NAPOLEONEFRAMMENTI[22]— 18...? —
E tu cadesti, o re; ma sul tuo fatoIl silenzio non giace, onde l'umanaPlebe è coperta;E la storia del tuo nome solenneCoi secoli si muove.Eri di donnaNato, e spirto caduco in te si chiuseCome nel volgo dei mortali, o l'altaArmonia delle sfere alla tua cretaTrasfuse alito eterno?Sento, che il mondo ancor geme dell'ormaDelle tue piante; – ahi! dunque in sulla terraNon ti guidò l'amore . . . . . .Chi misurartiCol pensiere vorrà, se il tuo fantasmaRatto venne, e disparve, alle atterriteGenti mostrandoMille faccie di tenebre e di luce?Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,Mi coglie la vertigine. Chi sei,O crëatura del mistero? Il mondoForse nol saprà mai. Nume, o demonio,Ti chiameranno incerti; – e il tuo concettoForse l'inferno racchiudeva, e il cielo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Il fioreDella vita per te crebbe solingoE nero, ed aura nol nodria feconda,E amor non lo guardò.Nell'oraDei mesti sensi, – quando cade il Sole,E sopra la natura si diffondeAddolorato come il guardo estremoD'un amico, che muor, – piangesti mai?Il vïator, che tenta le tempesteDell'antico Oceáno, andrà tremanteAll'Isola romita, ove il tuo GenioImpotente si giacque, o sventurato.E la mente commossa andrà cercandoPer l'ombre della morte il tuo fantasma,Che scongiurato apparirà. FunestaLuce balenerà sulle tremendeSorti dell'uomo, e gemerà . . . .E se mai le ridenti illusïoniTi rinfrescavan di fiori la fronte,Il dolor li appassiva;E la tua fronte, pallida, atterrita,Trono severo d'un pensier di morte,Cadeva a terra.L'Aquila gloriosa,Del cenno tuo terribile ministra,Che tra gli artigli un dì portava il mondo,Or s'è conversa in avvoltoio, e nidoFa nel tuo cuore.Lungo le deserteRive dell'Oceáno il mio pensiereScorge l'anima tua, che insegue l'ombraD'una potenza, che passò. DelirioSupremo d'una mente imperatriceÈ il tuo delirio. A che nel dì fataleNon ti ascondesti nel sepolcro?Nei silenzi della notte, quandoLa vision dello spirito è più chiara,Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambeLe man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?O minacciosi vedesti agitarsiI milioni delle anime sprecateNelle tue cento inutili vittorie?Fulminato è il Titano; una ruinaVasta cuopre un impero, e l'atterritoSguardo delle nazioni al ciel dimandaE alla terra dov'è la man, che tantaForza prostrò. – Non fu mano creata:Dio ti percosse . . . . .Quanta passione ti salì nel cuoreIl dì che la Fortuna ti gridava:– Non sei più re, Napoleon? – quel gridoTi corse tutta l'anima eccitandoLe note più solenni del dolore.E fu dolor, che un'anima infinitaAppena conteneva, – e a tanto pesoNon so come reggesti; – e la FolliaForse dell'ala ti strisciò la mente,Ma tu nascesti forte, e la superbaTesta portò il dolor come portavaUn giorno la corona.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Il Guerriero morì, nè il capo stancoMorendo abbandonò sopra gli allori,Nè il sospiro mischiò dell'agoniaCol sospiro dei forti. Entro al silenzioDella natura si disperse il Grande.E solingo spirava ai giorni antichiCatone,allor che un fato iniquoE una virtù, che il mondo oggi sconosce,Di terra in terra travolgean ramingoL'ultimo dei Romani.Sulle arene di Libia inospitaliVenne traendo l'anima indomata;E poichè fremer si sentì da tergoDi Cesare il delitto e la fortuna,Chiamò la morte, e intemerato un ferroSi ascose nelle viscere.Libertà d'un santoAmplesso a lui cinse lo spirto, e insiemeNei cieli si confusero.E la SventuraParte scontò del tuo delitto, o forte,E velò d'una lacrima il soverchioRaggio della tua gloria: – e forse un giornoPellegrini verremo alla tua tomba,Dove or siede custode la vendettaDei regi che tremarono, e un sospiroAlle deserte ceneri contende.E la Sventura eterna ha sulla terraUna religïone, – e nel sepolcroL'uomo non va, se prima non l'adora.E la Dea più tremendo sacrificioA te chiese, che agli altri; – il pianto chieseE il servaggio dei popoli, – e tu destiLa servitù col pianto; – ed eri alloraSacerdote e non vittima, e calcastiLa crëatura come pavimento;E confitta per sempre la fortunaCredesti aver sotto le piante, – e forteEri fra tutti i forti, e la tua spadaSimile al raggio del Pianeta eternoGirò sull'universo. Ancor la terraLo scalpito rammenta del cavalloChe ti portava alle vittorie, – e vintiFur tutti, – anche la patria.Più non avesti frenoDacchè vedesti i popoli agitatiGiuoco della tua destra; – e un riso amaroDei mortali ti prese, – e il firmamentoForse afferravi col pensier profondo,Pensier, dove fremea l'onnipotenza.A mezzo il corsoCadesti; e quando il tuo pensiero aneloSi affacciava al futuro, era un'immensaDi tenebre pianura l'avvenire.Un'eternaReligïone adunque ha la SventuraDai mortali adorata, – e un sacrificioPiù che agli altri tremendo a te chiedea,E ti rapì la folgore di manoOnde al suo truce simulacro un mondoImmolavi, e la forza ti fugavaDal braccio onde squassasti un dì la vitaDelle nazioni. Uomo tornasti, e tuttaSentisti l'umiltà di nostre sorti.
E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato
Il silenzio non giace, onde l'umana
Plebe è coperta;
E la storia del tuo nome solenne
Coi secoli si muove.
Eri di donna
Nato, e spirto caduco in te si chiuse
Come nel volgo dei mortali, o l'alta
Armonia delle sfere alla tua creta
Trasfuse alito eterno?
Sento, che il mondo ancor geme dell'orma
Delle tue piante; – ahi! dunque in sulla terra
Non ti guidò l'amore . . . . . .
Chi misurarti
Col pensiere vorrà, se il tuo fantasma
Ratto venne, e disparve, alle atterrite
Genti mostrando
Mille faccie di tenebre e di luce?
Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,
Mi coglie la vertigine. Chi sei,
O crëatura del mistero? Il mondo
Forse nol saprà mai. Nume, o demonio,
Ti chiameranno incerti; – e il tuo concetto
Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il fiore
Della vita per te crebbe solingo
E nero, ed aura nol nodria feconda,
E amor non lo guardò.
Nell'ora
Dei mesti sensi, – quando cade il Sole,
E sopra la natura si diffonde
Addolorato come il guardo estremo
D'un amico, che muor, – piangesti mai?
Il vïator, che tenta le tempeste
Dell'antico Oceáno, andrà tremante
All'Isola romita, ove il tuo Genio
Impotente si giacque, o sventurato.
E la mente commossa andrà cercando
Per l'ombre della morte il tuo fantasma,
Che scongiurato apparirà. Funesta
Luce balenerà sulle tremende
Sorti dell'uomo, e gemerà . . . .
E se mai le ridenti illusïoni
Ti rinfrescavan di fiori la fronte,
Il dolor li appassiva;
E la tua fronte, pallida, atterrita,
Trono severo d'un pensier di morte,
Cadeva a terra.
L'Aquila gloriosa,
Del cenno tuo terribile ministra,
Che tra gli artigli un dì portava il mondo,
Or s'è conversa in avvoltoio, e nido
Fa nel tuo cuore.
Lungo le deserte
Rive dell'Oceáno il mio pensiere
Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra
D'una potenza, che passò. Delirio
Supremo d'una mente imperatrice
È il tuo delirio. A che nel dì fatale
Non ti ascondesti nel sepolcro?
Nei silenzi della notte, quando
La vision dello spirito è più chiara,
Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe
Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?
O minacciosi vedesti agitarsi
I milioni delle anime sprecate
Nelle tue cento inutili vittorie?
Fulminato è il Titano; una ruina
Vasta cuopre un impero, e l'atterrito
Sguardo delle nazioni al ciel dimanda
E alla terra dov'è la man, che tanta
Forza prostrò. – Non fu mano creata:
Dio ti percosse . . . . .
Quanta passione ti salì nel cuore
Il dì che la Fortuna ti gridava:
– Non sei più re, Napoleon? – quel grido
Ti corse tutta l'anima eccitando
Le note più solenni del dolore.
E fu dolor, che un'anima infinita
Appena conteneva, – e a tanto peso
Non so come reggesti; – e la Follia
Forse dell'ala ti strisciò la mente,
Ma tu nascesti forte, e la superba
Testa portò il dolor come portava
Un giorno la corona.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il Guerriero morì, nè il capo stanco
Morendo abbandonò sopra gli allori,
Nè il sospiro mischiò dell'agonia
Col sospiro dei forti. Entro al silenzio
Della natura si disperse il Grande.
E solingo spirava ai giorni antichi
Catone,
allor che un fato iniquo
E una virtù, che il mondo oggi sconosce,
Di terra in terra travolgean ramingo
L'ultimo dei Romani.
Sulle arene di Libia inospitali
Venne traendo l'anima indomata;
E poichè fremer si sentì da tergo
Di Cesare il delitto e la fortuna,
Chiamò la morte, e intemerato un ferro
Si ascose nelle viscere.
Libertà d'un santo
Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme
Nei cieli si confusero.
E la Sventura
Parte scontò del tuo delitto, o forte,
E velò d'una lacrima il soverchio
Raggio della tua gloria: – e forse un giorno
Pellegrini verremo alla tua tomba,
Dove or siede custode la vendetta
Dei regi che tremarono, e un sospiro
Alle deserte ceneri contende.
E la Sventura eterna ha sulla terra
Una religïone, – e nel sepolcro
L'uomo non va, se prima non l'adora.
E la Dea più tremendo sacrificio
A te chiese, che agli altri; – il pianto chiese
E il servaggio dei popoli, – e tu desti
La servitù col pianto; – ed eri allora
Sacerdote e non vittima, e calcasti
La crëatura come pavimento;
E confitta per sempre la fortuna
Credesti aver sotto le piante, – e forte
Eri fra tutti i forti, e la tua spada
Simile al raggio del Pianeta eterno
Girò sull'universo. Ancor la terra
Lo scalpito rammenta del cavallo
Che ti portava alle vittorie, – e vinti
Fur tutti, – anche la patria.
Più non avesti freno
Dacchè vedesti i popoli agitati
Giuoco della tua destra; – e un riso amaro
Dei mortali ti prese, – e il firmamento
Forse afferravi col pensier profondo,
Pensier, dove fremea l'onnipotenza.
A mezzo il corso
Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo
Si affacciava al futuro, era un'immensa
Di tenebre pianura l'avvenire.
Un'eterna
Religïone adunque ha la Sventura
Dai mortali adorata, – e un sacrificio
Più che agli altri tremendo a te chiedea,
E ti rapì la folgore di mano
Onde al suo truce simulacro un mondo
Immolavi, e la forza ti fugava
Dal braccio onde squassasti un dì la vita
Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta
Sentisti l'umiltà di nostre sorti.