III.

Io sento maturi i tempi per l'unità della patria: intendo, o italiani il fremito che affatica l'anime vostre. Su, sorgete! io precedo. Ecco: io vi do, pegno della mia fede, spettacolo ignoto al mondo d'un re sacerdote dell'epoca nuova, apostolo armato dell'idea-popolo, edificatore del tempio della nazione. Io lacero nel nome di Dio e dell'Italia i vecchi patti che vi tengono smembrati e grondano del vostro sangue: io vi chiamo a rovesciare le barriere che anch'oggi vi tengon divisi e ad accentrarvi in legione di fratelli liberi emancipati intorno a me, vostro duce, pronto a cadere o vincer con voi.

L'amico partì. Pochi dì dopo mi fu fatto leggere un biglietto del Castagneto, che diceva:Vedo pur troppo che da questo lato non v'è da far nulla. Quando mai può un'idea generosa, potente d'amore e d'avvenire per una nazione, allignare nel cuore d'un re?

Noi seguimmo a tacer di politica[85]e a giovare come meglio potevamo, d'opera e di consiglio, la guerra. Ma la guerra non era più italiana, non era lombarda; era piemontese e d'una fazione. Ministero, organizzazione, amministrazione, tutto era in mano d'uomini devoti ad essa. Il governo non aveva missione da quella infuori di ricevere i bollettini dal campo e magnificarli e preparare il funesto decreto del 12 maggio.

Ed escì. Il programma di neutralità fu violato, quando pei sinistri eventi, che facevano presagire la catastrofe non lontana, importava più che mai attenervisi, per non gittar nuovi semi di discordia nel campo, per non togliere apertamente il suo carattere nazionale allaguerra, e per lasciar non foss'altro eredità d'un principio alla insurrezione futura. Noi perorammo, scongiurammo il governo, ma inutilmente. Volevan servire.

E allora—allora soltanto—noi sentimmo necessità di protestare in faccia all'Italia. Quei che erano a quei giorni in Milano sanno che il farlo non era senza pericolo. E dovrebb'essere nuovo indizio a tutti, avversi o propizî, che noi non avevamo lungamente taciuto se non per amor di patria e per non rompere quella concordia, che, anche apparente, poteva giovare alla guerra.

Il dì seguente al decreto, pubblicammo il documento seguente:

AL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALEDELLA LOMBARDIA.

«Signori,

«Quando, compiti i prodigi delle cinque giornate, sublimi di vittoria e di fiducia nei risultati della vittoria, il popolo, solo sovrano su questa terra redenta col suo sangue, v'accettò capi, esso vi commetteva un doppio mandato: provvedere all'intera emancipazione del paese; e preparargli un terreno libero sul quale l'espressione del suo voto intorno ai futuri destini potesse sorgere spontanea, illuminata dalla discussione fraterna, accettata da tutti i partiti, solennemente legale, in faccia all'Europa, pura di basse speranze e di bassi timori, degna dell'Italia e di noi.

«E i popoli d'Italia, che tutti si sapevano fratelli a noi, tutti mandavano, come concedevano le distanze e le circostanze particolari, uomini loro a combattere la santa guerra, vi confermavano tacitamente lo stesso mandato. Sentivano che qui, su questa terra lombarda dove moto e trionfo erano cose di popolo, si agitavano le sorti di tutta Italia: che qui in una importantissima parte d'Italia, da parecchî milioni d'uomini generosi, doveva compiersi, con voto libero e meditato, un esperimento forse decisivo sulle vere tendenze, sugli istinti, sui desiderî che fermentano in core alle moltitudini, e ne decideranno la nuova vita.

«Voi intendeste allora, signori, quel mandato, o mostraste d'intenderlo. E poichè non trovavate in voi potenza o diritto d'iniziativa, dichiaraste solennemente più volte che l'iniziativa spettava tutta intera al popolo, e che il popolo solo, emancipato il territorio e finita la guerra, avrebbe discusso e deciso, raccolto in assemblea costituente, intorno alle forme che dovrebbero reggerne la vita politica.

«E dichiarandolo, voi di certo non intendevate, cosa impossibile, ingiusta, che un popolo intero si rimanesse muto, per un tempo indefinito, sulle questioni più gravi e più vitali per lui: voi non potevate ragionevolmente pretendere ch'ei combattesse senza sapere il perchè; ch'ei conquistasse vittoria senza interrogarsi quali sarebbero i frutti della vittoria, ch'ei si facesse soldato della libertà cominciando dal rinnegarla e dal contendersi ogni diritto di pacifica e fraterna parola.

«Le opinioni a poco a poco si rivelarono. Era cosa buona, era la educazione preparatoria, che voi non davate al popolo, offertagli dai migliori fra' suoi fratelli perchè il giorno dell'assemblea avesse il suo voto illuminato e pensato; era prova data all'attenta Europache le popolazioni lombarde non s'erano mosse per solo e cieco spirito di riazione, ma perchè sentono i tempi maturi per entrare con coscienza di diritti e doveri nel grande consorzio delle nazioni. Voi non dovevate atterrirvi, ma rallegrarvene; e solamente avevate debito di usare di tutta la vostra influenza perchè il campo fosse aperto a tutti egualmente, perchè la discussione si mantenesse scevra di raggiri e d'intolleranze, nei termini d'una pacifica e fraterna polemica.

«Voi sapete, o signori, quale fra le diverse opinioni fosse prima ad uscire da quei limiti consentiti di discussione. Voi sapete che mentre la opinione alla quale si onorano di appartenere i segnati qui sotto si manteneva tranquilla e pacata sull'arena della persuasione—mentre insisteva essa sola sul terreno legale assicurato da voi e v'appoggiava in ogni occasione e con ogni sforzo—mentre esagerava, a proprio danno, la virtù di moderazione, altri più impaziente, perchè men sicuro di giusti argomenti, infervorava nella questione tanto da mutare quasi in lotta la discussione, in minaccia la parola amica. A voi toccava, amati siccome eravate, inframmettere una parola conciliatrice; e non lo faceste. Più dopo, uomini d'alcune provincie, traviati a partiti illegali, pericolosi, tentarono apertamente lo smembramento dell'unità collettiva dello Stato, parlarono di dedizioni immediate senza il consenso dei loro fratelli, aprirono il varco, violando la debita soggezione al vostro governo centrale, all'anarchia del paese; iniziarono liste, le presentarono rivestite del prestigio d'autorità secondarie a popolani illusi, agli ignari abitatori delle campagne; raccolsero in un subito firme, le raccolsero in più luoghi con arti subdole, con abuso di nomi. Questi abusi, questi artificî vi furono noti, o signori! voi riceveste lagnanze e prove; alcuni tra noi ricordano parole vostre in proposito, e le ridiranno, s'altro non giova, alla storia. Era obbligo vostro santissimo punire quei tentativi, illuminare colla vostra parola pubblica le illuse popolazioni; ridire ad esse, ridire a tutti il vostro programma e le ragioni che militavano a mantenerlo, diffonderlo con tutti i mezzi che stavano in mano vostra per ogni dove; invocare l'amore al paese e il senso diritto de' vostri concittadini. Voi nol faceste, e mentre l'agitazione prodotta da mene siffatte nel popolo inconscio domandava a sedarsi una vostra parola, e molti fra gli onesti d'ogni partito vi traducevano questa dimanda, voi ricusaste; voi vi ravvolgeste in un silenzio funestissimo, inesplicabile; voi lasciaste procedere, immobili, quella condizione di cose; ed oggi voi l'invocate, esagerandola, a scolparvi della violazione al programma accettato dalla nazione; oggi, mentre l'amore al paese e il senso diritto de' Lombardi cominciano a diminuire, per opera propria, i pericoli—oggi che da talune delle città traviate cominciano a giungervi, non provocate da voi, prove di ritorno a più giusto sentire e proteste di adesione all'antico programma—il vostro decreto del 12 lo sacrifica, sanziona quei procedimenti funesti e chiama i cittadini non preparati a decidere in un subito le sorti del paese con un metodo illegale, illiberale, indecoroso, architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra.

«Il metodo dei registri è illegale, perchè viola per autorità vostra il programma ch'era condizione della vostra esistenza politica in faccia al paese; perchè invola la più vitale, la più decisiva fra le questioni all'Assemblea costituente.

«Illiberale perchè sopprime la discussione, base indispensabile al voto; cancella un diritto inalienabile del cittadino, e sostituisce all'espressionepubblica e motivata della coscienza del paese il mutismo e la servilità dell'impero.

«Indecoroso perchè affrettato; perchè tende a trasmutare ciò che potrebbe esser prova d'affetto sentito e di maturato convincimento in dedizione di codardi impauriti; perchè la guerra pendente e la presenza d'un esercito che rappresenta una opinione rapisce alla decisione ogni dignità; perchè in faccia all'Italia e all'Europa noi appariremo a torto in sembianza d'uomini condotti da interessi immediati e paure, e i generosi che ci sono fratelli e che ci salutarono, combattendo, fratelli, appariranno a torto conquistatori.

«Architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra, perchè coglie a imporsi il momento in cui quell'opinione ha preparato in tutti i modi e con tutti gli artificî il terreno; e perchè voi non vi limitate neppure a chiedere al popolo se intende o no procedere immediatamente a una decisione, ma escludete dai vostri registri una delle soluzioni al problema, e ne sopprimete qualunque espressione.

«Signori, voi avete violato il vostro mandato.

«Noi crediamo debito nostro dolorosissimo il dirvelo: dolorosissimo non per ciò che spetta alle future sorti d'Italia; le sorti d'Italia stanno in più alta sfera che non è quella in che i governi provvisorî s'aggirano; ma perchè noi v'abbiamo lungamente difesi ed amati: e perchè, noi lo crediamo, il decreto del 12 maggio turberà lungamente la pace della vostra coscienza.

«Signori; le conseguenze immediate di quel decreto potrebbero riescire sommamente pericolose alla pace domestica e alla libertà del paese. Voi somministrate con esso un pretesto all'intervento straniero che tutti lamenteremo. Voi, rompendo la vostra neutralità per farvi a un tratto settatori d'un'opinione esclusiva, cacciate un guanto di sfida imprudente alle opinioni sagrificate.

«Dio ajuti l'Italia e rimova il pericolo, che voi le suscitate, degli stranieri! Quanto a noi, amiamo la patria comune più che noi stessi. Noi non raccoglieremo quel guanto. Noi non resisteremo pei nostri diritti perchè la resistenza sarebbe cominciamento di guerra civile, e la guerra civile, colpevole sempre, lo sarebbe doppiamente oggi che lo straniero invade tuttora le nostre contrade. Ma i nostri concittadini ci terranno, noi lo sappiamo, conto del sacrificio.

«A noi basta per ora, o signori, protestare solennemente in faccia all'Italia e all'Europa e a quiete della nostra coscienza. Il buon senso della nazione e l'avvenire faranno il resto».

Così, la parte repubblicana, ingannata con false promesse, aggirata per lunga pezza dal contegno gesuiticamente amichevole del governo provvisorio, poi perseguitata d'accuse villane, di stolte minaccie e di perfide insinuazioni diffuse tra il popolo, e tradita a un tratto nelle sue più care speranze da un decreto che alla libera, solenne, pacificadiscussioned'una Costituentedopola vittoria sostituiva una muta votazione su registri e, pendente la spada di Damocle sulla testa ai votanti, rispondeva parole di dignitosa e severa mestizia ai violatori della pubblica fede, pur dichiarando di non volere, per amore di quella concordia che essi soli avevano, tacendo, serbata sino al 12 maggio,raccogliere il guanto—la plebe deimoderati, irritata, arse in Genova quella protesta. Noi potevamo rispondere, in modo non dissimile da Cremuzio Cordo:ardete anche i buoni tutti d'Italia in quel rogo, perch'essi sanno la verità che noi diciamo a memoria.

Pochi dì dopo, pubblicavamo il programma dell'Italia del Popolo.Ed anche allora, il nostro era linguaggio di conciliazione. «La nostra è missione di pace. Fratelli tra fratelli, noi concediamo e rivendichiamo il diritto di libera parola, senza la quale non è fratellanza possibile. Chi vorrebbe, chi potrebbe contenderlo? Non è santo, in Italia, il pensiero? Non prorompe dal conflitto delle opinioni la verità? Ov'è chi già la possieda infallibile, intera? Ah, se i fratelli potessero mai impor silenzio ai fratelli, se un diverso convincimento intorno ai modi di far questa nostra patria una, libera, grande, potesse mai farci nemici gli uni degli altri, i presentimenti d'un'Italia futura sarebbero menzogna e ironia. Il problema dei nostri fati è problema di educazione. Educhiamo. Noi rinunziammo, da quando albeggiò sulla nostra terra la libertà di parola, al lavoro segreto, alle vie, sante nel passato, d'insurrezione. Pieghiamo noi tutti riverenti il capo davanti al giudizio sovrano, legalmente manifestato, del popolo. Accettiamo i fatti che, consentiti dal popolo, si producono successivi fra il presente e l'ideale che splende, come una stella dell'anima, davanti a noi. Ma chi fra' nostri oserebbe dirci:rinnegate quell'ideale?Lasciate, in nome di Dio, in nome dell'inviolabilità del pensiero, che questa nostra bandiera, bandiera, voi tutti lo dite, dei dì che verranno, sventoli sorretta da mani pure, nella sfera dell'idea, quasi presagio aleggiante intorno alla culla d'un popolo che sorge a nazione! Noi sappiamo che dov'anche moveste in oggi per altre vie, voi verrete un giorno a raccoglierla sui nostri sepolcri. Ma la raccoglierete illuminati, mercè nostra, sul suo potente significato, sul valore delle sacre paroleDio e il popoloche vi splendono sopra: la raccoglierete, non per subito impulso di concitate passioni o di riazioni contro le tirannidi spente, ma come legato de' nostri padri, purificato, discusso dagli studî, e dalla meditata esperienza dei vostri fratelli. E intanto noi ci abbracceremo sul terreno comune che le circostanze c'insegnano: l'emancipazione della patria, l'indipendenza dello straniero che la minaccia. Studieremo insieme i modi più attivi, più efficaci di guerra contro l'Austriaco; susciteremo insieme il nostro popolo all'opera; indicheremo ai governi la via da tenersi per vincere; moveremo su quella con essi. Primo nostro pensiero sarà la guerra; secondo, l'unità della patria; terzo, la forma, l'istituzione che deve assicurarne la libertà e la missione. Ora i nostri lettori sanno chi siamo e l'inspirazione che ci dirigerà nel nostro lavoro. Spetta ad essi il giudizio: ai giovani, consacrati dall'amore e dall'intelletto, sacerdoti del progresso italiano, l'ajutarci fraternamente all'impresa. Noi seguiremo, avvenga che può, come le leggi future e gli eventi concederanno. E s'anche, fraintesi dagli uni, tiepidamente soccorsi dagli altri, cadessimo a mezzo la via, noi diremo, sereni e assicurati dalla pura coscienza: perisca il nostro nome; si sperda la memoria del molto affetto, dei molti dolori patiti, e del poco che noi facemmo; ma rimanga, santo, immortale, il pensiero, e Dio gli susciti migliori e più avventurosi apostoli negli anni futuri».

Siffatte erano le nostre parole. E nondimeno, noi fummo per ogni dove accusati d'avere, sostituendo un'ideapoliticaalla questione di indipendenza, nociuto alla guerra e seminato dissidî tra le forze che dovevano combatterla unite! E tanto fu diffusa e ripetuta la falsa accusa, ch'oggi ancora serpeggia all'estero e in patria per opera di uomini illusi o tristi.I repubblicani dovevano combattere e discussero.La storia intanto dei fatti documentati dice e dirà:che i repubblicani furono i primi a combattere, gli ultimi a discutere. Dirà che i repubblicanicombattevano sulle barricate mentre imoderaticongiuravano con Torino—che repubblicani erano pressochè tutti coloro i quali, inseguendo gli Austriaci fuor di Milano, o uscendo da Como, si spingevano fino al Tirolo, mentre il governo provvisorio moveva i primi passi a render possibile più tardi la dedizione—repubblicani i volontarî che l'undici aprile s'impossessavano della polveriera di Peschiera—repubblicani i più tra gli uomini che pugnarono per Treviso, e sostennero per diciotto ore, il 23 maggio, in Vicenza l'urto di diciottomila uomini e di quaranta cannoni—repubblicani gli studenti che riuniti in corpo chiedevano, scongiuravano d'essere condotti al nemico—repubblicani gli uomini che sul finire del maggio formarono il così dettobattaglione lombardo, e mossero a difesa del Veneto abbandonato, tradito dalla guerra regia. Dirà che repubblicano e fondatore dellaSocietà democraticaera Giuseppe Sirtori, salito più tardi a meritata fama di guerra in Venezia—repubblicano il Maestri, membro del comitato di difesa negli ultimi giorni della guerra—repubblicano, egli e chi lo seguiva, il Garibaldi che lasciò ultimo senza codardie di patti o armistizî il suolo lombardo. E dirà che di guerra furono tutte le proposte escite dalla fratellanza repubblicana; per la guerra unicamente e contro l'inerzia del governo tutte le agitazioni che dopo il 12 maggio si rivelarono in piazza San Fedele. Il protagonista, dell'unica manifestazione che assumesse per un istante colore politico—quella del 29 maggio—l'Urbino, era giunto da poco di Francia, ignoto ai repubblicani, non veduto fuorchè una sola volta da me.

Il 29 maggio furono chiusi, esaurita la votazione, i registri. Come se ad ogni trionfo deimoderatidovesse corrispondere una sciagura nazionale, il fiore della gioventù toscana cadeva in quel giorno, sagrificato, per inscienza di guerra o peggio[86], sui ridutti di Montanara e di Curtatone.

L'8 giugno fu pubblicata la cifra dei voti. Il 13, due giorni dopo caduta Vicenza, una deputazione recava, duce il Casati, al campo del re l'atto solenne dellafusione. La vittoria era della fazione; l'intento della guerra regia era finalmente raggiunto:svanita per allora ogni possibilità di repubblica e unprecedente, come lo chiamano i diplomatici,conquistato alla dinastia di Savoja. I regî a quel tempo diffidavano già di vincere, e unprecedente, un titolo da tenersi in serbo a giovarsene nei futuri rivolgimenti e nei futuri congressi, era per molti fra loro la somma speranza. Quindi la fusione affrettata, in onta alle promesse e all'utile della causa, nella Lombardia; e peggio nella santa eroica Venezia, dove il 6 agosto,segnate già da due giorni le basi della turpe cessione all'Austria, giungevano a prender possesso,in nome di re Carlo Alberto, della città i due commissarî Colli e Cibrario. Ah! duri l'esilio per noi, duri per voi, fratelli miei, l'oppressione, anzi che debba un'altra volta vedersi profanato per siffatte oscene miserie il grande concetto italiano e dato ai traffichi di un'ambizione dinastica l'entusiasmo e il sangue dei prodi! Perchè, come nelle lagrime si santifica la virtù, così nei patimenti inflitti dalla tirannide si purificano le nazioni; ma per arti di menzogna e calcoli d'egoismo non si sollevano popoli alla libertà: si sfibrano nell'inerzia della diffidenza e si condannano a tale una lenta agonia d'ogni facoltà potente e d'ogni palpito generoso da far lungamente piangere le madri in terra e gli angioli in cielo.

Ed era agonia!—noi più miseri di tutti gli altri che senza illusioni interrogavamo i segni crescenti del male e numeravamo i battiti del polso alla grande morente, nè potevamo sclamare:la libertà d'Italia perisce, senza ch'altri ci gridasse terrificatori e alleati dell'Austria!

Fin dall'aprile, per odio ai volontarî e obbedienza alla diplomazia, l'impresa del Tirolo s'era abbandonata. Il Friuli era perduto e aperto al nemico. E perduta era la provincia veneta, dove Padova, Vicenza, Treviso, Rovigo, l'una dopo l'altra cadevano senza che un soldato del re movesse a soccorrerle: ai regi importava, non di salvare il Veneto, ma di strappare, col terrore della rovina e con false speranze di redenzione, a Venezia il voto del 5 luglio. Promesse date a governi stranieri contendevano ogni operazione—e poteva riescir decisiva—contro Trieste. La flotta sarda, in virtù d'obblighi reiteratamente e inesplicabilmente contratti, si rimaneva inattiva: l'11 giugno, ad ajutare in Venezia i raggiratori della fusione, s'era annunciato che in un coi Veneti i legni sardi avrebbero tentato una impresa; ma, raggiunto l'intento, l'ordine di mossa si rivocava. Gli Austriaci, rinforzati a lor senno, maturavano gli estremi disegni. Poco dopo il decreto del 12 maggio, il re di Napoli aveva richiamato le sue truppe. Le dichiarazioni del papa a Durando avevano reso pressochè inutili gli ajuti romani. L'atto di fusione aveva, rivelando nuovi pericoli ai governi italiani dall'ambizione della casa di Savoja, tolta ogni speranza di cooperazione da parte loro; aveva, col fantasmad'unacostituente sardo-lombarda, irritati più sempre i timori, gli odî e maneggi segreti dell'aristocrazia torinese. Le tristi necessità, che accennammo più sopra, della guerra regia avevano creato il vuoto e l'isolamento intorno al campo di Carlo Alberto.

E a isolarsi in Europa, a privarsi d'ogni speranza di soccorso dall'estero, sommavano le necessità della regia diplomazia: tortuosa del resto come fu sempre la politica di casa Savoja, e incerta e tentennante come il pensiero del re.

La storia diplomatica di quel periodo è tuttavia arcana e rimarrà tale per qualche tempo. Vivono, e pressochè tutti in potere, gli uomini che la maneggiarono; e importa ad essi sottrarne i documenti alle povere aggirate popolazioni. Però, anche la collezione inglese, citata più volte, è visibilmente manchevole nella parte che più rileva. Ma le linee principali trapelano di sotto al velo e giova, a compimento di questo lavoro, accennarle.

La guerra fra i due principî era generale in Europa: l'entusiasmo suscitato dai moti italiani, e segnatamente dall'insurrezione lombarda e dai prodigi delle cinque giornate, era immenso; e l'Italia poteva, sapendo e volendo, trarne quanta forza era necessaria a controbilanciare ogni forza di riazione nemica. Ma per questo bisognava, checchè temessero i meschini politicimoderati, dar carattere apertamente, audacemente nazionale, a quei moti, tanto da spaventare i nemici e offrireun elemento potente d'ajuto agli amici. Gli uni e gli altri presentivano maturi i tempi, e cominciavano a credere che l'Italia sarebbe; ma l'Italia, non ilregno del nord. Ricordo le confortatrici parole a me rivolte nelle sue stanze, due giorni prima ch'io rimpatriassi, da Lamartine in presenza, fra gli altri, d'Alfred de Vigny e di quel Forbin Janson ch'io doveva più tardi ritrovarmi davanti predicatore di restaurazione papale e cospiratoruccio raggiratore in Roma. «L'ora ha battuto per voi—diceva il ministro—ed io ne sono siffattamente convinto, che le prime parole da me commesse al signor d'Harcourt pel papa a cui l'ho spedito sono queste:Santo padre, voi sapete che dovete essere presidente della repubblica italiana». Il d'Harcourt aveva ben altro che dire al papa per conto della fazione che avvolgeva Lamartine nelle sue spire mentr'ei s'illudeva di padroneggiarla. Nè io dava importanza più che di sintomo alle parole di Lamartine, uomo d'impulsi e di nobili istinti, ma fiacco di fede, senza energia di disegno determinato, e senza conoscenza vera degli uomini e delle cose. Bensì, egli era l'eco d'una tendenza prepotente, in quei momenti di concitamento, sulle menti francesi; e una bandiera di nazione risorta, un programma, se non risolutamente repubblicano, come quello almeno della costituente italiana, avrebbe, in Francia, fatto forza ad ogni più esitante governo. Da cose grandi nascono cose grandi. Il concetto pigmeo deimoderatiagghiacciò gli animi per ogni dove e comandò politica diversa alla Francia. Ilpopolo italianoera alleato più che forte a salvare la repubblica da ogni pericolo di guerra straniera; un regno del nord, in mano di principi mal fidi e avversi per lunga tradizione ai repubblicani di Francia, aggiungeva un elemento pericoloso alla lega dei re. La nazione da quel giorno ammutiva e lasciava libero il suo governo di commettere i fati della repubblica all'ignoto avvenire e non aver politica alcuna per l'estero. L'Inghilterra, comechè l'idea d'una Italia possa ingelosirne il governo, non era tale da contrastare a una solenne manifestazione nazionale: politica perpetua inglese è quella di creare ostacoli al sorgere d'ogni fatto che introduca un nuovo elemento nell'assetto europeo, e di riconoscere prima quel fatto, sorto che sia e potentemente iniziato. E le due cagioni che rendevano meno avversa l'Inghilterra alla formazione del nuovo regno—l'impianto d'una barriera alla Francia conquistatrice e la necessità creata all'Austria di cercare un compenso nelle provincie turche e costituirsi ostacolo alle mire russe—militavano con più vigore per l'ipotesi nazionale. L'Austria sentiva il nembo, e non intravvedeva possibilità di difesa.Se domani—scriveva a Londra a lord Palmerston il barone Hummelauer[87]—se domani i Francesi varcassero l'Alpi e scendessero in Lombardia, noi non moveremmo a incontrarli. Noi rimarremmo a principio nella posizione di Verona e sull'Adige; e se i Francesi venissero in cerca di noi, noi retrocederemmo verso le nostre Alpi e l'Isonzo; ma non accetteremmo battaglia. Noi non ci opporremo all'ingresso e alla marcia dei Francesi in Italia. Quei che ve li avranno chiamati potranno a lor posta sperimentare anche una volta la loro dominazione. Nessuno verrà a cercarci dietro le nostre Alpi; e rimarremo spettatori delle lotte che avranno sviluppo in Italia.

Io non dico che si dovesse o non si dovesse chiamare gli eserciti francesi in Italia. Io credeva allora e scrissi più volte sull'Italia del Popolo—comechè a noi repubblicani venisse dalla stessa gentaglia, che ci chiamava alleati dell'Austria, gettata continuamente in visol'accusa di volere far decidere le nostre liti dallo straniero—che noi Italiani avevamo, purchè uniti e volenti, forze nostre a dovizia per emanciparci: e lo credo anch'oggi. Ma dico che a sciogliere il nodo bisognava o giovarsi degli ajuti stranieri o chiamar sul campo tutte le forze vive della nazione; e dico che gli ajuti di Francia in quei giorni erano, per chi li avesse voluti, certi, immancabili. Imoderatirespinsero gli uni e non vollero, anzi addormentarono e soffocarono l'altre. Era stoltezza e tradimento ad un tempo. A noi, che di certo sentivamo italianamente quant'essi e volevamo liberarci con armi nostre suscitando a crociata il paese, pareva utile e giusto che la fratellanza dei popoli ricevesse pure consecrazione sui campi delle prime nostre battaglie e s'accettasse con riconoscenza l'offerta d'una numerosa legione di volontarî francesi, che avrebbe coi primi fatti bastato a cimentar l'alleanza morale tra le due nazioni e a mostrar da lungi come probabile l'ajuto governativo. Ma che sperare da uomini, ai quali non era rossore il condannare—per terrore d'un rimprovero da Pietroburgo—all'ozio increscioso d'una caserma in Milano Mickiewicz e i suoi Polacchi sino al giorno in cui la determinazione di sottrarli a Venezia, che per mio suggerimento li aveva accettati, fe' sì che fossero chiamati al campo?

Carlo Alberto e i suoi non volevano gli ajuti di Francia, non per orgoglio nazionale nè per coscienza di secura vittoria, ma come non volevano gli Svizzeri e i volontarî, per paura dell'idea, della bandiera repubblicana. Un timido indirizzo fatto sul cominciar della guerra, e senza chiedere ajuti, al governo di Francia, meritò rimproveri severi dai regî al governo provvisorio. E le istruzioni date agli agenti sardi imponevano di chiudere possibilmente ogni via all'intervento francese.L'esercito francese—diceva orgogliosamente, il 12 maggio, Pareto alla Camera torinese—non entrerà se non chiamato da noi; e siccome noi non lo chiameremo, non entrerà. E si minacciava sul finir di luglio resistenza aperta a ogni tentativo d'intervento che venisse di Francia. A tenersi intanto diplomaticamente amico il governo francese e a carpire promessa d'approvazione alregno del nordquando sarebbe giunto il tempo di farlo accettare dalle potenze europee, imoderatiassumevano segretamente l'obbligo di cedere la Savoja. Di questo ho certezza. E la Savoja era eliminata da una carta del futuro regno fatta disegnare a quel tempo in Torino a norma segreta d'alcuni fra gli agenti sardi, e un esemplare della quale sta in nostre mani. Mercè quel pattuito mercato, Lamartine dimenticava le sue prime aspirazioni repubblicane; e mentre il segretario degli esteri, Bastide, dichiarava a me e a qualunque altro volesse udirlo che la Francia era inesorabilmente ostile alle mire ambiziose di Carlo Alberto, l'inviato francese in Torino, signor Bixio, perorava indefesso per la fusione e mi spediva a Milano, per tentar di convincermi, il suo segretario. Di siffatte vergogne diplomatiche e del continuo oblio del principio scritto sulla sua bandiera, la Francia paga oggi il fio col decadimento del suo nome all'estero e coll'anarchia che la rode.

Dei maneggi politici che i faccendieri del re millantavano coll'Inghilterra, idocumentinon hanno indizio. Ma l'Austria, forse da principio, sinceramente atterrita com'era dalle proprie condizioni interne ed esterne, più dopo con intenzione visibile di guadagnar tempo, tentò più volte il gabinetto inglese perchè si facesse mediatore e paciere fra l'insurrezione e l'impero.

Fin dal 5 aprile, Ficquelmont annunziava da Vienna al conte Dietrichstein, ambasciatore austriaco in Londra, l'invio d'un commissario imperiale in Italia incaricato di negoziare per una riconciliazionesulle più larghe basi possibili[88], e pregava perchè lord Palmerston appoggiasse le sue proposte. Non so se il commissario giungesse in Italia o con chi favellasse; ma lelarghe basinon eccedevano allora i limiti dell'indipendenza amministrativa. Se non che da un altro dispaccio spedito lo stesso giorno al Ficquelmont dal barone di Brenner, incaricato d'Austria in Monaco[89], appare un primo indizio o tentativo o desiderio di non foss'altro scambievoli cortesie fra i due nemici per iniziativa di Torino: e merita attenzione. Era una comunicazione scritta delle intenzioni di S. M. Sarda risguardanti le relazioni pacifiche da mantenersi sul mare; ma i modi della comunicazione e parecchî accessorî, e l'interpretazione data al buon ufficio dall'Austria, moverebbero sospetto d'altro. Il marchese Pallavicini, incaricato della comunicazione, s'indirizzava al Severine, ministro di Russia in Monaco, perchè manifestasse come intermediario all'Austria il desiderio della corte di Torino, e gli ottenesse un colloquio col Brenner. L'abboccamento aveva luogo il 5—non già, come parea naturale, nella residenza del Severinedacchè non bisognava risvegliar l'attenzione degli sfaccendati curiosi in Monaco—ma in casa d'un Voillier, consigliere della legazione diRussia; e fu scelta comeil luogo più adatto perchè situato in una parte più remota, poco osservata della città: il Pallavicini insisteva perchè non si ritardasse di un'ora. La nota fu trasmessa da quest'ultimo al Brenner, coll'aggiunta da leggersi nel dispaccio, «che con quella comunicazione il governo sardo desiderava allontanare per quanto era in esso le conseguenzefunesteche il conflitto nel quale il Piemonte si trovavasventuratamenteimpegnato coll'Austria, potrebbe avere per gli interessi del commercio marittimo ne' due paesi»—forse con altre aggiunte da non leggersi nel dispaccio: e la nota stessa consegnata dal Pallavicini, mandata al Ficquelmont, e da lui, per copia, al Dietrichstein in Londra, non è da trovarsi fra idocumenti. Comunque, i due conversavano sulle faccende correnti, e il Brenner nota che il marchese «non sembrava affatto rassicurato sull'ultime conseguenze dell'impresa nella quale re Carlo Alberto s'era indotto ad entrare», ma credendo che «in caso di collisione fra i due eserciti il vantaggio rimarrebbe al maresciallo Radetzky, ei pareva fondare le sue speranze sulle interne difficoltà dell'impero».Non ho creduto—scrive il Brenner al suo padrone—dovere respingere una iniziativa che potrebbe forse, nelle intenzioni del governo sardo, aver valore d'un primo tentativo per condurre un accordo col gabinetto imperiale. Il Pallavicini, pare, fu poi redarguito dal suo governo per avere oltrepassato i termini del mandato. Tutto quel maneggio a ogni modo ha sembianza di congiura più assai che non di franca e leale comunicazione governativa. E se si raffronti colla dichiarazione, non provocata, del Ficquelmont a lord Palmerston «che se l'Austria riescisse a respingere i Piemontesi sul loro territorio....noi possiamo porgere anticipatamente all'Inghilterra che noi non seguiremmo al di là delle nostre provincie il successo ottenuto[90]»—cresce il sospetto nell'animo. Certezza siffatta data innanzi tratto a un fiacco nemico poteva riescire—e riescì forse—fatale.

D'allora in poi, le richieste di buoni uffici e i progetti di pace e le comunicazioni austriache al gabinetto inglese spesseggiavano neiDocumenti.

Un primo progetto, steso da chi non si nomina nella collezione—e credo sia Colloredo—fu discusso l'11 maggio nel consiglio dei ministri in Vienna e mandato il 12 da Ponsonby a Palmerston. È l'unico savio che potesse escire da Vienna; e cominciando dal confessare la onnipotenza dell'idea nazionale in Italia[91], propone che, accettata la mediazione dell'Inghilterra e del papa, e sancito un armistizio in virtù del quale gli Austriaci terrebbero la linea dell'Adige, si convochino i consigli comunali del Lombardo-Veneto e si chieda se vogliano entrare nella confederazione italiana, della quale l'Austria si farebbe promovitrice, sotto la sovranità di quest'ultima con un arciduca a vicerè, rappresentanza nazionale, costituzione e codice proprio—o se preferiscano indipendenza assoluta con compensi finanziarî e commerciali da stabilirsi. Dichiarando prima il grande principio della nazionalità italiana e ponendosi a un tratto quasi fondatrice d'una confederazione italica a patto che questa dichiarasse stretta e permanente neutralità europea, e l'Europa se ne facesse, come per la Svizzera, mallevadrice, l'Austria serbava, secondo l'estensore del progetto, una possibilità di successo nella votazione, costituiva a ogni modo la propria influenza sulla confederazione, staccava l'Italia dalla temuta influenza francese e la condannava alla debolezza inerente ad ogni paese, per volontà di potenze, neutrale. Ed era infatti sola via di salute e di nuova attitudine in Europa per l'Austria, alla quale lo scrittore dimostrava sin d'allora l'impotenza della vittoria con parole che meritano d'essere qui registrate, come confessione preziosa strappata dall'ingegno e dall'esame dei fatti ad uomo non nostro. «Vinceste anche—egli dice—che ne risulterebbe per l'Austria? Il possedimento di provincie impoverite, che per lunghi anni non darebbero le spese dell'occupazione militare indispensabile per contenerle; l'indebolimento della monarchia in tutte le questioni concernenti la Francia e la Russia, per la necessità di mantenere un esercito di 100 000 uomini nel regno Lombardo-Veneto, e guardare contro gli assalti dei nemici esterni ed interni le provincie del Tirolo, del Litorale e della Carniola. E quindi, politicamente, finanziariamente, militarmente, e sovra tutto moralmente, diminuzione delle forze reali, intralcio d'interessi e lotta, talora celata, talora aperta, ma incessante, contro una nazione di più di 20 000 000 d'uomini riuniti dalla stessa lingua, dalla stessa religione dalle stesse speranze».

Il progetto, per ciò appunto ch'era l'unico ragionevole da proporsi, non andò oltre la discussione. Altri, meno plausibili, furono successivamente comunicati al gabinetto inglese dall'Austria, il 12 maggio, il 23 maggio, il 9 giugno[92]: tutti fondati sulla separazione del Lombardoe del Veneto: il primo da emanciparsi, or con un vicerè ereditario—e proponevano il secondo fratello del duca di Modena—indipendente dal governo viennese, pur sotto l'alta signoria dell'imperatore, or con un luogotenente dell'imperatore e con un ministero italiano, ma risiedente in Vienna—il secondo, dotato di più o meno libere leggi, ma sempre provincia dell'Austria: la difesa del Tirolo e la tutela delle comunicazioni tra Vienna e Trieste esigevano la servitù di Venezia. L'emancipazione della Lombardia doveva intanto comprarsi col tributo annuo di quattro milioni di fiorini all'impero, col pagamento annuo d'una rendita di circa dieci milioni di fiorini, trasportata sul monte Lombardo-Veneto, come parte nostra del debito pubblico dell'impero, e coll'obbligo di combattere colle nostre truppe le battaglie dell'Austria. Senza il Veneto e col nemico in Verona e sulla linea dell'Adige, la Lombardia avrebbe, nel primo momento favorevole ai re, trovato illusorî codesti patti. Pur non vedo che fossero mai seriamente proposti; e diresti che tanta espansione d'intenzioni pacifiche dall'Austria al ministero inglese non avesse intento, passati i primi terrori, da quello in fuori di allettare, senza compromettersi con comunicazioni dirette, il Piemonte. Soltanto il 13 giugno un armistizio fu proposto da Wessemberg al conte Casati, con basi di pace risguardanti il solo Lombardo; ma non tendeva che a dare un po' di tempo ai rinforzi; e il 18 un dispaccio di Ponsomby avvertiva Palmerston che Radetzky, al quale era stato commesso dal Wessemberg non diconchiuderema diproporrearmistizio, dissentiva, ripromettendosi meglio dall'armi[93].

E a questo somma la storia, nota fin qui, della diplomazia di quel tempo: volpina al solito per parte dell'Austria, nulla per parte del Piemonte, se non in quanto appajono qua e là indizî d'un mistero che forse il tempo sciorrà. Il solo incidente che conforti l'animo e splenda, come gemma nel fango, di mezzo a questa abbietta prosa di cancellerie, è il subito generoso commoversi della popolazione lombarda ogni qual volta serpeggiavano rumori d'abbandono di Venezia e di pace all'Adige. Balzava e ruggiva, come lione addormentato al quale un ferro rovente marchi a un tratto la fronte.Guerra per tutti, libertà per tutti o per nessuno, era in que' momenti il grido universale, e proferito con tale energia da far retrocedere ogni governo provvisorio o regio che avesse in animo di patteggiare. L'idea nazionale si ridestava potente come ai primi giorni dell'insurrezione. Quei giornalisti francesi che menarono, non ha molto, romore di parecchî fra i dispacci citati, e rimproverarono i Lombardi perchè non afferrassero allora l'áncora di salute d'una pace all'Adige, provarono a un tempo la loro profonda ignoranza della politica austriaca e il silenzio d'ogni senso generoso nell'anima loro. Quel rifiuto vale più assai per l'avvenire del nostro popolo che non dieci regni costituzionali da fondarsi a beneplacito dell'Austria tra l'Adige e il Po.

Non so se la pace all'Adige entrasse mai positivamente nei disegni del re o—dacchè, com'oggi in Torino son due governi, così erano allora nel campo—d'altri per lui. Ma credo certo che quel fantasma, evocato sin da principio astutamente dall'Austria, operasse quasi fascino sull'animo suo, e contribuisse alle lentezze e al mal esito della guerra. A qualunque guardi, con occhio quanto più vuolsi indulgente, all'insieme e alle fazioni di quella malaugurata campagna—all'abbandono deliberato d'ogni impresa in Tirolo e agli sbocchi dell'Alpi—alsagrificio del Veneto—alla decisione di non muover guerra a Trieste e sul mare—alla negligenza d'ogni tentativo per sommover l'Illirico e per collegare la causa d'Italia coll'altre cause nazionali che s'agitavano nell'impero—all'inazione sistematica dell'esercito prima della resa di Peschiera, unico trionfo dei regi, e dopo, fino a quasi la metà del luglio—e ai modi più che cavallereschi e cortesi usati in tutte occasioni coll'Austria—parrà non foss'altro probabile che Carlo Alberto tendesse, anche inconscio, a serbarsi per ogni rovescio aperto il rifugio d'un trattato che, senza infliggergli la vergogna d'abbandonare un terreno già conquistato, gli avrebbe pur procacciato un ingrandimento di territorio nella Lombardia. Tristissima e inevitabile conseguenza anche questa d'una guerra d'indipendenza affidata ad un re. Guerre siffatte, quando non trovino uomini apostolicamente credenti a guidarle, vogliono almeno duci che abbiano tutto da conquistare nella vittoria, tutto da perdere nella disfatta. Carlo Alberto non poteva riuscire a vittoria assoluta senza giovarsi d'un elemento—l'elemento popolare—che gli minacciava da lungi il trono; e cadendo, era certo, come ho detto poc'anzi, di serbarsi la sua corona.

Se non che per ridurre il popolo ad accettare una pace all'Adige non era forse che un'unica via: porgli il pugnale del nemico alla gola, conchiuderla coll'Austriaco alle porte di Milano. E giunto una volta alle porte di Milano, l'Austriaco avrebbe, schernendo, lacerato ogni patto segreto in viso al patteggiatore.

Intanto, la guerra era irremissibilmente perduta; e il decreto della fusione non fece che affrettar la catastrofe. Il popolo incominciò poco dopo a destarsi dal sonno delle illusioni e a sentire l'inganno.

Gli avevano detto che, segnato il contratto, Genova avrebbe dato danaro, e il Piemonte soldati—e il governo invece andava or più che mai stimolandolo a sagrificî, e assumendo per la prima volta linguaggio inquieto. Gli avevano parlato di capitale, e di altro che il Piemonte, commosso dall'atto fraterno, gli avrebbe consentito con entusiasmo—e ascoltava invece discussioni esose d'ostilità e di mal celata diffidenza nella Camera torinese. Gli avevano promesso che, sicuri una volta del premio, Carlo Alberto e l'esercito avrebbero operato prodigî—e Carlo Alberto e l'esercito si stavano, dopo resa Peschiera, inerti, immobili sino al 13 luglio. E le moltitudini cominciarono ad agitarsi, siccome persona inferma che si desta in accesso di febbre, a tender l'orecchio sospettoso ai romori che venivan dal campo, alle accuse che i chiaroveggenti movevano da molto tempo al governo, al gemito dei traditi del Veneto, e all'hurrahdel croato che si spingeva a corsa non molestata fino ad Asola e a Castel Goffredo. Quasi ogni sera, la piazza san Fedele, dov'era il palazzo del governo, s'empieva di popolo chiedente nuove del campo, e quasi ogni sera il Casati ripeteva dalle finestre le solite frasi «non dubitassero: si vincerebbe: la prossima resa di Verona ridarebbe le città cadute del Veneto: la bandiera tricolore sventolerebbe presto sulle mura di Mantova per opera del magnanimo re e del prode esercito piemontese». Poi, si schermivano dall'agitazione crescente con decreti di leve, armamenti, ed imprestiti e con turpi vessazioni di polizia: dannose queste e semenza d'irritazione; buoni i primi, ma tardi, e mercè la pessima costituzione del ministero di guerra, inefficaci: mancavano armi, ufficiali, uniformi, e i primi battaglioni che s'affrettarono al campo sembravano, per difetto di tutto quel materiale che costituisce ai proprî occhî e agli altrui il soldato, un'accozzaglia di gente cacciata in guerra perchè il popolo non tumultuasse. Il popolo che in quella nudità d'ogni forma guerresca, inquelle vesti e giberne di tela—coperti di tela si mandavano perfino i destinati alle nevi del Tonale e dello Stelvio—ravvisava una dimostrazione innegabile della inerzia colpevole di tre mesi, tumultuava più forte. E allora, alle cento cagioni che avevano oprato a spegnere l'entusiasmo e le forze popolari dell'insurrezione, s'aggiunge la diffidenza di tutto e di tutti, e la parolatradimento, fatale a ogni impresa, serpeggiò tra le moltitudini. A me fu più volte proposto, e da forze ordinate, di rovesciare il governo e tentar con altri uomini qualche via di salute. Ed era facile impresa; ma a qual pro? Un subito mutamento di governo in Milano avrebbe acceso la guerra civile e messo una macchia, agli occhi dei moltissimi illusi tuttavia nel resto d'Italia, sulla bandiera repubblicana senza salvare il paese. La fusione pronunciata dava diritto al re di spedir truppe aprotegger l'ordinee ilsuo governo. Noi ci saremmo trovati a fronte bajonette di fratelli. L'Austriaco, che s'addensava vigilante, avrebbe profittato dello smembramento delle forze e delle nostre discordie. E coll'oscillazione inevitabile delle provincie, sparivano, nei momenti di maggior bisogno, danaro, credito, armi e materiale di azione al governo che si sarebbe inalzato. Ricusai dunque sempre e impedii.

Per noi i fati della guerra erano da lungo segnati. Sapevamo che l'esercito regio sarebbe rotto e il paese lasciato indifeso; e stanno nell'Italia del Popoloarticoli che pronunziavano, senza grande sforzo di genio, le cose che accaddero, nè potevano per forza umana impedirsi. Bensì vagheggiavamo un'ultima speranza; ed era: che da Milano, assalita dall'armi austriache, risorgesse per impeto di popolo concitato la guerra lombarda. Milano era ed è città di prodigi. Gli estremi pericoli, la disperazione d'ogni altro ajuto per la probabile ritirata delle forze regie al di là delle proprio frontiere e il tuonare del cannone austriaco alle porte, avrebbero forse rifatto gigante il popolo delle barricate di marzo. Liberi d'ogni impaccio di governo inetto che sarebbe stato, da taluno fra' suoi membri infuori, primo alla fuga, liberi d'ogni terrore di tradimento, liberi sovra tutto della taccia aborrita di suscitare colla nostra azione risse civili, i repubblicani, che erano negli ultimi tempi risaliti in influenza tra le moltitudini, avrebbero ordinato e condotto una tremenda battaglia di popolo nella città. Per battaglia siffatta abbondavano l'armi, le munizioni ed i viveri. E l'esercito austriaco avea nemiche alle spalle le popolazioni, e forze nostre tenevano tutta l'alta Lombardia, l'eroica Brescia, Bergamo, la Valtellina; e Venezia durava, e le Romagne fremevano, emancipate d'ogni illusione principesca, sull'altra riva del Po. Una resistenza ostinata in Milano poteva far riarder l'incendio. E a prepararla si dirigevano tutti i nostri pensieri, e i legami che stendevamo per le provincie, tra i corpi lombardi e noi, argomento di continue paure e calunnie a chi s'ostinava a sconoscerci. Ma tutto questo disegno si fondava sopra una condizione:Che Milano fosse lasciata a sè stessa. E questa condizione ci fu anch'essa rapita. Il re che aveva perduto il Lombardo-Veneto, dichiarò, fatalmente, che avrebbe difeso Milano.

Lo stesso giorno in cui l'esercito piemontese, vittima dell'inscienza dei capi e di peggio, dopo miracoli di valore inutilmente operati, duce il Sonnaz, intorno al posto di Volta, entrava in una rotta che dal Mincio non s'arrestava se non al Ticino, quel Fava, mezzo-letterato, mezzo-poliziotto, che citammo più sopra in nota, urlava imperterrito per le vie di Milano vittoria del re magnanimo e migliaja di prigionieri e trofeo di non so quante bandiere; ond'io, ch'era informato del vero, ebbi a inviare un amico agli uomini del governo, non più veduti da me dopo il 12 maggio, per supplicarli che non provocassero, ingannandolo sino agli estremi, il popolo a ferocia di riazione; se non che erano ingannati, ipiù almeno, dall'ambasciata sarda. Le nuove funeste si diffusero nella giornata; e il governo atterrito e fatto, allora per la prima volta, consapevole della propria impotenza, ricordò a un tratto ch'erano in Milano uomini i quali amavano davvero il paese, comechè repubblicani e in sospetto, due mesi addietro, d'alleati dell'Austria.

Il concentramento del potere per la difesa era necessità universalmente sentita. Richiesti di nomi, indicammo Maestri, Restelli e Fanti: repubblicano il primo d'antica data; non repubblicano fino allora il secondo, e noto a noi per aver lavorato, ma per errore di buona fede, alla fusione in Venezia: più soldato il terzo che uomo di concetto politico: tanto a noi premeva esclusivamente la difesa della città e nulla il trionfo della parte nostra. Erano onesti, vogliosi del bene e capaci. Superata coll'insistenza l'opposizione del governo al Fanti, al quale il generale Zucchi ricusava come a più fresco di grado, ubbidienza, i tre si costituirono, il 28 luglio, comitato di difesa. Il governo rimase inoperoso, nullo, nelle proprie sale.

Di mezzo ad errori, conseguenze in parte quasi inevitabili della condizione anomala creata dalla fusione—e il primo era quello di non esser solo all'impresa ma d'aver frammisti nelle discussioni ministri e generali del re—il comitato operò con attività singolare e fece in tre giorni più assai che non avea fatto il governo in tre mesi. I suoi provvedimenti stanno registrati nel libro di Cattaneo e in uno scritto abbastanza noto steso da Maestri e Restelli[94]; nè a me spetta, in questi rapidi cenni, ridirli. Ma il popolo s'era ridesto a vita sublime; correva minaccioso le vie esigendo che ricomparissero per ogni dove le bandiere tricolori quasi disfida al vegnente nemico; apprestava armi e difese: sentiva l'alito dellasuabattaglia e lo salutava con una gioja santamente feroce. Milano in quei giorni era la più eloquente risposta che dar si potesse a tutte stolide accuse, la più irresistibile condanna della guerra regia e dei metodi tenuti daimoderati. A noi balzava il core per lietezza insolita e risorgenti speranze. Rinasceva col popolo la potenza d'amore e d'oblio che avea santificato i primi giorni dell'insurrezione.

Illusi e giovenilmente incauti dopo quasi vent'anni di delusioni e d'esilio! Gl'Italiani avevano peccato contro l'eterno vero e contro la unità nazionale; e noi dimenticavamo che a ogni colpa tien dietro inevitabile l'espiazione.

La notte dal 2 al 3 agosto, Fanti e Restelli si recavano a Lodi par chiedere a Carlo Alberto quali fossero le sue intenzioni: nol videro, ma ebbero dichiarazione dal generale Bava «che il re moverebbe a difender Milano». Vidi Fanti al ritorno e presentii la rovina. Ei dovrebbe or ricordarsi ch'io lo scongiurava di preparare i disegni della difesacome se l'esercito piemontese venisse per girsene. Egli, militare—i fatti posteriori lo hanno pur troppo chiarito—più ch'altro, e affascinato dai quaranta mila difensori soldati, sorrideva del mio scetticismo.

Il 3, comparve, munito di regio decreto che lo instituiva commissario militare, un generale Olivieri, il quale con altri due, il marchese Montezemolo e il marchese Strigelli, s'assumeva, in nome della fusione, ogni potestà esecutiva. Io vidi i tre, intesi le loro parole alla moltitudine raccolta sotto il palazzo, rividi Fanti, corsi le vie di Milano, studiai gli aspetti e i discorsi; e disperai. Il popolo si credeva salvo; era dunque irrevocabilmente perduto. Lasciai la città, Dio solo sa con che core, e raggiunsi in Bergamo la colonna di Garibaldi.

Il dì dopo, Carlo Alberto entrava in Milano.

Com'egli recasse la capitolazione con sè e nondimeno promettesse difesa, e ordinasse incendî d'edificî che potevano giovare al nemico—come il 4 ei giurasse per sè, pe' suoi figli, e pe' suoi soldati, a una deputazione della guardia nazionale, e il 5, mentre tutta Milano era un fremito di battaglia, egli e i suoi dichiarassero a un tratto la capitolazione unfatto compito—come, all'udirlo, la popolazione ardesse d'immenso furore; e le minaccie al re, le scene del palazzo Greppi; le nuove promesse parlate e scritte di Carlo Alberto ch'egli, commosso dall'unanime volere del popolo, combatterebbe fino alla morte; e quasi a un tempo, la fuga segreta e codarda, con tali particolari da infamare in perpetuo la monarchia—sono cose da vedersi documentate nella relazione del comitato di difesa e nel tremendo capitolo, intitolatoLa consegna, del libro di Cattaneo. Poco importa appurare se il re tradisse o non tradisse, o da quando avesse data il tradimento, suo o d'altri: poco importa la lapide d'infamia che la storia potrebbe scrivere ad uno o ad altro individuo. Esce ben altro da quei ricordi. E chi non legge in quelle pagine della passione d'un popolo che fu grande, era grande e vuole esser grande, l'impotenza assoluta della monarchia, la morte di tutte illusioni dinastiche, aristocratiche emoderate, non ha intelletto nè core, nè amor vero d'Italia, nè speranza mai d'avvenire.

Una piccola bandiera di compagnia, colle paroledio e il popolo, s'inalzava per alcune ore in Monza, di fronte a quell'immenso spettacolo di monarchia fuggente e di popolo abbandonato, tra i prodi che nella legione Garibaldi seguivano Giacomo Medici—ed io, trascelto dall'affetto di quei giovani, la portava. Era la bandiera della nuova vita sorgente tra le rovine d'un periodo storico; e sei mesi dopo splendeva di bella luce, quasi programma dell'avvenire italiano dall'alto del Campidoglio.

Caduta Milano, era caduta la Lombardia. Frutto anch'esso delle abitudini tradizionali monarchiche e dei canoni della guerra regia, durava inviscerato negli animi—e, per prova più recente, tuttavia dura—il pregiudizio che nei fatti della capitale concentra i fatti dell'intero paese. La capitale è dovunque splende sorretta da cittadini devoti alla libera vita o alla bella morte e più energicamente difesa, la bandiera della nazione. Ma allora, questa verità non era sentita, e d'altra parte, la provincia era tuttavia indebolita dalle fresche scissioni della fusione, e gli uomini che avrebbero potuto perpetuare la guerra nella parte montagnosa della Lombardia e guardare a Venezia siccome a capitale dei paesi lombardo-veneti, Durando, Griffini ed altri, erano generali del re, stretti ad un patto ignominioso di resa, e, dati i luoghi forti in mano al nemico, maneggiarono in modo da spegnere ogni possibilità di resistenza e condurre, taluni con fogli di via segnati da penna austriaca, i volontarî del marzo in Piemonte. Garibaldi solo resse quanto umanamente potevasi: poi cesse, ultimo e senza transazione, alla piena.

La meschina storia deimoderatisardo-lombardi non finì colla resa. Come lombrico troncato in due, seguirono ad agitarsi impotenti e senza speranza di vita: la coda—il governo provvisorio trasformato in consulta—verso il Lombardo-Veneto; la testa, il gabinetto torinese e gli uomini della confederazione principesca, verso il centro d'Italia, dove il pensiero nazionale, cacciato dal nord, s'era ridotto e rinvigoriva. Non potendo tentar di giovare, si diedero deliberatamente a nuocere; non potendofare, lavorarono adisfarel'altrui. Operarono ed operano dissolvendo. Ma non entra nel mio disegno seguirne iraggiri e le mosse. L'azione funesta che taluni fra loro, riconciliati apparentemente e pentiti, tentarono esercitare in Venezia—le mene che, affascinando parecchî uomini nostri, contribuirono potentemente al mal esito del tentativo che da Val d'Intelvi doveva riaccendere l'insurrezione in tutta l'alta Lombardia—le menzognere speranze che introdussero il dissolvimento nell'emigrazione lombarda—i progetti d'invasione in Toscana—l'opposizione, coronata di successo pur troppo, alla unificazione del centro—e da ultimo la rotta infamissima di Novara—potrebbero formare, e formeranno forse un dì o l'altro, una pagina addizionale a questi miei cenni, come i documenti, che si preparano per la stampa nella Svizzera italiana, faranno commento a più cose accennate qui appena di volo. Per ora basta così; e l'animo affaticato di ravvolgersi per entro a codesto fango ha bisogno di riconfortarsi levandosi a contemplar l'avvenire. Oggi ancora i superstiti fra imoderati, smembrati in più frazioni a seconda dei concettucci e delle ambizioncelle locali, lavorano fra le tenebre, gli uni a sedurre, se valessero, la povera Lombardia a nuove illusioni, a nuove trame monarchico-piemontesi, gli altri a suscitar congiure innocue in Toscana a favore d'uomini che combattono in Piemonte le libere tendenze delle popolazioni, altri ancora a giovarsi dell'aborrimento comune al governo sacerdotale per proporre—vera profanazione del concetto escito da Roma—uno smembramento alle provincie romane e—servendo, forse inavvedutamente, alle mire dell'Austria—unafusionecollo Stato del duca di Modena! Ma siffatte mene, basta svelarle perchè non riescano—e se gl'Italiani, dopo la guerra regia del 1848, dopo la rotta di Novara, dopo la provata impotenza e peggio dei capi della fazione da un lato—dopo i miracoli di valore e costanza popolare operati in Roma e Venezia dall'altro—tentennassero ancora nella scelta fra le due bandiere—sarebbero veramente indegni di libertà.

No; gl'insegnamenti scritti negli ultimi due anni con lagrime di madri e sangue di prodi non possono andar perduti. La prova è compita. Gli uomini d'intelletto traviato o perverso, che hanno voluto applicare alla nascente Italia una dottrina sperimentata venti o trenta anni addietro e trovata inefficace anche in Francia, possono per breve tempo ancora creare modificazioni ministeriali, ordire raggiri, sedurre, ingannandoli, pochi uomini inesperti d'ogni politica o paurosi; ma non terranno più mai, con qualunque nome s'ammantino, le redini del moto italiano. Mancavano ad essi, fin da quando usurpavano la direzione del moto, i diritti che danno all'altrui fiducia le forti radicate credenze: si dichiaravano uomini d'opportunità, di transazioni a tempo, di menzogne che diceano utili. Mancano oggi anche i pretesti che potevano, anni sono, desumersi ai loro metodi dalle condizioni europee.

Le condizioni europee sono da due anni visibilmente, innegabilmente mutate. La questione ferveva un tempo fra il dispotismo e la monarchia temperata; freme in oggi fra la monarchia e il principato. Grido repubblicano sarà, da dove che sorga, il primo grido rivoluzionario. Alla rivoluzione italiana, se intende a farsi forte d'alleanza col moto europeo, è dunque forza d'essere repubblicana. Tutte le utopiemoderatenon daranno un solo amico nè scemeranno un nemico alla causa italiana.

In Italia, caduto Pio IX, caduto Carlo Alberto, e dopo la parola escita da Roma, non esiste più nè può esistere, giova ripeterlo, che un solo partito: ilpartito nazionale.

E la fede politica di questo partito nazionale si compendia nei pochi seguenti principî:

L'Italia vuole essernazione: per sè e per altrui: per diritto e dovere;diritto di vita collettiva, d'educazione collettiva—dovere verso l'umanità, nella quale essa ha una missione da compiere, verità da promulgare, idee da diffondere.

L'Italia vuole essere nazione una: una, non d'unità napoleonica, non d'esagerato concentramento amministrativo che cancelli a beneficio d'una metropoli e d'un governo la libertà delle membra; ma di unità di patto, d'assemblea interprete del patto, di relazioni internazionali, di eserciti, di codici, d'educazione, armonizzata coll'esistenza di regioni circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di grandi e forti comuni, partecipanti quanto più è possibile coll'elezione al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l'intento dell'associazione e il cui difetto li rende oggidì impotenti o necessariamente servi al governo centrale. L'autonomia degli Stati attuali è un errore storico. Gli Stati non sorsero per vitalità propria e spontanei, ma per arbitrio di signoria straniera e domestica. La confederazione fra Stati siffatti spegnerebbe ogni potenza di missione italiana in Europa, educherebbe gli animi a funeste rivalità, conforterebbe ambizioni; e tra queste e le influenze inevitabili di governi stranieri diversi si cancellerebbe presto o tardi la concordia e la libertà.

L'Italia vuole essere nazione di liberi ed eguali: nazione di fratelli associati a malleveria di progresso comune. Santo è per essa il pensiero: santo il lavoro: santa la proprietà che il lavoro crea: santo e misurato dai doveri compiuti il diritto al libero sviluppo dalle facoltà e delle forze, del senno e del core.

Il problema italiano, come quello dell'umanità, è problema d'educazione morale. L'Italia vuole che tutti i suoi figli diventino progressivamente migliori. Essa venera la virtù e il genio, non la ricchezza, o la forza: vuole educatori e non padroni: il culto del vero, non della menzogna o del caso. Essacredein Dio e nel popolo: non nel papa e nei re.

E perchè popolo sia, è necessario che conquisti, coll'azione e col sagrificio, coscienza de' suoi doveri e de' suoi diritti. La indipendenza, cioè la distruzione degli ostacoli interni ed esterni che s'attraversano all'ordinamento della vita nazionale, deve dunque raggiungersi, non solamente pel popolo, ma dal popolo. Battaglia di tutti, vittoria per tutti.

L'insurrezione è la battaglia per conquistare la rivoluzione, cioè la nazione. L'insurrezione deve dunque esserenazionale: sorgere dappertutto colla stessa bandiera, colla stessa fede, collo stesso intento. Dovunque sorga, essa deve sorgere in nome di tutta Italia, nè arrestarsi finchè non sia compita l'emancipazione di tutta Italia.

L'insurrezione finisce quando la rivoluzione comincia. La prima è guerra, la seconda manifestazione pacifica. L'insurrezione e la rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse. A un potere concentrato in pochi uomini scelti dal popolo insorto per opinione di virtù, d'ingegno, di provata energia, spetta sciogliere il mandato dell'insurrezione e vincer la lotta: al solo popolo, ai soli eletti da lui, spetta il governo della rivoluzione. Tutto è provvisorio nel primo periodo: affrancato il paese dal mare all'Alpi, lacostituente nazionaleraccolta inRoma, metropoli e città sacra della nazione, dirà all'Italia e all'Europa il pensiero del popolo. E Dio benedirà il suo lavoro.

Al partito nazionale appartengono quanti accettano queste basi. Al di fuori non sono nè possono essere chefazioni: brulicano senza vera vita; possono guastare e corrompere, non creare.

Creare. Creareunpopolo! È tempo, o giovani, d'intendere quanto grande e santa e religiosa sia l'opera che Dio v'affida. Nè può compiersi per vie torte di raggiri cortigianeschi o menzogne di dottrinefoggiate a tempo o patti disegnati a rompersi dai contraenti appena s'affacci occasione propizia; ma soltanto per lungo esercizio e insegnamento vivo alle moltitudini di virtù severe, per sudori d'anima e sagrifizî di sangue, colla predicazione insistente della verità, coll'audacia della fede, coll'entusiasmo solenne, perenne, irremovibile e più forte d'ogni sventura, che alberga nel petto ad uomini ai quali unico padrone è Dio, unico mezzo è il popolo, unica via è la linea diritta, unico intento l'avvenire d'Italia. Siate tali e non temete d'ostacoli. Ma cacciate i trafficatori di consulte o di portafogli dal tempio. Respingete inesorabili i Machiavellucci d'anticamera, i diplomatici in aspettativa che s'insinuano nelle vostre file a susurrarvi progetti di corti amiche, di principi emancipatori; che possono essi darvi oggimai se non illusioni ridicole e fomite a smembrare l'unità del partito nazionale e germi di corruttela? Essi tennero or son due anni tutte le forze e l'anima della nazione fra le loro mani, un re che i milioni salutavano conquistatore d'indipendenza, un papa che i milioni veneravano iniziatore di libertà—e v'hanno dato l'armistizio di Salasco e la disfatta di Novara: rovina e vergogna: oggi, fantocci nelle mani d'altri cortigiani, d'altri diplomatici più avveduti, per lunga pratica d'inganni e tristizie, che non son essi, non possono nemmeno rievocar quei fantasmi, e son ridotti a librarsi fra un duca di Modena e il principe che firmò la pace coll'Austria. E s'avvicina tale un conflitto fra i due principî in Europa, che farà di principini, cospiratori segreti monarchici e concettucci di fusioni pigmee, quello che l'uragano fa delle margheritine del prato.

Laguerra regiaha dato un grave insegnamento ai Lombardi, e imposto un obbligo severo al Piemonte.

I Lombardi sanno ora che il segreto dell'emancipazione è per essi unproblema di direzione. Se essi non avessero, per cieca devozione a un'apparenza di forza, messo i traditori nel proprio campo—s'essi avessero fidato più nell'Italia che non nelredi Piemonte—se avessero conferito il mandato di guerra, anzichè a una congrega di cortigiani, ad uomini come quelli che avean diretto l'insurrezione—vincevano. Le giornate di marzo possono e devono rifarsi quando che sia. Ricordino essi allora l'insegnamento.

I Piemontesi hanno l'obbligo di provare all'Italia e all'Europa che essi sono Italiani e non servi d'una famiglia di re, ch'essi mossero alle battaglie nei piani lombardi, non come cieco stromento di voglie ambiziose d'un uomo o di pochi raggiratori, ma come apostoli armati del più bel concetto che Dio possa spirare nei petti umani: la creazione d'un popolo, la libertà della patria. Hanno l'obbligo di provare ch'essi non furono nè codardi nè ingannatori, ma ingannati essi pure e vinti per colpe altrui. Hanno l'obbligo di lacerar quel trattato che li accusa impotenti, di restituire all'esercito l'antica fama immeritamente perduta, di cancellare nel sangue nemico la vergogna della disfatta, e dire ai loro fratelli dubbiosi:noisiam la spada d'Italia. Sia la loro bandiera quella di ventisei milioni di liberi: sia la loro parola di riscossa:RomaeMilano, unità e indipendenza; sia il loro esercito la prima legione dell'esercito nazionale. Ben altra gloria è codesta che non quella d'essere frammento regio senza base e senza avvenire, continuamente oscillante mercè regnatori deboli o tristi, fra la minaccia dell'Austria e il giogo de' gesuiti.

Compiano la Lombardia e il Piemonte il debito loro. Roma e l'Italia non falliranno all'impresa.


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