Ut scriptura tonat, crux, ensis, scepter, corona,Lances, palla bona nobis insignia donant.
Ut scriptura tonat, crux, ensis, scepter, corona,Lances, palla bona nobis insignia donant.
Ut scriptura tonat, crux, ensis, scepter, corona,
Lances, palla bona nobis insignia donant.
Il nome di corona apparteneva propriamente alla sola corona imperiale; le corone dei re chiamavansicirculi. La rotondità simboleggiava il cerchio della terra; ma anche l'oro e le gemme avevano significazione simbolica. «Corona imperatoris est circulus orbis. Portat ergo Augustuscoronam, quia declarat se regere mundi monarchiam. Corona quoque dicitur victoria, unde et victores coronabantur, et Augustivictores orbisdicebantur. Arcussuper coronam curvatur, eo quod Oceanus mundum dividere narratur»[868].
Delle gemme dice Gotofredo da Viterbo[869]:
Iulius instituit gemmas superesse corone,Ut preciosa foret lapidum gravidata decore:Nunc liber exponet quid sibi gemma volet.Quatuor in cunctis sunt insita punctisDuricies, virtus, splendorque colorque:Hec qui Cesar erit mistica nosse velit.Duricie constans, virtute refertus honestus,Et bona fama color, splendor sine crimine questus:Quatuor ista geret qui diadema feret.
Iulius instituit gemmas superesse corone,Ut preciosa foret lapidum gravidata decore:Nunc liber exponet quid sibi gemma volet.Quatuor in cunctis sunt insita punctisDuricies, virtus, splendorque colorque:Hec qui Cesar erit mistica nosse velit.Duricie constans, virtute refertus honestus,Et bona fama color, splendor sine crimine questus:Quatuor ista geret qui diadema feret.
Iulius instituit gemmas superesse corone,
Ut preciosa foret lapidum gravidata decore:
Nunc liber exponet quid sibi gemma volet.
Quatuor in cunctis sunt insita punctis
Duricies, virtus, splendorque colorque:
Hec qui Cesar erit mistica nosse velit.
Duricie constans, virtute refertus honestus,
Et bona fama color, splendor sine crimine questus:
Quatuor ista geret qui diadema feret.
Ad unsolitarioche brillava nella corona imperiale si attribuivano, come del resto a molte gemme nel medio evo, virtù magiche. Walther von der Vogelweide lo chiama la stella polare dei principi[870]. NellaGraphiasi parla di dieci corone imperiali; ma più particolarmente degno di nota è quanto vi si dice della ferrea e dell'aurea. «Octava ferrea..... quia Pompejus, Julius, Octavianus atque Trajanus, cum Romanis, per ferrum subjugaveranttotum orbem terrarum...... Decima corona est aurea, gemmis et margaritis ornata; quia sicut aurum reliquis metallis splendidius est, et quo plus aere repercutitur plus fulget, ita imperator omnibus hominibus qui sub celo sunt, clarissimus, illustrissimus, splendidissimus. Hanc Diocletianus imperator, visa aurea corona regis Persarum, primus romanis imperatoribus tradidit.....»[871]. È noto ciò che la leggenda narra della famosa corona ferrea, formata con uno dei chiodi che servirono a crocifìggere Cristo[872]. Nella orazioneDe obitu Theodosii Magni, scritta l'anno 395, Sant'Ambrogio racconta che Sant'Elena, ritrovati quei chiodi, di uno fece fare un freno, di un altro un diadema, e li mandò al figliuolo Costantino[873]. Il freno è simbolo di reggimento, il diadema di sovranità, e tutt'e due sono fatti con istrumenti della passione di Cristo: anche in ciò si palesa la idea fondamentale del nuovo impero, e il suo carattere essenzialmente religioso. Luigi il Pio, figlio di Carlo Magno, fu incoronato con una corona che Stefano V aveva portato da Roma. Essa era d'oro e adorna di gemme: Ermoldo Nigello dice che era la stessa corona di Costantino[874].
Lo scettro era insignito dell'aquila romana, ma di esso non troppo si parla; un'insegna e un simbolo di grande importanza era, per contro, il globo aureo che nelle occasioni solenni gl'imperatori tenevano nella mano sinistra. Esso raffigurava l'orbe terraqueo, tutto intero soggetto alla sovranità imperiale[875]. Un globo sormontato da una Vittoria alata apparteneva già alle insegne degli antichi imperatori romani, ma, dopo il trionfo del cristianesimo, alla Vittoria fu sostituita la Croce, vincitrice e dominatrice del mondo. Una statua di Costantino, eretta in cima a una colonna di porfido nel Foro che da lui appunto prendeva il nome, in Costantinopoli, recava nella destra un ingente pomo aureo con infissavi la croce, e con questa iscrizione:A te Cristo Dio raccomando questa città[876]. Nell'Augusteo Giustiniano era rappresentato a cavallo, con un globo sormontato dalla croce nella mano destra, e nessun'arme[877]. LaGraphiafa risalire l'uso del globo aureo sino ad Augusto[878]; ma il globo che figurava tra le insegne dell'impero nel medio evo si diceva fatto per ordine di Benedetto VIII e da questo pontefice presentato aEnrico II[879]. A dir d'alcuni esso era pieno di terra raccolta dalle quattro plaghe del mondo per significare la universalità del dominio imperiale[880]; altri invece, per una di quelle tante antitesi care al medio evo, dicevano che era pieno di cenere, a significare la vanità della stessa potenza imperiale[881]. Nella leggenda dei Re Magi, che il carmelitano Giovanni d'Hildesheim scrisse in latino nel XIV secolo[882], si narra, al cap. 23, dei doni che i tre Re presentarono al bambino Gesù. Il redi Nubia e di Arabia, Melchiorre, offerse trenta denari e un pomo aureo. Questo pomo, che figurava il mondo, era stato di Alessandro Magno, il quale l'aveva fatto formare con monete d'ogni specie, appartenenti ai tributi che la terra tutta gli pagava. Alessandro lo portava sempre in mano per lasciare intendere che egli aveva il mondo in sua balìa. Appena presentato a Gesù, esso si sciolse in polvere ed in cenere[883].
Molto spesso si trova ricordata, come una delle principali e più preziose insegne, la lancia dell'impero, sebbene le notizie intorno ad essa sieno molto confuse e contraddittorie. Non bisogna dimenticare, a tale proposito, che era stato costume di parecchie genti germaniche, e fra l'altre dei Longobardi e dei Franchi, di consegnare al re proclamato un'asta come simbolo di sovranità, e che laquirisaveva avuto grande importanza nelle tradizioni romane. La lancia dell'impero si credeva avesse appartenuto in origine a Costantino, ma si confuse poi con la lancia di cui fu trafitto Cristo in croce per man di Longino, ed anche con una lancia di San Maurizio, capitano della famosa legione tebea[884]. Essa era considerata come unfirmamentum imperii, e Gotofredo da Viterbo così ne parla[885]:
Subjicit imperio bello gestata potentes,Motibus ipsius nequeunt obsistere gentes,Haec ubi bella movet vincere cuncta solet.Lancea sancta solet regnorum vincere lites,Ipsa facit proceres Romanos esse Quirites,Ex hoc Caesar habet, quod sibi regna favent.
Subjicit imperio bello gestata potentes,Motibus ipsius nequeunt obsistere gentes,Haec ubi bella movet vincere cuncta solet.Lancea sancta solet regnorum vincere lites,Ipsa facit proceres Romanos esse Quirites,Ex hoc Caesar habet, quod sibi regna favent.
Subjicit imperio bello gestata potentes,
Motibus ipsius nequeunt obsistere gentes,
Haec ubi bella movet vincere cuncta solet.
Lancea sancta solet regnorum vincere lites,
Ipsa facit proceres Romanos esse Quirites,
Ex hoc Caesar habet, quod sibi regna favent.
In varii modi si racconta come essa fosse acquistata alpatrimonio dell'impero. Secondo alcuni Rodolfo, re di Borgogna, l'ebbe in Italia da un conte Sansone, e la cedette, per amore, o per forza, all'imperatore Enrico I; secondo altri fu Ottone I quegli che l'acquistò da Bosone, re d'Arles. Eccardo Uraugiense così la descrive[886]: «..... quae (lancea), excepta ceterarum specie lancearum, novo quodammodo opere, novaque elaborata arte et figura, iuxta mediam spinam habuit utrobique quasi fenestram, et in media spina cruces ex clavis, manibus et pedibus salvatori nostri domini Jhesu Christi affixis».
Ma, come dissi, questa supposta lancia di Costantino fu poi identificata con la lancia di Longino, comunemente designata col nome diLancea Christi, la quale, secondo la più diffusa credenza, non fu ritrovata che ai tempi della prima crociata[887], ma che la pietosa fantasia dei credenti immaginò conosciuta e posseduta dalla cristianità molto tempo innanzi. In fatto, la lancia che insieme col bacino figura nei romanzi del Santo Graal, sarebbe appunto la lancia di Cristo. Carlo Magno l'avrebbe posseduta, e poi altri principi dopo di lui. Guglielmo di Malmesbury racconta[888]che Ugo, re di Francia, mandò al re Adelstano d'Inghilterra, insieme con altri doni di massimo valore, la spada di Costantino Magno, nel pomo della quale era infisso uno dei chiodiche avevano servito a crocifiggere Cristo, la lancia di Carlo Magno, che si credeva essere quella stessa che aveva trafitto il fianco di Cristo, e che al fortunato suo possessore aveva procacciato le vittorie più strepitose, il vessillo del martire Maurizio, del quale vessillo s'era il medesimo Carlo Magno servito per dissipare gli eserciti dei Saraceni in Ispagna[889]. Secondo laChanson de Roland, della sacra lancia Carlo Magno non avrebbe posseduto altro che la punta, incrostata nel pomo della sua famosa spada Joyeuse[890]. Ma la lancia dell'impero si trova anche indicata col nome dilancea Mauricii[891], senza dubbio per un'altra confusione. A Boleslao, quando fu incoronato re di Polonia, Ottone III diede la lancia di San Maurizio e uno dei santi chiodi[892]. Di questa lancia non si parla nè da Valafredo Strabone nel suoHymnus de Agaunensibus martyribus[893], nè dal Voragine nella leggenda di San Maurizio e de' suoicompagni[894], e nemmeno da Hermann von Fritslar. Tra le insegne dell'impero figuravano pure il vessillo e la spada di San Maurizio e una pretesa spada di Carlo Magno; di quel vessillo si credeva in Germania che giovasse per la difesa, ma non per l'offesa[895].
Figuravano finalmente, secondo varii racconti, tra le insegne dell'impero, la famosa spada Durendal, che l'arcangelo Michele aveva recato a Carlo Magno dal cielo, e che da Carlo Magno fu poi donata ad Orlando, la spada di Attila, che un tempo era stata di Marte[896], e la spada di Costantino. Il nome di Costantino è spesso occorso nelle pagine che precedono, e la leggenda mostra di dare grande importanza alle insegne che venivano da lui: non si dimentichi che Costantino era considerato quale il fondatore dell'impero cristiano.
Delle numerose reliquie che conferivano dignità eforza all'impero non mi soffermo a discorrere; alcune di esse si credevano acquistate dallo stesso Carlo Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli. In un poemetto tedesco d'incerta età, ma del secolo XIV probabilmente[897], si può vedere quale importanza si desse alle reliquie dell'impero. Quivi si narra, tra l'altro, una storia che, in parte, si trova pure narrata in uno dei racconti del Novellino. Il Prete Gianni manda all'imperatore Federico II un ambasciatore, e lo fa presentare di parecchie cose mirabili, di una veste di pelle di salamandra, di una bottiglia piena dell'acqua della fontana di giovinezza, e di un anello d'oro che procaccia vittoria, e nel quale sono tre pietre, di cui la prima impedisce che l'uomo anneghi quand'anche stesse un anno intero sott'acqua, la seconda lo rende invulnerabile, la terza lo fa invisibile. Istruito della potenza e magnificenza del Prete Gianni, l'imperatore convoca tutti i principi soggetti alla sua dominazione, tien corte plenaria, e fa vedere all'ambasciatore le sante reliquie dell'impero, la croce, i chiodi, la lancia, la camicia della Vergine, la corona di spine, la veste di Cristo[898]. Vedutele, l'ambasciatore confessa che tuttala ricchezza del suo signore non è che fango a paragone di quella ricchezza.
Preordinato dalla divina Provvidenza e coadiutore dell'opera della redenzione, l'impero romano, riconsacrato nella verità della fede, non poteva venir meno. Strettamente legato ai destini dell'uman genere, esso doveva durare sino a che questi destini non venissero a compimento; vicariato di Cristo, esso doveva, come la Chiesa, attendere il Cristo, senza che, frattanto, le porte dell'Inferno potessero prevalere contro di esso. L'impero romano non sarebbe cessato che col chiudersi del grande dramma dell'umanità, e prossimamente al giorno in cui tutte le podestà delegate sulla terra sarebbero tornate al loro fattore, giudice supremo, e da indi innanzi unico principe. Tale è già l'opinione degli apologeti e dei padri. Preghiamo per gl'imperatori, esclama Tertulliano[899], preghiamo per l'impero di Roma, giacchè per essi solo sono ritardate le imminenti calamità della fine del mondo. E un'altra volta dice: Tanto durerà il mondo quanto durerà l'impero[900]. Pensieri consimili si trovano negli scritti di Lattanzio, di Origene, di San Gerolamo, di San Giovanni Crisostomo, di altri molti. Nel commento alla seconda epistola di San Paolo ai Tessalonicensi, già attribuito a Sant'Ambrogio, ed ora a Ilario Diacono, si legge: «Non prius veniet Dominus quam regni Romani defectio fiat, et appareat Antichristus qui interficiet sanctos, reddita Romanis libertate, sub suo tamennomine». Questa ancora è la costante opinione del medio evo. Agostino Trionfo la mantiene nella suaSumma de potestate ecclesiae[901]. Nel trattatoDe ortu, progressu et fine Romani imperiidi Angilberto di Admont si dice che l'impero di Roma, il quale toccò l'apice della potenza e della gloria sotto Ottaviano Augusto, ai tempi della venuta del Redentore, deve da indi in poi andare scadendo continuamente sino alla venuta dell'Anticristo. NelRitmaticum querulosumdi Lupold di Bebenburg si afferma che l'Anticristo non può nascere finchè sussiste l'impero romano in cui nacque il Salvatore.
Ma di ciò più diffusamente nel capitolo che segue.