CAPITOLO XIV.Giuliano l'Apostata.
La critica più recente ha risollevato il nome dell'imperatore Giuliano, prostrato nella polvere dalla esecrazione di cinquanta generazioni di credenti[231]. Se noi non possiamo lodare la sua disavveduta ed intempestiva politica, specialmente poi quando la paragoniamo con quella accortissima ed opportuna di Costantino, se non possiamo non deplorare l'errore che gli fece credere possibile la restaurazione di un ordine di cose irrevocabilmente condannato a sparire, possiamo tuttavia scorgere ed apprezzare le cause molteplici che lo fecero tale quale egli fu, e riconoscere, con imparziale giudizio, ch'egli fu illuso assai più che colpevole, e che, ad ogni modo, l'infamia che lo incolse è di troppo sproporzionata alla colpa. Le concordi testimonianze di scrittori cristiani quali SanGregorio Nazianzeno, Filostorgio, Rufino, Socrate, mostrano che Giuliano, se non impedì, come avrebbe potuto, che altri commettesse violenze in suo nome, non usò egli stesso violenza ai cristiani, e che, conformemente ai suoi principii di tolleranza e di universale benevolenza, egli cercò di attirare novamente all'antica religione i seguaci di Cristo più con argomenti morali che con provvedimenti politici, più con lo scherno che col rigore; magnanima moderazione in chi aveva la forza, ed era continuamente da mille stimolato a farne abuso. Non si può negare che, negli ultimi tempi del suo regno, egli, indispettito della lunga ed ostinata resistenza, non abbia alquanto aggravata la mano sopra coloro che frustravano le speranze da lui con lungo amore nutrite; ma gli è pur vero che la Chiesa, nel tempo del suo maggiore rigoglio, avrebbe da lui potuto apprendere quella solenne e santa verità, troppo spesso da lei dimenticata, che le credenze religiose non debbono essere imposte, e che una religione cessa di essere tale dal momento che non è spontaneamente professata.
Da altra banda, non si può pretendere che la Chiesa, massime nascente, facesse di Giuliano quel medesimo giudizio che la critica spassionata ed imparziale dei giorni nostri ne viene ora facendo. La Chiesa cominciava appena a raccogliere il frutto della sua lunga ed operosa perseveranza, e a godere la pace comperata col sangue dei martiri, quando, col salire di Giuliano al trono, si vide repentinamente decaduta dal nuovo suo stato, e minacciata di nuovi e forse maggiori pericoli. Certo, nel fondo degli animi viveva la fede che Cristo non lascerebbe perire la sua sposa, e che il trionfo della veritàfosse irrevocabilmente segnato nei decreti della provvidenza; ma non si sapeva quanto fosse per durare quell'era nuova di prove, e queste dovevano ora tornar più amare ad uomini che avevano già gustata una serena e placida securtà, e in cui la reazione, che moveva dall'alto, offendeva, non più solamente un sentimento, ma ancora un diritto acquistato e riconosciuto. La reazione stessa doveva considerarsi come un ultimo tentativo degli spiriti tenebrosi per rovesciare la Chiesa di Cristo, e risprofondare nell'errore il mondo, e l'uomo, che se ne faceva promotore, doveva apparire come un loro vicario, e come un figlio predestinato della perdizione. Storici e padri della Chiesa dovevano chiudere gli occhi a quanto potesse naturalmente spiegare, o scusare in parte i fatti, per non veder altro che un'opera di meditata e diabolica iniquità, e Giuliano doveva apparire negli scritti loro, e passar poi alla posterità più remota col nome infame di Apostata.
La leggenda, che s'affrettò dietro ai passi di Costantino, doveva affrettarsi ancor più dietro a quelli di Giuliano; e condotta, com'era, e governata da un solo pensiero, riuscire più unita e più omogenea, sebbene non tanto copiosa. Essa nacque vivo ancora il protagonista; e i lineamenti suoi principali già si veggon fermati nei primi che la riferirono. In una perduta Vita di San Basilio, scritta da Elladio[232], vescovo di Cesarea, essa era già probabilmente quale si vede nelle orazioni famose diGregorio Nazianzeno, poi si allargava e variava passando in altre scritture ed altri autori, nella Vita di San Basilio, attribuita ad Anfilochio, nelle Storie di Rufino di Aquileja, di Filostorgio, di Socrate, di Sozomene, di Teodoreto, nei cronisti bizantini, latini, volgari, ecc. Nel secolo VI se ne facevano due romanzi in siriaco[233]. Come più scende e più la fiumana ingrossa. L'esecrazione e l'orrore, invece di temperarsi col passar del tempo, imperversano e crescono tuttavia. La coscienza cristiana del medio evo, assai più che non quella dei primi tempi, preoccupata del diabolico, assai più angustiata e più cupa, tende a far emergere dall'uomo il mostro, e ad annerirne più sempre la vita. Giuliano quasi fa spallidire Nerone. Nel poemaDe inventione Sanctae Crucis, attribuito a Ildeberto Cenomanense, si dice di lui:
Hic Costantino subiit, corvinus ovino:Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:Quondam promissus grano, nunc tundere missus;In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.Et vitiis totus constans et crimine fotus,Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.
Hic Costantino subiit, corvinus ovino:Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:Quondam promissus grano, nunc tundere missus;In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.Et vitiis totus constans et crimine fotus,Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.
Hic Costantino subiit, corvinus ovino:
Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;
Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:
Quondam promissus grano, nunc tundere missus;
In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,
Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.
Et vitiis totus constans et crimine fotus,
Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.
E così di seguito per molti altri versi, fra' quali anche questi:
Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,Sed debucchatur, sed anhelat, sed superaturHic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.
Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,Sed debucchatur, sed anhelat, sed superaturHic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.
Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,
Sed debucchatur, sed anhelat, sed superatur
Hic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.
Nelle due già citate omelie di Gregorio Nazianzeno[234]i fatti principali, parte storici, parte leggendarii, che si riferiscono sono i seguenti. Giuliano e Gallo suo fratello, serbati da Costanzo all'impero, sono educati in corte, attendono in particolar modo allo studio della dottrina cristiana, e abbracciano lo stato ecclesiastico. Ma in Gallo la fede è sincera, mentre è mentita in Giuliano; di che si ha prova nella costruzione di certo tempio dai due fratelli intrapresa in comune, dove l'opera del primo riesce a bene, ma non così quella del secondo. Gallo è creato Cesare, e Giuliano comincia a coltivare studii perversi, e a odiare i cristiani; il quale odio si fa maggiore e si palesa senza ritegno quando, morto Gallo, egli è a sua volta innalzato alla dignità di Cesare. Ottenuto l'impero, il tristo si abbandona interamente a' suoi malvagi istinti e non serba più misura nell'empietà. Una croce coronata gli appare miracolosamente nelle viscere di una vittima, ma non per ciò egli si ravvede; dedito alle arti inique della magia, scende, in compagnia di un filosofo o mago, in una orrenda spelonca per consultare i demonii, i quali poi, spaventato alla lor vista, volge infuga con un segno di croce. Perseguita i cristiani, favorisce gli Ebrei, e vuole sia ricostruito il lor tempio, il che da varii prodigi è impedito. È incerto chi uccidesse Giuliano, e varie credenze corsero a tale riguardo; ma, ad ogni modo, la morte sua fu una punizione del cielo. Nella omelia XXI (c. 33) Gregorio dice essergli stato riferito da alcuno come la terra non volesse ricevere, ma rigettasse, il corpo di Giuliano, sorte toccata, com'è noto, a molti altri insigni scelerati. Non ho bisogno di ricordare che Gregorio fu compagno di studii di Giuliano, e poi avversario acerrimo. Le due omelie, in cui egli dichiara di voler esporre, non tutte, ma solo alcune sceleraggini di Giuliano, riboccano d'odio, e tradiscono un animo assai mal preparato a recar delle cose sereno e giusto giudizio.
Nessuno dei fatti narrati o accennati da Gregorio di Nazianzo si perde nei racconti di tempo posteriore: ma tutti, qual più, qual meno, vanno soggetti a certe alterazioni, le quali, com'è naturale, tendono sempre ad esagerarne la gravità, a farne spiccare vie più gli aspetti caratteristici. È una delle operazioni capitali della leggenda questa di far rilevare, di sopra un dato fondo di notizie o di credenze, certe parti più importanti. Che alle favole più antiche altre poi se ne dovessero aggiungere mano mano s'intende di leggieri. Giuliano ebbe veramente nella gerarchia ecclesiastica il grado di lettore, grado che importava il conferimento degli ordini inferiori, e se alcuna particolarità della sua vita si poteva dimenticare, non si dimenticava già questa, che tanto aggravava e faceva più esecrabile la sua apostasia. Anzi, per aggravarla ancor più, si disse ch'egli era stato monaco,ed aveva un tempo fatta la vita del chiostro[235]. Questo errore muove, senza dubbio, da Socrate e da Sozomene, i quali dicono che Giuliano, prima di dichiararsi, conduceva vita monastica[236]. Nel Passio di San Fabiano si legge che Giuliano fu da Pimenio presbitero ordinato suddiacono della Chiesa Romana, e nel Passio dei Santi Giovanni e Paolo lo stesso Giuliano dice come avesse ottenuto il chiericato, e come avrebbe potuto, qualora gli fosse venuto in talento, salire ai supremi onori ecclesiastici[237]. LaKaiserchronikgiunge a dire ch'egli fu cappellano del papa[238].
Giuliano fu veramente dedito alle pratiche superstiziose della teurgia neoplatonica; ma le accuse atroci che gli si mossero contro non hanno fondamento di sorta, e convengono assai meglio a Massenzio che non a lui[239]. La favola degli dei bugiardi, o dei demonii, volti in fuga con un segno di croce, è ripetuta da molti storici, così antichi, come del medio evo; se non che alcuni di questi, come per esempio Eccardo Uraugiense[240], seguendo la tradizione più antica, raccontano che tal caso seguì quando egli, già adulto, e smanioso d'impero, vagava per la Grecia in cerca di responsi; mentre altri, come Sicardo e Giacomo da Voragine, lo pongono ai tempi della sua fanciullezza, con l'intenzione senza dubbio di mostrar lui sino dalla più tenera età in commercio coi diavoli[241]. Già Gregorio Nazianzeno dice che i demoniiavevano promessa a Giuliano la signoria di tutto il mondo. In uno dei due romanzi siriaci ricordati di sopra, Giuliano, il quale è amico di un mago per nome Magno, stringe un patto col diavolo, che gli promette tale signoria per cent'anni. Giacomo da Voragine ed altri raccontano che Giuliano, movendo contro i Persiani, spedì un demonio in Occidente per averne certo responso, ma che, trattenuto a mezzo il viaggio per dieci giorni consecutivi da un monaco che passò tutto quel tempo in orazione, il demonio dovette tornarsene addietro senza avere eseguita la commissione. La guerra mossa alla Chiesa si fece più strettamente dipendere dalle relazioni che Giuliano aveva con gli spiriti delle tenebre. Quando, essendo ancora fanciullo, o già adulto, Giuliano volse in fuga i diavoli col segno della croce, il maestro, o il jerofante, gli disse causa della lor fuga essere non il timore, ma l'esecrazione in che avevano quel segno. Fatto imperatore, dice Giacomo da Voragine, volendo egli perseverare nell'esercizio dell'arti diaboliche, procacciò che il segno della croce fosse, quanto più era possibile, cancellatoe distrutto, e perseguitò i cristiani, temendo che altrimenti i diavoli non sarebbero per obbedirgli. Di orribili pratiche di magia osservate da Giuliano, di donne sparate per ispecularne i visceri, di bambini trucidati, parlano già gli scrittori più antichi[242]: Giovanni Colonna dice nelMare historiarumche si trovarono arche ripiene di teschi umani e pozzi colmi di cadaveri. Tali pratiche non erano estranee ai costumi dei tempi: Ammiano Marcellino racconta che nell'anno 363, regnante appunto Giuliano, fu uccisa in Roma una donna per iscrutarne le viscere.
Ciò che San Gregorio racconta della tentata, ma non riuscita ricostruzione del tempio di Gerusalemme, è similmente ripetuto da molti: Gotofredo da Viterbo così enumera nella particola XI dellaMemoria sacculorumi prodigi avvenuti in quella occasione[243];
Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illisIgnibus e celis pereunt exusta favillis,Exiliunt lapides, area sola manet.Igneus extemplo globus est emissus in illosIncendens homines vestes caput atque capillos,Astantesque viri iure cremantur ibi.Hec ne fortuitu mala provenisse putenturSigna crucis confixa sibi gestare videnturGestant Iudei corpore signa dei.
Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illisIgnibus e celis pereunt exusta favillis,Exiliunt lapides, area sola manet.Igneus extemplo globus est emissus in illosIncendens homines vestes caput atque capillos,Astantesque viri iure cremantur ibi.Hec ne fortuitu mala provenisse putenturSigna crucis confixa sibi gestare videnturGestant Iudei corpore signa dei.
Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illis
Ignibus e celis pereunt exusta favillis,
Exiliunt lapides, area sola manet.
Igneus extemplo globus est emissus in illos
Incendens homines vestes caput atque capillos,
Astantesque viri iure cremantur ibi.
Hec ne fortuitu mala provenisse putentur
Signa crucis confixa sibi gestare videntur
Gestant Iudei corpore signa dei.
Ma le imputazioni che sin qui abbiamo veduto fatte a Giuliano non erano ancora pari all'odio che le provocava e le suggeriva; nuove e più vergognose colpe gli si dovevano addebitare. L'imperatore che, volgendo in beffa la dottrina evangelica della povertà, aveva spogliato dei loro averi le chiese, doveva ben parer degno agli occhi dei credenti del nome infame di ladro, ed era naturale che dello spogliatore pubblico si facesse anche un ladro privato. Questa formidabile accusa negli storici più antichi, per quanto inveleniti essi sieno, non è neppure accennata, e non saprei dire quando nè dove primamente sia sorta; ma certamente abbiamo anche qui uno di quei casi di arbitraria appropriazione di racconti già popolari a persone cui essi innanzi erano interamente estranei, che sono così frequenti nel mondo delle leggende. Si trattava di addossar nuove colpe a Giuliano; se si trovava una storia che paresse in qualche modo acconcia all'uopo, si prendeva e si trasponeva di pianta. Giovanni da Verona e Giacomo da Voragine narrano, attingendo dallaSumma de officiisdi Giovanni Beleth, che una ricca matrona, angustiata da esazioni e vessazioni, dovendo partire, pose gran copia d'oro in tre vasi di terra, e questi, coperto l'oro di cenere, diede a Giuliano, ch'era monaco, in apparenza, di santa vita, perchè glieli custodisse, con questa condizione che, s'ella tornasse, glieli restituirebbe fedelmente, se non tornasse, elargirebbe il denaro ai poveri. Partita la matrona, Giuliano toglie l'oro dai vasi, e vi mette altrettanta cenere. Quella tornata in capo a certo tempo, Giuliano le restituisce i vasi; accusato da lei d'averne sottratto l'oro egli nega, e afferma d'averle restituito ciò che ha ricevuto,poi abbandona il convento, e facendo uso delle male acquistate ricchezze si procaccia fautori e ottiene il consolato. Ora, storie simili a questa sono molto frequenti in tutte le letterature[244]. Del resto la favola è narrata di Giuliano anche nellaKaiserchronik, ma con qualche diversità, come vedremo tra breve, nella Cronaca di Sicardo, nelPolychronicondi Ranulfo Higden e altrove. Giovanni di Garlandia vi fa allusione in un luogo del suo poemaDe triumphis Ecclesiae[245].
È naturale che nella leggenda Giuliano divenga assai più aspro ed inumano persecutore dei cristiani che veramente non fu. Nel più antico dei due romanzi siriacitestè ricordati egli è rappresentato quale un persecutore ferocissimo sin dal principio del suo regno. L'Alte Passional, che spende in narrare la sua vita circa seicento versi, dice ch'egli ne fece morire moltissimi. In un mistero francese del XIV secolo lo stesso Giuliano così ricorda ai suoi la persecuzione esercitata contro ai seguaci di Cristo:
. . . . . pour vostre loyEssaucier, ce savez vous bien,ay renoncie a crestïen;Et savez bien a quel martireje fas morir ceulx que j'oy direQui delaissent la loy paiennepour tenir la loy crestïenne;Et croy que qui penser voulroit,[qu'] esmerveiller moult se pourroitDes orribles tourmens et painesqu'a plusieurs personnes humainesAy fait souffrir, qui ne vouloientcroire en Jupiter, ains tenoientQue loy crestïenne vault miex.Vous l'avez véu a voz yexQuieulx tourmens fis je a Quirrace,a Gordïan et a Privache.C'est horreur de les raconter;et si vous dy bien sanz doubterQuanque de tieulx gens trouveray,mourir a martire feray;Il n'y ara pas de deffault[246].
. . . . . pour vostre loyEssaucier, ce savez vous bien,ay renoncie a crestïen;Et savez bien a quel martireje fas morir ceulx que j'oy direQui delaissent la loy paiennepour tenir la loy crestïenne;Et croy que qui penser voulroit,[qu'] esmerveiller moult se pourroitDes orribles tourmens et painesqu'a plusieurs personnes humainesAy fait souffrir, qui ne vouloientcroire en Jupiter, ains tenoientQue loy crestïenne vault miex.Vous l'avez véu a voz yexQuieulx tourmens fis je a Quirrace,a Gordïan et a Privache.C'est horreur de les raconter;et si vous dy bien sanz doubterQuanque de tieulx gens trouveray,mourir a martire feray;Il n'y ara pas de deffault[246].
. . . . . pour vostre loy
Essaucier, ce savez vous bien,
ay renoncie a crestïen;
Et savez bien a quel martire
je fas morir ceulx que j'oy dire
Qui delaissent la loy paienne
pour tenir la loy crestïenne;
Et croy que qui penser voulroit,
[qu'] esmerveiller moult se pourroit
Des orribles tourmens et paines
qu'a plusieurs personnes humaines
Ay fait souffrir, qui ne vouloient
croire en Jupiter, ains tenoient
Que loy crestïenne vault miex.
Vous l'avez véu a voz yex
Quieulx tourmens fis je a Quirrace,
a Gordïan et a Privache.
C'est horreur de les raconter;
et si vous dy bien sanz doubter
Quanque de tieulx gens trouveray,
mourir a martire feray;
Il n'y ara pas de deffault[246].
NelGallicanusdi Hrotsvita, nellaRappresentazione di San Giovanni e Paolodi Lorenzo il Magnifico, Giuliano fa la solita figura del tiranno tormentatore dei Cristiani.
Naturalmente ancora si doveva esagerare l'empietà di Giuliano: Ranulfo Higden ne reca un esempio assai curioso[247]. «Item apud Antiochiam vasa sacra et pallas altaris colligens sordibus ani sui foedavit; mox vermes inde scaturientes posteriora Juliani adeo corroserunt ut quoad viveret liberari non posset». Poi ne reca uno del prefetto di lui: «Ejus quoque praefectus dum super vasa ecclesiae mingeret dixit — «Ecce in quibus vasis Mariae filio ministratur!» — et repente os ejus versus est in anum ejus, et egestionis organum effectum est». Con l'empietà di Giuliano e con le sue tristi conseguenze si pose in relazione la festa della purificazione della Vergine. In una delle tante raccolte dei miracoli di costei si legge[248]: «Julianus imperator, cum inceperat prius esse humanus et catholicus, postea factus est hereticus et crudelis et ita inhumanus quod, ut creditur, propter eius perfidiam et crudelitatem tellus exaruit, seges pauca,messis nulla et inedia atque fames magna fiebat, unde immensa hominum multitudo subito mortua cadebat». La Vergine allora fu larga agli uomini del suo soccorso, e in ricordanza di ciò s'instituì la festa della purificazione.
NellaKaiserchronikla leggenda di Giuliano è narrata per disteso in 503 versi[249], con alcune particolarità curiose che non si riscontrano altrove: prima di passar oltre fermiamoci alquanto ad esaminarne il racconto. Si comincia con dire come Giuliano acquistò il regno. Una onorata matrona romana aveva allevato Giuliano come suo proprio figliuolo. Rimasta vedova, ella gli consegnò tutto il suo avere, perchè glielo dovesse rendere a tempo opportuno; ma quando lo ridomandò, Giuliano negò d'aver nulla ricevuto. Indarno la povera donna ricorse al papa, nella cui corte, mercè l'oro non suo, Giuliano aveva acquistato l'affetto di molti; ridotta all'indigenza ella dovette, per guadagnarsi la vita, mettersi a fare la lavandaja, impastare il pane, e cucinare per gli altri. Recatasi una sera a lavar certi panni nel Tevere, trovò nell'acqua un idolo, che i pagani avevano tratto colà perchè i cristiani non lo distruggessero, e a cui essi facevano preghiera ogni mattina. La donna prese a lavare e a battere i panni sopra il capo dell'idolo; ma il diavolo che in esso aveva ricetto, la pregò di non fargli quello sfregio, le disse che egli era il dio Mercurio, e le insegnò in che modo avrebbe potuto ricuperare il suo tesoro. Seguendo il ricevuto consiglio, la matrona tornò dal papa, e accusò Giuliano, che dellostesso papa era cappellano, e domandò giustizia. Il papa impose a Giuliano di giurare; ma la donna chiese che il giuramento si facesse in presenza e nel nome del dio Mercurio. Concedutole quanto chiedeva, Giuliano, insieme con molti principi, si recò al luogo indicato, e introdusse la mano nella bocca dell'idolo, che subitamente stringendogliela provò esser vera l'accusa. L'idolo trattenne Giuliano a quel modo fino alla sera, e quando tutti gli altri furono partiti, lo rilasciò, e in compenso della sofferta vergogna gli promise l'impero, con che egli rinnegò la fede cristiana, e si diede anima e corpo a Mercurio. Morto l'imperatore, il diavolo cominciò a correre tra i Romani, e a suggerir loro di eleggere Giuliano; e i Romani, credendo che il consiglio venisse loro dal cielo, così fecero. Eletto imperatore, Giuliano tolse dal Tevere l'idolo di Mercurio, e ordinò che tutti l'adorassero: due duchi, per nome, l'uno Paolo, l'altro Giovanni, avendo rifiutato di obbedire, furono per volere del tiranno martirizzati. Dopo ciò, Giuliano con un poderoso esercito passò in Grecia, e giunse presso a un convento, di cui era abate san Basilio, ed essendo le sue genti strette dalla fame mandò a dire all'abate che gli provvedesse vettovaglie. San Basilio, non avendo altro, mandò cinque pani d'orzo; ma Giuliano indignato, promise che al suo ritorno farebbe morire lui e i suoi frati, e devasterebbe il paese; dopodichè si partì. Grande fu la costernazione e il turbamento dei monaci quando riseppero le minacce di Giuliano, e San Basilio pregò molto fervidamente di ajuto la Vergine. Giuliano aveva fatto martirizzare un principe chiamato Mercurio, perchè cristiano, e San Basilio l'aveva fatto seppellir nel convento. Ivi stesso siconservavano la lancia e lo scudo del martire. La Vergine Maria apparve a San Basilio e lo riconfortò; poi a un suo comando San Mercurio balzò fuor dal sepolcro, imbracciò lo scudo, brandì la lancia, montò a cavallo, e raggiunto Giuliano gli trafisse con un colpo il ventre. Giuliano cadde morto: il suo cadavere è a Costantinopoli, immerso nella pece e nello zolfo, e vi starà fino al dì del giudizio. Mercurio rientrò nella sua tomba, e San Basilio vide la lancia ancor bagnata di sangue. Giuliano regnò due anni e cinque mesi; tutta la cristianità si rallegrò della sua morte, e l'anima sua fu trascinata dai diavoli all'inferno.
Come si vede, in questo racconto la storia della vedova che affida a Giuliano il suo tesoro è notabilmente diversa da quella che abbiamo più sopra esaminata. Le fonti a cui può aver attinto l'autore dellaKaiserchroniknon sono conosciute, ma è certo che le varianti della favola non sono opera sua. Un racconto, che in molte parti riscontra perfettamente col suo, si trova nel secondo romanzo siriaco, ancor esso, come il primo, composto probabilmente nel secolo VI, e ad ogni modo contenuto in un manoscritto che è sicuramente del VII. Eccone in breve la sostanza. Giuliano ha frodato il patrimonio ad Eleutera, figlia di Licinio, che già era stato avversario dell'imperatore Costanzo. In qual modo ne la frodasse non si sa, perchè al romanzo manca il principio. Eleutera accusa Giuliano all'imperatore; ma quegli giura sul crocifisso e sull'ostia d'essere innocente, talchè Costanzo minaccia dell'ira sua chiunque sarà tanto ardito di rinnovar quell'accusa. Un giorno, entrata in una chiesa, Eleutera vi si addormenta, e dorme sino a notte: destatasi,ne esce sola, e mentre va per via, piangendo la sua sciagura, ecco venirle innanzi un demonio, che le promette di farle riavere quanto ha perduto, purchè ella ottenga dall'imperatore di far prestare a Giuliano un nuovo giuramento, in presenza della statua che sta a custodia del pubblico oriuolo. Egli allora, il demonio, ghermirà lo spergiuro, e più non lo lascerà finchè non abbia tutto confessato. Eleutera, col favore dell'imperatrice, ottiene da Costanzo che quel nuovo esperimento si faccia. Udita la cosa, Giuliano ne informa il suo amico Magno il negromante, e tutt'e due, di notte tempo, vanno a trovare la statua. Appena vede comparire Giuliano, il demonio comincia a gridare, accusandolo di furto e assicurandolo che avrebbe fatta palese a tutti la sua tristizia; ma il mago riesce ad ammansarlo, tanto che da ultimo quegli promette a Giuliano di farlo signore di tutta la terra, a patto che gli offra incenso e lo adori. Giuliano acconsente, e tornato dopo tre giorni, come dal demonio gli era stato prescritto, in compagnia di Magno, questi fa comparire gran moltitudine di diavoli, che Giuliano, spaventato, volge in fuga facendosi il segno della croce, ma che, richiamati da Magno, tornano con a capo Satana. Giuliano si prosterna dinnanzi ad essi. Satana ricorda ai suoi com'egli fosse già signore di tutto il mondo, come Costantino avesse rinnegata la fede dei padri, come per racquistare il perduto egli intende conferire la dignità imperiale a Giuliano, che regnerà cento anni. Proclamato imperatore Giuliano sacrifica, e i diavoli si prosternano dinnanzi a lui. La notte seguente Magno e Giuliano vanno a un tempio di Belzebub, fuori le mura della città, e quivi sventrano una schiava che avevanocondotta con sè, le traggon vivo di corpo un bambino di nove mesi, evocano gli spiriti sotterranei, poi ripongono il bambino nel ventre della madre e con incenso e legno di alloro abbruciano i due corpi sopra l'altare. Eleutera insiste intanto perchè Giuliano presti il novo giuramento; ma insorta una guerra coi barbari, l'imperatore affida a Giuliano il comando de' suoi eserciti. Questi, con l'ajuto dei demonii, trionfa, e, morto Costanzo, è fatto imperatore. Dopo ciò la storia racconta alcuni fatti, in parte meravigliosi, i quali già molto tempo innanzi avevano lasciato intendere quale mostro d'iniquità dovesse essere Giuliano.
Anche qui dunque, come nellaKaiserchronik, la storia della frode si lega strettamente a quella delle diaboliche promesse. Senza dubbio l'intera leggenda nacque in Oriente, d'onde, passata in qualche racconto latino, si diffuse per l'Occidente; ma qui si scisse, si alterò, e una delle sue parti, la storia del furto, stette da sè, come abbiam veduto nei racconti di Giovanni da Verona e di Giacomo da Voragine. Tuttavia, l'avventura dell'idolo che morde la mano di Giuliano può darsi che sia d'invenzione del poeta tedesco, non trovandosene cenno altrove: neiMirabiliasi ricorda bensì, per incidente, che Giuliano fu ingannato da un idolo, ma non si spiega in che consistesse l'inganno. Eccone il passo: «Ad sanctam Mariam in fontana templum Fauni, quod simulacrum locutus est Juliano et decepit eum». La prova della mano introdotta a testimonio della verità nella bocca dell'idolo, ha, del resto, numerosi riscontri. Nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, a Roma, si vede ancora una ruota di pietra forata, che s'immaginò opera magica diVirgilio, o fu chiamata Bocca della Verità, perchè si credette un tempo che chi, giurando il falso, introduceva in essa la mano, non poteva più ritirarnela[250]. Secondo la leggenda, Virgilio fabbricò anche un serpente di metallo che mordeva la mano agli spergiuri. Di immagini che in varii altri modi scoprivano l'altrui colpa si trovano molti ricordi. Codino parla di una statua munita di quattro corna, la quale girava tre volte intorno a se stessa se avvicinata da un uomo che avesse la sposa infedele, e di una statua di Venere che alle donne impudiche faceva scoprire le parti vergognose[251]. Non sono rare le leggende in cui si narra di sante immagini che fecero testimonio della verità: molto più raro certamente quelle in cui tale officio è commesso al diavolo. Lutero racconta neiTischredenla storia di un soldato che, frodato da un oste, riuscì ad avere il suo mercè la testimonianza del diavolo in giudizio.
Quanto alla promessa d'impero che il demonio fece a Giuliano, l'autore dellaKaiserchroniknon è solo a parlarne; una promessa simile è ricordata anche da Martino Polono, da Gobelino de Persona, da Giovanni d'Outremeuse, da altri[252].
Ciò che nellaKaiserchronik, e in altre innumerevoli scritture, si narra di San Basilio, e della morte miracolosa di Giuliano per opera del santo martire Mercurio, non è punto accennato dagli scrittori più antichi. Gregorio di Nazianzo si contenta di dire che sulla morte dello scelerato varie voci erano corse; nel V secolo Socrate ricorda il racconto, andato perduto più tardi, di un Callisto, secondo il quale Giuliano sarebbe stato ucciso da un demone[253], fine solita poi di chi vendeva l'anima al diavolo. Altri dubitava se l'uccisore fosse stato un uomo od un angelo. Teodoreto, ricordando le varie opinioni accreditate circa la morte di Giuliano, non dice verbo, nè di San Basilio, nè di San Mercurio[254]. Eutropio che, secondo afferma egli stesso, prese parte alla spedizione di Persia, dice che Giuliano fu ucciso da uno dei nemici[255], e ciò è ripetuto da Orosio[256]e da altri. Il sofista Libanio, suo amico e panegirista, asserisce ch'egli fu ucciso dagli stessi cristiani ch'erano nel suo esercito[257]. Parecchi poi narrano la visione di unDidimo[258]e la predizione di un monaco Giuliano[259]riguardanti la morte del malvagio imperatore. Nel IX secolo la leggenda di San Mercurio probabilmente non era ancora passata in Occidente, giacchè Floro, diacono di Lione, non ne fa cenno nell'Hymnus in Natale Sanctorum Joannis et Pauli, dove, quanto alla morte di Giuliano, accoglie una delle tradizioni meno meravigliose e meno accette al medio evo[260].
La leggenda di San Mercurio uccisore di Giuliano appare per la prima volta nella vita di San Basilio attribuita ad Anfilochio[261]. Quivi si narra che San Basilio andò co' suoi compagni incontro a Giuliano quando questi, passando con l'esercito in Persia, si fermò a Cesarea. Avendogli Giuliano detto: O Basilio, io ti superai nella filosofia; San Basilio rispose: Così fosse che tu operassi da filosofo; e gli offerse tre pani che aveva recati con sè. Giuliano, stimando quell'offerta un insulto, ordinò che fosse dato in cambio al sant'uomo del fieno, e giurò che al ritorno farebbe radere al suolo la città. San Basilio fece note a' suoi concittadini le minacce dell'imperatore, e li esortò a tutte raccogliere insieme le loro ricchezze, affine di placarlo offerendogliele quando fosse tornato. Ordinò in pari tempo che tutto il clero ed il popolo salissero sul monte Didimo, ov'era una chiesa in onore della Vergine, e vi stessero tre giorni in digiuno e in orazione. Una notte, mentre si esegue il suo comandamento, San Basilio vede in sogno la Vergine sedente in un trono sul monte, in mezzo a numerosa milizia celeste, e ode com'ella ordina a San Mercurio, che tutto armato le compare dinnanzi, d'andaread uccidere Giuliano. In quella medesima notte ha tale visione anche il sofista Libanio. Destato, San Basilio, con un solo compagno, scende in città, va al luogo dov'era seppellito il martire Mercurio, e non vi trova più nè il corpo nè l'armi sue. In capo di sette giorni Libanio stesso viene ad annunziare la morte di Giuliano, si converte alla vera fede, e diventa compagno di San Basilio.
Questa leggenda nacque senz'alcun dubbio in Oriente, e l'intendimento suo principale è la glorificazione di San Basilio, che ha, come s'è veduto, non piccola parte nel miracolo. Tuttavia essa non può dirsi interamente nuova, perchè utilizza e trasforma in parte una tradizione sicuramente più antica, ma molto meno diffusa. Sozomene racconta[262]che un familiare di Giuliano, essendo in viaggio per raggiungere il suo signore in Persia, si addormentò in una chiesa, e vide in sogno molti apostoli e profeti, ragunati a consiglio, dolersi delle molte ingiurie da Giuliano recate alla Chiesa, e discutere dei provvedimenti da prendere contro di lui, e in capo di certo tempo due di essi, confortati gli altri a star di buon animo, partirsi dal consiglio; poi, il dì seguente, in un altro sogno, vide tornare quei due e annunciare ai compagni che Giuliano era stato ucciso. L'idea che suggerì questa finzione si è che uno scelerato come Giuliano non poteva morire di morte naturale, anzi non poteva morire nemmeno di una morte preordinata dalla provvidenza in forma, direi, generica e comune; ma doveva morire per diretta intromissione,e per fatto personale di qualche abitatore del cielo, mandatario, in certo qual modo, di tutta la celeste famiglia, ed esecutore delle sue vendette. Affidare pertanto a profeti e ad apostoli, a preparatori cioè, ed a fondatori della Chiesa, il còmpito di levar dal mondo chi aveva posto ogni studio a distruggere appunto la Chiesa, era, a tenore di leggenda, pensiero sommamente logico, ma forse troppo alto e troppo sottile perchè dalla comune dei credenti potesse essere facilmente compreso. Si ristrinse allora l'orizzonte della finzione. L'ordine di uccidere Giuliano si fece venire dalla Vergine, in luogo a lei sacro, per le preghiere di un popolo a lei devoto, in occasione di un particolare pericolo minacciato questa volta, non alla Chiesa propriamente, ma ad una città, e il carico della vendetta si affidò a un martire, le cui ossa quella città custodiva come preziosa reliquia, e che, essendo stato morto per ordine di Giuliano, pareva naturalmente indicato per quell'ufficio, e compieva in un tempo la propria vendetta e l'altrui. Oltre a ciò, questa poetica e paurosa immaginazione di un morto che esce di sepoltura, riveste l'armi sue, balza a cavallo, e insegue il suo nemico finchè non l'abbia raggiunto ed ucciso, doveva cattivar gli spiriti e perpetuarsi facilmente nella tradizione. Essa ci si perpetua in fatti, e passata in Occidente, entra nella vivace famiglia delle leggende celebri. Martino Polono, Vincenzo Bellovacense[263], Giacomo da Voragine, Gobelino de Persona[264], Eccardo Uraugiense, l'autore delloSpeculumexemplorum[265], cent'altri, la ripetono; ma dipartendosi spesso, come ben si può intendere, dalla tradizione primitiva. Così i più tralasciano di dire che la nuova della morte di Giuliano fu recata in Cesarea da Libanio, particolarità evidentemente immaginata per acquistare maggior credito a tutta la favola[266]. In certo racconto latino[267]si dice che la Vergine domandò prima agli angeli che le stavano intorno chi volesse andare ad uccidere Giuliano, e nessuno di essi rispondendo, ella comandò le si facesse venire Mercurio. NelChronicon Paschale[268]la morte di Giuliano è narrata nel seguente modo. Una notte, in sogno, costuivedo un uomo vestito d'abito consolare ferirlo con un colpo d'asta in un tabernacolo, nella città di Ctesifonte. Destato, si trova ferito sotto l'ascella e muore dicendo: O Sole, tu hai ucciso Giuliano. Quella notte medesima San Basilio vide nel cielo aperto Cristo comandare a Mercurio di uccidere Giuliano e Mercurio obbedire. Giuliano aveva San Basilio in grande stima, e si giovava de' suoi consigli e gli scriveva spesso. San Basilio fu pregato dal clero di non divulgare ciò che aveva veduto[269]. Giovanni Damasceno narra, attingendo da Elladio, che San Basilio si pose a pregare dinnanzi a un dipinto in cui era figurata la Vergine insieme con San Mercurio, e che così stando in orazione vide improvvisamente sparire l'immagine del santo, e ricomparire poco dopo con l'asta insanguinata[270]. Di solito si dice che quando succedette il miracolo Mercurio era morto e seppellito da pochi giorni soltanto; secondo Giacomo da Varignana invece egli era già morto da molti anni[271]. Chi veramente fosse questo San Mercurio, e se sia mai esistito, non si sa. Certo, esso fu più conosciuto in Oriente che in Occidente. Narra Matteo Paris che dinnanzi ad Antiochia i crociati furono soccorsi da San Giorgio, da San Demetrio e da San Mercurio, che con un esercitoscesero dai monti circostanti[272]. E forse perchè non abbastanza conosciuto in Occidente, alcuni scrittori che riportarono la leggenda gli sostituirono quel Giuda che ajutò Sant'Elena a ritrovare la croce, più noto sotto il nome di San Ciriaco[273]. Michele Glica prova che il preteso miracolo di San Mercurio altro non è che una favola[274]. Del resto, di morti che uscirono dal sepolcro per compiere alcuna opera, e che vi tornarono, l'opera compiuta, sono infinite leggende.
Non so a quali fonti attinga l'Anonimo Magliabechiano quando dice che Giuliano morì fulminato in Roma[275]. Altri, confondendo Giuliano con Valeriano, fecero morire l'Apostata scorticato da Sapore, re di Persia. Narra Agatia Scolastico, nella sua continuazione delle Istorie di Procopio, che Sapore fece scorticare e salare Valeriano, e la pelle di lui, conciata e tinta in rosso, ordinò fosse appesa in un tempio a perpetua vergogna dei Romani. Circa il mille, Benedetto di Sant'Andrea racconta che Giuliano fu scorticato, e la sua pelle servì a coprire il trono dei re di Persia. Gotofredo da Viterbo fa toccare tal sorte all'Apostata già morto per mano di SanMercurio[276]; ma Sicardo, riferita la leggenda di San Ciriaco, un'altra ne soggiunge, secondo la quale Giuliano sarebbe stato scorticato vivo[277]. Altri ripetono questa favola accomodandola a modo loro[278]. Qui può essereinoltre ricordato ciò che Valerio Massimo racconta di Cambise, il quale fece scorticare un mal giudice, e della pelle di lui coperse la sedia giudiziaria, affinchè l'esempio stesse in memoria ai successori[279]. Fazio degli Uberti pare che accenni ad una versione meno truculenta della leggenda quando di Giuliano l'Apostata fa dire a Roma[280]:
E di costui questa novella udío,Che poi che da Sapor fu vinto e morto,Il cor si sperse per disdegno rio.
E di costui questa novella udío,Che poi che da Sapor fu vinto e morto,Il cor si sperse per disdegno rio.
E di costui questa novella udío,
Che poi che da Sapor fu vinto e morto,
Il cor si sperse per disdegno rio.
Quanto alle parole pronunziate da Giuliano morendo, è noto che vi è disparere tra gli scrittori. Alcuni narrano ch'egli, avventando il proprio sangue verso il cielo, gridò:Vicisti Galileae, vicisti![281]altri che gridò: Saziati, o Nazareno![282]. Ma quella prima versione rimase più popolare, e si ritrova nellaLegenda aurea,nell'Alte Passional, nellaRappresentazione di San Giovanni e Paolo, ecc. Secondo Floro, Giuliano gridò:
Ebibe nunc nostrum quem quaeris, Christe, cruorem,Atque avidus leto jam satiare meo.
Ebibe nunc nostrum quem quaeris, Christe, cruorem,Atque avidus leto jam satiare meo.
Ebibe nunc nostrum quem quaeris, Christe, cruorem,
Atque avidus leto jam satiare meo.
Gotofredo è il solo che, insieme con queste, ponga in bocca di Giuliano parole di pentimento e di preghiera:
O Nazarene, vincis, rex magne, minorem;Ecce triumphanti proprium tibi reddo cruorem;Parce michi misero, parcere namque soles[283].
O Nazarene, vincis, rex magne, minorem;Ecce triumphanti proprium tibi reddo cruorem;Parce michi misero, parcere namque soles[283].
O Nazarene, vincis, rex magne, minorem;
Ecce triumphanti proprium tibi reddo cruorem;
Parce michi misero, parcere namque soles[283].
Giuliano ebbe sepoltura degna di sè. Chi dice che dalla sua tomba usciva un insopportabile fetore; chi, come abbiam veduto, che il suo corpo era immerso nella pece e nello zolfo[284]. Nel già più volte ricordato mistero francese i diavoli lo portano all'inferno anima e corpo; e vi fu persino chi volle sapere quale fu all'inferno il suo castigo. Nell'Eulogiumsi legge[285]: «Traduntenim antiqui quod sicut Herodes cum prole sua propter occisionem Johannis cruciantur tempore perpetuo, sic Julianus cum tota parentela sua in inguine (igne?) cruciantur in aeternum». Dante non conosce nè tal pena, nè tal dannato[286].