IV.

IV.

Un tepido sole di gennaio sfavillava su quel mare che si stendeva immobile con una lieve frangia di argento lungo la curva del lido e delineando le città e i villaggi che si specchiano nel golfo incantevole.

In un punto della deserta spiaggia di là dai Granili presso ad una barca con la chiglia affondata nella rena alcuni uomini in costume calabrese discorrevano mentre un giovane vestito di un elegante e ricco costume tra il borghese e il militare dormiva all’ombra della barca al cui anello di prua eran legati per le briglie due stupendi cavalli l’uno sauro, l’altro morello.

— Ma — diceva il Magaro a Pietro il Toro — dimmi tu che pensi di un tal mistero, perchè al certo ci è un mistero in tutto questo.

Pietro il Toro, tozzo e barbuto, con gli occhietti un po’ loschi e una bocca tagliata a sghembo ciò che conferiva una certa aria di comicitàalla sua fisonomia che però nell’ira assumeva una tremenda espressione di ferocia, Pietro il Toro si strinse alle spalle.

— Chi ne capisce nulla? — rispose. — Io so quel che sapete voi, che per sette giorni siamo stati alloggiati e pasciuti a spese di non so chi; che per sette giorni abbiamo goduto di un letto ben soffice in una casa che da noi farebbe invidia al più ricco galantuomo: abbiamo avuto tavola imbandita due volte al giorno con vini, con liquori e con ogni altro ben di Dio: che ogni mattina trovavamo allo svegliarci una bella piastra sul tavolino presso il letto, e tutto questo a nome di capitan Riccardo che poi ci avrebbe fatto sapere ove dovevamo attenderlo per tornarcene insieme, a fare quello che abbiamo deciso di fare. So quello che sapete voi, nè più nè meno, cioè che stamattina camminando lungo il lido avremmo trovato capitan Riccardo. Ci siamo alzati all’alba, abbiamo camminato lungo il lido ed ecco qui capitan Riccardo che dorme coricato in sull’arena a rischio di sciupare il bel vestito che ha avuto il torto di sostituire a quello col quale era venuto. Quei due cavalli al certo son suoi; quella valigetta sulla quale poggia il capo e che sembra ben gonfia sarà anche sua; quella sciabola che pare d’oro e di argento, quella magnifica carabina, quelle due paia di pistole, quel pugnale simile ai pugnali che portavano nella cintola iTurchi nostri compagni nei bei tempi del Cardinale, sono al certo anche suoi. E questo so ed è tutto quello che voi sapete.

— Sì, ma...

— Volete che vi dica altro? Che io non capo nei panni pel piacere, io che amo capitan Riccardo come un figliuolo, perchè credo che questa volta l’abbia afferrato pel ciuffo la fortuna.

— Ma come si spiega che egli era con noi quella notte, quando Sua Maestà ci fece giurare...

— Zitto — disse Pietro il Toro — tu non ricordi che promettemmo di non parlare di quel che si disse e si fece quella notte se prima non è tutto ben ordinato?

— È vero; ma qui siamo tra noi...

— E che vuoi che ti dica? Che ne so io dove era? In un luogo certo ove andò senza un carlino in tasca e donde è ritornato con un magnifico abito da cavaliere, una gonfia valigia, due magnifici cavalli e delle armi degne di un generale.

— Vuoi sapere — disse il Ghiro con una certa aria di sufficienza — dove sia il mistero? In quelle due donne con le quali uscì dal teatro.

— Eh, via due donnette di quella folla scostumata e briaca che se lo portarono via forse per scroccargli qualche piastra! Ma ti pare? Quali donne che avesser potuto fare dei regali come questi che abbiamo sottocchi, si sarebberoavventurate in quella folla che pareva in preda del demonio che maledetto sia? Se mai, fu colpa di quelle donnette se mancò al convegno di quella sera.

— Ma insomma?

— Ma insomma, anche se ci logorassimo il cervello fino a domani non verremmo a capo di nulla. Bisogna aspettare che si svegli.

— Ma perchè non lo svegli, Pietro? — disse il Magaro. — È già tardi: veggo nel sole che è l’ora della merenda: se dobbiamo metterci in via...

— Grazie tante — rispose Pietro. — So bene che quando uno è svegliato a mezzo il sonno è capace di dare anche una coltellata al suo migliore amico. Io, per esempio, divento una bestia. Eppoi dorme così profondamente che sarebbe proprio un peccato. Chi sa come avrà trascorso la notte!...

— Nessuno mi caccia dalla testa che quelle due donne mascherate ci entrano per qualche cosa.

— Lo vedi che sei una rapa, un asino, un barbagianni, a tua scelta? Guardalo in faccia: ti appare graffiato?

— No, perchè una tale domanda?

— Perchè se fosse stato finora insieme con le due donne, una di esse per invidia, per gelosia, per dispetto gli avrebbe strappato gli occhi. Ci scherzi? Chi può star sicuro in mezzoa due donne? Io ai tempi del Cardinale avevo una certa simpatia per due di quelle che ci seguivano, due di quelle che... mi capite. Una sera me le portai tutte e due a cena. Sapete come finì? Che se non le avessi mandate via gettandole fuori della porta mi avrebbero strappato tutti i peli della barba.

— Eran gelose di te, — disse il Magaro con bonomia troppo affettata per esser sincera.

— Sì, sì, erano entrambe gelose di me. Che vuoi dire?

— Nulla. Eh, già, le femmine sono così strane nei loro gusti!...

La grottesca fisionomia di Pietro il Toro si rabbuiò: i loschi occhietti ebbero un lampo d’ira.

Il Ghiro toccò col gomito il Magaro e gli disse sottovoce rapidamente.

— Mutiamo discorso: evitiamo qualche guaio...

— Dice bene il Ghiro — fece Pietro che aveva inteso — mutiamo discorso.

Nonpertanto stettero tutti e tre in silenzio. Poi, dopo un pezzo, il Ghiro disse:

— Ma, a dirla come è, non mi par naturale il sonno di capitan Riccardo. Dormire così profondamente e all’aria aperta di Gennaio e col sole negli occhi...

Infatti l’ombra si era a poco a poco ritratta e il sole illuminava a pieno il viso del giovane che continuava nel suo profondo assopimento.

— Sarà stanco e avrà passato la notte non certo a dire il rosario!

— Pure non sono tranquillo; che diavolo, un sonno così profondo all’aria aperta!...

E Pietro il Toro si inginocchiò sull’arena e curvossi sul giacente.

— Non c’è che dire — fece poi risollevandosi — il respiro è tranquillo... non ha mai dormito così bene anche nel letto più soffice.

— Intanto io ho fame — disse il Ghiro.

— E io no?

— Se hai mangiato come un lupo ieri sera...

— Ahimè, temo che di scorpacciate simili non se ne faranno mai più...

— Eh via, se la cosa prenderà fuoco torneranno al certo i bei tempi.

— Ma sarà un osso duro da rodere. I Francesi hanno del fegato. Dicono che sono protetti dal diavolo...

— Lo vedremo, Pietro, lo vedremo. Dietro un pino o dietro un rovero non avrei paura di tutto un battaglione.

— Zitto, zitto — esclamò Pietro il Toro — il capitano ha per poco aperto gli occhi.

— Ho visto anch’io... ma li ha tornati a rinchiudere.

E tutti e tre si misero intorno all’addormentato che invero si era mosso, aveva aperto gli occhi ma ancora doveva avere sulle pupille la nebbia del sonno perchè i tratti del viso erano rimasti immobili.

— Scuotiamolo — disse il Ghiro — scuotiamolo dolcemente. Lasciate fare a me, lo sveglierò senza che se ne accorga.

Lo prese per le spalle, lo sollevò lentamente, poi nel rimetterlo a giacere lo rivolse un pò sul fianco. Invero il giovine aperse di nuovo gli occhi, stirò le membra e mentre i tre compagni si rialzavano discostandosi, si guardò intorno con l’aria di chi voglia rendersi conto di una cosa strana. Infine vide i tre riuniti in gruppo che lo guardavano.

— E come vi trovate qui voi? disse; e poi di nuovo guardandosi intorno: — E come mi ci trovo io in riva al mare all’aria aperta?...

— Siamo qui da due ore — disse Pietro. — Abbiamo obbedito ai vostri ordini comunicatici iersera.

— I miei ordini? — mormorò il giovine distratto sollevandosi a sedere e continuando a guardare intorno a sè e poi alle sue vesti e poi ai cavalli e riportando gli occhi di nuovo sui suoi compagni.

— E per aspettare che vi svegliaste abbiamo anche resistito al bisogno di rifocillarci — disse il Ghiro, — Guardate il sole: segna di un’ora trascorsa quella della merenda, e là in fondo ho visto una taverna...

Il giovane si teneva in silenzio, pensoso, ma l’espressione della fisonomia era indizio che i ricordi in lui si ridestavano e che man mano divenivanopiù precisi e più coordinati. Ad ogni nuovo oggetto, la valigia, le armi, i cavalli, che gli si offriva alla vista faceva un atto di sorpresa come aveva fatto nel vedersi vestito di un abito che non aveva mai portato. Però si conteneva comprendendo che se avesse manifestato il suo stupore avrebbe dovuto dar delle spiegazioni ai suoi compagni, onde alle parole del Ghiro alzò la testa, chè gli avevano offerto il modo di uscir di imbarazzo.

— Sì, sì — disse — avete ragione. Se ci è dunque qui vicino una taverna andate a far merenda. Ma per i danari...

— O che credete che la spendevamo tutta la piastra che ogni mattina trovavamo sul tavolino presso il letto?

— Ah, già — disse lui dissimulando lo stupore — già, dimenticavo che siete alquanto provvisti. Andate dunque che vi aspetto qui.

— E non avete fame voi?

— Io no. Andate: vi dirò poi quel che dovremo fare.

I tre si allontanarono, ma nel loro viso si leggeva come un vago scontento.

— Che ne dite? — fece il Magaro fermandosi quando furono un cinquanta passi di là dal luogo in cui avevano lasciato il giovane. — A me pare che capitan Riccardo sia ben più sorpreso di noi di quello che gli è accaduto e di trovarsi lì. Ci guardava come se aspettasse da noi una spiegazione. Non è vero, Pietro?

— Ebbene, sì. Anzi io credo che ci abbia voluto allontanare per riflettere, che so io, per sbrogliare la matassa. Se fossi stato solo con lui, lo avrei indotto a parlare... con me non avrebbe fatto misteri...

— Ma insomma — fece il Ghiro alzando le spalle — che può importare a noi di quel che ci nasconde? Dagli effetti dobbiamo credere che non debba e non dobbiamo essere poi scontenti del come vanno le cose. Per sette giorni abbiamo mangiato, bevuto e dormito come signori: danaro in tasca per il resto non ce ne è mancato ed io ho ancora qualche piastra... Lui, il capitano, non ha più, è vero il suo bell’abito di calabrese, ma in compenso, è vestito come un barone, ha con sè delle armi magnifiche, due magnifici cavalli e una valigia piena di chi sa che ben di Dio. Andiamo a far merenda, sentite a me, che le cose non potevano andar meglio del come sono andate.

Capitan Riccardo era rimasto immobile, pensoso, con gli occhi fissi a sè dinanzi, ma volti a contemplar le visioni dell’animo suo. A lui pareva che quella donna, di cui non sapeva il nome, di cui non sapeva la casa nella quale era pure vissuto per sette giorni, si fosse allora allora distaccata da lui, ne sentiva ancora il sapore dei baci, ne sentiva ancora il profumo acre nella sua inebriante dolcezza, ne sentiva ancora fra le braccia il corpo morbido e caldo. E comesi trovava là, in quel lido deserto, presso quel mare, sotto quel sole, lui che testè si era addormentato col capo sul seno di quella donna, dalla quale si era inteso amato con sì ardente passione come se da molti anni le avesse acceso il sangue ed infiammato il cuore e di cui aveva inteso tutto l’ineffabile fascino nel sangue e nella carne? E chi era, chi era quella donna che in sì breve tempo era entrata tanto violentemente nella vita di lui, della quale forse per tutto il viver suo avrebbe dovuto subire l’influenza? Chi era quella donna che andava mascherata in un veglione tra la folla ebbra dal piacere; che riconosciuta era stata atrocemente ingiuriata; che lo aveva fatto raccogliere ferito, che lo aveva fatto curare, che lo aveva tenuto per sette giorni prigioniero e che in quella notte gli si era data con tanto fremente abbandono? Chi era quella donna che aveva servi così devoti, medici così discreti; che aveva fatto ricercare i compagni di lui e aveva provveduto largamente al bisognevole e che poi li aveva fatti avvertire che lui in quel mattino, in quell’ora, si sarebbe trovato in quel lido? Chi era, chi era la donatrice dei due bellissimi cavalli, delle armi degne di un principe, e che lo aveva fatto portare in quel lido mentre era addormentato? E come, come il suo sonno era stato sì duro, sì tenace da resistere mentre al certo avevan dovuto vestirlo di quegliabiti, prenderlo in braccio adagiarlo in una barca e deporlo poi su quella spiaggia?

— Ah! — esclamò lui ricordandosi della voglia che ella aveva avuto di bere e dell’aver voluto che lui bevesse pel primo. — Ah! la bottiglietta, la bottiglietta! Certo vi aveva messo un potente narcotico.

Ma chi era, chi era quella donna?

Un lampo gli attraversò il cervello; lesse un nome in quel lampo.

Sua Maestà la Regina!

Fu un lampo, fu un nome che lo fece rabbrividire. Per lui la Regina, come ogni cosa che avesse il fastigio della regalità, e come per tutti che vivevano lontani dalla città in cui la Corte risiedeva stabilmente o per poco, la Regina assai più del Re era un essere così in alto, così lontano dal reale, dal sensibile, da tutto ciò che avesse attinenza con la vita degli altri uomini, da esser considerata più come una idea che come una persona. Leromanzeche i vecchi contadini raccontavano la sera accanto al fuoco la dipingevano come fatta di sole, con una corona di gemme sulla fronte, seduta su un trono d’oro custodito da tigri e da leoni: si nutriva di pane d’oro servito in piatti d’oro, e le parole fatali che le uscivano dalla bocca di corallo erano ascoltate in ginocchio, e con gli occhi chini, e guai, guai a sollevarli perchè il fulgore delle reali pupille era tale che gli imprudenti nesarebbero rimasti accecati. Ora lui che per quella Regina, per quel Re aveva versato il suo sangue, era stato troppo a contatto con la gente che aveva visto da vicino nel suo palazzo, le regali persone per aver la stessa ingenua credenza dei contadini delle sue montagne; non pertanto gliene era rimasto un sacro rispetto, un profondo convincimento che fossero immuni dalle debolezze e dalle passioni umane e che Dio ad esse avesse conferito il diritto di vita e di morte sui loro sudditi. Come dunque credere che dal soglio quella donna fosse discesa fino a lui; che egli avesse baciato quella bocca la cui parola poteva essere una grazia od una condanna; avesse baciato quella fronte su cui posava la regale corona: che egli, infine, povero trovatello, povero ed oscuro soldato di ventura, fosse rivale di un Re e avesse avuto fra le braccia fremente di amore la figlia di una Imperatrice?

È vero però che ne aveva inteso dire un gran male, da alcuni che la dicevano feroce ed implacabile nelle sue vendette, da altri che aveva avuto di molti amanti: ma aveva anche inteso dire che eran quelle delle vili calunnie spacciate dai rivoluzionari i quali pur di abbattere il trono e l’altare non si facevano scrupolo di vilipendere con orrende menzogne il Re e la Regina, la Regina specialmente da essi più temuta. Inoltre gli amanti che le si attribuivano eranoprincipi o ministri, onde se anche quelle voci non mentissero, come credere che Ella, la quale a piè del trono aveva tanti superbi e magnifici signori su cui posare lo sguardo, si fosse avvilita a far di lui l’amante di una notte, di lui povero e rozzo montanaro?

Egli dunque respingeva come insano il dubbio che per un istante gli era balenato nella mente. Ma se non era, e non poteva essere la Regina, certo la donna che egli aveva difeso e che lo aveva compensato con una notte d’amore, esser doveva fra quelle che possono far piegare alla loro le altrui volontà; che sicure del silenzio dei loro fidi possono contare sulla loro devozione e sulla loro complicità nello appagamento dei capricci. Una Regina così fiera ed insieme così odiata avrebbe sdegnato il contatto della folla che quella sera gremiva il teatro, di quella stessa folla alla quale poco innanzi si era mostrata sul palco reale in tutta la superba maestà di donna e di sovrana.

Chi era dunque, chi era quella donna?

E rivedendola, perchè a costo anche di sparger tutto il suo sangue, ne sarebbe andato in traccia, l’avrebbe riconosciuta? Era bellissima sì, stupendamente bella, ma il viso nella semioscurità dell’alcova era come velato dall’ombra, sicchè in lui ne era rimasta come una immagine confusa. Ah, perchè, perchè smarrito, sconvolto dalla apparizione che credeva un miraggiodella fantasia, non si era imposto di dominarsi per veder bene in viso ed in piena luce la donna che l’aveva sopraffatto; e nel delirio, in quel subito divampar del sangue non aveva serbato tanto di ragione da costringerla a svelargli il nome e lo stato?

Ed il giovane che si era seduto sulla murata della barca, ricercava nella memoria il viso di quella donna, ma con dolore riconosceva che esso sfumava nell’ombra. Ed avrebbe vissuto sempre in una tale incertezza? E se quella donna, appagato il suo capriccio, non gli desse più nuove di sè, avrebbe dovuto portare non solo nella sua anima, ma nel suo sangue il ricordo di quella notte divenuto una smania angosciosa? Ed anche se un giorno si fosse incontrato in lei, nessuna prova, nessuna poteva addurre per costringerla a confessare di esser lei la sconosciuta che in premio del sangue da lui versato per lei gli aveva avvelenato il sangue coi baci di quella notte!

In questo intese un colpo di cannone: si scosse e guardò lontano donde il rombo era venuto: poi altri colpi ed altri si susseguirono ad intervalli, e nello stesso tempo vide tre navi uscir dal porto e in una di esse spiegato al vento il bianco pavese reale.

Un pescatore proprio allora era disceso dalla sua barca e tirava le reti alla riva.

— Dimmi, amico, — chiese il giovane — perchè quei colpi di cannone?

Il pescatore si tolse il berretto e poi rispose:

— È la Regina che va a raggiungere il Re in Sicilia. Ah, povera donna, non lei certo avrebbe abbandonato così noi e la città nostra ai Francesi che vorranno vendicarsi della batoste che ebbero cinque anni or sono. Povera donna, ha fatto quel che ha potuto, ma.. gliela farà pagar cara, vedrete.

— Grazie, buon’uomo — disse il giovane nel cui animo eran sorti nuovi dubbi che lo tenevano perplesso.

Il pescatore tornò alle sue reti. Capitan Riccardo fu tratto dai suoi pensieri dalla vista della valigetta su cui dormendo aveva poggiato il capo. Fin allora nè i due cavalli, che sbuffavano talvolta scalpitando, nè le armi deposte presso il luogo in cui lui aveva giaciuto, nè la valigetta avevano attratto la sua attenzione.

— Ah — disse con un grido — chi sa, chi sa non vi troverò svelato il mistero? Ed io che mi ci affannavo! Ma avrei dovuto incominciare con aprirla, ed ogni cosa si sarebbe chiarita.

Così dicendo apriva con mano convulsa la valigetta che era chiusa e stretta soltanto dalle cinghie.

— Delle camice — disse lui allorchè l’ebbe aperta — il pensiero è gentile, ma... Ah, una borsa... delle monete d’oro... una somma, unasomma cospicua!... Mi ha voluto pagare dunque il sangue che ho sparso per lei... No, no, per mille diavoli, il mio sangue non lo vendo... Getterò al mare questa borsa se non potrò restituirgliela. E nulla, null’altro? Vediamo, vediamo ancora... Non è possibile, no. Del danaro a me, a me! Ah, se avessi osato offrirmelo stanotte, sarebbe bastato per farmi riacquistar la ragione.

L’ira per ciò che reputava una ingiuria gli aveva acceso il volto; pur continuava a frugare.

— Cosa è questa, cosa è questa? — gridò poi. — Un portafoglio, delle carte... Ah, finalmente, finalmente!

Nel dispiegar le carte le mani gli tremavano, l’ansia non gli faceva discerner bene i caratteri. Si alzò per rimettersi in calma.

— Orsù — disse poi. — Ho come un presentimento che leggerò il decreto de! mio destino, e che da questo punto incomincia per me una novella vita. Orsù: bisogna leggere attentamente e con animo sereno.

La carta era scritta con caligrafia sottile, ma ben marcata. Il giovane lesse:

«Colei per la quale voi rischiaste la vita, non può per adesso svelarvi il suo nome: però da vicino o da lontano veglierà su voi sicura che vi manterrete sempre degno della sua fiducia e del suo interessamento. Ogni indagine per saperechi essa sia vi è proibita; perdereste il suo favore, che vi farà toccare una altissima meta, se propalaste ciò che in questi giorni vi è parso un mistero e che vi sarà svelato a suo tempo; e poichè la persona che vi scrive è abbastanza potente sareste anche punito delle vostre indiscrezioni. Ubbidite ciecamente, senza indagarne mai le ragioni, agli ordini che ella vi farà giungere: siano la vostra mente e il vostro braccio sempre ed ovunque consacrati a lei e un giorno benedirete l’incontro di quella notte ed il sangue sparso per una sconosciuta. Avendo garantito per voi e pel credito che chi scrive gode presso i nostri Sovrani, ha potuto ottenere per voi la nomina ad emissario segreto di S. M. la Regina e qui acclusa troverete una carta che vi darà autorità di fidato intermediario sui i capi del movimento che si inizierà fra poco a sostegno dei diritti del nostro legittimo Re. Che la vostra fierezza non si adombri pel contenuto della valigia: è il vostro stipendio di un anno che vi si manda in nome e per conto di Sua Maestà; le armi i cavalli sono il dono della dama al bello e prode cavaliere. E pensate che la vostra vita oramai appartiene all’amore di lei e alla vostra fortuna».

Dopo aver letto il giovane rimase con gli occhi fissi su i caratteri come per chiedere ad essi il segreto che nascondevano, e la spiegazione del mistero che diveniva sempre più fitto. Macompiegato al foglio ce ne era un altro la cui lettura lo fece trasalire. In esso era scritto:

«Ordino a tutti i capi della banda che combattono pel Re legittimo dato da Dio a questo regno, di riconoscere come mio emissario segreto il colonnello Riccardo e di ubbidire ai suoi ordini come se fossero i miei».Carolina d’Austria Regina di Napoli.

«Ordino a tutti i capi della banda che combattono pel Re legittimo dato da Dio a questo regno, di riconoscere come mio emissario segreto il colonnello Riccardo e di ubbidire ai suoi ordini come se fossero i miei».

Carolina d’Austria Regina di Napoli.

Presso la firma era impresso un gran siggillo rosso con lo stemma reale.

— Emissario segreto della Regina! — mormorò il giovane ancora trasognato. — Io, io? Con autorità suprema su tutti i capi delle bande! Colonnello, io?

Si passò la mano sulla fronte, tornò di nuovo a leggere il biglietto... Era un’allucinazione era perfido giuoco della fantasia? Pure quell’oro, quelle armi, quei cavalli erano lì sotto e innanzi ai suoi occhi. E quella donna, restava pur sempre un ignoto per lui! E oltre la Regina cui doveva quel grado, quello ufficio, quella missione, ci era un’altra donna che d’ora in poi era padrona e signora della sua vita? O forse quel che doveva alla Regina doveva anche all’ignota! Eran due le padrone o era una della sua vita, una regina ed amante, che fondeva insieme l’amore e la politica, che lo armava per una guerra terribile e sanguinosa e gli riprometteva la dolcezza inebriante dei suoi baci?

Alzò il capo, si guardò intorno, poi lo sguardo rimase fisso sulle tre navi reali che si allontanavano sempre più con le vele spiegate, e col bianco pavese dell’albero di maestro spiegato ai venti. Sentiva, come se un filo misterioso lo unisse a qualcuno che era in quella nave; sentiva nel suo pensiero, nell’anima sua la vibrazione di un’altra anima, di un altro pensiero. Gli pareva che fosse in un altro mondo, che vivesse lì un’altra vita, che lui fosse un altro. Che cosa era rimasto in lui di un passato pure così recente? Come gli appariva lontano e confusa nella nebbia la casetta di zio Carmine, il molino di Geltrude, il castello...

Ah, no, no, una immagine si designava nettamente in quella nebbia lontana, una immagine che obbliata per poco sorgeva dal fondo dell’anima sua: l’immagine di Alma. Ma, cosa strana, a lui pareva che ormai non avesse più il diritto di affissare in essa lo sguardo; a lui pareva di farle oltraggio col rievocarla e che anche quella limpida e bianca idealità che per tanti anni era stato il più puro, il più dolce sentimento dell’anima sua dovesse morire col passato che in quel punto era morto.

Ma quale, quale sarebbe stata la sua nuova vita, quale il suo avvenire? La guerra, una guerra atroce, terribile, in cui forse sarebbe morto; ma non era questo che gli importava; ma vinto o vincitore, se il ferro e il piombo nemicol’avessero lasciato incolume, quale catastrofe o quale apoteosi l’attendeva? Dove l’avrebbe tratta la mano morbida di quella donna che la notte innanzi aveva inteso carezzevole fra i ricci dei suoi capelli e che adesso sentiva poderoso come se per gli stessi capelli l’avesse afferrato e lo tirasse dietro a sè. Dove? Nell’abisso in cui precipitano i delusi che non seppero padroneggiar la fortuna, o sulla vetta in cui giungono i forti e gli audaci?

— Ebbene sì — disse lui con una subita risoluzione: — O nello abisso o sulla vetta.

E gli occhi gli sfavillarono di ardimento, e il viso maschio e fiero si illuminò come se in quell’istante il giovane avesse ritrovato il nuovo sè stesso sorto dall’anima sua.

Chiuse la valigia che poi allacciò sulla sella del sauro il quale nitrì di piacere alle carezze del giovane: cinse la spada, infilò alla cintura la pistola, mentre impaziente guardava verso il luogo in cui i compagni erano a rifocillarsi. Poco dopo li vide venire.

Si accorse che lo guardavano con meraviglia tanto ad essi parve diverso da quello che era nello svegliarsi.

— Presto — disse — presto, che è tardi. Monterete a vicenda sull’altro cavallo. Del resto so che avete buone gambe. Fra quattro giorni dobbiamo essere in Calabria.

In ciò dire balzò in sella e prendendo la carabina che Pietro il Toro gli porgeva con aria un po’ ammusonita perchè aveva sperato che il giovane gli confidasse i suoi segreti:

— Via, su — disse con voce di comando. — Monti per primo Pietro, poi voi altri, man mano.

Si avviarono. In quel mentre il giovane che fissava l’occhio verso il mare lontano, vide le tre navi che eran giunte presso l’estrema curva dell’orizzonte e che apparivano come ali di alcioni nell’azzurro del mare e del cielo.

— Andiamo — mormorò Riccardo — verso l’amore, verso la fortuna, oppure — che importa? — verso la morte!


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