NOTE:

NOTE:1.Egli era nato in Livorno, il 1.º di Decembre 1806.2.«Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese Manso, a richiesta della Madre di questo Signore».Questa Nota è apposta in margine nel MS. dell'Autore, ed è d'altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in mano che erano scritti. — VediSerassi,Vita di Torquato Tasso; vol. II, pag. 226, – Berg. 1790.3.Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia sì vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l'abbondanza, la vivacità dello stile, ond'ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.A MESSER AGNOLOCARCERATO CONTENTO.Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;Segno chiaro d'amore, o almen di stima.Che fareste altramente in questo chiostro,Se non scriveste? E a me non manca nulla;Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.E poi la Musa mia è una fanciullaDi garbo, e non ha odio a chicchessia,Ma tratto tratto salta e si trastulla;E canta una canzone in melodiaFestosa, e alfin si cheta, come un ventoLieve, che agita un fiore, e poi va via.Ma torniamo di botto all'argomento,Non divaghiamo, – che se no, si sfumaIl mio vapore, e il fuoco si fa spento.Che debbo dir di voi? chi il sa? la piumaDell'ingegno è già cionca . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma non levate a Dio vostre querele,Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;Pei vostri falli questo è un pan di miele.Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vedeAnche nel buio, ed oltre la parete.A vedervi in prigion non ci si crede,Avete l'aria dell'Angelus Domini,Siete il ritratto della buona fede.Nondimeno alle volte son quegli uominiAppunto come voi, che fanno un setteApparir per un cinque; – e se predominiIn cotestoro il vizio, o se le retteArti della virtude, ella è una cosa,Che di subito in chiaro non si mette.Se devo dir per me, siete una rosaCandida, e ve lo dico con tal cuoreChe il mio parlar non ha mestier di chiosa.Voi siete un pan di zucchero, un amoreSenz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;Voi siete un Santo . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .— Che serve esser Santo, e le favilleMandar celesti dall'accesa faccia,S'Ei non sa scivolar come le anguilleDai Birri? — E voi pur deste in quella caccia,Agnolo mio! e via San GiovanninoChe disse il dì che più l'amata tracciaDel vostro piè non vide? — O mio vicino,– Disse la strada, – sei forse in un forno?Dove ti celi? sei forse in un tino?Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;Vedi il villan coi polli, e col canestro.Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.Ratto corri allo studio, ed il maestroTuo bel labro di nuovo oda la gente;Scrivi col pugno sinistro e col destro.Accarezza la gola del cliente;Dàgli una presa di tabacco, e poiAccompagnalo all'uscio umanamente. —Sì disse: ma poichè seppe che voiEravate in prigion, non si sa come,Mandò per tutta Pisa unoi oi.Trecento volte vi chiamò per nomeQuella povera strada, e senza modoSi graffiò il viso e si stracciò le chiome.Non lo dico da burla, ma sul sodo,Un tegolo perfino si commosseE venne giù a sapere il quando e il modo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma voi ci state come stare a lettoIn prigione, ed è cosa, a dire il vero,Che mi ha messo nel capo del sospetto.Svelatevi, parlatemi sincero;Io vi credo un buon uomo, ed io vi credoUn uomo bianco ancor che siate nero;Ma quando sì rassegnato vi vedo,E intendo il vostro placido discorso,Voi mi fareste rinnegare ilCredo.E dico: – egli è una prova del rimorsoQuello star quatto quatto, e se di colpaNon fosse reo, darebbe un qualche morsoAlmeno al ciel, che gl'innocenti spolpaCosì del poco ben che regna in terra,E non ne dà ragion, nè si discolpa. –Agnol, sentite: io vi farò la guerra,Se non mutate stil, se non cessateDi viver come un morto sotto terra.Voglio sentirvi taroccar, le ingrateStelle accusar voglio sentirvi, e un suonoVo' sentir misto d'urli, e di pedateContro la porta; e tanto sia il frastuonoE il nabissare e il baccano, che ognunoPiù non vi adori come un Santo buono.Ira e dolor manifestate, e il brunoMettete al fiasco, ma non lo rompete,Che non vi è dato regger quel digiuno.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,Andate sulle furie, io ve ne prego,E la mia prece non abbiate a vile.Se non v'imbiestalite, io me la legoAl dito, ed ho memoria sì vivace,Che sull'offese non dà mai di frego.Se al mio comando siete contumace,Vi farò guerra sino al finimondo,E non varrà che dimandiate pace.Star contento in prigione, e far giocondoViso ai rabuffi di sì rea fortuna?Io nol so concepire, e mi confondo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .E quanto al ber, ci vuol discrezïone;Farlo in presenza a tanta ribaldagliaÈ un affogare la riputazione.È ver che avete di sì buona magliaFatto il cervello, che puote una broccaDi vin, come potrebbe un fil di paglia;Ma bussar tratto tratto alla bicoccaDi Rebecca, e ordinarle un boccaletto,E farvelo di più mescere in bocca,È una tal cosa che a un uom provettoSconviene, e giudicare a voi la lascio;Una mano mettetevi sul petto.Voi mi risponderete, ch'io vi accascioSotto questo Capitolo, e che in fineSmetter dovrei, dovrei legare il fascio.Datemi la ragione, e le terzineCesseranno, e se no, tenete in cuoreChe ancor v'inseguirò colle quartine.Per or finisco; e in segno del mio amoreVoglio, che vostre laudi non sien mute:Avvocato, Poeta, e Bevitore,Trinità formidabile, salute!A MESSER AGNOLOBEVITORENON PLUS ULTRAE soprattutto nel buon vino ha fede,E crede che sia salvo chi ci crede.Morgante maggiore.Agnol, voi siete vivo, e mi rallegraSì la notizia, che già sorge in altoL'anima, che giacca chinata ed egra.Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,E l'ho cantato in chiave di contralto.Se voi vedeste come in viso i' brilloAl sentirvi sì gaio e impertinente,E vispo più che a primavera un grillo;Voi mi dareste un bacio di repente,E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,Dio ti salvi con ogni tuo parente. –Pace per questo non darovvi, e il farloNon è nel poter mio, sono un tormentoPer voi, sono il demonio, il vostro tarlo.Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;Sono per consumarvi un fuoco lento.Nè lascerò di batter la mazzuola,Finchè non oda dimandar perdonoDai vostri labri color di viola.Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,E sentirete se il mio verso pela;Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.Strugger vi voglio, come una candela;Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.Ma che fareste senza Musa in petto?Sperate forse, che vi voli attornoCome una mosca, o come un altro insetto?Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno,Un cicisbeo galante, un mugherino,Un cavaliere fatto proprio al torno;Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tinoLa Musa non ci vien, – non è decoro;L'avete presa per un moscherino?Chiunque ne conviene, – è cosa d'oroIl bere, è cosa buona, è cosa degna,E le taverne meritan l'alloro,E lo portan di fatti per insegna:Ma un limite ci vuole; e quando il fuocoÈ bene acceso, bastano le legna;E non far come voi, che con un rocoAccento ognor gridate: – mesci, mesci; –E quand'anche trabocca, dite: – è poco.Ma che volete il vino giù a rovesci?Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,Che ci stareste come in mare i pesci?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi per il vino anderete dannato,Non c'è rimedio; – voi fareste tuttoCol vino, ci fareste anche il bucato.In una chiesa un dì parata a luttoEntraste a sentir Messa, e dalla fèSembravate compunto, anzi distrutto,Ma quando il Prete ritto su due pièAlzò il calice in aria voi gridaste:– Don Girolamo, lasci bere a me, –Agnolo mio gentil, voi m'ingannasteUna volta nel dir, che tre sireneVi regnavano in cuor leggiadre e caste;Eran tre damigiane piene piene. –. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnol, voi siete il vino in corpo umano,E voi sarete il vino sotto terra,E chi il negasse negherebbe invano.Voi mi diceste un dì: – se vien la guerraVo' portare una pevera per casco,E far con una botte il serra serra. –Diceste ancora: – s'io morto non casco,Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,Che mi farò una casa come un fiasco. –Voi siete per il vino una bufera,Una tromba marina, e un vostro ditoAlza un barile come altri una pera.Bevete in ogni lingua e in ogni rito,In istil di tragedia, e in stil di farsa;Or bevete arrabiato, ora contrito.A definirvi la parola è scarsa,Voi siete tutto sopra questa scena;Non pensate, non siete una comparsa.Bevete all'aria torba e alla serena,E il vostro bere è tutta una bevutaDa colezione fino a dopo cena.Voi bevereste infino la cicutaMescolata col vino, e il vetrioloTinto in rosso berreste all'insaputa.Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,Perchè è parente del vino; e, se mattoDiventate, credendovi un orciuoloAmmattirete; e, questo è un detto e un fatto:Non v'ho sentito io spesso in voce chiocciaD'un'estasi esclamare nello scatto:– Com'è vaga la forma della boccia!E se piovesse invece d'acqua vino,Bramerei convertirmi in una doccia. –Agnol terrestre, e Poeta divino,E Avvocato Pisano in un'essenza,Voi siete un bevitore uno e trino.Siete del ber la pratica e la scienza,Un'osteria colle mani e co' piedi,In genere di fiasco una potenza.O sommo Giove, è ben che ci provvedi,Non tinger più le nuvole di rosso;Se no, cose vedrai che tu non credi.Quest'Agnolo terren vedrai, che, scossoIl suo carco mortal, si leva a volo,E le nuvole rosse a più non possoT'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;E se mai tu facessi il mar rossiccio,In un attimo sol ti beve un molo.Non ti venisse mai, Giove, il capriccioDi scender giù di porpora coperto;Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.Giove, non ci venir, sii bene esperto,Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,Nè mette distinzion fra merto e merto.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,Quando son vosco l'animo mi gode.....Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?Agnolo, non lo fate, il vetro rode;S'intende bere! ma bere anche il vetro!Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;Un uomo tal, che puote in questo metroInsegnare a chiunque, un corridoreChe ancora il vento si lascia di retro. –Moderate un tal poco il vostro ardore,Ci son degli altri che pure hanno sete,Voi stabilite il regno del terrore.Lasciate un po' di vino se potete;Ci son degli altri: e se non siete sazio,Sorbite, quando vengon, le comete.Capisco ben che avete letto Orazio,Ma costui loda il vino, e non comandaChe se ne faccia poi cotanto strazio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi gli volete proprio troppo bene,Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.Del resto siete un uom come conviene,Un uomo che vorranno celebrareLe nove Muse in nove cantilene.E se in Duomo volesse battezzareLa vendemmia, dipoi che ha partorito,Chiamerebbe voi solo per compare,S'ella non vi sapesse tanto arditoDa bevervi la madre col figlioccio,Senza lasciargli dare un sol vagito.E a dirvi queste cose io non vi noccio,Nè vi calunnio, chè in questa materiaSiete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.Siete un poema epico, una seriaCosa davvero, voi siete un abissoSenza fondo, non siete una miseria.E per non esser più troppo prolissoVo' dirvi cosa che non è una ciancia;Sentite quel che nella mente ho fisso:Il dì che al mondo mostrerò la guanciaDi nuovo, in segno di una lieta cosa,Vi metterò un cannello nella pancia,E al popolo darò da bere a iosa.PANEGIRICODI MESSER AGNOLO.Agnol di nome, ebabaudi sembianza,Chi dice mal di voi non vi ha veduto,Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.Voi non siete un mortal, ma una fragranzaDel ciel, che Dio con sè non ha voluto;Un vaso d'elezione giù piovuto,Pieno di vino e di buona creanza.Chi dice mal di voi non ha giudizio,Io lo ripeto, o parla per invidiaDella vostra eccellenza; e questo è un vizio,Che vela l'intelletto, una perfidia:Voi non siete un mortal, ma un precipizioDi belle cose; e se vedeva FidiaQuel volto ove s'annidiaTanto raggio di cielo, incontanenteSi disperava, e non facea più niente.Voi siete un accidenteNell'ordin naturale, un uomo nuovo,Nato non come noi, ma dentro un uovo.Parole io non ritrovoPer dir di voi chè lo stupor m'imbriglia:Non siete voi l'ottava maraviglia,Un caos, un parapiglia?Voi non avete d'uopo d'un cartello,Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –Voi siete un filunguelloQuando cantate, e a lode ve lo reco,Se di paura fate morir l'eco.Convenitene meco,Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio,E disse: – questa è seta, e non capecchio. –La testa come un secchioVi fece, destinandola a capireUn capitale che non può fallire.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Io canterò, nè bramoMercè: conosco il merito, e l'adoro;Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.Vergini Muse, in coroCantate, come l'Agnol mio gentileNascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile.La Stella del BarileBalenò su quell'alma pur mo nataE l'ebbe de' suoi influssi battezzata.Canta, Musa garbata,Come apprese il Garzone ogni sapere,Si fe' dottore, e diventò bracciereCon sue dolci maniereDi Madama giustizia, che gli vuoleUn ben, che non si narra con parole.– E tu mi sembri un Sole, –A lui dice Madama; ed ei sospira,E gli occhi a guisa di lanterne gira.E la voglia mi tiraDi seguitare a dir; ma come fareA metter la mia barca in tanto mare?Io mi sento gelare;Nelle vostre virtù mai non si approda,Voi non avete nè capo, nè coda.La lingua invan si snodaA nuovo canto; immenso è l'argomento:Voi siete un astro, io sono un lume spento.4.La domenica 2 Decembre 1827, trovandosi egli in compagnia d'amici e di altri in un sobborgo della nostra città, ed insorta una rissa fra questi ed alcuni uomini della plebe, ei fu gravemente ferito senza sua colpa o provocazione. Dopo lunga e penosa cura, uscì di pericolo; se non che forse quel fatto diede occasione allo sviluppo del male, che fin d'allora cominciò a minare segretamente la sua esistenza.5.Vedi in fine di questa Prima Parte le Lettere al Padre. Si rileva da quelle, come disgraziatamente avessero séguito questi primi sintomi d'una malattia, la quale travagliò poi per sedici mesi continui la povera donna. Violante Milanesi, Madre del Bini, morì il 2 di Gennaio del 1835.6.Dall'Indicatore Livornese, N.º 4.7.Dall'Indicatore Livornese, N.º 30.8.«Nome di varie accademie passate e presenti in Italia.» (Dall'Indic. Livor.)9.Non si è rinvenuto intero l'autografo dell'articolo, e fu d'uopo attenersi alla lezione scorrettissima del Giornale in cui fu già pubblicato. Togliendo qua e là gli errori che non ammettevano dubbio, abbiamo lasciato qual è questo periodo, interponendovi però il segno di una lacuna, dove ci sembra evidentissima.10.«La Italia in antico fu chiamata Esperia da Espero, stella di Venere.» (Dall'Indic. Livor.)11.Dall'Indicatore Livornese, N.º 11.12.V. le Traduzioni nella Seconda Parte.13.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.14.Il Prigioniero di Chillon. –V. la Seconda Parte di questo volume.15.Dall'Indicatore Livornese, N.º 41.16.Il Cav. Carlo Michon. — Egli fu veramente buono e liberal cittadino, ed uno dei rarissimi che fanno il bene per amore sincero del bene.17.Sappiamo che quest'Accademia riformò poi i suoi statuti nel 1837.18.Ciò che più merita di essere qui ricordato si è, che l'Accademia Labronica nel Giugno del 1840 propose di render pubblica la sua Libreria, invocando il concorso dei cittadini per provvedere all'incremento della medesima, e sostenere le spese indispensabili all'uopo. I cittadini risposero all'invito con offerte di Libri, e obbligandosi a pagare una modica somma per cinque anni. Giova sperare che non verrà meno negli anni successivi il buono spirito, che già li mosse a secondare la bell'opera. La Libreria conta adesso oltre 10,000 volumi, ed è aperta al pubblico quattro giorni della settimana. È debito di giustizia il rammentare come promotore operoso della onorevole impresa l'Avv. Giuliano Ricci, allora Socio e Presidente dell'Accademia.19.Dall'Indicatore Livornese, N.º 35.Quest'articolo, ommessi pochi periodi in principio ed in fine, fu ristampato, per distribuirne le copie al Popolo di Salviano il 22 di Gennaio di quest'anno, giorno dei Funerali nella Chiesa di quella Pieve, e della tumulazione nel contiguo Cimitero delle spoglie diCarlo Biniesumate a Carrara. Poche e semplici parole, che qui riportiamo, precedevano il Racconto, che in quella circostanza, e in quel luogo, ne parve più opportuno d'ogni funebre elogio. – Il libricciuolo fu poi riprodotto pei tipi di Ersilio Vignozzi in Livorno, e a Firenze nella Rosa di Maggio, Anno III.†AL POPOLODELLA PIEVE DI S. MARTINOIN SALVIANO.Il Racconto che segue, e che ora si ristampa per Voi, fu scritto nel 1829, da un Giovane Livornese, dotato di un cuore e di un ingegno, che raramente s'incontrano ai nostri tempi. Fu scritto colla buona intenzione di onorare la Virtù e la Carità veramente Cristiana, della quale si videro in quell'anno bellissimi esempi fra Voi. E fra Voi forse nessuno ha letto mai questo Racconto. Il quale fu stampato in quel tempo in un Giornale intitolatoL'INDICATORE LIVORNESE, che era fatto principalmente pei Letterati, e che non ebbe lunga vita, quantunque ci avessero mano uomini, che fanno onore al nostro paese.Uno di quelli ora è morto. Ed è appunto quel Giovane di cui vi parlava; quel Giovane, che si tratteneva col cuore in festa a discorrere sui bellissimi fatti esposti nel suo Racconto, perchè Egli stesso era virtuoso e buono davvero. Egli non predicava per vanità la Virtù, ma la praticava con retti principii, e con sentimenti di benevolenza sincera e di Carità verso tutti. E in tutti l'amava e la riveriva, e più volentieri nella povera gente, che certuni disprezzano, e la quale Egli era solito di chiamare —ricca di bontà e di pazienza più che altri non crede.Carlo Bini, (questo era il suo nome), ora è morto. — Nella città di Carrara, dove era andato per affari di suo Padre, passò da questa a miglior vita il 12 dello scorso Novembre. E le sue ossa, trasportate per un pietoso sentimento d'amore a Livorno, riposeranno ora nella quiete delle vostre campagne, presso quelle dei vostri Parenti, presso la Chiesa ove inalzate al Signore le vostre preghiere.Rammentare le nobili azioni e gli uomini onorati e dabbene, per imitarli, è dovere di tutti. La lapida che sarà posta alla memoria diCarlo Binisia dunque riguardata da Voi come un ricordo d'amore e di Virtù, e onorata con sentimento di gratitudine affettuosa. Leggete questo libretto ai vostri figli, conservatelo religiosamente nelle vostre famiglie, e nelle preghiere pe' vostri Morti rammentatevi ancora di quell'anima buona.Livorno, 22 Gennaio 1843.20.Livorno, Tipografia Sardi, 1839. Seconda edizione, – nellaViola del Pensiero, Anno II.21.Livorno, Tipografia Sardi, 1842. Seconda edizione. – nellaRosa di Maggio, 1843.22.Questi frammenti, quali noi li presentiamo ai Lettori, furono dall'Autore offerti in dono a un Amico suo dilettissimo. Forse egli intendeva da prima ordinare nel contesto di un componimento i concetti e le immagini, che venne in essi notando; ma nol fece poi mai.23.Ignoriamo se questo poetico componimento sia originale o tradotto.24.L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non vorrà, lo crediamo, disapprovare tale ommissione.25.Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso diSilvestro Centofanti. –Firenze 1841.26.Dall'Indicatore Livornese, N.º 12.27.Questo Racconto nel libro di Sterne è accompagnato dalla seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede.«EssendoHafen Slawkenbergius–De Nasis– estremamente raro, non sarà discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io farò sopra questo, si è che il suo stile storico è più conciso di quello filosofico, – e sembrami che abbia più del Latino».SLAWKENBERGII FABELLA.Vespera quâdam frigidulâ, posteriori in parte mensis Augusti, peregrinus, mulo fusco colore incidens, manticâ a tergo, paucis indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta, Argentoratum ingressus est.Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et Argentoratum, transitu ad fines Sarmatiæ, mensis intervallo reversurum.Miles peregrini in faciem suspexit: — Dî boni, nova forma nasi!— At multum mihi profuit, – inquit peregrinus, carpum amento extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et magnâ cum urbanitate, pilei parte anteriore tactâ manu sinistrâ, ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit.— Dolet mihi, – ait miles, – tympanistam nanum et valgum alloquens, – virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari haud poterit nudâ acinaci: neque vaginam tote Argentorato habilem inveniet. — Nullam unquam habui, – respondit peregrinus respiciens, seque comiter inclinans; – hoc more gesto, – nudam acinacem elevans, mulo lente progrediente, – ut nasum tueri possim.— Non immerito, benigne peregrine, – respondit miles.— Nihili æstimo, – ait ille tympanista, – e pergamenâ factitius est.— Prout christianus sum, – iniquit miles, – nasus ille, ni sexties major sit, meo esset conformis.— Crepitare audivi, – ait tympanista.— Mehercule! sanguinem emisit, – respondit miles.— Miseret me, – iniquit tympanista, – qui non ambo tetigimus! —Eodem temporis puncto, quo hæc res argumentata fuit inter militem et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore suâ, qui tunc accesserunt, et peregrino prætereunte, restiterunt.— Quantus nasus! æque longus est, – ait tubicina, – ac tuba.— Et ex eodem metallo, – ait tubicen, – velut sternutamento audias.— Tantum abest, – respondit illa, – quod fistulam dulcedine vincit.— Æneus est, – ait tubicen.— Nequaquam, – respondit uxor.— Rursum affirmo, – ait tubicen, – quod æneus est. — Rem penitus explorabo; prius enim digito tangam, – ait uxor, – quam dormivero. —Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum controversiæ, non tantum inter militem et tympanistam, verum etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret.— Nequaquam, – ait ille, in muli collum fræna demittens, et manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) – nequaquam, – ait ille respiciens; – non necesse est ut res isthæc dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur, dum spiritus hos reget artus – Ad quid agendum? — ait uxor burgomagistri.Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e quâ negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam Argentorati latam quæ diversorium templo ex adversam ducit.Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri jussit: quâ apertâ, et coccineis sericis femoralibus extractis cum argenteo laciniato Περιζωμα, his sese induit, statimque, acinaci in manu, ad forum deambulavit.Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus exploraretur, atque ad diversorium regressus est; – exuit se vestibus, bracas coccineas sericas manticæ imposuit, mulumque educi jussit.— Francofurtum proficiscor, – ait ille, – et Argentoratum quatuor abhinc hebdomadis revertar.— Bene curasti hoc jumentum? – ait, muli faciem manu demulcens; – me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit.— Longa via est! – respondit hospes, – nisi plurirum esset negotii.— Enimvero, – ait peregrinus, – a Nasorum Promontorio redivi, et nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam sortitus est, acquisivi. —Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. — Per sanctos sanctasque omnes, – ait hospitis uxor, – nasis duodecim maximis in toto Argentorato major est! estne, – ait illa mariti in aurem insusurrans, – nonne est nasus prægrandis?— Dolus inest, anime mi, – ait hospes; – nasus est falsus.— Verus est, – respondit uxor.— Ex abiete factus est, – ait ille; – terebinthinum olet.— Carbunculus inest, – ait uxor.— Mortuus est nasus, – respondit hospes.— Vivus est, – ait illa, – et si ipsa vivam, tangam.— Votum feci sancto Nicolao, – ait peregrinus, – nasum meum intactum fore usque ad — Quodnam tempus? – illico respondit illa.— Minime tangetur, – inquit ille (manibus in pectus compositis), – usque ad illam horam – Quam horam? — ait illa. — Nullam, – respondit peregrinus, – donec pervenio ad — Quem locum, obsecro? – ait illa. — Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.28.Dall'Indicatore Livornese, N.º 13. Seconda Edizione di questo e del primo Articolo(Storia di Yorick), – nellaViola del Pensiero, Anno III.29.«Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura di Ginevra.Quest'uomo grande, – poichè gli dànno diritto a tal nome la forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti, e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina moltiplice, e lo spirito arguto, – questo uomo grande susciterà la maraviglia di chi può esser tuttora commosso da una virtù eroica, e spirerà sempre la più viva riconoscenza nel cuore dei Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno de' suoi più saldi sostegni, e per assicurare la libertà della nostra Repubblica non temè di perdere spesso la sua; nè curò il suo riposo, e dispregiò le sue ricchezze, nulla lasciando per convalidare la felicità di un paese, che volle onorare scegliendolo a patria; e da quell'ora l'amò come il più caldo de' suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuità del filosofo, e coll'ardore del patriotta.Nel cominciamento della sua storia dice,che dopo aver principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne la causa:– e questo genio di libertà certamente gli fece adottare a patria Ginevra.Bonnivard tuttavia giovane si dichiarò altamente difensore di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519 Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il risentimento; però volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni. Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poichè le sue sventure non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, però era un nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel 1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna fattisi padroni del paese di Vaud.Uscito di schiavitù ebbe il conforto di trovare Ginevra libera. La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella lo accolse cittadino, e gli diè la casa un tempo abitata dal vicario generale, e gli assegnò 200 scudi d'oro finchè dimorasse in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento.Bonnivard non cessò mai d'esser utile; e dopo aver faticato a render Ginevra libera, gli riuscì a renderla tollerante, conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro facevansi; e il conseguì con la sua dolcezza.Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascurò perchè le scienze avessero sede in questa città nascente. Nel 1551donava al pubblico la sua biblioteca, e quei libri formano parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma nol possimo accertare, dacchè nella Necrologia v'è una lacuna dal mese di Luglio 1570 fino al 1571».30.«Così narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo sì breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e a questa causa più che alla paura vuolsi attribuire siffatto cangiamento in quella regina».31.«Il castello di Chillon è situato fra Clarens, e Villanuova, la quale giace ad una estremità del lago di Ginevra. A mano manca del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret, e S. Gingo. Dietro al castello vi è un monte vicino, e sopra vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura, è stato scandagliato sino alla profondità di 800 piedi francesi. Dentro al castello vi è una fila di prigioni, dove chiudevansi i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perchè una ve n'è mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: – egli vi stette chiuso parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, allorchè Giulia salva dall'acqua uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla immersione la conduce a morte».32.«Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano da Chillon, vi è un'isola piccolissima, la sola che io potessi scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi, io credo non più di tre; e dall'esser così sola, e così piccola, produce un effetto singolare alla vista.Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota così minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e le sue virtù. Le poche notizie della sua vita mi furono date da un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica libertà».33.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.34.DallaViola del Pensiero, Anno I.35.DallaRosa di Maggio, 1843.36.DallaRosa di Maggio, 1843.37.DallaRosa di Maggio, 1843.38.DallaViola del Pensiero, Anno I.39.DallaViola del Pensiero, Anno I.Questo canto, di cui s'ignorò per qualche tempo l'origine, fu successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si accertò esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore degli anni, e delle speranze. — Sir Giovanni Moore soccombè nella battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna.40.DallaViola del Pensiero, Anno I.41.DallaViola del Pensiero, Anno I.42.Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile, sebbene qua e là in esse s'incontri identità quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d'intendere.Il Ferrario traduce: «E tu, cui l'incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta». — VediTeatro scelto diSchiller, trad. da P. Ferrario; vol. II, pag. 125, – Mil. 1819.43.Tra questi vogliono esser notati l'opera della quale vennero 5 volumi in foglio nel 36, edita da una commissione ordinata da Carlo Alberto re di Sardegna, ed ha per titolo: —Historiae patriae monumenta, — divisa inchartae,leges municipales, eScriptores; — iDocumenti, monete, sigilli, per la storia del Piemonte e della Savoia, del Cibrario, e del Promis; — leMemorie e Documenti per servire alla storia del Principato Lucchese, raccolta ricchissima cominciata nel 13 dal governo francese; — il séguito alCodice diplomatico Toscanodel Brunetti; — iDocumenti di Storia Italiana, ricavati dalla Biblioteca di Parigi da G. Molini, con note pregevolissime di Gino Capponi; — l'edizione del Rosini dei Dispacci del Guicciardini nella sua Legazione in Ispagna nel 1511, e delle Lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze; — leRelazioni degli Ambasciatori Veneti, con note dell'Albèri; — leStorie di Giovanni Cavalcanti, pubblicate dal Polidori, le quali illustrano i tempi di Cosimo dei Medici il vecchio; — ilCarteggio inedito d'Artisti dei Secoli XIV, XV, XVI, importante ancora per il lato politico, pubblicato dal Gaye; — la vita diDonato Acciaiuoli, d'Angelo Segni, edita dal Tonelli; — iRicordidella famiglia Rinuccini dal 1282 al 1306, messi in luce dall'Ajazzi con note ed escursioni storiche. La vita di Alessandro VII del Pallavicino, il celebre Storico del Concilio di Trento, finalmente sodisfacendo al lungo desiderio dei dotti è stata stampata; e iMunicipii Italianidel Morbio, benchè trattati con troppa furia, contengono molto del buono. Non sono da omettere leVitedi Federigo e Guidobaldo da Montefeltro, di Bernardino Baldi primo Abate di Guastalla, e leMemorie storiche del Pontificato di Clemente VII, di Patrizio de' Rossi. E finalmente l'Archivio Storico Italiano, che si stampa in Firenze, promette di riuscire un ricco fondo per gli Studi Storici, avendo a pro suo numerose biblioteche, e la cooperazione delle persone più capaci del paese.44.Qui m'è forza restringermi alle più rilevanti tra quelle opere, che risguardano città o provincie separatamente, come sarebbe la storia di Chieri, e la storia della Monarchia Savoiarda del Cibrario, la storia di Saluzzo e dei suoi Marchesi del Muletti, le memorie dei Conti di Desana del Gazzera, la storia dei Valdesi di Charvay, le storie di Genova del Serra e del Varese, il libro del Sauli sulla Colonia Genovese in Galata, e la storia di Sardegna del Manno. Tutte queste, e molte più ancora, vertono intorno agli Stati Sardi. È nota la storia di Milano del Rosmini; il Cantù scrisse la storia di Como, ed espose lo stato della Lombardia nel Secolo XVII; il Robolini la storia di Pavia, il Romegialli quella della Valtellina, e delle Contee di Bormio e Chiavenna, e il Cittadella è dietro a pubblicare la storia della signoria dei Da Carrara in Padova. Sono ancora da nominarsi gli Annali Veneziani, e la storia del Commercio Veneziano del Mulinelli, e la storia di Parma del Pezzana. Il Venturi fece la storia di Scandiano, e il Viani le memorie della famiglia Cybo colla storia delle monete di Massa. Già è fuori la seconda edizione della storia di Lucca del Mazzarosa, e delle sue dissertazioni sulla legislazione, e sulla costituzione ecclesiastica di questa Repubblica. L'Inghirami e il Carbone hanno cominciato storie della Toscana, il Vivoli gli Annali di Livorno, e il Bonaini attende all'antica storia e costituzione di Pisa. Lo Stato della Chiesa non ha prodotto gran cosa, — la serie dei Senatori Romani dell'Olivieri, la storia d'Ancona del Peruzzi, le memorie contemporanee del Cardinal Pacca. Al contrario Napoli e Sicilia sono ricchi, — e la storia di Napoli del Colletta sotto la dinastia dei Borboni sino al 1825 si raccomanda per la materia e per lo stile. Il Pagano scrisse la storia di Napoli sino al cessare degli Aragonesi, il De-Cesare la storia di Manfredi, e il Sosti cominciò la storia del chiostro di Monte Cassino, dove egli vive come membro dell'ordine, e bibliotecario. Pietro Lanza, principe di Scordia, scrisse sulla storia della Sicilia sotto i Normanni, e intorno ai tempi dal 1532 al 1789, correggendo in molti luoghi l'ultima opera del Botta. Il Fazzello, il Ferrara, il Palmèri, scrissero storie di Sicilia, e l'Amari sopra documenti sinora incogniti compose la storia di Carlo I di Angiò, dei Vespri Siciliani, e del regno degli Aragonesi sino al trattato di pace di Caltabellota 1302. E sono comparse notabili biografie: — la Vita e i fatti di Gian Jacopo Trivulzio del Rosmini, la Vita di Dante del Balbo, che per tanti lati si collega alla storia politica, quella di Caterina dei Medici dell'Albèri, quella di Malatesta Baglioni ultimo Capitano della Repubblica fiorentina del Vermiglioli, e la storia di Giovanni da Procida del Buscemi. La storia dei Navigatori e Viaggiatori Italiani è singolarmente illustrata dai lavori critici del Canovai e del Napione sopra il Vespucci e Colombo, dalle opere del Cardinal Zurla sopra Marco Polo, Alvise da Cadamosto, e altri Viaggiatori Veneziani, e dal libro del Baldelli sopra Marco Polo, e sopra la storia delle antiche relazioni commerciali tra l'Asia e l'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano fino al Califfato. Godono poi da lungo tempo di una fama ben meritata le Famiglie Storiche Italiane del Litta, e presentemente lavora intorno agli Orsini, e i Borromeo di Milano, i Pazzi e i Buondelmonte di Firenze, e i Buonaparte di S. Miniato.45.Livorno, dal Gabinetto Scientifico Letterario, – Tipografia Vannini; 1842.

1.Egli era nato in Livorno, il 1.º di Decembre 1806.

1.Egli era nato in Livorno, il 1.º di Decembre 1806.

2.«Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese Manso, a richiesta della Madre di questo Signore».Questa Nota è apposta in margine nel MS. dell'Autore, ed è d'altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in mano che erano scritti. — VediSerassi,Vita di Torquato Tasso; vol. II, pag. 226, – Berg. 1790.

2.«Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese Manso, a richiesta della Madre di questo Signore».

Questa Nota è apposta in margine nel MS. dell'Autore, ed è d'altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in mano che erano scritti. — VediSerassi,Vita di Torquato Tasso; vol. II, pag. 226, – Berg. 1790.

3.Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia sì vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l'abbondanza, la vivacità dello stile, ond'ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.A MESSER AGNOLOCARCERATO CONTENTO.Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;Segno chiaro d'amore, o almen di stima.Che fareste altramente in questo chiostro,Se non scriveste? E a me non manca nulla;Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.E poi la Musa mia è una fanciullaDi garbo, e non ha odio a chicchessia,Ma tratto tratto salta e si trastulla;E canta una canzone in melodiaFestosa, e alfin si cheta, come un ventoLieve, che agita un fiore, e poi va via.Ma torniamo di botto all'argomento,Non divaghiamo, – che se no, si sfumaIl mio vapore, e il fuoco si fa spento.Che debbo dir di voi? chi il sa? la piumaDell'ingegno è già cionca . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma non levate a Dio vostre querele,Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;Pei vostri falli questo è un pan di miele.Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vedeAnche nel buio, ed oltre la parete.A vedervi in prigion non ci si crede,Avete l'aria dell'Angelus Domini,Siete il ritratto della buona fede.Nondimeno alle volte son quegli uominiAppunto come voi, che fanno un setteApparir per un cinque; – e se predominiIn cotestoro il vizio, o se le retteArti della virtude, ella è una cosa,Che di subito in chiaro non si mette.Se devo dir per me, siete una rosaCandida, e ve lo dico con tal cuoreChe il mio parlar non ha mestier di chiosa.Voi siete un pan di zucchero, un amoreSenz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;Voi siete un Santo . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .— Che serve esser Santo, e le favilleMandar celesti dall'accesa faccia,S'Ei non sa scivolar come le anguilleDai Birri? — E voi pur deste in quella caccia,Agnolo mio! e via San GiovanninoChe disse il dì che più l'amata tracciaDel vostro piè non vide? — O mio vicino,– Disse la strada, – sei forse in un forno?Dove ti celi? sei forse in un tino?Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;Vedi il villan coi polli, e col canestro.Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.Ratto corri allo studio, ed il maestroTuo bel labro di nuovo oda la gente;Scrivi col pugno sinistro e col destro.Accarezza la gola del cliente;Dàgli una presa di tabacco, e poiAccompagnalo all'uscio umanamente. —Sì disse: ma poichè seppe che voiEravate in prigion, non si sa come,Mandò per tutta Pisa unoi oi.Trecento volte vi chiamò per nomeQuella povera strada, e senza modoSi graffiò il viso e si stracciò le chiome.Non lo dico da burla, ma sul sodo,Un tegolo perfino si commosseE venne giù a sapere il quando e il modo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma voi ci state come stare a lettoIn prigione, ed è cosa, a dire il vero,Che mi ha messo nel capo del sospetto.Svelatevi, parlatemi sincero;Io vi credo un buon uomo, ed io vi credoUn uomo bianco ancor che siate nero;Ma quando sì rassegnato vi vedo,E intendo il vostro placido discorso,Voi mi fareste rinnegare ilCredo.E dico: – egli è una prova del rimorsoQuello star quatto quatto, e se di colpaNon fosse reo, darebbe un qualche morsoAlmeno al ciel, che gl'innocenti spolpaCosì del poco ben che regna in terra,E non ne dà ragion, nè si discolpa. –Agnol, sentite: io vi farò la guerra,Se non mutate stil, se non cessateDi viver come un morto sotto terra.Voglio sentirvi taroccar, le ingrateStelle accusar voglio sentirvi, e un suonoVo' sentir misto d'urli, e di pedateContro la porta; e tanto sia il frastuonoE il nabissare e il baccano, che ognunoPiù non vi adori come un Santo buono.Ira e dolor manifestate, e il brunoMettete al fiasco, ma non lo rompete,Che non vi è dato regger quel digiuno.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,Andate sulle furie, io ve ne prego,E la mia prece non abbiate a vile.Se non v'imbiestalite, io me la legoAl dito, ed ho memoria sì vivace,Che sull'offese non dà mai di frego.Se al mio comando siete contumace,Vi farò guerra sino al finimondo,E non varrà che dimandiate pace.Star contento in prigione, e far giocondoViso ai rabuffi di sì rea fortuna?Io nol so concepire, e mi confondo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .E quanto al ber, ci vuol discrezïone;Farlo in presenza a tanta ribaldagliaÈ un affogare la riputazione.È ver che avete di sì buona magliaFatto il cervello, che puote una broccaDi vin, come potrebbe un fil di paglia;Ma bussar tratto tratto alla bicoccaDi Rebecca, e ordinarle un boccaletto,E farvelo di più mescere in bocca,È una tal cosa che a un uom provettoSconviene, e giudicare a voi la lascio;Una mano mettetevi sul petto.Voi mi risponderete, ch'io vi accascioSotto questo Capitolo, e che in fineSmetter dovrei, dovrei legare il fascio.Datemi la ragione, e le terzineCesseranno, e se no, tenete in cuoreChe ancor v'inseguirò colle quartine.Per or finisco; e in segno del mio amoreVoglio, che vostre laudi non sien mute:Avvocato, Poeta, e Bevitore,Trinità formidabile, salute!A MESSER AGNOLOBEVITORENON PLUS ULTRAE soprattutto nel buon vino ha fede,E crede che sia salvo chi ci crede.Morgante maggiore.Agnol, voi siete vivo, e mi rallegraSì la notizia, che già sorge in altoL'anima, che giacca chinata ed egra.Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,E l'ho cantato in chiave di contralto.Se voi vedeste come in viso i' brilloAl sentirvi sì gaio e impertinente,E vispo più che a primavera un grillo;Voi mi dareste un bacio di repente,E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,Dio ti salvi con ogni tuo parente. –Pace per questo non darovvi, e il farloNon è nel poter mio, sono un tormentoPer voi, sono il demonio, il vostro tarlo.Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;Sono per consumarvi un fuoco lento.Nè lascerò di batter la mazzuola,Finchè non oda dimandar perdonoDai vostri labri color di viola.Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,E sentirete se il mio verso pela;Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.Strugger vi voglio, come una candela;Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.Ma che fareste senza Musa in petto?Sperate forse, che vi voli attornoCome una mosca, o come un altro insetto?Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno,Un cicisbeo galante, un mugherino,Un cavaliere fatto proprio al torno;Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tinoLa Musa non ci vien, – non è decoro;L'avete presa per un moscherino?Chiunque ne conviene, – è cosa d'oroIl bere, è cosa buona, è cosa degna,E le taverne meritan l'alloro,E lo portan di fatti per insegna:Ma un limite ci vuole; e quando il fuocoÈ bene acceso, bastano le legna;E non far come voi, che con un rocoAccento ognor gridate: – mesci, mesci; –E quand'anche trabocca, dite: – è poco.Ma che volete il vino giù a rovesci?Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,Che ci stareste come in mare i pesci?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi per il vino anderete dannato,Non c'è rimedio; – voi fareste tuttoCol vino, ci fareste anche il bucato.In una chiesa un dì parata a luttoEntraste a sentir Messa, e dalla fèSembravate compunto, anzi distrutto,Ma quando il Prete ritto su due pièAlzò il calice in aria voi gridaste:– Don Girolamo, lasci bere a me, –Agnolo mio gentil, voi m'ingannasteUna volta nel dir, che tre sireneVi regnavano in cuor leggiadre e caste;Eran tre damigiane piene piene. –. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnol, voi siete il vino in corpo umano,E voi sarete il vino sotto terra,E chi il negasse negherebbe invano.Voi mi diceste un dì: – se vien la guerraVo' portare una pevera per casco,E far con una botte il serra serra. –Diceste ancora: – s'io morto non casco,Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,Che mi farò una casa come un fiasco. –Voi siete per il vino una bufera,Una tromba marina, e un vostro ditoAlza un barile come altri una pera.Bevete in ogni lingua e in ogni rito,In istil di tragedia, e in stil di farsa;Or bevete arrabiato, ora contrito.A definirvi la parola è scarsa,Voi siete tutto sopra questa scena;Non pensate, non siete una comparsa.Bevete all'aria torba e alla serena,E il vostro bere è tutta una bevutaDa colezione fino a dopo cena.Voi bevereste infino la cicutaMescolata col vino, e il vetrioloTinto in rosso berreste all'insaputa.Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,Perchè è parente del vino; e, se mattoDiventate, credendovi un orciuoloAmmattirete; e, questo è un detto e un fatto:Non v'ho sentito io spesso in voce chiocciaD'un'estasi esclamare nello scatto:– Com'è vaga la forma della boccia!E se piovesse invece d'acqua vino,Bramerei convertirmi in una doccia. –Agnol terrestre, e Poeta divino,E Avvocato Pisano in un'essenza,Voi siete un bevitore uno e trino.Siete del ber la pratica e la scienza,Un'osteria colle mani e co' piedi,In genere di fiasco una potenza.O sommo Giove, è ben che ci provvedi,Non tinger più le nuvole di rosso;Se no, cose vedrai che tu non credi.Quest'Agnolo terren vedrai, che, scossoIl suo carco mortal, si leva a volo,E le nuvole rosse a più non possoT'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;E se mai tu facessi il mar rossiccio,In un attimo sol ti beve un molo.Non ti venisse mai, Giove, il capriccioDi scender giù di porpora coperto;Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.Giove, non ci venir, sii bene esperto,Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,Nè mette distinzion fra merto e merto.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,Quando son vosco l'animo mi gode.....Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?Agnolo, non lo fate, il vetro rode;S'intende bere! ma bere anche il vetro!Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;Un uomo tal, che puote in questo metroInsegnare a chiunque, un corridoreChe ancora il vento si lascia di retro. –Moderate un tal poco il vostro ardore,Ci son degli altri che pure hanno sete,Voi stabilite il regno del terrore.Lasciate un po' di vino se potete;Ci son degli altri: e se non siete sazio,Sorbite, quando vengon, le comete.Capisco ben che avete letto Orazio,Ma costui loda il vino, e non comandaChe se ne faccia poi cotanto strazio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi gli volete proprio troppo bene,Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.Del resto siete un uom come conviene,Un uomo che vorranno celebrareLe nove Muse in nove cantilene.E se in Duomo volesse battezzareLa vendemmia, dipoi che ha partorito,Chiamerebbe voi solo per compare,S'ella non vi sapesse tanto arditoDa bevervi la madre col figlioccio,Senza lasciargli dare un sol vagito.E a dirvi queste cose io non vi noccio,Nè vi calunnio, chè in questa materiaSiete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.Siete un poema epico, una seriaCosa davvero, voi siete un abissoSenza fondo, non siete una miseria.E per non esser più troppo prolissoVo' dirvi cosa che non è una ciancia;Sentite quel che nella mente ho fisso:Il dì che al mondo mostrerò la guanciaDi nuovo, in segno di una lieta cosa,Vi metterò un cannello nella pancia,E al popolo darò da bere a iosa.PANEGIRICODI MESSER AGNOLO.Agnol di nome, ebabaudi sembianza,Chi dice mal di voi non vi ha veduto,Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.Voi non siete un mortal, ma una fragranzaDel ciel, che Dio con sè non ha voluto;Un vaso d'elezione giù piovuto,Pieno di vino e di buona creanza.Chi dice mal di voi non ha giudizio,Io lo ripeto, o parla per invidiaDella vostra eccellenza; e questo è un vizio,Che vela l'intelletto, una perfidia:Voi non siete un mortal, ma un precipizioDi belle cose; e se vedeva FidiaQuel volto ove s'annidiaTanto raggio di cielo, incontanenteSi disperava, e non facea più niente.Voi siete un accidenteNell'ordin naturale, un uomo nuovo,Nato non come noi, ma dentro un uovo.Parole io non ritrovoPer dir di voi chè lo stupor m'imbriglia:Non siete voi l'ottava maraviglia,Un caos, un parapiglia?Voi non avete d'uopo d'un cartello,Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –Voi siete un filunguelloQuando cantate, e a lode ve lo reco,Se di paura fate morir l'eco.Convenitene meco,Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio,E disse: – questa è seta, e non capecchio. –La testa come un secchioVi fece, destinandola a capireUn capitale che non può fallire.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Io canterò, nè bramoMercè: conosco il merito, e l'adoro;Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.Vergini Muse, in coroCantate, come l'Agnol mio gentileNascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile.La Stella del BarileBalenò su quell'alma pur mo nataE l'ebbe de' suoi influssi battezzata.Canta, Musa garbata,Come apprese il Garzone ogni sapere,Si fe' dottore, e diventò bracciereCon sue dolci maniereDi Madama giustizia, che gli vuoleUn ben, che non si narra con parole.– E tu mi sembri un Sole, –A lui dice Madama; ed ei sospira,E gli occhi a guisa di lanterne gira.E la voglia mi tiraDi seguitare a dir; ma come fareA metter la mia barca in tanto mare?Io mi sento gelare;Nelle vostre virtù mai non si approda,Voi non avete nè capo, nè coda.La lingua invan si snodaA nuovo canto; immenso è l'argomento:Voi siete un astro, io sono un lume spento.

3.Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso della noia sì vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli, diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza, l'abbondanza, la vivacità dello stile, ond'ebbero vanto di Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI, per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare come nascessero, e dove, i versi che seguono.

A MESSER AGNOLO

CARCERATO CONTENTO.

Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;Segno chiaro d'amore, o almen di stima.Che fareste altramente in questo chiostro,Se non scriveste? E a me non manca nulla;Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.E poi la Musa mia è una fanciullaDi garbo, e non ha odio a chicchessia,Ma tratto tratto salta e si trastulla;E canta una canzone in melodiaFestosa, e alfin si cheta, come un ventoLieve, che agita un fiore, e poi va via.Ma torniamo di botto all'argomento,Non divaghiamo, – che se no, si sfumaIl mio vapore, e il fuoco si fa spento.Che debbo dir di voi? chi il sa? la piumaDell'ingegno è già cionca . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma non levate a Dio vostre querele,Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;Pei vostri falli questo è un pan di miele.Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vedeAnche nel buio, ed oltre la parete.A vedervi in prigion non ci si crede,Avete l'aria dell'Angelus Domini,Siete il ritratto della buona fede.Nondimeno alle volte son quegli uominiAppunto come voi, che fanno un setteApparir per un cinque; – e se predominiIn cotestoro il vizio, o se le retteArti della virtude, ella è una cosa,Che di subito in chiaro non si mette.Se devo dir per me, siete una rosaCandida, e ve lo dico con tal cuoreChe il mio parlar non ha mestier di chiosa.Voi siete un pan di zucchero, un amoreSenz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;Voi siete un Santo . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .— Che serve esser Santo, e le favilleMandar celesti dall'accesa faccia,S'Ei non sa scivolar come le anguilleDai Birri? — E voi pur deste in quella caccia,Agnolo mio! e via San GiovanninoChe disse il dì che più l'amata tracciaDel vostro piè non vide? — O mio vicino,– Disse la strada, – sei forse in un forno?Dove ti celi? sei forse in un tino?Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;Vedi il villan coi polli, e col canestro.Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.Ratto corri allo studio, ed il maestroTuo bel labro di nuovo oda la gente;Scrivi col pugno sinistro e col destro.Accarezza la gola del cliente;Dàgli una presa di tabacco, e poiAccompagnalo all'uscio umanamente. —Sì disse: ma poichè seppe che voiEravate in prigion, non si sa come,Mandò per tutta Pisa unoi oi.Trecento volte vi chiamò per nomeQuella povera strada, e senza modoSi graffiò il viso e si stracciò le chiome.Non lo dico da burla, ma sul sodo,Un tegolo perfino si commosseE venne giù a sapere il quando e il modo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Ma voi ci state come stare a lettoIn prigione, ed è cosa, a dire il vero,Che mi ha messo nel capo del sospetto.Svelatevi, parlatemi sincero;Io vi credo un buon uomo, ed io vi credoUn uomo bianco ancor che siate nero;Ma quando sì rassegnato vi vedo,E intendo il vostro placido discorso,Voi mi fareste rinnegare ilCredo.E dico: – egli è una prova del rimorsoQuello star quatto quatto, e se di colpaNon fosse reo, darebbe un qualche morsoAlmeno al ciel, che gl'innocenti spolpaCosì del poco ben che regna in terra,E non ne dà ragion, nè si discolpa. –Agnol, sentite: io vi farò la guerra,Se non mutate stil, se non cessateDi viver come un morto sotto terra.Voglio sentirvi taroccar, le ingrateStelle accusar voglio sentirvi, e un suonoVo' sentir misto d'urli, e di pedateContro la porta; e tanto sia il frastuonoE il nabissare e il baccano, che ognunoPiù non vi adori come un Santo buono.Ira e dolor manifestate, e il brunoMettete al fiasco, ma non lo rompete,Che non vi è dato regger quel digiuno.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,Andate sulle furie, io ve ne prego,E la mia prece non abbiate a vile.Se non v'imbiestalite, io me la legoAl dito, ed ho memoria sì vivace,Che sull'offese non dà mai di frego.Se al mio comando siete contumace,Vi farò guerra sino al finimondo,E non varrà che dimandiate pace.Star contento in prigione, e far giocondoViso ai rabuffi di sì rea fortuna?Io nol so concepire, e mi confondo.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .E quanto al ber, ci vuol discrezïone;Farlo in presenza a tanta ribaldagliaÈ un affogare la riputazione.È ver che avete di sì buona magliaFatto il cervello, che puote una broccaDi vin, come potrebbe un fil di paglia;Ma bussar tratto tratto alla bicoccaDi Rebecca, e ordinarle un boccaletto,E farvelo di più mescere in bocca,È una tal cosa che a un uom provettoSconviene, e giudicare a voi la lascio;Una mano mettetevi sul petto.Voi mi risponderete, ch'io vi accascioSotto questo Capitolo, e che in fineSmetter dovrei, dovrei legare il fascio.Datemi la ragione, e le terzineCesseranno, e se no, tenete in cuoreChe ancor v'inseguirò colle quartine.Per or finisco; e in segno del mio amoreVoglio, che vostre laudi non sien mute:Avvocato, Poeta, e Bevitore,Trinità formidabile, salute!

Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,

Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;

Segno chiaro d'amore, o almen di stima.

Che fareste altramente in questo chiostro,

Se non scriveste? E a me non manca nulla;

Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.

E poi la Musa mia è una fanciulla

Di garbo, e non ha odio a chicchessia,

Ma tratto tratto salta e si trastulla;

E canta una canzone in melodia

Festosa, e alfin si cheta, come un vento

Lieve, che agita un fiore, e poi va via.

Ma torniamo di botto all'argomento,

Non divaghiamo, – che se no, si sfuma

Il mio vapore, e il fuoco si fa spento.

Che debbo dir di voi? chi il sa? la piuma

Dell'ingegno è già cionca . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma non levate a Dio vostre querele,

Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;

Pei vostri falli questo è un pan di miele.

Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,

Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vede

Anche nel buio, ed oltre la parete.

A vedervi in prigion non ci si crede,

Avete l'aria dell'Angelus Domini,

Siete il ritratto della buona fede.

Nondimeno alle volte son quegli uomini

Appunto come voi, che fanno un sette

Apparir per un cinque; – e se predomini

In cotestoro il vizio, o se le rette

Arti della virtude, ella è una cosa,

Che di subito in chiaro non si mette.

Se devo dir per me, siete una rosa

Candida, e ve lo dico con tal cuore

Che il mio parlar non ha mestier di chiosa.

Voi siete un pan di zucchero, un amore

Senz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;

Voi siete un Santo . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

— Che serve esser Santo, e le faville

Mandar celesti dall'accesa faccia,

S'Ei non sa scivolar come le anguille

Dai Birri? — E voi pur deste in quella caccia,

Agnolo mio! e via San Giovannino

Che disse il dì che più l'amata traccia

Del vostro piè non vide? — O mio vicino,

– Disse la strada, – sei forse in un forno?

Dove ti celi? sei forse in un tino?

Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;

Vedi il villan coi polli, e col canestro.

Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.

Ratto corri allo studio, ed il maestro

Tuo bel labro di nuovo oda la gente;

Scrivi col pugno sinistro e col destro.

Accarezza la gola del cliente;

Dàgli una presa di tabacco, e poi

Accompagnalo all'uscio umanamente. —

Sì disse: ma poichè seppe che voi

Eravate in prigion, non si sa come,

Mandò per tutta Pisa unoi oi.

Trecento volte vi chiamò per nome

Quella povera strada, e senza modo

Si graffiò il viso e si stracciò le chiome.

Non lo dico da burla, ma sul sodo,

Un tegolo perfino si commosse

E venne giù a sapere il quando e il modo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma voi ci state come stare a letto

In prigione, ed è cosa, a dire il vero,

Che mi ha messo nel capo del sospetto.

Svelatevi, parlatemi sincero;

Io vi credo un buon uomo, ed io vi credo

Un uomo bianco ancor che siate nero;

Ma quando sì rassegnato vi vedo,

E intendo il vostro placido discorso,

Voi mi fareste rinnegare ilCredo.

E dico: – egli è una prova del rimorso

Quello star quatto quatto, e se di colpa

Non fosse reo, darebbe un qualche morso

Almeno al ciel, che gl'innocenti spolpa

Così del poco ben che regna in terra,

E non ne dà ragion, nè si discolpa. –

Agnol, sentite: io vi farò la guerra,

Se non mutate stil, se non cessate

Di viver come un morto sotto terra.

Voglio sentirvi taroccar, le ingrate

Stelle accusar voglio sentirvi, e un suono

Vo' sentir misto d'urli, e di pedate

Contro la porta; e tanto sia il frastuono

E il nabissare e il baccano, che ognuno

Più non vi adori come un Santo buono.

Ira e dolor manifestate, e il bruno

Mettete al fiasco, ma non lo rompete,

Che non vi è dato regger quel digiuno.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,

Andate sulle furie, io ve ne prego,

E la mia prece non abbiate a vile.

Se non v'imbiestalite, io me la lego

Al dito, ed ho memoria sì vivace,

Che sull'offese non dà mai di frego.

Se al mio comando siete contumace,

Vi farò guerra sino al finimondo,

E non varrà che dimandiate pace.

Star contento in prigione, e far giocondo

Viso ai rabuffi di sì rea fortuna?

Io nol so concepire, e mi confondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E quanto al ber, ci vuol discrezïone;

Farlo in presenza a tanta ribaldaglia

È un affogare la riputazione.

È ver che avete di sì buona maglia

Fatto il cervello, che puote una brocca

Di vin, come potrebbe un fil di paglia;

Ma bussar tratto tratto alla bicocca

Di Rebecca, e ordinarle un boccaletto,

E farvelo di più mescere in bocca,

È una tal cosa che a un uom provetto

Sconviene, e giudicare a voi la lascio;

Una mano mettetevi sul petto.

Voi mi risponderete, ch'io vi accascio

Sotto questo Capitolo, e che in fine

Smetter dovrei, dovrei legare il fascio.

Datemi la ragione, e le terzine

Cesseranno, e se no, tenete in cuore

Che ancor v'inseguirò colle quartine.

Per or finisco; e in segno del mio amore

Voglio, che vostre laudi non sien mute:

Avvocato, Poeta, e Bevitore,

Trinità formidabile, salute!

A MESSER AGNOLO

BEVITORENON PLUS ULTRA

E soprattutto nel buon vino ha fede,E crede che sia salvo chi ci crede.Morgante maggiore.

E soprattutto nel buon vino ha fede,E crede che sia salvo chi ci crede.Morgante maggiore.

E soprattutto nel buon vino ha fede,

E crede che sia salvo chi ci crede.

Morgante maggiore.

Agnol, voi siete vivo, e mi rallegraSì la notizia, che già sorge in altoL'anima, che giacca chinata ed egra.Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,E l'ho cantato in chiave di contralto.Se voi vedeste come in viso i' brilloAl sentirvi sì gaio e impertinente,E vispo più che a primavera un grillo;Voi mi dareste un bacio di repente,E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,Dio ti salvi con ogni tuo parente. –Pace per questo non darovvi, e il farloNon è nel poter mio, sono un tormentoPer voi, sono il demonio, il vostro tarlo.Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;Sono per consumarvi un fuoco lento.Nè lascerò di batter la mazzuola,Finchè non oda dimandar perdonoDai vostri labri color di viola.Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,E sentirete se il mio verso pela;Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.Strugger vi voglio, come una candela;Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.Ma che fareste senza Musa in petto?Sperate forse, che vi voli attornoCome una mosca, o come un altro insetto?Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno,Un cicisbeo galante, un mugherino,Un cavaliere fatto proprio al torno;Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tinoLa Musa non ci vien, – non è decoro;L'avete presa per un moscherino?Chiunque ne conviene, – è cosa d'oroIl bere, è cosa buona, è cosa degna,E le taverne meritan l'alloro,E lo portan di fatti per insegna:Ma un limite ci vuole; e quando il fuocoÈ bene acceso, bastano le legna;E non far come voi, che con un rocoAccento ognor gridate: – mesci, mesci; –E quand'anche trabocca, dite: – è poco.Ma che volete il vino giù a rovesci?Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,Che ci stareste come in mare i pesci?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi per il vino anderete dannato,Non c'è rimedio; – voi fareste tuttoCol vino, ci fareste anche il bucato.In una chiesa un dì parata a luttoEntraste a sentir Messa, e dalla fèSembravate compunto, anzi distrutto,Ma quando il Prete ritto su due pièAlzò il calice in aria voi gridaste:– Don Girolamo, lasci bere a me, –Agnolo mio gentil, voi m'ingannasteUna volta nel dir, che tre sireneVi regnavano in cuor leggiadre e caste;Eran tre damigiane piene piene. –. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Agnol, voi siete il vino in corpo umano,E voi sarete il vino sotto terra,E chi il negasse negherebbe invano.Voi mi diceste un dì: – se vien la guerraVo' portare una pevera per casco,E far con una botte il serra serra. –Diceste ancora: – s'io morto non casco,Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,Che mi farò una casa come un fiasco. –Voi siete per il vino una bufera,Una tromba marina, e un vostro ditoAlza un barile come altri una pera.Bevete in ogni lingua e in ogni rito,In istil di tragedia, e in stil di farsa;Or bevete arrabiato, ora contrito.A definirvi la parola è scarsa,Voi siete tutto sopra questa scena;Non pensate, non siete una comparsa.Bevete all'aria torba e alla serena,E il vostro bere è tutta una bevutaDa colezione fino a dopo cena.Voi bevereste infino la cicutaMescolata col vino, e il vetrioloTinto in rosso berreste all'insaputa.Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,Perchè è parente del vino; e, se mattoDiventate, credendovi un orciuoloAmmattirete; e, questo è un detto e un fatto:Non v'ho sentito io spesso in voce chiocciaD'un'estasi esclamare nello scatto:– Com'è vaga la forma della boccia!E se piovesse invece d'acqua vino,Bramerei convertirmi in una doccia. –Agnol terrestre, e Poeta divino,E Avvocato Pisano in un'essenza,Voi siete un bevitore uno e trino.Siete del ber la pratica e la scienza,Un'osteria colle mani e co' piedi,In genere di fiasco una potenza.O sommo Giove, è ben che ci provvedi,Non tinger più le nuvole di rosso;Se no, cose vedrai che tu non credi.Quest'Agnolo terren vedrai, che, scossoIl suo carco mortal, si leva a volo,E le nuvole rosse a più non possoT'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;E se mai tu facessi il mar rossiccio,In un attimo sol ti beve un molo.Non ti venisse mai, Giove, il capriccioDi scender giù di porpora coperto;Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.Giove, non ci venir, sii bene esperto,Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,Nè mette distinzion fra merto e merto.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,Quando son vosco l'animo mi gode.....Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?Agnolo, non lo fate, il vetro rode;S'intende bere! ma bere anche il vetro!Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;Un uomo tal, che puote in questo metroInsegnare a chiunque, un corridoreChe ancora il vento si lascia di retro. –Moderate un tal poco il vostro ardore,Ci son degli altri che pure hanno sete,Voi stabilite il regno del terrore.Lasciate un po' di vino se potete;Ci son degli altri: e se non siete sazio,Sorbite, quando vengon, le comete.Capisco ben che avete letto Orazio,Ma costui loda il vino, e non comandaChe se ne faccia poi cotanto strazio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Voi gli volete proprio troppo bene,Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.Del resto siete un uom come conviene,Un uomo che vorranno celebrareLe nove Muse in nove cantilene.E se in Duomo volesse battezzareLa vendemmia, dipoi che ha partorito,Chiamerebbe voi solo per compare,S'ella non vi sapesse tanto arditoDa bevervi la madre col figlioccio,Senza lasciargli dare un sol vagito.E a dirvi queste cose io non vi noccio,Nè vi calunnio, chè in questa materiaSiete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.Siete un poema epico, una seriaCosa davvero, voi siete un abissoSenza fondo, non siete una miseria.E per non esser più troppo prolissoVo' dirvi cosa che non è una ciancia;Sentite quel che nella mente ho fisso:Il dì che al mondo mostrerò la guanciaDi nuovo, in segno di una lieta cosa,Vi metterò un cannello nella pancia,E al popolo darò da bere a iosa.

Agnol, voi siete vivo, e mi rallegra

Sì la notizia, che già sorge in alto

L'anima, che giacca chinata ed egra.

Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;

Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,

E l'ho cantato in chiave di contralto.

Se voi vedeste come in viso i' brillo

Al sentirvi sì gaio e impertinente,

E vispo più che a primavera un grillo;

Voi mi dareste un bacio di repente,

E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,

Dio ti salvi con ogni tuo parente. –

Pace per questo non darovvi, e il farlo

Non è nel poter mio, sono un tormento

Per voi, sono il demonio, il vostro tarlo.

Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,

Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;

Sono per consumarvi un fuoco lento.

Nè lascerò di batter la mazzuola,

Finchè non oda dimandar perdono

Dai vostri labri color di viola.

Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,

E sentirete se il mio verso pela;

Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.

Strugger vi voglio, come una candela;

Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:

L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.

Ma che fareste senza Musa in petto?

Sperate forse, che vi voli attorno

Come una mosca, o come un altro insetto?

Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno,

Un cicisbeo galante, un mugherino,

Un cavaliere fatto proprio al torno;

Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tino

La Musa non ci vien, – non è decoro;

L'avete presa per un moscherino?

Chiunque ne conviene, – è cosa d'oro

Il bere, è cosa buona, è cosa degna,

E le taverne meritan l'alloro,

E lo portan di fatti per insegna:

Ma un limite ci vuole; e quando il fuoco

È bene acceso, bastano le legna;

E non far come voi, che con un roco

Accento ognor gridate: – mesci, mesci; –

E quand'anche trabocca, dite: – è poco.

Ma che volete il vino giù a rovesci?

Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,

Che ci stareste come in mare i pesci?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Voi per il vino anderete dannato,

Non c'è rimedio; – voi fareste tutto

Col vino, ci fareste anche il bucato.

In una chiesa un dì parata a lutto

Entraste a sentir Messa, e dalla fè

Sembravate compunto, anzi distrutto,

Ma quando il Prete ritto su due piè

Alzò il calice in aria voi gridaste:

– Don Girolamo, lasci bere a me, –

Agnolo mio gentil, voi m'ingannaste

Una volta nel dir, che tre sirene

Vi regnavano in cuor leggiadre e caste;

Eran tre damigiane piene piene. –

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Agnol, voi siete il vino in corpo umano,

E voi sarete il vino sotto terra,

E chi il negasse negherebbe invano.

Voi mi diceste un dì: – se vien la guerra

Vo' portare una pevera per casco,

E far con una botte il serra serra. –

Diceste ancora: – s'io morto non casco,

Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,

Che mi farò una casa come un fiasco. –

Voi siete per il vino una bufera,

Una tromba marina, e un vostro dito

Alza un barile come altri una pera.

Bevete in ogni lingua e in ogni rito,

In istil di tragedia, e in stil di farsa;

Or bevete arrabiato, ora contrito.

A definirvi la parola è scarsa,

Voi siete tutto sopra questa scena;

Non pensate, non siete una comparsa.

Bevete all'aria torba e alla serena,

E il vostro bere è tutta una bevuta

Da colezione fino a dopo cena.

Voi bevereste infino la cicuta

Mescolata col vino, e il vetriolo

Tinto in rosso berreste all'insaputa.

Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,

Perchè è parente del vino; e, se matto

Diventate, credendovi un orciuolo

Ammattirete; e, questo è un detto e un fatto:

Non v'ho sentito io spesso in voce chioccia

D'un'estasi esclamare nello scatto:

– Com'è vaga la forma della boccia!

E se piovesse invece d'acqua vino,

Bramerei convertirmi in una doccia. –

Agnol terrestre, e Poeta divino,

E Avvocato Pisano in un'essenza,

Voi siete un bevitore uno e trino.

Siete del ber la pratica e la scienza,

Un'osteria colle mani e co' piedi,

In genere di fiasco una potenza.

O sommo Giove, è ben che ci provvedi,

Non tinger più le nuvole di rosso;

Se no, cose vedrai che tu non credi.

Quest'Agnolo terren vedrai, che, scosso

Il suo carco mortal, si leva a volo,

E le nuvole rosse a più non posso

T'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;

E se mai tu facessi il mar rossiccio,

In un attimo sol ti beve un molo.

Non ti venisse mai, Giove, il capriccio

Di scender giù di porpora coperto;

Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.

Giove, non ci venir, sii bene esperto,

Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,

Nè mette distinzion fra merto e merto.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,

Quando son vosco l'animo mi gode.....

Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?

Agnolo, non lo fate, il vetro rode;

S'intende bere! ma bere anche il vetro!

Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;

Un uomo tal, che puote in questo metro

Insegnare a chiunque, un corridore

Che ancora il vento si lascia di retro. –

Moderate un tal poco il vostro ardore,

Ci son degli altri che pure hanno sete,

Voi stabilite il regno del terrore.

Lasciate un po' di vino se potete;

Ci son degli altri: e se non siete sazio,

Sorbite, quando vengon, le comete.

Capisco ben che avete letto Orazio,

Ma costui loda il vino, e non comanda

Che se ne faccia poi cotanto strazio.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Voi gli volete proprio troppo bene,

Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.

Del resto siete un uom come conviene,

Un uomo che vorranno celebrare

Le nove Muse in nove cantilene.

E se in Duomo volesse battezzare

La vendemmia, dipoi che ha partorito,

Chiamerebbe voi solo per compare,

S'ella non vi sapesse tanto ardito

Da bevervi la madre col figlioccio,

Senza lasciargli dare un sol vagito.

E a dirvi queste cose io non vi noccio,

Nè vi calunnio, chè in questa materia

Siete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.

Siete un poema epico, una seria

Cosa davvero, voi siete un abisso

Senza fondo, non siete una miseria.

E per non esser più troppo prolisso

Vo' dirvi cosa che non è una ciancia;

Sentite quel che nella mente ho fisso:

Il dì che al mondo mostrerò la guancia

Di nuovo, in segno di una lieta cosa,

Vi metterò un cannello nella pancia,

E al popolo darò da bere a iosa.

PANEGIRICO

DI MESSER AGNOLO.

Agnol di nome, ebabaudi sembianza,Chi dice mal di voi non vi ha veduto,Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.Voi non siete un mortal, ma una fragranzaDel ciel, che Dio con sè non ha voluto;Un vaso d'elezione giù piovuto,Pieno di vino e di buona creanza.Chi dice mal di voi non ha giudizio,Io lo ripeto, o parla per invidiaDella vostra eccellenza; e questo è un vizio,Che vela l'intelletto, una perfidia:Voi non siete un mortal, ma un precipizioDi belle cose; e se vedeva FidiaQuel volto ove s'annidiaTanto raggio di cielo, incontanenteSi disperava, e non facea più niente.Voi siete un accidenteNell'ordin naturale, un uomo nuovo,Nato non come noi, ma dentro un uovo.Parole io non ritrovoPer dir di voi chè lo stupor m'imbriglia:Non siete voi l'ottava maraviglia,Un caos, un parapiglia?Voi non avete d'uopo d'un cartello,Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –Voi siete un filunguelloQuando cantate, e a lode ve lo reco,Se di paura fate morir l'eco.Convenitene meco,Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio,E disse: – questa è seta, e non capecchio. –La testa come un secchioVi fece, destinandola a capireUn capitale che non può fallire.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Io canterò, nè bramoMercè: conosco il merito, e l'adoro;Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.Vergini Muse, in coroCantate, come l'Agnol mio gentileNascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile.La Stella del BarileBalenò su quell'alma pur mo nataE l'ebbe de' suoi influssi battezzata.Canta, Musa garbata,Come apprese il Garzone ogni sapere,Si fe' dottore, e diventò bracciereCon sue dolci maniereDi Madama giustizia, che gli vuoleUn ben, che non si narra con parole.– E tu mi sembri un Sole, –A lui dice Madama; ed ei sospira,E gli occhi a guisa di lanterne gira.E la voglia mi tiraDi seguitare a dir; ma come fareA metter la mia barca in tanto mare?Io mi sento gelare;Nelle vostre virtù mai non si approda,Voi non avete nè capo, nè coda.La lingua invan si snodaA nuovo canto; immenso è l'argomento:Voi siete un astro, io sono un lume spento.

Agnol di nome, ebabaudi sembianza,

Chi dice mal di voi non vi ha veduto,

Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,

Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.

Voi non siete un mortal, ma una fragranza

Del ciel, che Dio con sè non ha voluto;

Un vaso d'elezione giù piovuto,

Pieno di vino e di buona creanza.

Chi dice mal di voi non ha giudizio,

Io lo ripeto, o parla per invidia

Della vostra eccellenza; e questo è un vizio,

Che vela l'intelletto, una perfidia:

Voi non siete un mortal, ma un precipizio

Di belle cose; e se vedeva Fidia

Quel volto ove s'annidia

Tanto raggio di cielo, incontanente

Si disperava, e non facea più niente.

Voi siete un accidente

Nell'ordin naturale, un uomo nuovo,

Nato non come noi, ma dentro un uovo.

Parole io non ritrovo

Per dir di voi chè lo stupor m'imbriglia:

Non siete voi l'ottava maraviglia,

Un caos, un parapiglia?

Voi non avete d'uopo d'un cartello,

Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –

Voi siete un filunguello

Quando cantate, e a lode ve lo reco,

Se di paura fate morir l'eco.

Convenitene meco,

Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio,

E disse: – questa è seta, e non capecchio. –

La testa come un secchio

Vi fece, destinandola a capire

Un capitale che non può fallire.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io canterò, nè bramo

Mercè: conosco il merito, e l'adoro;

Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.

Vergini Muse, in coro

Cantate, come l'Agnol mio gentile

Nascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile.

La Stella del Barile

Balenò su quell'alma pur mo nata

E l'ebbe de' suoi influssi battezzata.

Canta, Musa garbata,

Come apprese il Garzone ogni sapere,

Si fe' dottore, e diventò bracciere

Con sue dolci maniere

Di Madama giustizia, che gli vuole

Un ben, che non si narra con parole.

– E tu mi sembri un Sole, –

A lui dice Madama; ed ei sospira,

E gli occhi a guisa di lanterne gira.

E la voglia mi tira

Di seguitare a dir; ma come fare

A metter la mia barca in tanto mare?

Io mi sento gelare;

Nelle vostre virtù mai non si approda,

Voi non avete nè capo, nè coda.

La lingua invan si snoda

A nuovo canto; immenso è l'argomento:

Voi siete un astro, io sono un lume spento.

4.La domenica 2 Decembre 1827, trovandosi egli in compagnia d'amici e di altri in un sobborgo della nostra città, ed insorta una rissa fra questi ed alcuni uomini della plebe, ei fu gravemente ferito senza sua colpa o provocazione. Dopo lunga e penosa cura, uscì di pericolo; se non che forse quel fatto diede occasione allo sviluppo del male, che fin d'allora cominciò a minare segretamente la sua esistenza.

4.La domenica 2 Decembre 1827, trovandosi egli in compagnia d'amici e di altri in un sobborgo della nostra città, ed insorta una rissa fra questi ed alcuni uomini della plebe, ei fu gravemente ferito senza sua colpa o provocazione. Dopo lunga e penosa cura, uscì di pericolo; se non che forse quel fatto diede occasione allo sviluppo del male, che fin d'allora cominciò a minare segretamente la sua esistenza.

5.Vedi in fine di questa Prima Parte le Lettere al Padre. Si rileva da quelle, come disgraziatamente avessero séguito questi primi sintomi d'una malattia, la quale travagliò poi per sedici mesi continui la povera donna. Violante Milanesi, Madre del Bini, morì il 2 di Gennaio del 1835.

5.Vedi in fine di questa Prima Parte le Lettere al Padre. Si rileva da quelle, come disgraziatamente avessero séguito questi primi sintomi d'una malattia, la quale travagliò poi per sedici mesi continui la povera donna. Violante Milanesi, Madre del Bini, morì il 2 di Gennaio del 1835.

6.Dall'Indicatore Livornese, N.º 4.

6.Dall'Indicatore Livornese, N.º 4.

7.Dall'Indicatore Livornese, N.º 30.

7.Dall'Indicatore Livornese, N.º 30.

8.«Nome di varie accademie passate e presenti in Italia.» (Dall'Indic. Livor.)

8.«Nome di varie accademie passate e presenti in Italia.» (Dall'Indic. Livor.)

9.Non si è rinvenuto intero l'autografo dell'articolo, e fu d'uopo attenersi alla lezione scorrettissima del Giornale in cui fu già pubblicato. Togliendo qua e là gli errori che non ammettevano dubbio, abbiamo lasciato qual è questo periodo, interponendovi però il segno di una lacuna, dove ci sembra evidentissima.

9.Non si è rinvenuto intero l'autografo dell'articolo, e fu d'uopo attenersi alla lezione scorrettissima del Giornale in cui fu già pubblicato. Togliendo qua e là gli errori che non ammettevano dubbio, abbiamo lasciato qual è questo periodo, interponendovi però il segno di una lacuna, dove ci sembra evidentissima.

10.«La Italia in antico fu chiamata Esperia da Espero, stella di Venere.» (Dall'Indic. Livor.)

10.«La Italia in antico fu chiamata Esperia da Espero, stella di Venere.» (Dall'Indic. Livor.)

11.Dall'Indicatore Livornese, N.º 11.

11.Dall'Indicatore Livornese, N.º 11.

12.V. le Traduzioni nella Seconda Parte.

12.V. le Traduzioni nella Seconda Parte.

13.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.

13.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.

14.Il Prigioniero di Chillon. –V. la Seconda Parte di questo volume.

14.Il Prigioniero di Chillon. –V. la Seconda Parte di questo volume.

15.Dall'Indicatore Livornese, N.º 41.

15.Dall'Indicatore Livornese, N.º 41.

16.Il Cav. Carlo Michon. — Egli fu veramente buono e liberal cittadino, ed uno dei rarissimi che fanno il bene per amore sincero del bene.

16.Il Cav. Carlo Michon. — Egli fu veramente buono e liberal cittadino, ed uno dei rarissimi che fanno il bene per amore sincero del bene.

17.Sappiamo che quest'Accademia riformò poi i suoi statuti nel 1837.

17.Sappiamo che quest'Accademia riformò poi i suoi statuti nel 1837.

18.Ciò che più merita di essere qui ricordato si è, che l'Accademia Labronica nel Giugno del 1840 propose di render pubblica la sua Libreria, invocando il concorso dei cittadini per provvedere all'incremento della medesima, e sostenere le spese indispensabili all'uopo. I cittadini risposero all'invito con offerte di Libri, e obbligandosi a pagare una modica somma per cinque anni. Giova sperare che non verrà meno negli anni successivi il buono spirito, che già li mosse a secondare la bell'opera. La Libreria conta adesso oltre 10,000 volumi, ed è aperta al pubblico quattro giorni della settimana. È debito di giustizia il rammentare come promotore operoso della onorevole impresa l'Avv. Giuliano Ricci, allora Socio e Presidente dell'Accademia.

18.Ciò che più merita di essere qui ricordato si è, che l'Accademia Labronica nel Giugno del 1840 propose di render pubblica la sua Libreria, invocando il concorso dei cittadini per provvedere all'incremento della medesima, e sostenere le spese indispensabili all'uopo. I cittadini risposero all'invito con offerte di Libri, e obbligandosi a pagare una modica somma per cinque anni. Giova sperare che non verrà meno negli anni successivi il buono spirito, che già li mosse a secondare la bell'opera. La Libreria conta adesso oltre 10,000 volumi, ed è aperta al pubblico quattro giorni della settimana. È debito di giustizia il rammentare come promotore operoso della onorevole impresa l'Avv. Giuliano Ricci, allora Socio e Presidente dell'Accademia.

19.Dall'Indicatore Livornese, N.º 35.Quest'articolo, ommessi pochi periodi in principio ed in fine, fu ristampato, per distribuirne le copie al Popolo di Salviano il 22 di Gennaio di quest'anno, giorno dei Funerali nella Chiesa di quella Pieve, e della tumulazione nel contiguo Cimitero delle spoglie diCarlo Biniesumate a Carrara. Poche e semplici parole, che qui riportiamo, precedevano il Racconto, che in quella circostanza, e in quel luogo, ne parve più opportuno d'ogni funebre elogio. – Il libricciuolo fu poi riprodotto pei tipi di Ersilio Vignozzi in Livorno, e a Firenze nella Rosa di Maggio, Anno III.†AL POPOLODELLA PIEVE DI S. MARTINOIN SALVIANO.Il Racconto che segue, e che ora si ristampa per Voi, fu scritto nel 1829, da un Giovane Livornese, dotato di un cuore e di un ingegno, che raramente s'incontrano ai nostri tempi. Fu scritto colla buona intenzione di onorare la Virtù e la Carità veramente Cristiana, della quale si videro in quell'anno bellissimi esempi fra Voi. E fra Voi forse nessuno ha letto mai questo Racconto. Il quale fu stampato in quel tempo in un Giornale intitolatoL'INDICATORE LIVORNESE, che era fatto principalmente pei Letterati, e che non ebbe lunga vita, quantunque ci avessero mano uomini, che fanno onore al nostro paese.Uno di quelli ora è morto. Ed è appunto quel Giovane di cui vi parlava; quel Giovane, che si tratteneva col cuore in festa a discorrere sui bellissimi fatti esposti nel suo Racconto, perchè Egli stesso era virtuoso e buono davvero. Egli non predicava per vanità la Virtù, ma la praticava con retti principii, e con sentimenti di benevolenza sincera e di Carità verso tutti. E in tutti l'amava e la riveriva, e più volentieri nella povera gente, che certuni disprezzano, e la quale Egli era solito di chiamare —ricca di bontà e di pazienza più che altri non crede.Carlo Bini, (questo era il suo nome), ora è morto. — Nella città di Carrara, dove era andato per affari di suo Padre, passò da questa a miglior vita il 12 dello scorso Novembre. E le sue ossa, trasportate per un pietoso sentimento d'amore a Livorno, riposeranno ora nella quiete delle vostre campagne, presso quelle dei vostri Parenti, presso la Chiesa ove inalzate al Signore le vostre preghiere.Rammentare le nobili azioni e gli uomini onorati e dabbene, per imitarli, è dovere di tutti. La lapida che sarà posta alla memoria diCarlo Binisia dunque riguardata da Voi come un ricordo d'amore e di Virtù, e onorata con sentimento di gratitudine affettuosa. Leggete questo libretto ai vostri figli, conservatelo religiosamente nelle vostre famiglie, e nelle preghiere pe' vostri Morti rammentatevi ancora di quell'anima buona.Livorno, 22 Gennaio 1843.

19.Dall'Indicatore Livornese, N.º 35.

Quest'articolo, ommessi pochi periodi in principio ed in fine, fu ristampato, per distribuirne le copie al Popolo di Salviano il 22 di Gennaio di quest'anno, giorno dei Funerali nella Chiesa di quella Pieve, e della tumulazione nel contiguo Cimitero delle spoglie diCarlo Biniesumate a Carrara. Poche e semplici parole, che qui riportiamo, precedevano il Racconto, che in quella circostanza, e in quel luogo, ne parve più opportuno d'ogni funebre elogio. – Il libricciuolo fu poi riprodotto pei tipi di Ersilio Vignozzi in Livorno, e a Firenze nella Rosa di Maggio, Anno III.

†AL POPOLODELLA PIEVE DI S. MARTINOIN SALVIANO.

Il Racconto che segue, e che ora si ristampa per Voi, fu scritto nel 1829, da un Giovane Livornese, dotato di un cuore e di un ingegno, che raramente s'incontrano ai nostri tempi. Fu scritto colla buona intenzione di onorare la Virtù e la Carità veramente Cristiana, della quale si videro in quell'anno bellissimi esempi fra Voi. E fra Voi forse nessuno ha letto mai questo Racconto. Il quale fu stampato in quel tempo in un Giornale intitolatoL'INDICATORE LIVORNESE, che era fatto principalmente pei Letterati, e che non ebbe lunga vita, quantunque ci avessero mano uomini, che fanno onore al nostro paese.

Uno di quelli ora è morto. Ed è appunto quel Giovane di cui vi parlava; quel Giovane, che si tratteneva col cuore in festa a discorrere sui bellissimi fatti esposti nel suo Racconto, perchè Egli stesso era virtuoso e buono davvero. Egli non predicava per vanità la Virtù, ma la praticava con retti principii, e con sentimenti di benevolenza sincera e di Carità verso tutti. E in tutti l'amava e la riveriva, e più volentieri nella povera gente, che certuni disprezzano, e la quale Egli era solito di chiamare —ricca di bontà e di pazienza più che altri non crede.

Carlo Bini, (questo era il suo nome), ora è morto. — Nella città di Carrara, dove era andato per affari di suo Padre, passò da questa a miglior vita il 12 dello scorso Novembre. E le sue ossa, trasportate per un pietoso sentimento d'amore a Livorno, riposeranno ora nella quiete delle vostre campagne, presso quelle dei vostri Parenti, presso la Chiesa ove inalzate al Signore le vostre preghiere.

Rammentare le nobili azioni e gli uomini onorati e dabbene, per imitarli, è dovere di tutti. La lapida che sarà posta alla memoria diCarlo Binisia dunque riguardata da Voi come un ricordo d'amore e di Virtù, e onorata con sentimento di gratitudine affettuosa. Leggete questo libretto ai vostri figli, conservatelo religiosamente nelle vostre famiglie, e nelle preghiere pe' vostri Morti rammentatevi ancora di quell'anima buona.

Livorno, 22 Gennaio 1843.

20.Livorno, Tipografia Sardi, 1839. Seconda edizione, – nellaViola del Pensiero, Anno II.

20.Livorno, Tipografia Sardi, 1839. Seconda edizione, – nellaViola del Pensiero, Anno II.

21.Livorno, Tipografia Sardi, 1842. Seconda edizione. – nellaRosa di Maggio, 1843.

21.Livorno, Tipografia Sardi, 1842. Seconda edizione. – nellaRosa di Maggio, 1843.

22.Questi frammenti, quali noi li presentiamo ai Lettori, furono dall'Autore offerti in dono a un Amico suo dilettissimo. Forse egli intendeva da prima ordinare nel contesto di un componimento i concetti e le immagini, che venne in essi notando; ma nol fece poi mai.

22.Questi frammenti, quali noi li presentiamo ai Lettori, furono dall'Autore offerti in dono a un Amico suo dilettissimo. Forse egli intendeva da prima ordinare nel contesto di un componimento i concetti e le immagini, che venne in essi notando; ma nol fece poi mai.

23.Ignoriamo se questo poetico componimento sia originale o tradotto.

23.Ignoriamo se questo poetico componimento sia originale o tradotto.

24.L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non vorrà, lo crediamo, disapprovare tale ommissione.

24.L'epigrafe che precede queste Lettere spiega l'intendimento nostro nel pubblicarle: se non ci proponemmo principalmente di offrirle come dimostrazione d'ingegno, molto meno abbiamo mirato a metterle in luce come documenti, che per avventura potessero riuscire o lusinghieri o spiacevoli altrui. Quindi abbiam lasciato solo la iniziale dei nomi, e sostituito talvolta alla vera la generica N, od un X. Ogni discreta e gentil persona non vorrà, lo crediamo, disapprovare tale ommissione.

25.Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso diSilvestro Centofanti. –Firenze 1841.

25.Sull'indole e le vicende della Letteratura Greca, Discorso diSilvestro Centofanti. –Firenze 1841.

26.Dall'Indicatore Livornese, N.º 12.

26.Dall'Indicatore Livornese, N.º 12.

27.Questo Racconto nel libro di Sterne è accompagnato dalla seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede.«EssendoHafen Slawkenbergius–De Nasis– estremamente raro, non sarà discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io farò sopra questo, si è che il suo stile storico è più conciso di quello filosofico, – e sembrami che abbia più del Latino».SLAWKENBERGII FABELLA.Vespera quâdam frigidulâ, posteriori in parte mensis Augusti, peregrinus, mulo fusco colore incidens, manticâ a tergo, paucis indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta, Argentoratum ingressus est.Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et Argentoratum, transitu ad fines Sarmatiæ, mensis intervallo reversurum.Miles peregrini in faciem suspexit: — Dî boni, nova forma nasi!— At multum mihi profuit, – inquit peregrinus, carpum amento extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et magnâ cum urbanitate, pilei parte anteriore tactâ manu sinistrâ, ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit.— Dolet mihi, – ait miles, – tympanistam nanum et valgum alloquens, – virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari haud poterit nudâ acinaci: neque vaginam tote Argentorato habilem inveniet. — Nullam unquam habui, – respondit peregrinus respiciens, seque comiter inclinans; – hoc more gesto, – nudam acinacem elevans, mulo lente progrediente, – ut nasum tueri possim.— Non immerito, benigne peregrine, – respondit miles.— Nihili æstimo, – ait ille tympanista, – e pergamenâ factitius est.— Prout christianus sum, – iniquit miles, – nasus ille, ni sexties major sit, meo esset conformis.— Crepitare audivi, – ait tympanista.— Mehercule! sanguinem emisit, – respondit miles.— Miseret me, – iniquit tympanista, – qui non ambo tetigimus! —Eodem temporis puncto, quo hæc res argumentata fuit inter militem et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore suâ, qui tunc accesserunt, et peregrino prætereunte, restiterunt.— Quantus nasus! æque longus est, – ait tubicina, – ac tuba.— Et ex eodem metallo, – ait tubicen, – velut sternutamento audias.— Tantum abest, – respondit illa, – quod fistulam dulcedine vincit.— Æneus est, – ait tubicen.— Nequaquam, – respondit uxor.— Rursum affirmo, – ait tubicen, – quod æneus est. — Rem penitus explorabo; prius enim digito tangam, – ait uxor, – quam dormivero. —Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum controversiæ, non tantum inter militem et tympanistam, verum etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret.— Nequaquam, – ait ille, in muli collum fræna demittens, et manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) – nequaquam, – ait ille respiciens; – non necesse est ut res isthæc dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur, dum spiritus hos reget artus – Ad quid agendum? — ait uxor burgomagistri.Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e quâ negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam Argentorati latam quæ diversorium templo ex adversam ducit.Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri jussit: quâ apertâ, et coccineis sericis femoralibus extractis cum argenteo laciniato Περιζωμα, his sese induit, statimque, acinaci in manu, ad forum deambulavit.Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus exploraretur, atque ad diversorium regressus est; – exuit se vestibus, bracas coccineas sericas manticæ imposuit, mulumque educi jussit.— Francofurtum proficiscor, – ait ille, – et Argentoratum quatuor abhinc hebdomadis revertar.— Bene curasti hoc jumentum? – ait, muli faciem manu demulcens; – me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit.— Longa via est! – respondit hospes, – nisi plurirum esset negotii.— Enimvero, – ait peregrinus, – a Nasorum Promontorio redivi, et nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam sortitus est, acquisivi. —Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. — Per sanctos sanctasque omnes, – ait hospitis uxor, – nasis duodecim maximis in toto Argentorato major est! estne, – ait illa mariti in aurem insusurrans, – nonne est nasus prægrandis?— Dolus inest, anime mi, – ait hospes; – nasus est falsus.— Verus est, – respondit uxor.— Ex abiete factus est, – ait ille; – terebinthinum olet.— Carbunculus inest, – ait uxor.— Mortuus est nasus, – respondit hospes.— Vivus est, – ait illa, – et si ipsa vivam, tangam.— Votum feci sancto Nicolao, – ait peregrinus, – nasum meum intactum fore usque ad — Quodnam tempus? – illico respondit illa.— Minime tangetur, – inquit ille (manibus in pectus compositis), – usque ad illam horam – Quam horam? — ait illa. — Nullam, – respondit peregrinus, – donec pervenio ad — Quem locum, obsecro? – ait illa. — Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.

27.Questo Racconto nel libro di Sterne è accompagnato dalla seguente nota, e dal Testo latino che qui le succede.

«EssendoHafen Slawkenbergius–De Nasis– estremamente raro, non sarà discaro all'intelligente lettore di conoscere un saggio di alcune pagine del suo originale. La sola osservazione che io farò sopra questo, si è che il suo stile storico è più conciso di quello filosofico, – e sembrami che abbia più del Latino».

SLAWKENBERGII FABELLA.

Vespera quâdam frigidulâ, posteriori in parte mensis Augusti, peregrinus, mulo fusco colore incidens, manticâ a tergo, paucis indusiis, binis calceis, bracisque sericis coccineis repleta, Argentoratum ingressus est.

Militi eum percontanti, quum portas intraret, dixit, se apud Nasorum Promontorium fuisse, Francofurtum proficisci, et Argentoratum, transitu ad fines Sarmatiæ, mensis intervallo reversurum.

Miles peregrini in faciem suspexit: — Dî boni, nova forma nasi!

— At multum mihi profuit, – inquit peregrinus, carpum amento extrahens, e quo pependit acinaces: loculo manum inseruit; et magnâ cum urbanitate, pilei parte anteriore tactâ manu sinistrâ, ut extendit dextram, militi florinum dedit et processit.

— Dolet mihi, – ait miles, – tympanistam nanum et valgum alloquens, – virum adeo urbanum vaginam perdidisse: itinerari haud poterit nudâ acinaci: neque vaginam tote Argentorato habilem inveniet. — Nullam unquam habui, – respondit peregrinus respiciens, seque comiter inclinans; – hoc more gesto, – nudam acinacem elevans, mulo lente progrediente, – ut nasum tueri possim.

— Non immerito, benigne peregrine, – respondit miles.

— Nihili æstimo, – ait ille tympanista, – e pergamenâ factitius est.

— Prout christianus sum, – iniquit miles, – nasus ille, ni sexties major sit, meo esset conformis.

— Crepitare audivi, – ait tympanista.

— Mehercule! sanguinem emisit, – respondit miles.

— Miseret me, – iniquit tympanista, – qui non ambo tetigimus! —

Eodem temporis puncto, quo hæc res argumentata fuit inter militem et tympanistam, disceptabatur ibidem tubicine et uxore suâ, qui tunc accesserunt, et peregrino prætereunte, restiterunt.

— Quantus nasus! æque longus est, – ait tubicina, – ac tuba.

— Et ex eodem metallo, – ait tubicen, – velut sternutamento audias.

— Tantum abest, – respondit illa, – quod fistulam dulcedine vincit.

— Æneus est, – ait tubicen.

— Nequaquam, – respondit uxor.

— Rursum affirmo, – ait tubicen, – quod æneus est. — Rem penitus explorabo; prius enim digito tangam, – ait uxor, – quam dormivero. —

Mulus peregrini gradu lento progressus est, ut unumquodque verbum controversiæ, non tantum inter militem et tympanistam, verum etiam inter tubicinem et uxorem ejus, audiret.

— Nequaquam, – ait ille, in muli collum fræna demittens, et manibus ambabus in pectus positis, (mulo lente progrediente,) – nequaquam, – ait ille respiciens; – non necesse est ut res isthæc dilucidata foret. Minime gentium! meus nasus nunquam tangetur, dum spiritus hos reget artus – Ad quid agendum? — ait uxor burgomagistri.

Peregrinus illi non respondit. Votum faciebat tunc temporis sancto Nicolao: quo facto, in sinum dextram inserens, e quâ negligenter pependit acinaces, lento gradu processit per plateam Argentorati latam quæ diversorium templo ex adversam ducit.

Peregrinus mulo descendens stabulo includi, et manticam inferri jussit: quâ apertâ, et coccineis sericis femoralibus extractis cum argenteo laciniato Περιζωμα, his sese induit, statimque, acinaci in manu, ad forum deambulavit.

Quod ubi peregrinus esset ingressus, uxorem tubicinis obviam euntem aspicit; illico cursum flectit, metuens ne nasus suus exploraretur, atque ad diversorium regressus est; – exuit se vestibus, bracas coccineas sericas manticæ imposuit, mulumque educi jussit.

— Francofurtum proficiscor, – ait ille, – et Argentoratum quatuor abhinc hebdomadis revertar.

— Bene curasti hoc jumentum? – ait, muli faciem manu demulcens; – me, manticamque meam, plus sexcentis mille passibus portavit.

— Longa via est! – respondit hospes, – nisi plurirum esset negotii.

— Enimvero, – ait peregrinus, – a Nasorum Promontorio redivi, et nasum speciosissimum, egregiosissimumque, quem unquam quisquam sortitus est, acquisivi. —

Dum peregrinus hanc miram rationem de seipso reddit, hospes et uxor ejus, oculis intentis, peregrini nasum contemplantur. — Per sanctos sanctasque omnes, – ait hospitis uxor, – nasis duodecim maximis in toto Argentorato major est! estne, – ait illa mariti in aurem insusurrans, – nonne est nasus prægrandis?

— Dolus inest, anime mi, – ait hospes; – nasus est falsus.

— Verus est, – respondit uxor.

— Ex abiete factus est, – ait ille; – terebinthinum olet.

— Carbunculus inest, – ait uxor.

— Mortuus est nasus, – respondit hospes.

— Vivus est, – ait illa, – et si ipsa vivam, tangam.

— Votum feci sancto Nicolao, – ait peregrinus, – nasum meum intactum fore usque ad — Quodnam tempus? – illico respondit illa.

— Minime tangetur, – inquit ille (manibus in pectus compositis), – usque ad illam horam – Quam horam? — ait illa. — Nullam, – respondit peregrinus, – donec pervenio ad — Quem locum, obsecro? – ait illa. — Peregrinus nil respondens mulo conscenso discessit.

28.Dall'Indicatore Livornese, N.º 13. Seconda Edizione di questo e del primo Articolo(Storia di Yorick), – nellaViola del Pensiero, Anno III.

28.Dall'Indicatore Livornese, N.º 13. Seconda Edizione di questo e del primo Articolo(Storia di Yorick), – nellaViola del Pensiero, Anno III.

29.«Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura di Ginevra.Quest'uomo grande, – poichè gli dànno diritto a tal nome la forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti, e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina moltiplice, e lo spirito arguto, – questo uomo grande susciterà la maraviglia di chi può esser tuttora commosso da una virtù eroica, e spirerà sempre la più viva riconoscenza nel cuore dei Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno de' suoi più saldi sostegni, e per assicurare la libertà della nostra Repubblica non temè di perdere spesso la sua; nè curò il suo riposo, e dispregiò le sue ricchezze, nulla lasciando per convalidare la felicità di un paese, che volle onorare scegliendolo a patria; e da quell'ora l'amò come il più caldo de' suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuità del filosofo, e coll'ardore del patriotta.Nel cominciamento della sua storia dice,che dopo aver principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne la causa:– e questo genio di libertà certamente gli fece adottare a patria Ginevra.Bonnivard tuttavia giovane si dichiarò altamente difensore di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519 Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il risentimento; però volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni. Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poichè le sue sventure non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, però era un nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel 1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna fattisi padroni del paese di Vaud.Uscito di schiavitù ebbe il conforto di trovare Ginevra libera. La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella lo accolse cittadino, e gli diè la casa un tempo abitata dal vicario generale, e gli assegnò 200 scudi d'oro finchè dimorasse in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento.Bonnivard non cessò mai d'esser utile; e dopo aver faticato a render Ginevra libera, gli riuscì a renderla tollerante, conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro facevansi; e il conseguì con la sua dolcezza.Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascurò perchè le scienze avessero sede in questa città nascente. Nel 1551donava al pubblico la sua biblioteca, e quei libri formano parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma nol possimo accertare, dacchè nella Necrologia v'è una lacuna dal mese di Luglio 1570 fino al 1571».

29.«Francesco di Bonnivard, figlio di Luigi Bonnivard nativo di Seyssel, e signore di Lunes, nacque nel 1496, e fece li studi a Torino. Nel 1510 Giovanni Amato di Bonnivard suo zio gli cesse il Priorato di San Vittore, benefizio notabile confinante alle mura di Ginevra.

Quest'uomo grande, – poichè gli dànno diritto a tal nome la forza dell'anima, e il cuore ingenuo, e i nobili intendimenti, e la sapienza dei consigli, e il contegno animoso, e la dottrina moltiplice, e lo spirito arguto, – questo uomo grande susciterà la maraviglia di chi può esser tuttora commosso da una virtù eroica, e spirerà sempre la più viva riconoscenza nel cuore dei Ginevrini, che amano Ginevra. Bonnivard fu in ogni evento uno de' suoi più saldi sostegni, e per assicurare la libertà della nostra Repubblica non temè di perdere spesso la sua; nè curò il suo riposo, e dispregiò le sue ricchezze, nulla lasciando per convalidare la felicità di un paese, che volle onorare scegliendolo a patria; e da quell'ora l'amò come il più caldo de' suoi cittadini, e stette alla sua difesa colla intrepidezza di un eroe, e ne scrisse la storia colla ingenuità del filosofo, e coll'ardore del patriotta.

Nel cominciamento della sua storia dice,che dopo aver principiato a leggere quella delle altre nazioni sentivasi trasportato dal suo genio alle repubbliche, e sempre ne sostenne la causa:– e questo genio di libertà certamente gli fece adottare a patria Ginevra.

Bonnivard tuttavia giovane si dichiarò altamente difensore di Ginevra contro al Duca di Savoia, ed al Vescovo. Nel 1519 Bonnivard fu martire della patria. Il Duca di Savoia essendo entrato in Ginevra con 500 uomini, Bonnivard ne temeva il risentimento; però volle ritirarsi a Friburgo, onde schivarne gli effetti; ma tradito da due suoi seguaci fu condotto per comando del Principe a Grolee, dove rimase prigioniero due anni. Bonnivard era infelice nei suoi viaggi; e poichè le sue sventure non avevano punto affreddato l'amor suo per Ginevra, però era un nemico formidabile sempre a coloro che la minacciavano, e per conseguenza Bonnivard doveva esser la mira dei loro colpi. Nel 1530 i ladri lo incontravano sul Jura, e dopo averlo svaligiato lo posero nelle mani al Duca di Savoia. Quel principe lo fece chiudere nel castello di Chillon, dove rimase senza esser giudicato fino al 1536, e allora fu liberato da quei di Berna fattisi padroni del paese di Vaud.

Uscito di schiavitù ebbe il conforto di trovare Ginevra libera. La Repubblica fu pronta ad attestargli la sua riconoscenza rimeritandolo dei mali sofferti. Nel mese di Giugno 1536 ella lo accolse cittadino, e gli diè la casa un tempo abitata dal vicario generale, e gli assegnò 200 scudi d'oro finchè dimorasse in Ginevra, e l'anno 1537 fu ammesso nel Consiglio dei Dugento.

Bonnivard non cessò mai d'esser utile; e dopo aver faticato a render Ginevra libera, gli riuscì a renderla tollerante, conducendo il Consiglio a concedere agli ecclesiastici, e ai contadini, tempo bastevole onde esaminare le proposte, che loro facevansi; e il conseguì con la sua dolcezza.

Bonnivard fu letterato, e i suoi manoscritti provano come avesse ben letto i classici latini, e come fosse profondo nella teologia e nella storia. Quest'uomo grande amava le scienze, e credeva potessero fare la gloria di Ginevra; quindi nulla trascurò perchè le scienze avessero sede in questa città nascente. Nel 1551donava al pubblico la sua biblioteca, e quei libri formano parte delle belle e rare edizioni del Secolo XV, le quali si veggono nella nostra raccolta. Finalmente l'anno medesimo questo buon cittadino istituiva la Repubblica erede del suo, a condizione di impiegare quei beni per mantenere il Collegio, che si avvisavano fondare. Pare, che Bonnivard morisse nel 1570, ma nol possimo accertare, dacchè nella Necrologia v'è una lacuna dal mese di Luglio 1570 fino al 1571».

30.«Così narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo sì breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e a questa causa più che alla paura vuolsi attribuire siffatto cangiamento in quella regina».

30.«Così narrano di Lodovico Sforza, e di altri. Affermano lo stesso di Maria Antonietta moglie di Luigi XVI, ma non in tempo sì breve. Dicesi che il dolore produca il medesimo effetto, e a questa causa più che alla paura vuolsi attribuire siffatto cangiamento in quella regina».

31.«Il castello di Chillon è situato fra Clarens, e Villanuova, la quale giace ad una estremità del lago di Ginevra. A mano manca del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret, e S. Gingo. Dietro al castello vi è un monte vicino, e sopra vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura, è stato scandagliato sino alla profondità di 800 piedi francesi. Dentro al castello vi è una fila di prigioni, dove chiudevansi i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perchè una ve n'è mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: – egli vi stette chiuso parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, allorchè Giulia salva dall'acqua uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla immersione la conduce a morte».

31.«Il castello di Chillon è situato fra Clarens, e Villanuova, la quale giace ad una estremità del lago di Ginevra. A mano manca del castello vi sono le imboccature del Rodano, e di fronte le alture di Meillerie, e la catena delle Alpi sopra Boveret, e S. Gingo. Dietro al castello vi è un monte vicino, e sopra vi scorre un torrente: il lago, che bagna in fondo le mura, è stato scandagliato sino alla profondità di 800 piedi francesi. Dentro al castello vi è una fila di prigioni, dove chiudevansi i primi riformatori, e poi i prigionieri di Stato. Traverso una delle volte esiste sempre un trave nero dal tempo, sul quale ci dissero che i rei anticamente erano giustiziati. Nelle carceri vi sono sette colonne, o piuttosto otto, perchè una ve n'è mezzo internata nel muro. In alcune colonne vi sono anelli, che servivano per le catene dei prigionieri, e sul pavimento i passi di Bonnivard vi hanno lasciata l'orma: – egli vi stette chiuso parecchi anni. Presso a questo castello Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, allorchè Giulia salva dall'acqua uno de' suoi figli, e la malattia prodotta dallo spavento e dalla immersione la conduce a morte».

32.«Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano da Chillon, vi è un'isola piccolissima, la sola che io potessi scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi, io credo non più di tre; e dall'esser così sola, e così piccola, produce un effetto singolare alla vista.Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota così minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e le sue virtù. Le poche notizie della sua vita mi furono date da un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica libertà».

32.«Fra le imboccature del Rodano e Villanuova, non lontano da Chillon, vi è un'isola piccolissima, la sola che io potessi scorgere viaggiando il lago da ogni parte. Contiene pochi alberi, io credo non più di tre; e dall'esser così sola, e così piccola, produce un effetto singolare alla vista.

Quando io ebbi scritto questo poema non mi era nota così minutamente la storia di Bonnivard; altrimenti avrei cercato di nobilitare il soggetto, tentando a celebrare il suo coraggio, e le sue virtù. Le poche notizie della sua vita mi furono date da un cittadino cortese di quella Repubblica, altero sempre della memoria di un uomo degno di vivere nei tempi migliori dell'antica libertà».

33.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.

33.Dall'Indicatore Livornese, N.º 44.

34.DallaViola del Pensiero, Anno I.

34.DallaViola del Pensiero, Anno I.

35.DallaRosa di Maggio, 1843.

35.DallaRosa di Maggio, 1843.

36.DallaRosa di Maggio, 1843.

36.DallaRosa di Maggio, 1843.

37.DallaRosa di Maggio, 1843.

37.DallaRosa di Maggio, 1843.

38.DallaViola del Pensiero, Anno I.

38.DallaViola del Pensiero, Anno I.

39.DallaViola del Pensiero, Anno I.Questo canto, di cui s'ignorò per qualche tempo l'origine, fu successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si accertò esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore degli anni, e delle speranze. — Sir Giovanni Moore soccombè nella battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna.

39.DallaViola del Pensiero, Anno I.

Questo canto, di cui s'ignorò per qualche tempo l'origine, fu successivamente da alcuni attribuito a Lord Byron; ma poi si accertò esserne autore Carlo Wolfe, spento anch'egli sul fiore degli anni, e delle speranze. — Sir Giovanni Moore soccombè nella battaglia di Coruna sostenuta il 16 Gennaio 1808 dagl'Inglesi contro le truppe francesi, che invadevano allora la Spagna.

40.DallaViola del Pensiero, Anno I.

40.DallaViola del Pensiero, Anno I.

41.DallaViola del Pensiero, Anno I.

41.DallaViola del Pensiero, Anno I.

42.Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile, sebbene qua e là in esse s'incontri identità quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d'intendere.Il Ferrario traduce: «E tu, cui l'incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta». — VediTeatro scelto diSchiller, trad. da P. Ferrario; vol. II, pag. 125, – Mil. 1819.

42.Collazionata questa Traduzione con quella di Pompeo Ferrario, meritamente tenuta in gran pregio, ci parve di riscontrar nella prima maggior grazia e spontaneità di stile, sebbene qua e là in esse s'incontri identità quasi assoluta di frasi e di periodi. E fummo lieti di trovare nella Traduzione del Bini espresso con fedeltà ed evidenza questo concetto, che nell'altra non ci riusciva d'intendere.

Il Ferrario traduce: «E tu, cui l'incantato basilisco diede lo sguardo di morte, poni sulla mia bocca l'avvelenata saetta». — VediTeatro scelto diSchiller, trad. da P. Ferrario; vol. II, pag. 125, – Mil. 1819.

43.Tra questi vogliono esser notati l'opera della quale vennero 5 volumi in foglio nel 36, edita da una commissione ordinata da Carlo Alberto re di Sardegna, ed ha per titolo: —Historiae patriae monumenta, — divisa inchartae,leges municipales, eScriptores; — iDocumenti, monete, sigilli, per la storia del Piemonte e della Savoia, del Cibrario, e del Promis; — leMemorie e Documenti per servire alla storia del Principato Lucchese, raccolta ricchissima cominciata nel 13 dal governo francese; — il séguito alCodice diplomatico Toscanodel Brunetti; — iDocumenti di Storia Italiana, ricavati dalla Biblioteca di Parigi da G. Molini, con note pregevolissime di Gino Capponi; — l'edizione del Rosini dei Dispacci del Guicciardini nella sua Legazione in Ispagna nel 1511, e delle Lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze; — leRelazioni degli Ambasciatori Veneti, con note dell'Albèri; — leStorie di Giovanni Cavalcanti, pubblicate dal Polidori, le quali illustrano i tempi di Cosimo dei Medici il vecchio; — ilCarteggio inedito d'Artisti dei Secoli XIV, XV, XVI, importante ancora per il lato politico, pubblicato dal Gaye; — la vita diDonato Acciaiuoli, d'Angelo Segni, edita dal Tonelli; — iRicordidella famiglia Rinuccini dal 1282 al 1306, messi in luce dall'Ajazzi con note ed escursioni storiche. La vita di Alessandro VII del Pallavicino, il celebre Storico del Concilio di Trento, finalmente sodisfacendo al lungo desiderio dei dotti è stata stampata; e iMunicipii Italianidel Morbio, benchè trattati con troppa furia, contengono molto del buono. Non sono da omettere leVitedi Federigo e Guidobaldo da Montefeltro, di Bernardino Baldi primo Abate di Guastalla, e leMemorie storiche del Pontificato di Clemente VII, di Patrizio de' Rossi. E finalmente l'Archivio Storico Italiano, che si stampa in Firenze, promette di riuscire un ricco fondo per gli Studi Storici, avendo a pro suo numerose biblioteche, e la cooperazione delle persone più capaci del paese.

43.Tra questi vogliono esser notati l'opera della quale vennero 5 volumi in foglio nel 36, edita da una commissione ordinata da Carlo Alberto re di Sardegna, ed ha per titolo: —Historiae patriae monumenta, — divisa inchartae,leges municipales, eScriptores; — iDocumenti, monete, sigilli, per la storia del Piemonte e della Savoia, del Cibrario, e del Promis; — leMemorie e Documenti per servire alla storia del Principato Lucchese, raccolta ricchissima cominciata nel 13 dal governo francese; — il séguito alCodice diplomatico Toscanodel Brunetti; — iDocumenti di Storia Italiana, ricavati dalla Biblioteca di Parigi da G. Molini, con note pregevolissime di Gino Capponi; — l'edizione del Rosini dei Dispacci del Guicciardini nella sua Legazione in Ispagna nel 1511, e delle Lettere del Busini al Varchi sull'assedio di Firenze; — leRelazioni degli Ambasciatori Veneti, con note dell'Albèri; — leStorie di Giovanni Cavalcanti, pubblicate dal Polidori, le quali illustrano i tempi di Cosimo dei Medici il vecchio; — ilCarteggio inedito d'Artisti dei Secoli XIV, XV, XVI, importante ancora per il lato politico, pubblicato dal Gaye; — la vita diDonato Acciaiuoli, d'Angelo Segni, edita dal Tonelli; — iRicordidella famiglia Rinuccini dal 1282 al 1306, messi in luce dall'Ajazzi con note ed escursioni storiche. La vita di Alessandro VII del Pallavicino, il celebre Storico del Concilio di Trento, finalmente sodisfacendo al lungo desiderio dei dotti è stata stampata; e iMunicipii Italianidel Morbio, benchè trattati con troppa furia, contengono molto del buono. Non sono da omettere leVitedi Federigo e Guidobaldo da Montefeltro, di Bernardino Baldi primo Abate di Guastalla, e leMemorie storiche del Pontificato di Clemente VII, di Patrizio de' Rossi. E finalmente l'Archivio Storico Italiano, che si stampa in Firenze, promette di riuscire un ricco fondo per gli Studi Storici, avendo a pro suo numerose biblioteche, e la cooperazione delle persone più capaci del paese.

44.Qui m'è forza restringermi alle più rilevanti tra quelle opere, che risguardano città o provincie separatamente, come sarebbe la storia di Chieri, e la storia della Monarchia Savoiarda del Cibrario, la storia di Saluzzo e dei suoi Marchesi del Muletti, le memorie dei Conti di Desana del Gazzera, la storia dei Valdesi di Charvay, le storie di Genova del Serra e del Varese, il libro del Sauli sulla Colonia Genovese in Galata, e la storia di Sardegna del Manno. Tutte queste, e molte più ancora, vertono intorno agli Stati Sardi. È nota la storia di Milano del Rosmini; il Cantù scrisse la storia di Como, ed espose lo stato della Lombardia nel Secolo XVII; il Robolini la storia di Pavia, il Romegialli quella della Valtellina, e delle Contee di Bormio e Chiavenna, e il Cittadella è dietro a pubblicare la storia della signoria dei Da Carrara in Padova. Sono ancora da nominarsi gli Annali Veneziani, e la storia del Commercio Veneziano del Mulinelli, e la storia di Parma del Pezzana. Il Venturi fece la storia di Scandiano, e il Viani le memorie della famiglia Cybo colla storia delle monete di Massa. Già è fuori la seconda edizione della storia di Lucca del Mazzarosa, e delle sue dissertazioni sulla legislazione, e sulla costituzione ecclesiastica di questa Repubblica. L'Inghirami e il Carbone hanno cominciato storie della Toscana, il Vivoli gli Annali di Livorno, e il Bonaini attende all'antica storia e costituzione di Pisa. Lo Stato della Chiesa non ha prodotto gran cosa, — la serie dei Senatori Romani dell'Olivieri, la storia d'Ancona del Peruzzi, le memorie contemporanee del Cardinal Pacca. Al contrario Napoli e Sicilia sono ricchi, — e la storia di Napoli del Colletta sotto la dinastia dei Borboni sino al 1825 si raccomanda per la materia e per lo stile. Il Pagano scrisse la storia di Napoli sino al cessare degli Aragonesi, il De-Cesare la storia di Manfredi, e il Sosti cominciò la storia del chiostro di Monte Cassino, dove egli vive come membro dell'ordine, e bibliotecario. Pietro Lanza, principe di Scordia, scrisse sulla storia della Sicilia sotto i Normanni, e intorno ai tempi dal 1532 al 1789, correggendo in molti luoghi l'ultima opera del Botta. Il Fazzello, il Ferrara, il Palmèri, scrissero storie di Sicilia, e l'Amari sopra documenti sinora incogniti compose la storia di Carlo I di Angiò, dei Vespri Siciliani, e del regno degli Aragonesi sino al trattato di pace di Caltabellota 1302. E sono comparse notabili biografie: — la Vita e i fatti di Gian Jacopo Trivulzio del Rosmini, la Vita di Dante del Balbo, che per tanti lati si collega alla storia politica, quella di Caterina dei Medici dell'Albèri, quella di Malatesta Baglioni ultimo Capitano della Repubblica fiorentina del Vermiglioli, e la storia di Giovanni da Procida del Buscemi. La storia dei Navigatori e Viaggiatori Italiani è singolarmente illustrata dai lavori critici del Canovai e del Napione sopra il Vespucci e Colombo, dalle opere del Cardinal Zurla sopra Marco Polo, Alvise da Cadamosto, e altri Viaggiatori Veneziani, e dal libro del Baldelli sopra Marco Polo, e sopra la storia delle antiche relazioni commerciali tra l'Asia e l'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano fino al Califfato. Godono poi da lungo tempo di una fama ben meritata le Famiglie Storiche Italiane del Litta, e presentemente lavora intorno agli Orsini, e i Borromeo di Milano, i Pazzi e i Buondelmonte di Firenze, e i Buonaparte di S. Miniato.

44.Qui m'è forza restringermi alle più rilevanti tra quelle opere, che risguardano città o provincie separatamente, come sarebbe la storia di Chieri, e la storia della Monarchia Savoiarda del Cibrario, la storia di Saluzzo e dei suoi Marchesi del Muletti, le memorie dei Conti di Desana del Gazzera, la storia dei Valdesi di Charvay, le storie di Genova del Serra e del Varese, il libro del Sauli sulla Colonia Genovese in Galata, e la storia di Sardegna del Manno. Tutte queste, e molte più ancora, vertono intorno agli Stati Sardi. È nota la storia di Milano del Rosmini; il Cantù scrisse la storia di Como, ed espose lo stato della Lombardia nel Secolo XVII; il Robolini la storia di Pavia, il Romegialli quella della Valtellina, e delle Contee di Bormio e Chiavenna, e il Cittadella è dietro a pubblicare la storia della signoria dei Da Carrara in Padova. Sono ancora da nominarsi gli Annali Veneziani, e la storia del Commercio Veneziano del Mulinelli, e la storia di Parma del Pezzana. Il Venturi fece la storia di Scandiano, e il Viani le memorie della famiglia Cybo colla storia delle monete di Massa. Già è fuori la seconda edizione della storia di Lucca del Mazzarosa, e delle sue dissertazioni sulla legislazione, e sulla costituzione ecclesiastica di questa Repubblica. L'Inghirami e il Carbone hanno cominciato storie della Toscana, il Vivoli gli Annali di Livorno, e il Bonaini attende all'antica storia e costituzione di Pisa. Lo Stato della Chiesa non ha prodotto gran cosa, — la serie dei Senatori Romani dell'Olivieri, la storia d'Ancona del Peruzzi, le memorie contemporanee del Cardinal Pacca. Al contrario Napoli e Sicilia sono ricchi, — e la storia di Napoli del Colletta sotto la dinastia dei Borboni sino al 1825 si raccomanda per la materia e per lo stile. Il Pagano scrisse la storia di Napoli sino al cessare degli Aragonesi, il De-Cesare la storia di Manfredi, e il Sosti cominciò la storia del chiostro di Monte Cassino, dove egli vive come membro dell'ordine, e bibliotecario. Pietro Lanza, principe di Scordia, scrisse sulla storia della Sicilia sotto i Normanni, e intorno ai tempi dal 1532 al 1789, correggendo in molti luoghi l'ultima opera del Botta. Il Fazzello, il Ferrara, il Palmèri, scrissero storie di Sicilia, e l'Amari sopra documenti sinora incogniti compose la storia di Carlo I di Angiò, dei Vespri Siciliani, e del regno degli Aragonesi sino al trattato di pace di Caltabellota 1302. E sono comparse notabili biografie: — la Vita e i fatti di Gian Jacopo Trivulzio del Rosmini, la Vita di Dante del Balbo, che per tanti lati si collega alla storia politica, quella di Caterina dei Medici dell'Albèri, quella di Malatesta Baglioni ultimo Capitano della Repubblica fiorentina del Vermiglioli, e la storia di Giovanni da Procida del Buscemi. La storia dei Navigatori e Viaggiatori Italiani è singolarmente illustrata dai lavori critici del Canovai e del Napione sopra il Vespucci e Colombo, dalle opere del Cardinal Zurla sopra Marco Polo, Alvise da Cadamosto, e altri Viaggiatori Veneziani, e dal libro del Baldelli sopra Marco Polo, e sopra la storia delle antiche relazioni commerciali tra l'Asia e l'Europa, dalla caduta dell'Impero Romano fino al Califfato. Godono poi da lungo tempo di una fama ben meritata le Famiglie Storiche Italiane del Litta, e presentemente lavora intorno agli Orsini, e i Borromeo di Milano, i Pazzi e i Buondelmonte di Firenze, e i Buonaparte di S. Miniato.

45.Livorno, dal Gabinetto Scientifico Letterario, – Tipografia Vannini; 1842.

45.Livorno, dal Gabinetto Scientifico Letterario, – Tipografia Vannini; 1842.


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