Un Popolo può ciò che vuole. Ma un Popolo che, forte di mezzi, sopporta d'anno in anno, immobile, muto, che lo straniero gli vieti Unità, imprigioni, tormenti, bastoni i suoi fratelli, non merita libertà, e non l'avrà.
Ho dettofortee avrei potuto direonnipotentedi mezzi. Ricordi tu Roma? Ricordi quella pagina storica del 1849, che tanti fra i nostri, tanti fra i nati in Roma oggi dimenticano, ma che nessuno potrà cancellare? Là—coll'Italia incodardita dalla catastrofe di Milano e dalla rotta di Novara, con quattro Governi avversi, colla congiura pretesca a fronte, abbandonati da tutti e ridotti alle forze d'una sola città, con un erario vuotato dal Papa fuggiasco, con armi scarse e mediocri—noi semplici cittadini, senza prestigio di passato, senza credito fuorchè quello che la nostra condotta ci dava, governammo amati, impedimmo senza terrore ogni tentativo avverso, trovammo danaro bastante alla guerra e a nudrire i nostri quattordici mila militi, volgemmo in fuga l'esercito del re di Napoli, combattemmo lungamente l'Austriaco in Ancona, tenemmo fronte per due mesi ai soldati francesi che sommarono, prima del finir dell'assedio, a trentamila e più. Fu l'amore e la fiducia che ponemmo nel Popolo che ci fruttarono amore e fiducia da esso? Fu il nostro non ispendereun obolo solo che non fosse direttamente utile alla difesa? Fu il sistema di Governo fondato, non sulreprimere, ma suldirigere? Fu il fascino esercitato dalla bandiera? Lo diranno gl'Italiani della generazione che sorge. Io so che se, invece d'una città, l'Italia d'oggi, l'Italia dei ventidue milioni, avesse le sue forze concentrate in mano d'uomini che avessero quella fede nel Popolo, quel sistema economico, quel metodo di Governo, quella ferma, irrevocabile volontà di seguire quel programma, avvenga che può, e quella bandiera, le forze, nonchè dell'Austria, di tutta Europa non basterebbero a vietarle Venezia e Roma. Il contrasto fra quei giorni e le vergognose condizioni presenti m'addolora l'anima, m'avvelena i giorni cadenti e spiega a te, amico, il silenzio per lungo tempo serbato.
Ama il tuo
Giuseppe Mazzini.
Il 17 novembre, Voi, parlando alla Camera sulla Convenzione tra Luigi Bonaparte e il Governo d'Italia, dichiaravate che Vittorio Emanuele nonpuòrovesciare il trono del Papa—che la Convenzione monarchica rinunzia a Roma—ch'essa è quindi violazione aperta dei Plebisciti, dai quali si poneva, condizione dell'annettersi alla Monarchia di Savoja, l'Unità della Patria. Voi compivate in quel giorno un dovere di cittadino.
Ma il 18, irritato dall'accusa d'illogico—scagliatavi machiavellicamente contro da chi violava, votando per la clausola ch'è suggello alla Convenzione, ben altro che logica—Voi dichiaraste che la vostra bandiera era:Italia Una e Vittorio Emanuele; e v'aggiungeste che chi solleva un'altra bandiera non vuole l'Unità dell'Italia.
Se a Voi giova, sul cader della vita, rinunziare a una bandiera per acclamare ad un'altra, io non mi assumerò, per molte ragioni, di riconvertirvi. Ma proferendo la seconda affermazione, Voi non solamente contradicevate, cosa in oggi frequente, al vostro passato—non solamente offendevate la maestà della vostra sorgente Nazione—ma dimenticavate, ingiusto e ingrato ad un tempo, che tra gli uomini morti e viventi, ai quali un giorno foste amico e collega di cospirazione, i migliori furono e sono unitarî e repubblicani. Bastino, tra gli estinti, Carlo Pisacane e Rosalino Pilo. Ma, tra i vivi, io la sollevo questa bandiera diversa. E tra voi, quanti siete novellamente convertiti e diplomatizzanti fra la coscienza e il linguaggio, chi osi scrivere che io non adoro l'Unità della Patria, e non l'ho predicata altamente fin da trentadue anni addietro, quando stranieri e italiani la deridevano siccome utopia, e voi tutti balbettavate di costituzioni regie e federazioni?
Io la sollevo; e mi giovo della dolorosa opportunità che m'offriste per ridirlo a tutti; non solamente perchè i principî l'additano unica malleveria di vero e libero progresso—perchè intorno ad essa si avvolgono i più splendidi ricordi del nostro passato, quando la vostra non ha tradizioni di gloria in Italia, nè origine indipendente, nè coscienza di moralità educatrice, nè intelletto della missione italiana—perchè è sola logica deduzione delle credenze e delle negazioni dei tempi, mentre la vostra vive d'una transazione artificiale tra elementi inconciliabili, sempre provata menzognera in Europa, fuorchè nel paese singolare ov'io scrivo, dagli ultimi sessant'anni—ma perchè cerco, proscritto tuttavia e dannato nel capo dalla monarchia vostra, l'Unità della Patria; perchè, mercè l'ingenito antagonismo deivostri padroni ad ogni sviluppo di vita popolare, e le vostre tattiche secondatrici, vedo rapidamente disfarsi quella unità di propositi e di speranze che spinse per ogni dove, fuorchè in Lombardia, ventidue milioni d'Italiani a congiungersi in uno; perchè, esaurita ogni via, tentata ogni concessione possibile, soffocata lungamente nel silenzio la fede dell'anima mia—tanto che nessuno potesse rimproverarmi di sostituire l'arbitrio d'una ragione individuale fallibile all'opinione dei più—ho raggiunto, costretto dai fatti, l'intimo convincimento che noi non avremo mai, dall'azione spontanea della Monarchia, Venezia, Roma e Unità. E mi stanno davanti, mentre io scrivo, i patti della Convenzione che segna l'abbandono di Roma, e le parole del vostro ministro che abbandonano Venezia:
L'Italia avrà Venezia quando l'Austria, persuasa non da noi—noi non siamo—ma dall'autore dei patti di Villafranca, ritirerà volontariamente i soldati ch'oggi v'accampano:
L'Italia avrà Roma quando il Papa, convinto ch'ei regna tiranno, e fatto amico della libertà, inviterà egli stesso i nostri ad entrarvi:
Cosìunificala Monarchia.
Di fronte a queste codarde e assurde dichiarazioni, proferite da chi s'appoggia su 380 000 soldati, può averne in breve ora mezzo milione, e rappresenta legalmente 22 milioni d'uomini che anelano farsi Nazione, Voi avete evocato un momento dell'antico entusiasmo, per gridare con volto agitato, con accento commosso, un saluto di gladiatore morente alla Monarchia, e un anatema a quei tra i vostri fratelli che hanno serbata intatta quella che fu vostra fede. Io non meraviglio della vostra potenza di volontà; bensì vi compiango perchè abbiate creduto doverla spiegare per una causa nella quale, se interrogate l'intimo core, voi non credete.
Conosco troppo il vostro passato e vi so d'ingegno troppo arguto, per ammettere un solo istante che voi siate oggi monarchico di fede, monarchico teoricamente, monarchico come lo erano settant'anni addietro gli uomini della Vandea: s'io vi sapessi tale, pur combattendovi per dovere, mi dorrei d'esservi costretto. Ogni fede suscita in me, in questi tempi d'immorale e stolido scetticismo, rispetto. Ma gli uomini della Vandea credevano neldiritto divino: Voi no:—giuravano sui loro preti e ponevano la croce protettrice nella regia bandiera: Voi fate guerra ai preti e vorreste vedere in due campi separati, indipendenti l'uno dall'altro, la croce e la monarchia;—sorgevano a combattere e morire pei discendenti di san Luigi, senza badare a probabilità di successo, senza calcolo delle forze nemiche, come si muore per una idea: Voi non morreste, nè altri in Italia, per la sola Casa di Savoja, per la mistica trinità dell'elemento aristocratico, del democratico e del monarchico. Voi siete, come oggi barbaramente dicono,opportunista. Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli: un esercito, che Voi credete monarchico, e ch'io credo, come tutti gli eserciti, semplicemente governativo; e un'Italia officiale, forte d'una vasta rete d'impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci ciechi, muti, servili, tra per abitudine d'obbedienza passiva, tra per paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d'essere chiamati a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch'io potrei chiamareguicciardinesche, Voi porgete omaggio alla Forza o ad un sembiante di Forza. Voi trovate che la Monarchia potrebbe agevolmente,volendo, fare l'Italia; e l'accettate, siccome mezzo all'intento. Se domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi.
Pur tuttavia l'opportunismoaccenna inevitabilmente a limiti di tempoe di condizioni transitorie, che unprincipionon cura. L'opportunismogenera un metodo proprio, diverso da quello che guida chi ha una fede. E questo metodo logico dovrebbe insegnarvi linguaggio più temperato e meno assoluto. La Monarchia potrebbe, non v'ha dubbio,volendo, fare l'Italia. Ma se la Monarchianonvolesse? Se, antivedendo nella guerra all'Austria una serie di insurrezioni nazionali, come quelle del 1848, e conseguenze probabilmente fatali all'interesse dinastico, s'arretrasse deliberatamente dall'impresa Veneta? Se, impaurita di quel potente nome di Roma, e presentendo a ogni modo che, sciolta la questione Nazionale, gli Italiani verserebbero tutta la piena della giovine vita sulla questione di Libertà, scegliesse di tenersi lontana dal Campidoglio repubblicano e dalle mura segnate dai ricordi del 1849? Se, intendendo che non possono tentarsi le due imprese, senza suscitare l'entusiasmo e gli ajuti del Popolo a guerra che gli darebbe coscienza di sè e delle proprie forze, paventasse le esigenze inevitabili dell'avvenire e non vedesse rimedio al pericolo, fuorchè nell'afforzarsi unicamente dell'alleanza col dispotismo straniero? E se Luigi Napoleone, cupido di predominio sul Mediterraneo e su noi, e aborrente quindi dalla nostra Unità, preparasse, di concerto colla Monarchia—prezzo della protezione invocata—la triplice divisione d'Italia, architettata da lui già prima del 1859? Io non intendo di discutere con Voi la verità di queste ipotesi; dico che nessun italiano ha, dopo i fatti degli ultimi tre anni, diritto di affermarle impossibili e trascurarle: Voi, repubblicano un tempo, men ch'altri. E dico che la loro possibilità avrebbe dovuto bastarvi per adottare, anche non disertando il nuovo campoopportunistaaccettato, altra tattica che non la seguita, per non gittare anatemi al rimedio che potrebbe diventare necessario, e per non cacciare a' piedi del trono l'assurda immorale promessa di rimanergli fedelequand'anche.Ed è per dolore d'antico affetto, memore di ciò che faceste pel Paese, ch'io parlo. S'io non guardassi che al trionfo della mia fede, m'appagherei nel ricordar sorridendo, che i Monarchici delquand'anchefurono in tutti i tempi artefici di rovina alla monarchia.
Parte vostra—e, parlando a Voi, parlo ai miei amici edex amicidella Sinistra—era quella di piantarvi, poichè così volevate, nella Camera a guisa di scolte vigili e diffidenti; di piegare, poi che lo credevate opportuno, la bandiera ch'ebbe i vostri giuramenti, ma tenendovi su la mano, in atto di chi è deliberato a nuovamente spiegarla s'altri non attiene le sue promesse; di giovarvi delle leggi esistenti a sviluppo progressivo di quel tanto di diritto ch'esse affermano e che i governanti tradiscono, ma senza teorizzare sovr'esse, accettandole come modelli di perfezione; di buttare in viso ai ministri diversi ogni violazione del loro Statuto, ma senza mai venerarlo Arca di Libertà e affermare racchiuso in esso il germe di ogni progresso futuro, quando il suo primo articolo inaugura, religione dei sudditi, l'infallibile autorità di chi maledice al Progresso; di sollevare di tempo in tempo, sugli occhî dei gaudenti del Governo e della sua maggioranza, la santa bandiera che porta scritti con sangue di martiri i nomi di Venezia e di Roma; di guardare più al Paese bisognoso e capace di educazione, che non al recinto d'una Camera, dove l'educazione è impossibile; di protestare colla parola e minacciar col silenzio; di serbarvi compatti come un sol uomo; di parlar pochi, rare volte e solenni: poi d'afferrare uniti una delle molte opportunità offertevi dall'aperta violazione della legge fondamentale e dell'onore della Nazione, per dire ai vostri concittadini:Esaurimmo, e senza riescire, ogni tentativo per giovarvi coll'armi legali: e ritrarvi, comeTrasea, da un Senato irreparabilmente servile e corrotto. Così governandovi, voi non vi facevate di certopossibilia chi oggi governa, ma educavate il Paese, gli additavate dove cercare un giorno gli uomini suoi e salvavate la dignità dell'anima vostra.
Seguiste altra via. Vi atteggiaste a convertiti adoratori della Monarchia, prima che la Monarchia avesse compito il debito suo, e come se alla Monarchia importassero alcuni adoratori di più. Miraste con frequenti dichiarazioni a rassicurarla sul conto vostro, quando unica via, se pur una n'esiste, di trascinarla a bene è il mostrarle pendente la spada di Damocle. Non pagaste il debito vostro a Roma con una solenne rimostranza collettiva, ch'io vi proponeva, che prometteste, poi non osaste: non il debito vostro a Venezia quando, raggiunta la cifra di 380 000 soldati, viva tuttavia l'insurrezione polacca, vivo il conflitto Dano-Germanico, bisognava proporre apertamente al Gabinetto e al Paese la guerra. Non escì da voi collettivamente un solo atto d'energia nazionale. Ma sprecaste, smembraste la vostra forza e la vostra importanza, cinguettando individui e inutilmente su tutte minuzie, movendo interpellanze e dichiarandovi soddisfatti di spiegazioni che nulla spiegavano, o di promesse che sapevate non doversi attenere. Taluni fra voi cercarono, rosi da vanità di pigmei, di isolarsi da tutti, ciarlando sofismi balzani, cozzanti, francesi. Taluni si ritrassero con piglio nobilmente sdegnoso da un recinto che dissero prostituito, poi vi rientrarono senza che cosa alcuna vi fosse mutata. Erraste quasi tentone fra gli equivoci e il Vero, tra le formole artificiali d'un costituzionalismo bastardo e gli eterni principî d'una Rivoluzione Nazionale fermata a mezzo e che vuol compimento; finchè, dopo leggi eccezionali, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati, scioglimenti arbitrarî d'associazioni, divieti frequenti d'adunanze pubbliche, persecuzioni sistematiche e preventive della stampa, violazioni giornaliere della libertà individuale—dopo un rifiuto di leggi comuni ai Veneti e ai Romani—dopo Aspromonte—caldo ancora il sangue dei cittadini trucidati in Torino—trovaste core, voi, Mordini, di votare l'abbandono di Roma; il conte Ricciardi d'esclamare comicamente:Io sono repubblicano, ma amo la monarchia: Voi di provare che la Convenzione rompe il Plebiscito e condanna l'Italia a rimanersi smembrata e acefala, e nondimeno conchiudere:La Monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide. Così passano le glorie della Sinistra: i pochissimi che seppero rimanersi puri, mutano seggio o si allontanano dal cadavere.
Se non che l'origine prima dei traviamenti risale più in su, e doveva generare fatalmente le conseguenze che vennero dopo.
Il vizio della situazione dell'oggi ha origine—e l'Italia dovrebbe ora avvedersene—dall'annessione, dal cieco entusiasmo degli uni e dalla funesta debolezza degli altri, che falsarono, fin dal cominciamento del nostro moto, la posizione del problema italiano. E voi tutti, Dio vi perdoni, v'aveste parte.
Statuita dallo straniero e accettata dalla Monarchia Sarda la pace di Villafranca, l'iniziativa popolare protestò nobilmente nel Centro, e poco dopo nel Mezzogiorno, contro i disegni federalisti del Bonaparte; e decretò che l'Italia sarebbe. Allora due vie vi stavano innanzi. La prima guidava a fondar la Nazione; la seconda all'ampliamento della Monarchia Sarda, finchè tutto quanto il Paese si confondesse successivamente, annettendosi ad essa.
Annunziare come fine supremo e sorgente perenne di sovranità la Nazione—sommergere tutti, nomi antecedenti e fini locali, nel grande nome d'Italia—dichiarare la Vita Nuova che, preparata, fecondatad'antico, assumeva di recente sostanza e corpo—chiamare ogni terra posta fra le Alpi e il Mare aconnettersi, ad affratellarsi coll'altra, in una Patria comune di liberi e di eguali—far escire da una Costituente la formola di quellanuova vita, la legge del nuovo Patto, il Patto della Nazione—poi, dacchè i tempi volgevano a Monarchia, scrivere nell'ultimo articolo del Patto, che l'Italia si sceglieva un re, e quel re aveva nome Vittorio Emanuele.
O porre attività di vita, sovranità, diritto nel solo Piemonte;annetteread esso, quasi terreno dell'unione e successivamente, ogni provincia Italiana; accettar quindi una tradizione locale, una Dinastia, una Legge anteriore alla Vita della Nazione, una serie predeterminata di vincoli diplomatici, un sistema, un metodo di governo prestabilito.
Tra queste due vie sceglieste—voi tutti, politiciopportunisti—quest'ultima. Io perorai, scrivendo e parlando, a pro della prima; poi, quando vidi prorompere irresistibile la piena, e il povero Popolo d'Italia, travolto dietro agli uomini che avevano meritato negli anni anteriori affetto e fiducia da esso, versarsi all'urne col Sì sul cappello, e m'udii richiedere che cosa io preferissi tra la dedizione incondizionata e ilseparatismo, mi strinsi nelle spalle, e—fidando nei fati d'Italia, più potenti che non gli errori degli uomini—assentii e ajutai.
Sceglieste la seconda: in quel giorno decretaste, per quanto era in voi, l'abdicazione d'Italia; e poneste in seggio il sistema che or chiamatepiemontesismo. Poco importa che, stretti dal pudore, inseriste non so quale menzione di Roma e dell'Unità nelle vostre formole. Scrivendo sulla vostra bandiera e nei vostri proclami eguali ed indivisibili, prima che l'Italia fosse compita, Vittorio Emanuele e la Patria—come se questa non potesse vivere senza quello—porgeste l'arme, che dovea trafiggervi, alla Monarchia. Oggi, la Monarchia risponde, in virtù della dedizione, a chi le chiede Venezia:quand'io vorrò e coll'ajuto, da ripagarsi, dello straniero. A chi le chiede Roma:com'io vorrò e coll'assenso del Papa. Strozzati dall'antecedente, e senza virtù che basti per chiedere perdono a Dio e all'Italia dell'equivoco adottato quattro anni addietro, voi, pari a quei miseri che gridavano, morendo per mano del carnefice regio:viva il re, gridate, pur protestando: Unità—che v'è tolta—e Vittorio Emanuele—che vi dice:protestate, purchè serviate; e servite. Se non che quei misericredevano, e la loro era sublime follia: chi non crede è sublime d'ipocrisia o di paura.
Or voi potete a vostra posta combattere ilpiemontesismo. Ilpiemontesismoche è, non cosa d'individui o di terra, ma sistema e metodo essenzialmente monarchico, ha data da quella deviazione e durerà—sia Torino o Firenze l'alloggio—finchè, esaurite le conseguenze dell'iniziativa del 1859, una nuova iniziativa di Popolo non ricollochi sul vero terreno il problema e non ribattezzi il Paese alla coscienza del proprio Diritto.
L'Unità è suprema su tutte forme, monarchiche o repubblicane. Le forme sono buone, in quanto armonizzano col fine e gli giovano; tristi e da rompersi, nel caso contrario. Sovranità e vita sono nell'Italia che vuole esser Nazione; gli individui—re, presidenti o consoli poco monta—non sono che ministri scelti di quel concetto; fedeli al mandato, sono servi lodati dalla Nazione; traditori o dimentichi, meritano pena e che altri sottentri. L'Unità d'Italia è cosa di Dio; parte del disegno provvidenziale che vuole il Progresso dell'umanità, per mezzo di ciò che noi chiamiamoNazionalità, ed è ladivisione del lavoro tra i Popoli: è scritta nella nostra configurazione geografica,nelle tendenze manifestate dalla Storia nostra, nella lingua che noi tutti scriviamo, nell'indole e nelle attitudini di quanti abitano la nostra terra: fu il Verbo dei più potenti fra i nostri intelletti, l'aspirazione visibile, da Roma in poi, del nostro Popolo nelle sue grandi e spontanee manifestazioni; la fede di centinaja, di migliaja di martiri, taluni monarchici, repubblicani i più. Ciascuno di noi la presentiva, per iniziativa regia o insurrezione di Popolo, presto o tardi inevitabile; ciascuno di noi sa che, per qualunque via, a seconda degli intelletti diversi, avremo Venezia e Roma. Chiunque, come Voi, presume d'aggiogare ilfatto divinoa uno o ad altro individuo, la Vita della Nazione alla povera esistenza d'un re, unprincipioeterno a unaformafenomenale e mutabile, bestemmia e disonora la Patria; rinnega Dio per farsi idolatra. Debito nostro e vostro è di conquistar l'Unità,con, senza o controla Monarchia. Al di fuori di questa formola, adottata da noi anni sono, io non posso vedere che inetti o cortigiani insanabili.
Or Voi non siete nè l'uno nè l'altro: non siete cheopportunista. Io so che solo, tra le quattro pareti della vostra camera, e guardandovi attorno a vedere che non vi siano onorevoli, Voi balbettate tre volte ogni sera, quasi giaculatoria d'espiazione, la nostra formola. Ma oggi, le circostanze non corrono favorevoli al recitarla in pubblico. La Monarchia è tuttora forte; potrebbe, come dissi,volendo; noi forse, volendo, non potremmo. Voi quindi, pubblicamente, siete monarchico. Pur nondimeno, ha la vostra coscienza prefisso un limite alla Monarchia, oltre il quale direte:non vuole? Potranno mai gli uomini, che un tempo vi stimarono fratello, incontrarvi, riaffratellato dai fatti, sulla loro via? Quante cessioni di terre italiane allo straniero esigerete per romper guerra? Quanto aumentare di servilità alle inspirazioni di Parigi? Quanti eserciti da farsi e disfarsi? Una legge che dichiari non solamente stranieri, masospetti, in Italia, i Romani e i Veneti? Otto, dieci violazioni dello Statuto? Tre, quattro Aspromonti? Quante città devono veder sangue di cittadini illegalmente versato dai gendarmi regî? Fin dove si estenderà la robusta vostra pazienza? Vogliate dircelo. Perchè se mai il:se no, nodi Manin e dei Plebisciti dovesse ripetersi, eco sterile e perduta nell'aria, per un tempo indeterminato e senza sapersi a che mira—se il:perdio... badate... protesto...di Voi e dei miei ex amici, dovesse conchiudersi sempre e checchè si faccia col grido di:Viva, quand'anche, la Monarchia—io vi ricorderei un tipo lasciato ai posteri da Carlo Porta. Parmi che, comunque privilegiati, gli elettori del Regno mai possono aver decretato che i loro eletti debbano recitare nell'aula parlamentare la parte diGiovannin Bongée.
Tento sorridere, ma nol posso. L'anima mi s'abbevera di tristezza, pensando al povero Popolo d'Italia, buono ma ineducato—d'onde mai avrebbe esso potuto desumere educazione?—e, come tutti i Popoli ineducati, facile ai traviamenti, ai subiti sconforti, al dubbio su tutti e su tutto. Come insegniamo noi a questo Popolo—del quale usiamo, a modo d'arme democratica, il nome, lasciandolo senza voto, senz'armi, senza ajuti economici—la sua vita futura, la vita italiana, la vita della fede, dell'amore, dell'entusiasmo, del culto morale ai principî, al Giusto, al Vero, alla Libertà? Ove sono i suoi capi, gli uomini ch'esso s'era avvezzo a considerare, non solamente come apostoli d'insurrezione, ma come sacerdoti di rigenerazione morale, d'un santo concetto di sacrificio e costanza? Per venti, per trent'anni predicarono ad esso con noi che la salute d'Italia non scenderebbe nè da principi nè da papi, ma dalle forze associate del Paese, dalla coscienzadel Diritto, dalla religione del Dovere, dalla persistenza nell'Azione; oggi predicano inerzia, sommessione, fiducia illimitata nel principe, l'ateismo dellasciar fare a chi spetta.
Predicarono non dovere un Popolo, che vuol farsi Nazione, sperare dallo straniero; non dovere un popolo, che vuol farsi libero, affratellarsi colla tirannide: oggi additano, perno di emancipazione nazionale e di libertà, l'alleanza col monarca straniero che affogò nel sangue la libertà della propria. Giurarono solenni e gl'insegnarono a giurare all'instituzione repubblicana; oggi giurano acclamando all'instituzione monarchica; promisero che l'Unità darebbe al popolo miglioramenti economici, alleviamento alle piaghe che rodono i più; oggi sanciscono col voto e colla presenza un sistema che, aprendo le vie d'una male acquistata ricchezza ai pochissimi, aggrava di contribuzioni i consumatori più poveri, colloca in mano a speculatori stranieri le sorgenti del nostro sviluppo, inaugura la corruzione, coglie, a superare le angustie presenti, il frutto troncando l'albero; pugnarono, militi e veneratori di Garibaldi, per Venezia e Roma, dichiarando che senz'esse l'Italia non è; oggi oziano soddisfatti, beati di croci e pensioni, colonnelli e generali nell'esercito regio, senza una parola, senza un palpito visibile per Roma e Venezia, imprendendo a proteggere le frontiere dei dominî papali, proteggendo quelle dell'Austria, imprigionando i giovani che, per recare ajuto ai loro fratelli, tentano di violarle, non avendo più fede che l'obbedire e il tacere: parlarono, scrissero d'un Patto nazionale, discusso, votato liberamente da tutti, interprete del nuovofattoitaliano, suggello alla volontà della Patria; oggi invocano sacro, inviolabile, per l'Italia venuta dopo, un embrione di Statuto regio, dettato subitamente da un calcolo d'egoismo e da paura, sedici anni addietro, ad un re, per 4 milioni e mezzo d'Italiani del settentrione.
Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi potrà impedire ch'esso non cada nell'indifferenza, nella pratica dello scetticismo, in uno sconforto supremo d'uomini e cose? Chi salverà l'anima dell'Italia nascente dai vizî di diffidenza, d'egoismo e di ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?
Ingannammo noi tutti questo Popolo d'Italia, che avevamo giurato di redimere e far libero e grande: io, promettendo con voi, voi acquetandovi a veder violate le promesse. Ma io prometteva, illuso sulla generazione d'uomini cresciuta meco nel lavoro concorde delle sante congiure; e quando mi vidi illuso, lo dissi: piegai la fronte non potendo altro, davanti all'onda irruente, ma dichiarando ch'io m'inchinava afflitto al voto dei più, non a Governo o a monarca veruno: tentai giovare al Paese, senza riguardo a bandiera, ma sempre tenendo aperta la via per la nostra: non acclamai, non giurai ad altra: non proferii altro evviva, fuorchè quello dell'Italia Una,con, senza o contro; ed oggi, esauriti visibilmente i due primi stadî, posso senza contradizione risollevare l'antica bandiera e chiamare i giovani al terzo. Voi, ex amici miei, persistete, strozzati dalle conseguenze di una diserzione e contro l'evidenza, nel far durare, parlando o tacendo, l'inganno.
Questa religione dell'anima dell'Italia, questo problema morale, che è supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell'Avvenire, furono e sono, pur troppo, dimenticati da voi. Davanti a una santa missione, santa per la Patria nostra, santa per l'Europa che, diseredata oggimai d'ogni fede pur non potendo vivere senza, ha dirittod'aspettarla da un Popolo dal quale ebbe due volte un vincolo d'Unità; io vi vedo, attonito, circondarvi di formole artificiali, scimiottare il vuoto frasario parlamentare d'uomini che hanno, da lungo, patria, unità, potenza non minacciate; spendere, inascoltati e inesauditi sempre, l'energia e l'ingegno in particolari, in minuzie, giovevoli soltanto dove le basi d'ogni vivere sociale, Indipendenza e Libertà, sono conquistate da secoli; armeggiare di tattiche intorno a fini secondarî, come se non aveste lo straniero in casa, un padrone in Parigi, la Menzogna incarnata nella nostra Metropoli. Lo sdegno e la vergogna, che dovrebbero far correre il vostro sangue a concitamento di febbre, non v'hanno fatto dimenticare una volta sola nei vostri discorsi il titolo d'onorevoli, dato periodicamente ai colleghi quand'anche non li crediate tali: non v'hanno strappato mai uno di quei gridi d'angoscia e di minaccia, che violano il cerimoniale parlamentario, ma sommovono e talora salvano una Nazione. Vergniaud, Isnard e Danton sarebbero per voi violatori delRegolamento. L'anima vostra, raffreddata subitamente dal contatto colla Monarchia, ha smesso i bollori plebei d'anni sono, ha chiuso con sette chiavi le sacre audacie delle antiche congiure, per assumere il gelato contegno dei parlamentari inglesi. Ma i parlamentari inglesi non sono oggi chiamati che a desumere lentamente, pacatamente, le conseguenze e le applicazioni pratiche di principî radicati da molte generazioni nel paese; e apparirebbero, credo, assai diversi, se avessero gli Austriaci in Edimburgo, i Francesi in Liverpool, il Papa in Dublino. La questione che v'è posta innanzi, è questione di vita o morte: è l'enigma della Sfinge: bisogna trovarne la soluzione o perire; perire, non voi, badate, chè non sarebbe gran fatto, ma l'Italia. Se voi l'amaste davvero, non recitereste, siccome fate, copisti inopportuni, lacommedia dei quindici anni. Ricordereste che quellacommedia, recitata allora da liberali tattici che, credenti in ben altro, conchiudevano i loro discorsi, come voi i vostri, col grido diviva la Carta, inoculò nell'anima della Francia quel gesuitismo politico, quella ipocrisia negatrice dei principî e del Vero che ha messo in trono la tirannide del Bonaparte.
Il Vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il propriofine, la norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo, secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito, cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il principio della sua vita, dipende da uninteresse, l'interesse dinastico. L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date una teorica d'interessi, d'opportunità, di finzioni; un machiavellismo male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo, direbbe:io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d'un Popolo. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sè quel Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla tomba: e voi le date l'esempio d'uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un'ora con essi. Così preparate al giogo del primopadrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d'altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio di tradurla in opera.
Io non so se la Repubblica ci unirebbe—e dipenderebbe in parte dai primi uomini chiamati a dirigerla—so che la monarchia, tale quale oggi l'abbiamo, ci corrompe; e so che la corruzione è principio di dissolvimento supremo.—So—e Voi che viaggiaste recentemente nel Mezzogiorno lo sapete—che da tre anni al giorno in cui scrivo, pel mal governo sociale, politico, economico, amministrativo, la causa dell'Unità è andata perdendo terreno, e che le popolazioni minacciano d'attribuirle i danni che derivano da chi non ne cura e v'antepone l'interesse dinastico. E so che solo mezzo a salvarne l'idea e a compirla praticamente, è separarla da chi, non intendendola o non volendola, ne usurpa il nome;—additare, a raggiungerla, una nuova via—insegnare al Paese che unico mezzo è oggimai la rivoluzione, continuata dal Popolo—e gridare ai giovani, com'io grido:conquistate all'Italia Venezia affratellandovi ai Popoli che devono essi pure farsi Nazioni, sorgendo per essi e per voi, assalendo l'Austria nell'interno del Veneto e da ogni terra italiana; preparatevi a conquistare all'Italia Roma; ma in nome del Diritto Nazionale, colla fronte levata, per decretarvi, a beneficio di tutti i Popoli, la libertà di coscienza; conquistate a voi tutti col voto e per vantaggio di quanti son nati fra le Alpi e il Mare, il Patto Italiano, formola detta vita collettiva presente, e sorgente della vita collettiva dell'avvenire. Fatelo a ogni patto, con ogni mezzo, e rovesciando ogni ostacolo che s'attraversi. E se tra gli ostacoli incontrate la Monarchia, in nome di Dio e dell'Italia, non v'arretrate davanti al fantasma, e sorgete a Repubblica.
A Voi tocca di rivelarci, e senza indugio soverchio, una Monarchia che faccia suoi i voti, i bisogni, l'onore del Paese—che invece di rimandare a casa i soldati, li cacci sul Veneto—che non aspetti la conversione del Papa per darci Roma—che fidi nel Popolo, e lo chiami a parlare e ad agire—che non desuma le sue inspirazioni da Parigi—che rispetti la libertà delle Associazioni, delle adunanze, della Stampa, degli individui—che scelga i suoi ministri fra i migliori della parte più progressiva—che chiami i delegati di tutto il Paese a promulgare un Patto Nazionale. E la seguiremo noi tutti, lasciando al tempo di maturare all'Italia ordini egualmente buoni e più filosofici. Ma se nol potete, parlate più prudente o tacete. Altri potrà ammirare sublime la vostra costanza intorno a una illusione fondata sopra un equivoco. Io richiamerò alla vostra mente la vecchia sentenza, che dal sublime al ridicolo non corre se non un passo.
E parmi che Voi e i miei ex amici v'affrettiate a varcarlo.
Dicembre 1864.
Giuseppe Mazzini.
Al Direttore del «Dovere.»
In una lettera del deputato Crispi, inserita nelDirittodel 6 giugno, trovo le parole: «Mazzini, il quale ha solo l'arte di restare repubblicano offrendo i suoi servigi ai principi.»
Quelle parole sono indegne, ma non mi sorprendono. La caduta dell'anime segue, come quella dei gravi, le leggi del moto accelerato. Smarrita la fede che le guidava, precipitano, in balìa di subiti impulsi e dell'ira, d'abisso in abisso.
Nè mi curerei di rispondere a un oltraggio smentito da tutta una leale impavida vita. Se non che il dubbio sul quale speculano quelle parole, affacciato già da altri, può serpeggiar facilmente tra giovani buoni ma proni a uno scetticismo che le fraintese dottrine di Machiavelli hanno impiantato nell'anime. Scrivo dunque per essi quel tanto ch'è necessario a provar loro come qualcuno almeno possa, in un contatto regio, serbare inviolata, non dirò la fede, ma la dignità della fede repubblicana.
Nel novembre del 1863—mentr'io lavorava come meglio poteva per l'unica impresa possibile allora, e di necessità suprema oggi come allora—l'impresa Veneta—mi venne da persona che praticava col re un messaggio la cui sostanza era questa: «il re non intendere questo cospirare continuo e impiantare un dualismo tra il Governo e il Partito d'Azione in cose nelle quali si era, in sostanza, d'accordo: volere egli Venezia quanto me: aver egli fede nell'onesta lealtà del mio procedere: perchè non si verrebbe a un patto per l'intento comune?»
Io sono repubblicano; ma ho sempre creduto e credo che sarebbe colpa e follìa introdurre la questione repubblicana nell'impresa Veneta. La questione Veneta èNazionale, non politica: questione di terra nostra da conquistarsi sullo straniero, sotto qualunque bandiera rappresenti l'Italia nel momento in cui l'impresa si tenterà. La guerra all'Austria ha bisogno di tutti gli elementi di forza esistenti nella Nazione: dell'esercito, come dell'insurrezione e dei volontarî. Ajutare rapidamente, potentemente, universalmente, senza suscitare questioni generatrici di discordia, una iniziativa Veneta, perchè il Veneto emancipato s'unisca all'Italia: è questo tutto il programma. Solamente, è necessario vincere, e vincere in modo che dia all'Italia coscienza disè. Quindi, indispensabili alcune condizioni all'impresa; non ajuti stranieri che c'imporrebbero soggezione e patti funesti: iniziativa di Popolo, per determinare il disegno pratico della guerra, e non lasciare alla pedanteria dei generali governativi facoltà di concentrarla, come nel 1848, per entro al Quadrilatero, dove saremmo forse battuti: l'elemento importantissimo dei volontarî schierato intorno a Garibaldi. Queste mie convinzioni erano tali da potersi esporre a popoli e principi; e le esposi.
Il 14 novembre io aveva ricevuto il messaggio: risposi il 15.
Risposi non potere nè volere stringere patto alcuno. Ricordai: «che più d'un anno addietro»—dopo Aspromonte—«io aveva dichiarato pubblicamente ch'io ripigliava tutta la mia indipendenza e non avrei più patti se non colle inspirazioni della mia coscienza e delle circostanze» e dissi: «credere debito mio verso me stesso e il Partito serbare inviolata quella mia indipendenza.» Dissi: «ch'io non potevo avere fiducia nella fermezza delle deliberazioni di chi seguiva le inspirazioni dell'Imperatore Francese e presentiva che, dove le intenzioni di Luigi Napoleone diventassero favorevoli all'Austria, un telegramma di Parigi agghiaccierebbe in un subito le tendenze bellicose governative. Una politica Nazionale non poteva soggiacere a variazioni sì fatte e a me conveniva quindi rimaner libero da ogni vincolo o patto.
«E d'altra parte, a che i patti? Era noto che io sentiva necessaria l'Unità di tutte le forze nazionali all'impresa: noto ch'io non pensava a inalzare la bandiera repubblicana sul Veneto: noto che noi tacendo, per coscienza e dignità, di V. E., e limitandoci al grido diGuerra all'Austria, Ajuto ai nostri Fratelli, avremmo lasciato il programma ai Veneti, i quali, volendo l'esercito, avrebbero senz'altro invocato la monarchia. Voleva il re, come noi, l'emancipazione del Veneto?Lasciasse fare e s'apprestasse a cogliere rapidamente l'opportunitàche noi cercheremmo di suscitare. Il metodo naturalmente indicato dalle circostanze era:iniziativa insurrezionale nel Veneto: risposta da nuclei di volontarî italiani e manifestazioni del Paese; intervento governativo. Mandasse il re pe' suoi agenti una parola al Veneto che consonasse colle nostre: rallentasse verso noi l'azione governativa: non cordoni ostili, non sequestri d'armi; mentre dal nostro lato s'opererebbe con ogni prudenza possibile: provvedesse all'esercito e segnatamente agli apprestamenti navali: bandisse dall'animo ogni idea d'ajuto francese a noi o d'ajuto italiano alla Francia, se mai la Francia movesse guerra sul Reno: lasciasse Garibaldi capo libero indipendente dei volontarî, e intendesse che mal si compie una impresa nazionale con un ministero screditato nel paese e avverso deliberatamente a noi.»
Nè scenderò in particolari del contatto che seguì: ripugna all'indole mia di rivelare fuori del necessario, sensi e disegni altrui, poco importa di chi. Affermo soltanto—e se v'è chi possa smentirmi, lo faccia—che nessuna mia lettera ebbe una sola sillaba che sviasse dal contenuto di quella del 15 novembre. Non proferii parola intorno ai nostri elementi, ai lavori iniziati, alle nostre intenzioni. Spinsi l'indipendenza sino a rispondere con un rifiuto esplicito all'incerta ipotetica offerta d'ajuti pecuniarî all'intento; dissi che ajuti sì fatti costituirebbero tra chi li darebbe e me un vincolo ch'io non voleva accettare; e suggerii si volgessero a pro dei poveri Polacchi e Ungheresi.
Il 25 gennajo 1864, nojato dei continui tentennamenti e volendo pur essere leale, io dicevo: «che il linguaggio della Stampa Governativa,le circolari ministeriali pronunciavano un voltafaccia codardo, fatale più assai alla monarchia che non alle nostre idee: che avremmo tentato e ritentato; ma che, se fossimo impediti davvero, tutta la mia attività si sarebbe inevitabilmente rivolta alla questione interna e all'apostolato repubblicano.» E ripetevo che: «dare ai Veneti una parola d'ordine a pro dell'azione—lasciare che nuclei di volontarî movessero a soccorrerla quando s'iniziasse—non opporsi a manifestazioni popolari invocatrici d'ajuto ai Veneti—dichiarare, come fece Carlo Alberto nel 1848 ai Governi Europei, il governo Italiano essere costretto a movere—era il da farsi.»
Quando nell'aprile ebbi notizia del sequestro dei fucili in Brescia e Milano, dichiarai «non voler esseremistificatoda principi o da chicchessia: si restituissero immediatamente l'armi, o si sostituisse un numero eguale e, mallevadorìa del futuro, si togliesse all'ufficio Spaventa: dove no, terrei per chiarite le intenzioni avverse, e porrei fine ad ogni contatto.»
Il 24 maggio finalmente io scrivevo: «È chiaro che non possiamo intenderci... S'è cominciato per dichiarare che non poteva sollevarsiiniziativadal di fuori: risposi, dichiarando che si trattava di iniziativa interna. Si disse allora che sarebbe stato necessario un motoanteriorein Galizia: risposi—che, comunque m'increscesse mutare a un tratto disegno e linguaggio coi nostri Alleati, mi vi adoprerei. Oggi si vuole anche l'Ungheria. Domani si vorrà la Boemia, l'Impero Austriaco assolutamente sfasciato prima d'assalirlo. Intanto, l'anno venturo avremo la Polonia morta, la Galizia impossibilitata ad agire, la questione Danese finita, l'Ungheria in braccio al partito conciliatore[150]. Questa non è politica italiana: è politica di paura, politica indegna d'un popolo di 22 milioni e d'un esercito di 300 000 uomini. È impossibile trattare di cose vitali, senza un limite di tempo determinato.Non deve farsi, mi si dice,se non a tempo opportuno. È appunto perch'io credo il momento opportuno, che io cerco si colga. Bisognava dirmi per quali ragioni non è opportuno; bisognava dirmi:s'intende agire nel tal tempo e non prima. Il dirmi oggi che non possono darsi armi all'interno per timore che agiscano, è un ricacciarmi nell'indefinito. Il dirmi cheanche con una insurrezione interna s'impediranno gli ajuti; è un dirmi:il Governo è deciso a far le parti dell'Austria.
«..... Rinunzio quindi a un contatto inutile... Rimango libero, sciolto da ogni vincolo, fuorchè quello che ho colla mia coscienza, terreno sul quale cittadini e re sono eguali.»
Se linguaggio sì fatto valgaoffrire servigi ad un re, vedano gl'Italiani. Nauseato oggimai delle pazze accuse che l'immoralità dei nemici e degli ex amici m'avventa, io dichiaro esser questa l'ultima volta ch'io scendo, di fronte alla causa d'un Popolo, a parlare di me e a giustificare o spiegare la mia condotta.
12 giugno.
Giuseppe Mazzini.
Romani,
Non so a che, nelle nuove circostanze, voi vi apprestiate; ma so a chedovresteapprestarvi; e m'assumo di dirvelo: prima, per coscienza d'Italiano e di cittadino di Roma, dacchè a voi piacque, in tempi gloriosi alla vostra città, farmi tale: poi, perchè gli uomini di parte monarchica imposturarono come mia una stolta lettera nella quale v'è predicata pazienza e sono tacciati d'imprudenti i vostri bei fatti del 1849. Taluni fra voi possono aver creduto nella verità di quell'impostura, e m'importa sappiate che io, triumviro un giorno in Roma, incanutito oggi nella chioma ma non nell'anima, serbo incontaminata la Fede che noi annunziavamo allora uniti e volenti all'Italia dal Campidoglio.
Ignoro quale situazione impreveduta possano creare per voi le tattiche oblique del Governo del Regno e le trame degli agenti francesi con esso e col Papa; e spero che voi vi governerete in ogni modo da forti, a seconda dei casi. Ma io vi parlo come se la Convenzione Franco-Italiana dovesse essere unica norma alle vostre condizioni. E di fronte a quella Convenzione, che comanda al Governo Italiano di non promovere azione contro la potestà temporale del Papa, di non tollerare ch'altri la promova dalle terre Italiane, e di serbare capitale d'Italia Firenze, voi avete due solenni doveri da compiere: il primo verso Roma e voi tutti, che portate sulla fronte quel santo nome: il secondo verso l'Italia e l'Europa.
Voi doveteagire: levarvi contro la ciurmaglia accozzata dal rifiuto dei paesi stranieri e sperderla. Una accusa serpeggia—perchè celarvelo?—a vostro danno in Europa, e ha trovato sovente espressione nelle gazzette inglesi e francesi. La singolare pazienza colla quale voi avete, per diciassette lunghi anni, tollerato, senza una virile protesta, gli invasori stranieri nelle vostre mura, fu guardata come sommessione di Popolo che s'arretra davanti ai pericoli, e avvalorò la menzogna che Roma fosse, nel 1849, difesa da uomini appartenenti ad altre terre d'Italia. Io vi vidi in quel tempo, e però la dichiarai sempre, e la dichiaro menzogna. Le influenze che v'inspirarono quell'attitudine mi son note tutte, e non dimentico la singolare e difficile posizione in cui vi mantenne, chiamando ad alleata la Francia, la Monarchia Italiana. Ma se oggi, liberi da quell'equivoco, voi persisteste in soggiacere a quelle influenze addormentatrici—se non v'affrettaste a provare che, non laforzanemica, ma l'essere quella forza della Nazione che l'Italia chiamava alleata, e che combatteva in Solferinoe Magenta, fu ostacolo al vostro sorgere—voi confermate la pazza accusa. Or voi non dovete—non dirò mostrarvi codardi—ma poter essere sospettati di codardìa.
Ma sorgendo, quale deve essere il vostro grido? Quale programma dovete scegliere?
La risposta fu già data, diciassette anni addietro, da voi: non dovetescegliere; avete scelto.
Il 9 febbrajo 1849, liberi e legalmente rappresentati, dichiaraste unanimi, che il grido dal quale venne la grandezza dei vostri padri era il vostro; che il programma di Roma all'Italia futura si compendiava nella parolaRepubblica. E quel programma, accettato con entusiasmo in quante terre dipendevano allora da Roma, fu segnato ogni giorno, in due mesi di lotta, col sangue dei vostri migliori, in Roma, in Bologna, in Ancona.
Il 2 luglio, un ostacolo—la forza brutale—si frappose tra voi e l'espressione della vostra volontà, del vostro Diritto. Quell'ostacolo sparisce in oggi. La vostra volontà ricomincia a manifestarsi qual era. L'eterno Diritto rivive. Voi siete, sorgendo, ciò che il 9 febbrajo eravate:repubblicani e padroni di voi medesimi.
Il 3 luglio, un giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, il Popolo di Roma levò una volta ancora la mano per affermare, di fronte al nemico, la propria fede: la Costituzione Repubblicana fu solennemente letta alla moltitudine dal Campidoglio. La bandiera straniera s'abbassò, come velo, tra quella mano, che mostrava il Patto, e l'Italia. Quel velo oggi si squarcia. La mano del Popolo di Roma riappare levata in alto.
È questo il solo programma che logica, onore, coscienza del passato e dovere verso l'avvenire v'additino. Riaffermate, prima d'ogni altra cosa, voi stessi, la vostra vita, la potenza che è in voi: farete poi ciò che Dio e la coscienza del Dovere Nazionale vi inspireranno. Siate; poi disporrete di voi.
E allora—quando il vostro voto non sarà il muto, immediato, cieco suffragio che inaugurò la tirannide di Bonaparte e consegnò Nizza alla Francia—quando potrà escire solenne, pensato, forte d'inspirazione collettiva, illuminato dal consiglio dei buoni e dalla libera discussione sulle vostre condizioni e su quelle d'Italia—deciderete se Roma debba darsi, come città secondaria, diseredata di vita propria, a una monarchia condannata, provata impotente a ogni forte fatto, che riceveva jeri, come elemosina dallo straniero, Venezia, e che scriverebbe sul CampidoglioCustoza e Lissa:—o se la Tradizione, gloriosa sopra ogni altra, del suo passato, e la missione ch'è in essa e dalla quale escì due volte l'unificazione materiale e morale del mondo, la chiamino a parte più degna e feconda pei giorni futuri della Nazione.
Intanto affermatevi; affermate Roma.—Chi vi dà consiglio diverso—chi vi sprona ad aggiogarvi senza maturo, collettivo e libero esame nelfattoesistente—disonora Roma senza giovare all'Italia.
Non m'accusate di contradizione coi consigli che io diedi ad altri in passato.
Quand'io, nel 1859 e nel 1860, consigliai il Mezzogiorno d'Italia adannettersi, l'Unità materiale, avversata in tutti i disegni del Bonaparte, non esisteva: l'Italia intera consentiva—non monta se a torto o a ragione—nel concedere alla Monarchia il benefizio d'un esperimento a pro della possibilità d'un accordo fra essa e il Paese: nè le città alle quali io, riverente alla Sovranità popolare, parlava portavano il grande nome di Roma.
E nondimeno io suggeriva, anteriori a ogni plebiscito, le Assemblee, tanto che le annessioni si compissero a patti, e con certezza di libertà vera e d'onore alla Nazione futura. Non m'ascoltarono—ed oggi si pentono d'essersi dati alla cieca.
Ma io parlo ora a voi, uomini di Roma, in condizioni radicalmente mutate.
L'Unità materiale d'Italia è ormai irrevocabilmente fondata; nè le vostre decisioni o i vostri indugi possono farle correr pericolo. Quel ch'oggi importa non è che voi siate d'Italia il tale o tal altro giorno; importa che lo siate in modo degno di voi, e che promova i fati d'Italia e l'Unità morale, mancante tuttora e inaccessibile alla Monarchia.
L'esperimento è compiuto. Una lunga serie di fatti incontrovertibili ha provato, a quanti hanno senno e core, che la Monarchia non può essere se non servile al di fuori, strumento di resistenza al di dentro. L'Instituzione è moralmente condannata. Il Paese può trascinarsi per un tempo ancora tra le esitazioni dell'opportunismo; non è più monarchico.
E io parlo a voi, Romani diRoma, eccezione fra quante città s'inalzano sulle nostre terre. Roma non ècittà; Roma è una Idea. Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che furono vita al mondo nel passato, e il Santuario d'una terza che albeggia e darà vita al mondo nell'avvenire. Roma è la missione d'Italia fra le Nazioni: la Parola, il Verbo del nostro Popolo: il Vangelo Eternod'unificazionealle genti. Posso io dirle diannettersi, appendice subalterna a Firenze? Posso io suggerirle, senza delitto di profanazione, di consacrare del suo prestigio una Instituzione incadaverita; di coprire coll'immensa ombra della sua gloria le colpe, gli errori, la servilità allo straniero d'una Monarchia, che non ebbe una protesta per voi nel 1849, che non trovò una parola da proferirsi a pro vostro nei vostri diciassette anni di servitù; che disse per bocca de' suoi ministri:non andrò inRomase non colbeneplacitodella Francia e delPapa?
No: Roma non deve annettersi a Firenze; dobbiamo noi tutti annetterci a Roma. Ma per questo abbiamo bisogno che Roma risorga quale era quando salvò l'onore d'Italia, perduto in Milano e Novara dalla Monarchia: abbiamo bisogno ch'essa si levi dal suo sepolcro, in nome, non del passato, ma della nuova vita dell'avvenire; abbiamo bisogno ch'essa splenda, per breve tempo isolata, siccome faro di Verità e di Progresso, alle incerte, desiose popolazioni d'Italia.
L'Unitàmaterialed'Italia è pressochè fondata: oggi, è necessario un simbolo che rappresenti l'Unitàmorale; e quell'Unità non può venirci che dalla fede repubblicana. Ciò che abbiamo è forma senz'anima: noi l'aspettiamo da Roma; ma Roma non può spirarla nell'inerte forma, se non a patto di serbarsi pura dalle sozzure presenti. Accettandole, Roma cade; e con essa cadono, per non so quanto, i grandi fatti d'Italia in Europa.
Addio—ora e sempre vostro
5 dicembre 1866.
Giuseppe Mazzini.
Scrivo a voi, non perchè io intenda—nèvoi l'aspettate da me—difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno. Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra, vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori, dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e violazione di proprietà.
Il Paese ricorda—da quando il Governo del padre del vostro re spargeva in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al presidio—che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese—e per Paese non intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando, voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e calunniatori—conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio, del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità, esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera; e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di persecuzioni arbitrarie,di stati d'assedionel Centro, e di repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e Roma, serbarci, di mezzoal concitamento d'una guerra contro stranieri e soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che lanostraRepubblica non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe Petroni—abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano—e del suo duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti, libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'unaopinioneo d'uninteressedinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo uomini d'unafede, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata; viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù, eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna, impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza, accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci, ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.
E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro l'altra—che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente acquistati—che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri concittadini:voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di quelli che rovesciate.
Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare, prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando, nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della libertà, vantandosene campioni,possano dar luogoa iniqui tentativi, che se fossero stati seguiti dal premeditato effettoavrebbero avutoconseguenze veramente da assassini;» poi, parlando d'armi scoperte, afferma: «è inutile dire che questi strumenti eranodiretti contro galantuomini;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'averdimostratoche la congiura era più che altro orditacontrol'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni, delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurarecontroun esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare, duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai vittime votate allaDea Paura, che siete e vi sentite perduti. Noi, per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno d'arti siffatte.
Io—dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba mi riduce a parlar di me—vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra vinta, arbitro delle proprie sorti—quando nel 1859 e nel 1866 diceste, per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito, forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non avete»—io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi, i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere, nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi:volete guerra? l'avrete. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti, esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di tutto un popolo credulonelle vostre promesse, e del nostro silenzio, per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire ad essa:non siamo tuoi, ma d'una dinastia—a noi:siete assassini ed espilatori?
Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi toglie oggimai il diritto della parola.
Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese vi dicesse:non l'avrete mai. Avevate radicato financo nelle moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti, viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni e soffocato—negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re che tradì Milano—il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali, nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che non sollevano, se non d'anno in anno, ilpresente e disseccano le sorgenti dell'avvenire. Avevate una linea, unica in Europa, di frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:—un Esercito di prodi, presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;—un cominciamento della Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie, perseguitati;—Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato, ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla vostra terra, sperate d'averlo un giornoalleato contro di noi. Ricordo le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che, men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando:Sono stato da lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono. Ciò che voi siete, l'Italia lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere, spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei difensori italiani di Torino e Verrua.
Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non tentare di farla rivivere?
Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la tradite?
Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro, all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete, per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci, stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine, e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di Lui volontà sempre giusta.»
È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione; libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che voi chiamateribellione, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta, soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa, l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi? V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un apostolato monarchico?
No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato l'apostolato, opporremo un giorno—in nome di Roma tradita, in nome dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza espressione legale da voi—la forza alla forza.
Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine delComune, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e creatrice dell'ideaUnitàcon Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando laMissionedell'Italia inEuropae diffondendo ai popoli vincoli di morale unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî, non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta, guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia, sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò, non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi, la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendomai, d'un terreno non suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi ingegni stranieri: la vostra politica è politica diresistenza: la vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.