ROMAE IL GOVERNO DI FRANCIA

La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono ad occuparlo—idottrinarîe ilegittimisti—hanno tentato, come la moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro chi gittava—ed era un illustre poeta—l'anatema alle ferocie di Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di confisca e d'inquisizione, diceva:è necessario che lo spirito di vita dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste instituzioni diventate barbare; e l'oratore del cattolicismo balbettò parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gliuominidella sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani:Il sangue di Roma v'affoga.

Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dalMonitorel'intera discussione[105]e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con minaccie severe l'introduzione in Francia dell'Italia del Popolo, e i suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri:Eccovi le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e sia maturo il vostro giudizio.

Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uominidel governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini, riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni, tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere, dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici—e conquistati d'ora innanzi alla storia.

Io lascio dunque senza commento al giudizio di chi vorrà leggerlo il discorso del signor Thuriot de la Rosière, e la lunga serie d'affermazioni sfrontate colle quali intende a provare che in Roma, clero, capitalisti, proprietarî di mobili ed immobili, artisti, stranieri, diplomatici, guardia civica, truppe di linea, tutti insomma erano schiavi ed avversi al Triumvirato: chi dunque, dal 30 aprile al 2 luglio, difese Roma? Ei sa di storia contemporanea come d'antica e non merita ch'altri spenda parole a combatterlo. E lascio le menzogne gittate qua e là nel lungo intralciatissimo discorso del signor Odillon Barrot sulla parte adempiuta dai Francesi in Roma—la protettrice clemenza estesa dal governo di Francia ai nemici, anzi, come afferma il signor Thuriot, a me stesso che scrivo—il vanto, a fronte di Cernuschi, d'Achilli, dei preti che diedero le loro cure ai feriti, dell'esule napoletano Caputo, del dottor Ripari e d'altri infiniti, d'avere posto divieto a qualunque imprigionamento—le ampliazioni già ottenute dal ministero all'amnistia pontificia, quando forse due giorni prima ch'ei pronunziasse il discorso erano cacciati dal territorio romano anche i cinque che nell'Assemblea votarono contro il decadimento, anche gli uomini i quali, come il Calderari dei carabinieri, erano nella milizia più invisi al popolo perchè sospetti di congiure retrograde—e siffatte. La lista dei decreti pubblicati via via dal giornale officiale di Roma è risposta che basta a tutte parole possibili sulla parte sostenuta dalla Francia in Roma; alle falsità che riguardano la condizione degli spiriti nello Stato risponde il fatto che, sperperata, imprigionata, esiliata la parte più energica della popolazione, sciolto l'esercito, disarmato il paese, non s'osa interrogare il voto dei cittadini, e son necessarî a impedire l'insurrezione 6000 Spagnuoli, 20 000 Austriaci e 40 000 Francesi.

Dalla discussione tenuta nell'Assemblea emergono irrevocabili parecchî fatti che giova registrare a insegnamento e a conforto:

Che la spedizione francese contro Roma fu ideata ed eseguita coll'intento di restaurare senza limitazione alcuna di diritto la sovranità temporale del papa: è confessioneoggidi tutti, da Thiers a Odillon Barrot;

Che l'intento dei negoziati, o meglio—per dichiarazione esplicita del signor O. Barrot a nome de' suoi colleghi e del presidente—delle rispettose timide istanze del governo francese, è quello d'ottenere dal papa concessione d'una consulta che voti l'imposta, consulta nominata dai consigli municipali e risultante dal principio elettivo al terzo grado;

Che la lettera del presidente è nulla, capriccio d'inetto o, come direbbe il signor Barrot, codarda millanteria;

Che, quantunque—sono parole del signor Barrot—la separazione dei due poteri, temporale e spirituale, sia per tutta Europa necessaria alla libertà di coscienza, alla vera e durevole libertà, non può nè deve ammettersi per Roma, e che tre milioni d'uomini italiani sono condannati a starsi eccezione di servitù e negazione di progresso fra le nazioni;

Che il cattolicismo, per bocca del suo oratore, capo della setta in Francia, ritiene irreconciliabile il papato e la libertà, e non può accettare restrizione alcuna di consulta e voto d'imposta all'autorità del governo pretesco;

Che la politica del governo francese non posa oggimai più su principio alcuno desunto dalla morale e non merita quindi più fede da popoli o da governi.

E per questo io dissia insegnamento e a conforto: a insegnamento perchè nessuno dimentichi, che, qualunque sia il nome scritto in fronte ai decreti di Francia, gli uomini ch'oggi vi reggono, Barrot, Tocqueville, Thiers, Dufaure e i simili ad essi, son gli uomini dellamonarchia, i predicatori del sistema misto costituzionale:—a conforto, perchè un governo senza principio, senza fede in una morale comune, è condannato a travolgersi rapidamente di crisi in crisi, e cadere.

Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili, quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto didoveree d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola:ciascuno per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia—la loro dottrina di politica interna nella formula negativa:la legge è atea; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori deldiritto divinoche alla volta loro li sprezzano, inneggiano congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo, gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto ciò ch'èfattoo lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere, com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete repubblicane,pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione repubblicana alla quale tutti—anche il signor Montalembert—giurarono fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione in quei d'un anno o di mesi addietro—e cito a pie' di pagina un esempio per saggio[106].

Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà, come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori, che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio. Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel culto si contamina talora di meschine passioni—se quell'entusiasmo sembra infiacchirsi nello sconforto—spetta a voi tutti la colpa. Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli uomini che avean detto al popolo:la libertà è il diritto d'ogni creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento progressivo alle moltitudini, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle diffidenze.

Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana scritta nello parole:libertà, eguaglianza, fratellanzadella bandiera di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi.Bisognava davanti al fatto di Roma, argomenta il presidente del Consiglio,rimanersi inerti, ed era disonore—riconoscer sorella la repubblica romana, e correr pericolo di guerra europea—o intervenire a suo danno, e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva. Così, perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Romaè vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden e del re di Napoli: giungeste primi.

E argomentazione siffatta riscote gli applausi delladiritta. E quando taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro risponde con piglio di Brenno:Guai a chi è vinto!A che parlate di patti e promesse? La guerra li infranse.La guerra! ma non fondaste tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?

La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto; stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?

Ho certezza morale—e non sarebbe difficile accumulare gli indizî—che l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.

L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.

Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze, sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.

O gli Austriaci dunque—e questo è il vero—sentendosi ancora deboli, ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000 uomini:—o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria, e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana. Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte, la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne come d'impresa infallibile ad uomini cheprivi di tutte le forze accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese, combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo alla coscienza della menzogna.

Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato arrossire.

La questione, per ciò che spetta all'invasione, ai motivi e ai particolari del fatto, è, ripetiamolo, questione oggimai decisa; e noi possiamo da questo fango di menzogne, di contraddizioni e d'ipocrisie, levarci a contemplarla in più alta sfera. Gl'inetti eredi delladottrinasi trascineranno come potranno di difficoltà in difficoltà, di vergogna in vergogna, tentando sempre e inutilmente di transigere tra i due principî rappresentati in Roma dal Papa e dal Popolo, finchè piaccia alla Francia o all'Italia di tollerarli. Ma lo scioglimento della questione non è nelle loro mani.

Lo scioglimento della questione spetta all'umanità.UmanitàePapato: son questi i due termini estremi d'una controversia, inerente all'educazione progressiva e provvidenziale dello spirito umano, e che s'agita apertamente in Europa da ormai quattro secoli. Chi muta quei nomi inLibertàeAutoritàfraintende ad arte, o per grettezza di mente, i termini del problema, falsa gli elementi della decisione, e assegna all'umanità un carattere d'opposizioneche tende a negarne la stessa essenza.

Unico il signor Montalembert intravvide, nell'Assemblea di Francia, l'altezza della contesa: sdegnò i particolari, e assalì di fronte, con coraggio degno di miglior causa, la parte repubblicana: inferiore anch'egli al soggetto, in virtù appunto dell'errore, ch'io noto. Pur tanto giova trattar le questioni nella sfera dei principî, che dal suo discorso scese più luce a rischiarare la vera condizione delle cose e degli animi, che non da tutti i discorsi ministeriali dall'assedio di Roma in poi. E noi rendiamo grazie, come Italiani e come repubblicani, al Montalembert. Egli ci ha dato il programma della parte cattolica; e questo programma è una solenne conferma delle nostre credenze. Le transazioni ideate dagli uomini delladottrinason nulle, impossibili. Ilsint ut suntè anch'oggi il simbolo del cattolicismo. La libertà è inconciliabile col papato. L'autorità assoluta della chiesa cattolica incarnata nel papa deve rimanersi qual era ai tempi di Gregorio XVI, libera d'inspirarsi alla propria coscienza senza vincoli, senza patti, senza istituzioni che possono menomarla. Così parla l'oratore della parte cattolica; e perchè quant'ei parla sia il vero dell'avvenire come è del presente, non gli manca che di cancellare una cosa sola: la coscienza del genere umano.

E la coscienza del genere umano, superiore al papa e a ben altro; la coscienza del genere umano, che ha costituito per molti secoli, col proprio consenso, la potenza e il diritto del papa; protesta in oggi, in nome, non della Libertà ma dell'Autorità, contro l'instituzione in nome della quale il signor Montalembert vorrebbe sopprimere il libero sviluppo della vita romana.

Noi non siamo continuatori di Voltaire e del secolo XVIII. Essi distrussero, negarono; e perchè distrussero, noi cerchiamo fondare; perchè negarono, noi affermiamo. L'umanità, oggi come sempre, è profondamente, inevitabilmente religiosa; e perchè religiosa, move guerra al papato, forma, fantasma di religione, non religione.

L'accusa d'irreligione, di pura e semplice negazione d'ogniautorità gittata alla democrazia, è indegna oggimai di chiunque guardi conocchio imparziale alle sue più pure e potenti manifestazioni. Noi tutti combattiamo per conquistare al mondo un'autorità; noi tutti invochiamo il termine d'un periodo di crisi nel quale dei due criterî di verità,coscienza dell'umanità e coscienza dell'individuo, che la provvidenza ci ha dati, ci rimane solo il secondo. Chiediamo un patto, una fede comune, un interprete alla legge di Dio. Ma perchè questo patto sia religioso ed abbia mallevadrici dell'osservanza l'anime nostre, è necessario che la nostra coscienza lo accetti liberamente: perchè quest'autorità possa dirigere la nostra vita, è necessario che essa abbia fede in sè, che il mondo abbia fede in essa, che essa siaverbod'unità, di progresso continuo, di scoprimento incessante del vero[107]. E diciamo che non uno di questi essenziali caratteri fa sacro in oggi e fecondo il papato. Il grido di libertà che s'inalza in mezzo ai popoli è grido d'emancipazione da un'autorità incadaverita, inciampo alla nuova. Ogni grande rivoluzione è segno di morte a un potere esaurito, e iniziativa d'un altro che intenda lavitae ne consacri tutte le manifestazioni a progresso coordinato e pacifico.

Perchè nessuno, nell'assemblea di Francia, pose in questi termini la questione al signor Montalembert? Perchè non una voce si levò a gridargli: «Voi poggiate sul vuoto; voi discutete intorno a ciò ch'era e non è. Il papato, signore, è morto; morto nel sangue: morto nel fango: morto per aver tradito la propria missione di protezione del debole contro il potente che opprime: morto per avere da oltre a tre secoli e mezzo fornicato coi principi: morto per avere crocefisso una seconda volta Gesù, in nome dell'egoismo, davanti all'aule di tutti governi tristi, scettici o ipocriti: morto per aver proferito una parola di fede senza credere in essa: morto per aver negato la libertà umana e la dignità dell'anime nostre immortali: morto per aver condannato la scienza in Galileo, la filosofia in Giordano Bruno, l'aspirazione religiosa in Giovanni Huss e Girolamo di Praga, la vita politica coll'anatema al diritto dei popoli; la vita civile col gesuitismo, coi terrori dell'inquisizione, coll'esempio della corruttela; la vita della famiglia colla confessione fatta spionaggio e colla divisione seminata spesso tra padre e figlio, fratello e fratello, consorte e marito: morto pei principî del trattato di Vestfalia: morto pei popoli, dal 1378, con Gregorio XI, e col cominciar dello scisma: morto per l'Italia dal 1530, quando Clemente VII e Carlo V, il Papato e l'Impero, segnarono un patto nefando e trafissero la morente libertà italiana in Firenze, come oggi i vostri tentarono trafiggere la libertà nascente d'Italia in Roma: morto perchè il popolo è sorto; perchè Pio IX fugge; perchè le moltitudini gli maledicono; perchè gli uomini che in nome di Voltaire fecero guerra al prete per quindici anni, lo difendono in oggi coll'ipocrisia; perchè voi, signore, ed i vostri, lo difendete coll'intolleranza e colle armi, e dichiarate che il papato non può vivere allato della libertà! Voi chiedete a Vittore Hugo, d'additarvi una idea che abbia ottenuto un culto di diciotto secoli? È quella, signore, che voi giudicate irreconciliabile col papato e che dura da quando il soffio di Dio trasse dal nulla l'umanità; l'idea che ha sottratto al vostro cattolicismo metà del mondo cristiano, l'idea che vi ha strappato Lamennais e il fiore degli intelletti europei, l'idea di Gesù, la pura, la bella, la santa libertà, che voi invocavate pochi anni addietro per la Polonia, che l'Italia invoca oggi, sotto forma e mallevadoria di nazioneper sè e che non può, quando voi non crediate parte di religione il costituire un popolo-parianel seno dell'umanità, esser buona cosa per una contrada e triste per l'altra. Ah! è grave condanna al papato, o signore, grave conferma alle nostre credenze questa contraddizione che le vostre parole confessano tra l'eterno elemento d'ogni vita umana e l'instituzione che dovrebbe, anzichè cancellarlo, benedirgli e promoverlo.

È questa contraddizione somma per noi alla negazione, non solamente, del diritto ingenito nelle popolazioni romane, ma dellaNazione.

Un anno addietro, i ministri di Francia salutavano come immancabile e prospero evento lo sviluppo dell'italiana nazionalità. Lamartine dichiaravacon certezza di non essere smentito mai dai fatti possibili, che, con intervento di Francia o senza, l'Italia sarebbe libera; l'Assemblea costituenteinvitava la potestà esecutiva a serbare norma alla sua condotta il voto unanime dei rappresentanti; emancipazione d'Italia. Oggi adoratori dei fatto e della cieca forza che soggioga per un giorno l'idea, rappresentanti e ministri dimenticano, cancellano la nazione e trattano la questione siccome puramente locale. Or, la Nazione e Roma sono una sola cosa per noi. Credono essi spento per sempre il palpito di ventisei milioni d'uomini che hanno imparato a insorgere, a vincere, a morire in nome dell'Italia futura? E se credono nell'Italia futura, credono che la nazione possa vivere un giorno libera e progressiva col dogma dell'autorità assolata impiantato nella sua metropoli?

L'Italia futura, la nazione una, è fatto inevitabile in un tempo che non è lontano. Questa fede italiana annunziata, da Dante in poi, nella vita e negli scritti dei nostri grandi del pensiero, trasmessa da generazione a generazione dalle aspirazioni della nostra letteratura, trasmessa di padre in figlio, negli ultimi trenta anni, in seno alle nostre fratellanze segrete, e nudrita di sangue e di lagrime, noi non la sagrificheremo, signori, ai vostri meschini concetti di transazione o perchè a voi piaccia far poesia sulle rovine d'una instituzione chefusublime, e anteporre al futuro il passato. Papi, imperatori, oppressori domestici e gelose potenze straniere hanno fatto a gara per sotterrar dal nascere questa fede; e non valse. Il lento lavoro d'unificazione non s'arrestò mai in Italia per gli ultimi tre secoli: se un papa volle, quando il papato era già esoso alla miglior parte della nazione, che il suo nome rimanesse ricordo d'affetto fidato al genio di Michelangelo e alla tradizione italiana, gli fu forza cacciare il grido difuori i barbari!—e quando l'entusiasmo di tutta quella gioventù, che voi calunniate come anarchica e demagogica, salutò d'un lungo grido d'illusi applausi il papa in nome del quale gli stranieri stanno oggi in Roma, quel papa avea proferito con amore la sacra parolaItalia; e l'applauso gli fu sottratto, e il popolo si ritrasse fremendo da lui quand'ei si rivelò avverso alla guerra d'emancipazione. Oggi quel lavoro procede colle leggi del moto uniformemente accelerato; dalle menti educate al pensiero è sceso al core d'Italia, alle moltitudini; e voi presumereste arrestarlo? presumereste convincerci che noi sacrificammo la nostra vita ad un sogno, ad una illusione colpevole, perchè un vecchio senza genio, senz'amore, senza forti credenze, senza il coraggio del martirio, e pochi uomini, corrotti, immorali, irreligiosi, segnati a dito dal popolo, come Richelieu, col nome ditriumviri rossi, balbettano un anatema?

Ed io—è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me—io,signor Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie, perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'essihanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,—io che esule ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia iniziatrice, di patria libera ed una—io che v'ho amato leggendo le vostre pagine premesse alPellegrino polacco, e vi compiango oggi persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione—io dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo? Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore, confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa, disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa! no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire, dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.

E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il decreto della provvidenza. L'Italia sarà.

E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?

Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai suscitarglisi: ha logorato la parte delladottrina; ha strappato il segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 ediritto divino.

La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli: l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è minacciata in oggi di questa seconda.

E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo braccio e del suo consiglio. E l'avrà.

Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma, della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a scolpare la Francia, la vera Francia, del delittocommesso contro la nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le vostre battaglie. La falsaparola d'ordine, gettata fra noi da uomini disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite:essi vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta;—quando udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini che disonorano la Francia, dite:essi s'irritano, come per la loro, per la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli uomini che la redimono.

28 ottobre 1849.

«Jusqu'à présent je ne suis qu'un simple volontaire; mais... je me mettrai avec satisfaction sous vos ordres si vous me jugez utile à lacause sacréeque j'embrasse avec ardeur, et à laquelle je rêve depuis dix ans—(Napoléon, lettre au gén. Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)«Moi aussi, banni de ma patrie, je gémis souvent sur la loi d'exil qui frappe ma famille; mais cependant lorsq'on voit qu'aujourd'hui,tout ce qui a l'âme noble est chassé de la terre natale ou persécuté par le pouvoir, alors on est fier d'être dans les rangs des opprimés et des proscrits.»—(Napoléon Louis C. Bonaparte, adresse aux réfugiés polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)«Nos armes ont renversé à Rome cette démagogie turbulente qui, dans toute la peninsule italienne, avait compromis la cause de la vraie liberté, et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trône de St-Pierre.»—(Message du président de la République, 12 novembre 1850.)

«Jusqu'à présent je ne suis qu'un simple volontaire; mais... je me mettrai avec satisfaction sous vos ordres si vous me jugez utile à lacause sacréeque j'embrasse avec ardeur, et à laquelle je rêve depuis dix ans—(Napoléon, lettre au gén. Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)

«Moi aussi, banni de ma patrie, je gémis souvent sur la loi d'exil qui frappe ma famille; mais cependant lorsq'on voit qu'aujourd'hui,tout ce qui a l'âme noble est chassé de la terre natale ou persécuté par le pouvoir, alors on est fier d'être dans les rangs des opprimés et des proscrits.»—(Napoléon Louis C. Bonaparte, adresse aux réfugiés polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)

«Nos armes ont renversé à Rome cette démagogie turbulente qui, dans toute la peninsule italienne, avait compromis la cause de la vraie liberté, et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trône de St-Pierre.»—(Message du président de la République, 12 novembre 1850.)

Signore.

Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al mio scritto, voi eravate al suo fianco. Lacausa sacraper la quale egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamatedemagogia. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro, l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di congiunto o d'amico si levi a dirmi:tu hai falsato il giuramento dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta il Dio de' tuoi anni più puri!

E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamarelibertà veraquella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane? Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevateonore cospicuol'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica:tu hai tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome dei proscrittori.

In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore, delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica: voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi, militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica, mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori. Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî, di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine, di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'Italia del popolo; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia lafazione.

Alle parole del vostro Messaggio, ilComitato nazionale italianoha contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoliai quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta chepetizioni. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di dire:lasciamo passare il grido delle nostre vittime. Essi votano la rovina d'un popolo nel silenzio:la mort sans phrases.

E nondimeno, voi non soffocherete quel grido, signore. Finchè rimarrà un angolo dell'Europa capace di contenere una stamperia pubblica o segreta—finchè vivrà un uomo, forte d'amore e di sdegno, incapace di dimenticare, perchè caduta, la patria e incapace di tacere la verità all'oppressore, perchè potente—quel grido sorgerà a turbare i vostri sonni presidenziali. Quell'angolo di terreno esiste ancora, signore; e quell'uomo anch'egli: io oggi, un altro qualunque de' miei compagni domani. Io v'ho promesso che evocherei di tempo in tempo lo spettro di Roma a ricordarvi, a ricordare alla Francia il delitto che fu commesso e tuttavia dura—e manterrò la parola. I nostri padri credevano che, ridesto al passo dell'assassino, l'assassinato sporgesse fuor del terreno rigida e sanguinosa la mano per accusarlo agli uomini e a Dio. Io sarò per voi, pei vostri, quella mano, signore. ScriveròRomasulla punta delle mie cinque dita, e le solleverò a dirvi:voi avete sull'anima l'assassinio d'un popolo amico, d'un popolo che amava la Francia, d'un popolo pel quale voi, convinto che la sua causa era sacra, volevate combattere vent'anni addietro.

Ed è sacra, signore: sacra pei luoghi, che furono culla d'incivilimento all'Europa; sacra per le memorie dell'antica libertà repubblicana che costituiscono per noi tradizione di quello ch'è per altri popoli recente e combattuta conquista: sacra pei caratteri del nostro progresso che non escì mai dall'elemento monarchico o aristocratico, ma sempre, per virtù provvidenziale, dall'iniziativa del popolo: sacra per oltre a tre secoli di patimenti durati sotto occupatori stranieri e papi corrotti e corrompitori e principi inetti o tiranni e caste sacerdotali intolleranti, cupide, avverse a ogni libertà di pensiero, senza che siasi spenta la potente scintilla di vita animatrice della nostra razza; sacra per la lunga serie di martiri che in ogni angolo d'Italia hanno segnato la fede col sangue: sacra per l'indomita, instancabile costanza dei tentativi: sacra per la clemenza usata nella vittoria, per l'assenza di dottrine ingiustamente sovvertitrici, per la concordia di tutti i cittadini in un solo volere: sacra per Roma e per gli eroici fatti di Milano, di Venezia, di Brescia, di Bologna e della Sicilia: sacra per la Francia segnatamente, alla quale noi demmo largo tributo del nostro sangue, e dalla quale avemmo sempre promesse, tradite sempre e fatali; poi per opera vostra, signore, compenso quasi alle migliaja di vite italiane spese per accrescere onore alla bandiera di vostro zio, il sacrificio d'alcune migliaja di soldati francesi caduti nell'impresa di spegnere il primo alito della nostra libertà nascente!

Voi avete, signore, sacrificato quei soldati di Francia, falsato le vostre promesse, tradito l'obbligo che v'imponeva la Costituzione, assalito chi non v'offendeva, rovesciato un governo pacifico, messo la bandiera francese allato di quella dell'Austria e dell'oppressore di Napoli, ucciso il fiore dei nostri giovani ufficiali colle vostre palle coniche, dato per bersaglio ai vostri cacciatori d'Africa le camiciuole rosse ch'essi, i nostri, avevano valorosamente indossato quasi a dirvi:eccoci, e condannato migliaja di famiglie alla miseria, alla persecuzione, al lamento su' spenti e sugli esuli, perrovesciare—son parole del vostro Messaggio—quella irrequieta demagogia che in tutta la penisola italianaavevaposta a pericolo la causa della vera libertà.Aveva! La causa dellavera libertàè dunque salva oggi in Italia. Le vostre armi rovesciarono il solo ostacolo che l'attraversava. E lasciando da banda il dominio austriaco, dimenticando Napoli e la Sicilia, le leggi organiche pubblicate o da pubblicarsi dal papa costituiscono la libertà vera. Larepubblicaè per voi dunque sinonimo didemagogia. E la storia dei tempi registrerà che un'Assemblearepubblicanaudiva con approvazione quelle vostre parole. Ma io non debbo discuter con voi di repubblica o monarchia. Il buon senso ha insegnato e insegnerà più sempre alla mia nazione che libertà non può esistere per essa se non fondata sulla repubblica e che il grido di Roma ha in sè l'avvenire italiano. Pur noi non imponemmo repubblica; l'avemmo, lieti e plaudenti, dal popolo, da una Assemblea Costituente. Libertà vera per noi fu allora ed è tuttavia quella ch'esce ordinata dal libero suffragio della nazione. Perchè non la interrogate? Una irrequieta audacefazionetoglieva allora senno e libertà di giudizio al popolo? Ma quellafazioneoggi è spenta o lontana. Io vi scrivo dall'esilio. L'esilio, la prigione o la sepoltura hanno tutti i miei compagni. Perchè non restituite al popolo il libero voto? Perchè, dopo diciotto mesi, siete costretto a conchiudere le vostre parole dichiarando cheil soggiorno del vostro esercito è tuttavia necessario al mantenimento dell'ordine in Roma?

Voi potete, signore, ravvolgervi a vostro senno di menzogna e sofismi: potete trovare un'Assemblearepubblicanache applauda per breve tempo alle vostre parole; ma il giudizio dell'Europa sta irrevocabilmente per noi. Tra noi e voi la contesa è ridotta a termini troppo semplici per ammetter dubbio. Il principio repubblicano è sancito per noi dal decreto non revocato dalla nostra Assemblea: vive nel dritto, legittimo per lo meno quanto il vostro governo; e noi possiamo chiedere alla Francia e all'Europa di restituirci Roma qual era prima del luglio 1849. E nondimeno stiam paghi a chiedervi—tanto siam certi dell'animo delle moltitudini—di rifare onestamente la prova. Noi siamo più assai potenti di voi, signore. A voi, perchè trionfi lalibertà vera, bisogna un esercito; a noi basta una urna. Noi vi cacciamo a guanto di sfida ciò che gli agenti vostri promettevano prima della vittoria: sgombrate erendeteci il voto; e voi non osate raccoglier quel guanto!

Io ho già confutato vittoriosamente altrove l'obliqua accusa data ai repubblicani d'Italia d'aver posto a pericolo, per soverchia esigenza, non la libertà che i principi non pensavano a dare: ma la causa dell'indipendenza che molti sognavano—e si pentono amaramente del sogno—potersi dividere dalla causa della libertà. Cessato il clamore d'una stampa comprata dai nostri padroni, i documenti hanno provato che i repubblicani, convinti che nè da un papa, nè da un principe, nè da un accordo fra i principi potea venir salute all'Italia, cessero nondimeno al voto della maggioranza del paese che inchinava all'esperimento; tacquero, non rinnegarono, le loro dottrine, e s'astennero da ogni maneggio politico negli anni 1846 e 47:—che nel 1848, insorta l'Italia a scacciar lo straniero, accettarono il programma proposto dal principato «che, solamente finita la guerra, il paese fosse chiamato a decretare i proprî fatti politici» e non s'occuparono che di guerra:—che, violato dalla parte regia il programma, essi protestarono virilmente, ma aborrirono dall'armi civili e non tentarono resistenza:—che perduta per ignoranza, per rifiuto degli ajuti popolari e per tradimento la guerra, rinnegata da principi e papa la causa della nazione, essi raccolsero il vessillo abbandonato e loinalzarono in nome di Dio e del Popolo sulle mura di Venezia e di Roma a riconquistare, se non la vittoria, l'onore d'Italia contro gli Austriaci e contro l'armi vostre, signore:—che riescirono a riconquistarlo. Ma dacchè tra voi e me non può essere intelletto comune di libertà, io non debbo dir qui quale concetto ne avessero i repubblicani, ma solamente seguirvi sul vostro terreno, e ricordare alla Francia qual sia lalibertà veraper voi.

Il 26 aprile 1849, la libertà che voi venivate a tutelare fra noi era, signore, la libertà fondata sulla sovranità del paese.—Il nostro scopo—dichiarava in un proclama dettato da voi il generale Oudinot—non è quello d'esercitare una influenza che opprima, nèdi imporvi un governo che sarebbe opposto al vostro voto...Noi giustificheremo il titolo di fratelli. Noi rispetteremo le vostre persone e i vostri beni... noi ci porremo di concerto colleautorità esistenti,perchè la nostra occupazione non mova inciampo di sorta alcuna.

Il giorno in cui, caduta Roma, voi scrivevate la lettera a tutti nota all'ufficiale Edgard Ney, la libertà che voi promettevate alle popolazioni dello Stato romano non era più quella del voto; era la libertà che scende come beneficio dall'autorità regia non contrastata, non limitata; e consisteva in un governo fondato e avviato su norme liberali, in una amministrazione laicale, in una legislazione desunta dal codice Napoleone, in un'amnistia generale o quasi. Era programma meschino, illegale, di conquistatore. E Roma, s'anche la parola vostra avesse potuto ridursi in atto, avrebbe sprezzato dono e donatore ad un tempo. Pure, laveralibertà di che oggi parlate è la libertà forse del vostro secondo programma?

Quando—e sia sollecito per l'onore della specie umana quel giorno—avremo una politica religiosa e la parola del vero suonerà franca e spontanea tra popoli e capi di popoli, gli uomini non vorranno credere che da un preside di repubblica potesse escir mai linguaggio così sfacciatamente menzognero come quello del Messaggio, e che un'Assemblea d'eletti dal popolo di Francia l'ascoltasse paziente. Libertà, in Roma, signore! Ma quale? libertà di stampa? d'associazione? di parola? di voto? d'insegnamento? di persona? protetta da milizia cittadina? da rappresentanze inamovibili fuorchè dal popolo? perchè nol diceste? perchè non vel chiesero? Fu ignoranza, codardia, indifferenza? Fu da parte vostra un insulto cacciato alla vittima?

La libertà di Roma, signore—io ricapitolerò cose note per la Francia che dimentica facilmente—la libertà di Roma è lo scioglimento della guardia civica, mantenuto in onta al decreto del 6 luglio che diceva nell'articolo secondo:essa saràimmediatamenteriordinata secondo le sue basi primitive:—il divieto d'ogni circolo e d'ogni associazione politica:—il sequestro delle armi che lascia l'onesto indifeso dal ladro e dal masnadiere:—la soppressione di tutti i giornali dai governativi in fuori:—la commissione instituita, in onta alle vostre promesse, il 23 agosto 1849 per rintracciare e punire gli attentati commessi contro la religione e i suoi ministri sotto il governo della repubblica:—le vessazioni contro i forestieri, le denunzie di locandieri, le condizioni al soggiorno in Roma riordinate dalla notificazione del 31 agosto:—la disposizione del 3 settembre colla quale ogni stamperia deve, sotto pena di gravi multe e di prigione, consegnare al governo l'elenco preciso e progressivo de' suoi tipi e de' suoi operaî:—la commissione di censura instituita per tutti gli impiegati della repubblica, la destituzione pressochè generale e da settecento famiglie cacciate nella miseria:—la dispersione dell'esercito e l'esilio di quasi tutti gli uffiziali:—la sospensione di tutti i maestrid'ogni categoria pronunziata il 17 ottobre:—il richiamo degli uffici di polizia e della sbirraglia di tutti gli uomini della reazione e del fecciume dei sicarî di Gregorio XVI:—il ristabilimento dell'inquisizione e del vicariato. La libertà di Roma è, signore, la carta monetata ridotta del 35 per 100—la tassa di barriera ripristinata—le multe di bollo portate al decuplo—la restituzione dei beni alle mani morte—l'incarimento del sale—il rinnovamento della tassa sul macinato—l'aumento del 15 per 100 sulle imposte—la miseria visibilmente crescente in ogni angolo e in ogni ordine dello Stato. La libertà di Roma è un'amnistia che esclude i membri del governo provvisorio, il triumvirato, i componenti i ministeri, i rappresentanti del popolo, i presidi delle provincie, i capi dei corpi militari, gli amnistiati del 1848 colpevoli d'una parte qualunque alla rivoluzione e ch'ebbe per conseguenza immediata una nuova emigrazione—unmotu-proprioche, cancellando quello del 1848, riordina il despotismo temperato da una Consulta di Stato eletta dal papa su terne presentate dai consigli provinciali senza intervento dei comuni, accresciuta di membri nominati a capriccio da lui, e condannata al silenzio se non quando al governo piace richiederla diconsiglio—una instituzione di consigli provinciali i cui membri sono scelti su terne dei municipî dal papa purchè abbiano età di trent'anni, domicilio di dieci anni nella provincia, beni del valore almeno di seimila scudi econdotta religiosa e politica riconosciuta buona, e le riunioni dei quali possono essere sospese o sciolte ad arbitrio governativo—poi, una persecuzione d'ogni giorno, d'ogni ora: piene zeppe le carcerinuove, quelle del Castello, del Santo Officio, della Galera di Termini, d'uomini strappati per sospetto alle loro famiglie e lasciati a giacersi fra i ladri e gli accoltellatori senza processo finchè piaccia al governo o alla morte di liberarli; i non imprigionati, ma invisi per opinione repubblicana, additati ai soprusi, agl'insulti alle ferite dei birri arbitri oggimai dello Stato; e, conseguenza inevitabile di condizioni siffatte, l'aumento dei delitti, le vie mal sicure, i paesetti di campagna invasi e derubati da malfattori.

Questa, signore, è lalibertà veradi Roma, frutto delle vostre armi e documentata dal Giornale Officiale del governo per voi restaurato. Cancellate, in nome della Francia, la linea del Messaggio che chiama l'invasionefatto gloriosoe arrossite pel nome che il caso v'ha dato. Il nipote di Napoleone può esser tiranno, ma don dovrebb'esserlo bassamente. Uccidete, finchè l'altrui fiacchezza ve lo consente; ma non sollevate il lenzuolo dei morti colle vostre mani a farvene manto di gloria.

Gloria! I pochi vostri adulatori possono, a mercare i guadagni del favore d'un giorno, susurrarvi quella parola all'orecchio: ma essa v'è contesa per sempre. Da quando i popoli si sono ridesti, gloria e virtù sono sinonimi.

Principe Luigi Napoleone! un nome in oggi è piccola cosa. L'onda collettiva delle moltitudini spinte a nuovi fati da Dio sommerge, salendo, nomi e individui. E nondimeno, voi, giunto per meriti non vostri al potere quando ancora l'onda non ha raggiunto il vertice della piramide e i popoli cacciano, prima d'abbandonarlo per sempre, un guardo di riverenza tradizionale al passato, la storia poneva innanzi una bianca pagina, e voi potevate riempirla. Capo d'una forte e grande nazione, erede d'un nome, ultimo potente in Europa, e ammaestrato dalla sciagura, voi dovevate leggere nelle parole che vostro zio proferiva morente in Sant'Elena, nel grido recente di Parigi e negli insegnamentidell'esilio, la vostra missione. Voi potevate, compiendola, confondere tra i posteri più remoti su quel nome che v'era trasmesso l'aureola delle cento battaglie e la luce pura confortatrice della libertà: Napoleone e Washington. Bastava per questo un affetto di virtù, un pensiero di amore; e se l'amore e la virtù non allignavano nell'anima vostra, bastava un savio calcolo dell'intelletto, un guardo che s'addentrasse nel passato e spiasse il futuro. Voi non potevate, quand'anche aveste sentito a fremervi dentro il suo genio, ricominciare Napoleone: se l'èra dei popoli non fosse stata che sogno, egli era tale da non morir che sul trono. Voi non potevate che trasformare il concetto: ricordarvi che s'egli sorgeva per propria potenza, e sugli ultimi stanchi giorni d'una repubblica, voi sorgevate per elezione di popolo in una repubblica nascente e pregna di fati: ricordarvi che se Napoleone aveva, conscio o inconscio, preparato colla eguaglianza civile, coll'armi e colle leggi europee il terreno alla novella unità, era—e i popoli ve ne avvertivano col sorgere spontaneo per ogni dove—impresa compita: ricordarvi che avevate incontrato e salutato fratelli nell'esilio Polacchi, Italiani, Alemanni rappresentanti la stessa fede; e dire: io inizio, in nome del Popolo, l'epoca nuova: porto, io proscritto di jeri, sul seggio di preside della repubblica, il pensiero de' miei fratelli, e dichiaro: laFrancia non vuole ch'esistano da oggi innanzi proscritti. La vita è sacra: sacra nel pensiero, sacra nei popoli. Si riveli, s'espanda, si dia forme proprie come nella creazione di Dio. La spada della Francia conquistatrice giace per sempre nella tomba di Napoleone; ma il popolo ha dato un'altra spada alla Francia e questa spada proteggitrice si stenderà dovunque sorga vita vera in un popolo, tra quella vita nascente e chi s'attentasse di soffocarla.

Non eravate da tanto. Impotente a ripetere la parte di Napoleone, voi avete travestito i suoi concetti gigantescamente ambiziosi in sogni d'un'ambizioncella tremante, pigmea: in disegni di rivoluzioni consolari o imperiali ideate la sera, svanite al mattino davanti all'agitarsi d'una commissione di permanenza o a un'aspra minacciosa parola di un soldato geloso. Incapace di trasformarne il pensiero e senza idee vostre, senza amore nell'anima, e buja d'intelletto dell'avvenire la mente, voi, d'incertezza in incertezza, di codardia in codardia, siete sceso a ricopiare la parte immorale, dissolvente, atea di Luigi Filippo. Vi circondano, inspiratori, dominatori or l'uno or l'altro, gli uomini di Luigi Filippo. Vi pende sul capo, inevitabile, fatale, la sentenza di Luigi Filippo.

Colla spedizione di Roma voi intendeste a propiziarvi a un tempo la parte cattolica, l'esercito e l'Austria; la parte cattolica piegando il ginocchio davanti al papa nel quale voi non credete: l'esercito accarezzandone l'orgoglio e gli spiriti irrequieti: l'Austria alla quale la paura v'ha fatto complice, ajutandola a soffocare nel centro d'Italia l'elemento temuto e insegnando a tutte le popolazioni italiane ch'esse non devono illudersi a sperare cosa alcuna da voi. Colle leggi repressive, imitate da quelle dell'ultimo regno, intendeste a conciliarvi gli abbienti tremanti del socialismo perchè lo giudicano nelle esagerazioni che falsano quella santa tendenza. Col programma di neutralità ch'oggi, prima di avere ritirate le vostre truppe da Roma, sostituite al programma d'azione della Francia, voi sperate rendervi favorevoli gli uomini della pace. Diseredato d'iniziativa, voi, ponendo in luogo della politica deiprincipîche poggia sul Vero, sul giusto, sull'onore e sull'elemento dotato di maggiore vitalità nel futuro, la trista, meschina, impossibile politica degliinteressie di concessioni che cozzanol'una coll'altra, v'illudeste ad essere quel ch'oggi chiamanouomo di Stato. Ma quel misto di scetticismo e d'orgoglio, d'analisi cadaverica e d'ignoranza della vita che sorse con quel nome quando in Europa mancarono le forti credenze e si ruppe ogni vincolo d'unità, andò digradando da Machiavelli, storico e giudice, fino a Talleyrand, copista meschino e briccone. Luigi Filippo è morto in esilio. Metternich vive in esilio. Ora,uomo di Statoè colui che pensa e pratica il bene. Proscritto anch'oggi, ei riescirà senza fallo domani.

La parte cattolica vi sa ipocrita incredulo: ipocrita anch'essa e senza fede, essa ha accettato, promettendo, l'ajuto vostro: ma i suoi odî vanno oltre la tomba, le sue speranze stanno nei governi dispotici, ed essa vi gitterà l'anatema il primo giorno in cui essa crederà non aver bisogno di voi.

L'esercito sa in oggi che voi lo spingeste all'assassinio di Roma perchè non osavate combattere l'Austria invadente nè lasciarla sola; e arrossirà della macchia di disonore che voi avete messa sulle sue bandiere e della parte di gendarmeria pretesca alla quale voi lo condannate. I soldati di Francia intenderanno che lo stendardo dato ad essi dalla nazione è simbolo d'unprincipioo cencio senza senso e valore—ch'essi tengono in deposito l'onor della Francia—che dovunque il principio repubblicano, vita e speranza della Francia, è violato per opera loro, essi tradiscono la nazione—che il giuramento del milite nel XIX secolo non è giuramento di medio evo, giuramento d'uomo servo a un signore, ma giuramento di libero a chi rappresenta—e fino a quando la rappresenta—la missione della sua patria.

L'Austria sa il perchè scendeste in campo con essa, e non si giova, sprezzando, di voi che per logorare ogni influenza morale francese in Italia e togliere un alleato alla vostra illusa nazione.

I proprietarî, i detentori della ricchezza di Francia, imparano rapidamente le vere idee degli uomini che studiano i segni della inevitabile trasformazione sociale e cercano le vie per le quali possa pacificamente compirsi. Essi s'avvedranno che in questi uomini, oggi ancora fraintesi, è riposta mallevadorìa più potente che non quella delle vostre leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile contro gli agitatori violenti e i sofisti sovvertitori d'ogni ordine.

Gli uomini della pace v'abbandoneranno come abbandonarono Luigi Filippo, appena un nucleo d'arditi scenderà nelle vie delle città francesi a provare che non v'è pace senza giustizia.

Per tutti questi elementi voi non siete che una transizione ad altro. Essi vi hanno conosciuto debole, e nessuno lega a quelli del debole i proprî fati.

E la Francia, la Francia-popolo, la vera Francia, che noi amiamo e non confondiamo, signore, con voi e coi vostri, la Francia che geme e freme sotto un obbrobrio non meritato, sentirà un dì o l'altro, ma di certo entro un breve cerchio di tempo, il rimprovero che pesa sulla sua fronte, e d'un de' suoi moti di lione lo scoterà via da sè. La Francia intenderà che la noncuranza colla quale essa concede ai governi che la dirigono di cancellare o falsare il principio europeo pel quale essa ha sparso sudori e sangue, non è una stanchezza momentanea dell'oggi, ma dura da lunghi anni e accumula sulla sua bandiera diffidenze e reazioni ormai gravi; che vigilano nell'Europa dei popoli, contro l'amore ch'essa inspirava, la rovina della libertà spagnuola nel 1823, le promesse fallite all'Italia nel 1831, l'isolamento colpevole del 1848, l'abbandono della Polonia, l'indifferenza davanti all'invasione russa nell'Ungheria, lo scredito che sparge per ogni dovesull'idea repubblicana la repubblica-menzogna immedesimata con essa, e il delitto di Roma; che la sua potenza d'iniziativa perisce; che a farla rivivere è urgente ridestarsi; e si desterà.

In quel giorno, signore, abbandonato, schernito, maledetto da quei ch'oggi s'avviliscono più di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete, vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio.

Il culto dei nomi, esaurito nell'ultima formula, svanirà per la Francia e per l'Europa. Il Popolo sarà papa in Roma, presidente in Parigi.

Principe Luigi Napoleone! Il 14 gennajo 1848 io scrivevo al ministro Guizot: «Voi siete travolto oggimai dagli eventi che non potete più prevenire nè dirigere. Voi siete ancora molto potente, signor ministro; ma noi saremo in ultimo più potenti di voi.» Il ministro crollava, sorridendo, il capo. Ma dov'era egli in febbrajo?

Dicembre 1850.

Quando voi, capo di repubblica nel 1848, e caro a noi tutti pei ricordi della gran difesa e per dignità di condotta negli anni d'esilio, gittaste, rompendo a un tratto il lungo silenzio, la bandiera—non dirò della repubblica—ma della nazione, ai piedi d'un re, io vi compiansi e mi dolsi per l'Italia, tacendo.

Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici, ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito, e che dall'aver detto alla monarchia:Fate, e saremo con voi, trarreste vigore novello per gridare al paese:La nazione salvi la nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia, paurosa e impotente, ricusa.

Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani, dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana: parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido diviva l'Italia!e sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra un equivoco, sulla parolaunificazionesostituita alla parolaunità, senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni straniere; a fronte d'unmemorandum[110]che insegna ai governiil come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito, gridare al partito:Agitate, agitatevi, come se la parola di O'Connel potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo. E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però vi scrivo.

In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dallateoria del pugnale.

Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nelTimes, giornale ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti, inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a governi liberi non guasti da licenza e anarchia.

In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?

Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o dispererà di raggiungerlo—quando i padroni delTimes, ch'oggi tentano di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la liberaUnità Nazionale, crederanno giunto il momento di por fine al mal gioco e di mutare linguaggio—essi commenteranno la vostra lettera, e ne dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, lateoria del pugnale; che il partito o frazione importante del partito l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole, v'eravate sentito in obbligo di protestare contro lateoria; ma che il partito—e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta individuale che si commetterà in un angolo della penisola—non avendo accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce, irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.

E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi parlate a più riprese dicoraggioche v'è necessario per dettar quella lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombradella loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi, i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.

Da taluni mi fu detto che, denunziando lateoria del pugnale, voi accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso; e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste che i governi e i giornali deimoderatipiemontesi e lombardi, e ilTimes, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne in mente che, inalzandovi contro lateoria del pugnale, soccorrevate, scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali segreti e tendenze a vendette illegali?

E non di meno, non è in nome mio—a me oggimai poco importa di ciò che l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano, sentenziò a mio danno o a mio pro—ma in nome di tutto un partito, ch'io vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia lateorica del pugnale? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?

Se perteorica del pugnaleintendete il linguaggio di chi grida a una gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo, unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chiè:sorgetedunque esiate; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze, libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può distruggere il nemico ed emanciparvi.»—Quel linguaggio è il mio, e dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.

Ma se perteorica del pugnaleintendete il linguaggio di chi dicesse ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere: ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta, che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale,prima di essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o discolpe:»—Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.

Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani, rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore, mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato, tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.

D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come applicazioni pratiche d'unateoricache non esiste. Errano tuttavia, tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.—e cito un solo nome ad esempio—ebbe in Mantova venti colpi di bastone al giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito, ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in cui si fosse abbattuto, direste voi frutto diteoricaquella uccisione?


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