VIII.Fu per me un momento terribile. Ma, come avviene nei casi più gravi, che la virtù dell'animo umano si solleva e combatte con lena disperata, io ebbi dalla medesima gravità del pericolo centuplicate le mie forze per una lotta suprema.Afferrai Cecilia a mezza vita; la trassi violentemente a me, in quella che Trebazio stava per metterle sopra le mani impudiche, e menando attorno la spada, gridai:— Nessuno si accosti! Nessuno di voi torcerà un capello a questa donna, fino a tanto che io viva. —Nel dir queste parole sentii battere il cuoredi Cecilia contro il mio, ed un senso di voluttà amara e profonda mi corse per tutte le fibre. Che cos'era la mia povera vita al raffronto di tanta felicità?Imperocchè, sappiatelo, in fatto di amore ho sempre pensato che il primo bacio della donna amata e desiderata valga assai più che il sacrificio di tutto il sangue delle nostre vene. E che cos'era se non un primo bacio, lo stringersi del petto di quella creatura sul mio e il battere dei due cuori l'uno sull'altro? Il mio sangue ribollì a quel tocco infuocato, e mi parve allora che io fossi tanto forte, da contendere anche agli Dei tutti del cielo e dell'averno quella divina fra tutte le donne.Ma erano sogni! Trebazio sorrise sinistramente e disse, ripigliando le mie stesse parole:— Fino a tanto che tu viva!... Oh la maravigliosa promessa! Ti si ucciderà, stanne certo, e l'otterresti anche non volendo. Mira, conta per bene i tuoi avversari. Noi siamo qui, intorno a te, sitibondi del tuo sangue, più dicento; tu sei uno, ed hai sospesa al tuo seno una donna sbigottita, la quale t'impaccia le mani. Che te ne pare?... —Trebazio aveva ragione pur troppo e con tristo accorgimento faceva sentire ai soldati il soverchio delle loro forze, contro la pochezza angustiata delle mie.— Soldati! — proseguì allora. — Facciamola finita. Ad aggiustarla poi col prefetto, che voleva far centurione costui, non sapendo che egli era un traditore, penserò io, domani. Intanto pigliamoci la donna!— Sì! sì! la roba nostra! — urlò da capo quel branco di lupi; e misto alle grida udii lo strepito dei ferri che uscivano dalle guaine.E qui, sebbene io frema tutto quanto al rammentarlo, Cecilia mi si mostrò bella nel volto, negli atti e nelle parole, di un santo entusiasmo. Mi si strinse al petto quanto più forte potè, e mi susurrò all'orecchio con voce anelante:— Calisto, per te, per la mia fama, per l'amor tuo, te ne supplico: uccidimi! —Uccidimi! Quella parola mi andò diritta al cuore; gli occhi mi si ottenebrarono e mi parve di essere passato fuor fuori da un ferro rovente. Credevo di avere già molto sofferto; ma il passato, ma le angosce di quella notte medesima erano un nulla al raffronto di quell'ultimo tormento. Nè parola, nè immagine ch'io cercassi tra le più dolorose, varrebbe a significarvi quella agonia dello spirito, in mezzo alla quale, come nel bagliore di un lampo, io vidi una orribile cosa: vidi che quella donna era perduta; che io non l'avrei salvata dalla infamia fuorchè uccidendola; e che con la sua morte il mondo era finito per me.— Ah! ah! — gridarono sghignazzando beffardamente quegli altri. — La cristianella se la intende col greco. Essa gli mormora le dolci promesse, la bella colomba innamorata! Anche a noi un sorriso ed una tenera parola! Abbiamo forse da starcene a becco asciutto, noi altri?... —Intenderete di leggeri come questi ed altrimotteggi mi trafiggessero. E quelle caste orecchie udivano tutto; quella delicata persona ardeva e tremava; il suo labbro continuava a susurrarmi: — uccidimi! uccidimi!— Indietro! — tuonai, più che non gridassi, una seconda volta; ma fu inutile. La cerchia si strinse, ed io con opere gagliarde incominciai a difendere la donna amata; onde la punta della mia spada andò più volte nella mischia e tornò indietro bagnata di sangue.Grida, urli e strepito di ferri mi rispondevano; ma tutto soverchiava la voce di Trebazio, che era rimasto più indietro.— Non ferite! — gridava egli. — Non ferite! potreste guastare la bella preda. Stringetevi intorno a lui; soffocatelo, impacciategli le mosse; lo uccideremo poi.... —I modi dei miei assalitori mi dimostrarono che il consiglio di Trebazio era stato seguito. Che mi sarebbe giovato ferire tre, quattro o sei di costoro, se gli altri mi potevano disarmare? Combattevo in mezzo della sala, senzaun angolo in cui ritirarmi, senza una parete che mi custodisse alle spalle; però mi giravo e rigiravo senza posa, respingendo e ferendo, ma conscio della imminente sconfitta. Ancora un istante, e non c'era più scampo per la povera donna.— Uccidimi! uccidimi! — mi susurrava ella sempre con voce rotta e concitata, mentre, con istintiva cura, seguitava le volte rapide del mio corpo, or da un lato, or dall'altro. Io chinai il viso a mirarla, ed ella mi diede uno sguardo supremo di angoscia e di desiderio. Intesi la muta preghiera; alzai il ferro, e chiusi gli occhi.... Dio onnipossente! le vibrai la punta nel seno.— Ah! — mormorò ella. — Finalmente!... Grazie, Calisto! io ti amo. —Riapersi gli occhi, ed accostai anelante il mio viso al suo, come per bere dalle sue labbra quella inaspettata parola. Cecilia sorrideva; mi avvinghiò le braccia al collo, e, vinta da quello sforzo supremo, mi ricadde inerte sul braccio.All'atto improvviso, un fremito di orrore era corso nella folla. Smemorato e quasi presso a cadere con l'amato corpo sul pavimento, volsi lo sguardo ai soldati, in quella che davano addietro, colti da immane stupore. E vidi allora Trebazio; Trebazio con gli occhi sbarrati e il volto livido dallo spavento.Io, come dissi, stavo per mancare; le gambe non mi reggevano più. Ma la vista del manigoldo mi rese le forze. Lasciar cadere, accompagnandolo un tratto, il corpo di Cecilia, e scagliarmi contro di lui, fu un punto solo.— Fatti innanzi, Trebazio! Tu sai maneggiar bene la spada contro gli inermi. Vieni ora a provarti con me! —Tutti i vicini si cansarono. Il mio fiero atteggiamento, lo stupore del grave fatto recente, i lampi d'ira che la disperazione mi sprizzava dagli occhi, li fecero stare dubitosi ed incerti. Però si fece largo accanto a noi, e tutti erano là muti, ansiosi e trepidanti spettatori di quella nuova scena di sangue.Trebazio era un codardo, e allora sì, me ne avvidi. Egli, dopo essere balzato indietro d'un salto, girò gli occhi tutt'intorno a guardare i compagni, e impallidì al vedersi abbandonato. Forse allora lo assalsero quei pensieri disperati che a me avevano fatto tremare il cuore (non già per me tuttavia) pochi momenti dapprima. E come si vide solo, di contro a me, intese che la era finita per lui, se non metteva tutti i suoi accorgimenti e le astuzie a difendere aspramente la sua vita minacciata.Tutto questo io lessi nel pallore di morte che gli imbiancava le guance e la fronte, e il sorriso di trionfo che mi siedeva sulle labbra gli disse molto chiaramente com'io l'avessi inteso. Digrignò i denti e si pose in atto di difesa, coi nervi tesi e lo sguardo pronto ad ogni mio gesto, ad ogni moto del mio ferro.Io lo investii con veemenza, raddoppiando i colpi per modo da non gli conceder tempo a rispondere. Però egli fu costretto a parare come poteva meglio, sfuggendomi or da un lato ordall'altro, dando indietro e avventandosi poi, per cansarsi da capo, con la scioltezza e la rapidità di un serpente.Ma tutte queste arti non gli furono di gran giovamento, perchè il furore m'aveva fatto dieci volte più forte di lui. Gli fui sopra, a malgrado dei suoi colpi disperati, e con la manca andai diritto ad agguantargli la strozza.— Greco! — disse egli rabbiosamente, in quella che tentava sfuggirmi. — Tu sei più forte di me! —Furono le sue ultime parole, imperocchè, afferratolo per bene, io mi diedi a stringere sempre più forte. Il volto, di livido che era, gli si fe' pavonazzo; gli occhi schizzarono fuor dalle orbite, e il rantolo affannoso del petto, più che segno di dolore, era bestemmia, la quale non trovava più il varco. Io sentii in quel tratto la sua spada cercarmi il fianco; e fu ventura che avesse da prima trovato il mio cingolo di cuoio; perchè io ebbi il tempo di attraversare una gamba nelle sue, e poi, premendo fortemente il braccio, rovesciarlo sul pavimento.Allora egli non ebbe più modo di difendersi, mise un ruggito, e la mia lama gli entrò tutta quanta nel ventre, per uscirne e tornarvi da capo. E intanto, con la mano alla strozza, gli sollevavo la testa, facendolo percuotere della nuca al suolo, e così ripetutamente e con tanta furia, che in breve ora ebbe la cervice spezzata. Altri due colpi di taglio sul volto gli tolsero la immagine umana, e non rimase che una massa informe, scompaginata e sanguinolenta.Sollevai allora un tratto il cadavere e con feroce scherno mi feci ad interrogarlo.— Ohè, Trebazio! Ve' come sei concio! E come farai ora per pigliarti la donna? Nè anco la più vecchia e la più aggrinzata delle tre Parche patirebbe ora i tuoi baci. —La testa del morto spenzolava sul petto, grondando sangue d'ogni lato. Più sconcia figura non fu veduta mai; la testa di Medusa non avrebbe potuto reggere al paragone.— A voi, soldati! guardatelo, contemplatelo a vostro bell'agio. È Trebazio, costui, ilvostro amato Trebazio. Io ve ne faccio un presente. —E così dicendo, sollevai quel corpo deforme, acciuffandolo pei capegli, e con un colpo del ginocchio nelle reni lo buttai loro tra' piedi. Tutti balzarono indietro, inorriditi, senza far motto, senza ardire di levar gli occhi verso di me. Stetti a contemplare un tratto quello stupido gregge, poco dianzi così minaccioso, e parlai:— Soldati! Mi obbedirete voi? La donna che mi contendevate è morta; sarete contenti. Ma io ve lo giuro per l'Averno, chiunque ardirà accostarsi, finirà per le mie mani come questo vigliacco. Io sono il vostro padrone, e voi mi obbedirete, perchè io sono più forte di voi. —La terribilità dell'esempio li aveva riempiti di spavento. Trebazio, vivo e minaccioso pochi minuti prima, era lì, cadavere informe sul pavimento, inondato del suo sangue; e tutto quel volgo aveva paura.
Fu per me un momento terribile. Ma, come avviene nei casi più gravi, che la virtù dell'animo umano si solleva e combatte con lena disperata, io ebbi dalla medesima gravità del pericolo centuplicate le mie forze per una lotta suprema.
Afferrai Cecilia a mezza vita; la trassi violentemente a me, in quella che Trebazio stava per metterle sopra le mani impudiche, e menando attorno la spada, gridai:
— Nessuno si accosti! Nessuno di voi torcerà un capello a questa donna, fino a tanto che io viva. —
Nel dir queste parole sentii battere il cuoredi Cecilia contro il mio, ed un senso di voluttà amara e profonda mi corse per tutte le fibre. Che cos'era la mia povera vita al raffronto di tanta felicità?
Imperocchè, sappiatelo, in fatto di amore ho sempre pensato che il primo bacio della donna amata e desiderata valga assai più che il sacrificio di tutto il sangue delle nostre vene. E che cos'era se non un primo bacio, lo stringersi del petto di quella creatura sul mio e il battere dei due cuori l'uno sull'altro? Il mio sangue ribollì a quel tocco infuocato, e mi parve allora che io fossi tanto forte, da contendere anche agli Dei tutti del cielo e dell'averno quella divina fra tutte le donne.
Ma erano sogni! Trebazio sorrise sinistramente e disse, ripigliando le mie stesse parole:
— Fino a tanto che tu viva!... Oh la maravigliosa promessa! Ti si ucciderà, stanne certo, e l'otterresti anche non volendo. Mira, conta per bene i tuoi avversari. Noi siamo qui, intorno a te, sitibondi del tuo sangue, più dicento; tu sei uno, ed hai sospesa al tuo seno una donna sbigottita, la quale t'impaccia le mani. Che te ne pare?... —
Trebazio aveva ragione pur troppo e con tristo accorgimento faceva sentire ai soldati il soverchio delle loro forze, contro la pochezza angustiata delle mie.
— Soldati! — proseguì allora. — Facciamola finita. Ad aggiustarla poi col prefetto, che voleva far centurione costui, non sapendo che egli era un traditore, penserò io, domani. Intanto pigliamoci la donna!
— Sì! sì! la roba nostra! — urlò da capo quel branco di lupi; e misto alle grida udii lo strepito dei ferri che uscivano dalle guaine.
E qui, sebbene io frema tutto quanto al rammentarlo, Cecilia mi si mostrò bella nel volto, negli atti e nelle parole, di un santo entusiasmo. Mi si strinse al petto quanto più forte potè, e mi susurrò all'orecchio con voce anelante:
— Calisto, per te, per la mia fama, per l'amor tuo, te ne supplico: uccidimi! —
Uccidimi! Quella parola mi andò diritta al cuore; gli occhi mi si ottenebrarono e mi parve di essere passato fuor fuori da un ferro rovente. Credevo di avere già molto sofferto; ma il passato, ma le angosce di quella notte medesima erano un nulla al raffronto di quell'ultimo tormento. Nè parola, nè immagine ch'io cercassi tra le più dolorose, varrebbe a significarvi quella agonia dello spirito, in mezzo alla quale, come nel bagliore di un lampo, io vidi una orribile cosa: vidi che quella donna era perduta; che io non l'avrei salvata dalla infamia fuorchè uccidendola; e che con la sua morte il mondo era finito per me.
— Ah! ah! — gridarono sghignazzando beffardamente quegli altri. — La cristianella se la intende col greco. Essa gli mormora le dolci promesse, la bella colomba innamorata! Anche a noi un sorriso ed una tenera parola! Abbiamo forse da starcene a becco asciutto, noi altri?... —
Intenderete di leggeri come questi ed altrimotteggi mi trafiggessero. E quelle caste orecchie udivano tutto; quella delicata persona ardeva e tremava; il suo labbro continuava a susurrarmi: — uccidimi! uccidimi!
— Indietro! — tuonai, più che non gridassi, una seconda volta; ma fu inutile. La cerchia si strinse, ed io con opere gagliarde incominciai a difendere la donna amata; onde la punta della mia spada andò più volte nella mischia e tornò indietro bagnata di sangue.
Grida, urli e strepito di ferri mi rispondevano; ma tutto soverchiava la voce di Trebazio, che era rimasto più indietro.
— Non ferite! — gridava egli. — Non ferite! potreste guastare la bella preda. Stringetevi intorno a lui; soffocatelo, impacciategli le mosse; lo uccideremo poi.... —
I modi dei miei assalitori mi dimostrarono che il consiglio di Trebazio era stato seguito. Che mi sarebbe giovato ferire tre, quattro o sei di costoro, se gli altri mi potevano disarmare? Combattevo in mezzo della sala, senzaun angolo in cui ritirarmi, senza una parete che mi custodisse alle spalle; però mi giravo e rigiravo senza posa, respingendo e ferendo, ma conscio della imminente sconfitta. Ancora un istante, e non c'era più scampo per la povera donna.
— Uccidimi! uccidimi! — mi susurrava ella sempre con voce rotta e concitata, mentre, con istintiva cura, seguitava le volte rapide del mio corpo, or da un lato, or dall'altro. Io chinai il viso a mirarla, ed ella mi diede uno sguardo supremo di angoscia e di desiderio. Intesi la muta preghiera; alzai il ferro, e chiusi gli occhi.... Dio onnipossente! le vibrai la punta nel seno.
— Ah! — mormorò ella. — Finalmente!... Grazie, Calisto! io ti amo. —
Riapersi gli occhi, ed accostai anelante il mio viso al suo, come per bere dalle sue labbra quella inaspettata parola. Cecilia sorrideva; mi avvinghiò le braccia al collo, e, vinta da quello sforzo supremo, mi ricadde inerte sul braccio.
All'atto improvviso, un fremito di orrore era corso nella folla. Smemorato e quasi presso a cadere con l'amato corpo sul pavimento, volsi lo sguardo ai soldati, in quella che davano addietro, colti da immane stupore. E vidi allora Trebazio; Trebazio con gli occhi sbarrati e il volto livido dallo spavento.
Io, come dissi, stavo per mancare; le gambe non mi reggevano più. Ma la vista del manigoldo mi rese le forze. Lasciar cadere, accompagnandolo un tratto, il corpo di Cecilia, e scagliarmi contro di lui, fu un punto solo.
— Fatti innanzi, Trebazio! Tu sai maneggiar bene la spada contro gli inermi. Vieni ora a provarti con me! —
Tutti i vicini si cansarono. Il mio fiero atteggiamento, lo stupore del grave fatto recente, i lampi d'ira che la disperazione mi sprizzava dagli occhi, li fecero stare dubitosi ed incerti. Però si fece largo accanto a noi, e tutti erano là muti, ansiosi e trepidanti spettatori di quella nuova scena di sangue.
Trebazio era un codardo, e allora sì, me ne avvidi. Egli, dopo essere balzato indietro d'un salto, girò gli occhi tutt'intorno a guardare i compagni, e impallidì al vedersi abbandonato. Forse allora lo assalsero quei pensieri disperati che a me avevano fatto tremare il cuore (non già per me tuttavia) pochi momenti dapprima. E come si vide solo, di contro a me, intese che la era finita per lui, se non metteva tutti i suoi accorgimenti e le astuzie a difendere aspramente la sua vita minacciata.
Tutto questo io lessi nel pallore di morte che gli imbiancava le guance e la fronte, e il sorriso di trionfo che mi siedeva sulle labbra gli disse molto chiaramente com'io l'avessi inteso. Digrignò i denti e si pose in atto di difesa, coi nervi tesi e lo sguardo pronto ad ogni mio gesto, ad ogni moto del mio ferro.
Io lo investii con veemenza, raddoppiando i colpi per modo da non gli conceder tempo a rispondere. Però egli fu costretto a parare come poteva meglio, sfuggendomi or da un lato ordall'altro, dando indietro e avventandosi poi, per cansarsi da capo, con la scioltezza e la rapidità di un serpente.
Ma tutte queste arti non gli furono di gran giovamento, perchè il furore m'aveva fatto dieci volte più forte di lui. Gli fui sopra, a malgrado dei suoi colpi disperati, e con la manca andai diritto ad agguantargli la strozza.
— Greco! — disse egli rabbiosamente, in quella che tentava sfuggirmi. — Tu sei più forte di me! —
Furono le sue ultime parole, imperocchè, afferratolo per bene, io mi diedi a stringere sempre più forte. Il volto, di livido che era, gli si fe' pavonazzo; gli occhi schizzarono fuor dalle orbite, e il rantolo affannoso del petto, più che segno di dolore, era bestemmia, la quale non trovava più il varco. Io sentii in quel tratto la sua spada cercarmi il fianco; e fu ventura che avesse da prima trovato il mio cingolo di cuoio; perchè io ebbi il tempo di attraversare una gamba nelle sue, e poi, premendo fortemente il braccio, rovesciarlo sul pavimento.
Allora egli non ebbe più modo di difendersi, mise un ruggito, e la mia lama gli entrò tutta quanta nel ventre, per uscirne e tornarvi da capo. E intanto, con la mano alla strozza, gli sollevavo la testa, facendolo percuotere della nuca al suolo, e così ripetutamente e con tanta furia, che in breve ora ebbe la cervice spezzata. Altri due colpi di taglio sul volto gli tolsero la immagine umana, e non rimase che una massa informe, scompaginata e sanguinolenta.
Sollevai allora un tratto il cadavere e con feroce scherno mi feci ad interrogarlo.
— Ohè, Trebazio! Ve' come sei concio! E come farai ora per pigliarti la donna? Nè anco la più vecchia e la più aggrinzata delle tre Parche patirebbe ora i tuoi baci. —
La testa del morto spenzolava sul petto, grondando sangue d'ogni lato. Più sconcia figura non fu veduta mai; la testa di Medusa non avrebbe potuto reggere al paragone.
— A voi, soldati! guardatelo, contemplatelo a vostro bell'agio. È Trebazio, costui, ilvostro amato Trebazio. Io ve ne faccio un presente. —
E così dicendo, sollevai quel corpo deforme, acciuffandolo pei capegli, e con un colpo del ginocchio nelle reni lo buttai loro tra' piedi. Tutti balzarono indietro, inorriditi, senza far motto, senza ardire di levar gli occhi verso di me. Stetti a contemplare un tratto quello stupido gregge, poco dianzi così minaccioso, e parlai:
— Soldati! Mi obbedirete voi? La donna che mi contendevate è morta; sarete contenti. Ma io ve lo giuro per l'Averno, chiunque ardirà accostarsi, finirà per le mie mani come questo vigliacco. Io sono il vostro padrone, e voi mi obbedirete, perchè io sono più forte di voi. —
La terribilità dell'esempio li aveva riempiti di spavento. Trebazio, vivo e minaccioso pochi minuti prima, era lì, cadavere informe sul pavimento, inondato del suo sangue; e tutto quel volgo aveva paura.