XXII.

XXII.Qui il bravo don Luigi, parroco di M...., pose fine al suo racconto, che inumidì più volte le ciglia al dotto carabiniere.— Voi narrate con un garbo meraviglioso, — diss'io, — e nel correre del vostro discorso vi dimenticate perfino.... scusate....— Che cosa? Vorreste dire che mi dimentico di esser prete?— Non dico già questo; ma mi parete uomo da aver fortemente sentito gli affetti, e lo fate nobilmente scorgere a chi vi ascolta.— Eh, figliuol mio, — rispose con molto candore il parroco, — tutti contiamo le nostre; ora io faccio il prete e tiro innanzi. Misaranno forse uscite di bocca delle massime poco ortodosse; altre faranno a calci con certune che professo di presente; ma voi, che capite certe stranezze del cuore, le metterete sul conto della umana natura, della quale ha sentenziato Sallustio....— Lasciamo Sallustio nel suo scaffale, — interruppi io, — e narratemi invece dove andò a parare il mio povero Calisto.— Calisto? Non ve l'ho detto? era impazzito. Il conte Emanuele, pochi giorni dopo, lasciò il castello, e si ridusse a vivere gli ultimi anni della sconsolata sua vita in Torino. Il povero pazzo, che non aveva tetto nè letto, fu ricoverato presso gli Scolopii di Carcare, dove attendeva ad umili uffici. Per lunga pezza stette tranquillo, e, salvo l'ostinata sua taciturnità, non mostrava quasi di aver perduta la ragione.Ma venne un giorno che i gravi sintomi di una monomania religiosa si manifestarono in lui; e fu allorquando egli narrò pubblicamentedi essere stato l'amante riamato di santa Cecilia, vergine e martire. La cosa, come potete facilmente credere, fece chiasso, e se n'ebbe a commuovere tutto il collegio.Che eragli avvenuto? Lo seppe, o per meglio dire, lo indovinò il rettore, quando si fu accorto che da mesi parecchi il Caselli non aveva altro in mano che leVite dei Santie non leggeva altra vita che quella di santa Cecilia.Era questo il nome della sventurata Castellana di Villa Cervia, e l'epiteto di santa lo aveva avuto dalla immaginosa riverenza di quei terrazzani. Lascio pensare a voi come quel poveretto, che aveva il cervello in volta, si mettesse tutto quanto in quella lettura, fino al segno di confondere la martire cristiana con la donna uccisa nelle sue braccia.La sua pazzia, come vedete, seguiva un indirizzo più certo che non quella di tanti altri sventurati, i quali si son fitti in capo di essere, quale il Padre Eterno, quale lo SpiritoSanto, Napoleone, o Carlomagno. E Dio sa che faticoso lavoro si facesse in quell'anima ottenebrata; che lenta cristallizzazione di concetti, per giungere fino a quella creazione fantastica che egli vi ha narrata in Genova! Il Cardiana diventò Valeriano; la contessina una martire del cristianesimo; il Bruno s'ingigantì e si scempiò nei due personaggi di Almaco e di Trebazio; l'organo e il cembalo furono il nesso logico, o, se vi piace, illogico della sua mesta allucinazione.Il Caselli stette qualche anno a Carcare, e pareva risanato. Di tratto in tratto si rifaceva da capo con la narrazione; poi ricadeva nello scemo. Un bel giorno volle andarsene via, e seppi più tardi che si era dato a girare il mondo con un certo suo arnese sgangherato in forma di cembalo. Il resto lo sapete voi.— Poveretto, — dissi io, asciugando una lagrima. — Egli è più sventurato di tutti gli altri che non sono più; imperocchè egli vive e porta il suo dolore, assiduo compagno, adagiato,come un despota solitario, in quella parte di sè, dove prima albergava la ragione. E così Dio voglia metter fine ai suoi mali, come egli ha diritto a riposarsi, dopo tanti travolgimenti affannosi.FINE.

Qui il bravo don Luigi, parroco di M...., pose fine al suo racconto, che inumidì più volte le ciglia al dotto carabiniere.

— Voi narrate con un garbo meraviglioso, — diss'io, — e nel correre del vostro discorso vi dimenticate perfino.... scusate....

— Che cosa? Vorreste dire che mi dimentico di esser prete?

— Non dico già questo; ma mi parete uomo da aver fortemente sentito gli affetti, e lo fate nobilmente scorgere a chi vi ascolta.

— Eh, figliuol mio, — rispose con molto candore il parroco, — tutti contiamo le nostre; ora io faccio il prete e tiro innanzi. Misaranno forse uscite di bocca delle massime poco ortodosse; altre faranno a calci con certune che professo di presente; ma voi, che capite certe stranezze del cuore, le metterete sul conto della umana natura, della quale ha sentenziato Sallustio....

— Lasciamo Sallustio nel suo scaffale, — interruppi io, — e narratemi invece dove andò a parare il mio povero Calisto.

— Calisto? Non ve l'ho detto? era impazzito. Il conte Emanuele, pochi giorni dopo, lasciò il castello, e si ridusse a vivere gli ultimi anni della sconsolata sua vita in Torino. Il povero pazzo, che non aveva tetto nè letto, fu ricoverato presso gli Scolopii di Carcare, dove attendeva ad umili uffici. Per lunga pezza stette tranquillo, e, salvo l'ostinata sua taciturnità, non mostrava quasi di aver perduta la ragione.

Ma venne un giorno che i gravi sintomi di una monomania religiosa si manifestarono in lui; e fu allorquando egli narrò pubblicamentedi essere stato l'amante riamato di santa Cecilia, vergine e martire. La cosa, come potete facilmente credere, fece chiasso, e se n'ebbe a commuovere tutto il collegio.

Che eragli avvenuto? Lo seppe, o per meglio dire, lo indovinò il rettore, quando si fu accorto che da mesi parecchi il Caselli non aveva altro in mano che leVite dei Santie non leggeva altra vita che quella di santa Cecilia.

Era questo il nome della sventurata Castellana di Villa Cervia, e l'epiteto di santa lo aveva avuto dalla immaginosa riverenza di quei terrazzani. Lascio pensare a voi come quel poveretto, che aveva il cervello in volta, si mettesse tutto quanto in quella lettura, fino al segno di confondere la martire cristiana con la donna uccisa nelle sue braccia.

La sua pazzia, come vedete, seguiva un indirizzo più certo che non quella di tanti altri sventurati, i quali si son fitti in capo di essere, quale il Padre Eterno, quale lo SpiritoSanto, Napoleone, o Carlomagno. E Dio sa che faticoso lavoro si facesse in quell'anima ottenebrata; che lenta cristallizzazione di concetti, per giungere fino a quella creazione fantastica che egli vi ha narrata in Genova! Il Cardiana diventò Valeriano; la contessina una martire del cristianesimo; il Bruno s'ingigantì e si scempiò nei due personaggi di Almaco e di Trebazio; l'organo e il cembalo furono il nesso logico, o, se vi piace, illogico della sua mesta allucinazione.

Il Caselli stette qualche anno a Carcare, e pareva risanato. Di tratto in tratto si rifaceva da capo con la narrazione; poi ricadeva nello scemo. Un bel giorno volle andarsene via, e seppi più tardi che si era dato a girare il mondo con un certo suo arnese sgangherato in forma di cembalo. Il resto lo sapete voi.

— Poveretto, — dissi io, asciugando una lagrima. — Egli è più sventurato di tutti gli altri che non sono più; imperocchè egli vive e porta il suo dolore, assiduo compagno, adagiato,come un despota solitario, in quella parte di sè, dove prima albergava la ragione. E così Dio voglia metter fine ai suoi mali, come egli ha diritto a riposarsi, dopo tanti travolgimenti affannosi.

FINE.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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