XI.

XI.Ero dunque rimasto, per mia elezione, depositario del racconto e incaricato di darne la conclusione. Ma qui stava il guaio.Per qualche giorno me ne dimenticai, e agli amici, i quali mi chiedevano se avessi scritto al sindaco di Dego, usavo rispondere che sì, e non era vero; cosa che del resto è sempre stata nelle mie consuetudini.La natura, creando me, mi diede, insieme con la famosa sentenza inflitta a tutti gli uomini, da Adamo in poi, questo comandamento: «Tu non scriverai lettere.» E cotesto sappiano intanto gli amici miei, i quali, mentre io sto buttando giù queste pagine, aspettano forse che io tenga vivo il carteggio.Io non diventerò mai un grand'uomo; e ci corre! Ma se, per una sciagura, che Dio tenga lontana, tutti i miei compaesani diventassero ciechi ed io fossi uno dei pochi che ci vedessero ancora da un occhio, se lo sappia il signor Felice Le Monnier in anticipazione, io non lascerò dieci pagine di mio, da potersene fare uno zinzino di epistolario.Ora torno nel seminato. Gli amici per un pezzo seguitarono ogni giorno a chiedermi: hai tu scritto a quel sindaco? E tanto me ne chiesero, e tanto, che un giorno scrissi davvero, per domandar contezza del nostro suonatore ambulante. Ma il segretario comunale di Dego doveva essere un grand'uomo della mia risma, perchè non rispose mai.Finalmente vennero gli esami, che ci costrinsero a lasciare l'università delGran Corso, per tornare nel grembo della fede, vo' dire alla università di via Balbi; e dopo gli esami, dai quali ce la cavammo tutti e cinque con lode, vi prego a crederlo, vennero le vacanze. Gliamici, sciame di passere allegre che hanno condotta a bene la loro nidiata, si sparpagliarono per le campagne vicine e lontane, e non si parlò più di nulla.Io dimenticai per tal modo il suonatore, santa Cecilia, e perfino il Martirologio.Ma che volete? C'è un fato anche per i racconti non finiti. Iddio non paga il sabato; e il mio giorno aveva pur da venire.Tre anni dopo.... Vi prego, o lettori, di saltar tre anni a piè pari: cosa che io spero non vi tornerà disagevole quanto a me è tornato il viverli, giorno per giorno, ora per ora, noia per noia. Tre anni appena! Se io potessi saltarne a questo modo un centinaio, e non aver nemmeno il fastidio di morire, vi so dir io che sarei più felice di un re a cui nasca un principe ereditario, e, nella breve misura delle mie forze, concederei larghezze di molte. Argomentate da questa! Farei grazia a voi altri della continuazione di questa novella.Tre anni dopo, io me ne ero andato a farla vita campagnuola a Millesimo, bella terra delle Langhe, antica come i Del Carretto che ne erano i feudatari, con case merlate e portici di sesto acuto, con le rovine di un castello sulla Bormida, e un ponte con la torre nel mezzo, la saracinesca e le feritoie per comodo dei balestrieri; ornata infine di un giudice di mandamento, di un parroco, di un sindaco e di una stazione di cinque carabinieri a piedi e di cinque a cavallo.Ero laggiù per darmi bel tempo, per ragioni di salute, e per altri negozi che non occorre vi stia a dir qui. Me la godevo come un principe, e giuocavo tutti i giorni a tarocchi con le primarie autorità del paese. Lo avere tenuto a battesimo un bambino, recitando ilcredoda cima a fondo senza incespicare, mi aveva fruttato l'amicizia del parroco, uomo che stava del resto assai volentieri sul gotto, ragionando di archeologia, di cronologia e di tante altre scienze inutili del pari, le quali mi fanno parer meno amara questa valle di lagrime.Anche il maresciallo dei carabinieri era amicissimo mio; come quegli che pizzicava di latino e ne aveva un centinaio, tra aforismi e proverbi, da citare od ogni tratto, nella sacra lingua del Lazio.Era un bell'originale, quel maresciallo, che teneva in caserma una scansìa tutta piena di vecchi libri. Il parroco disputava con me sulloius coxandi, o su certi altri privilegi feudali, e il maresciallo era giudice tra noi. Il parroco citava Strabone, o Plinio, e il maresciallo trovava il modo di ficcar dentro Tolomeo, e la Tavola Peutingeriana.In una di queste conversazioni gli avvenne di dirne una sublime, la quale io voglio pur riferire, innanzi di proseguire il racconto. Il parroco parlava con molta ammirazione di Tito Livio.— Oh Tito Livio! — interruppe il maresciallo. — Gran libro, quel Tito Livio! Io, vedano le signorie loro, quando vado a letto, non posso pigliar sonno senza leggerne prima due pagine.Io fui ad un pelo di rispondergli che una pagina sola avrebbe dovuto bastare; ma tenni la lingua fra i denti. Era egli la prima autorità politica del paese, ed io, da buon cortigiano, dovevo tenermi la celia in corpo.Del resto, una buona pasta d'uomo, quel maresciallo, e ardito come un leone, quando si trattasse del suo ufficio; uno di quei carabinieri del vecchio stampo, il quale sapeva conciliare la dignità e i doveri del servizio con una urbanità senza pari ed una certa larghezza di modi nelle faccende di minor conto. Era instancabile e quasi feroce nel dar la caccia ai malandrini; ma non ricusava di trincare col primo venuto, nè dimenticava di dare un pizzicotto sulle guance delle Veneri rusticane, che si affacciavano sull'uscio dei casolari per dargli il buon dì. Tutti lo conoscevano e tutti lo rispettavano; il perchè nelle risse campestri, nei tumulti di una fiera, bastava la vista del suo pennacchio rosso e cilestro a rimetter la calma, come ilquos egodi Nettuno tra i venti scatenati.Che Iddio ti benedica, o buon maresciallo, e il ministro della guerra ti conceda unavanzamento, come io te l'auguro dal profondo del cuore.Il parroco era anch'egli un brav'uomo. Sapendo come io mi sia dato a scrivere su pei diari e non me la intenda troppo bene con santa madre Chiesa, egli non penserà forse lo stesso di me, e m'avrà in conto di un libertino, di un eretico e peggio. Ma io voglio essere generoso coi parroci, e segnatamente con lui, il quale, levato dal capitolo pericoloso delle credenze religiose, era assai tollerante rispetto a tutte le umane miserie, e non dava molestia a nessuno. Il suo forte poi, come ho già detto, era l'archeologia. Era versato in tutte le antichità di quei paesi, più assai di tutti i notai e speziali della provincia, e la sapeva più lunga di cento donnicciuole, intorno ai fatti accaduti nei dintorni, dal cominciar del secolo in poi.Chi me lo avrebbe mai detto? La provvidenza dovea mandarmi a trovar colaggiù il continuatoredel mio racconto, sotto le spoglie di un parroco. Imperocchè, voi già l'avete indovinata, o lettori, questo parroco, del quale mi sono industriato a darvi il ritratto, era proprio l'uomo che faceva al caso mio. Ed eccovi in breve di quali spedienti la provvidenza sullodata si servì per mettermi sulle orme di Calisto Caselli, l'amante sventurato di santa Cecilia.Si parlava un giorno familiarmente della vita grama e senza speranza dei poveri parroci. Io proponevo, ghignando, a don Luigi, di andarsene a Roma, dove il suo ingegno lo avrebbe fatto conoscere, e diventar cardinale. Da cardinale a papa non c'era che un salto, e don Luigi avrebbe potuto pigliare il nome di Pietro II, annunziando ai popoli l'alleanza del papato con la libertà.— Impossibile! — mi rispose don Luigi, senza addarsi della gran verità che diceva, rispetto alla sullodata alleanza. — Io so bene che voi amate celiare. Ci vuol altro per andare a Roma che un povero prete di Dego.— Bravo! E Sisto IV non era egli di Albissola, di Albissola, celebre per due papi, e molte migliaia di pentole? Ma scusate, don Luigi, se salto di palo in frasca. Voi avete parlato di Dego.— Sì; è il paese dove son nato.— Ma proprio a Dego?— Proprio, arciproprio! — soggiunse il parroco. — E che ci trovate di strano?— Eh, mio Dio, nulla. Ma gli è che appunto in questo paese era nato un tale.... di cui mi sarebbe caro aver notizia, Calisto Caselli. Lo conoscete voi, questo nome?— Calisto Caselli! — ripetè don Luigi, grattandosi la cuticagna. — Aspettate; non dite altro. Calisto Caselli! Oh perchè questo benedetto nome non mi riesce nuovo?— Oh bella! perchè il Caselli è nato a Dego come voi.— Sì, sì, — ripigliò il parroco. — Caselli! Caselli! Ah ecco.... ci sono. I Caselli non erano veramente del paese, ma di una terra vicina.Ecco perchè sulle prime non me ne ero ben ricordato. —Don Luigi era molto geloso della sua fama di antiquario e di tenace ricordatore delle memorie paesane. Però egli non poteva neppure ammettere che io lo aiutassi, e non voleva riconoscere di non essersi rammentato a prima giunta. I lettori, del resto, vedranno che don Luigi non aveva il torto, perchè la sua memoria, risvegliata che fosse, avea del miracoloso.— I Caselli, — proseguì egli allora, — erano una buona famiglia e molto ricca per lo passato. Ma si parla, intendiamoci, di forse trent'anni fa.— Ci siamo appunto; trent'anni fa. Il mio protagonista ne avrà adesso cinquantuno.E qui, per dar ragioneall'appellativo, raccontai per filo e per segno la storia del suonatore. Don Luigi stette ad ascoltarla tutto silenzioso, nè senza lagrime di compassione.— Pover'uomo; — disse egli, mettendosi le mani nel capo, com'io ebbi finito. — Io l'hoconosciuto, quel disgraziato. Ero appunto ritornato a casa con gli ordini minori, quando avvenne il triste caso.— Il triste caso! Ci fu un triste caso? Don Luigi, raccontatemi tutto, per carità non mi fate morir d'impazienza.— Era un bel giovanotto; — proseguì a dire il mio interlocutore; — e che ingegno! Dio buono, che ingegno! Le nostre Langhe non ne daranno così di leggeri un simigliante. —Le lodi di don Luigi non erano mica per tutti. Lo avevo udito parlare con molto riserbo di parecchi, i quali ne avevano pure, dello ingegno: e, salvo un ottimo amico mio, nato là presso, al quale tuttavia non sapeva perdonare certi grilli liberaleschi, egli non mi aveva mai detto di alcuno tanto bene in così poche parole. Perciò non è a dire se il povero Calisto mi diventasse un gigante. Egli non mi pareva più così strano, che un gramo suonatore ambulante parlasse con tanta scioltezza elegante e vestisse di tanta erudizione le sue fantasticherie.— Oh, don Luigi! don Luigi! — dissi io. — Che fortuna per me! Voi dunque mi raccontate questa benedetta storia, che io vo cercando da tre anni?— Sì, ve la racconterò.... domani.— Oh perchè domani?— Perchè ho bisogno di raccapezzarmi. Tutti i particolari di quel caso malinconico mi girano confusi per il capo; nè saprei ordinarli così ad un tratto. Venite domani a sera, e, in cambio di giuocare a tarocchi, vi racconterò la storia. —Uscii da don Luigi con la promessa in corpo, e imbattutomi per via col maresciallo, gli annunziai che dovesse venire anche lui a sentir questa storia, che lo avrebbe fatto restare a bocca aperta.—Conticuere omnes....— mi disse il maresciallo.—Intentique ora tenebunt; — soggiunsi io, facendomi lecita quella piccola variante al verso virgiliano.Alla dimane fummo puntuali al ritrovo; il marescialloaccese la sua Dulcinea (così egli chiamava una pipa di schiuma che lo accompagnava dovunque); io il sigaro, e don Luigi incominciò il suo racconto.Io gongolavo dalla gioia. Tornare a Genova, pensavo, col racconto finito; poterlo mandare alle stampe e spedirlo ai quattro amici dispersi sulla faccia della terra....Ma zitti; stiamo ad udire don Luigi.

Ero dunque rimasto, per mia elezione, depositario del racconto e incaricato di darne la conclusione. Ma qui stava il guaio.

Per qualche giorno me ne dimenticai, e agli amici, i quali mi chiedevano se avessi scritto al sindaco di Dego, usavo rispondere che sì, e non era vero; cosa che del resto è sempre stata nelle mie consuetudini.

La natura, creando me, mi diede, insieme con la famosa sentenza inflitta a tutti gli uomini, da Adamo in poi, questo comandamento: «Tu non scriverai lettere.» E cotesto sappiano intanto gli amici miei, i quali, mentre io sto buttando giù queste pagine, aspettano forse che io tenga vivo il carteggio.

Io non diventerò mai un grand'uomo; e ci corre! Ma se, per una sciagura, che Dio tenga lontana, tutti i miei compaesani diventassero ciechi ed io fossi uno dei pochi che ci vedessero ancora da un occhio, se lo sappia il signor Felice Le Monnier in anticipazione, io non lascerò dieci pagine di mio, da potersene fare uno zinzino di epistolario.

Ora torno nel seminato. Gli amici per un pezzo seguitarono ogni giorno a chiedermi: hai tu scritto a quel sindaco? E tanto me ne chiesero, e tanto, che un giorno scrissi davvero, per domandar contezza del nostro suonatore ambulante. Ma il segretario comunale di Dego doveva essere un grand'uomo della mia risma, perchè non rispose mai.

Finalmente vennero gli esami, che ci costrinsero a lasciare l'università delGran Corso, per tornare nel grembo della fede, vo' dire alla università di via Balbi; e dopo gli esami, dai quali ce la cavammo tutti e cinque con lode, vi prego a crederlo, vennero le vacanze. Gliamici, sciame di passere allegre che hanno condotta a bene la loro nidiata, si sparpagliarono per le campagne vicine e lontane, e non si parlò più di nulla.

Io dimenticai per tal modo il suonatore, santa Cecilia, e perfino il Martirologio.

Ma che volete? C'è un fato anche per i racconti non finiti. Iddio non paga il sabato; e il mio giorno aveva pur da venire.

Tre anni dopo.... Vi prego, o lettori, di saltar tre anni a piè pari: cosa che io spero non vi tornerà disagevole quanto a me è tornato il viverli, giorno per giorno, ora per ora, noia per noia. Tre anni appena! Se io potessi saltarne a questo modo un centinaio, e non aver nemmeno il fastidio di morire, vi so dir io che sarei più felice di un re a cui nasca un principe ereditario, e, nella breve misura delle mie forze, concederei larghezze di molte. Argomentate da questa! Farei grazia a voi altri della continuazione di questa novella.

Tre anni dopo, io me ne ero andato a farla vita campagnuola a Millesimo, bella terra delle Langhe, antica come i Del Carretto che ne erano i feudatari, con case merlate e portici di sesto acuto, con le rovine di un castello sulla Bormida, e un ponte con la torre nel mezzo, la saracinesca e le feritoie per comodo dei balestrieri; ornata infine di un giudice di mandamento, di un parroco, di un sindaco e di una stazione di cinque carabinieri a piedi e di cinque a cavallo.

Ero laggiù per darmi bel tempo, per ragioni di salute, e per altri negozi che non occorre vi stia a dir qui. Me la godevo come un principe, e giuocavo tutti i giorni a tarocchi con le primarie autorità del paese. Lo avere tenuto a battesimo un bambino, recitando ilcredoda cima a fondo senza incespicare, mi aveva fruttato l'amicizia del parroco, uomo che stava del resto assai volentieri sul gotto, ragionando di archeologia, di cronologia e di tante altre scienze inutili del pari, le quali mi fanno parer meno amara questa valle di lagrime.

Anche il maresciallo dei carabinieri era amicissimo mio; come quegli che pizzicava di latino e ne aveva un centinaio, tra aforismi e proverbi, da citare od ogni tratto, nella sacra lingua del Lazio.

Era un bell'originale, quel maresciallo, che teneva in caserma una scansìa tutta piena di vecchi libri. Il parroco disputava con me sulloius coxandi, o su certi altri privilegi feudali, e il maresciallo era giudice tra noi. Il parroco citava Strabone, o Plinio, e il maresciallo trovava il modo di ficcar dentro Tolomeo, e la Tavola Peutingeriana.

In una di queste conversazioni gli avvenne di dirne una sublime, la quale io voglio pur riferire, innanzi di proseguire il racconto. Il parroco parlava con molta ammirazione di Tito Livio.

— Oh Tito Livio! — interruppe il maresciallo. — Gran libro, quel Tito Livio! Io, vedano le signorie loro, quando vado a letto, non posso pigliar sonno senza leggerne prima due pagine.

Io fui ad un pelo di rispondergli che una pagina sola avrebbe dovuto bastare; ma tenni la lingua fra i denti. Era egli la prima autorità politica del paese, ed io, da buon cortigiano, dovevo tenermi la celia in corpo.

Del resto, una buona pasta d'uomo, quel maresciallo, e ardito come un leone, quando si trattasse del suo ufficio; uno di quei carabinieri del vecchio stampo, il quale sapeva conciliare la dignità e i doveri del servizio con una urbanità senza pari ed una certa larghezza di modi nelle faccende di minor conto. Era instancabile e quasi feroce nel dar la caccia ai malandrini; ma non ricusava di trincare col primo venuto, nè dimenticava di dare un pizzicotto sulle guance delle Veneri rusticane, che si affacciavano sull'uscio dei casolari per dargli il buon dì. Tutti lo conoscevano e tutti lo rispettavano; il perchè nelle risse campestri, nei tumulti di una fiera, bastava la vista del suo pennacchio rosso e cilestro a rimetter la calma, come ilquos egodi Nettuno tra i venti scatenati.

Che Iddio ti benedica, o buon maresciallo, e il ministro della guerra ti conceda unavanzamento, come io te l'auguro dal profondo del cuore.

Il parroco era anch'egli un brav'uomo. Sapendo come io mi sia dato a scrivere su pei diari e non me la intenda troppo bene con santa madre Chiesa, egli non penserà forse lo stesso di me, e m'avrà in conto di un libertino, di un eretico e peggio. Ma io voglio essere generoso coi parroci, e segnatamente con lui, il quale, levato dal capitolo pericoloso delle credenze religiose, era assai tollerante rispetto a tutte le umane miserie, e non dava molestia a nessuno. Il suo forte poi, come ho già detto, era l'archeologia. Era versato in tutte le antichità di quei paesi, più assai di tutti i notai e speziali della provincia, e la sapeva più lunga di cento donnicciuole, intorno ai fatti accaduti nei dintorni, dal cominciar del secolo in poi.

Chi me lo avrebbe mai detto? La provvidenza dovea mandarmi a trovar colaggiù il continuatoredel mio racconto, sotto le spoglie di un parroco. Imperocchè, voi già l'avete indovinata, o lettori, questo parroco, del quale mi sono industriato a darvi il ritratto, era proprio l'uomo che faceva al caso mio. Ed eccovi in breve di quali spedienti la provvidenza sullodata si servì per mettermi sulle orme di Calisto Caselli, l'amante sventurato di santa Cecilia.

Si parlava un giorno familiarmente della vita grama e senza speranza dei poveri parroci. Io proponevo, ghignando, a don Luigi, di andarsene a Roma, dove il suo ingegno lo avrebbe fatto conoscere, e diventar cardinale. Da cardinale a papa non c'era che un salto, e don Luigi avrebbe potuto pigliare il nome di Pietro II, annunziando ai popoli l'alleanza del papato con la libertà.

— Impossibile! — mi rispose don Luigi, senza addarsi della gran verità che diceva, rispetto alla sullodata alleanza. — Io so bene che voi amate celiare. Ci vuol altro per andare a Roma che un povero prete di Dego.

— Bravo! E Sisto IV non era egli di Albissola, di Albissola, celebre per due papi, e molte migliaia di pentole? Ma scusate, don Luigi, se salto di palo in frasca. Voi avete parlato di Dego.

— Sì; è il paese dove son nato.

— Ma proprio a Dego?

— Proprio, arciproprio! — soggiunse il parroco. — E che ci trovate di strano?

— Eh, mio Dio, nulla. Ma gli è che appunto in questo paese era nato un tale.... di cui mi sarebbe caro aver notizia, Calisto Caselli. Lo conoscete voi, questo nome?

— Calisto Caselli! — ripetè don Luigi, grattandosi la cuticagna. — Aspettate; non dite altro. Calisto Caselli! Oh perchè questo benedetto nome non mi riesce nuovo?

— Oh bella! perchè il Caselli è nato a Dego come voi.

— Sì, sì, — ripigliò il parroco. — Caselli! Caselli! Ah ecco.... ci sono. I Caselli non erano veramente del paese, ma di una terra vicina.Ecco perchè sulle prime non me ne ero ben ricordato. —

Don Luigi era molto geloso della sua fama di antiquario e di tenace ricordatore delle memorie paesane. Però egli non poteva neppure ammettere che io lo aiutassi, e non voleva riconoscere di non essersi rammentato a prima giunta. I lettori, del resto, vedranno che don Luigi non aveva il torto, perchè la sua memoria, risvegliata che fosse, avea del miracoloso.

— I Caselli, — proseguì egli allora, — erano una buona famiglia e molto ricca per lo passato. Ma si parla, intendiamoci, di forse trent'anni fa.

— Ci siamo appunto; trent'anni fa. Il mio protagonista ne avrà adesso cinquantuno.

E qui, per dar ragioneall'appellativo, raccontai per filo e per segno la storia del suonatore. Don Luigi stette ad ascoltarla tutto silenzioso, nè senza lagrime di compassione.

— Pover'uomo; — disse egli, mettendosi le mani nel capo, com'io ebbi finito. — Io l'hoconosciuto, quel disgraziato. Ero appunto ritornato a casa con gli ordini minori, quando avvenne il triste caso.

— Il triste caso! Ci fu un triste caso? Don Luigi, raccontatemi tutto, per carità non mi fate morir d'impazienza.

— Era un bel giovanotto; — proseguì a dire il mio interlocutore; — e che ingegno! Dio buono, che ingegno! Le nostre Langhe non ne daranno così di leggeri un simigliante. —

Le lodi di don Luigi non erano mica per tutti. Lo avevo udito parlare con molto riserbo di parecchi, i quali ne avevano pure, dello ingegno: e, salvo un ottimo amico mio, nato là presso, al quale tuttavia non sapeva perdonare certi grilli liberaleschi, egli non mi aveva mai detto di alcuno tanto bene in così poche parole. Perciò non è a dire se il povero Calisto mi diventasse un gigante. Egli non mi pareva più così strano, che un gramo suonatore ambulante parlasse con tanta scioltezza elegante e vestisse di tanta erudizione le sue fantasticherie.

— Oh, don Luigi! don Luigi! — dissi io. — Che fortuna per me! Voi dunque mi raccontate questa benedetta storia, che io vo cercando da tre anni?

— Sì, ve la racconterò.... domani.

— Oh perchè domani?

— Perchè ho bisogno di raccapezzarmi. Tutti i particolari di quel caso malinconico mi girano confusi per il capo; nè saprei ordinarli così ad un tratto. Venite domani a sera, e, in cambio di giuocare a tarocchi, vi racconterò la storia. —

Uscii da don Luigi con la promessa in corpo, e imbattutomi per via col maresciallo, gli annunziai che dovesse venire anche lui a sentir questa storia, che lo avrebbe fatto restare a bocca aperta.

—Conticuere omnes....— mi disse il maresciallo.

—Intentique ora tenebunt; — soggiunsi io, facendomi lecita quella piccola variante al verso virgiliano.

Alla dimane fummo puntuali al ritrovo; il marescialloaccese la sua Dulcinea (così egli chiamava una pipa di schiuma che lo accompagnava dovunque); io il sigaro, e don Luigi incominciò il suo racconto.

Io gongolavo dalla gioia. Tornare a Genova, pensavo, col racconto finito; poterlo mandare alle stampe e spedirlo ai quattro amici dispersi sulla faccia della terra....

Ma zitti; stiamo ad udire don Luigi.


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