ARTICOLIDI MORALE E LETTERATURA.
In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto quello che è vera utilità degli spiriti dispiace agli uomini comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare l'intelletto, o il costume di quelli.Gozzi,Osservatore.
In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto quello che è vera utilità degli spiriti dispiace agli uomini comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare l'intelletto, o il costume di quelli.
Gozzi,Osservatore.
Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilità del pensiere, concitati vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento. – Alcuni più benigni, considerando funesto il dono della sapienza, dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. – Altri più severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero bene: ma qual frutto ne colsero? – La scienza del dolore non aveva mestieri d'insegnamento, perchè nacque congiuntaal cuore dell'uomo; le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perchè sono elementi indivisibili della nostra umanità, e tutto il frutto si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata più che i suoi fati non chiedono, nè altri le dieno potenza se non di far gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per quanto è dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio dell'esule. – Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio, e dappertutto veggono angustie, perchè altra dote non hanno che di affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia. – E perchè l'umiltà degli affetti mediocri non osa prorompere nella sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e danno al velo il nome della prudenza, – cara e santa virtù, allorchè corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, – nongià quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, nè va più oltre. E perchè i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento, hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero, senza avvertire che l'uomo è pur sempre unico figlio dei suoi tempi, e nel vano del passato non si perdono età distinte solamente dalla durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virtù, e di novelli delitti, – e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui misurato l'estensione del tempo umano. E perchè i prudenti hanno scorto che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando le glorie antiche, così dicendo ai nipoti che si contentino di vivere oscuri, perchè gli avi vissero illustri. – Bella è la gloria degli avi, e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non è retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna la vece del mortale che l'ha creata. Ma quanto costoro danneggino la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano, considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire sovente la mano che tenta di sollevarli, – se narrano il vero, che Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perchè osava trasfondere nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virtù, – e l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia. E queidivini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle glorie future, perchè l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo, fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non muovesi un cuore più che mortale per operare il bene senza riguardo di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce, percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della viltà, persuasi che il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da reputarsi piuttosto singolare felicità di cielo, che giusta ragione perchè debbano a un tratto cessare. L'argomento in qualche maniera terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma questo non consentì la Natura, che alternò con mirabile armonia la vita e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabilì la infinita varietà delle forme, la eternità delle sostanze, nè mostra di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi per le quali ella è costante: e gli umani, soggetti allo stesso governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso, e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano più le triste o le liete venture? I tempi tramandano infelicile memorie del Grande costretto a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia, o viceversa, non è l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon sempre velati i suoi giorni mortali. – Poichè la mente creatrice del bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, così que' canti, derivati dalle più ascose viscere del dolore, spirano all'anima un suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono, mercè di colui che formando la nostra natura chiamò l'infortunio a costituirne la massima parte, e mandò la felicità così di rado e veloce a trasvolare la terra, che appena è concesso di vederne il baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perchè da lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia piuttosto conseguenza delle nostre facoltà intorpidite, nè più atte a ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza, e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio accennaanima prostrata, e di volgo. – Oh perchè non ho io un altro mondo da conquistare! – sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza trovate voi tra gli uomini e i bruti. – Appena la nuda favella: e niuno consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno pensiere. Nè la facoltà del pensiere ci fu data per nulla. – Se l'uomo fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perchè hanno sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci sentire la necessità dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano irrequiete al bene ed al male? Dove è la forza che valga a tanto? In Dio solo, perchè sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. –
Poichè le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un pensiere divino è quello di frenarle, e di escludere, per quanto è dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione; la quale, facendo conto delle passioni come della parte più viva dell'uomo,e capace di qualunque impressione, ne trarrà l'effetto migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto è possibile, a segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria è dire il vero quando le giova, (e a dirlo ci vuole più grande animo che a sentirlo,) così chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesserà primo bisogno dell'Italia nostra l'educazione, e vergognerà palpare l'ignoranza dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e farà voti, e darà opera, perchè al male venga posto efficace e pronto il rimedio. – A questo fine verranno, laddove cospirino santità d'intenzione, e vicendevole aiuto di liberali ingegni, e sarà bella di bellezza italiana l'impresa di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. – E perchè manifesto indizio di amore alla patria è il non disperare di lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, così negli animi intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. – Certamente gemono delle sue poco liete vicende, chè andrebbero beati a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume, e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare. Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo, essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale ponga un sorriso ov'è pianto perpetuo. Ben è vero che ne' pochi giorni del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia nel cammino della vita stanno alcune speranze, chenon sono al tutto illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si convertono spesso in certezza. E porge speranza di sì fatta natura il giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la pianta non germogli e non cresca felice? La colpa è del nostro volere, perchè nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo: chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata società la pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima età dei padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe' quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civiltà, tra queste non annoverano mai – nè gramatiche, che consumano gli anni e i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; – nè rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura, che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde più non ti splende ilvero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; – nè mitologie, che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano, che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; – nè filosofie, che si smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero, e più di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo, ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori è il soverchio, perchè, avendo varietà di moti e di forme infinita, non subisce le leggi dell'abitudine, e dura perenne; – nè gente che fa professione di spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti più o meno dalla Natura sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico, e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi, e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da più alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poichè in quella rara felicità di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servitù di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e costretta, nè più muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su l'universo, e quella ne ritornava assuefattaa vedere le cose di per sè stessa, e come sono, già come vogliono i libri, o i parziali interessi di chi ti ammaestra, e secondo la varietà delle tempre avvenire, che variamente giovassero allo stato sociale, perchè ognuno interrogando il suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la Sapienza, dandosi mano scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi, e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada e nell'amore della patria vincevano il mondo. –
Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai giovani, e facciano loro sentire la virtù come bellezza e necessità dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria, o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie, non perchè dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perchè ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando la mente, più non sarà che lo straniero peregrinando le belle contrade prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque vicenda, e a buon diritto, chè forza alcuna nol può sottomettere, meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitandola mente, adonterà lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che gemono: poichè se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi l'insulto, e pianga invece questa necessità di guerra fraterna, da che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando aspetti lo alternare delle sorti, da che non è stata nazione, per quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne società spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa; levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli atti dell'aere felice che spirano. – Niuno pronunzia il nome d'Italia, senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e la rimembranza che in lei non è spanna di terra dove non abbia calcato l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero, ma silenziose, perchè nude di liberali istituti non lasciavansi dietro grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La terra sola, poichè serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come qui sieno vissuti degli uomini.
O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la parola di pochi animosi, senza cheneppur le risponda la voce d'un eco? Forse la solitudine dell'anima è muta eternamente, come quella della morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito, nè vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: – a voi basta il volere, e il volere è massimo elemento della potenza; – innalzate gli spiriti a più splendidi obbietti; – accogliete e nudrite nell'anima generose illusioni, – nè cercate spregiarle, estimando per questo di tenervi alla parte del vero: – forse tutta la vita non s'intesse che di codarde e di generose illusioni!
Dant animum ad loquendum libere ultimæ miseriæ.
Livius.
Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegnò nei secoli uno spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente degli anni antichi. E allora la terra non sopportò, che l'insolenza del forte, e la viltà dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero, che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni, la vita rimase senza perchè, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il ministero dei sensi gentili più non fece tremare lapovera cretadel celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne agli affetti, e la pietà, dolcissima tra le corde del cuore, tacque disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perchè l'uomo non visse, ma vegetò materia armonizzata nelle forme, e gran mercè se per sempre non ammutì nel silenzio dellefiere. Ma l'anima è così mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza di creatura non potrà sperderne il soffio, se prima a sè nol ritiri chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa in velocità di movimento ciò che per lei stette perduto nella inerzia passata. L'anima sortì per essenza la necessità del progresso; e la necessità non ha legge, perchè è la suprema delle leggi; – però quando il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia di un bel giorno vestì la faccia al creato, e la freschezza della vita nuova spirò sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse in eroe, e dappertutto invase un impeto di gioventù, un'esistenza di spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.
Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima usò di un mezzo costante, e fu la sapienza. La mente è molla dell'ordine umano, e dove ella non sia cresce il pianto dei mortali. Ma perchè la sapienza èconcento di occulte potenze, a mostrarsi l'è d'uopo una forma, nè altra più le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finchè saranno il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle così di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente e del cuore. Sciogli quel vincolo, nè l'una, nè l'altra domeranno sole l'indole nostra. È verità, che posa in una tradizione coeva alle famiglie primordiali del mondo, poichènarra, che il savio dei tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accôrse ben tosto non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi meditò più profonda idea, e il savio invocò la Bellezza, e la Dea mite alla preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo è composto di poca ragione, e di molte passioni: però, se la visione del senno vuol essere umanamente applicabile, è mestieri che si renda sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini. Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono che alla gente di toga, e forse nè anche a lei, ma non ha coraggio di dirlo. Le passioni, benchè sovente amare di grave sventura, sono il bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita; la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della loro profondità. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti. E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai medesimi sensi, nè il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi, bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talchè tu aborri per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni, e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore. Ma la plebe mortale ha di per sè stessa perfetto il sentimentodella vita descritta? Come murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma indistinta e compressa, perchè i più non hanno modo di svolgerla, e dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio, e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili; e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando l'ipocrisia degli Stoici tentò fermare nell'anima umana la foga di tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore, le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perchè trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la mente li può governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi di venire al suo fine.
— O Lettore, perchè io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione. Quanto ho già scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o nero, tel dirà la coscienza: a me non istà bene dirne cosa nèpro, nècontra. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sarà mio. – E non è molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano a mano di Niccolò Ugo Foscolo. E lessiattento secondo la mia capacità, e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo. E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia. Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dànne merito a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per la mia testa, tanto più che essendo leggiera un peso le farà bene. Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perchè, se la Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con quella striscia di volpe onde è listato il cuore dell'uomo, ma in somma rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero, e allora avrei per giunta l'impostore. Perchè io poi mi sia indotto a presentare così rattrappite le maestose figure del Foscolo, la ragione te la dirò un'altra volta. Anzi, se devo dirla, considerai, che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, più che non sono, i dettati di quel valentuomo. Già delle opere sue non ci è corpo; ed è per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata è forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perchè tel direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte; ma tali perchè son conformati in maniera, che non sanno tener fermo un momento, e dalle carte spariscono. E credo di più, che, oltre al disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente italiana metteogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei commenti. Io commenti non faccio, perchè non ho per anche commesso sì gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo si facessero più popolari? E non ridete, chè in capo all'anno il caso ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il Foscolo. È il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e concetto e stile originale, e gittò in Italia i primi semi della prosa poetica, e fu tanto amico a ciò che aveva sembianza di verità, che per farne professione più aperta abbandonò la terra materna, e lasciò l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia, il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. —
La possibile perfezione dell'umano incivilimento, ufficio solenne, ed inerente alla dignità dello spirito, è base in un popolo di verace Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimoonde son concitate le moderne società; dall'altro gli argomenti del passato. Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla parolaimpossibile, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo va dato conto, perchè in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i più spettano alla stoltezza, o alla volontà maligna; e queste, se non si possono struggere, almeno si temprano. Nè da ogni fatto del mondo d'oggi parmi conséguiti lo sgomento, se pure è vero, che l'universo non è tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a piangere, o a ridere, ha la metà della ragione. I filosofi mal non farebbero a speculare più addentro la questione, – se la serie degli eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne immagine all'avvenire. Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato sarà l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi per sempre nella mina dei secoli; e chi potrà giurare sulla natura delle cose immemorabili, dacchè nè larghezza di genio, nè infaticato desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello spazio l'umanità certamente ha disegnato un gran quadro, – ma forse la memoria ne serba appena una linea, – e chi dei mortali griderà: – io ho misurato il possibile? – La natura dell'uomo è poi tanto indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine è principale elemento dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo, o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse. Cedere d'altronde a troppo larghe speranzenon è buono, perchè poi la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi destini dell'uomo non è da noi, perchè sono un pensiere della eternità; stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse è un sogno dell'amore, perchè, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la pietra angolare dell'edifizio: e dov'è la mano potente a bilanciare le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e forse saranno? La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la Natura vuol ciò che vuole: ond'ella tramò le sue fila in maniera, che a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza, a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate dell'uno segnava la povertà delle migliaia, e la potenza di un popolo espresse il niente d'un altro, nè tu spesso puoi ridere se un tuo fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; – una forza è di certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, – io nol farò davvero; perchè l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti, e quando si ostina a celarsi, nè preghi, nè torture, nè impronti, la scuoprono. I più tuttavia la dicono savia, e provvidente; ed io concorro alla fede, nè mi giova penetrare più addentro. È stile antico adorare ciò che non comprende la mente; e il dominio della curiosità affannò più anime immortali, che tu non pensi. Però la sventura non è in tutto decreto del caso; ella in qualche parte è pianta educata dalle mani dell'uomo, e spetta alla Morale distinguere i mali immutabili, e quelli provenienti dalle nostre pervertite potenze. Il desiderio aspira pressochè all'Infinito; pur molti de' suoi voti si possono sciogliere. Le leggi, donde tanta parte dipende del bene comune, sono capaci di generose riforme; moltidiritti si possono conciliare col fatto; per altro bisogna farli profondamente sentire; e così sentiti si ottengono.
La virtù del sentire è di Natura; quindi si smarrisce, ma non si perde; e le buone Lettere la desteranno dove fu dalla forza e dall'errore sopita. Quando Dio spirò anima, gl'Italiani ne bevvero il primo fiato; però le buone Lettere faranno in essi mirabil prova, da che la fecero in altre nazioni secondo l'indole, e i casi. Ma perchè la civiltà metta salde radici, e doni alla terra gentile – ardimento, e vigore d'anima nuova, è mestieri che la Letteratura abbia spirito animoso, e pubblico intento, e spregio delle vane apparenze, e amore veemente di gloria. Dopo le spade giovano a maraviglia le generose Lettere esercitate. Il costume corrotto è geloso, e grida offeso di nulla; ma chi sente la virtù del pudore, e dell'ira, tenga lo strepito a vile, e percuota la corruttela di biasimo acerbo. Il biasimo non è una gioia, a meno che tu non sia corredato di quell'aurea imbecillità, onde per molti l'esistenza non ha nè spine, nè fiori; e per amor proprio, e del prossimo, contristati i cortesi discendono al biasimo; ma la lusinga o il silenzio danno baldanza alla colpa, e più largo le schiudono il campo; però chi non teme aprir l'animo suo, usi la dote rarissima, e scuota i pensieri trepidi della vita. La vita è infelicemente breve, e chiusa spesso dal vituperio; la posterità non è cortigiana; nè dalle adulate libidini vien premio, che basti alla infamia; e il suo rimorso è la febbre della vecchiezza. Le Lettere saranno utili e generose, finchè non abbiano barriera, e tengano all'indefinito universo. Però chi professa il pensiere guardi l'universo. Un potente l'ha fasciato di tenebre; mal'arguta vista del Genio spiando in seno alla oscurità faccia tesoro di quante scintille la solcano, e sprezzi il cerchio misero dei sistemi. L'anima non è anima fuorchè nella libertà dello spazio, e i sistemi hanno l'angustia, e l'errore, perchè ognuno di essi leva stendardo pel sì, e pel no; e il sì, e il no, albergano con tanto equilibrio di forze la testa, che l'uno non vale a cacciar l'altro, e darle riposo. Le arti della mente son creature del cielo, donde scesero vergini consolatrici al mortale; quindi non piegano sdegnose a prepotenza, o a mercede, e quanti si accostavano contaminati a quelle ingenue gemendo si ravvidero di avere invece abbracciata una larva sozzissima. E chiedono sacrificio illibato, e, se a voi non incresce l'inclito esempio, ascoltate con quanta venerazione Niccolò Machiavelli si preparasse a nutrire l'intelligenza. – «Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio . . . . . . . . . . . . e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, chèsolumè mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro.» – E Niccolò Machiavelli scrisse argutamente di prudenza civile, e di storia, con dignità pari al subbietto. I suoi pensamenti talvolta sanno d'acre sapore; ma se potè più che altri conoscere da vicino la razza che ha nome d'umana, per compiacerle non doveatravedere; e se scôrse, che l'uomo vuole, o dev'essere eterno giuoco dell'astuto e del forte, la colpa non era sua. Scrisse come vide e sentì, senza badare al grido delle offese passioni, e riuscì modello di virile eloquenza, e di spregiudicata filosofia. Molti l'hanno maledetto senza leggere, molti l'hanno letto senza intendere, e gli uomini di peso l'hanno sentenziato maestro della tirannide. Sì, – ma intanto più volte sostenne i tormenti pel delitto di aver voluto reggere una patria cadente, nè patteggiò colla Fortuna, e il raggio di tanto senno si spense nell'abbandono, e sotto un povero tetto.
La mancanza di una patria Letteratura non è cosa di sì poco momento, come stimano molti. Le Lettere stanno agli eventi, e sono lo specchio delle sorti di un popolo. Nel trecento ebbero in Italia tanta grandezza di origine, e così largo moto, che se gli anni dipoi, corrispondevano a progresso adeguato, oggidì forse avremmo siffatta Letteratura, che le altre d'Europa vergognerebbero tentarne il confronto; e fu veramente secolo d'oro, non pel fracasso che mena il buratto della Crusca, ma perchè le passioni del tempo avevano movimento spontaneo, e lo scrittore, ispirandosi al genio dello stato sociale d'allora, esprimeva riti, costumi, e tendenze, con forme ingenite a quanti avevano anima italiana nel secolo decimoquarto; e riusciva simbolo profondamente morale del popolo, e della età. Le condizioni nel quattrocento duravano con poco divario propizie allo spirito; ma la scoperta dei codici antichi gli diè maschera greca, e latina, e il vivo incivilimento popolare si arrestò, se pur non rifece un passo alla barbarie. Le armi di Carlo V, e un groppo d'altre tirannidi, domavano il cinquecento; – alle menti era nume il terrore.Nel seicento il servaggio ingagliardì per abitudini, e per giunta la follia predò senza interregno quei cent'anni sul cervello dell'uomo. Finalmente l'ultimo settecento sveniva di languore. Certo, il Genio d'Italia ardeva quasi sempre nelle tele, e nei marmi, e nella magica combinazione dei suoni, e così rese care e divine quelle forme della bellezza, che ne sospira in eterno l'invidia degli altri popoli. Certo, nei due secoli a noi più vicini una mano di valorosi si spinse nelle scoperte delle scienze positive; ma pochi hanno modo o volontà di battere il sentiero delle speculative astrattezze, mentre nacquero tutti alla violenza del pianto e del riso, tutti hanno un cuore, che il Grande può commuovere d'immenso moto, perchè la parola del Genio chiude virtù operatrice. I tempi non erano scarsi d'ingegno, anzi da ogni parte sboccava; ma i tempi erano cupi, e sfiduciavano. Mancava il coraggio, e credo fermo, che l'ingegno e il coraggio continuati nel grado supremo della loro potenza formino il Genio, creazione tanto rara e miracolosa, che la Natura par ne rimanga spossata, e cerchi il riposo degli anni lunghissimi. Mancava il coraggio, e i meno corrotti non osando provocare, nè volendo prostrarsi, tacquero nel dispetto, mettendo appena in comune i bisogni, e lo sprezzo; i tristi affatto, ed erano i più, a scuola di Tiberio scambiando in calcolo il sentimento, aiutavano la viltà di un popolo, che ogni dì sempre cadeva in basso.
Quei dottori non seppero esistere per la società dell'epoca loro; quindi pensavano ai morti, quindi allagata l'Italia di erudizione di ogni specie; ma il popolo in mezzo a tanta copia stette digiuno; e quei dottori, spregiando scaldare della vita nuova gl'inanimatifantasmi del tempo antico, mostrarono come la Vanità al pari di ogni altro idolo possa avere sacerdoti, e sacrifizi, e lunghezza di religione. Restano ancora le migliaia dei volumi, e se la farragine fosse misura di scienza potremmo chiamarci contenti; ma una lucerna a mezzogiorno non troverebbe in essi il perchè abbiano veduta la luce, – il nodo che lega l'opera all'uomo. E tu li puoi leggere; – ma è tutt'uno, – non giovano nè ai malati, nè ai sani. I più vennero fino a noi parassiti di fama sotto lo scudo del bel dire, e in ciò sieno a bell'agio maestri; – ma non insegnano il pensiere; – e se il pensiere non raggiasse fra mezzo alla polvere sollevata dell'uomo, chi vorrebbe essere un uomo? – Scrissero oziose rime d'amore non sentito, e prose cortigiane; pugnarono per la barba di Aristotele e di Platone, e le orgie grammaticali assordarono sempre le orecchie; ma il Vero più non ebbe sacra la mente, le opinioni più non ebbero indipendenza, e alla lingua rimasero lascivie, e precetti di vuoto frasario, non eleganza, o vigoria di stile; perchè, se l'anima non dà moto alle parole, stile non viene. La poesia, aura spirata all'anima umana dal cielo più bello, fece dediche; ma non accolse in onore le ultime scintille della virtù cittadina, non santificò il sangue caduto nelle battaglie ultime della patria. Si svolsero poche delle tante pieghe, ond'è gaia la veste della Bellezza, nè fu composto dramma, e romanzo, o dettato di socratica filosofia, a nutrire di cibo soave la ragione, e il sentimento. Quantunque la Bruttezza si ammanti gelosa da capo ai piè, uno spiraglio rimane, e il tardo raggio degli anni vi penetra a illuminare le generazioni. Quei secoli ebbero anticamere di potenti, e letterati di mestiere in ogni viadel sapere, e accademici Oziosi, Umidi, Oscuri, Apatisti, Cruscanti[8]; e il collegio degli Arcadi popolò de' suoi pecorili ogni cantone della bella Penisola, ma nè avidità di stipendio, nè romorio di ciancie avvicendate, nè nienti rappresentati in volumi, fecero mai la gloria di una nazione. E se pochi sovrastano immensi nella solitudine di quattro secoli, venerate la fiamma del Genio Italiano, che rompe caldissima traverso le guerre intestine dei mal divisi talenti, e le lunghe vendette della fortuna. Ma rammentate ancora come quei Grandi, perchè non vollero acquietarsi alla inerzia, o sentire tepidamente, assaggiassero la povertà, la calunnia, il pugnale; ed ogni secolo può vantare una vittima illustre data al deserto, o al patibolo.
Forse non è anche suonata l'ora da sollevare il velo, che la paura e l'ignoranza hanno tramato sulle molte cause, onde fu morto lo slancio della Italiana Letteratura; nè io ho spalle da tanta fatica. Pure alla nuova impresa non mancheranno, confido, uomini liberali, che dell'acume si valgano a scernere il bianco dal nero, e le Grazie chiamino a compagne del viaggio, perchè tratto tratto s'infiori l'aridità del cammino. Ma se dei tanti guai dovessi pur uno additarne, ultimo fra questi non conti l'Italia la Critica. È scienza, che ritornata legittima merita lode, e non biasimo; ma, come venne esercitata finora, fece danno più che non credi. E fu manto, che coperse la vanità di mille e mille nati al silenzio, e mai non ebbe consistenza di proprii elementi; stette dietro all'opera, e appartenne alla mente come al fuoco la cenere.
Arroganza ebbe sfrenata; e le sue spine crebbero sotto l'orma del Grande dovunque ei la mosse, senzaavvertire, che le arti vanno in progresso, o in decadenza, per gli alterni destini, e per l'atto di chi le esercita, non già per chi ne discorre. Chi è potente sol di discorso sta a vedere, e gran che se gli riesce appieno osservare il moto dall'alto in basso, o viceversa, dello spirito umano; – ma l'atto è creatore di quel moto. Il Grande è sostanza libera, e trasvola per mondi invisibili; – il mortale ordinario legato alla sua poca terra non può gridargli in coscienza: – tieni a manca, o a dritta, – perchè la vista ha così corta, che i tetti le fanno inciampo. E allorchè il Grande evoca dall'anima profonda la maraviglia del suo concetto, e quella sorge immagine dei cieli, se un'ombra leggiera in qualche punto l'offusca, tu, o critico, non gridare malignando allo scandalo. – La malignità è missione disonesta, ed inutile, perchè in essa ognuno può levarsi a maestro; – guardatevi il cuore, e poi dite se non è vero. – Non gridare allo scandalo, e gemi, se hai tanta virtù, sull'indole umana; pensa, che il Genio del male ha posto un tributo su quanti si alzano alla vita; pensa, che il grande è franco in gran parte di quel debito, e tu per pagarlo forse non basti tutto. – I dottori millantano, ma non sanno rivelare il segreto della potenza, perchè l'arcana Natura non decretò positive e comuni le arti sublimi del pensiere, ma le volle a quando a quando rappresentate nell'ente singolare. L'interesse è il primo impulso delle nostre umanità; – se i dottori sapessero il segreto della potenza, mettendosi in petto la lena che lor manca, farebbero forti primamente sè stessi. Per altro non si convinceranno giammai, e va bene, chè se gittassero la presunzione rimarrebbero nudi, e la verecondia per loro è veste così leggiera, che patirebberofreddo. Quindi in ogni via dell'intelletto si è levato un sussurro d'anime sottomesse, giurando avere in mano i materiali da fabbricar l'uomo grande. I materiali son battezzati col nome di regole, e queste desunte da opere pertinenti a società sfumata nel nulla per dar luogo a nuove famiglie, a nuove tendenze di passioni. Una forza consumatrice ha disperso tutto da quel catechismo, tranne i forami del tarlo; ma pei dottori è tal merce, che senz'essa andrebber falliti. Le lanterne spente non fanno lume: – eppure uomini parlanti, cui dicesi fatta la parte della ragione, pretendono all'incontro. Le lanterne spente non fanno lume, e a dirlo oggi fa poco frutto, perchè noi non sappiamo scorgere il vero che nel passato; ma quando nuovi pregiudizi sottentreranno ai presenti, e apparirà snudato l'errore vecchio, Dio ci salvi dalle risa del mondo d'allora. I dottori non hanno avvertito, come la società ad ogni nuovo moto che faccia, trovi provvedimenti contemporanei, nè possa ricorrere ai secoli morti, tanto più che sovente il Diritto d'un tempo fa il Torto d'un altro. La società si muove per Natura, perchè nulla ha effetto contro Natura; e quando questa consente a mutare di aspetto, ministra i mezzi alla esistenza delle nuove forme. I dottori non hanno avvertito, che la mente concepisce in ragione soltanto delle proprie forze; però le regole tolte dall'opera altrui.....[9]è una emanazione purissima dell'anima, e un'anima non ha veramente legame coll'altra, pel magisterio inesplicabile onde ogni mortale è stampato da un'indole separata. Quindi si cercano indarno gli elementi della grandezza al di fuori del Grande; dipendono da lui come il frutto dalla pianta. Il Genio è un pensiere celeste, dotato di quell'immenso vigore, chebasta a creare sè stesso. L'imitazione fa degli armenti, e non dei Grandi; la libertà è anima sola ed eterna dell'intelletto. La Ragione ha battuto sovente all'uscio delle officine rettoriche per venire agli accordi, tanto che scemassero le ostilità contro lo spirito umano; ma i retori non apersero mai; quindi in ogni età quel sussurro di anime sottomesse errando d'intorno alle calcagna dell'uomo grande ha gridato: – o uomo, posa le gambe, e va sulle nostre; – e perchè l'uomo per un certo suo natural dispetto, e a motivo delle distanze, non ascoltava il comando, per lui non v'ebbe più sollevazione. I pedanti mormorando il sospetto nelle camere del potente, e scorrendo i trivi e le piazze, bandivano addosso al Grande la croce. Amaro fu il calice, che gli offersero a bere, e la plebe umana, che dipende dalle spinte, persuasa dallo schiamazzo versò la sua parte di fiele in quel calice. Forse la moltitudine, tenendosi al naturale nell'estimare le cose, piegherebbe meno dei critici a sinistra; ma da che i giustizieri delle Lettere si fabbricarono la scanna delle sentenze, le turbe, fatalmente inchine a pigrizia di servitù, rinnegarono l'intelletto in mano ai dottori, e non giudicano mai secondo l'azione delle proprie facoltà, ma non danno parere di sorta, o si governano colla fama. E la fama anch'ella è matta, o savia, secondo da cui prende le mosse, e a prima giunta spesso s'imparenta agli affetti, e vagheggia la Fortuna, nè così per tempo si accorda colla Giustizia, la quale è conseguenza delle misure, od opera tarda degli anni. – La spanna del pedante non comprende che il pedante: – nè aspiri più alto; – il massimo non entra nel minimo. L'Alighieri, Michelangiolo, Galileo, sono espressioni vicine dell'infinito: i pedanti narrino ilcome, il giorno e l'anno, in che vennero a casa loro questi immensi a prendere in prestito quel non so che d'incomprensibile, onde tanto si fecer divisi da noi, che parsi non sarebbero umani, se la morte non gli avesse ricongiunti alla polvere originale. Il pedante è cocciuto, e non cede; ma chi ha la coscienza di un bel talento, e può di speranze e di fatti consolare una patria, invochi alle imprese una patria, e l'anima sua, nè guardi altro segno; e se la guerra degli uomini gli tira a terra il pensiere, ricordi qual pro facesse a Torquato Tasso la varia servitù. Al servaggio delle poetiche spettano i luoghi meno eletti del suo poema, alla gramatica spetta una parte della pazzia, che, ultima di tante sciagure, afflisse quell'illustre infelice.
Il modo letterario, che in tutto si confaccia agli esposti princìpi di libertà intellettuale, è il Romanticismo. Nol distinguiamo di tal nome per fine di setta, ma per significare una idea. L'arte romantica è il moto espresso dello spirito umano, e simile all'aquila dell'antica onnipotenza romana tiene il sublime dei cieli, e si alimenta dell'Infinito. È l'arte, che ti conduce innamorato del Vero a considerare gli effetti della Natura, e presentarli secondo le impressioni che soffersero le interne potenze, e nella guisa che più ti riesce propizia; è l'arte, che via via scuopre la sembianza più vitale della Bellezza. Eterno è il raggio della Bellezza, ma ogni secolo passando lo veste di un colore novello, e il savio l'adora sotto la forma in che splende. La bella scuola visse agl'Italiani nel sacro poema di Dante, nel canto sentimentale del Petrarca. Come dissi poc'anzi, le Lettere nel settecento erano di tanto sfinite, che pareva inevitabile il niente. Al caso piacque il risorgimento;e il Parini ridonò casta e gentil favella alle Muse, e Vittorio Alfieri ululava nel letargo dei dormienti la parola della vita, e il Foscolo accolse quella parola nel grembo dell'amore, e l'educò a magnanimo intento. E una schiera eletta d'ingegni intemerati tenne dietro alle grandi orme. E si vendicò dall'oltraggio, e dalla trascuranza dei corrotti, il pegno più sublime che abbiamo di patria Letteratura, la Divina Commedia. In essa trovarono consiglio e mezzo a purificare l'idioma, necessità di un popolo, che muova a riprendere fisonomia propria e distinta. Oggi la Divina Commedia è a noi tutti il palladio dei sensi generosi; è un eco al grido profondamente commosso nella impazienza delle nostre passioni. Corre un detto maligno, annunziando, che le cose andranno a finire col precipizio. I buoni attestano di no. Ma sia come vuolsi, da che l'uomo, o quanto viene dall'uomo, si leva per cadere. Aggiungeremo soltanto, che le ruine della grandezza son grandi, e i monumenti di una forza passata parlano eternità.
La mente degl'Italiani dorme un gran sonno, ma, perchè l'hanno mobile e suprema sugli altri, potranno far violenza, e redimere dagli eventi lo spirito. Agl'Italiani però conviene purgarsi di molti peccati, che scontano in avvilimento, fra i quali lieve non è l'avversione veramente fraterna a quanti fra loro sorgono ingegni felici. E sì che le arti del pensiere, modeste come sono, non desiano che lieta accoglienza; – d'altro premio si offendono. A noi par costi troppo cara perfino l'onestà di un plauso. E qualunque volta balenò il Genio su questa terra, non movemmo voci di saluto, o sorriso di gioia, al richiamo di quel raggio soave; ma tentammo velarlo delle tenebre nostre,e gemendo sulla rosa, che spuntava bellissima, l'avremmo dispersa, se non fioriva immortale, anzichè alimentarla nell'alito dell'amore, e pregarlo eterne le rugiade del cielo. E il Genio maledetto da una plebe cui soprastava, – nè il fallo era suo, – si consumò solitario, e non diremo con quanto dolore, perchè ineffabile. Ricorre a tutti mestissimo il pensiere dell'abbandono, e più che mai all'anima grande nata al bisogno d'invadere l'universo, dove abbia sfogo il moto perenne che l'affatica. E il Genio si consumò solitario: – sol quei pochi gentili, che vivono all'armonia riposata del Bello, nell'affanno del segreto desio lo seguivano fuggente per le tenebre umane, come stella caduta dal firmamento; e disperando di ogni altro sollievo invocavano allo stanco la pace della morte. E nella morte il Genio quietò l'ossa, e le mal dome passioni; ma l'odio de' suoi fratelli di carne si giacque con le sue ceneri, a contender loro una preghiera; – e tanto andò premio al cortese, che si curvò per sollevare la polvere! Vennero i posteri, e, ascoltando fremere d'infamia le ingiustizie paterne, per ammenda sacravano altari, e parole di lode alla memoria della offesa grandezza, – ma vanamente: il tempo aveva scritta la sua sentenza; – l'anima eterna aveva finito il suo gemito; – e la terra ritornata alla terra non si consola della lusinga, nè dell'insulto addolorasi. – Gl'Italiani possono essere sventurati, se tanto piace al destino, ma, volendo, non saranno nè vili, nè ciechi. Antica quanto la nostra caduta suona una rampogna allo straniero, che dal mare e dai monti si affaccia alla bella Penisola, perchè lo straniero, visitate le ruine, e riposati gli sguardi nel molle sereno a conforto dell'anima cruda, ritorna alle sue mute contrade narrando la gloria eterna delcielo, e dei sepolcri, – ma dei viventi non fa parola, o parola di scherno. È meritata, o codarda l'ingiuria? Se gli uomini non dovessero perdere in senno quanto guadagnano in prosperità, godrebbero modesti il favore della Fortuna, divinità, che il savio e lo stolto convennero a chiamar pazza. Tuttavia, se ben guardi, l'ingiuria prende eziandio qualità dalla maniera in che i miseri sopportano l'infortunio. Che se lo schiavo non vuol far moto della persona, per paura che il cigolio della catena gli giunga all'orecchio, e giace stupido tanto, che se la vita non fosse un peso avrebbe appena la coscienza di portare una vita, allora l'insulto lo sorprende meritato ed acerbo, perchè il cuore e la mente inviliti non gli danno nè un pensiere, nè una voce alla risposta. Ma se tu palpi le piaghe tue per sanarle, e non per piangere un vano lamento, ma se la giornata del dolore ti passò sul capo senza piegarlo, allora cade ogni protervia della soverchia felicità, e dalla sventura generosa il superbo apprende lezioni dì sapienza, e di tremore, pensando che la vendetta non fu mai spenta, perchè ha per sede l'anima, e, se il tempo sapeva spuntare una spada, da leggi inevitabili è stretto a ritemprarla più acuta. — O Italiani, gran parte del vostro gemito stette, perchè amaste con poca intenzione una terra, che a voi si stringe nel vincolo della patria e delle sciagure. Un momento solenne sorgerà dallo spazio: ma se l'ingegno accorto non veglia ad afferrarlo, trascorre confuso coi giorni dell'umiltà. Italiani, amate attenti, e non millantate una patria. La terra vostra è sempre la terra delle memorie; e il Genio eterno agita sempre sovra essa una fiamma divina. La terra vostra è sempre la terra, che un dì tolse nome dalla stella più lieta del cielo[10], e sempre la sospira l'alitodelle Grazie innamorate, e sempre è fresca della prima bellezza, perchè a Dio piacque suscitarla tra le forme create come l'iride del suo pensiere. Ma doni così liberali non fanno argomento di gloria allo spirito inerte; da che nè la fragranza dei fiori, nè l'amabile raggio del Sole, onorarono mai d'un sorriso il cadavere.
Natura il fece, e poi ruppe la stampa.
Ariosto.
Dall'amore dell'arti liberali emerge la vaghezza d'intendere i casi dell'ingegno felice, che a noi rese visibili queste figlie di un pensiere divino: ma perchè Lorenzo Sterne stette nel creato più che altro a sembianza di spirito, nè degli eventi suoi tu potresti narrare, che il nascimento, la vita, e la morte, e perchè di questi a qualunque vento ti volga vedi composta la massa degli uomini, nè l'umiltà delle doti comuni vuol diritto di storia, – però noi convertiremo l'animo a più degno subbietto, favellando con breve discorso della Mente di Sterne.
Se la mollezza del cielo italiano, e la melodia dei suoni, e l'esultanza del paese gentile, che in ogni sua forma svela il concetto del sorriso, sono maravigliose e principali espressioni della bellezza; se i figli d'Italia sortivano tempre armonizzate al solenne linguaggio, qual di noi non vorrà di lieve consentire espressione della Bellezza le opere tutte di Sterne? E l'Irlandese le creava così belle alla nostra maniera, che tu immaginando diresti il suo pensiere educato nell'aure dei nostri sereni, e che al sangue gli corresse mista una fiamma dell'italico Sole. El'anime che vivono all'anelito di quanto è ispirazione d'una idea immortale, fra quelli scritti segnatamente piegano il desio alViaggio sentimentale, aiSermoni, e allaVita ed Opinioni di Tristano Shandy gentiluomo. Ugo Foscolo, indegno singolare dei nostri tempi, e fresca memoria di pianto ai generosi, si piacque vestir di tal veste ilViaggio sentimentale, che rari sapranno arrivare a quel segno: – e perchè iSermonimirano a istituti e articoli di fede in parte diversi dai nostri, forse, traducendoli, non avrebbero convenienza universale. Rimane ilTristano Shandy, bellissimo libro, e più che altri a principio non crederebbe, – e fu meditato nella quiete d'un'anima intatta d'ambizione, di raggiro, d'invidia, e degli altri peccati soliti a visitare la gente di Lettere; per lo che riuscì specchio sincero delle nostre umanità, e traverso il riso, e le lacrime, mostra più lume di tanti, che in tutt'altro modo ritraggono la Natura. Gl'Italiani, per quanto io mi sappia, non hanno del libro bellissimo versione nè buona, nè cattiva. L'hanno i Francesi; – ma come? Chi non vuol credere, tocchi; – e lui infelice, se dipoi non si accuora dello strazio impudente. Sgradiranno gl'Italiani un lieve esperimento del libro bellissimo? E noi non vogliamo dar loro questo saggio[12]a guisa di norma, o come pegno che un dì venga compita l'impresa, – ma perchè si levi uno spirito gentile, cui toccò in sorte profonda la sensazione dell'amore, della pietà, e del sorriso, e renda per quanto è dato immagine schietta del libro bellissimo. Nè io so dipartirmi da questo attributo, e le ragioni le ho tanto solcate nell'anima, che malamente tenterei manifestarle per via di favella; se non che l'arte impenetrabile, onde i valorosi d'ingegno sollevano il velo delle passioni agitantila vita, accoglie vigore siffatto, che, per quanto tu abbia l'animo restio, ti doma alla maraviglia; – e se tu hai viscere d'uomo, e leggi la storia di Le Fever, o di Maria, o la morte di Yorick, senza lasciarti andare al sospiro d'una mestissima voluttà, che giace misteriosa negli umani precordi, – ma a pochi sommi è dato di suscitare, – allora piangi della anima tua. La sacra scintilla aborrì la tua polvere, e si rimase nei cieli; – tu ereditavi più larga parte di affanni. Chi dirà l'angoscia ineffabile del cuore assiderato? L'alito delle belle passioni non vi sovverte, che sterili sabbie, incapaci a nutrire neppure il desio d'un affetto: – a che gli fu data la vita? come un freno da rodere. – Nè lo coglie un istante di sublime, onde spezzi quel freno; – e gli anni a lui numerati passano muti d'ogni vicenda, e solamente per piegarlo alla terra, che lo richiama: – il cuore assiderato è il silenzio di una solitudine, donde grida la verità della sentenza, che sopra tutti decretava infelice chi mai non cesse al pianto, e alla gioia. – Si levi adunque uno spirito gentile, che abbia il sentire a dovizia, e sufficiente ingegno, e sappia bene le lingue ambedue, – ma senza intervento di gramatica, – e tenti l'impresa, sperando, che le venture gli correranno propizie, e tutta Italia, e tutti i cortesi gli daranno plauso, e merito conveniente; ma dove questo effetto non séguiti, perchè sulle prime la malignità e l'ignoranza danno tre quarti dei voti nello squittino, allora tenti l'impresa per obbligo di coscienza, e chiuda l'adito a quei molti, i quali, sforniti di verecondia e di mente, ci fanno tal dono di traduzioni, che geme di grave offesa il sacro ufficio delle Lettere, e l'onor nostro, e quello dei forestieri. Sono le traduzioni, o per me credo chesieno, al corpo delle Lettere umori maligni; ma sia necessità naturale, o legge di costume, oggimai ne fanno elemento; e però sarà buon consiglio provvedere, che il male inevitabile ci venga da mani generose. Chiunque finora ha tradotto, e in qual modo tu voglia, ha presentato sempre un'immagine più o meno velata. I pensieri d'uno scrittore trapassando nell'anima nostra tengono assai del moto, e dei colori di quella, e diventano in certa maniera nostra essenza, perchè non si possono ritrarre se non come si concepiscono: – ora una legge arcana ha disposto, che ogni vivente concepisca in un modo, e per la forma, e per la idea, in varie parti diverso dagli altri. Ma gli scrittori originali in tutto il significato non si lasciano svolgere nè per forza, nè per amore. Quei concetti profondamente segnati dell'interna stampa dipendono troppo da chi li creava, e tolti da quella maniera d'esistenza, in che appena usciti della mente si giacquero eterni, non serbano più sembianza della prima natura. Voi tradurrete con qualche grado di agevolezza uno scrittore mediocre, perchè il mediocre è conseguenza piuttosto delle forme, che dello spirito, e le forme essendo una convenzione hanno moltissimi punti di contatto comune. Ma dov'è il magisterio, che vi presti il vigore da muover l'ala dell'anima immensa? – Quel vigore era la stessa anima immensa. – Dov'è il magisterio, che vi insegni a tradurre la soavità del fiore, il raggio del sole, l'afflato divino che distingue dalla morte la vita? Quella potenza d'intelletto indefinita, solitaria, indipendente, che si nomina Genio, è parte immobile del suo cielo natio, e a pochissimi prediletti è concesso fare a quel santuario pellegrinaggio di spirito. Dovranno i più rimanersi nel desiderio ditanta bellezza? Eterno dolore è il desiderio, – e se la sventura chiede la lacrima del mortale, siatene liberali a quei miseri su cui la sventura di soverchio si aggrava; – e pur troppo son tali gl'innumerevoli cui fu negata la facoltà di sentire, e cogliere un'aura di quanto spira di bello e di sublime nelle cose universe. Tuttavia la compassione non muterà d'un capello la legge onnipotente, che nel creato frammischiava la fiacchezza alla forza, la luce alle tenebre, il disordine all'armonia; – e se a te mancano i mezzi da conseguire la vista della Grandezza, non è mestieri che io ceda alla viltà del dispregio; – adora la memoria del Grande, e per sicurezza di giudizio affidati al testimonio dei secoli. Austero è il testimonio dei secoli, ma incorruttibile, nè giura sul nome d'altro Dio, che del Vero. Ma perchè, se tu sai, ne devi il merito alla tua buona o cattiva Fortuna, e, se non sai, non puoi sapere, così meglio di qualunque avvertimento conferisce al bene della traduzione la consonanza dell'indole, prima causa onde il Foscolo ebbe tanta felicità d'impresa; – e ci giovi convalidare lo asserto coll'esempio d'un altro illustre. Vittorio Alfieri dava all'idioma d'Italia, spontanea, e calda di vita, la storia severa di Sallustio romano, e al tempo stesso incrudiva la mollezza della poesia virgiliana, e oscurava que' suoi vaghi colori, che forse non sono il minimo pregio del poeta latino. E il fatto avveniva, perchè l'Alfieri dappertutto spirava dall'anima quel suo fare da Michelangiolo, – e i casi, che posero vicino al suo niente la romana grandezza, e lo stile onde i casi vennero espressi, sono veracemente grandi, e terribili: ma Virgilio fu cortigiano, e l'indole avea temperata a subbietti, dirò quasi innocenti; – e la gente di Lettereha giurato, che fu nelle Georgiche dove si mostrò potentissimo dell'ingegno.
Gli umani interessi ebbero sempre a lodarsi poco dell'esame troppo minuto; – ed hanno osservato, che grande elemento dell'obbietto, o buono, o bello, o felice, o di quanti altri mai ne somministri il creato a conforto dell'anima, sia la lontananza donde scorgi l'obbietto; – e più ti avvicini, e più si dirada il vapore, finchè in ultimo ti apparisce quell'aspetto aridissimo che per solito chiamano Verità, nudezza inamabile della cosa tanto, che il mortale di rado non ebbe ragione da maledire allo scambio. Altrimenti è di Sterne; – e più che a sviscerarlo ogni vigore dell'interno pensiere si adoperi, e più sempre ti balzano innanzi forme vive di novella leggiadria; – nè persona di cuor gentile vien mai che lasci di leggerlo, senza che nel profondo non le rimanga un desiderio come d'amore. Lorenzo Sterne scrisse singolarmente, e non a guisa di professione; e sebbene avesse consumato anch'egli la giovanezza alle scuole, e sapesse quant'altri mai delle opinioni stampate, perchè era sapiente non millantava dottrina, nè si faceva largo nel mondo, nè pretendeva titolo e riverenza di maestro, dando in cambio citazioni greche, e latine; – nè volle mai brighe di vanità, nè sappiamo, che venisse aggregato mai a nessun Convento della gente di Lettere. Ma perchè non temeva, nè sperava degli uomini, amò d'intemerata passione la Gloria, e la Verità; – e queste gli arrisero, – e, benchè persuaso di spender male la sua moneta, amò ben anche la specie cui la ventura lo volle annodato. E perchè il suo Genio lo piegava all'arti ingenue del pensiere, offerse loro culto di religione inviolata, nè mai le profanava, vestendosi il manto di tanta bellezzaper onestare le varie viltà, che invadono largo numero dei dottori di ogni popolo. Non fu mercatante della volontà, e dell'ingegno; ma spirito assoluto esplorava acremente le cose, nè sulla carta segnava altro moto, che quello dell'anima; e stimò meno di cosa che non sia il patrocinio, e le libidini del potente; – quindi nell'inviare che fece al Ministro Pitt ilTristano Shandynon gli chiedea nè favore, nè protezione, nè niente. —Il libro deve proteggersi da sè, – gli dice in mezzo alla lettera, —e ve lo mando come sollievo d'un momento agli affanni, e perchè vi faccia ridere, stimando che il sorriso aggiunga un filo alla trama brevissima della vita.– Ora se tu ami sapere qual grado ti assegnavano i fati sulla lunga scala degli animali, leggi Lorenzo Sterne, candido scrittore, e d'indole aperta, nè forse altrove esiste così verace storia dell'uomo come nell'opere sue. E se ti venisse fatto, o speri di temperar le tue grosse passioni, leggi quelle pagine di frequente. La morale di quei libri è drammatica, e sgorga diretta dalle situazioni dell'anima umana, immaginate con mirabile accordo dell'ingegno, e del vero: – è la morale del fatto, e d'ogni specie; e se gli atti di gloria, o d'altra bellezza, furono mai frutto d'insegnamento, certo fu sempre maestro l'esempio. Leggi Lorenzo Sterne, perchè con vario governo esercitando le leggi eterne del cuore non consente all'umano le superbie del sistema, ma sì lo stringe a piangere, e a ridere, destino solenne cui lo chiamò la Natura; e col motteggio, che sa molto d'amaro, ma d'amaro che medica, lo contiene nel cerchio delle sue umanità, perchè non cresca una ragione al severo, che veglia allo sprezzo della schiatta di Adamo. Ma la bellezza di Sterne sarà baleno agli occhidi tutti? Dio faccia di sì, – da che la metà degli uomini nasceva per non vedere; – molta parte dei rimanenti non vuole. Simbolo di profondo consiglio era la nudità delle Grazie, e per me credo a quella immaginazione; – ma benchè nude, nè sdegnose dell'umano consorzio, rari è fama che le vedessero. E se nelle menti mortali da poco tempo il caso non operava qualche rivoluzione, di che non ci sia giunta novella, io vado convinto, che al grosso numero Lorenzo Sterne non piacerà; – e buon per lui, che le venture non lo portassero a scriver drammi, – così almeno andrà salvo dai fischi. E qui prego coloro che fanno professione di filantropia a non volersi attristare di troppo, se la nostra Natura pecchi di sconvenienza adoperando a manifestare un affetto la maniera testè mentovata: – io torrei pure a buon patto, per onor mio, e del prossimo, che quando l'uomo è commosso da una passione più turpe del solito si ristringesse a gittar via la parola, che lo distingue dai bruti, e fischiasse a sua possa, ma non andasse più oltre nell'usurpare le bestiali proprietà. Se adunque Sterne camperà dalla prefata disgrazia, a ogni modo verrà taglieggiato nei crocchi; – e perchè ci hanno detto, che l'umor della bestia si può bensì torcere più che mai, ma non dirizzare, per cortesia daremo luogo onde chi vuol correre abbia sgombro l'arringo, e tocchi la meta. Ma più che il grosso della plebe, la quale ha finalmentepro domo sual'Ignoranza, che se monta in bigoncia sa recitare una lunga intemerata al pari di tutt'altro professore, diranno male di Sterne le loro Gravità Letterarie, quei sacerdoti d'idoli smessi, che si fanno ragione colla parrucca, e col fascio degli anni sul dosso, e colla tradizione delle opinioni passate. Iodi buon grado lor farei riverenza, se la parrucca facesse parte della testa, e se non mi fossi accorto, che gli anni spossavano l'ingegno, dove era ingegno, e intristivano le belle passioni fremevano, nè altro effetto costante producevano sulla testa tranne i capelli bianchi. E quanto alle passate opinioni? Oh! se la faccia del Vero degnasse mostrarsi alla terra, la sua forma sarebbe unica, universale, perenne; – ma perchè inesorabile una sentenza lo vieta, ne tengono le opinioni la vece, le opinioni, che sono la sembianza scolpita d'un'epoca sociale. Spezzata l'arpa, cessano i suoni; – caduto il complesso delle razze destinate a significare un'epoca distinta di società, ogni efficacia delle sue opinioni si sperde; – quindi immediata necessità che la mente prediletta concordi le opere e gl'istituti al secolo, e alla razza che le fa corona. Quando cesserà il malignar dei pedanti, e l'insanire della plebe? quando la parola del Genio sarà scorta a chi peregrina la vita? quando spegneremo del tutto quell'avanzo della primitiva indole di fiera, che stette indomito contro la forza del tempo, e l'influsso delle più sante istituzioni? quando scioglieremo il voto eterno dell'anima di stringersi tutti in una famiglia di fratelli?
Fra coloro che si aggiudicavano esclusivamente la proprietà di filosofi e le chiavi del cuore, pende tuttavia la contesa se la razza meriti più il riso, o il compianto. Io, guardando al passato, le concedo la compassione, e gemo su quante generazioni disparvero, e sulle presenti; nè dissuado l'amore, supremo degli affetti, e bisogno dell'anime singolari, ma gemo, perchè l'amore fu sempre argomento gravissimo di cordoglio agli amanti. Qual saranno le future condizioni dell'uomo? Soffochiamo il presagio, eriposiamoci sulle lusinghe del tempo. Il tempo genera la vita e la morte, l'oltraggio e la vendetta, la schiavitù e l'ora solenne del riscatto..... Possa generare il vincolo dell'eterna concordia, possano le nostre ceneri risponder commosse al gioir dei nipoti lontani! Ma come adempievano i destini dell'esistenza le schiatte defunte? Tanto fervore di migliorarci di per sè stesso lo dice. Interroga i secoli e quell'antica sapienza di dolore risponderà. Noi mutammo da quando a quando l'impronta, ma la materia durò sempre la stessa. Tratto tratto un magnanimo imprendeva a tramutare in buona la nostra natura, e santificava l'impresa coll'amore colla sapienza, e col sangue; ma se l'ira, o lo sconforto, non mi traviano, mi è sembrato vedere gli sforzi generosi fin qui miseramente perdersi tutti nel vano; solo di tanta ruina avanzava l'ardore del desiderio, ma il desiderio non è che la profonda espressione della mancanza assoluta. Il magnanimo inquietato da uno spirito creatore gridava un grido di risorgimento ai giacenti; – spirava il vento, – non si moveva una fronda; – ineccitabile è il silenzio dell'anime create a tacere; e, per quanto lo scorra poderosa una voce, non odi ripetere un eco. E allora per lo spirito atterrito si commosse un sentimento, e parlava. – Forse l'onnipotenza dei fati segnò la razza d'un segno indelebile per la mano dell'uomo. Chi la curvò sulla polvere, quando gli piaccia, potrà sollevarla. – Cedeva il magnanimo uno spazio degli anni alla speranza, – chè la speranza è pure un affetto, – è il più gaio colore onde va lieto il fior della giovanezza, – ma il suo verde non è perenne, e il tempo vi soffia di un alito, che in fine gli è forza appassire. Chi è che giunto in fondo alla vita si levassea dire: – io non piegai sotto il dolore del disinganno? – E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, roderanno sempre i pedanti, perchè non sanno che rodere, e sempre spacceranno ricette le quali t'insegnano a fare, se tu sai fare da te, e ti profferiranno la misura di ciò che non ha misura, o almeno determinata, come sarebbe la potenza volubilissima della mente; e con mal piglio daranno lo sfratto ai concetti di Sterne, perchè non trovano posto tra i numeri delle aritmetiche loro. E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, la plebe sempre maledirà: – e qui, dicendo plebe, io non intendo un insulto a quei miseri, cui le colpe degli avi non acquistavano censo, e fasto di nome, e che il senno della Fortuna costringe tutto giorno a sudarsi un alimento al dolore; – ma sì quel gregge immenso dell'anime, che non hanno in proprio fiato di volontà, e di potenza, – e giacerebbero inerti come la terra donde sporsero in fuori, se un impulso esterno non le movesse; – e, o così voglia l'affinità delle tempre, o altra cagione più ascosa, di rado avviene, che non accolgano unicamente il moto dei tristi; – quindi troverai plebe sotto qualunque panno, e in qualunque scompartimento si divida la radunanza sociale; – quindi le belle memorie, benchè liete d'un raggio del cielo, a quelle masse splendono tacite, e meste di luce funerea. Ma la Natura pensava un'ammenda agli oltraggi dell'ingegno felice, suscitando nel cuore dei generosi altri palpiti oltre quello della vita. E i generosi animati al piacere, e al dolore spirituale, nell'esultanza d'ogni bel sentimento salutano il Genio di Sterne, e desiano alla terra, che sovente si rallegri d'un'orma simiglievole alla sua, e serbano in petto la sua dolce memoria come segno di riposoallo spirito affannato dal viaggio mortale; perchè mente ebbe così benigna, che in essa non si levò pensiere che non fosse gentile, – e tanto ardore d'immaginazione, che nel deserto creò la fragranza della rosa, e durerà cara passione dell'anime elette finchè rimanga alla gioia un sorriso, un gemito alla pietà, un sospiro all'amore.