Tra noi e voi, signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perchè, come noi facciamo, nol dite? Perchè persistere a ingannare l'Italia e l'Europa sul vostro intento?
Noi rappresentiamo l'Italia: voi rappresentate la vecchia, cupida e paurosa ambizione di Casa Savoja.
Noi vogliamo anzitutto l'unità Nazionale: voi non cercate se non un ingrandimento territoriale nel nord dell'Italia ai regî dominî; voi avversate l'Unità, perchè disperate di conquistarla e di dominarla.
Noi crediamo nell'iniziativa del popolo d'Italia: voi la temete, e vi studiate di allontanarla. Voi sperate l'accrescimento sognato, dalla diplomazia, dal favore dei Governi Europei. Ogniiniziativav'è dunque contesa, e voi non potete porgere alla Nazioneopportunitàper sorgere e costituirsi.
Noi vogliamo che il paese, sorto una volta che sia, scelga libero la forma d'instituzioni che dovrà reggerlo: voi negate la sovranità nazionale, e fate della monarchia una prepotente condizione d'ogni ajuto all'impresa.
Noi cerchiamo i nostri ajuti fra i popoli che hanno con noi comunione d'intento, di dolori e di lotte: voi li cercate fra i nostri oppressori, fra i poteri deliberatamente, necessariamente avversi alla nostra Unità.
Noi consacriamo tempo, mezzi, anima, vita, a persistere in una guerra che, attraverso una serie inevitabile di sconfitte, educa il nostro popolo a combattere, radica in Europa l'Idea che l'Italia vuole davvero, e deve infallibilmente conchiudersi colla vittoria: voi consacrate tempo, mezzi e politica, ad attraversarci la via, a perseguitarcidovunque potete scoprirci, a denunciarci alle polizie dei Governi assoluti, a dissuggellare le nostre lettere, a cercar di sopprimere, legalmente ed illegalmente, i nostri giornali.
Noi adoriamo una fede: laFede Nazionale;—un principio: ilPrincipiopopolare repubblicano;—una politica: l'espressione ardita, continua, colla parola e coi fatti, delDirittoitaliano: voi piegate il ginocchio davanti alla forza, ai trattati del 1815, al dispotismo, a ogni cosa che sia, purchè sorretta dasquadre grosse. Non avete scorta di moralità nè di fede.
Noi vi accusiamo: voi ci calunniate.
Tra voi e noi, signore, l'Italia giudicherà. Io penso talora che voi avreste potuto, volendo, fare l'Italia, e che la politica del marchese d'Azeglio e la vostra non sommeranno che a disfare il Piemonte.
Giugno, 1858.
Giuseppe Mazzini.
Sire,
Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili, che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi: —da quella voce può forse venirmi il Vero?—Allora, uditemi: però che io, parlandovi, non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste, volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che ciarla dilibertàe manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata, energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746 alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita—vita d'un Popolo che non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'Italia, che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a Capo Passaro—io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita: se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, natodi popolo, la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.
Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita; forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola parola:Unità:—Voi non avete osato proferirla quella parola: però non sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è ignota.
L'Italia cerca Unità. Essa vuole costituirsi Nazione Una e Libera. Dio decretava questa Unità quando ci chiudeva tra l'Alpi eterne e l'eterno Mare. La storia scriveva Unità sulle mura di Roma; e il concetto unitario ne usciva così potente, che, varcando i limiti della Patria, unificava due volte l'Europa. Il lento lavoro dei secoli ha logorato di tanto le differenze che invasioni, colonie e conquiste aveano posto tra le famiglie seminate sulla nostra terra, che più d'ogni altro forse il nostro Popolo rappresenta quasi universalmente, comechè servo e smembrato, nelle usanze e nella convivenza sociale, il sentimento della eguaglianza. L'Unità d'Italia fu l'ideale dei nostri Grandi, da Dante a Machiavelli, da Machiavelli ad Alfieri. Nel nome della Unità muoiono da mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli o coll'armi in pugno, da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome dell'Unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi e influenza, e perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in Italia, da far della Questione Italiana una Questione Europea, e somministrare a Voi, Sire, ed ai vostri il terreno ch'oggi vi frutta lodi e potenza. L'Unità è voto e palpito di tutta Italia. Una Patria, una Bandiera Nazionale, un solo Patto, un Seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a Metropoli: è questo il simbolo d'ogni Italiano.
Voi parlaste d'Indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50 000 volontarî. Ma era la metà del problema. Parlatele di Libertà e di Unità: essa ve ne darà 500 000.
Che cos'è l'indipendenza per Napoli, per la Sicilia, per la metà delle provincie Romane? Oltre a dodici milioni d'Italiani gemono sotto una tirannide domestica, eguale a quella esercitata sul Veneto dallo straniero. Il birro e il prete contendono ad essi ogni sviluppo di vita. Le galere, il bastone, il carnefice, sono sostegno ai Governi. Che importa ai miseri Perugini, che importa ai tormentati di Napoli e di Sicilia che la potenza dell'Austria non s'estenda oltre il Mincio? E Venezia? E Roma? Dov'è, senza Roma, l'Italia? Là stanno, come belva accasciata su cadavere di generoso, diecimila Francesi, stranieri anch'essi; e la tirannide papale non vive che di quell'ajuto. Voi v'alleaste con essi. La vostra Indipendenza non protegge il Santuario d'Italia. Ah, Sire! Non rimproverate l'Italia per non avervi dato di più: ammiratela per aver gettato a' vostri piedi, senz'ombra di patto, 50 000 vite di giovani, dietro un programma sì monco, sì meschino e ingannevole, come quello che Voi le affacciaste.
E badate. Malgrado le angustie e le contradizioni di quel programma, tanta era la fiducia in Voi, Sire, tanto l'impeto del lungo dolore e della lunga speranza, tanto il convincimento che il Piemonte non avrebbe voluto, una volta sguainata la spada, rimanersi a mezzo la via, che l'Italia era presta a ben altro. Se non che i vostri non vollero;tremavan del Popolo; paventavano in esso la coscienza, crescente coll'azione, de'suoi diritti; in voi temevano che imparaste a conoscerlo. Sapete Voi, Sire, con quanto artificio, con quanta insistenza di predicazione codarda, s'ammorzò, per cinque mesi, ogni passione generosa, ogni fiamma d'entusiasmo, ogni nobile impulso di sacrificio in questo Popolo che si volea chiamare a rivivere? Come s'insegnò, da quei che parlavano in nome vostro, unica virtù la disciplina, l'inerzia, quasi le Nazioni s'educhino a forti fatti cogl'instituti gesuitici? Come fummo sistematicamente calunniati presso le moltitudini, noi che insegnavamo ad esse—in nome dell'Unità (Unità inevitabilmente regia, se il re la facesse)—la virtù della lotta, del sacrificio e del saper morire, pegno certo di vita? Come si profanò di scherno, quando non di sospetti feroci, dalle gazzette patrocinanti la vostra causa, l'ardita impresa degli uomini del febbrajo 1853, la protesta di Bentivegna, la sepoltura deserta di Pisacane? Sapete come fu dai vostri ricusata l'iniziativa che il popolo di Milano offriva di assumersi poco prima della guerra, quando gli Austriaci erano tuttavia pochi e potevano cogliersi alla sprovveduta? Sapete come alla Sicilia, ordinata a insorgere e irrequieta per gl'indugî durante la guerra, fu detto:no; attendete il cenno; e il cenno, per arcane ragioni, non andò mai? L'insurrezione del Sud, fervente la battaglia al Nord, fondava d'un getto l'unità del moto; fondava, in vostro nome, l'Unità dell'Italia: e nessuno, tra i maneggiatori che vi s'agitavano intorno, voleva o s'attentava di voler l'Unità. Intanto questo povero Popolo s'addottrinava a non credere in sè, a perdere ogni virtù iniziatrice, ad aspettar salute, non dal proprio furore, ma solamente dai battaglioni ordinati, dalle artiglierie e dai Generali in capo. E ne vedemmo gli effetti. Ma se, dall'inerzia di molti e dalle titubanze di tutti, Voi desumeste, Sire, che questo Popolo non ha in serbo altra vita da quella infuori che rivelava negli ultimi mesi, mostrereste di non conoscerne la natura nè la storia, e d'aver dimenticato i fatti d'undici e di dieci anni addietro. Le manifestazioni della vita d'un popolo stanno in ragione dell'intento che gli si propone, e dell'audacia dei capi che lo dirigono.
Sire, non bisogna dimenticarlo: Voi non v'affratellaste col Popolo d'Italia, nè lo chiamaste ad affratellarsi con Voi. Sedotto dalla trista politica d'un ministro, che antepose l'arti di Lodovico il Moro alla parte di rigeneratore, Voi rifiutaste il braccio del nostro Popolo, e chiamaste, senza bisogno, in un'ora infausta, alleate ad una impresa liberatrice l'armi d'un tiranno straniero; senza bisogno, dico, perchè se voi dicevate ai Lombardo-Veneti d'insorgere subitamente, quando l'Austria era, in Italia, debole e improvvida, e vi tenevate apparecchiato a seguire, i Lombardo-Veneti riconquistavano senz'altro la terra loro fra l'Alpi e il mare, e a Voi non rimaneva, per vincer la guerra, che correre, sprezzando gli avanzi nemici appiattati nelle fortezze, sui gioghi del Tirolo e dell'Alto Veneto. In quell'ora, della quale Voi dovete ancora ammenda all'Italia, Voi perdeste i nove decimi delle forze che il Paese era presto a darvi: perdeste gli uomini—e son più molti che i faccendieri non curan di dirvi—i quali, come noi, non adorano ciecamente l'idolo della forza, e non sagrificano a una menzogna la loro coscienza; perdeste tutti coloro che, davanti all'immenso apparato di guerra regolare, dissero a sè stessi:non hanno bisogno di noi; perdeste il Popolo, che sentì la diffidenza e pensò:il re non ci vuole; perdeste la consacrazione del santo entusiasmo, dell'ire sante, delle sante audacie che creano la vittoria; perdeste l'ajuto onnipotente della Rivoluzione, senza la quale non sifonda, in Italia, Unità. Però che, Sire, stringendo la malaugurata alleanza, Voi rapivate alla Causa d'Italia, l'aureola di virtù che la faceva cara agli uomini e a Dio, per affratellarla col vizio e coll'egoismo; la facevate scendere dall'altezza di unprincipioal fango d'uninteressee delle oblique ambizioni altrui; mettevate un'opera di libertà sotto la tutela del dispotismo; toglievate ogni sanzione di moralità all'impresa; stendevate la mano liberatrice alla contaminazione del tocco d'un uomo la cui mano gronda del miglior sangue di Roma e Parigi; e quanto a Voi, Sire, invece d'un alleato, vi davate un padrone.
No, Sire; non rimproverate di freddezza l'Italia; non diffidate di questa terra che, schiava e smembrata, ha saputo, colla costanza dei tentativi e colla pertinacia de' suoi Martiri, farsi centro di tutte le questioni d'Europa—che, ridesta per brev'ora, fu capace di sperperare in Lombardia, in cinque giorni, un esercito di 75 000 uomini; capace di resistere per due mesi, in Roma, con 14 000 uomini raccolti sotto una bandiera di Popolo, a 30 000 e più Francesi; capace di resistere, con armi di militi improvvisati, per diciotto mesi in Venezia, ad Austriaci, fame e colèra; capace di combattere come combattè, colle braccia dei popolani, a Brescia, a Bologna, a Palermo, a Messina. Voi non l'avete voluta mai.
Sire, volete averla? Averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e d'azione? Averla con forze tali da far sì che ogni Diplomazia s'arresti impaurita, ogni disegno d'avversi si sperda davanti a essa?
Osate.
La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L'audacia è il Genio dei forti, in circostanze difficili. I popoli la seguono perchè vi scorgono indizio di chi non li tradirà nel pericolo. La fede genera la fede. Maturi i tempi per una impresa, nella potenza dellainiziativasta il segreto della vittoria. S'anche oggi seguiamo noi tutti, ammaliati o tementi, le fortune di Francia e le sue volontà, è perchè, mezzo secolo addietro, un potente—Danton—ne compendiò l'iniziativa nella parolaaudacia; e una Assemblea si fece, davanti all'Europa in armi, incarnazione di quella parola. Da quel giorno ha data l'inviolabile Unità della Francia.
Sire! L'Italia vi sa prode in campo, e presto, per l'onore, a far getto della vostra vita. Sire, il giorno in cui sarete presto, per l'Unità Nazionale, a far getto della vostra corona, Voi cingerete la Corona d'Italia.
L'Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta sia rara in un re, l'ultimo tra i vostri volontarî può farne mostra; e la vita è per lui sacra d'affetti di madre, di sorella, d'amica, che son la corona dell'anima sua. L'Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio; potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo: forte di quel coraggio morale che, intraveduto un dovere, un'alta impresa da compiere, ne fa sua stella, e la segue intrepido, irremovibile sulla via, senza arretrarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo, mostrarvi tale, e per questo vi scrivo: pur, finora, Sire, non visietemostrato tale.
Sire, Voi accettaste la pace di Villafranca e rifiutaste—però che l'accettazione sottomessa all'arbitrio di Governi stranieri è rifiuto—il voto d'alcuni milioni d'Italiani, che, credendo darsi all'Unità, si davano a Voi.
Il primo atto cacciava l'Italia a' piedi d'unuomostraniero: il secondo cancella il Diritto Italiano a pro d'unprincipiostraniero. E l'uomoe ilprincipiosono ambi incarnazioni del Dispotismo.
Sire, troppi adulatori fanno a gara per isterilire i germi del bene che possono essere in Voi, perch'io non vi dica la verità. L'accettazione della pace di Villafranca sarebbe atto di codardo, se non fosse vostro.
La lode al padre, Sire, non può giungervi grave, quand'anche racchiuda un rimprovero per Voi: avete tempo per darle solenne e gloriosa risposta. Sire, vostro padre non avrebbe apposto il suo nome a quel Patto. Il padre vostro mancò egli pure, nella sua combattuta ed incerta vita, d'energia di proposito e di fede nel Popolo d'Italia. Ma quando, dopo la battaglia di Novara, ei vide ch'altro non gli rimaneva se non regnare vinto e sommosso, e segnar del suo nome patti umilianti, gettò sdegnoso la corona da sè e s'incamminò volonteroso sulle vie dell'esilio. Voi segnaste il patto umiliante, uscendo da tre, da quattro vittorie. Segnaste un patto che tradiva Venezia, l'Italia, le vostre promesse e gli uomini che, sulla fede di quelle, s'erano da ogni parte d'Italia affrettati a combattere intorno a Voi: un patto che v'era imposto dallo straniero; imposto da chi era sceso come vostro alleato e si faceva a un tratto insolente padrone; imposto, senza pur chiamarvi a discuterlo; imposto col tratto villano di chi vi tiene per nullo e incapace di ribellarvi. E perchè l'Europa potesse fraintendervi avido, più che d'onore, di preda, accettaste—offesa mortale all'Italia ed a Voi—che la Lombardia vi fosse trasmessa come feudo di seconda mano dal Signore straniero. Sire, un privato a' tempi nostri non soffrirebbe l'oltraggio. Io non so di qual tempra s'informino l'anime dei re; ma so che s'io fossi Voi non potrei dormire una notte, senza che l'imagine della povera, santa, eroica, tradita Venezia, mi apparisse, rimprovero tremendo, fra i sonni; nè potrei scorrere, il giorno, coll'occhio le file de' miei e vedervi i volontarî di Perugia e di Roma, senza che il rossore mi salisse su per le guancie.
Dell'accettazionecondizionale, data al voto delle provincie del Centro, non parlo: è tristissima conseguenza del primo fatto. Voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia, inspirazioni a Parigi.
Sire, Sire! In nome dell'onore, in nome dell'orgoglio Italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la Storia dica di Voi:—ei fece traffico del credulo entusiasmo degli Italiani per impinguare i proprî dominî?—
Sire! io nol credo. Io vi credo—e lo scrissi anni addietro, quando i vostri mi condannavano a morte, per aver tentato di promovere con armi liguri il tentativo d'un prode amico nel Sud—migliore dei vostri ministri e dei faccendieri politici che vi circondano. Credo che viva in Voi una scintilla d'amore e d'orgoglio Italiano. Ma s'è vero—se ciò ch'io sentii, leggendo alcune vostre recenti, semplici, spontanee parole di risposta a non so quale adulatrice deputazione, non è illusione di chi desidera—non avete energia che basti per vivere di vita vostra? Sperdete, perdio, lungi da Voi quel brulichio di pigmei consiglieri di codardia, come il leone sperde, scotendo i velli, gl'insetti che gli si affollano intorno. Perchè assumeste, sul cominciar della guerra, la Dittatura? Per accarezzare le voglie dispotiche dell'Alleato? Per imporre silenzio, con abbiette persecuzioncelle, ad uomini che, come me, osano dirvi la verità? I padri nostri assumevano la Dittatura per salvar la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate Liberatore. Ma cominciate dal liberar Voi medesimo dagli uomini che tradirono il concetto Italiano nelle mani del carnefice di Roma, e dalla turba impotente che incatena negli artificî diplomatici il pensiero dell'anima vostra.
Sire! La guerra Italiana non è finita; non è se non cominciata. Per Voi, le vittorie di Lombardia non debbono costituirne che la prima campagna.
A Voi spetta, per le date promesse, il far che riarda; all'Italia, il sostenerla e compirla.
Ma non è col guadagnar tempo che potete ottenere l'intento. I dieci, i venti, i trenta mila uomini che potrete aggiungere al vostro esercito, son nulla a petto di ciò che perdete, indugiando. L'Italia si sfibra nello scetticismo e nello sconforto: l'entusiasmo si spegne: la Diplomazia diffonde i germi del dissolvimento; le questioni silocalizzano: il moto perde il suo carattere nazionale.
Voi avreste dovuto respingere sdegnosamente il patto di Villafranca: avreste dovuto dire a Luigi Napoleone:io non tradisco le mie promesse; e dire all'Italia:l'alleato straniero ci abbandona; io continuo solo la guerra, e chiedo al Paese la cifra d'uomini, sottratta da quell'abbandono, all'esercito.
Voi nol faceste, ma siete in tempo. Affratellatevi al Popolo: affratellatevi, senza tremarne, alla Rivoluzione. In essa troverete forza più che sufficiente all'impresa. I centoventimila uomini di milizie regolari, che il Piemonte e il Centro vi danno, sono nucleo che basta a determinare l'insurrezione generale d'Italia; Voi trarrete altri centoventimila uomini di milizie regolari, e tutto un Popolo in armi, ad afforzare ed agevolare le operazioni dell'esercito, a fiancheggiarne le mosse, a creare una perdita al nemico in ogni passo ch'ei mova; a rapirgli in un subito forza e coraggio.
Un esercito, e l'Insurrezione di tutto un Popolo: Voi potreste, Sire, aver questo in brev'ora; ma per averlo, è necessaria una cosa:
Osare.
Dite a Luigi Napoleone: «Io diffidai dell'Italia; accettai una pace non mia. Ma l'Italia non ha diffidato di me; ed io sento gli obblighi che quella fiducia m'impone. Io ritratto l'accettazione. Farò, libero d'ogni vincolo, ciò che Dio e la mia Patria m'inspireranno. A Voi non chiedo se non una cosa: l'astenervi da ogni intervento nelle cose nostre, e lasciar, come prometteste, l'Italia libera di compiere coll'opera propria l'impresa che iniziaste con me. E a quel patto, avrete me grato, l'Italia amica sempre alla Francia.»
Dite ai Governi d'Europa: «Voi avete cancellato il vecchio Diritto Europeo, i Trattati del 1815, in Polonia, nel Belgio, in Oriente, per ogni dove. L'esperienza degli ultimi quarant'anni vi ha dimostrato—e lo avete confessato più volte—che non v'è pace possibile in Europa, se non accettando il principio che ogni Popolo assetti da per sè le proprie faccende interne. Ci apprestiamo a farlo. In nome del Diritto Italiano, io vi chiedo di lasciarci liberi e soli. Contro l'Austria noi non chiediamo ajuto fuorchè alle nostre spade: fate soltanto che nessuno l'ajuti: statevi custodi del campo: e rendete tarda giustizia al Popolo dal quale vi venne gran parte dell'incivilimento che allieta le vostre contrade.»
Dite agli Italiani: «Voi mi salutaste primo soldato della vostra Indipendenza, ed io non tradirò la missione che m'affidaste. Non v'ha indipendenza per gli schiavi, nè forza possibile pei divisi: siate dunque Popolo libero ed uno; chiuda la vittoria la lunga serie dei vostri Martiri: dal 1848 voi provaste con fatti che i tempi sono maturi per questo. Sorgete or dunque: sorgete tutti. Rovesciate le barriere artificiali che vi disgiungono, com'io lacero ogni vecchio patto avverso alla vostra Unità. Liberatevi da quanti v'opprimono, e accentratevi dove vedrete, sotto la bandiera tricolore, splenderela spada ch'io snudo. Se Dio m'ajuta e voi compite il debito vostro, io non la riporrò nella guaina che in Roma, dove i vostri rappresentanti detteranno il Patto di amore pei ventisei milioni che popolano la nostra Italia. Ma badate! Io vi chiedo, oltre quello che io qui raccolgo d'intorno a me, duecentomila uomini in armi: vi chiedo i mezzi necessarî a mantenerli in azione: vi chiedo illimitata fiducia; vi chiedo, per vincere, di esser presti, com'io sono, a morire. Schiavi o Grandi; non v'è via di mezzo per noi.»
Sire, gl'Italianisarannograndi il giorno in cui Voi proferirete parole sì fatte: i Partiti saranno spenti fra noi. Due sole cose avranno vita e nome in Italia: il Popolo e Voi.
Sire! di che temete? Dell'Austria? Coll'Italia intera—però che il linguaggio ch'io vi propongo vi dà Napoli e la Sicilia—schierata sotto la vostra bandiera? Coll'Ungheria presta a insorgere ed affratellarsi?—Dell'Inghilterra? L'Inghilterra è con Voi, purchè Voi non siate con Luigi Napoleone.—Dell'alleato? L'alleato scese, collegandosi con Voi, in Italia, per tentare di riacquistarsi, patrocinando una nobil causa, un'aura popolare perduta: ei non può scendere oggi a combatterla: non può dire alla Francia:chiesi jeri l'oro e il sangue de' tuoi figli contro l'Austria a pro dell'Italia: oggi li chiedo a pro dell'Austria contro l'Italia.—L'alleato affrettò la pace perch'ei si sapeva minacciato ne' suoi dominî dall'invasione Germanica; e quella invasione pende, minaccia perenne, sul di lui capo. Ei poteva jeri fare, pe' suoi fini, la parte d'emancipatore; quella deltirannogli è oggimai, al di fuori dei confini Francesi, vietata dalla Prussia, dalla Germania, dall'Inghilterra e dalle tendenze ch'or ricominciano in Francia a manifestarsi.
No; la prima guerra di Luigi Napoleone non sarà contro Voi, Sire; sarà tra lui, l'Inghilterra e Germania.
Ma, Sire; a che parlarvi di cose che vi sono, o dovrebbero esservi note più assai che a me?—Io vi chiamo, in nome d'Italia, ad una grande impresa: ad una di quelle imprese nelle quali il forte numera gli amici, non i nemici. Vi chiamo all'alleanza con 26 milioni d'Italiani, padroni, purchè uniti e guidati, dei proprî destini. Vi chiamo a porvi a capo d'una Rivoluzione Nazionale, che troverà, s'altri mai s'attentasse reprimerla, alleati nei Popoli quanti sono ai quali manca una libera Patria. Vi chiamo a una Iniziativa che può diventare Iniziativa Europea. Metà dell'Europa, Sire, trasalirà plaudente al sorger d'Italia, come trasalì, plaudente ed ajutatrice, al sorgere degli Stati Uniti, della Grecia, d'ogni guerra di Popolo che vuol farsi Nazione, d'ogni grande fatto provvidenziale: l'altra metà si ritrarrà sospettosa, ma trepida. La Diplomazia è come i fantasmi di mezzanotte: minacciosa, gigante, agli occhî di chi paventa, si dissolve in nebbia sottile davanti a chi le mova risolutamente incontro. Osate, Sire: allontanate da Voi qualunque tema, o vi suggerisca temenza. Circondatevi di pochi uomini la cui vita intera parli fermezza di principî, schietto amore d'Italia e potenza di volontà. Date pegno al Popolo di libertà; lasciate vita alla stampa, alle Associazioni pubbliche, alla pubblica parola: stampa, associazioni, convegni pubblici, vi creeranno intorno quel fermento, quell'entusiasmo, dal quale trarrete quante forze vorrete; la libertà non ha pericoli se non per chi ha in animo di tradirla.
Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che Dio vi ha posto davanti, sublime come il Dovere, audace come la Fede. Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi, con Voi. Moveteinnanzi, senza guardare a dritta o a manca, in nome dell'eterna Giustizia, in nome dell'eterno Diritto, alla santa Crociata d'Italia. E vincerete con essa.
E allora, Sire, quando di mezzo al plauso d'Europa, all'ebbrezza riconoscente dei vostri, e lieto della lietezza dei milioni, e beato della coscienza d'aver compito un'opera degna di Dio, chiederete alla Nazione quale posto ella assegni a chi pose vita e trono perch'essa fosse Libera ed Una—sia che vogliate trapassare ad eterna fama tra i posteri col nome di Preside a vita della Repubblica Italiana, sia che il pensiero regio dinastico trovi pur luogo nell'anima vostra—Dio e la Nazione vi benedicano!—Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, esclamerò nondimeno coi miei fratelli di Patria:—Preside o Re, Dio benedica a Voi, come alla Nazione per la quale osaste e vinceste.
Firenze, 20 settembre 1859.
Giuseppe Mazzini.
Io scrissi queste pagine, coll'anima in pianto, poco dopo la pace di Villafranca. D'allora in poi, la Provvidenza che vuole l'Italia Nazione, la costanza degli uomini del Partito d'Azione e la santa audacia di Giuseppe Garibaldi, hanno affrancato le nostre terre meridionali: l'armi capitanate dalla Monarchia Piemontese hanno vendicato Perugia. Ma l'Italia non è. Venezia è schiava. Un Governo che trae le sue inspirazioni dallo straniero ci contende Roma. Una terra Italiana è oggi, per opera di quel Governo, terra Francese. I materialisti pagani del XIX secolo, che sostituiscono il culto dellaforzae delcalcoloall'adorazione dell'eterno Vero e dell'eterna Giustizia, tengono tuttora il campo, e imbastardiscono su torte vie, dietro tattiche immorali indegne d'un Popolo che sorge, l'intelletto de' giovani. Vorrebbero che questa Italia, iniziatrice perenne dell'Unità della Vita—questa Italia che ebbe Roma antica e il Papato, e la cui tradizione intellettuale si svolve da Gregorio VII a Dante, da Michelangiolo a Napoleone—si componesse in sembianza di cortigiana, servilmente adulatrice e ipocritamente idolatra. E non credo di dovere mutar sillaba di questo libretto.
Mi suonano, mentr'io scrivo, all'orecchio le grida dimorte!che un pugno d'uomini, comprati dalla gente che s'intitolamoderata, o pazzamente briachi, m'avventa contro. E penso alle calunnie che perseguitarono l'amico mio Rosalino Pilo, sei mesi prima che ei morisse per la libertà dalla Patria. Io lo rividi quand'egli esciva di carcere dove l'avevano tratto gli uomini della monarchia, accusandolo fautore dell'Austria. Sorrideva allora, come prima d'entrarvi, del sorriso mesto e amorevole che erra sul labbro ai Martiri del Pensiero.
Ciò ch'io scrissi è un riflesso di quel sorriso di fede, di dolore e d'amore. Gli uomini d'oggi non possono intenderlo; ma i giovani di domani lo intenderanno.
Napoli, 12 ottobre 1860.
Giuseppe Mazzini.
Predica verbum; insta opportune;importune; argue, observa, impera.Paul.,ad Tim.
Voi cercate la Patria. Un istinto che Dio ha infuso nel vostro core, una voce che vi viene dalle sepolture dei vostri Grandi, un segno che la potente natura d'Italia ha messo sulla vostra fronte e nel vostro sguardo, vi dicono che siete fratelli, chiamati ad avere una sola Bandiera, un solo Patto, un solo Tempio, dall'alto del quale splenda, in caratteri visibili a tutte le genti, la Missione Italiana, la parte che Dio commise, pel bene dell'Umanità, alla nostra Nazione.
E per questo ogni uomo tra voi pronunzia ardito o mormora sommesso quel santo nome di Patria. Per questo i migliori fra voi muojono da mezzo secolo, martiri d'unaIdea, sul patibolo, nelle segrete o nella lenta agonia dell'esilio, col sorriso di chi intravede l'avvenire sul volto, colla parolaItaliasul labbro. Per questo le vostre moltitudini fremono di tempo in tempo d'un fremito che solleva il coperchio della tomba dove i papi e i re le han poste a giacere, poi ricadono spossate per ritentare dopo il silenzio d'un tempo.
La Patria è il sogno, il palpito, il desiderio segreto d'ogni anima che s'informa a vita sulle nostre terre. Come il bambino che s'agita cercando fra i sonni il seno materno, come quei fiori che si volgono nella notte nera verso la zona del Cielo dove apparirà sul mattino il sole fiammante, voi, nei sonni irrequieti della servitù, nella tenebra fredda e greve dell'isolamento, andate brancolando in cerca della Madre comune che ha nome Patria, e interrogate ansiosi l'orizzonte a scoprire da qual punto accenni sorgere il Sole della vostra Nazione.
Ma perchè cercate e non trovate la Patria? Perchè a voi soli il lungo martirio non frutta vittoria? E perchè la pietra del sepolcro, dove papi e re v'han messi a giacere, si leva soltanto di tempo in tempo a metà per ricadere più pesante sulle vostre teste? Quale strana fatalità s'aggrava su voi, poveri Israeliti delle Nazioni, perchè Dio vi neghi la Patria concessa da secoli a popoli che oprarono e patirono meno di voi?
La vita di Dio freme in seno alla vostra terra più che altrove potente. Imagini di bellezza e di forza s'avvicendano singolari suquesto suolo, dove il sole accende vulcani e che gli uomini salutano del nome di Giardino d'Europa. La natura sorride per voi d'un sorriso di donna. I languenti per morbo vengono dalle brume settentrionali a ribever la vita nell'aure balsamiche de' vostri prati, sotto l'azzurro profondo de' vostri cieli.
L'Alpi eterne vi guardano solenni dall'estremo della vostra contrada come per dirvi: siate grandi! E appiè di quell'Alpi, i fiori più belli che all'uomo sia dato vedere vi guardano, dovunque moviate, coi loro occhi innocenti, come per dirvi: siate buoni! E tra quell'Alpi e quei fiori errano, quasi murmure d'angeli, melodie che gli uomini chiamano Musica, e sono un'eco della lingua che si parla in cielo.
Splendide come le stelle dei vostri sereni furono l'opere del Genio tra voi: splendide di pensiero e d'azione, che voi soli sapeste congiungere in bella armonia.
L'Europa era—dalla vostra sorella, la Grecia, in fuori—semibarbara, quando le vostre aquile passeggiarono di trionfo in trionfo sovr'essa; e insegnaste ai popoli conquistati una sapienza di leggi che dura tuttavia riverita, i conforti della vita civile, e quella tendenza all'Unità che preparò un mondo a Gesù.
L'Europa giaceva ravvolta fra le tenebre del servaggio feudale, quando voi, sorti a seconda vita, affermaste nei vostri Comuni la libertà repubblicana dell'uomo e del cittadino, e diffondeste alle più lontane contrade i beneficî della civiltà, delle lettere e del commercio.
I vostri sacerdoti dell'Arte pellegrinarono di terra in terra, disseminando per ogni dove forme di bellezza immortale e insegnando come si svolva dal simbolo l'ideale.
E quando l'Europa ingrata vi pose in fondo, dividendosi le vostre spoglie, il genio Italiano, prima di velarsi per un tempo, gettò dalla sua croce, quasi pegno di ciò che un giorno potrebbe, un Nuovo mondo all'Europa.
Genio, forza, natura bella oltre ogni altra e feconda, concento d'aura e ineffabile sorriso di cieli, Dio tutto vi diede. Perchè non vi diede la Patria? Perchè, mentre ogni abitatore delle terre che inciviliste, interrogato del chi ei si sia, risponde alteramente:sono Francese, sono Inglese, sono Spagnuolo, voi non potete rispondere se non come espressione di desiderio:sono Italiano?
Perchè voi mancaste e mancate tuttora difede: di fede in voi stessi, nel vostro Diritto, e nella vita collettiva e nella missione della Nazione: Dio visita in voi un'antica colpa dei Padri che finora non cancellaste.
I Padri vostri non ebberocoscienzadi Patria. La vita fremente inciascunod'essi era tanta, che essi si diedero ad adorarne la potenza incarnata nell'individuo: disseroio, nonnoi. E disertarono l'altare del Dio di tutti per farsi idolatri, gli uni della loro Città, gli altri della loro Compagnia, altri dell'Arte che li inspirava, altri d'altro: dimentichi tutti della Madre comune.
E perchè ogni vita, comunque potente, incontra, se non si rinnovi al latte della Madre comune che ha nome Patria, la debolezza tra via, alla grandezza d'una città sorse contro nimica la grandezza d'un'altra, alla forza d'una mano di prodi quella d'altra mano di prodi, e all'ardito concetto dell'artefice l'impotenza dei mezzi a tradurlo inatto, i vostri padri, invece di stringersi a concordia e cercar l'incremento della forza di ciascuno nella forza di tutti, pensarono di vincersi gli uni cogli altri procacciandosi l'ajuto dello straniero.
E gli uni chiamarono in ajuto d'oltr'alpe i figli della Germania ed altri i Franchi ed altri gl'Ispani. E taluni, che si dissero Vicarî di Dio sulla terra e furono veramente, negli ultimi seicento anni, Vicarî del Genio del Male, fecero scienza di quel peccato, e divisarono modo per cui due almeno di quei popoli stranieri si trovassero sempre a fronte l'uno dell'altro sulla nostra terra, tanto che nessuno potesse mai riunire in uno le membra sparte d'Italia, ed essi potessero tiranneggiare securi sovra una parte o sull'altra.
E per oltre a trecento anni, divisi in parti nomate di nomi non nostri, i fratelli scannarono i fratelli con lancie e spade straniere. Dio torse allora il suo sguardo da noi e decretò, espiazione al fratricidio, una servitù d'oltre a trecento anni per tutti.
Però che quelle genti straniere, stanche di combattersi, si partirono le terre nostre come i crocefissori le vestimenta di Cristo, e s'assisero dominatrici le une al mezzogiorno, l'altre al settentrione, ed altre sul core d'Italia. E i primi che segnarono il patto nefando furono un Imperatore di quella Casa maledetta in Europa che gli uomini chiamano d'Austria, e uno di quei Vicarî del Genio del Male dei quali fu detto poc'anzi. E lo segnarono sul cadavere d'una delle più generose nostre città, che ultima aveva serbato in Italia la sacra scintilla della libera vita.
Ma quella città aveva, duecento ventotto anni innanzi, condannato all'esilio e alle pene dei malfattori l'uomo il più potente che mai si fosse in Italia per intelletto ed amore, il quale fu il primo Apostolo dell'Unità della Patria e padre di quanti esularono più dopo per essa.
Ora voi durate anch'oggi nella colpa dei padri; e immemori dei trecento anni di guerra fraterna che inaffiarono il vostro terreno di sangue, immemori dei trecento anni di muto e codardo servaggio che li seguirono, immemori degli insegnamenti che vi diedero, da quel primo Potente in poi, i vostri Grandi di mente e i martiri che patirono per infondervi la coscienza della vostra forza, aspettate la Patria, in sembianza di mendicanti, dal beneplacito dello straniero. Però Dio vi contende la Patria, e vi condanna a trascinarvi di sogno in sogno, di delusione in delusione, poveri Israeliti delle Nazioni, finchè, rinsaviti, non sentiate la forza ch'è in voi, e non diciate, colla fronte levata al cielo e colle destre impalmate sulle sepolture di quei che morirono per insegnarvi a combattere e vincere:col nostro sangue, coll'armi nostre, o Signore: ecco, noi incrocicchiamo, fratelli e pentiti, in nome del Dovere e del Diritto Italiano, le spade, perchè tu benedica dall'alto le sante nostre battaglie.
Come sasso che, precipitato dall'alto, rotoli a valle, raccoglie scendendo ogni mota e sozzura che incontra sulla sua via e giunge al fondo doppio di lurida mole, così la colpa inespiata dei padri, trasmessa in voi di generazione in generazione, si è ingigantita di corruttela e s'è fatta delitto mortale.
Però che i vostri padri non avevano, quando chiamavano gli stranieri, coscienza di Patria comune: ma li chiamavano a sostenere cupidigie di dominazioni e disegni torbidi di tirannide sui vicini. Voi millantate intelletto ed amore di Patria, e chiamate, per codarda sfiducia e temenza di sacrifici, gli uomini dell'altre terre a edificarvela.
Essi erano increduli e ignari; voi siete consapevoli profanatori.
E i vostri padri, quando gli stranieri invocati calpestavano di soverchio gl'improvvidi invocatori o insolentivano sui loro averi o sui loro affetti, sentivano a rinsuperbirsi dentro l'orgoglio e le fiere passioni degl'Italiani, e davano loro ricordi di sangue, pei quali suonano tuttavia tremendi i nomi di Legnano, di Palermo, di Forlì. Ma voi sceglieste in questi ultimi tempi, fra i potenti stranieri, a simbolo delle vostre speranze di Patria, quello appunto dalle cui mani gronda il sangue dei migliori tra i vostri giovani di dieci anni addietro, spenti in Roma per l'armi sue, onde si riponesse in seggio quel Vicario del Genio del Male, il cui nome suona negazione di Patria e di Libertà.
E lo circondaste dell'entusiasmo con cui i buoni salutano in terra il Genio consecrato dalla Virtù; baciaste il lembo della sua veste usurpata e intrisa di sangue di prodi e pianto di madri, e lo adoraste siccome idolatri diseredati di Dio e d'ogni lume di Verità e di Giustizia.
Quel giorno, l'anime dei vostri martiri si velarono, per dolore e vergogna, coll'ali; e le catene che ricingono i languenti nelle prigioni per voi, solcarono di solco più grave le loro membra; e gli angioli piansero in cielo; e i popoli in terra vi sospettarono indegni per sempre d'assidervi, eguali, alla libera mensa delle Nazioni.
Però che quell'uomo, mandato in terra sì come castigo alla Francia e perchè i popoli si ravvedano d'ogni culto idolatra d'un nome nell'avvenire, è il peggiore fra quanti tormentano in oggi l'Europa. Il suo Genio è la conoscenza del male: la sua parola, menzogna: la sua forza, tradimento e disprezzo d'ogni cosa nella quale gli uomini ripongono fede ed amore. L'anima sua si libra, come pendolo nelle mani di Satana, fra il Calcolo e la Voluttà. L'opere sue sono di volpe e di jena.
E la sua tomba non avrà nome, ma solo due date: 1849-1851.
E le madri l'additeranno, passando, per lunghi anni ai loro bambini comela tomba dello Spergiuro.
E a voi che, dopo averlo maledetto in nome di Roma e di Parigi, lo acclamaste, in nome dei suoi cannoni e dei suoi fucilieri d'Africa, magnanimo e redentore, bisogneranno molte e molte opere sublimi di grandezza e di sacrificio, perchè l'Angelo dell'Espiazione cancelli dal libro della vostra vita quel ricordo di colpa e di disonore.
Non sia fraintesa, o fratelli, la mia parola da voi. Io so che da quando l'Uomo che più amò sulla Terra protese di sulla croce le braccia quasi a stringere in amplesso tutti i viventi e proferì la parola ignota ai secoli che lo precedettero:perchè tutti, o Padre, siam uno in te, Dio decretò che la vocestraniero, come abitatore di terra diversa, passerebbe dalla favella degli uomini, e solo straniero sarebbe il malvagio.
Ma se voi guarderete attenti per entro le pagine della storia, vedrete che appunto in quel tempo cominciò a prepararsi visibile quel moto delle razze umane che dovea conchiudersi col loro riparto ordinato sulle varie terre d'Europa a seconda del disegno che il dito di Dio scolpiva, fin da quando la sottrasse alle acque, sulla sua superficie.
Allora, quasi sommossa dall'eco di quella grande parola, la terra sobbollì d'un immenso fermento. E come due Mari che si contendesseroil dominio dell'abisso, una metà del genere umano si rovesciò sull'altra metà.
E dall'estremo settentrione, dall'oriente, da tutti i punti, come sospinte da non so quale tempesta divina, tribù d'uomini strane e fino allora ignote apparvero ad una ad una, sospingendosi, accavallandosi a guisa d'onde gigantesche l'una sull'altra, avviate da un'arcana potenza alla volta della Città dai sette Colli, nella quale l'idea di Patria s'era incarnata da secoli.
E là s'urtavano, si mescevano, si confondevano, struggendo e struggendosi. Era come un rotearsi d'elementi diversi per entro un caos infinito; e gli uomini, impauriti, credevano imminente la fine del Mondo, ma era invece la nascita d'un nuovo Mondo, che s'elaborava in grembo a quel caos.
E dopo cento anni e più di quel rimescolamento di genti senza nome e senza missione visibile, come un tempo la piena dell'acqua che ricopriva il globo si concentrava, retrocedendo, in laghi, fiumi ed oceani, si videro emergere dal turbinìo delle moltitudini i Popoli, collocati a seconda delle loro tendenze e del disegno di Dio dentro a certi confini. E gli uni si chiamavano Ispani e gli altri Britanni ed altri Franchi, altri, Germani, altri Polacchi, Moscoviti o con altri nomi.
E sulla fronte a ciascuno splendeva un segno dimissione speciale: un segno che sulla fronte al Britanno diceva:Industria e Colonie; sulla fronte al Polacco:Iniziazione Slava; sulla fronte al Moscovita:Incivilimento dell'Asia; sulla fronte al Germano:Pensiero; sulla fronte al Franco:Azione; e così di Popolo in Popolo.
E quel segno era la Patria: la Patria di ciascun Popolo; il battesimo, il simbolo della sua vita inviolabile fra le Nazioni.
E come, nella lingua che si parla in cielo e della quale noi adoriamo un'eco sotto il nome di Musica, molte note formano l'accordo—come di molte parole, ciascuna esprimente una idea, si compone progressivamente la formula Religiosa che rappresenta d'epoca in epoca il Verbo di Dio sulla Terra—così l'insieme di tutte quelle missioni compite in bella e santa armonia pel bene comune rappresenterà un giorno la Patria ditutti, la Patria delle Patrie, l'Umanità.
E solamente allora la parolastranieropasserà dalla favella degli uomini; e l'uomo saluterà l'uomo, da qualunque parte gli si moverà incontro, col dolce nome di fratello.
Così Dio v'insegna attraverso la Storia, ch'è l'incarnazione successiva del suo disegno, che voi non conquisterete l'Umanità se non quando ciascun Popolo avrà conquistata la Patria.
Però che l'individuonon può sperare di tradurre in atto, da sè solo e colle sue fiacche forze, il vasto concetto della fratellanza di tutti; ma gli è necessario ajutarsi delle forze, del consiglio e dell'opera di quanti hanno con lui comuni lingua, tendenze, tradizione, affetti e agevolezza di consorzio civile.
E chi volesse tentare senza quell'ajuto l'impresa, somiglierebbe colui che volesse smovere l'inerzia d'un immenso ostacolo con una leva senza punto d'appoggio. La Patria è il punto d'appoggio della leva che si libra tra l'individuo e l'Umanità.
La Patria è una Missione, un Dovere comune. Or come mai potete sperare di conquistarvi la Patria, se chiamate altri a compiere quella Missione, ad eseguir quel Dovere?
La Patria è quella linea del disegno di Dio che Egli commise a voi perchè la svolgiate e la traduciate in fatti visibili. Come dunque potete meritare la Patria, invocando altri a svolgere quella parte di disegno per voi?
La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e d'affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, oprarono e passarono sul vostro suolo:—la vita che si solleva in orgoglio nell'anima vostra davanti a un sasso staccato dal Campidoglio o alla pietra di Portoria in Genova, con maggiore impeto che non davanti alle piramidi Egizie o alla Colonna Vendôme in Parigi:—la vita che, quando errate su terre poste al di là dell'Oceano, v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un nome italiano.
Come mai potete illudervi a credere che la rivelazione di questa vita possa compirsi per opera d'uomini, nei quali è muta la voce di quella tradizione e di quei ricordi, e ai quali s'agita in seno il segreto d'un'altra Patria?
E la Patria è, prima d'ogni altra cosa, lacoscienzadella Patria.
Però che il terreno sul quale movono i vostri passi, e i confini che la Natura pose fra la vostra e le terre altrui, e la dolce favella che vi suona per entro, non sono che laformavisibile della Patria; ma se l'animadella Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere, senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione;gente, non Popolo. La parolaPatria, scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera, è vuota di senso, com'era la parolaLibertà, che taluni fra i vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni.
La Patria è lafedenella Patria. Quando ciascuno di voi avrà quella fede, e sarà presto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima.
La Fede è Pensiero ed Azione. E lo sarà un giorno per tutti; ma lo è fin d'oggi e segnatamente per voi.
Io vi dissi che quando, come membra del grande essere collettivo che chiamasi Umanità, i diversi Popoli emersero, ciascuno colla sua missione speciale, dal caos di mille anni addietro, Dio pose un segno sulla fronte al Germano che significaPensiero, e sulla fronte al Franco un altro che significaAzione. Or sulla vostra Ei pose un doppio segno che significa Pensiero ed Azione congiunti.
E quel doppio segno, ch'è la vostra missione ed il vostro battesimo fra le Nazioni, era visibile sulla vostra fronte, mille anni innanzi che gli altri Popoli fossero.
Però che voi, soli fino ad oggi fra tutti, aveste da Dio privilegio di morire e rivivere, come gli uomini favoleggiarono della Fenice. E alla Grecia soltanto, sorella nata ad un tempo colla nostra Italia, fu dato riaffacciarsi, nell'ultimo mezzo secolo, alla seconda vita, quando appunto cominciava per l'Italia ad albeggiare la terza.
Così, mentre il Germano move sulla terra col guardo perduto nell'abisso dei cieli, e l'occhio del Franco si leva di rado in alto, ma trascorre irrequieto e penetrante di cosa in cosa sulla superficie terrestre, il Genio che ha in custodia i fati d'Italia trapassò sempre rapido dall'Ideale al Reale, cercando d'antico come potessero ricongiungersi terra e cielo.
Per virtù di quella Unità che annoda il cielo infinito, patria delPensiero, alla terra, patria dell'Azione, i padri dei vostri padri conquistarono il mondo cognito allora; ogni loro Legione era una missione armata; ogni vittoria era per essi decreto di Giove.
E, innanzi ad essi, i padri degli avi, che stanziavano fra Tevere e Po e si chiamavano Etruschi, edificavano le loro città giusta il concetto che si erano formati del cielo: ed ogni loro atto era incarnazione d'un pensiero di religione.
E dopo d'essi venne una generazione d'uomini-capi—capi per consenso e riverenza di popoli—i quali tentarono, per oltre a sei secoli, la santa impresa di dar sulla terra trionfo alla Legge di Dio sull'arbitrio degli uomini, al Pensiero ed alla Parola sulla forza cieca e brutale; e stettero per tutta Europa, in nome dell'Amore e della Giustizia, fra i Popoli e i padroni dei Popoli. E l'ultimo e il più grande fra loro fu il figlio d'un falegname per nome Ildebrando, frainteso anche oggi dai più. Poi, perchè il regno di Dio non può scendere sulla terra se non per l'opera libera e pur concorde ditutti, quegli uomini tradirono Popoli e Dio, e fornicando cogli oppressori delle Nazioni, diventarono e sono veramente i Vicarî del Genio del Male, da sterminarsi per sempre.
I vostri filosofi, i vostri sacerdoti del pensiero e dell'arte, non sì tosto avevano afferrato colla mente un concetto di Vero, che sentivano prepotente il bisogno di ridurlo a fatto, e furono, dagli antichi Pitagorici a Tomaso Campanella, da Dante Alighieri a Michelangiolo e Machiavelli, ordinatori di consorzî segreti, legislatori di città o predicatori d'instituti sociali. E si frammischiarono alle battaglie delle loro città, congiurarono contro le tirannidi, affrontarono prigioni, esilî, torture. Contemplarono e fecero.
E mentre altrove gli uomini ch'ebbero nome di riformatori di Religione assalivano gli oppressori dell'anima, rispettando gli oppressori dei corpi, ed erano Titani d'audacia contro la menzogna violatrice del Cielo, maledicendo aspramente ai figli del popolo che volevano cancellarla di sulla Terra, tra voi intesero che Spirito e Corpo si confondono nella Vita, ch'è una, e morirono sui roghi per aver tentato che la Verità di Dio trionfasse in atti visibili nella fratellanza civile. E cento anni addietro, le vostre donne in Firenze versavano ancora fiori, il ventitrè maggio d'ogni anno, sul terreno dove era morto tra le fiamme un santo frate che sollevava, or son tre secoli e mezzo, la bandiera dell'emancipazione religiosa e della Repubblica.
Or voi, abbandonando in questo la tradizione del vostro popolo, e perduta dietro a insegnamenti stranieri la memoria della missione d'Unità il cui compimento deve farvi Nazione, avete smembrato la vostra vita; e i più tra voi amano la Patria col solo pensiero, commettendo l'opere che devono fondarla all'usurpatore straniero e a quel misto d'impotenza e d'inganno che chiamano Diplomazia.
E la patria vi sfugge, e le speranze vi tornano di anno in anno in delusioni amarissime e vergognose, però che le parole dei principi, e sopratutto le promesse dello straniero, sono da tempo immemorabile simili ai pomi dell'Asfaltide, belli all'occhio e cenere al dente; e quando Dio disse all'uomo:tu ti ciberai del sudore della tua fronte, Egli intese non solamente del pane del corpo, ma del pane dell'anima, della Libertà e della Patria.
Voi state sul limitare della terza vita d'Italia.
La prima vita d'Italia si diffuse pel mondo come alito fecondatore,colla sola potenza dell'Azione: la seconda, colla sola potenza del Pensiero e della Parola. Ed oggi la terza vita deve conquistare il mondo a nuova universale concordia colla potenza del Pensiero e dell'Azione, armonizzanti per opera dello Spirito di Giustizia e di Amore.
Però, se nella prima vita vi bastò la spada, e nella seconda la parola e l'esser presti a obbedire ad essa e morire per essa, voi non potete ora varcare il limitare della terza vita, se non usando la spada e testimoniando colla parola.
Dovete essere savî e forti: apostoli e militi.
Or la sapienza è il culto del Vero; e la forza è la fede nella potenza del Vero.
E perchè la sapienza scenda sul vostro intelletto e la fede benedica l'anima vostra, è necessario che invochiate l'una e l'altra con intenzioni sante e con un core puro d'ogni bassa passione.
La Virtù è la sorella del Genio. E quando il culto idolatra dell'io scaccia dall'anima la Virtù, che è lo spirito di sacrificio, l'anima rovina in basso com'aquila a cui manchi l'ala, e il Genio s'arresta a mezzo la via come stella cadente che illumina d'un solco di luce lo spazio e subitamente sparisce.
E però l'uomo il più potente per Genio nei nostri tempi mostrò al mondo attonito due vite in una: la prima, quand'ei rappresentava una Idea; vita di concetti giganteschi e miracoli di vittorie; la seconda, quand'egli, inebriato d'egoismo e di spregio, non rappresentava che sè stesso; vita di errori e disfatte. E dalle solitudini di Sant'Elena lo spirito di quel Potente manda a chi sa intenderla una voce che dice:la corona delle vittorie immortali non posa se non sulla tomba del forte, che, dimentico di sè stesso, combatte sino all'ultimo giorno pel santo Vero e pel Diritto dei Popoli.
Santificate dunque col sacrificio e coll'intrepida adorazione del Vero l'anime vostre, se volete vincere i molti nemici che s'attraversano tra voi e la terza vita d'Italia: l'Angelo della Vittoria aborre dal fango dell'egoismo e della menzogna. Portate la vostra credenza alteramente sulla bandiera, come i guerrieri dei secoli addietro portavano sullo scudo la loro insegna. Come il tuono tien dietro al lampo, così segua rapido ogni vostro pensiero l'azione. Dio è grande perchè pensa operando. Ingigantite nella fede: come il sonnambulo passeggia sicuro sull'orlo del tetto perch'eicredemovere sulla carreggiata, e s'ei si desta e misura l'abisso, impaurisce e precipita, così voi, se potenti di fede, supererete ostacoli davanti ai quali, se trepidi e tentennanti, cadrete. Non pensate a voi: vivete nelfine, nella coscienza del Dovere, nel santo orgoglio del Diritto. E la costanza coroni l'unità della vostra vita, come cupola il tempio. Siate uomini, e Dio sarà Dio, cioè Padre e Proteggitore per voi.
La vostra è la più grande fra tutte le missioni terrestri; siate grandi com'essa. Voi siete chiamati a un'opera emulatrice delle opere di Dio: la creazione d'un Popolo. E vi conviene accostarvi a Lui, quanto può la creatura finita, purificandovi, consacrandovi. I giovani guerrieri dei tempi di mezzo vegliavano la notte in armi, prostrati sul nudo marmo, nel digiuno e nella preghiera, prima d'iniziarsi nella cavalleria. Ed essi non giuravano che ad un signore, creatura mortale com'essi: voi giurate a Dio, alla Patria, all'Umanità. E la loro ricompensa per le belle imprese era la speranza che il loro nome passasse, suono fugace, a pochi posteri nella canzone d'un trovatore; ma voi aspetta la lunga benedizione delle generazioni che avranno Patria da voi, e la vostra memoria, fatta tradizione d'onore, s'incarnerà nella vita progressiva di tutta la vostra Nazione.
Ed io raccolsi, o giovani d'Italia, questi ricordi dalle sepolture degli uomini che morirono per voi, interrogate con fremito di riverenza e con un amore per voi tutti che nulla può spegnere. Però che, come pietre miliari che segnano la via al grande intento, o più veramente come le stelle che c'insegnano, splendendo nei cieli mentre la tenebra fascia la terra, la virtù della serena costanza nella sventura, apparvero sempre di tempo in tempo, fra gli errori dei padri, uomini puri d'ogni falsa scienza e d'ogni egoismo, i quali da Arnaldo e Crescenzio fino a Bentivegna e Carlo Pisacane, raccolsero nelle grandi anime loro la voce che la Patria manda invano da secoli a voi, e mantennero incontaminata la tradizione del Genio Italiano: e, con essi, i martiri del pensiero che soggiacquero, per calunnie, ingratitudine e oblio, alle torture dell'anima, gravi quanto quelle del corpo. E ogni qual volta il Popolo d'Italia, trasalendo sotto il suo lenzuolo di morte, protestò, dalla Lega Lombarda e dai Vespri fino alle Cinque Giornate, in nome della grandezza passata e della futura, fu visitato dallo spirito che visse negli uomini dei quali io parlo.
E i giovani d'Italia, che furono innanzi a voi, avevano, or corre quasi un terzo di secolo, raccolto quei ricordi con me. E con me avevano fatto giuramento solenne di non obliarli[143].
Ma poi, simile a nembo di locuste su campo fecondo, s'addensò sulla regione Subalpina una gente senza fede, senza tombe di martiri, senza tradizione fuorchè di tempi nei quali il servaggio si era abbarbicato alle menti, che fece suo studio e vanto deridere quei santi ricordi e l'entusiasmo dei giovani e la solennità dei giuramenti prestati. E si diffuse rapida su tutte le città d'Italia come lebbra su forma umana o crittogama sulle piante.
E fu veramente ed è tuttavia la crittogama o lebbra dell'anime.
Gente di mezzo intelletto, di mezza scienza e di nessun core. E gli uni si chiamaronoDottrinarî, ciò che significa uomini che millantano dottrina e non l'hanno: gli altri,moderatio fautori delgiusto mezzo, cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e la menzogna; ed altri,praticie aborrenti dalle teorie, cioè corpi senza anima e cadaveri galvanizzati; ed altri con altro nome. Ma tutti si riconoscevano, siccome appartenenti alla stessa gente, dal nome barbaro d'opportunisti, cioè diseredati d'iniziativa, eternamente passivi e presti a fare solamente quand'altri ha fatto.
E rinnegarono il culto puro di Dio per adorare idoli di loro fattura, come gli Ebrei nel deserto.
E gli uni si prostrarono davanti a un idolo che chiamarono Forza, gli altri davanti a un altro che chiamaronoTattica, ed altri davanti al pessimo fra tutti gl'idoli che ha nomeLucro.
E i primi escirono, strisciando siccome vermi che pullulano dal cadavere d'un Potente, dalla sepoltura di Napoleone; i secondi escirono dalla sepoltura profanata d'un nostro Grande frainteso, che, dopo aver patito tortura per la libertà della Patria, l'aveva veduta morire, e assiso sul suo cadavere s'era fatto storico delle cagioni della sua morte; gli altri escirono ed escono dal fango dove brulicano gli insetti senza nome, la cui vita non guarda al di là dell'ora che fugge.
E insegnarono che solo diritto è ilfatto, e solo creatore delfattol'arsenale dove s'accumulano strumenti di guerra; e le idee essere nulla, e i grossi battaglioni d'assoldati ogni cosa: dimenticando come il Potente dalla doppia vita, ch'ebbe ad arsenale l'Europa e ad esercito gli eserciti di tutte le genti d'Europa, giacesse cadavere di prigioniero in Sant'Elena, per avere, com'ei ripeteva morente, camminato a ritroso delleideedel secolo.
Insegnarono, bestemmiando, che la virtù è nome vano, che la moralità e la politica non sono sorelle, che il vero e l'errore sono egualmente buoni, a seconda dei casi; e architettarono le teorie deidelitti utilie dellamenzogna opportuna, ed altre siffatte, predicando gli uomini doversi adattare ai tempi, come se i tempi creassero gli uomini, e non questi i tempi.
Insegnarono che i popoli possono redimersi gridando orviva Cristoorviva Barabba, e che il bandir oggi l'infamia e il capestro a Giuda, e inneggiarlomagnanimoeaugustodomani, e pianger pianto di tenerezza per papa o re, susurrando all'orecchio degli avversi:lasciate fare; forti, li rovescieremo;e accarezzare un dì i Popoli, e l'altro, gli oppressori dei Popoli, e prima la Polonia, poi il carnefice della Polonia, e invocare la libera Inghilterra un giorno per maledirlaperfida Albioneappena giovi ad accattare il favore della Francia, è scienza di Stato: non avvedendosi che a quel modo si perde in ultimo l'ajuto di principi e Popoli, come gente che; non avendo fede, non ne merita alcuna.
Insegnarono che alcuni popoli avendo, quando l'Europa intera era barbara o semibarbara, conquistato lentamente e faticosamente, prima un grado di civiltà, poi un altro ed un altro, tutti i popoli, comunque sorgenti a Nazione in seno ad una Europa incivilita, devono salire quella scala da capo, come se l'esperienza degli uni non dovesse fruttare agli altri, e le verità scoperte da un Popolo non fossero scoperte per tutti, e il faro acceso da una mano provvida tra le roccie marine non diffondesse lume e consiglio ad ogni navigatore che navighi per quella via.
Insegnarono che indipendenza può conquistarsi senza Unità e senza vita di liberi, come se lo schiavo in casa potesse mai esser libero dall'usurpazione altrui, come se l'animale aggiogato potesse accettare un padrone e respinger l'altro, come se importasse combattere per scegliere tra padrone e padrone.
E insegnarono le tre Italie, le quattro Italie, le cinque Italie, e il forte Regno del Nord, e la Confederazione con semi-libertà a Settentrione, e tirannide a Mezzogiorno, e autocrazia al Centro—che è il sacco del parricida—come se Dio avesse creato l'Italia a spicchî; e dimentichi che anche quel Grande frainteso, invocato da essi come maestro, additava, supremo rimedio a tutte le piaghe di Italia, l'Unità Nazionale.
E questa essi chiamarono scienza, ma io la chiamo impostura di falsi profeti e rintonaco di sepolcri.
E dacchè Cristo v'insegnava di scernere i veri e i falsi profeti dai frutti dell'opere loro, voi dovete guardare ai fatti che quelle loro dottrine hanno generato finora; e sono: la consegna di Milano, l'abbandono di Roma e la pace di Villafranca.
Ma poi che la costanza non è ancora virtù di popoli, e voi seduceva il fascino della novità, e quelle dottrine blandivano nei più l'inconscia tendenza ad accettare le vie che pajono più facili e richiedono minore potenza di sacrificio, io vidi gemendo tutta una generazione distaccarsi dalle tombe de' suoi martiri e plaudire insana ai falsi profeti e seguirne le torte vie.
Allora ogni idea di rettitudine e di dignità d'anima fu smarrita, e le menti s'abbujarono d'ogni sorta d'errori, tanto che s'udirono, senza nota di pubblica infamia, fra gli adepti degli idolatri, scribi di diarî e libercoli, taluni proporre che si comprasse indipendenza dall'Austria a prezzo della libertà d'altri Popoli, forti di sacri diritti come noi siamo; altri che si riscattasse Venezia a danaro; altri esultare ogni giorno all'annunzio che si commetterebbero le sorti d'Italia a un Convegno di despoti, ed altri prostituire l'umana parola fino a paragonare alle creazioni di Michelangelo l'uomo per il cui cenno caddero migliaja di libere vite in Roma e Parigi;—poi, quando un popolo spense, in modo non giusto,unavita di tristo, diventarono a un tratto ipocriti di virtù e di clemenza, dichiararono disonorata l'Italia e lamentarono, come se il mondo andasse sossopra.
E parve una danza di streghe dell'intelletto.
E al soffio gelato di quelle codarde dottrine, io vidi inaridirsi l'entusiasmo, incadaverire l'anime più generose, ed uomini, che avevano insieme a me consacrato metà della vita a suscitare i giovani alla vera fede, patteggiare, nell'altra metà, coi capi degli idolatri, ed erger cattedra a distruggere l'opera propria; ond'io sentii nell'anima solitaria quel dolore che labbro non può ridire.
E pochi tra voi protestarono, sterilmente dignitosi, col silenzio, ma i più cedettero, però che poche siano sulla nostra terra quelle anime che ritraggono della natura degli angeli, e poche quelle che rivelano natura pervertita di demoni, ma innumerevoli le anime dei fiacchi, che seguono la corrente ovunque essa mova e alternano di continuo fra il bene ed il male.
Or io vi dico:
In verità, in verità, così non si fonda Nazione; così si disfanno e si disonorano i Popoli.
Tornate ai consigli dei vostri Martiri. Prostratevi tre volte sulle loro tombe e tre volte supplicate, commossi di pentimento, perch'essi spirino in voi la forza della quale mancaste. Poi sorgete e, afferrato, come Cristo, il flagello, cacciate inesorabili fino all'ultimo i trafficatori di sofismi, di protocolli e d'accoglienzemutate inaccettazioni, dal Tempio contaminato della coscienza italiana. E dei libri, diarî e libercoli di che essi appestarono la nostra contrada, fate cartuccie.
Voi non avrete d'ora innanzi, se vorrete davvero redimervi, altra via che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.