CAPITOLO XIX.Gli dei di Roma.

CAPITOLO XIX.Gli dei di Roma.

Il medio evo, che serbò viva, se non fedele memoria degl'imperatori, i quali avevan fatto di Roma la regina del mondo, e degli scrittori che con l'opere l'avevano illustrata, non poteva in tutto dimenticare quelle antiche e fastose divinità sotto il cui patrocinio la città eterna era nata e cresciuta a tanta gloria. Negli scrittori stessi di cui si leggevano assiduamente e si trascrivevano i libri, e massimamente poi nei poeti, ricorrono senza fine i nomi degli dei, si narrano le mirabili storie del cielo, si descrivono feste e pratiche religiose. Abbiam veduto che alleMetamorfosidi Ovidio fu dato allora il nome di Bibbia dei pagani, e che con quello diMartirologiofurono designati iFasti.

Per ispegnere una religione la quale per secoli abbia governato la coscienza e la vita ci vogliono i secoli; anzi, a dir vero, essa non si spegne propriamente se non in parte, mentre in parte si trasforma, e continua a vivere, occulta, od assimilata alla nuova fede che la tolse di seggio, e questa non consegue il trionfo definitivo se non con rimettere, in parte, della sua originale schiettezzaed alterarsi più o meno. Sinchè dura il periodo acuto della lotta le due contrarie credenze rimangono diligentemente sceverate; la più debole, se glielo imponga la necessità dei tempi, si ritrae dalla vita pubblica, abbandona i suoi santuarii, si fa clandestina; ma nel profondo delle coscienze permane intera, ed è anzi fatta più risoluta e più rigida dalla stessa contraddizione: la più forte le subentra, e mentre recisamente nega il dogma nemico, si afferma nel proprio carattere e si tiene immune da ogni contagio. Ben altrimenti procedono le cose quando all'èra della lotta astiosa sia succeduta l'èra della pacifica diffusione e della confermazione ordinata. Allora le due contrarie credenze vengono a più intimo contatto, e negli spiriti, in cui l'una deve sostituirsi all'altra, avvengono combinazioni e fusioni d'ogni maniera: le memorie durano tenacissime e la sostituzione non si fa mai intera ed assoluta.

Così appunto intravenne al cristianesimo e al paganesimo. Cacciati dal cielo e dai templi, i numi di Roma si raccolsero intorno ai lari dei loro fedeli; cacciati dalle città si ritrassero nei boschi e nei campi; ma passarono secoli e secoli e la figura sanguinosa del crocifisso non riuscì a far dileguare interamente dinnanzi a sè quegli splendidi fantasmi che le arti a gara avevano dotato di tutte le seduzioni. Essi cedevano a poco a poco alla forza vittoriosa che li incalzava, ma riapparivano spesso inopinatamente nei luoghi dove avevano fatto già sì lunga dimora, ed anche quando se n'erano dileguati per sempre, lasciavano dietro a sè lungo strascico di memorie, e di lontano esercitavano sulla nuova fede irresistibili influssi.

Una storia del cristianesimo, non quale appare nella dogmatica ecclesiastica, ma quale si venne veramente foggiando nella credenza popolare, mostrerebbe di che natura e di che forza sieno stati quegli influssi; non essendo questo il luogo per entrare in così lunga e malagevole indagine, mi contenterò di alcuni brevi cenni, che, se non altro, basteranno a caratterizzare il fenomeno.

Non si può negare che ad una mente educata nel politeismo il dogma cristiano non dovesse parere assai scarso di attrattive. Il Dio trino ed uno, posto ad incommensurabile altezza sopra la umanità, imperscrutabile e severo nella sua solitudine, facilmente atterriva chi era uso a vedere un popolo intero di dei mescolarsi continuamente cogli uomini, chi dei accoglieva sotto il suo tetto e alla sua mensa. Se il nuovo convertito non era, come nella più parte dei casi certamente non era, uno spirito eletto, in cui la nuova verità trovava pronto e facile consentimento, quanti dubbii, quanti terrori doveano tener dietro alla conversione! Era quasi impossibile che egli non provasse un senso di angustia e di sfiducia, posto faccia a faccia con quel terribile giudice che non si placava come gli dei delle genti per sacrificii e per arti di sacerdoti. E non era stato ancora conferito al ministro dell'altare l'ufficio d'intermediario perpetuo tra Dio e il credente, e non era stata inventata ancora la confessione auricolare. La chiesa catechizzante avvertì il difetto e provvide: il culto di Maria fu un'utile concessione fatta dal cristianesimo al paganesimo. Dopo il decreto del concilio di Efeso che dichiarava la Vergine essere madre di Dio, per molti cristiani la religioneconsistette essenzialmente nel culto di lei, e i pagani, i quali intendevano meglio assai questo culto che non quello che si tributava a Dio, e nella Vergine vedevano una specie di divinità più prossima alla terra, e più simile a quelle che già avevano famigliari, ebbero maggiore facilità a convertirsi[705]. Se non che quel culto medesimo non potè serbarsi così puro come avrebbe dovuto; i pagani, quasi senza avvedersene, trasfusero in esso non poche pratiche della loro vecchia religione, e nelle loro fantasie più d'un attributo di antiche divinità, e più specialmente di Venere e di Diana, passò alla Vergine. Tutti sanno quanto il culto di costei, in alcuni paesi d'Europa, conservi ancora del pagano. Certe feste della Madonna, soprattutto nel mezzogiorno d'Italia, sembrano trarre la origine da antiche feste di Cerere, e conservano ancora spiccatissimo il carattere primitivo.

Il culto dei santi, che sono come tanti mediatori tra il cielo e la terra, agevolò ancor esso potentemente il trapasso dal politeismo al cristianesimo. Per essi il cielo si ripopolava in certo modo di semidei, i quali, non soltanto potevano giovare grandemente agli uomini come intercessori appo la Divinità suprema, ma ancora come potenti elargitori di grazie per proprio conto. Essi prendevano il posto delle singole divinità proscritte, ne ricevevano gli attributi, ne adempievan gli ufficii, e fruivano del culto una volta ad esse tributato. Come gli antichi dei si erano distribuiti gli ufficii molteplici del governodelle cose, così se li distribuirono i santi, ed ogni santo ebbe un particolare còmpito ed esercitò un particolar patrocinio[706]. Naturalmente ve n'ebbe anche qualcuno che succedette nei cómpiti meno onorevoli di certe antiche divinità, mentre altri pajono esser venuti su solamente perchè provocati dalla esistenza di divinità al cui culto non si voleva rinunziare, ovvero sono quelle divinità medesime alquanto trasformate e designate con altro nome[707]. Molte feste di santi, celebrate con riti particolari dal popolo, altro non sono in origine che feste pagane; e alcune delle solennità massime del calendario cristiano si legano similmente con antiche solennità, tra l'altre forse quella stessa principalissima del Natale, come da parecchi fu sostenuto[708]. Così non picciola parte del vinto paganesimo si trasfondeva nella nuova religione[709].

Ho detto che le reminiscenze duravano tenacissime.Nel 692 il concilioin Trullobiasima e vieta la celebrazione di feste pagane ancora in vigore; ma poi per lungo tempo, così in Oriente, come in Occidente, negli atti dei concilii, nelle Vite dei Santi, in altre scritture di sacro argomento, si trova fatto ricordo frequentissimo di costumanze e di riti pagani, alla totale abolizione dei quali indarno si affaticava la Chiesa. L'Indiculus superstitionum et paganiarum, compilato dal concilio di Leptines nel 743, e parecchi capitolari di Carlo Magno mostrano come le antiche superstizioni ancora durassero nell'VIII secolo. In quel secolo medesimo in Roma, e proprio sulla piazza di San Pietro, si festeggiava ancora, con riti pagani, pubblicamente, il primo giorno di Gennajo, come si rileva da una epistola di San Bonifacio, apostolo di Germania e vescovo di Magonza, al pontefice Zaccaria[710], il quale in una sua risposta dice d'avere abolita la detestabile usanza. Nel bel mezzo del secolo X Attone II, vescovo di Vercelli, biasima le superstizioni e le costumanze pagane che ancora a' suoi tempi si osservavano dai contadini il primo di Gennajo, il primo di Marzo, e nelle feste di San Giovanni e di San Pietro e Paolo[711]. Cent'altre testimonianze simili a questa potrebbero essere facilmente prodotte.

È noto quanti simboli e quante forme la mitologia classica abbia fornito all'arte cristiana dei primi secoli. Apollo, Bacco, Amore e Psiche, altre divinità, si veggonoraffigurate sopra gli antichi sarcofaghi cristiani, Amore e Venere sopra gli anelli nuziali. Cristo si trova rappresentato in figura di Giove, di Apollo, di Orfeo, di Ercole; la Vergine Maria in figura di Venere. L'inferno cristiano è interamente foggiato sul Tartaro pagano, e col nome di Tartaro lo chiamano già Prudenzio[712], Claudio Mario Vittore[713], altri fra gli scrittori ecclesiastici più antichi, poi molti e molti nel medio evo. Le pene furono immaginate, in parte almeno, ad imitazione delle pene antiche. Si lasciarono scorrere per l'inferno il Flegetonte, il Cocito, lo Stige; si mantennero ai loro posti Caronte con la barca, Cerbero, i Centauri e gli altri mostri[714]. Del Tartaro descritto da Virgilio sembra ricordarsi Giacomino da Verona quando nei rozzi suoi versi dipinge la città infernale, tutta murata di sassi e di monti, solcata per lo mezzo da

aque entorbolaeAmare plui ke fel, de veneno mescene[715].

aque entorbolaeAmare plui ke fel, de veneno mescene[715].

aque entorbolae

Amare plui ke fel, de veneno mescene[715].

NelRoman de la Rosesi pongono ancora all'infernoIssione, Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio[716]. Alano de Insulis pone a dominare nelletartaree sediErinni, Aletto, Megera[717]. Che nell'inferno di Dante ricompajono i fiumi del Tartaro e Cerbero e Minosse e le Furie e Plutone è notissimo a tutti.

Non pochi nomi di antiche divinità rimanevano nella tradizione, o facevano parte di certi nomi di luoghi; e qua e là un resto di superstiziose credenze legavasi ad essi, o a qualche reliquia non distrutta dal tempo. In Sicilia le bocche vulcaniche, le quali, come ho già detto, comunemente si credevano essere spiragli dell'inferno, chiamavansiollae Vulcani[718]. In Roma ad ogni tempio antico si legavano i nomi di una o più divinità, a cui, a ragione o a torto, si pretendeva che quel tempio fosse stato dedicato[719]. In Firenze fu conservato sino al XIV secolo un simulacro mutilato di Marte,dal quale si credeva dipendere la salute della città[720]. L'antichissimo culto fallico, del cui perpetuarsi dolevasi Sant'Agostino[721], passò nel medio evo, e dura ancora ai giorni nostri, e nemmeno i nomi della oscena divinità si perdettero. In sul principiare del secolo XII vigeva ancora in Sassonia e in Lorena un culto di Pripelaga, ossia di Priapo, e presentemente, nel centro della Francia, si venera un Saint Phallier, il quale ha virtù di rendere feconde le donne[722]. In una Vita di San Cesario, vescovo di Arles, si fa menzione di un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli[723], e per lungo tempo fu divulgata credenza in alcune parti di Europa che Diana guidasse di notte la tregenda delle streghe. Nella leggenda di San Niccolò si narra di un inganno che Diana, cioè il diavolo, tentò di fare a certi naviganti che andavano a visitare il santo[724].

In generale, la esistenza degli antichi dei non si nega, ma si fa di essi altrettanti demonii, che, come tali, possono mostrarsi agli uomini e nuocer loro, ed hanno ancora, come ebbero in antico, templi e adoratori. Nei romanzi del medio evo, specialmente francesi, le divinità che si pretendono adorate dai Saraceni sono, insieme con Maometto e Tervagante, Giove, Apollo, il Baratro; ma in quelli che trattano soggetti antichi il meraviglioso mitologico è, in genere, soppresso, o attenuato, o umanizzato. NelTournoiement de l'Antechristd'Huon de Mery (XIII secolo) gli dei della mitologia figurano in modo assai curioso nell'esercito dell'Anticristo[725].Altri, seguendo la opinione antichissima, credevano che gli antichi dei fossero stati uomini. Nel l. VIII, c. 21delleEtimologieIsidoro di Siviglia, spiegando le origini del paganesimo, dice che si cominciò con innalzare simulacri agli uomini insigni per virtù e per valore, e che poi i demonii si fecero adorare in quei simulacri. Egli ricorda molte divinità e dà ragione dei nomi loro. Tale dottrina trovasi anche largamente esposta nellaFiorita d'Italiadi Frate Guido da Pisa. Va da sè che le nozioni intorno alle divinità di cui ricordavansi i nomi, come intorno al culto prestato loro dagli antichi, erano assai poco esatte, anzi molto fantastiche. Non sarà fuor di luogo il riportare qui quanto a tale proposito si legge nellaKaiserchronik[726].

Prima che credessero nel vero Dio i Romani adoravano sette dei in onore dei sette giorni della settimana. Chi non osservava il precetto religioso era, o affogato, o bruciato vivo: da Roma quella fede si diffuse in tutto il mondo. La domenica (sunintac, Sonntag, giorno del sole) i Romani onoravano il sole con grandi processioni e luminarie. Il lunedì i Romani sacrificavano alla luna, e accendevano lampade in tutte le vie della città, e ciò per ottenere da lei belle notti. In quel giorno si sacrificava anche ad Apollo. Il martedì era sacro a Marte, e in esso giorno si raccoglievano tutti i cavalieri, con loro elmi ed usberghi, scudi e spade, e facevano sacrifizii di gran pregio, e giostravano e torneavano, e le belle dame erano spettatrici dei loro giuochi. Ciò facevano essi per ottenere grazia da quel dio, che li rendesse vittoriosi nelle loro guerre, e perchè credevano che, protetti da lui, nessuno potesse loro nuocere. Il mercoledì tutto il popolo si raccoglieva nel Foro (mercato), dove, sopra una colonna, era una immagine di Mercurio. I Romani usavano di offrire a questo dio una parte di tutto quanto compravano o vendevano, affinchè favorisse i loro mercati. Il giovedì si celebrava la festa più solenne. C'era in Roma un tempio magnifico, tutto sfavillante di oro, nel quale erano venti arcieri (di metallo) e si faceva piovere per certe fistule. Esso era sacro a Giove, un gran dio, e mai non si cessava di bruciarvi incenso per fargli onore[727]. Il venerdì era sacro aVenere, la quale aveva in Roma un tempio sontuoso, ornamento della intera città. Qui usavano le meretrici, e i dissoluti; e ricchi, o poveri che costoro si fossero, vi trovavano buona accoglienza; ma gl'incorrotti e le vergini non vi dovevano entrare. Il sabato finalmente si celebrava la festa di Saturno e di tutti i diavoli, a cui era consacrato un pomposo tempio, chiamato Rotonda. Quando avevano fatte in esso le loro preghiere, i Romani si davano al bel tempo e agli spassi, e ognuno cercava di mostrarsi nei giuochi da più degli altri e di farsi onore. Il tempio fu da papa Bonifacio intitolato alla Vergine. Noi abbiam già veduto che, secondo un racconto deiMirabilia, il Pantheon era sacro a Cibele e a tutti i demonii[728]. Secondo Enenkel, il quale ripete, derivandole dallaKaiserchronik, tutte queste favole intorno agli dei che i Romani adoravano, la Rotonda era sacra a Venere, e ci si trovavano dugento e più letti apparecchiati[729].

Ma la divinità pagana di cui si serbò più accesa la ricordanza nel medio evo fu Venere: il suo mito allora, non solamente non è dimenticato, ma è ancora vivo ed operoso nella coscienza del popolo, e si arricchisce di nuove finzioni. Contro nessuna delle antiche divinità si mostrò così ostile il sentimento e così sollecita l'opera distruttrice dei primitivi cristiani come contro Venere: nessuno degli altri numi offendeva al par di lei il pudore della coscienza cristiana. Ma proporzionato all'odio dei nemici era l'amor dei seguaci, e il culto di Venere fu uno degli ultimi a sparire dalla faccia dell'Europa convertita alla nuova fede. Non si dimentichi che la dea degli amori passava per essere la madre di quell'Enea da cui riconosceva Roma le sue origini; che in Roma stessa, e nelle province, i templi a lei dedicati erano sempre tra i più sontuosi[730], e che finalmente il suoculto doveva tornare in ispecial modo gradito alla corrotta società dei primi secoli dell'impero. Venere aveva osato di far sovrapporre al monte dove si consumò la passione di Cristo un nefando suo tempio, che fu distrutto per ordine di Sant'Elena, madre di Costantino. Nel VII secolo, quando della grandezza romana durava appena una confusa reminiscenza, il culto di lei tuttavia fioriva in Gallia, e certo anche in altre province dell'antico impero; nel IX i Mainoti della Laconia adoravano ancora ostinatamente Venere e Nettuno[731]. In qualche parte d'Italia si professa un culto per una Santa Venere ignota, sotto alle cui sembianze si nasconde forse l'antica divinità. Costantino Copronimo (719-75) fu accusato di avere in conto di divinità e di adorare Venere[732]. Lo scelerato papa Giovanni XII (956-64), se sono vere certe accuse che gli furono mosse contro, aveva in costume d'invocare Giove e Venere[733]; e il re Ugo di Francia, che finì santamente nel 947, in un convento di Arles, una vita piena di nefandezze, pare che avesse una grande ammirazione per le divinità dei gentili, giacchè a tre sue concubine aveva imposti i nomi di Giunone, Venere, Semele[734].

Del culto poetico che il medio evo tributò a Venere si potrebbe scrivere una lunga dissertazione. Nella poesiadei Goliardi le prove di esso ricorrono ad ogni passo[735]. NellaConfessio Goliaesi dice[736]:

quicquid Venus imperat labor est suavis,quae numquam in cordibus habitat ignavis.

quicquid Venus imperat labor est suavis,quae numquam in cordibus habitat ignavis.

quicquid Venus imperat labor est suavis,

quae numquam in cordibus habitat ignavis.

NelleStanzedell'Arciprete di Hita ha parte di rilievo Venere, di madre tramutata in isposa di Amore,

Señora doña Venus muger de don Amor[737].

Señora doña Venus muger de don Amor[737].

Señora doña Venus muger de don Amor[737].

NelRoman de la RoseVenere è descritta nel seguente modo[738]:

Ce est la mère au diex d'Amors,Qui a secoru maint amant.Ele tint un brandon flamantEn sa main destre, dont la flameA eschauffée mainte dame.El fu si cointe et si tifée,El resembloit déesse ou fée:Du grant ator que ele avoit,Bien puet cognoistre qui la voit,Qu'el n'ert pas de religion.Ne feré or pas mencionDe sa robe et de son oré,Ne de son trecéor doré,Ne de fermail, ne de corroie,Espoir que trop i demorroie;Mès bien sachiés certainementQu'ele fu cointe durement,Et si n'ot point en li d'orgueil.

Ce est la mère au diex d'Amors,Qui a secoru maint amant.Ele tint un brandon flamantEn sa main destre, dont la flameA eschauffée mainte dame.El fu si cointe et si tifée,El resembloit déesse ou fée:Du grant ator que ele avoit,Bien puet cognoistre qui la voit,Qu'el n'ert pas de religion.Ne feré or pas mencionDe sa robe et de son oré,Ne de son trecéor doré,Ne de fermail, ne de corroie,Espoir que trop i demorroie;Mès bien sachiés certainementQu'ele fu cointe durement,Et si n'ot point en li d'orgueil.

Ce est la mère au diex d'Amors,

Qui a secoru maint amant.

Ele tint un brandon flamant

En sa main destre, dont la flame

A eschauffée mainte dame.

El fu si cointe et si tifée,

El resembloit déesse ou fée:

Du grant ator que ele avoit,

Bien puet cognoistre qui la voit,

Qu'el n'ert pas de religion.

Ne feré or pas mencion

De sa robe et de son oré,

Ne de son trecéor doré,

Ne de fermail, ne de corroie,

Espoir que trop i demorroie;

Mès bien sachiés certainement

Qu'ele fu cointe durement,

Et si n'ot point en li d'orgueil.

In un poemetto francese del XIII secolo, intitolatoDe Venus la deesse d'amor[739], Venere, che viene in soccorso di un amante infelice, cavalca una mula meravigliosa, di varii colori, con bardatura e fornimenti di grandissimo pregio. Gli uccelletti ajutano la dea a salire in sella e la raccomandano a Dio[740]. In un poemetto italiano intitolatoLa visione di Venus[741]Venere apparisce la nottea guisa d'angiolettoa un suo fedele. Sovente in compagnia di Venere comparisce Cupido, e quanto spesso poi questi comparisca da solo, e in quante diverse guise non fa mestieri di ricordare[742]. Nei sogni dell'astrologiai pianeti esercitarono influssi convenienti all'indole delle divinità di cui portavano i nomi, e chi nasceva sotto l'influsso di Venere era naturalmente inclinato all'amore[743]. A tale proposito si nota che il nome di Venere significa lussuria. Matfre Ermengaud, discorrendo dei pianeti, dice[744]:

Le quins planeta dissendenEs dig Venus propriamen,Que vol dire luxuria.

Le quins planeta dissendenEs dig Venus propriamen,Que vol dire luxuria.

Le quins planeta dissenden

Es dig Venus propriamen,

Que vol dire luxuria.

E ilDil des Planètes similmente:

Le vendredi vient de Venus:Venus sénefie luxure[745].

Le vendredi vient de Venus:Venus sénefie luxure[745].

Le vendredi vient de Venus:

Venus sénefie luxure[745].

Non è egli curioso che Dante, dopo aver ripreso l'errore degli antichi, i quali credettero

Che la bella Ciprigna il folle amoreRaggiasse, volta nel terzo epiciclo[746],

Che la bella Ciprigna il folle amoreRaggiasse, volta nel terzo epiciclo[746],

Che la bella Ciprigna il folle amore

Raggiasse, volta nel terzo epiciclo[746],

ponga appunto nel pianeta di Venere le anime beate di coloro che in vita furono proclivi all'amore?

Ma, come ho già accennato, Venere non vive nel medio evo solamente nelle tradizioni classiche della poesia; essa vive ancora, fatto ben più importante per noi, nella memoria e nella credenza del popolo, e vi genera nuovi miti. Se non che, mutate di pianta le condizioni dei tempi, e trasformato lo spirito, questi miti non sono più sereni ed amabili, quali sarebbero convenuti alla madre gioconda degli amori, ma inquieti e paurosi, quali convenivano oramai a colei che la nuova religione aveva, già da gran tempo, precipitata dal suo seggio di gloria. Venere ha patito la sorte di tutti gli altri dei, e si è trasformata in demonio; ma nel demonio che la nuova fede ha dannato agli abissi, e che reca in fronte il marchio della riprovazione, si riconosce ancora l'antica bellezza, e si ritrova il fascino delle seduzioni irresistibili.

Nell'AnticlaudianusAlano de Insulis introduce Venere moribonda a ricordare le proprie imprese e a deplorare la perdita dell'antica potenza[747]; ma era un errore il suo: Venere aveva ancora lunghi anni da vivere, e la sua potenza era tuttavia formidabile. Come or ora vedremo,si poteva prendere alla lettera l'avvertimento che un ignoto lasciò scritto in un codice antico dell'Escuriale[748]:

Sub Veneris latere debet nemo latereNam mala Venere plurima devenere.

Sub Veneris latere debet nemo latereNam mala Venere plurima devenere.

Sub Veneris latere debet nemo latere

Nam mala Venere plurima devenere.

Venere, la più potente delle divinità, era divenuta un potentissimo demonio[749].

Ed ecco presentarcisi due delle più belle, immaginose e significative leggende che il genio del medio evo abbia create; quella celeberrima di Tannhäuser; e l'altra, assai meno nota, ma non però meno curiosa, del giovane patrizio di Roma. Cominciamo da questa.

Il più antico scrittore che la narri, senza però dire a quali fonti attinga, è il cronista inglese Guglielmo di Malmesbury, il quale fioriva intorno al mezzo del XII secolo. Ecco, tradotto, il suo racconto[750]. Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più spiritosi l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire danzando, o sbalestrando, o in altri giuochi esercitando il corpo, gli stomachi aggravatidal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, lo appose al dito steso di una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poichè tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, affannato ed acceso si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua. Avendo quivi penato un pezzo senza potere, nè strappare l'anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne partì. Tornatovi poscia con alcuni suoi familiari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddirizzato il dito e tolto l'anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare, e, giunta l'ora di coricarsi, si adagiò accanto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso, udì una voce che diceva: «Giaciti meco, dacchè oggi pure tu m'hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l'anello in dito; io ho l'anello in poter mio, e più nol renderò». Spaventato da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne la intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo; del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Finalmente, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte dinegromanzia figure magiche, e d'incutere terrore nei demonii, facendoli servire a quale officio più gli piacesse. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempiergli d'oro la borsa quand'egli fosse riuscito a far congiungere gli sposi, usò il supremo dell'arte sua, e composta una epistola, diedela al giovane dicendo: «Va alla tale ora di notte al crocicchio, dove la via si divide in quattro, e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni età, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato, e quante sono insomma le forme e le sembianze dell'allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere espresse nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure esse favellino a te. Seguirà quella turba uno di maggiore statura degli altri e più corpulento, sedente in un carro: a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu faccia tanto d'essere d'animo risoluto». Il giovine si avvia, come gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, sperimenta la verità di quanto avevagli detto il prete, chè nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là passavano vide sopra una mula una donna vestita a uso di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva colei in mano una verga d'oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi. Che più? L'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldie di perle, chiede la causa del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porge la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, legge lo scritto, e tosto, levate le braccia al cielo, «Dio onnipotente», esclama, «insino a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?» E senza por tempo in mezzo mandò due de' suoi satelliti perchè ritogliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè finalmente godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udito la lagnanza che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per la qual cosa, fattisi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue sceleraggini. Guglielmo conchiude la sua narrazione dicendo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri raccontassero tale storia ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la memoria.

L'immaginosa leggenda, appropriata quanto altra mai al gusto e alle credenze dei tempi, si divulgò per tutta l'Europa, e fu raccolta e rinarrata da molti altri scrittori, tra' quali basterà ricordare Vincenzo Bellovacense[751], Matteo di Westminster[752], Radulfo da Diceto[753], Enrico di Knyghton[754], GiovanniBromton[755]. Guglielmo di Malmesbury, da cui direttamente o indirettamente attinsero tutti costoro, non dà nessuna indicazione circa il tempo in cui si suppone avvenuta la strana avventura; non così quelli che vennero dopo di lui. Vincenzo Bellovacense la dice avvenuta circa l'anno dodicesimo dell'impero di Enrico III, ossia intorno al 1050, Matteo di Westminster nel 1058, Radulfo da Diceto nel 1036, Giovanni Bromton nell'ultimo anno di Edoardo il Confessore, ossia nel 1066, e circa quel medesimo tempo Enrico di Knyghton. Inoltre Guglielmo tace il nome del giovane e della sposa, che da Giovanni Bromton sono chiamati Lucio ed Eugenia. Enrico di Knyghton dà al giovane il nome di Luciano.

Fermiamoci alquanto ad esaminare il racconto di Guglielmo di Malmesbury, a rilevarne lo spirito, a sceverarne gli elementi. Anzi tutto egli dà la leggenda come italiana, afferma che si raccontava comunemente a' suoi tempi in Roma e nel circostante territorio, e noi non abbiamo ragione per mettere in dubbio le sue parole, sebbene sia ragionevole il credere che, una volta uscita d'Italia, la leggenda mutasse alcun poco l'indole primitiva e ricevesse qualche nuovo elemento.

Il carattere che in esse presenta Venere merita di essere attentamente considerato. Venere è un demonio, ma tale tuttavia che, non solo non ha in sè la orridezza,ma nemmeno la consueta ferità e malignità diabolica. Essa è innamorata, e vuol fruire dell'amor suo: non usa nessuna violenza al giovine, nè sfoga l'ira sua sulla sposa; ma si oppone a che il matrimonio sia da essi consumato, e si fa forte del suo diritto, che pretende siale stato conferito dal giovane mediante l'anello. Ricorderò a tale proposito come nel medio evo il solo sposo desse l'anello alla sposa, e come per antichissimo diritto romano lo sposo che avesse donato alla sposa l'anulus pronubussi considerasse regolarmente impegnato. E notisi che nel concetto della leggenda Venere non si prevale artificiosamente di un atto per se medesimo insignificante, e a cui ella fingerebbe di dare la forza che in realtà non può avere: l'anello di cui ella è in possesso le conferisce il diritto, e per farla chetare bisogna ritorle l'anello. Così non si poteva ricuperar dall'inferno chi avesse venduta l'anima al diavolo se prima non si riaveva la scritta del contratto. Ora, in questa bella, dolce e appassionata figura di demonio, che noi ritroveremo di bel nuovo più oltre, splende, o m'inganno, un riflesso dell'antica divinità. La Venere medievale innamorata del giovane patrizio romano fa ripensare alla Venere antica innamorata di Adone. Un concetto, direi così benevolo, di Venere, non poteva sorgere che a medio evo avanzato, spenti i ricordi della lunga ed asprissima lotta fra cristianesimo e paganesimo, e ridischiuso il senso al prestigio della bellezza antica. In tempi di lotte ancora accese, o di ancor desti sospetti, il demonio Venere sarebbe stato dipinto con più foschi colori. Prospero Aquilano, morto nel 463, racconta nel suotrattatoDe promissionibus et praedictionibus Dei[756]la curiosa storia di una fanciulla cristiana, la quale, per aver osato di paragonarsi con una statua di Venere in Cartagine, fu, per opera diabolica, affetta di tale una malattia nella gola che per lo spazio di settanta giorni non potè prendere cibo veruno, fino a che, condotta in chiesa, e fatta partecipe della comunione, fu liberata.

Veniamo alla statua. L'antichità, oltre a quello famoso di Pigmalione, narra parecchi casi di persone che s'innamorarono di statue, casi che non hanno relazione col nostro[757]. Luciano, Plinio, Valerio Massimo, Clemente Alessandrino fanno ricordo di un giovane che, innamoratosi della Venere di Prassitele in Gnido, sfogò sopra di lei la propria libidine; ma la dea non si commosse, pare, alle prove della sua passione. Nella leggenda nostra il giovane non è punto innamorato della statua, ma la statua è evidentemente concepita come un idolo, ossia come il simulacro di una divinità, legato a lei con una specie di vincolo arcano e vitale, per modo che la promessa fatta ad esso valga come fatta alla divinità che rappresenta. Il caposaldo della leggenda dev'essere appunto una statua esistita in Roma, e nulla v'è che contrasti a questa congettura. I cristiani non distrussero tutti i simulacri di antichi numi che poterono avere nelle mani; essi dovevano muovere guerra più aspra aquelli delle divinità impudiche, in particolar modo a quelli di Venere, come pare che già facesse Costantino Magno[758]; ma anche di questi molti se ne salvarono. Può darsi che nell'XI secolo una statua di Venere sia stata ritrovata in Roma, e abbia dato origine e argomento alla leggenda: se si ha da credere a Ranulfo Higden, o a quel Gregorio della cui autorità egli si prevale, una tale statua si ammirava veramente in Roma nel XIII secolo. Ecco in qual modo egli la descrive[759]: «Fuit et imago Veneris eo modo quo quondam nudo corpore Paridi se ostendebat, ita artificiose composita ut in niveo imaginis ore sanguis recens natare videretur». Salvo la esagerazione di quest'ultime parole, nel resto non è nulla che non possa essere agevolmente creduto. S'immagini ora che un tale ritrovamento veramente fosse avvenuto nell'XI secolo in Roma. Le reminiscenze dell'antichità non erano in tutto spente; si sapeva ancora chi fosse stata Venere, quale fosse stato il suo ufficio, e forse nella plebe durava ancora qualche tradizione, qualche pratica superstiziosa dell'antico culto. La statua fu ammirata per la sua bellezza, ma fu in pari tempo guardata con sospetto, come quella a cui poteva andar congiunta tuttavia una misteriosa potenza. S'immagini che, presso al luogo dov'essa fu collocata, la felicità di due giovani sposi sia stata turbata da un accidente naturalissimo, ma che molto spesso nel medio evo fu creduto effetto di malìe; assai agevolmentese ne poteva far ricadere la colpa su quella statua di Venere; e poichè a esercitare quelle malie la gelosia era motivo principalissimo, si poteva immaginare che Venere fosse innamorata del giovane e gelosa. L'anello posto in dito alla statua può esser fatto vero, può essere fatto immaginario, ideato per dare al tutto più consistenza; e la guarigione del giovane può essere succeduta ad alcune pratiche magiche poste in opera per ottenerla. La leggenda sarebbesi formata così in modo assai facile e spontaneo, e nulla v'è nelle sue parti essenziali che possa legittimamente far dubitare dell'origine italiana. Il Baring-Gould sostiene[760]che la particolarità dell'anello fu suggerita da credenze religiose dei popoli teutonici e scandinavi, e ricorda che la dea Freya si rappresentava con un anello in mano, e ricorda un mito della dea Thorgerda Hörgabruda, la quale non si lascia togliere un anello dal braccio; ma non v'è nessuna necessità di ricorrere a così remote origini.

La tregenda descritta da Guglielmo di Malmesbury ha molti riscontri. In Germania e in Francia chi vedeva passare ilwildes Heer, o lamaisnie Hallequin, doveva, come il giovine Romano, serbare il più profondo silenzio. Vedervi mescolata Venere non deve fare meraviglia. Sant'Agostino fa ricordo di una credenza[761], secondo la quale le streghe si riunivano la notte guidate dal Demonio, da Diana, da Minerva e da Erodiade, e tale credenza si conservò a lungo nel medio evo. L'esercitofuribondo in Germania qualche volta è capitanato da Holda che si confuse con Venere[762], qualche volta dallo stesso demonio[763], e tra le incisioni che adornano iSermones et varii tractatusdi Geiler von Keisersberg, nella edizione che se ne fece a Strasburgo nel 1508, una ve n'ha che rappresenta il duce dell'esercito seduto in un carro, come nel racconto di Guglielmo. Nella leggenda di San Basilio, vescovo di Cesarea, si narra di un mago che diede a uno schiavo una epistola per il diavolo; con essa lo schiavo doveva ottenere che fosse soddisfatto certo suo desiderio. Ciò che nel racconto di Guglielmo si dice della penitenza e della morte di Palumbo ricorda quanto della penitenza e della morte di Gerberto fu narrato dalla leggenda.

LaKaiserchronikcontiene[764]un lungo racconto, indipendente da quello di Guglielmo, e in cui l'avventura testè narrata si fa accadere bensì in Roma, ma ai tempi dell'imperatore Teodosio, e con particolarità che altrove non si hanno. Eccone in breve la sostanza. C'erano in Roma due giovani fratelli adoratori degl'idoli. Una volta che l'uno di essi, per nome Astrolabio, giocava alla palla con alcuni compagni, avvenne che la palla andò a cadere dietro il muro antico di un tempio. Astrolabio diè la scalata al muro, e quando fu dall'altra parte vide una statua bellissima che gli fe' cenno con la mano. Era quella una statua di Venere. Il giovane preso da subitaneaed irresistibile passione, si tolse di dito l'anello, e lo diede alla statua in pegno di perpetuo amore. I compagni suoi, entrati con violenza, contro il volere dei sacerdoti, nel tempio, lo ritrovarono assai tramutato; egli non fece parola di quanto gli era occorso; ma tutto pieno del suo diabolico amore, da quell'ora non bevve, non mangiò, non dormì più, e tutti temettero che presta morte lo dovesse incogliere. Un giorno il giovane innamorato si fece animo, andò a trovare Eusebio, il cappellano dell'imperatore, e narratogli il caso, gli chiese consiglio ed ajuto. Eusebio da giovane aveva studiato negromanzia ed era assai versato in quest'arte. Egli evocò il diavolo e gl'ingiunse di riportargli l'anello che il giovane aveva donato alla statua; ma non potendo ottener ciò, si fece portare egli stesso all'inferno, e non senza molta fatica ricuperò l'anello. Da ultimo costrinse il diavolo a svelargli in che fosse riposta la maligna potenza della statua: questa potenza era procacciata da certe erbe nascoste sotto di essa. Risaputa la cosa, il papa Ignazio fece consacrare la statua in onore di San Michele[765]. Il giovane guarì, e insieme con molti altri ricevette il battesimo.

Questo racconto non è certo meno antico di quello di Guglielmo, e tutt'a due debbono considerarsi come versioni diverse di uno stesso tema leggendario. Tuttavia la versione dello storico inglese mi sembra dover esserela più genuina: ciò che, per tacer di altro, nel racconto tedesco si dice delle erbe magiche nascoste sotto la statua, rende inutile l'anello dato in pegno, e guasta tutto il concetto della leggenda.

Nelle favole demonologiche del medio evo, e più particolarmente in quelle dei succubi, si potrebbero trovare alla leggenda di Venere innamorata parecchi riscontri. Ettore Boezio racconta il caso di un bellissimo adolescente che per molti mesi fu perseguitato da un succubo, bellissimo anch'esso, il quale, ogni notte, penetrava, tuttochè fossero chiuse le porte, nella stanza di lui, e con blandizie lo provocava all'amplesso[766]. Cesario di Heisterbach racconta la storia seguente[767]. Un mago di Toledo fu richiesto da certi scolari svevi e bavaresi di dar loro un saggio dell'arte sua. Non essendogli stato possibile di scusarsi, egli li condusse in un campo, tracciò loro intorno con una spada un cerchio, e severamente ammonitili di non uscirne, e di non dar cosa alcuna a coloro che erano per comparire, come pure di nulla accettare da essi, evocò i demonii. Tosto compajono questi in figura di cavalieri, e con varii giuochi si studiano di allettare i giovani a uscire dal cerchio. Tornata vana la prova, ricompajono in figura di avvenenti e procaci fanciulle, e danzando rinnovano le provocazioni. Uno di essi, con usare più lenocinii degli altri, e con isporgere un anello d'oro, riesce a trarre uno dei giovani fuori del cerchio, e incontanente sparisce con lui,e spariscono ancora tutti gli altri demonii. Minacciato nella vita dai compagni dell'incauto, il mago ricorre al principe dei demonii, il quale convocato il concilio infernale, dopo molto discutere ordina che il giovane sia rimesso in libertà.

Ma il riscontro più curioso alla leggenda nostra lo porge un'altra leggenda del medio evo, nella quale, rimanendo invariate molte delle altre particolarità, alla dea Venere si sostituisce la Vergine Maria. Non saprei chi possa essere stato il primo a riferirla, ma Vincenzo Bellovacense, che, come s'è veduto, riferisce anche l'altra, la narra nei seguenti termini[768]. Alcuni giovani chierici giocavano alla palla dinnanzi a una chiesa. L'uno di essi, temendo che nel giuoco non gli si avesse a spezzare un anello che in pegno di carnale amore gli aveva donato l'amica, entrò in chiesa per quivi deporlo; ma veduta una bellissima immagine della Vergine, le s'inginocchiò davanti, e salutatala, disse: «Veramente sei tu più bella assai di colei che mi diè quest'anello, e però io rinuncio a lei, e faccio proposito di servire e di amare te sola, a patto che tu me ne ricambii con l'amor tuo». Profferite tali parole, il giovane si tolse l'anello, e lo inserì nel dito steso della statua, la quale, volendo mostrare di accettare il patto, ripiegò il dito. Meravigliato il giovane, chiama i compagni e narra loro l'accaduto, ed essi lo esortano a rinunziare al mondo e a dedicarsi tutto al servizio della madre di Dio. Ma il giovane, traviato dalle ricchezze, dopo non molto, mentendoalla fatta promessa, condusse moglie. Ed ecco, la prima notte delle nozze, apparire al dormiente per ben due volte la Vergine, rimproverargli la mancata fede, mostrargli l'anello, minacciargli severissimo castigo. Colto da paura e da pentimento, quella medesima notte abbandonò il giovane ogni cosa sua, e si ritrasse a vivere in un eremo, dove per fin che gli durò la vita servì alla sua signora ed amica.

Questa medesima storia si trova pure narrata da Jacob van Maerlant nelloSpigel historiael, nelloSpeculum exemplorum, da Pelbarto nelloStellarium coronae gloriosissime Virginis[769], da Gualtiero di Coinsi neiMiracles de Nostre Dame[770], e da altri parecchi. Ma assai probabilmente essa altro non è che una versione raffazzonata di una leggenda più antica, e raffazzonata a imitazione di quella di Venere. Pottone o Bottone, abate Prunvenigense, il quale fiorì nel XII secolo, narra nel c. XVI del suoLiber de miraculis sanctae Dei genitricis Mariae[771], il caso di un chierico di Pisa, moltodevoto della Vergine, il quale, essendosi lasciato indurre a tor moglie, fu dalla Vergine, in una chiesa, aspramente rimproverato, dopodichè egli abbandonò ogni cosa, e benchè nessuno sapesse mai dove andasse a riparare, si credette che si fosse tutto consacrato al servizio di Dio e della madre sua. In questo racconto, nè del giuoco della palla, nè dell'anello si fa menomamente ricordo. Storie di matrimonii mistici di giovani con la Vergine, come anche di gravi punizioni da questa inflitte ai mancatori di fede, non sono rare nel medio evo. Tommaso Cantipratense una ne racconta in cui la Vergine fa morire un giovane a lei devoto il giorno stesso in cui egli deve tor moglie[772]. Una leggenda che ha qualche somiglianza con quella del chierico e della Vergine si racconta anche di Sant'Agnese[773].

Veniamo ora alla leggenda di Tannhäuser.

In un monte della selvosa Turingia, il quale da tempo immemorabile, è chiamato l'Hörselberg, s'apre in luogo precipitoso ed impervio una profonda caverna, dalla cui bocca, forse per moti incomposti d'acque sotterranee, prorompono strani e formidabili fragori. Per questa ragione, appo gli scrittori latini dei passati secoli, il monte si trova indicato col nome diMons horrisonus, e risale forse a remotissima antichità la popolare credenza, viva tuttora, che fa di quella bocca uno spiraglio dell'inferno. Ma da essa non solamente rumori spaventosi, qualche volta si udivano uscire anche gli echi soavi di musiche lontane, e spesso sul suo limitare si vedevano belle e provocanti immagini di donne che allettavano i viandanti a seguirle. Dentro a quel monte Venere aveva la sua corte e la sua numerosa brigata.

Un nobile cavaliere di Franconia, per nome Tannhäuser, vassallo d'amore, e trovatore lodato di rime, passava una volta davanti alla misteriosa caverna, quando, in sulla entrata di essa, vide una donna d'incomparabile bellezza, che con voce ammaliante e atti di seduzione lo invitava a sè. Altri non era costei che la stessa Venere,Frau Venus. A dispetto degli avvertimenti della coscienza, Tannhäuser, attonito, affascinato, segue i passi dell'innamorato demone, e con esso discende nelle viscere della terra. Quivi lo attende una vita di gaudiiineffabili, quante squisitezze sa immaginare l'amor più sollecito, quanti portenti sa compiere un'arte a cui gli elementi obbediscono. Ma passan più mesi; è trascorso un anno, e Tannhäuser, dalla cui mente cominciano a dileguarsi i vapori della lunga ebbrezza, pensa al suo errore, sente le crescenti punture del rimorso e il terrore della eterna dannazione, ridesidera la libertà e la compagnia dei suoi simili. Con l'ajuto della Vergine Maria, da lui invocata, riesce a fuggire dalla perigliosa dimora, e messosi in via, a quanti preti incontra si confessa e chiede l'assoluzione. Ma tutti, spaventati della immanità della colpa, lo rimandano al papa, che ha la suprema potestà di sciogliere e di legare. Tannhäuser va a Roma, si getta ai piedi di papa Urbano IV, implora perdono e benedizione; ma il papa, tradendo il suo ministero, lo respinge duramente e gli dice: «Quando quest'arida verga ch'io ho tra le mani rinverdirà e fiorirà allora ti assolverò dal tuo peccato». Tannhäuser, come la disperazione lo consiglia, rinunzia alla incominciata penitenza, e ritorna alla sua caverna, a Venere, ai suoi esecrabili amori. Intanto, per subitaneo miracolo, fiorisce la verga tra le mani del papa, che, atterrito e pentito, manda messi per tutta la cristianità a cercar novella del peccatore; ma tardo troppo è il suo zelo e tarda ogni indagine: Tannhäuser è dato per tutti i secoli in potestà di Venere.

Il caso mirabile si suppone seguito circa l'anno 1260, nel bel mezzo della Germania fatta già da più secoli cristiana. Divulgato prima, e con pertinace memoria, dalla poesia popolare, fu rinarrato da un secolo in qua, con molta varietà di sentimenti e d'intenzione, da parecchipoeti tedeschi, fra gli altri dal romantico Tieck, e da quell'Heine il cui temperamento poetico non si può con un solo epiteto definire[774].

La leggenda di Tannhäuser è genuinamente tedesca; ma la immaginazione di un monte, supposto asilo di Venere, non è forse tale in origine. Essa si trova anche in Italia, e può darsi che dall'Italia sia passata in Germania. Di un Monte di Venere presso il lago Nursino parlano Enea Silvio Piccolomini in una epistola e Adriano Romano nelTheatrum urbium[775], ed è assai ragionevole il credere che la memoria dell'antica divinità si serbasse piuttosto in Italia che non in Germania. Tuttavia è da notare che in Germania vi furono parecchi Monti di Venere, che il nome di Venus vi divenne nome di famiglia, e che qualche altra leggenda vi si ebbe in cui comparisce l'antica divinità. Anzi nel XIV secolo ci doveva essere l'uso d'invocarla questa divinità, giacchè Corrado di Megenberg dice del pianeta Venere che inclina all'amore, come alcuni avessero in costume di dire: Venere ajuta! i quali non sapevano che cosa Venere si fosse[776]. Ricorderò ancora che secondo un poema tedesco già citato, ilWartburgkrieg, Felicia, figliuoladella Sibilla, e Giunone vivono con Artù nel cavo di un monte[777]. La leggenda di Tannhäuser può inoltre essere raccostata a quella di Uggiero il Danese, trattenuto da Morgana nell'isola di Avallon, e ad altre di simil tenore.

Checchessia del luogo di origine delle leggende esposte nelle pagine precedenti, riman provato per esse che il ricordo di Venere si agitava ancora negli uomini del medio evo, e commoveva alla creazione di nuovi miti le fantasie.


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