Chapter 8

Or l'astuziaBisogneria d'un servo, quale fingereHo veduto talor nelle commedie.. . . . . . . . . . . . . . . .Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]

Or l'astuziaBisogneria d'un servo, quale fingereHo veduto talor nelle commedie.. . . . . . . . . . . . . . . .Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]

Or l'astuzia

Bisogneria d'un servo, quale fingere

Ho veduto talor nelle commedie.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,

Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,

Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]

Ma crediamo di esserci omai dilungati di troppo dal nostro argomento, e domandiamo venia al cortese lettore di questa digressione. Abbiamo creduto opportuno di accennare a questa immigrazione dei facchini bergamaschi nelle città marittime, per poter spiegare l'apparizione quasi contemporaneadi queste due maschere, del villano cioè e del facchino, sul principio del secolo decimosesto. In una Epistola del primo quarto di detto secolo, nella quale sono riferite notizie interessanti sopra un convito di studenti in Padova, incontriamo la prima apparizione di queste due maschere: «Approssimada l'hora de la cena fo vestidi 6 da maschere, li quali non erano stati visti in quella congregation: uno grando da m.º Francesch, uno da fachin, dui da villani senza volto et dui da matello agilissimi.....»[214].

Nella prima metà del secolo decimosesto i numerosissimi componimenti rusticali che uscirono alla luce nell'Italia superiore, dalla Frottola alla Commedia, dal Contrasto al Mariazo, sono detti indifferentemente «alla villanesca» o «alla bergamasca» e abbiamo già visto come questo ultimo appellativo sia sinonimo di «alla facchinesca». Di questo genere di componimenti, assai importanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare, un buon numero fu ricordato dallo Stoppato, il quale ha notato pure come essi fossero recitati dai buffoni nei conviti. Il primo tra i compositori di questo genere di produzioni nell'Italia superiore che abbia seguito l'esempio dato dal Magnifico è il Ruzzante, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Certamente, come abbiamo osservato anche per Lorenzo de' Medici, non si deve credere che il Beolco sia stato l'inventore di queste produzioni rusticali padovane, ma soltanto il perfezionatore, e alcuni suoi antecessori furono ricordati dal Lovarini[215]e dal Frati[216]; ma a lui più particolarmente spetta il merito di avere,come i Rozzi di Siena, preparato ed attuato il passaggio di questo tipo nella commedia che venne poi detta «alla vilanesca.» Il Rossi ricorda alcune rappresentazioni di commedie alla villanesca fatte da Ruzzante in Venezia nel 1520, e, pure negando al Beolco l'invenzione delle maschere, riconosce che il carattere in cui si mantiene immutabile è quello del villano. Certo non si potrebbe trovare, come ha osservato il Lucchesini, nelle Commedie del Ruzzante il tipo dello Zanni quale lo incontriamo nella seconda metà di quel secolo e nel successivo nella Commedia dell'Arte; ma queste evoluzioni e questi adattamenti all'ambiente avvengono molto lentamente. Però, come fu già osservato dal Gaspary, nelle Commedie l'avvicinamento del servo della tradizione classica al contadino padovano è assai bene riuscito[217]. Del Beolco, come scrittore di commedie e di componimenti popolareggianti, ha parlato a lungo il Gaspary, il quale ha rilevato molto giustamente come il Ruzzante, solo forse tra gli scrittori di componimenti rusticali, nutrisse molta simpatia per la gente di campagna e come in una orazione in lingua rustica facesse caldi voti perchè cessasse quel vivo antagonismo tra contadini e cittadini che vedremo riflesso in più luoghi delle commedie dei Rozzi. Crediamo opportuno riferire le parole del Ruzzante: «..... perquè l'è tanto el gran cancaro de nimistà e malevolentia tra nù containi della villa, e i cittaini da Pava, ch'à se magnessòm del cuore, e tutto 'l dì per questo à se tragagiom...... Mo' pacintia, i ne dise à nù containi, villani, marassi, ragani. Nù à ghe digòm à iggi, cacanèggi, can, lusulari, magna sangue de poeritti.» E parimente assai importanti sono i frequenti accenni che si incontrano nelle opere del Ruzzante alla misera condizione dei contadini di quel tempo;il Beolco, che per riprodurre con fedeltà la vita dei campi aveva studiato da vicino gli usi ed i costumi dei contadini, non poteva far a meno di compiangere il loro triste stato ed i mali che li affliggevano.

DelleRime di Magagnò, Menon e Begottoin lingua rustica padovana non ci occuperemo, perchè improntate in gran parte all'imitazione classica di Pindaro, del Petrarca e del Veniero, e perchè veramente non vi troviamo più la vivace riproduzione che il Ruzzante ci aveva dato dell'ambiente e della vita rurale, ma solo il linguaggio rustico padovano sotto cui si scorge facilmente quella bucolica convenzionale a cui abbiamo più volte accennato. Così pure molto meno interessante, di quanto farebbe supporre il titolo, per la storia dello Zanni, è laRaccolta di tutte l'opere di Bartolomeo Bocchini detto Zan Muzzina, Modena, 1665; oltre l'enumerazione di alcuni Zanni nel Prologo tra Olivetta e Bagolino già ricordato dal D'Ancona, vi incontriamo ancora unTestamento burlesco di uno Zagno orbo[218]che può essere annoverato tra i componimenti di questo genere di cui abbiamo più addietro parlato, ed alcuni prologhi di Commedia per gli Zanni che depongono in favore dell'affinità di questa maschera con quella del villano, alla quale, come vedremo, erano pure di frequente affidati i prologhi nella Commedia popolare. Anche ilDialogo in furbesco tra Scatorello e Campagnuolo assassini di strada(pag. 270) che lo Stoppato diceva «importantissimo per studiare le origini e lo svolgimento della maschera del Zanni nella Commedia dell'arte» non contiene purtroppo nulla di quanto a torto gli fu attribuito. Lo sviluppo che la maschera dello Zanni raggiunse nellaItalia centrale ci è confermato dai numerosi componimenti popolari che ci sono pervenuti e che furono già da altri ricordati, e stretta analogia con lo Zanni ha pure la maschera tipica modenese di Sandrone, villano arguto di quel contado[219]. Ma ritornando agli imitatori della Nencia del Magnifico ricorderemo ancora il pistoiese F. Bracciolini; nel noto Contrasto tra Ravanello e la Nenciotta, è interessante per il nostro studio il bando curioso che il villano innamorato ha sentito leggere al mercato, inibente l'amore ai contadini[220]:

. . . . . . . . O contadini e paesaniCol berrettino e col cappel di pagliaCh'avete dure e sudice le mani,Ma fanno presa come una tanaglia;Illustri gonzi e nobili villaniRuvida gente e povera canaglia. . . . . . . . . . . . . . .Perchè l'amore è una certa cosaChe non sta bene a gente contadinaVuol morbida la mano e non callosaE la camicia fina, fina, fina;E il contadin l'ha sempre polverosaIn fuor che la domenica mattina.

. . . . . . . . O contadini e paesaniCol berrettino e col cappel di pagliaCh'avete dure e sudice le mani,Ma fanno presa come una tanaglia;Illustri gonzi e nobili villaniRuvida gente e povera canaglia. . . . . . . . . . . . . . .Perchè l'amore è una certa cosaChe non sta bene a gente contadinaVuol morbida la mano e non callosaE la camicia fina, fina, fina;E il contadin l'ha sempre polverosaIn fuor che la domenica mattina.

. . . . . . . . O contadini e paesani

Col berrettino e col cappel di paglia

Ch'avete dure e sudice le mani,

Ma fanno presa come una tanaglia;

Illustri gonzi e nobili villani

Ruvida gente e povera canaglia

. . . . . . . . . . . . . . .

Perchè l'amore è una certa cosa

Che non sta bene a gente contadina

Vuol morbida la mano e non callosa

E la camicia fina, fina, fina;

E il contadin l'ha sempre polverosa

In fuor che la domenica mattina.

NelleStanze rusticalidi Iacopo Cicognini[221], Pippo si rivolge alle dame fiorentine annunciando loro il suo matrimonio con la Betta, le bellezze della quale sono celebrate nel solito modo satirico, enumerando cioè come altrettanti pregi i difetti fisici e morali dell'innamorata; in altre Stanze rusticali del medesimo, Pippo a cui è natoun bambino che ha una strana rassomiglianza col padrone, dice che si vuole vendicare rubando sul podere e che non vuole invitare alcun Fiorentino al pranzo preparato per festeggiare la nascita del figlio:

Non ci voglio artigian nè cittadini,Ch'un dì passando per mercato nuovoQuelle giustizie di que' fattorini,Come s'io fussi un natural fantoccioM'acculattorno a mezzo del Carroccio.

Non ci voglio artigian nè cittadini,Ch'un dì passando per mercato nuovoQuelle giustizie di que' fattorini,Come s'io fussi un natural fantoccioM'acculattorno a mezzo del Carroccio.

Non ci voglio artigian nè cittadini,

Ch'un dì passando per mercato nuovo

Quelle giustizie di que' fattorini,

Come s'io fussi un natural fantoccio

M'acculattorno a mezzo del Carroccio.

Ricorderemo per ultimo iCartelli per Mascheratedel Fagiuoli dove sono derise la semplicità e la gelosia dei villani che conducono le loro mogli in città a vedere le feste carnovalesche; ma in queste poesie rusticali del Fagiuoli, come nelLamento di Cecco da Varlungodel Baldovini si cercherebbe invano quel senso della misura nella satira che costituisce il pregio principale delle prime poesie di questo genere da noi studiate.


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