————[image]Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino. Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare [pg!80] il perchè. Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell'amabile gioco del bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per il gioco del bigliardo inglese! Com'è noioso, nei pomeriggi di Settembre, il gioco del bigliardo inglese!Il profumato Pompon, dandy asiatico d'alto lignaggio, animaletto camuso e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto nel bel mezzo d'una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al loro ingegno chiederà l'esigenza d'un marito.Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen, nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto, poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di pazienza e di precisione, che riesce per me [pg!81] ineseguibile? Il bigliardo, come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati. Quelle bianche sfere d'avorio somigliano un poco ai concetti puri della filosofia; si urtano, s'intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per finire—ahimè!—in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo il senso della precisione. Purtroppo non è mai l'esattezza quella che mi attrae, ma piuttosto l'armonia, che in fondo è molto spesso un disordine.—Ho ragione? Ho torto?—Non saprei. Ma certo un vostro movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza d'Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve... sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama pieghevole, avvelenata.E vi domando sottovoce:—Madlen, cosa pensate voi dell'amore? dell'amore nei giorni quando piove? dell'amore nei pomeriggi di Settembre? dell'amore a Guipuzcoa? dell'amore fra le nebbie di questo grigio lento fiume Urumea?...Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.Madlen, a quest'ora senza dubbio non c'è nessuno in camera vostra. Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera vostra, oggi che piove—la buona pioggia del mese di Settembre—e che Lord Pepe se n'è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il suo Belga piccino piccino, chissà mai ch'egli [pg!82] non riválichi la frontiera dopo aver saccheggiato l'oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla gran tavola del giuoco di baccarà?A quest'ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè... Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore persone di servizio?Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso la finestra, guardiamo per un istante il mare.Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le larghe impronte de' suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera gente?Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen? una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di Londra, nelle sere d'inverno?...Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell'immaginare quello che non è?Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch'è fuori delinea senza precisione il contorno de' vostri puri lineamenti, addensa una specie di chiara oscurità ne' vostri capelli color di fumo.[pg!83] Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento nascere in me l'autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio desiderio c'è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa concedere all'uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi com'è deserta e fredda la vita quando l'anima non ha più desiderî? quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare tutta l'ubbriachezza, fremere tutto il riso?...C'è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e maravigliosa elevazione della vita.E voi che regalate al mio cuore,—al mio cuore un po' coperto di cenere—la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo l'alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana, sul mare che impallidisce. Quando vien su dall'Urumea il fumo bianco del mattino, allora chiudo la finestra, spengo il [pg!84] lume, per dormire. Qualche volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi, Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d'essere, nella mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l'ingegno, l'anima, le idee, le cose ch'erano mie, le cose delle quali avrei potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango. Non è da uomo—è vero, Madlen?—non è da uomo, nemmeno quando si è soli, piangere.Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio lento fiume Urumea!...Dítemi solo una cosa, Madlen:—Non verrete mai?E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell'invetriata, mi fate segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.Rabbuia; siamo quasi nell'ombra; piove. Che buon odore manda la terra sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della Zurriola scuotere, su l'orlo dei rami bui, qualche foglia d'argento. Il viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita. Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c'è l'attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, [pg!85] di morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o colpevoli com'è il loro bacio.Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi di me. Forse nulla.—Cosa penso?... Lo volete sapere?—Sì, ditelo, Madlen.—Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a Biarritz.—E perchè non vi andaste?—Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.E d'improvviso Madlen disse:—Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa ogni notte, quando non è vero?—Oh, se lo dite voi...—Lo dico, infatti, perchè una sera venni—la sera in cui vedemmo danzare Pastora Imperio—venni, e voi non eravate nella vostra camera.—Fu semplicemente un caso.—Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina all'olio?—Cioè?—Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il sapore della cucina all'olio?—Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto. Ma fu solo, Madlen, per dimenticarvi.[pg!86] —Grazie! E com'era, ditemi, questa cucina all'olio? Saporita? irritante?—Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.—Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella donna.—Semplicemente una donna. Ben fatta, un po' sentimentale, un po' ignorante, con i capelli molto neri.—La conosco io?—L'avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io fossi, come tutti credono, il vostro amante.—E voi le avete detto di sì, naturalmente.—Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era indifferente.—Davvero? E perchè?—Non supporrete per caso ch'io voglia raccontare a tutti la infelice storia delle notti che veglio nell'attesa d'una donna, la quale probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.—Ho supposto che fosse Pastora.—L'ho supposto anch'io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male. Del resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.—Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c'erano alcune rose, mezzo appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario, un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con questo titolo sacrilego:Les femmes qui aimèrent Jésus.—Non c'è che dire; è vero.[pg!87] —Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione poteva per lo meno ingannare l'occhio di un conoscitore?—Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.—Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben triste maniera per lasciarsi possedere dall'immaginazione d'un uomo.—Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a voi più soavemente quando non c'è nessuno, e meglio ancora quando sono vicino a voi...—Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.—Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.—Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?—Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al mondo, mai nulla è impossibile.—Dunque raccontate.—Cosa?—I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con esattezza: mi farete piacere.—Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.—Dunque andiamo.[pg!88] Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole riprovevoli, e traversammo rapidamente l'atrio affollato. Madlen mi diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì nell'ascensore.Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro, curiose dell'arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una donna che vuol piacere; l'altra, più timida, era molto bellina.—¿Caballero, que raza de perro es?—Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.—Come se llama, caballero?—Se llama Pompon, chiquita.Ambedue, quella sfacciata e l'altra bellina, salirono con me su per le scale, fin davanti all'uscio di Madlen.Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce. L'argenteria cesellata, l'avorio de' suoi molteplici pettini, brillavano sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate, nelle quali c'era forse qualche traccia d'oppio, e mi sgomberò il divano dicendomi:—Sedete.Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna come presso il letto ov'ella dorme con il suo amante. Invece di esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi pareva di aver freddo.—Freddo?[pg!89] —Sì, nell'anima.Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de' suoi capelli pareva prendesse fuoco. E disse:—Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete, mi cambierò d'abito.—Va bene. Anzi va molto bene.—Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di arrossire.—Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle quali non mi ricordo più?Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra, si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:—Non credete voi che nell'amore la cosa più bella, più delicata, sia forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano, squisitamente, con un po' di sogno, con un po' d'esitazione, stando così, come noi siamo, non proprio nell'amore, nel faticoso amore, nel pesante amore, ma su l'orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce, in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi un dolore.Mi pareva d'avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di zibellino; il colore de' suoi capelli somigliava molto a questo colore, la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno, quando [pg!90] si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:—Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l'immaginazione d'intendere l'amore come io l'intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de' propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d'un fiato, regalando sè stesse all'uomo che per cinque minuti le desidera, poi s'addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste! Amo invece l'amore che tormenta i sensi fino all'esasperazione, poi li esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi divenire infinita...Parlava con un po' d'angoscia, con un po' di febbre, come chi raccontasse la storia d'un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo battere piano piano, con insidia, l'orlo delle sue ciglia quasi dorate; vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come dall'invòlucro d'un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della sua felice nudità.E diceva:—Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce, poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora [pg!91] tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di amaro, d'insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più. Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune uomo, che ubbidisce a' suoi piccoli vizi. Quand'ero fanciulla, passavo le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure senz'avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza. Più tardi, nei giorni d'estate, andavo per i campi e mi piaceva battere su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice. Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.[pg!92] Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love be a sweet spleen...»—solo fin quando si rimane stranieri può essere l'amore un soave splene...Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume dell'altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi navigando nel soave splene,—a sweet spleen—ascoltare sui vetri opachi la pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio, conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l'ultimo sorso ancor mai...Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell'ora di cena suonavano per i corridoi dell'albergo. Madlen si levò e disse:—Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.—Non ancora; lasciate che v'aiuti a sciogliere i ganci del vostro abito, le fibbie della vostra cintura.—Sì, provate.Nel premere fra le mie due mani l'incavo de' suoi fianchi, perchè si slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano, guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d'impurità, senza un'ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c'era qualcosa d'indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una vecchiezza non d'anni, [pg!93] ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta, ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata,—e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...Ma era viva, e diventerebbe vecchia—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di questa che doveva morire; avrei voluto in quell'istante farle un dono, dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...Ma ella d'un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza la vestì.Disse:—Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt'intorno alla bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v'ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi [pg!94] d'essere innamorata... Bisogna che nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente superbo ed un'anima veramente chiara. Ma l'uomo non è mai che una cosa o l'altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu», sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi», e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un castello; mia madre, prima d'essere la moglie di un Lord, era stata la più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così distante... In quell'educandato c'era una maestra, una bella monaca di ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un'Alsaziana, e quand'erano le fredde sere dell'inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo ridere, con un sottile stridere; là fuori [pg!95] batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...————[image]Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz'ora per lavarsi le mani e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro commensale d'ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale intimità regna fra noi.Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m'inganna, voi dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella camera ospitale d'un'amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse Darclea Thibaud, l'attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe, l'indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch'io vado investigando. Me l'hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l'uomo suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di Madlen. Invece, [pg!96] Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere l'amante, l'unico amante, l'invidiato amante di Madlen Green, è tale, che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una voce un po' sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi alludendo senza ombra di rancore all'innocente flirt che noi due, sotto i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito, il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia. Ma il fatto strano è questo: ch'io sono invece molto geloso di voi.Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov'erano esibite in azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare con le proprie lacrime le ricchezze dell'empio frodatore. Indi si vedeva un ponte inabissarsi al passaggio d'un treno, e ciò era fatto in modo che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere. L'ignobile Rochette eseguiva [pg!97] poi un tentativo di stupro su la persona d'una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com'è immaginabile, su tutte le furie. Poich'era un uomo potente, macchinava orribili vendette. Così assistemmo all'arresto arbitrario del fidanzato di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie, poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la fertile romanzatura del nostro secolo;—finchè, un bel giorno, verso gli ultimi cinquecento metri, l'audace filibustiere vien preso ne' lacci delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto chilometraggio scoppia in modo esauriente; la dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d'affari assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di prigionìa, mentre, al sopravvenire de' gendarmi, il rovinato ingoiatore di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania, consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti, le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella...Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «Pathé Frères»Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante dramma, spesso mormorando improperi contro l'operatore, il quale cancellava dallo [pg!98] schermo con troppa fretta i lunghi titoli che illustravano l'avvicendarsi delle scene.Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell'anima sua e proclamò ad alta voce:—¡Que muera el ladron!È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V'è poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro prossimo;—per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza quelle persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di Pubblica Moralità.Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, [pg!99] a mio giudizio, altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa.Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io m'inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con avvisi ne' giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets digestibili del miracoloso Tot.Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l'odissea del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che guarisce l'avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini, che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore.Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza l'irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com'essi erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia delle gloriose nostre ridicolaggini?Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale gloria di [pg!100] Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d'oro di Atene, retto insomma da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell'Impero, l'amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto?Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto che, magari fra duemil'anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone commemorativo i calzoni a mantice dell'ex-Presidente Fallières, le cacce affricane dell'intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l'ossario dannunziano di Ida Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati, quando penso ch'essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell'arresto di Madame Steinheil, e vedranno le [pg!101] Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all'Accademia di Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che buffoni, poveri noi, que' nostri venerabili antenati!...»Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi perfettamente buia, nell'angusto palco, mi stavate vicina con morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il vostro calmo respiro prendesse origine in me.Avevate su le spalle una stola d'ermellino, ch'era fredda quasi come l'ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando, frugando, nell'oscurità, in cerca di un'anima dalla quale farsi comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi sentivo malato di voi sino alle radici dell'essere, ma così deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne; anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio; eravate in me confusa, come s'io portassi qualcosa di voi nelle mie tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa [pg!102] era nata fra noi: l'intimità, la complicità, la memoria d'essere stati proprio su l'orlo, proprio al confine di quell'istante meraviglioso che scioglie fra due vite ogni paura e le confonde in una.Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu.Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s'è alzata nel cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli un odore voluttuoso d'alberi stillanti. L'Urumea porta nel mare, con la sua lenta ondata grigia, le foglie che l'autunno fa cadere giù...————[image]Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di quella indefinibile [pg!103] seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito romperebbe il filo.Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina Anastasia Mikailovna, figliuola d'un Boiardo ucráino; certo è che tutti gli scapoli dell'albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d'altruismo quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche bríciola del suo fascino slavo.Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui, comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni.Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non devono far altro che radunarsi all'intorno e tacitamente guardare. Io, per l'appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze tersicoree dell'hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del carattere inglese.Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata nel più intimo salottino dell'albergo e stava con molta lassitudine appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé quanto irresistibile, [pg!104] dolcemente le andava parlando, non saprei dire se con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva il golf di lana color viola del pensiero.Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun vede, a leggereI Fioretti di San Francesco, od a scrivere lettere alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina Maria Cristina.Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a prendermi allegramente sotto braccio.Anzi mi propose—fatto molto singolare, data la sua naturale pigrizia—di fare con lui una passeggiata.—Volentieri, Lord Pepe—gli risposi.—Ma dove andremo? verso la Concha?—Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve, saltando, poichè prive d'importanza, le mie numerose interruzioni.Disse Lord Pepe:«Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte, perchè avete spesso la faccia stanca, e non c'è bisogno di prendere la letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. [pg!105] Poi non dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d'amore, servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la letteratura: più si legge e meno la si comprende.—Pausa—Io mi sono accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui s'en fiche!—Pausa—La sola cosa davvero importante è questa: che in otto mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale mio padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due parole irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue, secondo il paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si dice: «Niente più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive telegrammi, ha una forza di carattere davvero inflessibile.«Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque bisogna ch'io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come dovrebb'essere un canale degno del popolo Inglese.—Pausa—Mio padre, banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello ch'io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen fino al principio dell'inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe [pg!106] forse a Usted, e non divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore come in tutte le cose preferisce sempre all'abitudine la novità. È stato un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d'incontrare un'altra donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a Usted che questo è il solo modo ragionevole d'innamorarsi. Claro? Dunque volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani traverserò la Manica. Fra otto giorni—poichè ci vuol sempre circa una settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti—sarò di nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch'essendo amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a me, in privato, permetterà di fare una certa economia.—Pausa—Ora penso di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y distinguido caballero como Usted.»Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma; lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspreElegantes emboquilladas, delle quali entrambi eravamo sprovvisti.Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a braccetto:[pg!107] —Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio amico...Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.
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Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino. Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.
Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare [pg!80] il perchè. Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell'amabile gioco del bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per il gioco del bigliardo inglese! Com'è noioso, nei pomeriggi di Settembre, il gioco del bigliardo inglese!
Il profumato Pompon, dandy asiatico d'alto lignaggio, animaletto camuso e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto nel bel mezzo d'una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.
Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al loro ingegno chiederà l'esigenza d'un marito.
Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen, nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto, poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.
Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di pazienza e di precisione, che riesce per me [pg!81] ineseguibile? Il bigliardo, come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati. Quelle bianche sfere d'avorio somigliano un poco ai concetti puri della filosofia; si urtano, s'intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per finire—ahimè!—in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo il senso della precisione. Purtroppo non è mai l'esattezza quella che mi attrae, ma piuttosto l'armonia, che in fondo è molto spesso un disordine.—Ho ragione? Ho torto?—Non saprei. Ma certo un vostro movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza d'Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve... sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!
Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama pieghevole, avvelenata.
E vi domando sottovoce:—Madlen, cosa pensate voi dell'amore? dell'amore nei giorni quando piove? dell'amore nei pomeriggi di Settembre? dell'amore a Guipuzcoa? dell'amore fra le nebbie di questo grigio lento fiume Urumea?...
Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.
Madlen, a quest'ora senza dubbio non c'è nessuno in camera vostra. Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera vostra, oggi che piove—la buona pioggia del mese di Settembre—e che Lord Pepe se n'è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il suo Belga piccino piccino, chissà mai ch'egli [pg!82] non riválichi la frontiera dopo aver saccheggiato l'oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla gran tavola del giuoco di baccarà?
A quest'ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè... Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore persone di servizio?
Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso la finestra, guardiamo per un istante il mare.
Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le larghe impronte de' suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera gente?
Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen? una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di Londra, nelle sere d'inverno?...
Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell'immaginare quello che non è?
Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch'è fuori delinea senza precisione il contorno de' vostri puri lineamenti, addensa una specie di chiara oscurità ne' vostri capelli color di fumo.
[pg!83] Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento nascere in me l'autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio desiderio c'è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa concedere all'uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi com'è deserta e fredda la vita quando l'anima non ha più desiderî? quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare tutta l'ubbriachezza, fremere tutto il riso?...
C'è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e maravigliosa elevazione della vita.
E voi che regalate al mio cuore,—al mio cuore un po' coperto di cenere—la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.
Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo l'alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana, sul mare che impallidisce. Quando vien su dall'Urumea il fumo bianco del mattino, allora chiudo la finestra, spengo il [pg!84] lume, per dormire. Qualche volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi, Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d'essere, nella mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l'ingegno, l'anima, le idee, le cose ch'erano mie, le cose delle quali avrei potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...
Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango. Non è da uomo—è vero, Madlen?—non è da uomo, nemmeno quando si è soli, piangere.
Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio lento fiume Urumea!...
Dítemi solo una cosa, Madlen:—Non verrete mai?
E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell'invetriata, mi fate segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.
Rabbuia; siamo quasi nell'ombra; piove. Che buon odore manda la terra sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della Zurriola scuotere, su l'orlo dei rami bui, qualche foglia d'argento. Il viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita. Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c'è l'attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, [pg!85] di morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o colpevoli com'è il loro bacio.
Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi di me. Forse nulla.
—Cosa penso?... Lo volete sapere?
—Sì, ditelo, Madlen.
—Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a Biarritz.
—E perchè non vi andaste?
—Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?
Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.
E d'improvviso Madlen disse:
—Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa ogni notte, quando non è vero?
—Oh, se lo dite voi...
—Lo dico, infatti, perchè una sera venni—la sera in cui vedemmo danzare Pastora Imperio—venni, e voi non eravate nella vostra camera.
—Fu semplicemente un caso.
—Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina all'olio?
—Cioè?
—Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il sapore della cucina all'olio?
—Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto. Ma fu solo, Madlen, per dimenticarvi.
[pg!86] —Grazie! E com'era, ditemi, questa cucina all'olio? Saporita? irritante?
—Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.
—Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella donna.
—Semplicemente una donna. Ben fatta, un po' sentimentale, un po' ignorante, con i capelli molto neri.
—La conosco io?
—L'avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io fossi, come tutti credono, il vostro amante.
—E voi le avete detto di sì, naturalmente.
—Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era indifferente.
—Davvero? E perchè?
—Non supporrete per caso ch'io voglia raccontare a tutti la infelice storia delle notti che veglio nell'attesa d'una donna, la quale probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.
—Ho supposto che fosse Pastora.
—L'ho supposto anch'io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male. Del resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.
—Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c'erano alcune rose, mezzo appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario, un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con questo titolo sacrilego:Les femmes qui aimèrent Jésus.
—Non c'è che dire; è vero.
[pg!87] —Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione poteva per lo meno ingannare l'occhio di un conoscitore?
—Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.
—Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben triste maniera per lasciarsi possedere dall'immaginazione d'un uomo.
—Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a voi più soavemente quando non c'è nessuno, e meglio ancora quando sono vicino a voi...
—Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.
—Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.
—Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?
—Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al mondo, mai nulla è impossibile.
—Dunque raccontate.
—Cosa?
—I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con esattezza: mi farete piacere.
—Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.
—Dunque andiamo.
[pg!88] Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole riprovevoli, e traversammo rapidamente l'atrio affollato. Madlen mi diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì nell'ascensore.
Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro, curiose dell'arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una donna che vuol piacere; l'altra, più timida, era molto bellina.
—¿Caballero, que raza de perro es?
—Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.
—Come se llama, caballero?
—Se llama Pompon, chiquita.
Ambedue, quella sfacciata e l'altra bellina, salirono con me su per le scale, fin davanti all'uscio di Madlen.
Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce. L'argenteria cesellata, l'avorio de' suoi molteplici pettini, brillavano sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.
Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate, nelle quali c'era forse qualche traccia d'oppio, e mi sgomberò il divano dicendomi:—Sedete.
Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna come presso il letto ov'ella dorme con il suo amante. Invece di esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi pareva di aver freddo.
—Freddo?
[pg!89] —Sì, nell'anima.
Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de' suoi capelli pareva prendesse fuoco. E disse:
—Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete, mi cambierò d'abito.
—Va bene. Anzi va molto bene.
—Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di arrossire.
—Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle quali non mi ricordo più?
Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra, si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:
—Non credete voi che nell'amore la cosa più bella, più delicata, sia forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano, squisitamente, con un po' di sogno, con un po' d'esitazione, stando così, come noi siamo, non proprio nell'amore, nel faticoso amore, nel pesante amore, ma su l'orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?
Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce, in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi un dolore.
Mi pareva d'avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di zibellino; il colore de' suoi capelli somigliava molto a questo colore, la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno, quando [pg!90] si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:
—Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l'immaginazione d'intendere l'amore come io l'intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de' propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d'un fiato, regalando sè stesse all'uomo che per cinque minuti le desidera, poi s'addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste! Amo invece l'amore che tormenta i sensi fino all'esasperazione, poi li esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi divenire infinita...
Parlava con un po' d'angoscia, con un po' di febbre, come chi raccontasse la storia d'un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo battere piano piano, con insidia, l'orlo delle sue ciglia quasi dorate; vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come dall'invòlucro d'un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della sua felice nudità.
E diceva:
—Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce, poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora [pg!91] tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di amaro, d'insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più. Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune uomo, che ubbidisce a' suoi piccoli vizi. Quand'ero fanciulla, passavo le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure senz'avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza. Più tardi, nei giorni d'estate, andavo per i campi e mi piaceva battere su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice. Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...
Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.
[pg!92] Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love be a sweet spleen...»—solo fin quando si rimane stranieri può essere l'amore un soave splene...
Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume dell'altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi navigando nel soave splene,—a sweet spleen—ascoltare sui vetri opachi la pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio, conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l'ultimo sorso ancor mai...
Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell'ora di cena suonavano per i corridoi dell'albergo. Madlen si levò e disse:
—Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.
—Non ancora; lasciate che v'aiuti a sciogliere i ganci del vostro abito, le fibbie della vostra cintura.
—Sì, provate.
Nel premere fra le mie due mani l'incavo de' suoi fianchi, perchè si slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano, guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d'impurità, senza un'ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c'era qualcosa d'indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una vecchiezza non d'anni, [pg!93] ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta, ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata,—e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...
Ma era viva, e diventerebbe vecchia—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di questa che doveva morire; avrei voluto in quell'istante farle un dono, dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...
Ma ella d'un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza la vestì.
Disse:
—Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt'intorno alla bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v'ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi [pg!94] d'essere innamorata... Bisogna che nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente superbo ed un'anima veramente chiara. Ma l'uomo non è mai che una cosa o l'altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu», sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi», e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un castello; mia madre, prima d'essere la moglie di un Lord, era stata la più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così distante... In quell'educandato c'era una maestra, una bella monaca di ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un'Alsaziana, e quand'erano le fredde sere dell'inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...
E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo ridere, con un sottile stridere; là fuori [pg!95] batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...
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Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz'ora per lavarsi le mani e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro commensale d'ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale intimità regna fra noi.
Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m'inganna, voi dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella camera ospitale d'un'amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse Darclea Thibaud, l'attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe, l'indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch'io vado investigando. Me l'hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l'uomo suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di Madlen. Invece, [pg!96] Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.
Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere l'amante, l'unico amante, l'invidiato amante di Madlen Green, è tale, che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.
Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una voce un po' sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi alludendo senza ombra di rancore all'innocente flirt che noi due, sotto i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.
Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito, il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia. Ma il fatto strano è questo: ch'io sono invece molto geloso di voi.
Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.
Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov'erano esibite in azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.
Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare con le proprie lacrime le ricchezze dell'empio frodatore. Indi si vedeva un ponte inabissarsi al passaggio d'un treno, e ciò era fatto in modo che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere. L'ignobile Rochette eseguiva [pg!97] poi un tentativo di stupro su la persona d'una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com'è immaginabile, su tutte le furie. Poich'era un uomo potente, macchinava orribili vendette. Così assistemmo all'arresto arbitrario del fidanzato di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.
Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie, poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la fertile romanzatura del nostro secolo;—finchè, un bel giorno, verso gli ultimi cinquecento metri, l'audace filibustiere vien preso ne' lacci delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto chilometraggio scoppia in modo esauriente; la dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d'affari assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di prigionìa, mentre, al sopravvenire de' gendarmi, il rovinato ingoiatore di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania, consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti, le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella...
Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «Pathé Frères»
Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante dramma, spesso mormorando improperi contro l'operatore, il quale cancellava dallo [pg!98] schermo con troppa fretta i lunghi titoli che illustravano l'avvicendarsi delle scene.
Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell'anima sua e proclamò ad alta voce:
—¡Que muera el ladron!
È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V'è poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro prossimo;—per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza quelle persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di Pubblica Moralità.
Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, [pg!99] a mio giudizio, altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa.
Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io m'inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con avvisi ne' giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets digestibili del miracoloso Tot.
Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l'odissea del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che guarisce l'avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini, che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore.
Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza l'irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com'essi erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia delle gloriose nostre ridicolaggini?
Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale gloria di [pg!100] Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d'oro di Atene, retto insomma da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell'Impero, l'amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto?
Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto che, magari fra duemil'anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone commemorativo i calzoni a mantice dell'ex-Presidente Fallières, le cacce affricane dell'intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l'ossario dannunziano di Ida Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati, quando penso ch'essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell'arresto di Madame Steinheil, e vedranno le [pg!101] Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all'Accademia di Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che buffoni, poveri noi, que' nostri venerabili antenati!...»
Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi perfettamente buia, nell'angusto palco, mi stavate vicina con morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il vostro calmo respiro prendesse origine in me.
Avevate su le spalle una stola d'ermellino, ch'era fredda quasi come l'ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando, frugando, nell'oscurità, in cerca di un'anima dalla quale farsi comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi sentivo malato di voi sino alle radici dell'essere, ma così deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne; anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio; eravate in me confusa, come s'io portassi qualcosa di voi nelle mie tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa [pg!102] era nata fra noi: l'intimità, la complicità, la memoria d'essere stati proprio su l'orlo, proprio al confine di quell'istante meraviglioso che scioglie fra due vite ogni paura e le confonde in una.
Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu.
Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s'è alzata nel cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli un odore voluttuoso d'alberi stillanti. L'Urumea porta nel mare, con la sua lenta ondata grigia, le foglie che l'autunno fa cadere giù...
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Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di quella indefinibile [pg!103] seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito romperebbe il filo.
Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina Anastasia Mikailovna, figliuola d'un Boiardo ucráino; certo è che tutti gli scapoli dell'albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d'altruismo quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche bríciola del suo fascino slavo.
Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui, comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni.
Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non devono far altro che radunarsi all'intorno e tacitamente guardare. Io, per l'appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze tersicoree dell'hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del carattere inglese.
Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata nel più intimo salottino dell'albergo e stava con molta lassitudine appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé quanto irresistibile, [pg!104] dolcemente le andava parlando, non saprei dire se con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva il golf di lana color viola del pensiero.
Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun vede, a leggereI Fioretti di San Francesco, od a scrivere lettere alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina Maria Cristina.
Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a prendermi allegramente sotto braccio.
Anzi mi propose—fatto molto singolare, data la sua naturale pigrizia—di fare con lui una passeggiata.
—Volentieri, Lord Pepe—gli risposi.—Ma dove andremo? verso la Concha?
—Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve, saltando, poichè prive d'importanza, le mie numerose interruzioni.
Disse Lord Pepe:
«Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte, perchè avete spesso la faccia stanca, e non c'è bisogno di prendere la letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. [pg!105] Poi non dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d'amore, servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la letteratura: più si legge e meno la si comprende.—Pausa—Io mi sono accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui s'en fiche!—Pausa—La sola cosa davvero importante è questa: che in otto mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale mio padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due parole irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue, secondo il paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si dice: «Niente più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive telegrammi, ha una forza di carattere davvero inflessibile.
«Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque bisogna ch'io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come dovrebb'essere un canale degno del popolo Inglese.—Pausa—Mio padre, banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello ch'io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen fino al principio dell'inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe [pg!106] forse a Usted, e non divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore come in tutte le cose preferisce sempre all'abitudine la novità. È stato un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d'incontrare un'altra donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a Usted che questo è il solo modo ragionevole d'innamorarsi. Claro? Dunque volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani traverserò la Manica. Fra otto giorni—poichè ci vuol sempre circa una settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti—sarò di nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch'essendo amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a me, in privato, permetterà di fare una certa economia.—Pausa—Ora penso di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y distinguido caballero como Usted.»
Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma; lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspreElegantes emboquilladas, delle quali entrambi eravamo sprovvisti.
Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a braccetto:
[pg!107] —Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio amico...
Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.