La pace.— Caduta Roma in potere dei generali di Vespasiano, il senato riconobbe il vincitore. Noi conosciamo parzialmente il testo della legge, con cui i comizi ratificarono ilsenatus consultum, che aveva deferito a Vespasiano l’impero[3]. Sono enumerati in questa legge tutti i poteri che, conferiti prima all’uno o all’altro o a tutti i predecessori nell’impero, erano ora attribuiti a Vespasiano. Che unalex de imperio, simile a questa, sia stata approvata anche per i suoi predecessori, è verosimile, ma non è provato. Non è però forse un puro caso, che proprio un frammento della tavola di bronzo su cui era incisa la legge di Vespasiano, sia giunto a noi. È chiaro che, incidendo sul bronzo questa legge — e non in Roma soltanto — si vollero far pubblici quanto più si potè i titoli legali dell’autorità del nuovo imperatore. Vespasiano fu il primo imperatore, che veramente governò, il quale non appartenesse alla famiglia di Augusto. Il nome non gli era dunque, come a Claudio e a Nerone, un titolo sussidiario, accanto alla elezione, piùo meno libera, del senato. E siccome quel grande disordine era nato dalla incertezza del principio legale da cui la potestà suprema traeva le sue origini, si spiegherebbe che si volesse far manifesto e noto a tutti il maggior titolo legale all’impero di colui che era stato sino ad allora un oscuro senatore: la volontà del popolo e del senato che l’avevano scelto.

Nè c’era tempo da perdere. Neppure la conquista di Roma aveva pacificato l’impero. In Gallia una insurrezione, incominciata tra i Batavi — una popolazione germanica, stanziata sulle bocche del Reno, — per aiutare Vespasiano, si era a poco a poco estesa ad altre popolazioni germaniche e ad alcune popolazioni galliche fin allora reputate fedelissime a Roma, quali i Treviri e i Lingoni, divampando alla fine in una vera guerra di indipendenza contro l’autorità romana. Quattro uomini di grande valore, il Batavo Giulio Civile, i Treviri Giulio Classico e Giulio Tutore, il Lingone Giulio Sabino stavano a capo del moto. Il quale, grazie anche all’aiuto dei resti delle milizie vitelliane del Reno, divenne alla fine così pericoloso, che Muciano, essendo ancora in Oriente, dovè spedire contro i ribelli niente meno che sette legioni, agli ordini del generale Q. Petilio Ceriale. Ma se la Gallia si sottomise, la guerra coi Batavi fu più dura; e per terminarla occorsero, oltre le armi, i trattati (autunno 70).

Nel tempo stesso Sarmati e Daci facevano incursioni nella Mesia sgombra di truppe; grossi torbidi agitavano l’Africa; e i Giudei si difendevano entro le mura di Gerusalemme assediatacon disperato accanimento. Solo il 29 agosto del 70 il tempio andò in fiamme e un mese dopo, il 29 settembre, bruciò la città alta. La strage fu immensa; ma non bastò a tranquillare il paese; chè qua e là gruppi di disperati combatterono ancora per più di un anno.

Lo sconvolgimento, generato dalla caduta dei Giulio-Claudi e dalla incertezza del principio legale della successione, non terminò veramente che verso il 72; quando la rivolta in Gallia, la rivolta della Giudea e i torbidi minori dell’impero furono sedati definitivamente; e quando fu chiaro a tutti che Vespasiano, il quale era venuto in Italia nel 70, era ormai universalmente riconosciuto come capo dell’impero e che questo aveva di nuovo unPrinceps.

7.Il governo di Vespasiano e di Tito.— Vespasiano, l’abbiamo già detto, era nipote di un centurione, figlio di un publicano. Primi nella famiglia egli e un suo fratello erano entrati in senato e avevano esercitato alte cariche. Era quindi unhomo novus, come Cicerone. Ma era anche un uomo intelligente, moderato, laborioso, che si era temprato al comando ubbidendo negli uffici inferiori e attendendo a compiti oscuri: onde seppe assolvere bene il suo difficile compito. Imitò Augusto, associandosi come collega all’impero il figlio Tito. Il 1º luglio del 71 il vincitore della Giudea ricevette la potestà tribunizia e il consolato, che da quell’anno gli furono periodicamente rinnovati nel tempo stesso che a Vespasiano. Tito viene dunque a trovarsi, dal 1º luglio 71, nellastessa condizione in cui si era trovato Tiberio nell’ultimo decennio dei governo di Augusto; cosicchè meglio che il governo di Vespasiano dovrebbe dirsi il governo di Vespasiano e di Tito, essendo impossibile distinguere quello che appartiene al padre e quello che appartiene al figlio. Gli scopi e i vantaggi di questa nomina, che i servigi resi da Tito in Giudea giustificavano, erano parecchi. Tito, essendo giovane, dopo essere stato il collega, sarebbe il successore di Vespasiano, come Tiberio era stato il collega e il successore di Augusto. Vespasiano poteva quindi sperare di aver tolto via con quella nomina quelle incertezze sulla scelta del successore, che erano state così funeste alla morte di Nerone; e di lasciare la carica al figlio, senza inserire nella costituzione il principio orientale e dinastico della eredità. Si aggiunga poi, per un vecchio imperatore quale egli era, il vantaggio di procurarsi un collaboratore giovane ed alacre per riformare lo stato e nello stato le tre istituzioni, che più avevano bisogno di rinnovarsi: l’esercito, le finanze, il senato.

8.Le riforme militari di Vespasiano e di Tito.— Vespasiano ridusse le legioni o a 29 o a 30. Precisare tra questi due numeri non si può. Molti veterani furono congedati ed ebbero terre; alcune legioni, compromesse troppo nelle rivolte delle province, come, tra le legioni germaniche, la 8ª e la 16ª, furono disciolte e surrogate con legioni nuove. La guerra civile aveva mostrato che era pericoloso aver legioni, nelle quali tropponumerosi fossero i provinciali fatti cittadini o peggio ancora aver numerosi corpi ausiliari, tutti tratti dai sudditi. Ma a questo male Vespasiano non potè porre rimedio, perchè l’Italia, arricchendo e incivilendosi, non somministrava più soldati che bastassero. Ormai anche i figli dei piccoli possidenti non volevano essere soldati se non per diventare centurioni[4]. Ma soltanto in Italia arrolò invece Vespasiano la guardia imperiale, affidandone il comando al proprio figliuolo. Per tal guisa il pericolo di un nuovo Seiano o di un nuovo Ninfidio Sabino era scongiurato; ma quel raccogliere tanti poteri in un’unica famiglia incominciava a saper di dinastico[5].

9.Le finanze.— Di gran lunga più importanti furono le riforme finanziarie. Vespasiano fu il primo imperatore che osasse aumentare e moltiplicare in tutto l’impero le imposte. Da Augusto in poi tutti gli imperatori si erano studiati di toccare il meno possibile le imposte vigenti, così in Italia come nelle province; sforzandosi di non accrescerle mai e, potendo, di diminuirle. Questa prudenza era stata la ragione delle continue strettezze, in cui il governo imperiale si era trovato; e degli espedienti buoni e cattivi con cui aveva cercato di rimediare. Sotto Nerone, per esempio, molti ricchi erano stati perseguitati e spenti da processi iniqui per il solo scopo di confiscarne i beni ed accrescere, senza gravare le imposte, i redditi troppo scarsi della finanza. Cosicchè l’erario era continuamente indissesto; e i pubblici servizi, trascurati. La guerra civile aveva anche peggiorato le condizioni della finanza. Entrato in carica e fatti i conti, Vespasiano aveva dichiarato occorrere all’impero almeno 4 miliardi di sesterzi per riassettarsi[6]. Non volendo procurarseli con spoliazioni e violenze, ridusse a condizione di provincia, per poter imporre loro un tributo, talune popolazioni, che la generosità dei suoi predecessori aveva restituite a libertà, nonchè alcuni staterelli fino ad allora autonomi; l’Acaia, che Nerone aveva liberata, la Licia, Rodi, Bisanzio, il regno della Commagene e quanto ancora rimaneva di libero in Tracia e in Cilicia (73); provvide a compilare uno scrupoloso e generale catasto dell’impero, che lo aiutò a scoprire numerose terre e persone le quali erano via via sfuggite al tributo o non vi erano mai state assoggettate; pare anche si ingegnasse di assicurare allo Stato una parte dei lucri abusivi, che molti magistrati traevano dalle funzioni pubbliche: infine — e fu la riforma capitale — ristabilì tutte le imposte che erano state abrogate, aumentò tutte quelle che esistevano, accrebbe, qualche volta raddoppiò addirittura, i tributi delle province[7].

Che l’impero abbia sopportato senza troppo lamentarsi il peso di queste nuove imposte, si intende facilmente. Un secolo di pace aveva molto arricchito l’Italia e le province. In tutti i paesi l’agricoltura, l’industria, le miniere, il commercio avevano progredito; la popolazione era cresciuta. L’Oriente rifioriva, e l’Occidente incominciava a fiorire. Vespasiano capì che l’imperoarricchito poteva e doveva sostenere un peso maggiore di imposte. Accrescendo queste, egli rese un grande servigio all’impero, perchè gli diede i mezzi per fare le grandi cose che illustreranno in pace e in guerra il secolo degli Antonini; ma die’ principio a quel governare magnifico e prodigo che, accrescendo di generazione in generazione spese e imposte, rovinerà alla fine l’impero.

10.La riforma del senato (73).— Più importante ancora fu la riforma del senato. La debolezza del senato era stata una delle cause profonde della convulsione scoppiata nell’impero alla morte di Nerone. Vespasiano, che era un italico nobilitato di fresco, non poteva nemmeno pensare che si curerebbe il male, sostituendo al senato un’autorità nuova. Roma si immedesimava agli occhi suoi, come agli occhi di Augusto, di Tiberio, di Claudio, con il senato. Senonchè egli era anche un uomo intelligente; e quindi non poteva illudersi che i soliti procedimenti, applicati da Augusto in poi, basterebbero ancora a ringiovanire l’invecchiata assemblea, specialmente dopo tanta distruzione di famiglie senatorie ed equestri nella recente guerra civile. Perciò, approfittando della tremenda convulsione, che, scotendo gli spiriti, aveva indebolito tanti pregiudizi, tante repugnanze, tanti egoismi ancora forti negli ordini sociali dominanti, egli ardì fare quel che tanti riconoscevano da un pezzo esser necessario, ma nessuno osava, per paura delle ombrose gelosie del vecchio romanesimo. Nel 73 egli si fece elegger censore; e non solo espulse i senatori indegni,ma rinsanguò finalmente l’ordine senatorio e l’ordine equestre con una ricca infusione di nuove famiglie. Facendo in grande e con audacia quel che Claudio aveva tentato in piccolo e timidamente, egli introdusse nei due ordini circa mille nuove famiglie, scegliendole non in Italia soltanto, ma anche nelle province, tra le famiglie più ricche, più rispettate e più influenti, che già godevano della cittadinanza romana[8]. Dai nomi di queste famiglie a noi noti, noi possiamo argomentare che il maggior numero apparteneva all’Italia del Nord, alla Spagna e alla Gallia; alcune anche erano africane; mentre è da credere che l’Oriente ne somministrasse poche. Nè è difficile arguire la ragione di questa differenza. Nelle province dell’Occidente, che Roma aveva conquistate ancora barbare, molte famiglie si erano arricchite in quel secolo; e arricchitesi avevano copiato le idee e i costumi di Roma, come un modello di perfezione che nobilitava il fortunato imitatore, a paragone della rozzezza indigena. In Oriente invece le famiglie arricchite di fresco da Augusto in poi si ellenizzavano piuttosto che romanizzarsi. Cosicchè in Spagna ed in Gallia s’era formata in quel secolo, e si era esercitata nel maneggio degli affari pubblici, una aristocrazia provinciale, la quale non solo aveva imparato a parlar bene il latino, ad ammirare Roma nell’opera immortale di Tito Livio, ma che nelle scuole, sui libri di Virgilio, di Orazio, di Cicerone, di Varrone, aveva fatte sue le vecchie virtù che l’aristocrazia romana aveva quasi del tutto perdute: laparsimonia, la semplicità, l’austerità, il rispetto della tradizione, lo zelo civico, la dignità; aggiungendo una certa moderazione e umanità e larghezza di vedute, derivate dai tempi. A queste famiglie Vespasiano confidò l’impero, chiamandole a Roma e al governo.

Questo rinnovamento del senato è un avvenimento di importanza capitale, che la storia non ha ancora illustrato quanto meritava; è il maggiore effetto della grande guerra civile scoppiata dopo la morte di Nerone. Dopo questa prova, il gretto egoismo con cui le antiche famiglie senatorie oppugnavano ogni proposito di ringiovanire l’assemblea con elementi nuovi, venne meno. Vespasiano potè fare quel che a Claudio era stato concesso solo di tentare timidamente. Ma l’aver saputo porre ad effetto la riforma a tempo opportuno è gloria immortale di Vespasiano; perchè da questa riforma procedè il rifiorire del romanesimo, la tranquillità e la prosperità di cui l’impero godè nel secolo così detto degli Antonini. Per questa riforma l’Occidente salvò una seconda volta Roma e il romanesimo. Come la conquista della Gallia aveva impedito che la sede dell’impero fosse tolta dall’Italia e portata in Oriente, così la nobiltà romanizzata delle province occidentali conserverà ancora per più di un secolo alle istituzioni dell’impero la loro antica anima repubblicana e latina. Vespasiano aveva così ben capito che Roma doveva ritemprarsi nelle province dell’Europa, che la sua censura termina con la concessione della cittadinanza latina (loius Latii) alla Spagna, una tra le più antiche e meglio romanizzate province romane (74).

11.L’ellenismo e il romanesimo nel governo di Vespasiano.— Non si potrebbe però raffigurare in Vespasiano un imperatore tradizionalista, come Tiberio. Il governo di Vespasiano è una contradizione continua; anzi in questa sua contradizione continua, per cui gli vien fatto di equilibrare finalmente l’Occidente e l’Oriente, sta la sua fecondità. Vespasiano non fu nè un imperatore avaro al modo latino, come Tiberio e Galba; nè un imperatore prodigo, secondo il modello asiatico o come Nerone. Avaro con se medesimo e nell’esigere le imposte, come Tiberio, Vespasiano fu il primo degli imperatori savi che spese largamente. Spese a larga mano per i lavori pubblici: le vie dell’Italia e delle province furono rimesse in buono stato; gli acquedotti, riparati; gli archivi del Campidoglio, ricostituiti e il Campidoglio medesimo, ricostruito; le città, distrutte dai terremoti e dagli incendi in tutto l’impero, restaurate. Spese largamente per la difesa ai confini dell’impero, costruì strade militari, dirizzò potenti fortificazioni, specie sul Reno e sul Danubio, piantò grandi campi trincerati, come quelli di Vindobona (Vienna) e di Carnuntum (Petronell); rinforzò la flotta del Danubio; fondò numerose colonie militari. Spese anche largamente per feste, banchetti, spettacoli ed edifici di ornamento; riparò in Roma il teatro di Marcello e incominciò la costruzione di quello che ancor oggi rimane il più grandioso monumentodi Roma antica, l’Anfiteatro Flavio(il Colosseo). Fu, come Augusto e Tiberio, largo nel soccorrere le famiglie della nobiltà in bisogno, zelante nel riparare gli antichi templi e nel restaurare le forme più arcaiche della religione tradizionale[9]: ma concesse anche al gusto dei tempi; riconobbe che il popolo aveva diritto di divertirsi e prodigò lauti premi in denaro ad attori e a musicisti. Primo protesse le arti: assegnò uno stipendio di 1.000.000 di sesterzi a taluno dei più famosi retori greci e latini, che professavano in Roma — uno di costoro fu, pare, Quintiliano; diede ricompense di vario genere ai poeti, agli scultori, agli architetti; ma cacciò via dall’Italia non solo gli astrologhi ma anche i filosofi, che con le loro dottrine e discussioni gli parevano guastare il buon senso degli uomini; sembra anche aver voluto che in Grecia i maestri delle varie scuole filosofiche fossero cittadini romani[10]. Contemperò insomma armonicamente Nerone e Tiberio, e riconobbe, pur difendendo le parti vitali della tradizione romana, i diritti dell’ellenismo invadente. Così potè tranquillamente morire il 24 giugno dei 79, a sessantanove anni, dopo un governo, che poche congiure avevano minacciato e poche repressioni insanguinato; e senza esser sepolto in grembo a una leggenda infame ed assurda, come quella con cui l’odio insensato dei contemporanei aveva suggellato il sepolcro di Tiberio e di Claudio. Del che gli storici hanno attribuito il merito alla umanità del suo carattere, che certo fu grande ma che non fu la sola causa. Anche Tiberio e Claudioavevan cercato di limitare le accuse e i processi per lesa maestà: eppure non c’erano riusciti. Perchè invece riuscì Vespasiano? Perchè i tempi e il senato erano mutati. Dopo la convulsione di quell’ultima guerra civile, in quel senato in cui l’elemento romano, orgoglioso, discorde, litigioso, era stato contemperato con i nuovi elementi, italici, spagnuoli e gallici, regnava un più alto spirito di concordia e una sollecitudine più nobile della dignità dell’assemblea. Onde quelle tempeste reciproche di accuse furono più rare e meno violente.

12.Il governo di Tito (79-81).— Spento appena Vespasiano, il figliuolo Tito assunse, e il senato confermò, il titolo di Augusto. Ma il suo governo termina, non comincia, a questo momento. Tito era stato, come abbiamo visto, collaboratore del padre sino dal 71. Allorchè Vespasiano morì, l’opera difficile era quasi compiuta. E Tito, sebbene appena quarantenne, era malaticcio. Così il suo governo fu come il breve e tranquillo epilogo di quello di Vespasiano. Tito spese come e più di suo padre, per feste, donativi, lavori pubblici; inaugurò con solennità grandiosa l’Anfiteatro Flavio; cercò di accontentar tutti e di non molestar nessuno; e dopo ventisei mesi di governo, si spense improvvisamente, passando ai posteri sotto il nome diamor ac deliciae generis humani(13 settembre 81). Sotto il suo breve governo non c’erano state congiure, e lalex de majestateaveva oziato.

13.L’avvento di Domiziano (14 settembre 81); la conquista della Britannia (77-84), e le prime guerre in Germania (83).— Tito aveva un fratello, T. Flavio Domiziano, allora trentenne. L’imperatore non era ancora spirato, che già Domiziano s’affrettava a cavallo dalla sua villa in quel di Reate al campo dei pretoriani in Roma, per ricevere la prima salutazione imperiale. Così il senato era invitato a subire quella rivoluzionaria designazione; e ancora una volta, sebbene con maggior ripugnanza, si piegò, per evitare il peggio. Il 14 settembre 81 Domiziano eraprinceps.

Il nuovo imperatore era un uomo intelligente, amico delle lettere e delle arti belle, poeta egli stesso, protettore degli studi e delle biblioteche: un ellenizzante, insomma. Ma non fu, almeno sul principio, un secondo Nerone. Assunse il potere con il proposito di imitare suo padre e di fare, anch’egli, buon viso all’ellenismo invadente, nel tempo stesso in cui lavorerebbe a rafforzare con tutti i mezzi possibili la tradizione latina. Inspirandosi all’esempio paterno, spese largamente per feste, per edifici, per proteggere arti ed artisti; ma nella religione e nella giustizia cercò di rinnovare la severità antica. Volle perfino rinnovare le severissime pene in uso un tempo contro le Vestali che mancavano ai loro doveri. L’imparzialità e la severità della sua giustizia sono riconosciute e lodate anche dagli scrittori a lui più avversi.

Senonchè mancavano a Domiziano la pazienza, la ponderazione, il solido buon senso del padre;nè il senato era più quello di Claudio e di Galba. La riforma di Vespasiano incominciava a dare i suoi frutti. Le nuove famiglie, scelte in Italia e in tutte le province dell’Occidente, avevano infuso finalmente nella stanca assemblea il vigore che sembrava estinto per sempre. Il senato rialzava il capo; di nuovo conosceva i suoi diritti e i suoi doveri; voleva agire e farsi valere. Questo nuovo senato, riplasmato dalla mano di Vespasiano, non poteva perdonare a Domiziano il modo con cui si era fatto eleggere. Ciò non ostante, i primi anni furono tranquilli. Fatti di guerra primeggiano in quelli, come la conquista di quasi tutta la Britannia. Fin dal 77 era stato spedito in Britannia uno dei membri più illustri della nuova aristocrazia, Giulio Agricola, gallo d’origine. Già all’avvento di Domiziano, egli non solo aveva, proseguendo la lenta opera dei suoi predecessori, stabilmente occupato l’isoletta di Mona (Anglesey); ma era avanzato fino ai confini meridionali della Caledonia (Scozia), là dove l’isola si restringe fra igolfi di Bodotriae diClota(Forth e Clyde). Agricola aveva fortificato i confini della nuova provincia, e si apparecchiava alla invasione dellaHibernia(Irlanda) e della stessa Caledonia. Ma le difficoltà della impresa, alcune rivolte scoppiate nella parte già sottomessa, e grosse difficoltà sorte in Germania obbligarono Roma ad abbandonare l’impresa. Agricola fu richiamato: atto che fu vivamente biasimato nei circoli senatorii di Roma, sebbene sia difficile ammettere che Domiziano l’abbia fatto per gelosia di Agricola[11].

Alle cose di Germania attese invece Domiziano in persona. Prendendo occasione dai movimenti e dalle turbolenze dei Catti, una delle più bellicose popolazioni germaniche, l’imperatore condusse nell’83 una spedizione in Germania, alla quale non difettarono nè gli uomini nè i mezzi. Aiutato da buoni generali e consiglieri, Domiziano riportò ragguardevoli successi[12]. Ma l’impresa ebbe un epilogo ancora più notevole dell’impresa stessa; par che allora si cominciasse la costruzione di quella colossale fortificazione — illimes germanicus— che, compiuta nel secondo secolo, doveva congiungere il Reno col Danubio e, lunga 120 miglia romane, sbarrare il tratto della nuova frontiera, che i due fiumi non coprivano.

14.La censura a vita e la rottura tra Domiziano e il senato (85).— Senonchè già durante questi anni era accaduto qualche urto tra imperatore e senato. Il senato, per esempio, aveva tentato nell’82, senza riuscire, di fare i propri membri immuni dal giudizio del principe. Ma i rapporti incominciarono a guastarsi verso l’85, dopo l’impresa di Germania, quando Domiziano assunse come suo padre la censura, specialmente quando si fece nominarecensore perpetuo. Per capire quel che successe in Roma e nel governo dopo questo atto, bisogna spiegarlo bene. Il censore, il più alto e il più temuto dei magistrati romani, poteva anche fare per eccezione dei nuovi senatori e deporre i senatori già investiti del grado. Era, in un certo senso, il giudice e l’arbitro del senato. Perciò c’erano stati tempi in cui ipartiti si erano intesi nella repubblica per non nominare più censori. Gli stessi imperatori, anche i più autorevoli, Augusto e Vespasiano, non avevano accettato la censura che per qualche tempo, di mala voglia, quasi a forza e per ragioni straordinarie: Vespasiano, per esempio, dopo una tremenda guerra civile e per ridare a Roma un senato. Tanto era grave l’impegno! Cosicchè il senato era un corpo che si rinnovava automaticamente; poichè tutti coloro che avevano esercitato la questura diventavano per diritto, alla fine della magistratura, senatori, e non potevano essere più spossessati se non in seguito ad un processo. Ma un imperatore che voleva essere censore perpetuo rivendicava invece il potere di espellere dal senato o di introdurci quanti senatori credesse, ossia toglieva al senato una delle garanzie maggiori della sua indipendenza. Il senato, che Vespasiano aveva rinvigorito di nuove energie, si rivoltò contro questa ambizione dell’imperatore, che era sembrata soverchia anche ad Augusto e a Vespasiano. Il duello implacabile tra la nuova aristocrazia e Domiziano incomincia.

15.La guerra Dacica (85-89).— Una grossa guerra sopraggiunse tra l’85 e l’86 in mezzo a queste discordie civili. I Daci, da gran tempo stanziati nella pianura, che oggi abitano Ungheresi e Rumeni, minacciavano già da qualche tempo la riva destra del Danubio, e più dopochè Antonio Primo aveva sguernito di milizie la Mesia. Ma, come sembra, poco prima di Domiziano, quelle sparse tribù erano state raccolte in un governounico, sotto un abile principe, Decebalo, il quale, mentre si studiava di dirozzare il suo popolo, l’armava potentemente e stringeva relazioni con tutti gli stati limitrofi. Improvvisamente, nell’85, Decebalo aveva varcato il Danubio, sorpreso e sconfitto il governatore della Mesia, invasa la provincia. Narrare la storia di questa guerra e giudicare quel che Domiziano fece, è impossibile, tanto i racconti degli storici antichi sono lacunosi. Noi vediamo Domiziano accorrere da Roma nella provincia invasa e raccogliere colà in grande fretta parecchie legioni; ma non partecipare ad operazioni militari, sibbene attendere ad un nuovo ordinamento della Mesia[13]; ritornar poi a Roma e presiedere alla inaugurazione dei Giochi Capitolini, i quali, come leNeronee, constavano di recitazioni musicali e poetiche, di gare di eloquenza, di corse e altri esercizi del genere, cui pigliavano parte anche le donne. Mentre l’imperatore rendeva con queste feste il più solenne omaggio, tributato sino ad allora, ufficialmente, in Roma, all’ellenismo, i suoi generali riuscivano a ributtare i Daci al di là del Danubio[14]: il che farebbe credere che non per leggerezza o neghittosità Domiziano era venuto a Roma, ma perchè la sua presenza non era necessaria. Ma quando, nella primavera dell’87, il sub prefetto del pretorio, Cornelio Fusco, tentò di passare il Danubio e di invadere il territorio dei Daci, fu a sua volta sconfitto ed ucciso: il che farebbe pensare che questa spedizione fosse stata preparata un po’ alla leggera. Comunque sia Domiziano cercò di riparare; e si accinse a unaterza campagna, la cui direzione sarebbe stata affidata a Tezzio (?) Giuliano. Ma se è difficile giudicare Domiziano e le sue virtù militari in questa guerra, è certo che tutte queste vicissitudini e oscillazioni irritarono il malcontento del senato contro il Console perpetuo. Il senato incominciò ad accusarlo di fare strazio del prestigio dell’impero; e l’accusa presto diede i suoi frutti. Nell’autunno dell’87 si scopriva una prima congiura[15]; e, subito dopo, erano ordite le prime fila di una insurrezione, la quale doveva spingere alla rivolta addirittura le legioni della Germania superiore. La insurrezione scoppiò, a quanto pare, nell’88, e fallì, perchè i legionari non seguirono il generale, e gli altri governatori non lo secondarono. Non per questo l’aristocrazia senatoria cessò dal mormorare contro la guerra dacica e contro Domiziano, che la dirigeva. Invano l’imperatore cercò oltre il Danubio quella vittoria indiscutibile, che avrebbe imposto silenzio a tutti i nemici. Nella primavera dell’89 Giuliano aveva inflitto una grave disfatta all’esercito di Decebalo. La resa a discrezione dei Daci sembrava imminente: ma proprio allora Decebalo riusciva a muovere contro i Romani i Quadi, i Marcomanni e, pare, anche gli Svevi. Giuliano dovette fermarsi, e l’imperatore trattar la pace. Decebalo acconsentì a restituire tutto il bottino della guerra — armi ed uomini —; a riconoscersi cliente dell’impero, a difendere a vantaggio di Roma il confine del Danubio; al qual uopo riceveva dall’impero mezzi e uomini per riordinare l’esercito. Assoldare i barbari per difendere lefrontiere che altrimenti le assalirebbero è un procedimento, che in tutti i tempi i grandi stati hanno adoperato. Ma quei procedimenti furono invece rimproverati a Domiziano, dall’aristocrazia senatoria, come un tradimento. Si disse persino che Domiziano aveva fatto l’impero romano tributario di Decebalo! Come che sia, svincolato dall’impegno della campagna dacica, l’imperatore potè volgere tutte le sue forze contro i Quadi e i Marcomanni, che furono alla fine costretti alla pace[16].

16.La caduta di Domiziano (89-96).— Ma ormai la discordia tra il senato e l’imperatore era insanabile. L’ostilità permanente e le critiche implacabili del senato non potevano non irritare un uomo sospettoso, orgoglioso, violento, come Domiziano, e spingerlo a procedimenti sempre più autoritari. Questi a loro volta non potevano non esasperare un corpo, come il senato, che aveva nelle vene il sangue nuovo trasfusogli da Vespasiano. Le strettezze delle finanze peggiorarono ancora uno stato di cose già cattive. La prodigalità di Vespasiano e di Tito, che Domiziano aveva continuata, le numerose guerre, il soldo delle legioni aumentato di treaurei, avevano dissestato le finanze dell’impero. Occorrevano denari. Il governo di Domiziano diventò anche rapace[17]. I tempi dovettero lamentare di nuovo la caccia ai testamenti, che tanto Domiziano avea nei suoi primi anni biasimata; lalex de majestate, adoperata di nuovo come espediente fiscale; l’asprezza crescente nella percezione delle imposte.I senatori in particolar modo rammaricarono il continuo aumento delle fonti del fisco imperiale a scapito dell’aerariumdella repubblica, che il senato amministrava. Di nuovo infierirono a Roma le delazioni, i processi, gli scandali, le congiure che, esasperando il carattere sospettoso e violento di Domiziano, sembrano veramente averne alla fine alterato la mente. Una specie di delirio dispotico pare essersi impadronito di lui, e averlo spinto a imitare Caligola, proclamandosi Dio, alla foggia degli antichi sovrani d’Egitto. Ma Roma non era Alessandria; e non c’era tra le sue mura posto ancora per un despota, che volesse essere adorato. Il governo di Domiziano si trascinò sino al 96, sempre più cupo, sospettoso, violento: sinchè, nel 96, una vasta macchinazione, della quale facevano parte parecchi dei suoi familiari, la moglie, e tutti e due i prefetti del pretorio, ebbe ragione del suo dispotismo. Il 18 settembre il principe periva pugnalato in età di appena 45 anni, dopo 15 anni e 5 giorni d’impero.

Note al Capitolo Secondo.3.Lalex de imperio— o meglio il brano che è giunto a noi — si trova inC. I. L.VI, 930.4.Sulle riforme militari di Vespasiano, cfr.Pfitzner,Die Römischen Kaiserlegionen, Leipzig, 1881, pp. 68-73.5.Cfr.Svet.Vesp.25.6.Svet.Vesp.16: «professus quadragies millies opus esse, ut respublica stare posset». — Altri legge:quadringenties millies: ma 4 miliardi di sesterzi sembrano una somma più verosimile che 40 miliardi. Non bisogna dimenticare che, come massa totale di ricchezze, il mondo antico era assai più povero del nostro tempo.7.Svet.Vesp.16: «Non enim contentus omissa sub Galba vectigalia revocasse, nova et gravia addidisse, auxisse tributa provinciis, nonnullis et duplicasse....». È questo un testo di capitale importanza per la storia dell’impero, perchè ci prova che con Vespasiano incominciò quel fiscalismo, da cui l’impero fu tratto a rovina.8.Svet.Vesp.9: «amplissimos ordines.... purgavit; supplevitque recensito senatu et equite, submotis indignissimis, et honestissimo quoque Italicorum ac provincialium allecto».Aurel. Vict.Caes.9: «lectis undique optimis viris mille gentes compositae». Quigentessignifica puramente e semplicementefamiglie. Questi due passi hanno, essi pure, una importanza capitale per la storia dell’impero.9.Cfr.C. I. L.VI, 934, nella quale epigrafe Vespasiano si definisce conservatore dei riti antichi.10.Cfr.Barbagallo,Lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano, Catania, 1911, pp. 108-109.11.Risulta dalla stessa biografia di Agricola, dettata da Tacito. Cfr.Tac.Agr.39 sg.12.Front.Strat.1, 1, 8.13.C. I. L.III, 4013; XI, 571;G. Corradi,Domitianus, inDe Ruggiero,Dizionario epigrafico, p. 2010.14.Euseb.-Hieron.Chron.ed.Schoene, pp. 160 e 161;F. H. Gr.IV, pp. 185;Dio Cass.67, 7.15.Acta Arv.p.CXX, ed.Hensen;C. I. L.VI, 2068.16.Euseb.-Hieron.Chron., loc. cit.;Aurel. Vict.Epit.11, 2.17.Cfr.Svet.Domit.12.

3.Lalex de imperio— o meglio il brano che è giunto a noi — si trova inC. I. L.VI, 930.

3.Lalex de imperio— o meglio il brano che è giunto a noi — si trova inC. I. L.VI, 930.

4.Sulle riforme militari di Vespasiano, cfr.Pfitzner,Die Römischen Kaiserlegionen, Leipzig, 1881, pp. 68-73.

4.Sulle riforme militari di Vespasiano, cfr.Pfitzner,Die Römischen Kaiserlegionen, Leipzig, 1881, pp. 68-73.

5.Cfr.Svet.Vesp.25.

5.Cfr.Svet.Vesp.25.

6.Svet.Vesp.16: «professus quadragies millies opus esse, ut respublica stare posset». — Altri legge:quadringenties millies: ma 4 miliardi di sesterzi sembrano una somma più verosimile che 40 miliardi. Non bisogna dimenticare che, come massa totale di ricchezze, il mondo antico era assai più povero del nostro tempo.

6.Svet.Vesp.16: «professus quadragies millies opus esse, ut respublica stare posset». — Altri legge:quadringenties millies: ma 4 miliardi di sesterzi sembrano una somma più verosimile che 40 miliardi. Non bisogna dimenticare che, come massa totale di ricchezze, il mondo antico era assai più povero del nostro tempo.

7.Svet.Vesp.16: «Non enim contentus omissa sub Galba vectigalia revocasse, nova et gravia addidisse, auxisse tributa provinciis, nonnullis et duplicasse....». È questo un testo di capitale importanza per la storia dell’impero, perchè ci prova che con Vespasiano incominciò quel fiscalismo, da cui l’impero fu tratto a rovina.

7.Svet.Vesp.16: «Non enim contentus omissa sub Galba vectigalia revocasse, nova et gravia addidisse, auxisse tributa provinciis, nonnullis et duplicasse....». È questo un testo di capitale importanza per la storia dell’impero, perchè ci prova che con Vespasiano incominciò quel fiscalismo, da cui l’impero fu tratto a rovina.

8.Svet.Vesp.9: «amplissimos ordines.... purgavit; supplevitque recensito senatu et equite, submotis indignissimis, et honestissimo quoque Italicorum ac provincialium allecto».Aurel. Vict.Caes.9: «lectis undique optimis viris mille gentes compositae». Quigentessignifica puramente e semplicementefamiglie. Questi due passi hanno, essi pure, una importanza capitale per la storia dell’impero.

8.Svet.Vesp.9: «amplissimos ordines.... purgavit; supplevitque recensito senatu et equite, submotis indignissimis, et honestissimo quoque Italicorum ac provincialium allecto».Aurel. Vict.Caes.9: «lectis undique optimis viris mille gentes compositae». Quigentessignifica puramente e semplicementefamiglie. Questi due passi hanno, essi pure, una importanza capitale per la storia dell’impero.

9.Cfr.C. I. L.VI, 934, nella quale epigrafe Vespasiano si definisce conservatore dei riti antichi.

9.Cfr.C. I. L.VI, 934, nella quale epigrafe Vespasiano si definisce conservatore dei riti antichi.

10.Cfr.Barbagallo,Lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano, Catania, 1911, pp. 108-109.

10.Cfr.Barbagallo,Lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano, Catania, 1911, pp. 108-109.

11.Risulta dalla stessa biografia di Agricola, dettata da Tacito. Cfr.Tac.Agr.39 sg.

11.Risulta dalla stessa biografia di Agricola, dettata da Tacito. Cfr.Tac.Agr.39 sg.

12.Front.Strat.1, 1, 8.

12.Front.Strat.1, 1, 8.

13.C. I. L.III, 4013; XI, 571;G. Corradi,Domitianus, inDe Ruggiero,Dizionario epigrafico, p. 2010.

13.C. I. L.III, 4013; XI, 571;G. Corradi,Domitianus, inDe Ruggiero,Dizionario epigrafico, p. 2010.

14.Euseb.-Hieron.Chron.ed.Schoene, pp. 160 e 161;F. H. Gr.IV, pp. 185;Dio Cass.67, 7.

14.Euseb.-Hieron.Chron.ed.Schoene, pp. 160 e 161;F. H. Gr.IV, pp. 185;Dio Cass.67, 7.

15.Acta Arv.p.CXX, ed.Hensen;C. I. L.VI, 2068.

15.Acta Arv.p.CXX, ed.Hensen;C. I. L.VI, 2068.

16.Euseb.-Hieron.Chron., loc. cit.;Aurel. Vict.Epit.11, 2.

16.Euseb.-Hieron.Chron., loc. cit.;Aurel. Vict.Epit.11, 2.

17.Cfr.Svet.Domit.12.

17.Cfr.Svet.Domit.12.


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