XIV.Il pensiero dello sconosciuto, che non voleva farsi vedere nel castello dove risiedevano tutte le sue più care e in un malinconiche ricordanze, cominciò forse allora a girarle per il capo?Chi lo sa? Io, come vedete, argomento molte cose per via d'induzioni, fondate su quella poca esperienza del cuore umano che deriva dal mio ufficio. Vo ricomponendo questa storia con tutti i particolari raccolti allora da questo o da quello dei personaggi che v'ebbero parte, e a me rimasti in mente perchè mi furono raccontati tante volte; ma sento qua e là il difetto di molti fatti, o per meglio dire di molti pensieri i quali mi diano il bandolo psicologico della mia narrazione. E qui allora io vo rabberciando alla meglio, aiutandomicon un po' di invenzione. Non ve ne lagnate; poichè di questa guisa io vengo a darvi il lavoro fatto, senza che abbiate bisogno di beccarvi il cervello.Ora veniamo al buono; donde vedrete scaturire una nuova testimonianza a pro di quella trita verità, che i grandi effetti spesso derivano dalle piccole cause.In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto l'uscio della cappella.La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero aquella musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie, e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e distratto quanto dieci filosofi.Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente, alzati gli occhi, si avvide di non esseresolo, e conobbe ad un tempo la vera cagione di quella misteriosa suonata.Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche, affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsiuna diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal grave strumento.Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue, allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nelcuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di un povero suonatore! —Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali che, dette appena, non si ricordano più.Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla,frasi monche, brandelli di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè, intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri, che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava dell'Ariosto, più splendidi che un canto dellaDivina Comedia.Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so, e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano nulla.Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si bevve intiero quel calice.— Signorina, — diss'egli, — eravate dunquevoi?... Ieri mattina, sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del quale non ho saputo argomentare la cagione....— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace tanto e che porto sempre sulla persona.— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardireipiù mettere le mie dita profane su quella tastiera. —La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli, colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta a capo di trarne fuori qualche cosa.— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo, signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul pianoforte.— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio passatempo nel convento,e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo debitrice al grande amore che gli porto.— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il quale ha detto:Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han fatto cercar lo tuo volume.— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e pochissima scienza. —Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini, Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto alla contessina.Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse posta sbadatamente a toccar la tastiera,cavandone qualche suonata a mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali chiudere a tempo.Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due. Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della cappella.— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto. Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa, ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo allo spirito.— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa, dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito, senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera, senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi trascorrimenti della mano? È quello un diletto chela lettura del più bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. — Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo di averla riscattata,appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di lagrime, le accennava di proseguire.— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno parlato di leicome di una santa. È veramente una bella cosa lasciare tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli, consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io, l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle rassomigliare.— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi piedi.Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in quell'impeto di adorazione aveva afferrata.— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne parlare, ma come certo non potevoaspettarmi che ne parlaste voi, di fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo, il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a rimuover la seggiola.— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina, che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un cagnolino.— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto, e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me; e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di regina, gli disse:— Volete voi obbedirmi?— In che cosa?— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di comandarmi.— Datemi la mano.— Eccola!— E adesso venite con me. —Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra, presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava, per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante in cuor suo comeun bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che ella faceva.Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua ritrosia.Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era timida, ma non allaguisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma, conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale nobiltà di mente derivi.— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore, e siate il benvenuto. —Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava concitato nel petto.— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.
Il pensiero dello sconosciuto, che non voleva farsi vedere nel castello dove risiedevano tutte le sue più care e in un malinconiche ricordanze, cominciò forse allora a girarle per il capo?
Chi lo sa? Io, come vedete, argomento molte cose per via d'induzioni, fondate su quella poca esperienza del cuore umano che deriva dal mio ufficio. Vo ricomponendo questa storia con tutti i particolari raccolti allora da questo o da quello dei personaggi che v'ebbero parte, e a me rimasti in mente perchè mi furono raccontati tante volte; ma sento qua e là il difetto di molti fatti, o per meglio dire di molti pensieri i quali mi diano il bandolo psicologico della mia narrazione. E qui allora io vo rabberciando alla meglio, aiutandomicon un po' di invenzione. Non ve ne lagnate; poichè di questa guisa io vengo a darvi il lavoro fatto, senza che abbiate bisogno di beccarvi il cervello.
Ora veniamo al buono; donde vedrete scaturire una nuova testimonianza a pro di quella trita verità, che i grandi effetti spesso derivano dalle piccole cause.
In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto l'uscio della cappella.
La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero aquella musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.
Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie, e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e distratto quanto dieci filosofi.
Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente, alzati gli occhi, si avvide di non esseresolo, e conobbe ad un tempo la vera cagione di quella misteriosa suonata.
Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche, affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.
Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.
Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsiuna diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.
Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal grave strumento.
Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue, allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nelcuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!
Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.
— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di un povero suonatore! —
Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali che, dette appena, non si ricordano più.
Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla,frasi monche, brandelli di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè, intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri, che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava dell'Ariosto, più splendidi che un canto dellaDivina Comedia.
Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so, e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano nulla.
Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si bevve intiero quel calice.
— Signorina, — diss'egli, — eravate dunquevoi?... Ieri mattina, sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del quale non ho saputo argomentare la cagione....
— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace tanto e che porto sempre sulla persona.
— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardireipiù mettere le mie dita profane su quella tastiera. —
La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli, colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.
— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta a capo di trarne fuori qualche cosa.
— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo, signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul pianoforte.
— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio passatempo nel convento,e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo debitrice al grande amore che gli porto.
— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il quale ha detto:Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han fatto cercar lo tuo volume.
— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e pochissima scienza. —
Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini, Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto alla contessina.
Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse posta sbadatamente a toccar la tastiera,cavandone qualche suonata a mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali chiudere a tempo.
Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due. Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della cappella.
— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto. Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.
— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa, ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo allo spirito.
— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa, dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito, senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera, senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi trascorrimenti della mano? È quello un diletto chela lettura del più bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —
La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:
— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?
— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. — Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo di averla riscattata,appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.
— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —
A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di lagrime, le accennava di proseguire.
— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno parlato di leicome di una santa. È veramente una bella cosa lasciare tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli, consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io, l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle rassomigliare.
— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi piedi.
Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in quell'impeto di adorazione aveva afferrata.
— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne parlare, ma come certo non potevoaspettarmi che ne parlaste voi, di fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo, il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a rimuover la seggiola.
— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.
— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina, che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un cagnolino.
— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.
— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto, e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me; e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —
La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di regina, gli disse:
— Volete voi obbedirmi?
— In che cosa?
— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....
— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di comandarmi.
— Datemi la mano.
— Eccola!
— E adesso venite con me. —
Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra, presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava, per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.
Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante in cuor suo comeun bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che ella faceva.
Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua ritrosia.
Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.
Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era timida, ma non allaguisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma, conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale nobiltà di mente derivi.
— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore, e siate il benvenuto. —
Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava concitato nel petto.
— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —
Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.