[image]————[pg!132][image]Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.Un incerto chiarore d'alba scendeva dal promontorio verso il mare; correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di nebbia, che si sfasciavano contro l'ondata. Il molo della Zurriola si perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento l'Ammiraglio de Oquenda pareva un grand'uomo. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde elettriche il suo globo spento.Una d'esse mi chiamò:—Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les airs à la découverte d'une nouvelle planète?—Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J'observais l'Amiral de Oquenda; il vient de s'enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez historique.—Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...—Jamais de la vie!—Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de domicile.[pg!133] —Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui oserait s'en plaindre?Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il mio braccio destro, l'altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine disse:—N'exagerez donc pas, cher poëte!... L'aube est froide, et vous allez vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...Madlen soggiunse:—Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se choisissent désormais des couleurs à la mode!...Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino leggermente si arruffavano.Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella notte lontana.—Embrasse-le donc...—la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole, premendosi contro la mia spalla.—Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi d'abord.—Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.—Ni moi non plus.—Tu as peut-être tort...—Peut-être.Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella infinita ombra.—Dis-lui qu'il s'en aille, Litzine; j'ai très sommeil... l'aube est froide... fermons la fenêtre.Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai [pg!134] a Litzine tutto quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a difendermi.—Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l'heure... Car, ma petite Mad, si c'est vrai que la nature est banale, rien n'est plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du Pomméry...—Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec lui!—l'interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:—Moi je vous regarderai...E rise.Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d'educanda, mi guardò, la guardò, poi disse:—Mais... c'est de toi qu'il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine, mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella voce:—Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:—Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:—Si c'est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit service.—Non, ma foi, non! C'était pour autre chose... Tu me connais, Litzine; j'ai parfois des idées irréalisables...—Rien n'est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d'ailleurs, [pg!135] Monsieur Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales... voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.—Bonsoir, Litzine...Ma nonostante questo commiato Litzine non se n'andava. Mi domandò una sigaretta, che io le diedi. Poi, nell'accenderla, toccai la sua mano. La sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più limpidi e più calmi de' suoi. Era gentile come l'innocenza. Il suo labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine guardava me.Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva tutto il campo.Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia, colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella ricchezza buia ed incendiata.Disse a Litzine:—Dégrafe-moi ça...Le si era impigliato un uncino dell'abito in un'ásola del copribusto. Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia, che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con fulgore, tra un nembo di elettricità.[pg!136] Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l'uncino, profondamente v'immerse la bocca.Madlen rovesciò la gola, e rise.Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo per la prima volta in lei.—Tu es bien gentille de m'avoir aidée; je te remercie, Litzine...L'abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la specchiera. Madlen ora si pettinava.—Où est ta chambre, Litzine?—Que sais-je? elle doit être par là...Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la camera; poi disse:—Couche donc ici, Litzine. J'ai un si grand lit et je suis toute seule...—Vrai?—Oui, sans doute.Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di fumo della mia profumata sigaretta.Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che precede l'alba era su l'infinito.—Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,—le rispose Litzine dopo una lunga riflessione,—car je n'aime pas être seule dans des lits nouveaux.Allora Madlen mi disse:—Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de Litzine.Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli si richiede.[pg!137] La borsa d'automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d'Acqua di Lavanda.Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di M.mede Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua piccola forcella.—Oui... mais vous n'allez pas assister à notre toilette, j'espère...—Pourquoi pas?Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non le concedeva di lasciar cadere l'abito, perciò camminava nella stanza con un visibile impaccio.—Tout de même j'ai honte!—esclamò ridendo Litzine.—Les poëtes surtout m'intimident, lorsque je me déshabille.—Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une épaule très bianche, eux ils ne pensent qu'à l'orner d'une rime décrépite. Oh, je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère Litzine, je ne serai au pis aller qu'un poëte du vingtième siècle, pour qui Orphée n'est plus qu'un mediocre tzigane, Mercure un employé du téléphone, Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus une belle fille comme vous.—Oh! mais alors il ne nous reste qu'à suivre l'exemple de cette Déesse, qui dépensait très peu pour ses toilettes,préférantse promener toute nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa chemise, et moi, si vous atténuez la [pg!138] lumière, je vous avouerai tout bas que, pour mon compte, la Grèce n'a eu qu'un poëte: ce poëte était une femme, son nom était Sapho...Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave stanza.Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la tentazione di esprimere un'idea con note musicali. Poichè la musica viene dall'amore. Viene da quell'amor sensuale, da quella tendenza verso l'amplesso, cui tutto l'universo ubbidisce.Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo femminile. La voluttà è sublimazione d'intelletto, stupenda e grave, poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta, poichè s'inoltra verso l'ingaudibile.Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui biancherie delle due bellissime cortigiane. Que' trasparenti involucri di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore l'involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor [pg!139] profumato calore. Un po' assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d'acqua e di braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di qua, di là, tra l'urto continuo de' pettini e de' cristalli; tutto ciò nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l'unica lampadina ripercoteva nelle specchiere luccicanti.Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era passato il desiderio degli uomini come l'impeto lirico in una concitata poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l'artefice d'un'opera d'ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale, non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il marchio dell'assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro [pg!140] vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.E nel guardarle pensavo all'infinito gregge perpetuo delle madri di famiglia, le opache femmine d'un solo padrone, sovente a lui avverse, umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla distruzione d'ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami coniugali, e mi pareva che qualcosa d'ingiusto fosse ancora nella sorte della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi per l'intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure tentazioni l'insoffocabile amore della ubbriacante novità.E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove l'infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni [pg!141] Dei mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori dell'Ellesponto?Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere, la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,—e si chiamava Maria Maddalena.Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici, la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:—«Ti [pg!142] amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini, dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure, contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza di Cesare, contro il vile Tetrarca.Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come il vento, e sempre gli diceva con amore:—«Préndimi, báciami, forestiero del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un [pg!143] mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi discepoli, narrava il pallido Galileo.Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di [pg!144] lana quando le rugiade cadevano dagli elevati picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l'uomo dal tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:—Giuda Iscarioth.... . . . . . . . . . .E Litzine disse:—Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune homme, dont les yeux m'inquiètent?—Voilà un cas de conscience, machèreLitzine! Moi, à ta place, je lui dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?»—Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l'esprit si éveillé, à quatre heures de la nuit, voilà ce que j'appelle être une femme supérieure!Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce piena di un adorabile pudore:—Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.Le risposi:—Mon précepteur m'a appris, lorsque j'avais douze ans, qu'il ne faut jamais éviter de rendre service à une dame.E chiusi gli occhi.Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i costumi del secolo. [pg!145] Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito scriver libri ove bruci l'ardore dei sensi e dove l'anima de' buoni credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d'innocenza e di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi essere il fedele dipintore.Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva l'eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell'altra, come il fieno scuro nella paglia bionda.Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.Lasciai cadere le tende. Fra l'alba e noi ridiscese pesante la notte. Una lampadina, dietro l'uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava nella camera torbida il suo mitigato chiarore.Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice d'ogni pensiero della vita, [pg!146] quel tremore dell'anima e dei sensi che i poveri di spirito non osano chiamare poesia.Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre. Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come la tela umida si avvolge al rilievo d'una statua supina. Litzine, con voce un po' sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la storia d'un Commodoro Americano, ch'era giunto a Biarritz con il suo yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che nell'atrio del Casino aveva morso non so chi...La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch'io vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di Litzine. Vedevo bene il diverso colore de' lor capelli. Quelli di Madlen eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere la sua perduta nudità in un colore d'innocenza.I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale. Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure. La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta, addormentata, in quella femminile promiscuità.I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre [pg!147] più allacciando, vena contro vena, per dormire in pace. Così l'una sentirebbe dell'altra il cuore delicato battere.La bocca rossa di Madlen s'immergeva, con una specie di semiriso ebbro, nel respiro di Litzine.Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d'alba incerta e lontana; la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo d'irrealità, radunava ne' suoi confusi cristalli un pallido colore d'infinito.Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d'entrambe, che bisbigliava nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.Erano stanche d'aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili, fiori e piume;—questa, nel mondo, era la lor fatica;—stanche di aver sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:—ora potevano dormire.Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa ebbrietà.Il desiderio d'amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle, muoveva con una specie d'insidia le lor mani profumate, istigava in loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...[pg!148]. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso Terrestre. Quell'impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l'Eden calmo si addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile «midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d'alveari e dai fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di lapilli splendenti,—vecchio Adamo, non t'illudere!—nella storia del genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a meno di te.A que' tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d'irsuti bufali e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de' tuoi bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu sentivi una specie di trepidazione oscura.[pg!149] Ma ella si mise d'accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole. Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l'Eden ai capricci della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l'erba fiorita.—Come dovrò io comportarmi?—domandava, perplessa, la innocente signorina Eva.Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a persuadere le donne:—Fate com'io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile favella:—«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite presso me, inginocchiátevi, ch'io possa con un fascio d'erba intrisa nel ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l'arsura che vi diede il sole.» Adamo s'inginocchierà. E gli farete sentire, nel dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano [pg!150] piano, come il tralcio s'inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente, il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere, la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:—«Signore mio, levatevi...» E andrete via, su l'erba, senza volgervi, camminando piano.La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò, tornò, e il saggio serpente le disse:—Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che dovrete poi attendere l'ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte meglio si prova il fuoco della tentazione.—La tentazione?—mormorò la fanciulla.—Cosa è mai questa parola che io non conosco?—Ebbene,—le rispose il serpente,—io vi dirò ch'essa è la vostra forza ed è come il profumo della primavera. Dunque, all'ora delle stelle, voi dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente, vicino alla sua bocca. Poi gli direte:—«Signore mio, le foglie secche stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia nuca, piegatelo, e fate ch'io m'addormenti appoggiata su di voi.» Se la capigliatura v'ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal tremore delle stelle.—Oh, signor serpente,—mormorò la signorina Eva,—io provo già il bisogno di fare tutto quello che voi dite...[pg!151] —Allora,—concluse il serpente—non importa ch'io vi dica di più.E raccolte l'una su l'altra le sue belle spirali smerigliate, questo vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch'egli avrebbe, la notte prossima, nello starli a vedere.... . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Ma questa vecchia parabola—direbbe l'avvocato Claude,—appartiene alla letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino biondo, pesava l'irritazione di quella vita artificiale, di quella vita prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano, mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v'è più amore, non v'è più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l'anima dei borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,—vita che lascerà in noi, dopo tanta fiamma, null'altro che un pugno di cenere...E voi che sentite ne' miei libri cantare questa irritata crudeltà, fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla è passato [pg!152] fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla fu rosso come l'estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua folle inquietudine.Direte allora di me quel ch'io penso d'ogni cosa nel mondo, e troverete il senso della vita in questo freddo e morto peso ch'è la fine di tutte le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di cenere.Ma or non sentite nell'alba cantare il pallido fiume Urumea?Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa, Madlen, la perduta che sei...Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di Litzine...Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone sorelle?...Nell'alba lontana—io pensavo—muoiono le bianche stelle. Qualcosa è laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince tutte le [pg!153] creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora. E il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve: nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà... Muoiono le stelle.E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari opprimeranno le tue dita spente.Nell'alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula, nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa che io sono, e porta me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole, Nell'alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.Madlen, inquieta, parlava con l'altra sottovoce, sottovoce...Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po' crudele, un po' amara, le sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come l'addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di Litzine...Fuori, laggiù, nell'alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo, cantava in me, non distinta, [pg!154] la folle musica dei bicchieri, la poesia felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via dall'anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la viva e tremante furia della voluttà inesaudita.Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano.E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte a stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta musica, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...[image]————[pg!155][image]—Bilbao? preferite Bilbao?—Sì, andiamo a Bilbao.Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a Biarritz; l'avvocato Claude, con la celebre cantante M.mede Lonard, erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in giorno l'arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente innamorato di lei...Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un telegramma; vera indelicatezza da parte d'un uomo al quale avevamo dato entrambi tante prove d'amicizia.Un caldo sole d'autunno dorava l'indolenza del glorioso Atlantico, quando l'automobile mosse dal peristilio dell'albergo, svoltò e corse quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò mai più, nelle profumate albe, l'Urumea cantare...Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella eccessiva luce di quella mattinata [pg!156] sfolgorante. In me, nelle mie stesse vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l'urto, la potenza, di quella inebbriante velocità.La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel grembo, la testa un po' rovesciata sotto la forza ed il profumo del vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida e scintillante.In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia formicolava di bagnanti mattutini; l'onda era cosparsa d'imbarcazioni leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d'onore della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità contro il [pg!157] genere umano,—me compreso, che sono con voi, e parto, provvisoriamente, con voi.Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all'hôtel de la Reina Maria Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio, camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:—Volete fare con me un piccolo viaggio?Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:—Volentieri.Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi il monaco Sant'Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme Damian de Churruca, grande stratega d'oceano, che trovò l'abisso e la gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza, Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de' grandi uomini: servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati borghesi.Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v'è qualcosa che non trema più, non trepida più, quando [pg!158] la vostra bellezza mi guarda, lo sono quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice rimasto con le mani pure, su l'orlo e quasi nella perdizione della vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell'atrio dell'albergo, senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando, rideva col suo bel riso d'adolescente. Più tardi comandò l'automobile, discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete una stordita fanciulla di vent'anni, che si abbandona o si regala, senza nemmeno comprendere il piacere che dà.Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...
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Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.
Un incerto chiarore d'alba scendeva dal promontorio verso il mare; correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di nebbia, che si sfasciavano contro l'ondata. Il molo della Zurriola si perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento l'Ammiraglio de Oquenda pareva un grand'uomo. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde elettriche il suo globo spento.
Una d'esse mi chiamò:
—Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les airs à la découverte d'une nouvelle planète?
—Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J'observais l'Amiral de Oquenda; il vient de s'enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez historique.
—Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...
—Jamais de la vie!
—Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de domicile.
[pg!133] —Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui oserait s'en plaindre?
Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il mio braccio destro, l'altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine disse:
—N'exagerez donc pas, cher poëte!... L'aube est froide, et vous allez vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...
Madlen soggiunse:
—Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se choisissent désormais des couleurs à la mode!...
Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino leggermente si arruffavano.
Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella notte lontana.
—Embrasse-le donc...—la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole, premendosi contro la mia spalla.
—Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi d'abord.
—Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.
—Ni moi non plus.
—Tu as peut-être tort...
—Peut-être.
Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella infinita ombra.
—Dis-lui qu'il s'en aille, Litzine; j'ai très sommeil... l'aube est froide... fermons la fenêtre.
Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai [pg!134] a Litzine tutto quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a difendermi.
—Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l'heure... Car, ma petite Mad, si c'est vrai que la nature est banale, rien n'est plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du Pomméry...
—Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec lui!—l'interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:—Moi je vous regarderai...
E rise.
Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d'educanda, mi guardò, la guardò, poi disse:
—Mais... c'est de toi qu'il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!
Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine, mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella voce:—Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?
Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:
—Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...
Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:
—Si c'est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit service.
—Non, ma foi, non! C'était pour autre chose... Tu me connais, Litzine; j'ai parfois des idées irréalisables...
—Rien n'est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d'ailleurs, [pg!135] Monsieur Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales... voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.
—Bonsoir, Litzine...
Ma nonostante questo commiato Litzine non se n'andava. Mi domandò una sigaretta, che io le diedi. Poi, nell'accenderla, toccai la sua mano. La sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più limpidi e più calmi de' suoi. Era gentile come l'innocenza. Il suo labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine guardava me.
Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva tutto il campo.
Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia, colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella ricchezza buia ed incendiata.
Disse a Litzine:
—Dégrafe-moi ça...
Le si era impigliato un uncino dell'abito in un'ásola del copribusto. Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia, che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.
Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con fulgore, tra un nembo di elettricità.
[pg!136] Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l'uncino, profondamente v'immerse la bocca.
Madlen rovesciò la gola, e rise.
Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo per la prima volta in lei.
—Tu es bien gentille de m'avoir aidée; je te remercie, Litzine...
L'abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la specchiera. Madlen ora si pettinava.
—Où est ta chambre, Litzine?
—Que sais-je? elle doit être par là...
Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la camera; poi disse:
—Couche donc ici, Litzine. J'ai un si grand lit et je suis toute seule...
—Vrai?
—Oui, sans doute.
Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di fumo della mia profumata sigaretta.
Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che precede l'alba era su l'infinito.
—Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,—le rispose Litzine dopo una lunga riflessione,—car je n'aime pas être seule dans des lits nouveaux.
Allora Madlen mi disse:
—Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de Litzine.
Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli si richiede.
[pg!137] La borsa d'automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d'Acqua di Lavanda.
Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di M.mede Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua piccola forcella.
—Oui... mais vous n'allez pas assister à notre toilette, j'espère...
—Pourquoi pas?
Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non le concedeva di lasciar cadere l'abito, perciò camminava nella stanza con un visibile impaccio.
—Tout de même j'ai honte!—esclamò ridendo Litzine.—Les poëtes surtout m'intimident, lorsque je me déshabille.
—Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une épaule très bianche, eux ils ne pensent qu'à l'orner d'une rime décrépite. Oh, je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère Litzine, je ne serai au pis aller qu'un poëte du vingtième siècle, pour qui Orphée n'est plus qu'un mediocre tzigane, Mercure un employé du téléphone, Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus une belle fille comme vous.
—Oh! mais alors il ne nous reste qu'à suivre l'exemple de cette Déesse, qui dépensait très peu pour ses toilettes,préférantse promener toute nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa chemise, et moi, si vous atténuez la [pg!138] lumière, je vous avouerai tout bas que, pour mon compte, la Grèce n'a eu qu'un poëte: ce poëte était une femme, son nom était Sapho...
Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave stanza.
Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.
Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la tentazione di esprimere un'idea con note musicali. Poichè la musica viene dall'amore. Viene da quell'amor sensuale, da quella tendenza verso l'amplesso, cui tutto l'universo ubbidisce.
Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo femminile. La voluttà è sublimazione d'intelletto, stupenda e grave, poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta, poichè s'inoltra verso l'ingaudibile.
Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui biancherie delle due bellissime cortigiane. Que' trasparenti involucri di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore l'involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor [pg!139] profumato calore. Un po' assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d'acqua e di braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di qua, di là, tra l'urto continuo de' pettini e de' cristalli; tutto ciò nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l'unica lampadina ripercoteva nelle specchiere luccicanti.
Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era passato il desiderio degli uomini come l'impeto lirico in una concitata poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l'artefice d'un'opera d'ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.
Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale, non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il marchio dell'assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro [pg!140] vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.
E nel guardarle pensavo all'infinito gregge perpetuo delle madri di famiglia, le opache femmine d'un solo padrone, sovente a lui avverse, umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla distruzione d'ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami coniugali, e mi pareva che qualcosa d'ingiusto fosse ancora nella sorte della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi per l'intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure tentazioni l'insoffocabile amore della ubbriacante novità.
E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove l'infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.
Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni [pg!141] Dei mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori dell'Ellesponto?
Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere, la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,—e si chiamava Maria Maddalena.
Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici, la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.
E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:—«Ti [pg!142] amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.
E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.
Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini, dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure, contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza di Cesare, contro il vile Tetrarca.
Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come il vento, e sempre gli diceva con amore:—«Préndimi, báciami, forestiero del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un [pg!143] mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.
E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi discepoli, narrava il pallido Galileo.
Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di [pg!144] lana quando le rugiade cadevano dagli elevati picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l'uomo dal tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:—Giuda Iscarioth...
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E Litzine disse:
—Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune homme, dont les yeux m'inquiètent?
—Voilà un cas de conscience, machèreLitzine! Moi, à ta place, je lui dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?»
—Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l'esprit si éveillé, à quatre heures de la nuit, voilà ce que j'appelle être une femme supérieure!
Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce piena di un adorabile pudore:
—Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?
Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.
Le risposi:
—Mon précepteur m'a appris, lorsque j'avais douze ans, qu'il ne faut jamais éviter de rendre service à une dame.
E chiusi gli occhi.
Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i costumi del secolo. [pg!145] Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito scriver libri ove bruci l'ardore dei sensi e dove l'anima de' buoni credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d'innocenza e di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi essere il fedele dipintore.
Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.
Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva l'eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell'altra, come il fieno scuro nella paglia bionda.
Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.
Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.
Lasciai cadere le tende. Fra l'alba e noi ridiscese pesante la notte. Una lampadina, dietro l'uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava nella camera torbida il suo mitigato chiarore.
Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice d'ogni pensiero della vita, [pg!146] quel tremore dell'anima e dei sensi che i poveri di spirito non osano chiamare poesia.
Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre. Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come la tela umida si avvolge al rilievo d'una statua supina. Litzine, con voce un po' sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la storia d'un Commodoro Americano, ch'era giunto a Biarritz con il suo yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che nell'atrio del Casino aveva morso non so chi...
La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch'io vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di Litzine. Vedevo bene il diverso colore de' lor capelli. Quelli di Madlen eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere la sua perduta nudità in un colore d'innocenza.
I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale. Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure. La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta, addormentata, in quella femminile promiscuità.
I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre [pg!147] più allacciando, vena contro vena, per dormire in pace. Così l'una sentirebbe dell'altra il cuore delicato battere.
La bocca rossa di Madlen s'immergeva, con una specie di semiriso ebbro, nel respiro di Litzine.
Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d'alba incerta e lontana; la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo d'irrealità, radunava ne' suoi confusi cristalli un pallido colore d'infinito.
Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d'entrambe, che bisbigliava nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.
Erano stanche d'aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili, fiori e piume;—questa, nel mondo, era la lor fatica;—stanche di aver sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:—ora potevano dormire.
Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa ebbrietà.
Il desiderio d'amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle, muoveva con una specie d'insidia le lor mani profumate, istigava in loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...
[pg!148]
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Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso Terrestre. Quell'impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l'Eden calmo si addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile «midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d'alveari e dai fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di lapilli splendenti,—vecchio Adamo, non t'illudere!—nella storia del genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a meno di te.
A que' tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d'irsuti bufali e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de' tuoi bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu sentivi una specie di trepidazione oscura.
[pg!149] Ma ella si mise d'accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole. Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l'Eden ai capricci della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l'erba fiorita.
—Come dovrò io comportarmi?—domandava, perplessa, la innocente signorina Eva.
Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a persuadere le donne:
—Fate com'io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile favella:—«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite presso me, inginocchiátevi, ch'io possa con un fascio d'erba intrisa nel ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l'arsura che vi diede il sole.» Adamo s'inginocchierà. E gli farete sentire, nel dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano [pg!150] piano, come il tralcio s'inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente, il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere, la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:—«Signore mio, levatevi...» E andrete via, su l'erba, senza volgervi, camminando piano.
La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò, tornò, e il saggio serpente le disse:
—Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che dovrete poi attendere l'ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte meglio si prova il fuoco della tentazione.
—La tentazione?—mormorò la fanciulla.—Cosa è mai questa parola che io non conosco?
—Ebbene,—le rispose il serpente,—io vi dirò ch'essa è la vostra forza ed è come il profumo della primavera. Dunque, all'ora delle stelle, voi dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente, vicino alla sua bocca. Poi gli direte:—«Signore mio, le foglie secche stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia nuca, piegatelo, e fate ch'io m'addormenti appoggiata su di voi.» Se la capigliatura v'ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal tremore delle stelle.
—Oh, signor serpente,—mormorò la signorina Eva,—io provo già il bisogno di fare tutto quello che voi dite...
[pg!151] —Allora,—concluse il serpente—non importa ch'io vi dica di più.
E raccolte l'una su l'altra le sue belle spirali smerigliate, questo vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch'egli avrebbe, la notte prossima, nello starli a vedere...
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Ma questa vecchia parabola—direbbe l'avvocato Claude,—appartiene alla letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino biondo, pesava l'irritazione di quella vita artificiale, di quella vita prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano, mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v'è più amore, non v'è più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l'anima dei borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,—vita che lascerà in noi, dopo tanta fiamma, null'altro che un pugno di cenere...
E voi che sentite ne' miei libri cantare questa irritata crudeltà, fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla è passato [pg!152] fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla fu rosso come l'estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua folle inquietudine.
Direte allora di me quel ch'io penso d'ogni cosa nel mondo, e troverete il senso della vita in questo freddo e morto peso ch'è la fine di tutte le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di cenere.
Ma or non sentite nell'alba cantare il pallido fiume Urumea?
Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.
E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa, Madlen, la perduta che sei...
Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di Litzine...
Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone sorelle?...
Nell'alba lontana—io pensavo—muoiono le bianche stelle. Qualcosa è laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince tutte le [pg!153] creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora. E il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve: nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà... Muoiono le stelle.
E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari opprimeranno le tue dita spente.
Nell'alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula, nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa che io sono, e porta me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole, Nell'alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.
Madlen, inquieta, parlava con l'altra sottovoce, sottovoce...
Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po' crudele, un po' amara, le sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come l'addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di Litzine...
Fuori, laggiù, nell'alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo, cantava in me, non distinta, [pg!154] la folle musica dei bicchieri, la poesia felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via dall'anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la viva e tremante furia della voluttà inesaudita.
Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano.
E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte a stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta musica, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.
Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...
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—Bilbao? preferite Bilbao?
—Sì, andiamo a Bilbao.
Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a Biarritz; l'avvocato Claude, con la celebre cantante M.mede Lonard, erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in giorno l'arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente innamorato di lei...
Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un telegramma; vera indelicatezza da parte d'un uomo al quale avevamo dato entrambi tante prove d'amicizia.
Un caldo sole d'autunno dorava l'indolenza del glorioso Atlantico, quando l'automobile mosse dal peristilio dell'albergo, svoltò e corse quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.
Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò mai più, nelle profumate albe, l'Urumea cantare...
Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella eccessiva luce di quella mattinata [pg!156] sfolgorante. In me, nelle mie stesse vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l'urto, la potenza, di quella inebbriante velocità.
La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel grembo, la testa un po' rovesciata sotto la forza ed il profumo del vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida e scintillante.
In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia formicolava di bagnanti mattutini; l'onda era cosparsa d'imbarcazioni leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d'onore della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.
Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.
Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.
Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità contro il [pg!157] genere umano,—me compreso, che sono con voi, e parto, provvisoriamente, con voi.
Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all'hôtel de la Reina Maria Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio, camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:
—Volete fare con me un piccolo viaggio?
Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:
—Volentieri.
Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi il monaco Sant'Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme Damian de Churruca, grande stratega d'oceano, che trovò l'abisso e la gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza, Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de' grandi uomini: servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati borghesi.
Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.
Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v'è qualcosa che non trema più, non trepida più, quando [pg!158] la vostra bellezza mi guarda, lo sono quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice rimasto con le mani pure, su l'orlo e quasi nella perdizione della vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell'atrio dell'albergo, senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.
Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando, rideva col suo bel riso d'adolescente. Più tardi comandò l'automobile, discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.
Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete una stordita fanciulla di vent'anni, che si abbandona o si regala, senza nemmeno comprendere il piacere che dà.
Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...