Chapter 17

NAPOLEONEFRAMMENTI[22]— 18...? —

E tu cadesti, o re; ma sul tuo fatoIl silenzio non giace, onde l'umanaPlebe è coperta;E la storia del tuo nome solenneCoi secoli si muove.Eri di donnaNato, e spirto caduco in te si chiuseCome nel volgo dei mortali, o l'altaArmonia delle sfere alla tua cretaTrasfuse alito eterno?Sento, che il mondo ancor geme dell'ormaDelle tue piante; – ahi! dunque in sulla terraNon ti guidò l'amore . . . . . .Chi misurartiCol pensiere vorrà, se il tuo fantasmaRatto venne, e disparve, alle atterriteGenti mostrandoMille faccie di tenebre e di luce?Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,Mi coglie la vertigine. Chi sei,O crëatura del mistero? Il mondoForse nol saprà mai. Nume, o demonio,Ti chiameranno incerti; – e il tuo concettoForse l'inferno racchiudeva, e il cielo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Il fioreDella vita per te crebbe solingoE nero, ed aura nol nodria feconda,E amor non lo guardò.Nell'oraDei mesti sensi, – quando cade il Sole,E sopra la natura si diffondeAddolorato come il guardo estremoD'un amico, che muor, – piangesti mai?Il vïator, che tenta le tempesteDell'antico Oceáno, andrà tremanteAll'Isola romita, ove il tuo GenioImpotente si giacque, o sventurato.E la mente commossa andrà cercandoPer l'ombre della morte il tuo fantasma,Che scongiurato apparirà. FunestaLuce balenerà sulle tremendeSorti dell'uomo, e gemerà . . . .E se mai le ridenti illusïoniTi rinfrescavan di fiori la fronte,Il dolor li appassiva;E la tua fronte, pallida, atterrita,Trono severo d'un pensier di morte,Cadeva a terra.L'Aquila gloriosa,Del cenno tuo terribile ministra,Che tra gli artigli un dì portava il mondo,Or s'è conversa in avvoltoio, e nidoFa nel tuo cuore.Lungo le deserteRive dell'Oceáno il mio pensiereScorge l'anima tua, che insegue l'ombraD'una potenza, che passò. DelirioSupremo d'una mente imperatriceÈ il tuo delirio. A che nel dì fataleNon ti ascondesti nel sepolcro?Nei silenzi della notte, quandoLa vision dello spirito è più chiara,Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambeLe man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?O minacciosi vedesti agitarsiI milioni delle anime sprecateNelle tue cento inutili vittorie?Fulminato è il Titano; una ruinaVasta cuopre un impero, e l'atterritoSguardo delle nazioni al ciel dimandaE alla terra dov'è la man, che tantaForza prostrò. – Non fu mano creata:Dio ti percosse . . . . .Quanta passione ti salì nel cuoreIl dì che la Fortuna ti gridava:– Non sei più re, Napoleon? – quel gridoTi corse tutta l'anima eccitandoLe note più solenni del dolore.E fu dolor, che un'anima infinitaAppena conteneva, – e a tanto pesoNon so come reggesti; – e la FolliaForse dell'ala ti strisciò la mente,Ma tu nascesti forte, e la superbaTesta portò il dolor come portavaUn giorno la corona.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Il Guerriero morì, nè il capo stancoMorendo abbandonò sopra gli allori,Nè il sospiro mischiò dell'agoniaCol sospiro dei forti. Entro al silenzioDella natura si disperse il Grande.E solingo spirava ai giorni antichiCatone,allor che un fato iniquoE una virtù, che il mondo oggi sconosce,Di terra in terra travolgean ramingoL'ultimo dei Romani.Sulle arene di Libia inospitaliVenne traendo l'anima indomata;E poichè fremer si sentì da tergoDi Cesare il delitto e la fortuna,Chiamò la morte, e intemerato un ferroSi ascose nelle viscere.Libertà d'un santoAmplesso a lui cinse lo spirto, e insiemeNei cieli si confusero.E la SventuraParte scontò del tuo delitto, o forte,E velò d'una lacrima il soverchioRaggio della tua gloria: – e forse un giornoPellegrini verremo alla tua tomba,Dove or siede custode la vendettaDei regi che tremarono, e un sospiroAlle deserte ceneri contende.E la Sventura eterna ha sulla terraUna religïone, – e nel sepolcroL'uomo non va, se prima non l'adora.E la Dea più tremendo sacrificioA te chiese, che agli altri; – il pianto chieseE il servaggio dei popoli, – e tu destiLa servitù col pianto; – ed eri alloraSacerdote e non vittima, e calcastiLa crëatura come pavimento;E confitta per sempre la fortunaCredesti aver sotto le piante, – e forteEri fra tutti i forti, e la tua spadaSimile al raggio del Pianeta eternoGirò sull'universo. Ancor la terraLo scalpito rammenta del cavalloChe ti portava alle vittorie, – e vintiFur tutti, – anche la patria.Più non avesti frenoDacchè vedesti i popoli agitatiGiuoco della tua destra; – e un riso amaroDei mortali ti prese, – e il firmamentoForse afferravi col pensier profondo,Pensier, dove fremea l'onnipotenza.A mezzo il corsoCadesti; e quando il tuo pensiero aneloSi affacciava al futuro, era un'immensaDi tenebre pianura l'avvenire.Un'eternaReligïone adunque ha la SventuraDai mortali adorata, – e un sacrificioPiù che agli altri tremendo a te chiedea,E ti rapì la folgore di manoOnde al suo truce simulacro un mondoImmolavi, e la forza ti fugavaDal braccio onde squassasti un dì la vitaDelle nazioni. Uomo tornasti, e tuttaSentisti l'umiltà di nostre sorti.

E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato

Il silenzio non giace, onde l'umana

Plebe è coperta;

E la storia del tuo nome solenne

Coi secoli si muove.

Eri di donna

Nato, e spirto caduco in te si chiuse

Come nel volgo dei mortali, o l'alta

Armonia delle sfere alla tua creta

Trasfuse alito eterno?

Sento, che il mondo ancor geme dell'orma

Delle tue piante; – ahi! dunque in sulla terra

Non ti guidò l'amore . . . . . .

Chi misurarti

Col pensiere vorrà, se il tuo fantasma

Ratto venne, e disparve, alle atterrite

Genti mostrando

Mille faccie di tenebre e di luce?

Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,

Mi coglie la vertigine. Chi sei,

O crëatura del mistero? Il mondo

Forse nol saprà mai. Nume, o demonio,

Ti chiameranno incerti; – e il tuo concetto

Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il fiore

Della vita per te crebbe solingo

E nero, ed aura nol nodria feconda,

E amor non lo guardò.

Nell'ora

Dei mesti sensi, – quando cade il Sole,

E sopra la natura si diffonde

Addolorato come il guardo estremo

D'un amico, che muor, – piangesti mai?

Il vïator, che tenta le tempeste

Dell'antico Oceáno, andrà tremante

All'Isola romita, ove il tuo Genio

Impotente si giacque, o sventurato.

E la mente commossa andrà cercando

Per l'ombre della morte il tuo fantasma,

Che scongiurato apparirà. Funesta

Luce balenerà sulle tremende

Sorti dell'uomo, e gemerà . . . .

E se mai le ridenti illusïoni

Ti rinfrescavan di fiori la fronte,

Il dolor li appassiva;

E la tua fronte, pallida, atterrita,

Trono severo d'un pensier di morte,

Cadeva a terra.

L'Aquila gloriosa,

Del cenno tuo terribile ministra,

Che tra gli artigli un dì portava il mondo,

Or s'è conversa in avvoltoio, e nido

Fa nel tuo cuore.

Lungo le deserte

Rive dell'Oceáno il mio pensiere

Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra

D'una potenza, che passò. Delirio

Supremo d'una mente imperatrice

È il tuo delirio. A che nel dì fatale

Non ti ascondesti nel sepolcro?

Nei silenzi della notte, quando

La vision dello spirito è più chiara,

Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe

Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?

O minacciosi vedesti agitarsi

I milioni delle anime sprecate

Nelle tue cento inutili vittorie?

Fulminato è il Titano; una ruina

Vasta cuopre un impero, e l'atterrito

Sguardo delle nazioni al ciel dimanda

E alla terra dov'è la man, che tanta

Forza prostrò. – Non fu mano creata:

Dio ti percosse . . . . .

Quanta passione ti salì nel cuore

Il dì che la Fortuna ti gridava:

– Non sei più re, Napoleon? – quel grido

Ti corse tutta l'anima eccitando

Le note più solenni del dolore.

E fu dolor, che un'anima infinita

Appena conteneva, – e a tanto peso

Non so come reggesti; – e la Follia

Forse dell'ala ti strisciò la mente,

Ma tu nascesti forte, e la superba

Testa portò il dolor come portava

Un giorno la corona.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il Guerriero morì, nè il capo stanco

Morendo abbandonò sopra gli allori,

Nè il sospiro mischiò dell'agonia

Col sospiro dei forti. Entro al silenzio

Della natura si disperse il Grande.

E solingo spirava ai giorni antichi

Catone,

allor che un fato iniquo

E una virtù, che il mondo oggi sconosce,

Di terra in terra travolgean ramingo

L'ultimo dei Romani.

Sulle arene di Libia inospitali

Venne traendo l'anima indomata;

E poichè fremer si sentì da tergo

Di Cesare il delitto e la fortuna,

Chiamò la morte, e intemerato un ferro

Si ascose nelle viscere.

Libertà d'un santo

Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme

Nei cieli si confusero.

E la Sventura

Parte scontò del tuo delitto, o forte,

E velò d'una lacrima il soverchio

Raggio della tua gloria: – e forse un giorno

Pellegrini verremo alla tua tomba,

Dove or siede custode la vendetta

Dei regi che tremarono, e un sospiro

Alle deserte ceneri contende.

E la Sventura eterna ha sulla terra

Una religïone, – e nel sepolcro

L'uomo non va, se prima non l'adora.

E la Dea più tremendo sacrificio

A te chiese, che agli altri; – il pianto chiese

E il servaggio dei popoli, – e tu desti

La servitù col pianto; – ed eri allora

Sacerdote e non vittima, e calcasti

La crëatura come pavimento;

E confitta per sempre la fortuna

Credesti aver sotto le piante, – e forte

Eri fra tutti i forti, e la tua spada

Simile al raggio del Pianeta eterno

Girò sull'universo. Ancor la terra

Lo scalpito rammenta del cavallo

Che ti portava alle vittorie, – e vinti

Fur tutti, – anche la patria.

Più non avesti freno

Dacchè vedesti i popoli agitati

Giuoco della tua destra; – e un riso amaro

Dei mortali ti prese, – e il firmamento

Forse afferravi col pensier profondo,

Pensier, dove fremea l'onnipotenza.

A mezzo il corso

Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo

Si affacciava al futuro, era un'immensa

Di tenebre pianura l'avvenire.

Un'eterna

Religïone adunque ha la Sventura

Dai mortali adorata, – e un sacrificio

Più che agli altri tremendo a te chiedea,

E ti rapì la folgore di mano

Onde al suo truce simulacro un mondo

Immolavi, e la forza ti fugava

Dal braccio onde squassasti un dì la vita

Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta

Sentisti l'umiltà di nostre sorti.


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