Chapter 2

Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia sovrapposte, guardava nell'Arena, quasi distrattamente, osservando lo sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, [pg!26] con sonagli e pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e stavano fermi, fermi sino all'immobilità i suoi grandi occhi lionati, che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza fina, d'un nero d'argento, non formava su quel fuso perfetto la più piccola grinza.Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro dell'Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo steccato, ad una trentina di metri dall'ingresso del «toril». Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se lo splendore del giorno l'avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell'Arena. Tra un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca distanza il tremante cavallo d'uno dei «picadores», con l'omaccio in sella, pronto e curvo su la sua lunga [pg!27] pica. La gamba sinistra del cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l'occhio sinistro del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere la cornata se atterrito retrocedeva.Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di lancia infittogli nella groppa, uno de' suoi corni sparì nel ventre del ronzino, l'altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato, calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e viscere dall'addome dilaniato.Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente vide contro l'opposta barriera il cavallo dell'altro «picador», che invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di mettere in buona positura per il colpo di lancia.Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un'enorme fenditura per tutto l'addome, dalla quale cadevan orrendamente le viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta nell'articolazione. Il labbro violastro, sollevato [pg!28] su la dentatura gialla, esprimeva un dolore straziante, un'agonia piena di terrore, sotto la tragica maschera di quell'occhio bendato.Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero, accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr'esso già stava ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch'era stramazzato vicino al cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che gli stringeva un ginocchio, l'inerme «picador» non aveva ormai che una sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell'infuriato animale o tentando d'incastrarsi fra la barriera e la carcassa del cavallo agonizzante.Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della moltitudine.Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v'inciampava, e con mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate, finchè, nel mezzo dell'Arena, battendo il piede imperiosamente, l'espada lo fermò.Un grido fantastico e grande sollevò l'anfiteatro. Più nessuno si curava del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall'ápice delle sue dita.Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato ronzino dalla sua straziante agonia.[pg!29] Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino all'ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l'ultimo vantaggio che si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di servire l'uomo.Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di lui.E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile commedia che si chiama la vita...Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via scuciti come tabarri da mendicante.Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i pungiglioni come l'arte classica del torneo prescrive, una per parte, a qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel mezzo dell'Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, [pg!30] col suo drappo di porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di compiere il sacrifizio del toro.Con una mossa elegante lanciò verso il pubblico il suo piccolo tricorno, insegna e nobiltà del torero, poi, con le labbra un po' serrate, il celebre scannatore s'avanzò di fronte all'avversario, verso il mezzo dell'Arena.Egli non aveva paura del toro:—questo era evidente, poichè da oltre quindici anni, e senza retrocedere d'un passo, ne aveva messi a morte un gran numero di migliaia. Ma invece aveva paura della moltitudine, la fiera più temibile che sia nella creazione, la tiranna delirante, implacabile, che consacra e sconsacra gli eroi.Certo in quel momento egli aveva paura della propria fama e paventava l'idolatria di quella immensa gente, davanti alla quale non gli sarebbe stato mai lecito dare una botta ingenerosa o fare un passo indietro. Poi sentiva nell'anfiteatro la presenza di molti suoi avversari, fra quelli che lo davano per vecchio ed intimidito, mentre sorgevano gli astri nuovi dei prodigiosi adolescenti Belmonte e Gallito Chico.Nella terra di Spagna si professa il proprio espada come altrove una fede politica; ognuno pensa che il bene uccidere dia fortezza di bene morire; le donne amano i maestri di spada e il popolo canta chi meglio colpì.[pg!31] Accerrime fazioni custudiscono la rossa gloria dei più intrepidi, e battezzato col sangue dei tori da combattimento esce dai selvaggi anfiteatri l'eroe nazionale. Poi dappertutto si trovano a decine que' certi «laudatores temporis acti», che a nessuno più, dopo Guerrita e Fuentes, vollero si attribuisse la gloria della vera tauromachìa. Ed inoltre, il pubblico di tutte le Arene spagnole, in ciò davvero cavalleresco, pretende verso il toro la più assoluta e generosa lealtà: oltre che uccidere, bisogna dare la bella morte, bisogna colpire diritto e senza inganno, poichè, se i cavalli son materasse da cornate, non si ammettono invece per il toro le strazianti agonie.Fossero i nemici alle porte della capitale, un bel colpo di spada, confitto sino all'elsa nella dura cervice, un colpo dirittamente piantato nel mezzo del cuore e che in pochi attimi tragga di vita l'animale, basterebbe a mandare in delirio questo popolo circense, che perpetua con sè nel mondo l'anima del cavaliere Don Chisciotte.Nello sfacelo di una immensa grandezza, due sole cose rimangono per la Spagna inesorabilmente sacre: il Crocifisso e la spada.Così non v'è fama che basti ad impedire il pubblico dileggio, quando colui dal quale ci si attende una giostra da Paladino di Francia combatta per disavventura con lo sgraziato procedere di un domatore da serraglio. Questo pubblico, il quale fa tanti sacrifizi per recarsi ogni giorno di corse alla «Plaza de toros», non dimentica il prezzo elevato che si vuole dagli impresari anche per un'umile «tendido de sol», nè scorda le sei o settemila pesetas che un buon espada si guadagna [pg!32] giornalmente per uccidere due quadrati maschi de' più famosi allevamenti. Sicchè il presentarsi davanti al toro è sempre un gioco a prezzo di vita, non tanto per le sue corna crudelissime quanto per lo spettacolo che convien dare di sè.Parecchi anni addietro avevo già veduto Bombita combattere nelle Plazas di Siviglia e di Madrid; ora, nel rivederlo, già più non mi pareva il medesimo. Su quest'uomo impavido era passato il trionfo; l'applauso lo aveva logorato come logora il fuoco delle bevande troppo forti. Mi diede l'impressione d'un uomo il quale ormai si sentisse impari alla propria grandezza e tuttavia non potesse far a meno del delirio popolare, dell'ovazione frenetica, del suo nome gridato al cielo, quando la fiera vinta s'inginocchiava nel rantolo dell'agonìa.Asciutto, smilzo, pallido, nel costume damaschinato che lo serrava come un guanto, le calze candide, le sottili scarpe da ballerino, il fazzoletto di seta che gli usciva dal taschino del bolero, consapevole in ogni gesto, in ogni mossa, d'una eroica memoria di sè, grazioso, agile, attento, era sì quel Riccardo Torres che vidi, per così dire, ballare il minuetto coi terribili tori di Veragua e di Miura; ma in lui si vedeva ora, sotto la pelle arida e rasa, tutto il fascio dei muscoli tendersi con nervosità, e negli occhi fermissimi, sotto il cranio ben pettinato, la paura, sì, la paura della propria gloria, confitta nella sua temerità come un terribile chiodo.Là intorno, fra quelle ventimila persone che gremivano l'anfiteatro, così curvate verso di lui, così protese a vigilarlo, ch'egli forse ne sentiva battere contro il suo polso le tumultuose vene, là in mezzo, tra quella bianca voragine di facce umane, v'eran le donne che gli avevano [pg!33] mandato lettere d'amore, gli uomini che lo avevano portato su le spalle nei giorni di trionfo, i bimbi che giocavano al toro chiamandosi Bombita, v'eran gli emuli ed i nemici, v'era infine la storia che lo guardava.La sua fatica era quella di scordarsene, di non considerare quegli spalti gremiti se non come uno sfondo necessario e lontano, quasi come una specie di formicolante velario, che per lui tornerebbe ad essere umanità quando le fanfare inneggiassero alla ben data morte.Ma non poteva; era evidente che non poteva. Un piccolo spasimo, d'ira o di nervosità, contraeva la sua faccia smorta.Ed allora mi piacque osservar quest'uomo, che aveva contro sè, non le corna rosse dell'animale insanguinato, ma il potere, la tirannìa, la febbre di ventimila uomini che lo volevano applaudire. Mi piacque l'istante magnifico nel quale dimenticò e si vinse.Fermo, il toro lo guardava. Col fiocco della coda, simile ad un lungo scudiscio, si batteva minaccioso i fianchi ansanti. Teneva il muso basso, con le narici dilatate, quasi volesse fiutare l'espada e misurare l'attimo della terribile cornata. Non era tra loro più spazio che quello d'un braccio teso, d'una lama diritta.Bombita battè col piede la terra, quasi per chiamarlo a sè, poi, con baldanza, come si srotola una bandiera, sciolse la sua «muleta» fiammeggiante. Stavano soli, di fronte: l'uomo, sottile come un serpente, il toro, quadrato e sinistro nella sua poderosa immobilità.E pareva che l'uomo gli dicesse:—«Chinati e guarda. Vedi questo specchio rosso? Ha il colore del mio sangue. Uccidimi, se puoi!»[pg!34] E come se lo specchio rosso l'avesse in verità abbacinato, ecco, d'improvviso, con una furia belluina, il toro si avventò. Ma l'uomo non fece che sollevare il suo piccolo drappo rosso, inflettere un fianco, ed il lembo del panno strisciò leggermente su la fronte ricciuta dell'assalitore.Inginocchiatosi nella vanità dell'urto, l'animale battè il muso nella polvere; si volse, irruppe contro l'espada, il quale, per schivarlo, non fece altro che piegare leggermente fino a terra il ginocchio sinistro.Poi fu tutta una danza serpentina, circoscritta nel raggio di pochi metri, l'uomo fra le corna del toro, di qua, di là, da tergo, di fianco, di fronte,—fantastica ridda e maravigliosa: il toro con tutta la sua forza, l'uomo con tutta la sua temerità.Poi gli mise una mano su la fronte, quasi per dirgli:—Férmati!—e il toro, esausto, si fermò.La folla, da tutte le gradinate, proruppe in un applauso delirante.L'uomo, il piccolo uomo arcato e snello, sorrideva stringendo le sue labbra sottili. Poi di nuovo, palleggiando la sua «muleta», si mise a correre di qua, di là, trascinandosi appresso il toro; e correva con quel movimento ritmico, tortuoso, al quale si abbandonano i pattinatori nell'eseguire un «balancé».Veramente pareva questa una danza leggera e folle su l'orlo di un pericolo vertiginoso; finchè, dopo mille giri, di colpo l'espada si fermò. E senza nemmeno volgere il capo, sollevate ambo le braccia, inquartato il fianco, distaccato il piede, lasciò che le corna formidabili sfiorassero la sua giubba luccicante.Ancora una volta, per pochi millimetri, la morte gli era passata vicino, l'espada ne rideva.[pg!35] —¡Hombre!—fece Lord Pepe,—que fino!Madlen ansava leggermente; ma si mise a ridere.Adesso ancora stavano di fronte, la bestia e l'uomo, proprio davanti a noi. Tre volte l'animale, fermo su gli appiombi, chinò la testa, e tre volte Bombita, appoggiando l'elsa della spada fra la bocca e il mento, prese la mira. Ma invano; poichè l'indocile bestia ogni volta gli rompeva contro, sferrando cornate. Allora bisognava ch'egli ricominciasse a giuocar di mantello, a rigirarlo, di qua, di là, per fargli abbassare la testa e poter riprendere la mira.Nell'atmosfera dove tanta folla respirava si fece un silenzio trepido e grande, mentre i fotografi correvan nel corridoio circolare lungo la palizzata per tramandare ai posteri uno fra que' mille colpi di spada che resero celebre il taurómaco Bombita.L'arte insegna due mezzi per uccidere: o da piè fermo, aspettando l'animale che nel balzo da sè medesimo s'inferra; o correndogli addosso, evitandone la cornata e piantandogli per il mezzo della nuca la spada nel cuore. Il primo de' due colpi—«matar recibiendo»—è quanto mai pericoloso nè si può praticare se non di fronte ad alcuni tori che usino combattere in modo assai regolare. Ma, comunque si uccida, una sola spada è ben raro che basti. Così le folle gridano d'entusiasmo quando la prima stoccata spegne istantaneamente la bestia inferocita.Ora Bombita, scelto l'attimo che gli parve opportuno, fece due passi avanti, spinse tra le corna lo stocco, diede il colpo, l'abbandonò. Ma il toro ingannevole s'era di súbito raddrizzato; la spada non penetrò che di alcuni póllici, e scossa via dall'animale infuriato cadde, rimbalzò nella polvere.[pg!36] Bombita si guardò la mano. Si guardò la mano, come se il corno l'avesse punto. No: aveva perduta l'ovazione.Un grave silenzio, poi qualche fischio, qualche lazzo. I suoi labbri si serrarono ancor più; e ricomparve nella sua faccia arida, ne' suoi lineamenti contratti, «la paura».Da capo mantiglie, passi, giri, scambi, ronde.Il colpo di stocco aveva tuttavia lacerata la cotenna del toro, già purpurea per lo strazio de' molti aculei, ed ora ne sgorgava sangue a fiotti, che pullulava nero e grumoso, macchiando la terra.L'animale caparbio non voleva abbassare la fronte, anzi non faceva che scuotere il capo con un muggito lamentoso, torcere il collo, aprire le fauci, quasi tentasse di leccarsi con la nera lingua le ferite.Allora, velocemente, Bombita prese la mira, scattò, colpì.Questa volta la spada rimase confitta, ma solo a mezza lama, e nei sobbalzi del toro l'elsa tentennava.Un mormorio di protesta salì, serpeggiò, corse per tutte le gradinate; dalla irrequieta folla partivano acuti sibili; taluno incominciò per dileggio a battere mazzi di chiavi dentro latte di petrolio.I mantellieri frattanto cercavano di far girare il toro, perchè la spada mal confitta inasprisse la ferita ed il capogiro spegnesse più celermente la sua tenace vita. Ma il toro non cadde nemmeno a ginocchi, anzi, con una impetuosa falcata, corse addosso agli uomini. Tre di questi si appesero alla barriera; il pubblico, indignato, ruppe in assordanti fischi.Bombita, nervosamente, afferrò la terza spada.[pg!37] Sciorinando la sua «muleta» in guisa da ravvolgere come in un laccio l'elsa tentennante, riuscì a divellere quel ferro che non aveva ucciso. Poi si mise con rabbia davanti alla bestia ferita, mirò pochi secondi, scagliò diritto e fulmineo il suo terzo colpo di spada.Il toro gli spruzzò di sangue la mano ed il viso. Bombita, lentamente, si avvicinò all'avversario.Questa volta il colpo era stato profondo, giusto, mortale.Cominciò la enorme bestia a dare indietro, con certi orribili singhiozzi agónici che gli empivano la bocca d'un vomito rosso; poi, di schianto, cadde su le ginocchia, soffiò nella polvere, tentò invano di risollevarsi, rotolò boccheggiante.Le trombe, con alti squilli, salutarono la vittoria dell'espada.Volentieri gli furon perdonate dal pubblico le due lame che non avevan ucciso. Quel fantastico padiglione di migliaia d'uomini si piegò verso la lizza come un corpo solo. L'aria fremeva d'applausi, nereggiava di cappelli e di berretti lanciati come ventole a piè dell'espada. Tre pariglie di mule impennecchiate entravano a schiocco di frusta galoppando nell'Arena, per trascinar via le carogne del toro e dei cavalli, che sparivan torcendo verso il pubblico i loro musi convulsi dall'orribile agonìa.Fermo davanti al pretorio, la mano la cappa e la spada su l'agile fianco, due passi oltre la schiera de' suoi uomini di mantello e di pica, Riccardo Torres—Bombita—innalzava il trofeo della vittoria: l'orecchia recisa del toro.Tutta quanta la moltitudine stava protesa verso quell'uomo [pg!38] pallido, ed il clamore dionisiaco della folla in delirio s'attorcigliava intorno alla sua gagliarda flessibilità, come se il pugno fermo dell'uccisore sollevasse dinanzi a tutto il popolo una gloriosa bandiera.Forse non v'è cosa che meglio d'uno spettacolo sanguinario confini e si confonda con il principio della voluttà. Credo fermamente che l'amore del Circo, tanto fervido in Roma e non estinto ancora nella Spagna d'oggidì, abbia la sua profonda radice nella sessualità feroce delle moltitudini.Sempre fui curioso degli uomini, curioso di tutto ciò che all'uomo rimane del suo carattere primitivo. Come tale, non mancai di riconoscere in tutte le cose vive la loro tendenza pressochè unica verso la voluttà generatrice.La grande ansia del far nascere affaccia volentieri l'uomo verso lo spettacolo della vita che muore. Il sangue rosso e caldo sveglia naturalmente nelle sue vene l'ebbrezza del poter dare la vita. È universale nel mondo una immensa e divina lussuria;—per questo la vita mi piace. Mi piace anche nei giorni di tristezza, e quando è brulla, e quando è vuota, e quando, nell'inerzia di tutti i miei spiriti, sento sul mio cuore un po' freddo la gioia degli altri passare.Così, camminando per queste libere strade, ove incontro fiori che mi profumano e pensieri che in me nascendo allietano il mio nascosto iddio, sento fra tutte le cose, fra tutti gli esseri viventi, e ne' meandri stessi della materia unica fluire questo impetuoso torrente di gioia, che solleva ogni umile vita e con ebbrezza la confonde nel miracolo della universale fecondità.[pg!39] Ora, in quell'Arena gremita, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti quei nervi esasperati dal sangue. Allora solamente, e per la prima volta, compresi la comunione che può essere tra una efferata sofferenza ed un'angosciosa voluttà, sebbene si trattasse d'una comprensione puramente astratta, che scendeva in me senza quasi toccarmi, senza darmi altro che un senso di ottuso e confuso dolore.Forse, invece, nei sensi della mia bella compagna forestiera accadeva precisamente il contrario; ella cioè pativa questo contagio senza nemmeno intenderne il fondamento, si lasciava possedere dalla tentazione con una specie di perversità involontaria.Lentamente, sotto l'angoscia di quello spettacolo, i suoi occhi di color mutevole, come due magnifici scarabei, si erano fatti grandi e fermi, cerchiandosi fino al sommo delle palpebre d'una palpitazione di luce oscura. Nel suo volto scolorato rosseggiava più cruda la macchia del belletto, l'impronta bruna che allungava il termine de' sopraccigli; sotto le narici esigue la bocca fina e calda si accentuava come una sottile ferita. Guardarla e dover per forza pensare alle attitudini forti e strane che questa bellissima femmina assumerebbe nell'amore, guardarla e dover per forza misurare la profondità de' suoi nascosti peccati, guardarla e veder vivere tutto il congegno de' suoi nervi complessi, fini, esasperati, guardarla insomma e desiderarla, rappresentava in quel momento una cosa inevitabile.Il suo corpo chinato in avanti mi nascondeva dagli occhi di Lord Pepe; un ricciolo de' suoi capelli vaporosi, [pg!40] aggrovigliandosi fuor dall'orlo della veletta sollevata, pareva le formasse contro la tempia una specie di lievissimo fiore biondo. E mi sembrava di amare, non lei, ma quel suo dolce abito così ben tagliato, quelle sue morbide stoffe così bene intessute; non lei ma il pizzo leggero che fioriva dalla sua camicetta di lino, ed i suoi guanti colore di cenere, d'una finissima pelle odorosa, e tutte quelle materie soffici, rare, delicate, perfette, ch'ella portava sopra di sè come l'involucro necessario della sua nudità perdutissima.C'era nell'aria una vampa calda, una esagitazione voluttuosa, un acre odore di carne tormentata e ferita. Ella sentiva tutto ciò, e sentiva il mio desiderio vivere intorno alla sua bellezza come un respiro lento e caldo che avvolgesse la sua pelle incipriata. Ogni tanto, senza guardarmi, abbassava il capo e serrava gli angoli delle labbra con un sorriso pieno di femminile ironia.Lord Pepe, ritto su la gradinata, si accalorava nel discutere con alcune sue conoscenze. Lord Pepe non era favorevole—credo—al trionfo di Bombita.Ma frattanto era balzato fuori dal «toril» un bellissimo animale bianco e pezzato, che su l'erta fronte portava due robuste corna dalle punte quasi verticali. Fermo, si frustava le costole con la coda schioccante; volgeva intorno il collo possente con l'agilità d'un impetuoso polledro; guardava gli uomini ed i cavalli quasi per scegliere la sua preda.Poi con salti e cornate irruppe nella polvere dell'Arena, strappò ai mantellieri una cappa, che trascinò via su le corna, rovesciò l'uno appresso l'altro i cavalli de' due «picadores» e subitamente uccise il terzo, che a randellate stavano spingendo nel recinto. In breve il [pg!41] suo bianco mantello portò su gli ómeri una larga fascia di sangue.Piantatogli nella coppa un triplice mazzo di «banderillas», venne per dargli la morte un espada che più non rammento se fosse Gaona o Machaquito. Fu quegli che diede la miglior stoccata; ma il pubblico, sempre ingiusto, non gli concesse che un applauso distratto, poich'era venuto quel giorno per applaudire Bombita.Il toro della quarta corsa era un animale basso e tarchiato, con le corna spaziose, che mal difendevano la sua vasta cervice. Il pubblico, a suon di fischi, cercò di protestare il toro, come inetto al combattimento. Ma Gallo, cui spettava l'onore della quarta corsa, interruppe le proteste, sollevando invece grandi applausi con tre o quattro «veronicas» davvero sorprendenti.Di cavalli ne lasciò quel toro due morti e due pressochè dissanguati, calpestando anche un «banderillero», che mal pose le banderille e scivolò sotto le zampe dell'animale infuriato.Quando suonò lo squillo di morte. Gallo s'avanzò verso Bombita e gli dedicò il toro.L'uno di fronte all'altro, magnanimi entrambi, entrambi a capo nudo, con altera cavalleria que' due maestri di spada si strinsero la mano.Erano, l'uno il più compiuto, l'altro il più avveduto, fra gli «espadas» di primo cartello; rivali nell'arte, avversari fra loro come capi di opposte fazioni, ma cortesi l'uno all'altro secondo le regole degli antichi tornei.[pg!42] L'un d'essi, Riccardo Torres, abbandonava la lizza dopo avere per quattordici anni gloriosamente combattuto in tutte le «Plazas» di Spagna e d'oltremare, dato morte a migliaia di tori, sofferte innumerevoli ferite. L'altro era quel Gallo che sapeva congiungere ad una temerità qualchevolta pazzesca certi attimi d'incontestabile paura; quel Gallo che aveva addestrato il suo fratello diciassettenne, Gallo Chico, il prodigioso Joselito, che doveva nel mese appresso «prendere l'alternativa», ossia consacrarsi «espada», nella Plaza de Madrid.Davanti alla scuola di Gallo, davanti alla fama insuperabile del glorioso adolescente, doveva Bombita, l'eroe di ieri, cedere il campo: eran così due capitani di parte, due condottieri di fazione, due superbi e giurati avversari che lealmente si davano la mano.E la folla, questa eterna spettatrice, che ama i pugnali e le gualdrappe, la messa ed il libretto d'opera, questa vera femmina, innocente e crudelissima, per la quale ci si camuffa da istrioni e si diventa eroi, guardava con un grande silenzio, commossa fin nell'intimo dalle teatrali cerimonie di questa inorpellata cavalleria.Gallo combattè con il toro pezzato in maniera degna del suo glorioso avversario; lo mise a morte con due spade, poi venne a rendere la sua vittoria nelle mani dell'impassibile Bombita.Davanti a queste grandezze un po' coreografiche, la folla proruppe in tumultuose ovazioni.Madlen Green, fino allora silenziosa, non seppe tuttavia sottrarsi al fascino di quella teatralità, mentre invece Lord Pepe, infervorato nel discutere con quelle certe sue conoscenze, mandava gesticolando un gran [pg!43] mucchio d'improperi, non saprei dire se all'indirizzo di Gallo o di Bombita, come non giunsi a bene intendere qual fosse l'origine del suo declamatorio furore.Lì, nel gruppo dov'egli stava, eran due giovani donne spagnole, vestite ugualmente, ugualmente oppresse da un orribile cappellone di paglia, con il polso carico di braccialetti rumorosi e che portavan agli orecchi, ciascuna, due larghi e pesanti cerchi d'oro.Accalorate, piene di brio, con movimenti repentini ed angolosi, tra bufere di parole pronunziate con incredibile celerità, chiudevano, aprivano i ventagli di trina, talvolta li battevano sul braccio dell'interlocutore; le lor mani dorate dal sole avevan l'unghie un po' scure, la nervatura sottile e mobilissima.Noi, sottovoce, parlavamo di loro; di queste bellissime donne spagnole, un po' insolenti, un po' indolenti, con certe mosse da ballerine gitane, avvezze a fasciarsi nelle grandi mantiglie, a inginocchiarsi nelle buie chiese, a parlare con una voce vibrante, a incipriarsi con una cipria molto fina. Son donne solite a lasciarsi amare da uomini di cui hanno paura; nelle case vestono dimesse, in istrada cercano di apparire; davanti alle Madonne si fanno il segno della croce; ricamano adagio, parlano in fretta, e sanno pochissime cose. Hanno capelli molto lucenti, labbra vive, calde, un po' carnose; nei lor occhi pieni di gelosia ride il sole. Amano i profumi forti, i colori vivaci, gli uomini prepotenti, le canzoni d'amore; dicono malignità ridendo sottovoce; oziano e ciarlano da mattino a sera; molto volentieri stanno alla finestra, e diventano súbito irrequiete quando passa per istrada un mandolino.Forse non potranno mai comprendere l'anima d'una donna del Nord...[pg!44] Io le dicevo tali cose a bassa voce, in modo ch'ella sola potesse intendere. Questa maniera di parlarle faceva nascere tra noi una specie di complicità innocente, un primo, sottile, inesprimibile desiderio d'amore.Su le sue lunghe ginocchia, raccolte presso le mie, si distendeva, come una sottile striscia di broccato, un raggio di sole.Usciva in quel mentre l'ultimo toro della giornata, l'ultimo che avrebbe morte per mano di Bombita nella Plaza di San Sebastiano.Era un quadrato animale, corto e ruvido, con la cotenna irsuta come la crescente criniera d'un lioncello.Compiutosi di nuovo un grande cerimoniale, ricominciò il torneo di cappa e di lancia, ove il toro diede prova di furibondo valore. Poi si presentarono, a banderillare insieme in questa corrida, Gallo ed il medesimo Bombita.In una gara insuperabile di maestrìa ne piantaron all'esatto segno due paia di corto manico per ciascuno.Quando infine Bombita impugnò la diritta spada e la «muleta» fiammeggiante per dar morte all'ultimo suo toro, una spettacolosa ovazione sollevò l'anfiteatro.Ma di nuovo la sorte gli fu singolarmente avversa. Fosse colpa della sua manìa d'eccellere o fosse difetto nella guisa di combattere del toro, Bombita mancò la prima volta quel suo colpo di spada, che, se fosse stato mortale, mi avrebbe fatto assistere senza dubbio [pg!45] al più grande spettacolo di delirio popolare, al più caratteristico esempio di trionfo circense del quale mai potessi conservare la memoria.Invece due spade furon vane; la terza, con prolungati rantoli, spense l'animale inginocchiato in una pozza di sangue.E mentre le gradinate si sfollavano con lentezza, io vidi portar su gli ómeri dalla ragazzaglia che invase l'emiciclo un uomo irritato e restìo, che forse in quel pallido giorno di commiato rivedeva la sua prima levata su gli ómeri nell'Arena di Siviglia, la prima burrasca d'applausi che innalzò fino al rumore della gloria, fino a quest'ora di perduto apogeo il suo nome ignoto...————[image]Nello scendere per le scale dell'anfiteatro Lord Pepe s'imbattè in una comitiva di suoi parenti, che gli furono addosso da ogni lato e lo tennero prigioniero, avvolgendolo in un furioso cicaleccio, in un turbine di parole che più non finiva.Quella brutta ricca gente colore della provincia possedeva una villa nei dintorni di Zaraùz. Quando il calabrone cápita nell'alveare certo non leva tanto scompiglio quanto ne mise Lord Pepe capitando fra quel nugolo di cugine.Una lo tirava per la manica, l'altra gli passava sotto il braccio le sue lunghe magre dita, use ad intingersi [pg!46] nell'acquasantiera; e tutte quante insieme volevano condurlo a Zaraùz. Si dava un piccolo ricevimento, quella sera, nei giardini di Zaraùz. Gli offrirebbero il tè profumato col fiore d'arancio di Zaraùz.Adelaida, la cugina milionaria, svenevolmente lo guardava con i suoi occhi di casta Susanna. Ella era, o doveva essere, colei nella quale farebbe naufragio questo bel seduttore.Che malinconia, povero Lord Pepe!...Ma il figlio del banchiere a Londra pensò terribilmente ai milioni della vecchia zia, doña Isabel. Non seppe resistere. Guardò noi con occhi smarriti, mentre in cuor suo malediceva il tè profumato all'arancio che gli offrirebbero nei giardini di Zaraùz.Ma doña Isabel da tre anni era inchiodata in una monumentale poltrona, con un rosario per braccio, due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione. Di là, col suo confessore, governava un feudo immenso. Nel suo vecchio cuore di donna rapace e devotissima non aveva che una sola debolezza: l'amore per l'unico maschio degli Higuera, Lord Pepe.Gli avrebbe lasciato il feudo—pena: il matrimonio con Adelaida.Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un vero baronetto inglese, per finir sposo legittimo della provinciale di Zaraùz, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen, per slacciare poi, la sera delle nozze, in una camera fredda, presso un tálamo in cui già scricchiolava il peso della fedeltà, le dure balene di un busto quasi verticale!... Avere quaranta [pg!47] soprabiti, trecento cravatte ben assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all'ombra d'una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere dell'età, comincerebbero a spuntare i baffi... Oh, che il cielo vi scampi. Lord Pepe, dalle insidie dei giardini di Zaraùz!...Tuttavia non seppe liberarsi da quelle premure; disse a noi che verso le nove e mezzo, non più tardi, sarebbe tornato al Maria Cristina, e frattanto ci lasciava l'automobile per salire a Monte Igueldo.Essi erano venuti sul carro a banchi, attaccato con le mule trottatrici. Mule bionde, con sonagliere, che trottano a schiocco di frusta, nel sole, senza levar polvere, con le orecchie diritte, il collo teso, la schiena ossuta percorsa da una lunga striscia nera.Sì, Lord Pepe, andremo a bere il tè su la terrazza di Monte Igueldo; e penseremo a doña Isabel, inchiodata nella poltrona monumentale, con un Rosario per braccio, le due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione...Come Dio volle giunsi a rintracciare l'automobile di Lord Pepe tra l'immensa confusione di veicoli d'ogni sorta e le continue fiumane di gente che invadevano il piazzale dell'anfiteatro. Poi, con estrema lentezza, dovemmo compiere tutta la discesa di Monte Ulìa, sul quale sorgono le Arene di San Sebastiano.Brillavan sotto i nostri occhi le aquile d'oro del ponte di Santa Catalina, ultima barriera verso l'oceano del grigio lento fiume Urumea. Di là, fra i curvi promontori, si sciorinava la città regale, messa più volte a [pg!48] sacco, incendiata, smantellata, or dall'incendio risorta con bianchissimi edifici e larghe strade scintillanti, adagiata lungo la maravigliosa baia della Concha, dalle arene morbide come velluto. Monte Urgull e Monte Igueldo chiudevano, su le opposte rive, l'insenatura del golfo; nel mezzo era l'isola di Santa Clara, ove, in quell'ora calma, tornavano dal tremolante oceano le vele dei pescatori.Ed ecco, in una sera di Settembre, volando per la Concha lungo il mare, sotto i giardini reali dell'alto Castello di Miramar, imprigionato in quel cofano di cristallo a fianco d'una donna forestiera, io sentivo di andare incontro al pericolo d'una grande poesia.E nel guardarla pensavo:—«Questo è forse l'amore.»Pensavo:—«Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più inebbriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di conoscerne l'agonìa:—questo è forse l'amore. Portare con sè un rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti della vita portando in sè un desiderio giovine, non ancora disperso in polvere, pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva essere e che non fu:—questo è forse l'amore. Udire lontano, confusamente, nelle distanze dell'anima, una musica lenta che si trascina come nell'aria un velo, e credere che là indietro, in quella musica del nostro cuore disperso, in quel colore d'aria distante v'era forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d'aurora l'amante nuova che s'incontrerà nei miracoli della strada più lontana:—questo, questo è veramente l'amore.I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.[pg!49] I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa, tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il pesante suggello d'ombra sotto il chiarore de' suoi occhi dorati; ma questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più tormentata.In un vasetto d'argento, fra l'orologio ed il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo s'era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d'orso nero.Avrei voluto dirle una parola d'amore, qualche bella parola d'amore, che inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze. Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d'essere un'amante. Pensavo a quelli che l'avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel respiro della sua viva bocca.Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d'inerte, una specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, [pg!50] non era più lei: spariva dalla sua immagine bella un po' di sogno, finiva, quasi cancellata, una specie di maravigliosità.Ed allora parlammo.Era stanca, le dolevan un po' le reni... Oh, quelle gradinate incomode, il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co' suoi terrazzi pieni di sole.Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza nera, così fina, percorsa da riflessi d'argento, mi faceva indovinare tra la balza il principio della sua nudità.Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne' miei occhi d'errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno, l'azzurra ombra d'una sera d'estate su la bella Concha, davanti al sole che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.Voi che avete una casa, ed amate la vostra casa, nè per voi c'è fiamma che vi scaldi lontano e fuori dalla casa, forse non potrete mai comprendere quest'anima bella del navigatore, che da noi si alza come polvere nelle distanze della strada che passò.Mi piaceva; era funestamente bella; da lei cominciava [pg!51] la sera, brillava il sole, odoravano i fiori, mandava un tremito nello spazio la bianca terra di Guipuzcoa.E nel guardarla pensavo:—Questo è forse l'amore.La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza, e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando cantava il maestrale...Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò; un albergo le diede; una strada buia.Erano molte. Fra molte rimase una.Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera e come la primavera passò.Forse un po' di sogno, la sera, affacciati ad una bella veranda. Chissà, forse una canzone, distante, fra gli alberi, che se ne va... Il buon odore de' suoi gonfi capelli pesava, opprimeva, cadeva, come cade nelle sere d'estate il caldo pólline dei gelsomini. E parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di paura, come una buona sorella...E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era?... Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò.Sul vostro guanciale disciolse per qualche notte la sua [pg!52] treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...Poi, una sera, d'un tratto, pallida e quasi con paura, vi disse nel bacio più tremante:—«Domani vado via.»La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua fina vestaglia di seta.Chi era?... Forse nessuno; il colore della terra d'esilio, la musica dell'amore che passò; nulla, una striscia di fumo, la cenere d'una fiammata che morì... e troverete ancora di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...Aveva la infinita bellezza di appartenere ad una patria lontana, di giungere da un mondo impreciso, di avervi abbandonato con una lacrima, di avervi scritto con un fiore... Passando, in un giorno d'esilio, vi diede con vero profumo tutto il bene che poteva dare di sè: la sua bocca limpida e rossa, le sue treccie pesanti che si sciolsero in una notte di stupenda follìa;—e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' di anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...

Madlen non diceva parola nè dava segno di turbamento alcuno. Seduta vicino a me, vicino a Lord Pepe, con un gomito poggiato su le ginocchia sovrapposte, guardava nell'Arena, quasi distrattamente, osservando lo sgombero delle stecchite carogne, che due mule grige, [pg!26] con sonagli e pennacchi, trascinavano fuori di galoppo. Era leggermente pallida, e stavano fermi, fermi sino all'immobilità i suoi grandi occhi lionati, che variavano sotto il color del sole come due magnifici scarabei. La caviglia del suo leggero piede quasi mi toccava uno stinco; la calza fina, d'un nero d'argento, non formava su quel fuso perfetto la più piccola grinza.

Frattanto, al galoppo di due squallidi ronzini, che a spruzzi perdevano sangue dalle recenti ferite, i «picadores» compivan nuovamente il giro dell'Arena, poi si fermavano, con le groppe dei cavalli contro lo steccato, ad una trentina di metri dall'ingresso del «toril». Spalancatosi questo al segnale delle trombe, un nero animale formidabile vi si affacciò con impeto, fece tre balzi e di botto si fermò, come se lo splendore del giorno l'avesse accecato. Chiuso da molte ore nel buio del «toril», assillato con uncini pungenti, la sua bestiale furia si abbacinava davanti allo spettacolo di quella gente infinita. Poi volse in giro i suoi terribili occhi, vide i cavalli dei «picadores» e con una galoppata che parve un volo, quasi ruggendo, si avventò nell'Arena. Tra un nugolo di polvere sollevata precipitò nel mezzo del recinto, e di colpo ristette. Lo accerchiavano i «capeadores», sventolando larghi mantelli, provocando con astuzia il possente animale, poi da ogni parte fuggendo a gambe levate. Il toro si mise a rincorrerne alcuni, ma essi agilmente saltavano la barriera. La bestia infuriata menava cozzi terribili contro il solido recinto, e più volte infisse le corna per almen due póllici nel legno della palizzata. Poi si volse, vide a poca distanza il tremante cavallo d'uno dei «picadores», con l'omaccio in sella, pronto e curvo su la sua lunga [pg!27] pica. La gamba sinistra del cavaliere aveva una solida corazzatura; bendato era l'occhio sinistro del cavallo; un orribile palafreniere, in giubba rossa e calzoni di tela greggia, stava dietro il cavallo con un lungo randello, per tempestarlo di colpi se questo piegava sui garretti o per costringerlo a sostenere la cornata se atterrito retrocedeva.

Il toro vi andò contro con tanta forza, che, nonostante il colpo di lancia infittogli nella groppa, uno de' suoi corni sparì nel ventre del ronzino, l'altro gli squarciò la spalla, e tutto fu sollevato in aria di peso, uomo e cavallo, poi rovesciato contro la barriera, schiacciato, calpesto, mentre il toro non riusciva più a districare le corna dalla orrenda ferita e scoteva rabbiosamente la cervice, cavando sterco e viscere dall'addome dilaniato.

Quando infine lo squarcio fu così vasto che il toro potè strapparne le corna divenute orribilmente rosse, tosto i «capeadores», agitando mantelli, riuscirono ad allontanarlo dal cavaliere disarcionato.

Allora, nel buttarsi dappertutto alla cieca, il toro improvvisamente vide contro l'opposta barriera il cavallo dell'altro «picador», che invano i servi di stalla, bastonando come anime dannate, cercavano di mettere in buona positura per il colpo di lancia.

Fissarlo, balzare, investirlo, fu questione di pochi attimi. Lo colse in pieno, da tergo, affondando la cornata frammezzo alle due nátiche. Parve di vedere la squallida bestia spaccarsi nel mezzo, con un'enorme fenditura per tutto l'addome, dalla quale cadevan orrendamente le viscere sgomitolate. Una sua zampa floscia pendeva, rotta nell'articolazione. Il labbro violastro, sollevato [pg!28] su la dentatura gialla, esprimeva un dolore straziante, un'agonia piena di terrore, sotto la tragica maschera di quell'occhio bendato.

Sconciamente ruzzolarono, uomo e cavallo. I mantellieri accorsero, accerchiando il toro con uno sventolìo di cappe, mentr'esso già stava ponendo le zampe sul dosso del «picador», ch'era stramazzato vicino al cavallo. Incapace di rialzarsi, per il fasciame della corazzatura che gli stringeva un ginocchio, l'inerme «picador» non aveva ormai che una sola difesa: quella di rotolarsi a terra, con le braccia stecchite lungo i fianchi, cercando un rifugio sotto il ventre stesso dell'infuriato animale o tentando d'incastrarsi fra la barriera e la carcassa del cavallo agonizzante.

Qualche piccolo grido ruppe qua e là, tra il pavido silenzio della moltitudine.

Fu allora che si vide Bombita leggermente balzare tra il furioso vortice di mantelli che non riuscivano a distogliere il toro, gettargli proprio su gli occhi la sua cappa disciolta, sì che il toro v'inciampava, e con mille astuzie rapidissime, agili, pericolose, trarselo dietro sorridendo, raccogliendo nella fallace cappa le sue furibonde cornate, finchè, nel mezzo dell'Arena, battendo il piede imperiosamente, l'espada lo fermò.

Un grido fantastico e grande sollevò l'anfiteatro. Più nessuno si curava del «picador» scavalcato, che del resto avevan già rimesso in piedi e pareva non avesse importanti ferite. Solamente si vedeva una leggera striscia di sangue scorrergli giù dal polso e gocciolare dall'ápice delle sue dita.

Il servo di stalla, con un colpo di stiletto, liberò lo squarciato ronzino dalla sua straziante agonia.

[pg!29] Era stato un cavallo, un povero animale indifeso ed utile fino all'ultimo giorno della sua vita; ma ora, in quello stato miserando, non valeva più che il peso della sua carne dilaniata, il prezzo della sua pelle troppe volte ricucita. Ucciderlo era dunque l'ultimo vantaggio che si potesse ancor trarre dalla sua frusta affamata carcassa; di lui, come vivo, nessuno darebbe una peseta; aveva dunque finito logicamente di servire l'uomo.

Il suo muso giallo, intriso di bava e di polvere, pareva con un riso tragico ringraziare gli uomini della pietà finale che avevano avuta di lui.

E dire che il Pretore Urbano amministra tutti i giorni la Giustizia, fra due libroni che rappresentano la Legge, in questa oscena e miserabile commedia che si chiama la vita...

Quel toro fu prodigioso: quattro cavalli uccise, altri due ne mandò via scuciti come tabarri da mendicante.

Infine le trombe suonarono «la suerte de banderillear». Gli furon messe due paia di «banderille», ma piuttosto male, perchè il toro correndo scuoteva la testa, onde riusciva pressochè impossibile collocare i pungiglioni come l'arte classica del torneo prescrive, una per parte, a qualche pollice dalla nuca. Il toro, messo in furore da quegli aculei pungentissimi, si avventava di qua, di là, cozzando a vuoto nei mantelli, stramazzando su le ginocchia e talora fermandosi deluso nel mezzo dell'Arena, con la fauce spalancata, la lingua pendente, bavosa e nera di convulsione, gonfia di dolore, con orrendi muggiti.

Le trombe allora suonarono la messa a morte. Bombita, [pg!30] col suo drappo di porpora e la bellissima spada serrata nel pugno invincibile, si presentò con brio davanti al pulvinare, si scoverse il capo, tese in alto il braccio e brindò il toro ad una persona che non vidi nè potei scoprire chi fosse, ma certo un alto dignitario, forse il presidente medesimo delle corride, oppure una famosa bella donna. E pronunziò le parole di rito, con le quali si vota in olocausto il proprio sangue pur di compiere il sacrifizio del toro.

Con una mossa elegante lanciò verso il pubblico il suo piccolo tricorno, insegna e nobiltà del torero, poi, con le labbra un po' serrate, il celebre scannatore s'avanzò di fronte all'avversario, verso il mezzo dell'Arena.

Egli non aveva paura del toro:—questo era evidente, poichè da oltre quindici anni, e senza retrocedere d'un passo, ne aveva messi a morte un gran numero di migliaia. Ma invece aveva paura della moltitudine, la fiera più temibile che sia nella creazione, la tiranna delirante, implacabile, che consacra e sconsacra gli eroi.

Certo in quel momento egli aveva paura della propria fama e paventava l'idolatria di quella immensa gente, davanti alla quale non gli sarebbe stato mai lecito dare una botta ingenerosa o fare un passo indietro. Poi sentiva nell'anfiteatro la presenza di molti suoi avversari, fra quelli che lo davano per vecchio ed intimidito, mentre sorgevano gli astri nuovi dei prodigiosi adolescenti Belmonte e Gallito Chico.

Nella terra di Spagna si professa il proprio espada come altrove una fede politica; ognuno pensa che il bene uccidere dia fortezza di bene morire; le donne amano i maestri di spada e il popolo canta chi meglio colpì.

[pg!31] Accerrime fazioni custudiscono la rossa gloria dei più intrepidi, e battezzato col sangue dei tori da combattimento esce dai selvaggi anfiteatri l'eroe nazionale. Poi dappertutto si trovano a decine que' certi «laudatores temporis acti», che a nessuno più, dopo Guerrita e Fuentes, vollero si attribuisse la gloria della vera tauromachìa. Ed inoltre, il pubblico di tutte le Arene spagnole, in ciò davvero cavalleresco, pretende verso il toro la più assoluta e generosa lealtà: oltre che uccidere, bisogna dare la bella morte, bisogna colpire diritto e senza inganno, poichè, se i cavalli son materasse da cornate, non si ammettono invece per il toro le strazianti agonie.

Fossero i nemici alle porte della capitale, un bel colpo di spada, confitto sino all'elsa nella dura cervice, un colpo dirittamente piantato nel mezzo del cuore e che in pochi attimi tragga di vita l'animale, basterebbe a mandare in delirio questo popolo circense, che perpetua con sè nel mondo l'anima del cavaliere Don Chisciotte.

Nello sfacelo di una immensa grandezza, due sole cose rimangono per la Spagna inesorabilmente sacre: il Crocifisso e la spada.

Così non v'è fama che basti ad impedire il pubblico dileggio, quando colui dal quale ci si attende una giostra da Paladino di Francia combatta per disavventura con lo sgraziato procedere di un domatore da serraglio. Questo pubblico, il quale fa tanti sacrifizi per recarsi ogni giorno di corse alla «Plaza de toros», non dimentica il prezzo elevato che si vuole dagli impresari anche per un'umile «tendido de sol», nè scorda le sei o settemila pesetas che un buon espada si guadagna [pg!32] giornalmente per uccidere due quadrati maschi de' più famosi allevamenti. Sicchè il presentarsi davanti al toro è sempre un gioco a prezzo di vita, non tanto per le sue corna crudelissime quanto per lo spettacolo che convien dare di sè.

Parecchi anni addietro avevo già veduto Bombita combattere nelle Plazas di Siviglia e di Madrid; ora, nel rivederlo, già più non mi pareva il medesimo. Su quest'uomo impavido era passato il trionfo; l'applauso lo aveva logorato come logora il fuoco delle bevande troppo forti. Mi diede l'impressione d'un uomo il quale ormai si sentisse impari alla propria grandezza e tuttavia non potesse far a meno del delirio popolare, dell'ovazione frenetica, del suo nome gridato al cielo, quando la fiera vinta s'inginocchiava nel rantolo dell'agonìa.

Asciutto, smilzo, pallido, nel costume damaschinato che lo serrava come un guanto, le calze candide, le sottili scarpe da ballerino, il fazzoletto di seta che gli usciva dal taschino del bolero, consapevole in ogni gesto, in ogni mossa, d'una eroica memoria di sè, grazioso, agile, attento, era sì quel Riccardo Torres che vidi, per così dire, ballare il minuetto coi terribili tori di Veragua e di Miura; ma in lui si vedeva ora, sotto la pelle arida e rasa, tutto il fascio dei muscoli tendersi con nervosità, e negli occhi fermissimi, sotto il cranio ben pettinato, la paura, sì, la paura della propria gloria, confitta nella sua temerità come un terribile chiodo.

Là intorno, fra quelle ventimila persone che gremivano l'anfiteatro, così curvate verso di lui, così protese a vigilarlo, ch'egli forse ne sentiva battere contro il suo polso le tumultuose vene, là in mezzo, tra quella bianca voragine di facce umane, v'eran le donne che gli avevano [pg!33] mandato lettere d'amore, gli uomini che lo avevano portato su le spalle nei giorni di trionfo, i bimbi che giocavano al toro chiamandosi Bombita, v'eran gli emuli ed i nemici, v'era infine la storia che lo guardava.

La sua fatica era quella di scordarsene, di non considerare quegli spalti gremiti se non come uno sfondo necessario e lontano, quasi come una specie di formicolante velario, che per lui tornerebbe ad essere umanità quando le fanfare inneggiassero alla ben data morte.

Ma non poteva; era evidente che non poteva. Un piccolo spasimo, d'ira o di nervosità, contraeva la sua faccia smorta.

Ed allora mi piacque osservar quest'uomo, che aveva contro sè, non le corna rosse dell'animale insanguinato, ma il potere, la tirannìa, la febbre di ventimila uomini che lo volevano applaudire. Mi piacque l'istante magnifico nel quale dimenticò e si vinse.

Fermo, il toro lo guardava. Col fiocco della coda, simile ad un lungo scudiscio, si batteva minaccioso i fianchi ansanti. Teneva il muso basso, con le narici dilatate, quasi volesse fiutare l'espada e misurare l'attimo della terribile cornata. Non era tra loro più spazio che quello d'un braccio teso, d'una lama diritta.

Bombita battè col piede la terra, quasi per chiamarlo a sè, poi, con baldanza, come si srotola una bandiera, sciolse la sua «muleta» fiammeggiante. Stavano soli, di fronte: l'uomo, sottile come un serpente, il toro, quadrato e sinistro nella sua poderosa immobilità.

E pareva che l'uomo gli dicesse:—«Chinati e guarda. Vedi questo specchio rosso? Ha il colore del mio sangue. Uccidimi, se puoi!»

[pg!34] E come se lo specchio rosso l'avesse in verità abbacinato, ecco, d'improvviso, con una furia belluina, il toro si avventò. Ma l'uomo non fece che sollevare il suo piccolo drappo rosso, inflettere un fianco, ed il lembo del panno strisciò leggermente su la fronte ricciuta dell'assalitore.

Inginocchiatosi nella vanità dell'urto, l'animale battè il muso nella polvere; si volse, irruppe contro l'espada, il quale, per schivarlo, non fece altro che piegare leggermente fino a terra il ginocchio sinistro.

Poi fu tutta una danza serpentina, circoscritta nel raggio di pochi metri, l'uomo fra le corna del toro, di qua, di là, da tergo, di fianco, di fronte,—fantastica ridda e maravigliosa: il toro con tutta la sua forza, l'uomo con tutta la sua temerità.

Poi gli mise una mano su la fronte, quasi per dirgli:—Férmati!—e il toro, esausto, si fermò.

La folla, da tutte le gradinate, proruppe in un applauso delirante.

L'uomo, il piccolo uomo arcato e snello, sorrideva stringendo le sue labbra sottili. Poi di nuovo, palleggiando la sua «muleta», si mise a correre di qua, di là, trascinandosi appresso il toro; e correva con quel movimento ritmico, tortuoso, al quale si abbandonano i pattinatori nell'eseguire un «balancé».

Veramente pareva questa una danza leggera e folle su l'orlo di un pericolo vertiginoso; finchè, dopo mille giri, di colpo l'espada si fermò. E senza nemmeno volgere il capo, sollevate ambo le braccia, inquartato il fianco, distaccato il piede, lasciò che le corna formidabili sfiorassero la sua giubba luccicante.

Ancora una volta, per pochi millimetri, la morte gli era passata vicino, l'espada ne rideva.

[pg!35] —¡Hombre!—fece Lord Pepe,—que fino!

Madlen ansava leggermente; ma si mise a ridere.

Adesso ancora stavano di fronte, la bestia e l'uomo, proprio davanti a noi. Tre volte l'animale, fermo su gli appiombi, chinò la testa, e tre volte Bombita, appoggiando l'elsa della spada fra la bocca e il mento, prese la mira. Ma invano; poichè l'indocile bestia ogni volta gli rompeva contro, sferrando cornate. Allora bisognava ch'egli ricominciasse a giuocar di mantello, a rigirarlo, di qua, di là, per fargli abbassare la testa e poter riprendere la mira.

Nell'atmosfera dove tanta folla respirava si fece un silenzio trepido e grande, mentre i fotografi correvan nel corridoio circolare lungo la palizzata per tramandare ai posteri uno fra que' mille colpi di spada che resero celebre il taurómaco Bombita.

L'arte insegna due mezzi per uccidere: o da piè fermo, aspettando l'animale che nel balzo da sè medesimo s'inferra; o correndogli addosso, evitandone la cornata e piantandogli per il mezzo della nuca la spada nel cuore. Il primo de' due colpi—«matar recibiendo»—è quanto mai pericoloso nè si può praticare se non di fronte ad alcuni tori che usino combattere in modo assai regolare. Ma, comunque si uccida, una sola spada è ben raro che basti. Così le folle gridano d'entusiasmo quando la prima stoccata spegne istantaneamente la bestia inferocita.

Ora Bombita, scelto l'attimo che gli parve opportuno, fece due passi avanti, spinse tra le corna lo stocco, diede il colpo, l'abbandonò. Ma il toro ingannevole s'era di súbito raddrizzato; la spada non penetrò che di alcuni póllici, e scossa via dall'animale infuriato cadde, rimbalzò nella polvere.

[pg!36] Bombita si guardò la mano. Si guardò la mano, come se il corno l'avesse punto. No: aveva perduta l'ovazione.

Un grave silenzio, poi qualche fischio, qualche lazzo. I suoi labbri si serrarono ancor più; e ricomparve nella sua faccia arida, ne' suoi lineamenti contratti, «la paura».

Da capo mantiglie, passi, giri, scambi, ronde.

Il colpo di stocco aveva tuttavia lacerata la cotenna del toro, già purpurea per lo strazio de' molti aculei, ed ora ne sgorgava sangue a fiotti, che pullulava nero e grumoso, macchiando la terra.

L'animale caparbio non voleva abbassare la fronte, anzi non faceva che scuotere il capo con un muggito lamentoso, torcere il collo, aprire le fauci, quasi tentasse di leccarsi con la nera lingua le ferite.

Allora, velocemente, Bombita prese la mira, scattò, colpì.

Questa volta la spada rimase confitta, ma solo a mezza lama, e nei sobbalzi del toro l'elsa tentennava.

Un mormorio di protesta salì, serpeggiò, corse per tutte le gradinate; dalla irrequieta folla partivano acuti sibili; taluno incominciò per dileggio a battere mazzi di chiavi dentro latte di petrolio.

I mantellieri frattanto cercavano di far girare il toro, perchè la spada mal confitta inasprisse la ferita ed il capogiro spegnesse più celermente la sua tenace vita. Ma il toro non cadde nemmeno a ginocchi, anzi, con una impetuosa falcata, corse addosso agli uomini. Tre di questi si appesero alla barriera; il pubblico, indignato, ruppe in assordanti fischi.

Bombita, nervosamente, afferrò la terza spada.

[pg!37] Sciorinando la sua «muleta» in guisa da ravvolgere come in un laccio l'elsa tentennante, riuscì a divellere quel ferro che non aveva ucciso. Poi si mise con rabbia davanti alla bestia ferita, mirò pochi secondi, scagliò diritto e fulmineo il suo terzo colpo di spada.

Il toro gli spruzzò di sangue la mano ed il viso. Bombita, lentamente, si avvicinò all'avversario.

Questa volta il colpo era stato profondo, giusto, mortale.

Cominciò la enorme bestia a dare indietro, con certi orribili singhiozzi agónici che gli empivano la bocca d'un vomito rosso; poi, di schianto, cadde su le ginocchia, soffiò nella polvere, tentò invano di risollevarsi, rotolò boccheggiante.

Le trombe, con alti squilli, salutarono la vittoria dell'espada.

Volentieri gli furon perdonate dal pubblico le due lame che non avevan ucciso. Quel fantastico padiglione di migliaia d'uomini si piegò verso la lizza come un corpo solo. L'aria fremeva d'applausi, nereggiava di cappelli e di berretti lanciati come ventole a piè dell'espada. Tre pariglie di mule impennecchiate entravano a schiocco di frusta galoppando nell'Arena, per trascinar via le carogne del toro e dei cavalli, che sparivan torcendo verso il pubblico i loro musi convulsi dall'orribile agonìa.

Fermo davanti al pretorio, la mano la cappa e la spada su l'agile fianco, due passi oltre la schiera de' suoi uomini di mantello e di pica, Riccardo Torres—Bombita—innalzava il trofeo della vittoria: l'orecchia recisa del toro.

Tutta quanta la moltitudine stava protesa verso quell'uomo [pg!38] pallido, ed il clamore dionisiaco della folla in delirio s'attorcigliava intorno alla sua gagliarda flessibilità, come se il pugno fermo dell'uccisore sollevasse dinanzi a tutto il popolo una gloriosa bandiera.

Forse non v'è cosa che meglio d'uno spettacolo sanguinario confini e si confonda con il principio della voluttà. Credo fermamente che l'amore del Circo, tanto fervido in Roma e non estinto ancora nella Spagna d'oggidì, abbia la sua profonda radice nella sessualità feroce delle moltitudini.

Sempre fui curioso degli uomini, curioso di tutto ciò che all'uomo rimane del suo carattere primitivo. Come tale, non mancai di riconoscere in tutte le cose vive la loro tendenza pressochè unica verso la voluttà generatrice.

La grande ansia del far nascere affaccia volentieri l'uomo verso lo spettacolo della vita che muore. Il sangue rosso e caldo sveglia naturalmente nelle sue vene l'ebbrezza del poter dare la vita. È universale nel mondo una immensa e divina lussuria;—per questo la vita mi piace. Mi piace anche nei giorni di tristezza, e quando è brulla, e quando è vuota, e quando, nell'inerzia di tutti i miei spiriti, sento sul mio cuore un po' freddo la gioia degli altri passare.

Così, camminando per queste libere strade, ove incontro fiori che mi profumano e pensieri che in me nascendo allietano il mio nascosto iddio, sento fra tutte le cose, fra tutti gli esseri viventi, e ne' meandri stessi della materia unica fluire questo impetuoso torrente di gioia, che solleva ogni umile vita e con ebbrezza la confonde nel miracolo della universale fecondità.

[pg!39] Ora, in quell'Arena gremita, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti quei nervi esasperati dal sangue. Allora solamente, e per la prima volta, compresi la comunione che può essere tra una efferata sofferenza ed un'angosciosa voluttà, sebbene si trattasse d'una comprensione puramente astratta, che scendeva in me senza quasi toccarmi, senza darmi altro che un senso di ottuso e confuso dolore.

Forse, invece, nei sensi della mia bella compagna forestiera accadeva precisamente il contrario; ella cioè pativa questo contagio senza nemmeno intenderne il fondamento, si lasciava possedere dalla tentazione con una specie di perversità involontaria.

Lentamente, sotto l'angoscia di quello spettacolo, i suoi occhi di color mutevole, come due magnifici scarabei, si erano fatti grandi e fermi, cerchiandosi fino al sommo delle palpebre d'una palpitazione di luce oscura. Nel suo volto scolorato rosseggiava più cruda la macchia del belletto, l'impronta bruna che allungava il termine de' sopraccigli; sotto le narici esigue la bocca fina e calda si accentuava come una sottile ferita. Guardarla e dover per forza pensare alle attitudini forti e strane che questa bellissima femmina assumerebbe nell'amore, guardarla e dover per forza misurare la profondità de' suoi nascosti peccati, guardarla e veder vivere tutto il congegno de' suoi nervi complessi, fini, esasperati, guardarla insomma e desiderarla, rappresentava in quel momento una cosa inevitabile.

Il suo corpo chinato in avanti mi nascondeva dagli occhi di Lord Pepe; un ricciolo de' suoi capelli vaporosi, [pg!40] aggrovigliandosi fuor dall'orlo della veletta sollevata, pareva le formasse contro la tempia una specie di lievissimo fiore biondo. E mi sembrava di amare, non lei, ma quel suo dolce abito così ben tagliato, quelle sue morbide stoffe così bene intessute; non lei ma il pizzo leggero che fioriva dalla sua camicetta di lino, ed i suoi guanti colore di cenere, d'una finissima pelle odorosa, e tutte quelle materie soffici, rare, delicate, perfette, ch'ella portava sopra di sè come l'involucro necessario della sua nudità perdutissima.

C'era nell'aria una vampa calda, una esagitazione voluttuosa, un acre odore di carne tormentata e ferita. Ella sentiva tutto ciò, e sentiva il mio desiderio vivere intorno alla sua bellezza come un respiro lento e caldo che avvolgesse la sua pelle incipriata. Ogni tanto, senza guardarmi, abbassava il capo e serrava gli angoli delle labbra con un sorriso pieno di femminile ironia.

Lord Pepe, ritto su la gradinata, si accalorava nel discutere con alcune sue conoscenze. Lord Pepe non era favorevole—credo—al trionfo di Bombita.

Ma frattanto era balzato fuori dal «toril» un bellissimo animale bianco e pezzato, che su l'erta fronte portava due robuste corna dalle punte quasi verticali. Fermo, si frustava le costole con la coda schioccante; volgeva intorno il collo possente con l'agilità d'un impetuoso polledro; guardava gli uomini ed i cavalli quasi per scegliere la sua preda.

Poi con salti e cornate irruppe nella polvere dell'Arena, strappò ai mantellieri una cappa, che trascinò via su le corna, rovesciò l'uno appresso l'altro i cavalli de' due «picadores» e subitamente uccise il terzo, che a randellate stavano spingendo nel recinto. In breve il [pg!41] suo bianco mantello portò su gli ómeri una larga fascia di sangue.

Piantatogli nella coppa un triplice mazzo di «banderillas», venne per dargli la morte un espada che più non rammento se fosse Gaona o Machaquito. Fu quegli che diede la miglior stoccata; ma il pubblico, sempre ingiusto, non gli concesse che un applauso distratto, poich'era venuto quel giorno per applaudire Bombita.

Il toro della quarta corsa era un animale basso e tarchiato, con le corna spaziose, che mal difendevano la sua vasta cervice. Il pubblico, a suon di fischi, cercò di protestare il toro, come inetto al combattimento. Ma Gallo, cui spettava l'onore della quarta corsa, interruppe le proteste, sollevando invece grandi applausi con tre o quattro «veronicas» davvero sorprendenti.

Di cavalli ne lasciò quel toro due morti e due pressochè dissanguati, calpestando anche un «banderillero», che mal pose le banderille e scivolò sotto le zampe dell'animale infuriato.

Quando suonò lo squillo di morte. Gallo s'avanzò verso Bombita e gli dedicò il toro.

L'uno di fronte all'altro, magnanimi entrambi, entrambi a capo nudo, con altera cavalleria que' due maestri di spada si strinsero la mano.

Erano, l'uno il più compiuto, l'altro il più avveduto, fra gli «espadas» di primo cartello; rivali nell'arte, avversari fra loro come capi di opposte fazioni, ma cortesi l'uno all'altro secondo le regole degli antichi tornei.

[pg!42] L'un d'essi, Riccardo Torres, abbandonava la lizza dopo avere per quattordici anni gloriosamente combattuto in tutte le «Plazas» di Spagna e d'oltremare, dato morte a migliaia di tori, sofferte innumerevoli ferite. L'altro era quel Gallo che sapeva congiungere ad una temerità qualchevolta pazzesca certi attimi d'incontestabile paura; quel Gallo che aveva addestrato il suo fratello diciassettenne, Gallo Chico, il prodigioso Joselito, che doveva nel mese appresso «prendere l'alternativa», ossia consacrarsi «espada», nella Plaza de Madrid.

Davanti alla scuola di Gallo, davanti alla fama insuperabile del glorioso adolescente, doveva Bombita, l'eroe di ieri, cedere il campo: eran così due capitani di parte, due condottieri di fazione, due superbi e giurati avversari che lealmente si davano la mano.

E la folla, questa eterna spettatrice, che ama i pugnali e le gualdrappe, la messa ed il libretto d'opera, questa vera femmina, innocente e crudelissima, per la quale ci si camuffa da istrioni e si diventa eroi, guardava con un grande silenzio, commossa fin nell'intimo dalle teatrali cerimonie di questa inorpellata cavalleria.

Gallo combattè con il toro pezzato in maniera degna del suo glorioso avversario; lo mise a morte con due spade, poi venne a rendere la sua vittoria nelle mani dell'impassibile Bombita.

Davanti a queste grandezze un po' coreografiche, la folla proruppe in tumultuose ovazioni.

Madlen Green, fino allora silenziosa, non seppe tuttavia sottrarsi al fascino di quella teatralità, mentre invece Lord Pepe, infervorato nel discutere con quelle certe sue conoscenze, mandava gesticolando un gran [pg!43] mucchio d'improperi, non saprei dire se all'indirizzo di Gallo o di Bombita, come non giunsi a bene intendere qual fosse l'origine del suo declamatorio furore.

Lì, nel gruppo dov'egli stava, eran due giovani donne spagnole, vestite ugualmente, ugualmente oppresse da un orribile cappellone di paglia, con il polso carico di braccialetti rumorosi e che portavan agli orecchi, ciascuna, due larghi e pesanti cerchi d'oro.

Accalorate, piene di brio, con movimenti repentini ed angolosi, tra bufere di parole pronunziate con incredibile celerità, chiudevano, aprivano i ventagli di trina, talvolta li battevano sul braccio dell'interlocutore; le lor mani dorate dal sole avevan l'unghie un po' scure, la nervatura sottile e mobilissima.

Noi, sottovoce, parlavamo di loro; di queste bellissime donne spagnole, un po' insolenti, un po' indolenti, con certe mosse da ballerine gitane, avvezze a fasciarsi nelle grandi mantiglie, a inginocchiarsi nelle buie chiese, a parlare con una voce vibrante, a incipriarsi con una cipria molto fina. Son donne solite a lasciarsi amare da uomini di cui hanno paura; nelle case vestono dimesse, in istrada cercano di apparire; davanti alle Madonne si fanno il segno della croce; ricamano adagio, parlano in fretta, e sanno pochissime cose. Hanno capelli molto lucenti, labbra vive, calde, un po' carnose; nei lor occhi pieni di gelosia ride il sole. Amano i profumi forti, i colori vivaci, gli uomini prepotenti, le canzoni d'amore; dicono malignità ridendo sottovoce; oziano e ciarlano da mattino a sera; molto volentieri stanno alla finestra, e diventano súbito irrequiete quando passa per istrada un mandolino.

Forse non potranno mai comprendere l'anima d'una donna del Nord...

[pg!44] Io le dicevo tali cose a bassa voce, in modo ch'ella sola potesse intendere. Questa maniera di parlarle faceva nascere tra noi una specie di complicità innocente, un primo, sottile, inesprimibile desiderio d'amore.

Su le sue lunghe ginocchia, raccolte presso le mie, si distendeva, come una sottile striscia di broccato, un raggio di sole.

Usciva in quel mentre l'ultimo toro della giornata, l'ultimo che avrebbe morte per mano di Bombita nella Plaza di San Sebastiano.

Era un quadrato animale, corto e ruvido, con la cotenna irsuta come la crescente criniera d'un lioncello.

Compiutosi di nuovo un grande cerimoniale, ricominciò il torneo di cappa e di lancia, ove il toro diede prova di furibondo valore. Poi si presentarono, a banderillare insieme in questa corrida, Gallo ed il medesimo Bombita.

In una gara insuperabile di maestrìa ne piantaron all'esatto segno due paia di corto manico per ciascuno.

Quando infine Bombita impugnò la diritta spada e la «muleta» fiammeggiante per dar morte all'ultimo suo toro, una spettacolosa ovazione sollevò l'anfiteatro.

Ma di nuovo la sorte gli fu singolarmente avversa. Fosse colpa della sua manìa d'eccellere o fosse difetto nella guisa di combattere del toro, Bombita mancò la prima volta quel suo colpo di spada, che, se fosse stato mortale, mi avrebbe fatto assistere senza dubbio [pg!45] al più grande spettacolo di delirio popolare, al più caratteristico esempio di trionfo circense del quale mai potessi conservare la memoria.

Invece due spade furon vane; la terza, con prolungati rantoli, spense l'animale inginocchiato in una pozza di sangue.

E mentre le gradinate si sfollavano con lentezza, io vidi portar su gli ómeri dalla ragazzaglia che invase l'emiciclo un uomo irritato e restìo, che forse in quel pallido giorno di commiato rivedeva la sua prima levata su gli ómeri nell'Arena di Siviglia, la prima burrasca d'applausi che innalzò fino al rumore della gloria, fino a quest'ora di perduto apogeo il suo nome ignoto...

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Nello scendere per le scale dell'anfiteatro Lord Pepe s'imbattè in una comitiva di suoi parenti, che gli furono addosso da ogni lato e lo tennero prigioniero, avvolgendolo in un furioso cicaleccio, in un turbine di parole che più non finiva.

Quella brutta ricca gente colore della provincia possedeva una villa nei dintorni di Zaraùz. Quando il calabrone cápita nell'alveare certo non leva tanto scompiglio quanto ne mise Lord Pepe capitando fra quel nugolo di cugine.

Una lo tirava per la manica, l'altra gli passava sotto il braccio le sue lunghe magre dita, use ad intingersi [pg!46] nell'acquasantiera; e tutte quante insieme volevano condurlo a Zaraùz. Si dava un piccolo ricevimento, quella sera, nei giardini di Zaraùz. Gli offrirebbero il tè profumato col fiore d'arancio di Zaraùz.

Adelaida, la cugina milionaria, svenevolmente lo guardava con i suoi occhi di casta Susanna. Ella era, o doveva essere, colei nella quale farebbe naufragio questo bel seduttore.

Che malinconia, povero Lord Pepe!...

Ma il figlio del banchiere a Londra pensò terribilmente ai milioni della vecchia zia, doña Isabel. Non seppe resistere. Guardò noi con occhi smarriti, mentre in cuor suo malediceva il tè profumato all'arancio che gli offrirebbero nei giardini di Zaraùz.

Ma doña Isabel da tre anni era inchiodata in una monumentale poltrona, con un rosario per braccio, due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione. Di là, col suo confessore, governava un feudo immenso. Nel suo vecchio cuore di donna rapace e devotissima non aveva che una sola debolezza: l'amore per l'unico maschio degli Higuera, Lord Pepe.

Gli avrebbe lasciato il feudo—pena: il matrimonio con Adelaida.

Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un vero baronetto inglese, per finir sposo legittimo della provinciale di Zaraùz, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen, per slacciare poi, la sera delle nozze, in una camera fredda, presso un tálamo in cui già scricchiolava il peso della fedeltà, le dure balene di un busto quasi verticale!... Avere quaranta [pg!47] soprabiti, trecento cravatte ben assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all'ombra d'una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere dell'età, comincerebbero a spuntare i baffi... Oh, che il cielo vi scampi. Lord Pepe, dalle insidie dei giardini di Zaraùz!...

Tuttavia non seppe liberarsi da quelle premure; disse a noi che verso le nove e mezzo, non più tardi, sarebbe tornato al Maria Cristina, e frattanto ci lasciava l'automobile per salire a Monte Igueldo.

Essi erano venuti sul carro a banchi, attaccato con le mule trottatrici. Mule bionde, con sonagliere, che trottano a schiocco di frusta, nel sole, senza levar polvere, con le orecchie diritte, il collo teso, la schiena ossuta percorsa da una lunga striscia nera.

Sì, Lord Pepe, andremo a bere il tè su la terrazza di Monte Igueldo; e penseremo a doña Isabel, inchiodata nella poltrona monumentale, con un Rosario per braccio, le due Bibbie sotto mano e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione...

Come Dio volle giunsi a rintracciare l'automobile di Lord Pepe tra l'immensa confusione di veicoli d'ogni sorta e le continue fiumane di gente che invadevano il piazzale dell'anfiteatro. Poi, con estrema lentezza, dovemmo compiere tutta la discesa di Monte Ulìa, sul quale sorgono le Arene di San Sebastiano.

Brillavan sotto i nostri occhi le aquile d'oro del ponte di Santa Catalina, ultima barriera verso l'oceano del grigio lento fiume Urumea. Di là, fra i curvi promontori, si sciorinava la città regale, messa più volte a [pg!48] sacco, incendiata, smantellata, or dall'incendio risorta con bianchissimi edifici e larghe strade scintillanti, adagiata lungo la maravigliosa baia della Concha, dalle arene morbide come velluto. Monte Urgull e Monte Igueldo chiudevano, su le opposte rive, l'insenatura del golfo; nel mezzo era l'isola di Santa Clara, ove, in quell'ora calma, tornavano dal tremolante oceano le vele dei pescatori.

Ed ecco, in una sera di Settembre, volando per la Concha lungo il mare, sotto i giardini reali dell'alto Castello di Miramar, imprigionato in quel cofano di cristallo a fianco d'una donna forestiera, io sentivo di andare incontro al pericolo d'una grande poesia.

E nel guardarla pensavo:—«Questo è forse l'amore.»

Pensavo:—«Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più inebbriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di conoscerne l'agonìa:—questo è forse l'amore. Portare con sè un rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti della vita portando in sè un desiderio giovine, non ancora disperso in polvere, pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva essere e che non fu:—questo è forse l'amore. Udire lontano, confusamente, nelle distanze dell'anima, una musica lenta che si trascina come nell'aria un velo, e credere che là indietro, in quella musica del nostro cuore disperso, in quel colore d'aria distante v'era forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d'aurora l'amante nuova che s'incontrerà nei miracoli della strada più lontana:—questo, questo è veramente l'amore.

I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

[pg!49] I leggeri fili della sua piuma di Paradiso tremavano con una specie di nervosità, come se il delicato grappolo fiorisse da un troppo esile stelo. Immerso nella calda luce della sera, il suo profilo perfetto sembrava trasparente; le ciglia troppo scure, la bocca troppo rossa, tradivan con esattezza il segno dei belletti finissimi. Vedevo il pesante suggello d'ombra sotto il chiarore de' suoi occhi dorati; ma questo visibile artifizio le stava terribilmente bene, rendeva il suo volto meno puro, gli dava uno splendore più torbido, una bellezza più tormentata.

In un vasetto d'argento, fra l'orologio ed il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini; qualche petalo s'era sfogliato; cadendo, affondava bianchissimo nella pelliccia d'orso nero.

Avrei voluto dirle una parola d'amore, qualche bella parola d'amore, che inutilmente cercai. E tacendo guardavo le sue mani.

Quella mani mi facevano sentire il dolore delle sue lente carezze. Guardavo lei, per immaginare la sua maniera d'essere un'amante. Pensavo a quelli che l'avevano posseduta, alle labbra che si erano immerse nel respiro della sua viva bocca.

Tra il sole morente le sue trecce divenivano color di fumo. La sua pelle dorata prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le sue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli oscuri. Aveva nei polsi, nelle ginocchia, un non so che di pericoloso, d'inerte, una specie di musica ferma nelle sue lunghe giunture.

Se chiudevo gli occhi e volevo rivederne la sembianza, [pg!50] non era più lei: spariva dalla sua immagine bella un po' di sogno, finiva, quasi cancellata, una specie di maravigliosità.

Ed allora parlammo.

Era stanca, le dolevan un po' le reni... Oh, quelle gradinate incomode, il peso enorme della folla, il rumore, il sole, il sangue...

Adesso la strada correva, libera, nella sera profumata. Monte Igueldo era davanti a noi, con le sue ville cariche di rosai, co' suoi terrazzi pieni di sole.

Quando nella folta pelliccia muoveva i suoi piccoli piedi, la calza nera, così fina, percorsa da riflessi d'argento, mi faceva indovinare tra la balza il principio della sua nudità.

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!... Eppure anche tu passerai, dimenticato, ne' miei occhi d'errante; non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno, l'azzurra ombra d'una sera d'estate su la bella Concha, davanti al sole che moriva sul divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...

I suoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

Voi che avete una casa, ed amate la vostra casa, nè per voi c'è fiamma che vi scaldi lontano e fuori dalla casa, forse non potrete mai comprendere quest'anima bella del navigatore, che da noi si alza come polvere nelle distanze della strada che passò.

Mi piaceva; era funestamente bella; da lei cominciava [pg!51] la sera, brillava il sole, odoravano i fiori, mandava un tremito nello spazio la bianca terra di Guipuzcoa.

E nel guardarla pensavo:—Questo è forse l'amore.

La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza, e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando cantava il maestrale...

Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò; un albergo le diede; una strada buia.

Erano molte. Fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera e come la primavera passò.

Forse un po' di sogno, la sera, affacciati ad una bella veranda. Chissà, forse una canzone, distante, fra gli alberi, che se ne va... Il buon odore de' suoi gonfi capelli pesava, opprimeva, cadeva, come cade nelle sere d'estate il caldo pólline dei gelsomini. E parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di paura, come una buona sorella...

E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo... Chi era?... Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò.

Sul vostro guanciale disciolse per qualche notte la sua [pg!52] treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...

Poi, una sera, d'un tratto, pallida e quasi con paura, vi disse nel bacio più tremante:—«Domani vado via.»

La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua fina vestaglia di seta.

Chi era?... Forse nessuno; il colore della terra d'esilio, la musica dell'amore che passò; nulla, una striscia di fumo, la cenere d'una fiammata che morì... e troverete ancora di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...

Aveva la infinita bellezza di appartenere ad una patria lontana, di giungere da un mondo impreciso, di avervi abbandonato con una lacrima, di avervi scritto con un fiore... Passando, in un giorno d'esilio, vi diede con vero profumo tutto il bene che poteva dare di sè: la sua bocca limpida e rossa, le sue treccie pesanti che si sciolsero in una notte di stupenda follìa;—e sarà una striscia di fumo, nulla, un po' di anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...


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