POESIE VARIE

POESIE VARIE

IL PRIGIONIERO DI CHILLON[29]POEMA ROMANTICO—DI LORD BYRON—

I miei capelli sono grigi, ma non dagli anni; nè in una notte[30]imbiancarono, come avvenne talvolta per súbita paura; curve ho le membra, ma non dalle fatiche; elle si contrassero in un vile riposo, dacchè furono preda della prigione, e a me toccò la sorte di coloro cui fu negato godere la bellezza della terra, e dell'aria. Ma io soffersi le catene, e stetti vicino alla morte per la fede del padre mio: e il padre mio periva alla tortura per massime, che non volle abbandonare, e per questo i suoi figli trovarono stanza nelle tenebre. Noi eravamo sette, ed ora sol uno rimane; sei giovani e un vecchio finivano come incominciarono, alteri della persecuzione. Uno sul fuoco, e due sul campo confermavano la fede loro col sangue, morendo come il padre moriva. Tre furono gittati in una carcere; e di questi io sono il misero avanzo.

Nelle antiche e profonde prigioni di Chillon sorgono sette colonne di gotica struttura, sette colonne grigie, e massiccie, e tetre di un raggio racchiuso, un raggio di Sole, che ha smarrita la via, e per una fessura delle grosse muraglie è caduto strisciando sull'umido pavimento a guisa della meteora sulla palude. È in ogni colonna un anello, e in ogni anello una catena; e quel ferro rode, – perchè il segno dei suoi denti rimane in queste membra, nè andrà via finchè io non abbia finito questo nuovo giorno ora penoso agli occhi miei, – i quali non hanno veduto così sorgere il Sole per anni, che io non posso numerare, perchè ho perduta la memoria di numero sì lungo e gravoso, fin da quando l'ultimo fratel mio di lenta morte moriva, ed io stetti vivo al suo fianco.

C'incatenarono alle colonne, – ed eravamo tre; – pure ognuno era solo: noi non potevamo muovere un passo, nè vederci l'un l'altro, se non a quella pallida e livida luce, che ci faceva nell'aspetto stranieri: e così insieme, benchè separati, colle mani in catene, e coll'affanno nel cuore, nella penuria dei puri elementi della terra, era un sollievo udirci favellare a vicenda, e l'uno volgersi a conforto dell'altro con una nuova speranza, o un'antica leggenda, o una canzone di eroico ardimento; ma queste cose ancora finalmente affreddavansi, e le nostre voci prendevano un suono terribile, – l'eco della prigione; – un suono stridente, non pieno, e libero come prima: – e sarà fantasia, ma quelle voci più non mi suonavano come nostre.

Io era il maggiore dei tre fratelli, e doveva sostenerne il coraggio, e feci il mio meglio, e tutti fecero bene secondo la loro potenza. L'anima mia era commossa di dolore pel fratello più giovane; il padre lo amava sopra tutti, perocchè avesse la sembianza di sua madre, e gli occhi azzurri come il cielo. In verità era sventura a vedere quell'uccello in tal nido; – egli era bello come il giorno, – allorquando il giorno mi pareva bello come all'aquile giovanette, e liete di libertà; – era bello come un giorno polare figlio nevoso di un Sole, che non giunge al tramonto, se non dopo lunghissima durata di luce. Così egli era puro, e luminoso, e gaio nel suo spirito ingenuo; nè per altro piangeva fuorchè per l'altrui sciagure, e le sue lacrime scorrevano come ruscelli di montagna, quando ei non poteva alleggerire il dolore, che aborriva di veder sulla terra.

L'altro era similmente puro dell'anima, ma creato a combattere colla sua specie; forte del corpo, e di tal cuore, che saria stato in guerra contro il mondo tutto, e sarebbe morto gioioso tra i primi. Ma non era fatto per consumarsi nelle catene; e il suo spirito sveniva nel cigolio dei ferri, e io tacitamente lo vedeva mancare; e così per avventura faceva il mio spirito, ma io lo strinsi a dar animo a quelle reliquie di una cara famiglia. Egli era stato cacciatore dei monti, inseguendo il lupo, ed il cervo: per lui la prigione era un abisso, e il piede avvinto il supremo dei mali.

Presso alle mura di Chillon giace il lago Lemano; mille piedi giù nel profondo le masse dell'acqua s'incontrano, e scorrono; tanto fu misurato dal bianco baluardo[31]di Chillon, che intorno è recinto dall'onda: e il muro, e l'onda, ne hanno fatto una doppia prigione, – un sepolcro di vivi. La volta oscura dove eravamo, giace sotto la superficie del lago: noi lo sentivamo fremere di giorno e di notte sulle nostre teste; ed io nell'inverno ho inteso lo spruzzo delle acque bagnare le ferriate, quando i venti erano alti, e imperversavano pel cielo felice; ed allora la roccia tremava, ed io immoto accoglieva quell'urto, perchè avrei sorriso alla morte, che mi avesse fatto libero.

Io dissi, che il mio secondo fratello si consumava; io dissi, che il suo cuore potente sveniva: il cibo gli venne a fastidio, e non ne prendeva; non già che fosse mal dilicato, perchè noi eravamo avvezzi al pasto del cacciatore, nè il cibo ci dava pensiere. Il latte dalla capra montana fu scambiato con acqua dello stagno; e il pane era quel pane, che le lacrime dello schiavo bagnano da mille e mille anni, dopochè l'uomo per la prima volta chiuse i suoi simili come bruti in una prigione di ferro. Ma a noi, o a lui, che importava del pasto? Ciò non gli affliggeva il cuore, o le membra: l'anima del mio fratello aveva tempre siffatte, che in un palazzo sarebbe affreddata, se gli avessero negato di respirare liberamentesull'erta della montagna dirupata. Ma perchè differire il vero? – egli moriva. Io il vidi, ma non potei sorreggergli il capo, non potei stringergli la mano, nè quando moriva, nè quando fu morto, benchè a tutta forza mi dibattessi per rompere le mie catene. Egli morì; – e fu sciolto dai ferri, e gli scavarono angusta la fossa entro la fredda terra della nostra caverna. Io chiesi loro come una grazia, che ponessero il corpo da quella parte dove il giorno poteva splendere: – era un pensiere di follia, ma quel pensiere allora mi turbava il cervello, quasichè ancora nella morte il libero petto del fratel mio non potesse quietare in quella prigione. Oh! avessi risparmiata la mia vana preghiera! – Risero freddamente, e lo deposero laddove a lor piacque; e l'arida terra stette sopra colui, che amammo di tanto amore, e sopra la terra stettero le sue vuote catene, degno monumento di quell'omicidio.

Ma il fiore dei miei fratelli, il più diletto dopo la sua ora natale, che nel bel volto ritraeva l'immagine di sua madre, il tenero amore di tutta la sua schiatta, il pensiere più caro del martire suo padre, – l'ultima cura mia, – colui, onde io cercai tenere la vita, perchè egli vivesse allor meno misero, e libero un giorno, – colui, che per virtù di natura, o ispirato, pur sostenne franco il suo spirito, – quel fiore fu percosso, e di giorno in giorno appassiva sullo stelo. O Dio! come è tremendo a veder l'anima umana sciogliere il volo, sotto qualunque forma si parla! – Io ho veduto dipartirsi l'anima nel sangue; io l'ho veduta sui marosi dell'oceano contendere con un motodi convulsione disperata; io ho veduto l'infermo sul letto dell'agonia nel delirio del peccato, e della paura: ma le angoscie del mio fratello non erano miste a simili orrori; – il suo era un dolore lento, e sicuro. – Egli veniva meno, ma tranquillo, e mansueto; si consumava soavemente, e senza pianto, e pur con immensa tenerezza, – e si addolorava per coloro, che lasciavasi addietro. Egli aveva prima una guancia florida sì, da prendere a scherno la tomba; – una guancia da cui sparvero a mano a mano i colori, come un raggio dell'iride, che si dilegua; – egli aveva un occhio così vivo di luce da rischiararne quasi la carcere; pur non disse parola di lamento, non diè gemito sopra la sua morte immatura, non parlò un momento dei giorni più felici, non mostrò la più lieve delle speranze per suscitare almeno le mie, – perchè io era caduto in fondo al silenzio, io mi perdeva in questa perdita estrema, la maggiore di tutte. Il fratel mio sopprimeva il sospiro di una natura vicina a mancare; e via via più sommesso traendolo, venne al punto, che io tesi l'orecchio, e non ascoltai più nulla: frenetico di spavento, chiamai a gran voce, e conobbi, che più non vi era speranza; ma il mio timore non voleva quell'avviso, e dando una scossa fortissima ruppi le mie catene e precipitai verso il mio fratello.... – era morto. Io solo viveva, io solo respirava l'alito maledetto di una prigione. In questo luogo fatale erasi spezzato l'ultimo, – l'unico, – il più caro legame fra me, e l'eterno abisso, – l'unico legame, che tuttavia mi stringesse alla mia schiatta cadente. I due miei fratelli avevano omai cessato di vivere: ed uno giaceva sulla terra, e l'altro sotto. Io presi quella mano immobile tanto; – ahimè! la mia non era meno fredda.Io non aveva vigore di muovermi, o di fare il minimo sforzo; ma io sentiva di aver sempre una vita, – sentimento di frenesia, quando sappiamo, che anime a noi care più non avranno una vita. Non so perchè non potessi morire: – non aveva speranza terrena, tranne la fede; e questa mi vietò, che io mi dessi colle mie mani la morte.

Quello che allora e dipoi avvenisse di me, io nol so bene, e nol seppi giammai. Dapprima venne la perdita della luce, e dell'aria; quindi delle tenebre ancora. Io non aveva pensiere, nè sentimento, – nulla: – stetti una pietra fra le pietre; e mal sapendo quel ch'io immaginassi, era come l'arida rupe fra le nebbie, – perchè tutto era vuoto, freddo, ed oscuro: non era nè notte, nè giorno, neppure la luce della prigione odiosa tanto agli occhi miei gravi: era un vuoto, che assorbiva lo spazio; e qualche cosa di fisso, ma senza luogo. Non v'erano stelle, nè terra, nè tempo, nè legge, nè vicenda, nè bene, nè male: ma silenzio; e un respiro insensibile, nè di vita, nè di morte; un mare di ozio stagnante, oscuro, illimitato, muto, ed immobile.

Una luce mi balenò sulla mente: – era il canto di un uccello: – cessò, – e poi venne di nuovo; – il canto più dolce, che orecchie umane intendessero: ed io ringraziava, ascoltando, finchè i miei occhi in ogni parte si volgessero per la lieta sorpresa; ma in quell'istante non poterono scorgere come io fossi il figliodella sventura. Poi a grado a grado i miei sensi tornarono sull'usate traccie; ed io come per l'innanzi mi vidi attorno le mura della prigione, e il raggio di Sole, che vi penetrava furtivo; ma sulla fessura, donde quel raggio veniva, era posato l'uccello, tutto gaio, e dimestico, più che se fosse stato sull'albero; – un amabile uccello dall'ale azzurre; e il suo canto diceva mille cose, – e sembrava, che le dicesse tutte per me; io non aveva veduto in passato il suo simile, nè più lo vedrò. Pareva, che come a me gli mancasse un compagno; ma non era per metà così desolato: era venuto ad amarmi, nel punto che non viveva più nessuno per amarmi, – e consolandomi dalla fessura della mia prigione mi aveva ricondotto al sentimento, e al pensiere. Io non so, s'ei fosse libero di poco tempo, o se avesse rotta la sua gabbia per posare sulla mia: – ma ben sapendo, o diletto uccello, cosa sia schiavitù, non te la posso desiderare. – Era forse un angelo, che in forma d'alato mi visitava dal Paradiso? – perchè, (perdonimi il cielo questo pensiere,) mentre egli mi sforzava al pianto, e al sorriso, io pensai qualche volta, che fosse l'anima del fratel mio discesa a vedermi: ma finalmente l'uccello volossene via, ed era un mortale; – ben me ne accôrsi, perchè altrimenti così non sarebbe volato via, nè due volte mi avrebbe lasciato così solitario; – solitario, come un cadavere nel suo lenzuolo funereo; – solitario, come una nube in un giorno di Sole, mentre il resto del cielo è sereno; – un punto oscuro nell'atmosfera, che non ha motivo di apparire, mentre azzurro è il firmamento, e gaia la terra.

Nel mio destino venne una vicenda: i miei custodi si fecero pietosi, nè io so perchè, – talmente erano avvezzi allo spettacolo del dolore; ma così fu, e la mia catena giacque spezzata, e mi venne concesso passeggiare lungo la mia cella da una banda, e dall'altra, e su, e giù, e per traverso, e in fine da ogni lato, e intorno ad una ad una delle colonne, ritornando sempre là donde io cominciava, e nel passeggiare schivando solo le tombe fraterne, dove non cresceva cespuglio; perchè se io pensava, che sbadatamente il mio piede avesse profanato l'umile letto del loro riposo, grave mi si affannava il respiro, e il cuore mancandomi mi cadeva ammalato.

Io feci nel muro una scala, non già per fuggire, perchè io aveva sepolto tutti coloro, che mi amavano in forma umana; e quindi la terra intera non mi sarebbe apparsa, che una prigione più vasta. Io non aveva figlio, nè padre, nè parente, nè compagno nella mia miseria. Io pensai a questo, e ne fui lieto, dacchè il pensiere de' miei congiunti mi aveva travolto in follia. Ma io era curioso di salire alle mie ferriate, e di piegare un'altra volta sull'alte montagne la quiete d'uno sguardo innamorato.

Io le vidi; – erano le stesse, nè cangiate come il mio corpo: vidi sulla cima i loro mille anni di neve, – edi sotto a loro il lago largo, e lunghissimo, e il Rodano azzurro nella sua pienezza; intesi i torrenti sgorgando saltare su per le roccie, e sui rotti arbusti; vidi la lontana città dalle bianche mura, e vele più bianche, che giù correvano veloci; e allora v'era un'isoletta[32], che mi rideva in faccia, l'unica, che fosse alla vista; – un'isoletta verde, e non sembrava più larga, che il pavimento del carcere mio. Ma sopra vi erano tre alberi alti, e vi spirava la brezza della montagna, e vicine le scorrevano le acque, e vi crescevano giovani fiori, gentili al fiato, e al colore. Nuotavano i pesci presso le mura del castello, e tutti mi parevano allegri: l'aquila correva sull'alto dei venti, nè mi parve corresse mai sì veloce come allora, che faceva sembiante di volare alla mia volta; e allora nuove lacrime mi tornarono negli occhi, ed io mi sentiva commosso, nè avrei voluto aver lasciata la mia recente catena: e quando io scesi al basso, la tenebra della mia dimora mi cadde sullo spirito come un peso gravissimo: era come una fossa scavata di fresco, che si chiuda sopra colui, che tentammo salvare; e pure il mio sguardo, oppresso di troppo, quasi aveva bisogno di un siffatto riposo.

I giorni, i mesi, e gli anni passano; – io non li numerai, nè vi posi mente: non aveva speranza di sollevare i miei occhi, e sgombrarli della tetra loro caligine. Finalmente uomini vennero a farmi libero; ma non ne chiesi la ragione, nè mi curai dove andare: per me era tutt'uno, starmi sciolto, o nei ferri; – io aveva imparato ad amare la disperazione. E così quando vennero a sciogliere i miei legami, quelleorride mura erano per me diventate un eremitaggio; – erano per me tutto il mio, e nel cuore quasi sentiva come se quegli uomini fossero venuti a strapparmi un'altra volta dalla mia casa paterna. Io mi era fatto amico al ragno, osservandolo attento nelle triste sue reti, e aveva veduto il sorcio trescare al lume della luna: e perchè avrei dovuto sentire meno di loro? Eravamo tutti abitanti di un luogo medesimo, ed io monarca d'ogni razza aveva potenza di uccidere; – pur, cosa strana a narrarsi, noi avevamo imparato a vivere in pace. Perfino le mie stesse catene, ed io, eravamo diventati amici, – talmente una lunga comunanza tende a farci quel che noi siamo; – io dunque ricuperai la mia libertà con un sospiro.

— 1830[33]—

Titano! tu con gli occhi immortali vedesti nella trista loro realtà gli affanni umani, come cose che mal si trascuravano dagli Dei; ma qual era il premio della tua pietà? Un soffrire tacito, intenso; la rupe, l'avvoltoio, e la catena; – tutto il dolore che possono sentire i superbi, tutta l'agonia che non rivelano mai, – quel senso soffocato d'angoscia, che non parla fuorchè nella sua solitudine, e teme geloso, che il cielo non abbia un orecchio per ascoltare, nè vuol sospirare finchè la sua voce non sia rimasta senz'eco.

Titano! a te fu data la lotta tra il soffrire e il volere, cose che tormentano in quella parte che non può morire. E il cielo inesorabile, e la sorda tirannia del Fato, il principio dominatore dell'odio, che per suo trastullo crea le cose che può annientare, ti rifiutarono la sorte del morire: – un miserabile donofu tuo l'eternità, e tu l'hai ben sopportato. – Tutto ciò che il Tonante strappò da te, fu solo la minaccia che gli lanciasti contro negli spasimi della tortura. Ben tu leggesti nel Fato, ma per placarlo non volesti ridirglielo; e nel tuo silenzio fu la sua sentenza, e nella sua anima un inutile pentimento, e una paura così mal dissimulata, che i fulmini gli tremavano nella destra.

Il tuo celeste delitto fu l'essere umano, e sminuire coi tuoi precetti la somma delle umane miserie, e afforzare l'uomo della sua propria mente; ma tradito come fosti dall'alto, pure dalla tua tranquilla energia, dalla tua pazienza, e dalla repulsa del tuo spirito impenetrabile, che Cielo e Terra non poterono scuotere, ereditammo una potente lezione: Tu sei simbolo e segno al mortale del suo destino, e della sua forza; l'uomo, come te, in parte è divino, torbido rivo d'una pura sorgente, e l'uomo in parte può prevedere il suo funesto destino, le sue sventure, la sua resistenza, e un'esistenza mesta, solitaria; al che il suo spirito può opporre sè stesso, scudo a tutti i mali, – e un saldo volere, e un senso profondo, che valga a scoprire, concentrata anche nei tormenti, la sua ricompensa; che trionfi dovunque osa, ed aspira, e converta la morte in vittoria.

— 1838[34]—

Vi fu un tempo, che non importa rammentare, perchè non sarà dimenticato mai, quando tutti i nostri sentimenti erano li stessi, come l'anima mia è stata sempre per te.

E da quell'ora in che la tua lingua confessò la prima volta un amore uguale al mio, sebbene molti dolori abbiano lacerato il mio cuore, dolori sconosciuti, e non sentiti dal tuo;

Pure nessun dolore, nessuno, l'ha trafitto così profondamente come questo, il pensare che tutto quell'amore è svanito rapido e fugace come i tuoi baci infedeli, rapido e fugace nel tuo petto soltanto.

Eppure il mio cuore trovò un qualche sollievo, quando, non ha molto, udì sonare dalle tue labbra in accenti, una volta immaginati veri, la rimembranza dei giorni che furono.

Sì, mia diletta e crudele signora, tu non ameraipiù un'altra volta; ma per me è dolcezza ineffabile il sapere, che ti rimanga una memoria di quell'amore.

Questo è un glorioso pensiere per me, nè l'anima mia andrà più tanto contristata; – qualunque tu sia, o sarai, tu fosti una volta caramente, unicamente, mia.

— 1838[35]—

E tu piangerai quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono; io non vorrei dare un affanno al tuo seno.

È mesto il mio cuore, e le mie speranze sono svanite, e il sangue mi scorre freddo nelle vene, – e quando io morrò, tu sola verrai a sospirare sul luogo dove riposo.

Eppure parmi che un raggio di pace rompa traverso la nube delle mie angoscie; – e per un tratto i miei dolori si fermano, conoscendo che il tuo cuore ha sentito per me.

O Donna! benedetta la lacrima versata per uno, che non può piangere; quelle goccie preziose sono doppiamente care a colui, che non può bagnare d'una stilla i suoi occhi.

Una volta il mio cuore, o dolce mia Donna, eracaldo di teneri sensi come il tuo; ma ora perfino la bellezza ha cessato d'incantare un infelice creato a gemere.

Piangerai tu dunque quand'io sarò morto, o dolce mia Donna? Oh! ripeti quelle parole, – ma non le dire, se ti dolgono, perchè non vorrei dare un affanno al tuo seno.

— 1838[36]—

Mi feci un sogno, che non era tutto sogno. Il Sole luminoso era spento, e le stelle erravano buie nell'eterno spazio senza raggi e senza sentiero, e la terra ghiacciata oscillava cieca e nereggiante per l'aria senza Luna; venne il mattino, e passò; rivenne, e non portò il giorno. E gli uomini dimenticavano le passioni nella paura di tanta desolazione, e tutti i cuori erano agghiacciati nell'egoismo d'una preghiera alla luce, e vivevano tutti raccolti ai focolari, e i troni, i palazzi dei re coronati, le capanne, e le abitazioni di tutte le cose che hanno un ricovero, erano abbruciate per farne fanali; le città furono consunte, e gli uomini si strinsero intorno alle case divampanti per guardarsi in faccia l'un l'altro l'ultima volta. Felici coloro, che dimoravano sotto l'occhio e la face sublime dei vulcani! Una tremenda speranza era tutto ciò che il mondoconteneva; le foreste furono incendiate, e d'ora in ora cadevano, e sparivano, – e i tronchi si estinguevano crepitando, – e tutto era nero. Le fronti umane a quella luce disperante vestivano un aspetto non terreno, quando la fiamma guizzando ci batteva sopra; alcuni si prostravano, e si celavano gli occhi, e piangevano; altri restavano col mento appoggiato sulle mani chiuse, e ridevano; ed altri correvano su e giù, alimentando di legna le tetre cataste, e con matta inquietudine guardavano uno stupido cielo, manto funerale d'un mondo defunto, e quindi si giacevano nella polvere maledicendo, e digrignavano i denti, ed urlavano. Gli uccelli di rapina stridevano, e volavano a terra esterrefatti, battendo inutilmente le ali; le fiere le più salvatiche vennero tremanti e mansuete; le vipere serpendo si avvinghiavano fra le moltitudini, e sibilavano, ma non pungevano; – esse furono uccise per cibo. E la guerra, che per un momento stette sospesa, si saziò nuovamente; – un pasto fu compro col sangue, e ciascuno sedè cupamente da parte, pascendosi nella oscurità. Non vi era più amore; – tutta la terra non era che un pensiere, e quel pensiere era morte immediata, ingloriosa; e gli spasimi della fame corrodevano le viscere a tutti, – gli uomini morivano, e le loro ossa stavano insepolte come la loro carne. Gli affamati mangiavano gli affamati, e i cani stessi assalsero i loro padroni, tutti fuori che uno. Questo fu fedele ad un cadavere, e tenne a bada gli uccelli, le fiere e gli uomini, finchè la fame non gli ebbe distrutti, o il cadere d'un altro cadavere non solleticò le loro vuote mascelle; ma il cane non cercò cibo, bensì con pietoso e continuo ululato, e con un grido acuto, desolante, lambendola mano, che più non rispondeva con una carezza, morì. Le moltitudini a grado a grado perirono tutte; solo sopravvissero due uomini d'una sterminata città, ed erano nemici. S'incontrarono accanto alle ceneri morienti d'un santuario, dove un mucchio di cose sacre era stato radunato ad uso profano. Colle loro fredde mani di scheletro raccolsero insieme quelle poche ceneri, e coll'esile fiato vi destarono un momento di vita, e levarono una fiamma, che era uno scherno. Come si fece un poco più chiaro, alzarono gli occhi, e si guardarono in faccia; videro, diedero un urlo, e morirono; – morirono della loro scambievole bruttezza, mal conoscendo chi fosse colui sulla fronte del quale la fame aveva scritto – demonio. – Il mondo era vuoto; popolato dianzi e potente, adesso era un cumulo senza stagioni, senza erbe, senza piante, senza uomo, senza vita, – un cumulo di morte, un caos di dura creta. I fiumi, i laghi, l'Oceano, tutto taceva, e nulla moveasi nelle silenziose loro caverne; navi senza marinari giacevano putrefacendosi sul mare, e gli alberi cascavano a pezzi, e cadendo dormivano sull'abisso senza flutto; – le onde erano morte, le maree erano nella tomba, la Luna loro signora era spirata prima, i venti erano mancati nell'aere stagnante, e perite le nubi; le tenebre non avevano bisogno di loro, – le tenebre erano l'universo.

— 1838[37]—

Che! neppur uno, che mandi un pietoso sospiro! neppur uno, che fuggendo un momento alle scene sociali, e alle delizie della vita, coll'occhio pregno di dolore versi una lacrima, e si fermi sul morto! Povero infelice reietto! io piangerò per te, io piangerò per la deserta umanità! Sì, io piangerò, non già perchè tu sia venuto ai severi riposi della tomba silenziosa; chè almeno lo squallido Bisogno, e la cupa velenosa Cura, demoni che corrodono il cuore, mai non entreranno laggiù. Io gemo sopra i mali che tu provasti nella vita, quando nel lungo pellegrinaggio del mondo compiesti la tua giornata senza amore e senza amici, solo accompagnato dalla povertà e dagli affanni. La tua gioventù trascorse nell'ignoranza e nella fatica, e la tua vecchiaia fu arida, assiderata. Fu duro il tuo Fato, perchè, mentre ti condannava al dolore, ti negava la sapienza di sopportarnel'amarezza; e spogliando prima la tua mente di tutta la sua forza, ti gettava abietto del pensiero, e vittima della miseria, a ramingare fra i tuoi simili nell'ampio deserto del mondo. Dormi in pace, povero reietto! La furia invernale più non investe acerba il tuo corpo indifeso. I tuoi mali sono passati, – tu riposi nel sepolcro; – io mi fermo, e medito sui giorni avvenire.

1838[38]

Non fu sentito un tamburo, nè una nota funerea, mentre col suo corpo ci affrettavamo ai terrapieni; nè un soldato fece lo sparo dell'addio sulla fossa dove seppellivamo il nostro eroe.

Noi lo seppellimmo nell'alto della notte smuovendo le glebe colle nostre baionette, alla luce nebbiosa d'un incerto raggio di Luna, e al cupo chiarore d'una lanterna.

Nè lo racchiuse l'inutile cassa, nè lo ravvolse il lenzuolo, o il manto funerario; ma giaceva simile ad un guerriero, che si riposi tutto avviluppato nel suo marziale mantello.

Poche, e brevi furono le preci, che dicemmo senza proferire una parola di dolore; ma guardammo fisamente la faccia del morto, pensando con amarezza al dimani.

Mentre gli componevamo l'angusto suo letto, e gli appianavamo il suo solitario guanciale, pensammo, che il nemico e lo straniero passerebbero sulla sua testa, e noi saremmo lontani sull'onda!

Irreverenti parleranno dello spirito dipartito dicendogli villania sulle fredde sue ceneri; ma egli non curerà di nulla, se lo lasciano dormire nella fossa, che gli ha scavato un Britanno.

Ed eravamo al mezzo della solenne opera nostra, quando l'orologio ci annunziò l'ora della ritirata, e dal cannone lontano, spesseggiante, sentimmo che il nemico aveva cominciato l'assalto.

Lentamente, e mestamente noi lo calammo giù nella fossa dal campo della sua fama fresca e sanguinosa; non incidemmo una linea, non alzammo una pietra; ma lo lasciammo solo con la sua gloria.

— 1838[39]—

Ora la natura appende ad ogni albero fiorito il suo verde manto, e stende sull'erboso prato le sue lenzuola di bianche margherite; ora il Sole rallegra le cristalline correnti, e fa lieto l'azzurro dei cieli; ma nulla può rallegrare la povera creatura, che vive stretta in un carcere.

Ora la lodoletta sorta sull'ali rugiadose desta il gaio mattino, e il merlo a mezzogiorno sulla sua frasca fa risuonare gli echi del bosco; il malverso cantando in molte note invita a dormire il giorno sonnacchioso, e tutti esultano d'amore e di libertà, senza affanni e senza catene.

Ora fiorisce il giglio sui margini, e la primarosa giù pei declivi, e nelle valli germoglia la spinalba, e bianca latte è la prugnola, e l'infimo tra i cervi della bella terra di Scozia può aggirarsi a sua postafra tutte queste dolcezze; – ma io sola, la Regina di Scozia, debbo giacermi in una dura prigione.

Io fui regina del bel paese di Francia, dove sono stata felice; leggiera leggiera io mi levava al mattino, e gioiosa mi coricava la sera; – e sono Sovrana di Scozia, e molti sono colà i traditori; pure io son qui cinta di catene straniere, e d'interminabili angoscie.

E tu, o falsa donna, mia sorella, e nemica, – una truce vendetta affilerà una spada, che andrà traverso all'anima tua; – tu non conoscesti mai la creatura piangente nel seno della madre, nè il balsamo che cade sulle ferite del dolore dall'occhio compassionevole della donna.

Figlio mio, figlio mio! più cortesi stelle splendano sulla tua fortuna, e possano abbellire il tuo regno quei piaceri, che mai non vollero balenare sul mio. Dio ti salvi dai nemici di tua madre, o converta a te i loro cuori; e dove tu incontri un amico di tua madre, oh! per amore di me ricordati di lui!

Ah! presto presto i Soli dell'estate più non accendano per me il mattino, ed i venti dell'autunno più non agitino per me le fronde ingiallite, e nell'angusto albergo della morte imperversi l'inverno intorno di me, e gli estremi fiori onde s'orna la primavera fioriscano sulla mia pacifica tomba!

— 1838 —

Alla mattina io stetti sull'alto della montagna bella dei fiori di maggio, e vidi il sorgere del giorno lieto d'oro, e di porpora, e gridai: – o Vita come sei bella!

Era già l'ora, che il Sole sorgeva, e gli uccelli cominciavano sui rami a cantare: e l'ora, e l'armonia, mi destarono in petto vaghezza di canto, e un ardore di passioni sublimi.

E in quel punto il mio spirito si mosse al desiderio di stendere il volo lontano dalla sua dimora, si mosse al desiderio di errare come il Sole di piaggia in piaggia creatore dei fiori, e della luce.

Alla sera io stetti sull'alto della montagna, e rapito nelle preci devote vidi il sorgere della notte lieta d'argento, e di porpora, e gridai: – o Morte come sei bella!

E quando il venticello della sera venne gentile colsuo fiato di balsamo, sembrommi allora, che la natura mi baciasse le guancie, e teneramente sospirasse il mio nome.

Io vidi la larghezza del cielo diffusa intorno all'universo; e gli astri venivano al cielo come fanciulli: allora le gesta degli uomini mi parvero piccole; non conobbi di grande, che il nome dell'Infinito.

Oh! come sfuma il sorriso, che veste le gioie, e le speranze terrene, allorchè nel petto al Poeta gli eterni pensieri sorgono come in cielo le stelle!

— 1838[40]—

Io scendo dalla montagna, e la valle riposa, e il mare romoreggia; io vado ramingando tacito e malinconico, e un sospiro sempre dimanda: – dove?

Il Sole qui mi par freddo, e i fiori appassiti, e vecchia la vita; e l'idioma che gli uomini parlano, uno strepito discorde: – io sono dappertutto straniero.

Dove sei, o mia terra diletta, cercata, presentita, e non mai conosciuta? o mia terra così bella, e verde di speranza? o terra dove le mie rose fioriscono?

Dove erano le mie visioni, dove i miei morti riposano? la terra che parla il mio linguaggio, ed ha tutto ciò che mi manca?

Io vado ramingando tacito e malinconico, e sempre un sospiro dimanda: – dove? – E l'aure riportano indietro il sospiro, che dice: – dove tu non sei, là fiorisce la felicità.

— 1838[41]—

Elisabetta

Come si chiama il luogo?

Dudley, Conte di Leicester

Il castello di Fotheringay.

Elisabetta

Rimandate a Londra il séguito della nostra caccia; il popolo si accalca troppo per le strade, – e noi cerchiamo un ricovero in questo parco tranquillo.

(Talbot allontana il séguito. Ella fissa gli occhi in Maria seguitando a parlare con Pauleto).

Il mio buon popolo mi ama soverchiamente. Smoderati, idolatrici, sono i segni della sua gioia; – così si onora un Dio, non un mortale.

Maria

(la quale in questo frattempo si era appoggiata mezzo svenuta sulla nutrice, ora si alza, e i suoi occhi incontrano lo sguardo teso di Elisabetta. Essa ne raccapriccia, e si abbandona di nuovo sul seno della nutrice).

O Dio! da quei lineamenti il cuore non parla.

Elisabetta

Chi è la Signora?

(Silenzio universale).

Leicester

Tu sei a Fotheringay, o Regina.

Elisabetta

(si mostra sorpresa e stupefatta, volgendo un'occhiata cupa a Leicester).

Chi mi fece un tal tratto? Lord Leicester!

Leicester

La cosa è fatta, o regina; ed or che il cielo avviò i tuoi passi a questa volta, lascia che la magnanimità e la compassione trionfino.

Talbot, Conte di Shrewsbury

Consenti, donna reale, a piegare il tuo sguardo sull'infelice, che si curva alla tua presenza.

(Maria si raccoglie, e vuole andare incontro a Elisabetta, ma si ferma a mezzo rabbrividendo tutta; i suoi gesti esprimono una violentissima agitazione).

Elisabetta

Come, Milordi? Chi fu dunque colui, che mi annunziava un inchino profondo? Io trovo invece una superba in nessuna guisa domata dall'infortunio.

Maria

E sia così. Anche a questo io vo' sottomettermi. Va, fuggi, invalido orgoglio di un'anima generosa!Io dimenticherò chi sono, e quel che soffersi, e mi getterò ai piedi di colei, che mi travolse in questa ignominia.

(Si volta verso la regina).

Sorella, il cielo ha deciso per voi! – La fronte vostra fortunata è cinta della vittoria; – io adoro il Dio, che tanto vi sublimava.

(Le cade ai piedi).

Ma siate ben anche voi magnanima, o sorella! Non mi lasciate giacere piena di avvilimento! Stendete la vostra mano, porgetemi la destra reale per sollevarmi dalla profonda caduta!

Elisabetta

(ritraendosi).

Lady Maria, voi siete al vostro luogo, e ringraziando lodo la bontà del mio Dio, che non abbia voluto prostrarmi ai piedi vostri come or voi siete ai miei.

Maria

(con affetto crescente).

Pensate alle rivoluzioni delle cose umane! Vivono Dei, che fanno vendetta della superbia; e venerate, temete questi terribili Dei, che mi atterrano ai piedi vostri! Per rispetto di questi stranieri spettatori, in me onorate voi stessa! Non profanate, non vergognate il sangue dei Tudor, che nelle mie scorre come nelle vostre vene. Dio del cielo! non state là dura, inaccessibile, come lo scoglio che il naufrago contende invano di afferrare. Tutto, la mia vita, la mia sorte, pendono dalla forza delle mie parole, delle mie lacrime; scioglietemi il cuore onde io commuova il vostro! Se voi mi guardate con quel guardo ghiacciato, dal ribrezzo il cuore mi si serra, la corrente del pianto ristagna, e un freddo orrore m'incatena le preghiere nel petto.

Elisabetta

(fredda e severa).

Che avete a dirmi, Lady Stuarda? Voi desideraste parlarmi. Ecco, io mi scordo la regina, la tanto gravemente offesa regina, per adempiere l'ufficio pietoso di sorella, e concedervi il conforto della mia presenza. Io séguito l'istinto di un animo grande, e mi espongo ad un biasimo ben meritato scendendo tanto in fondo,.... poichè voi ben sapete, che un tempo voleste farmi ammazzare.

Maria

Donde darò principio, e con quale artificio disporrò le mie parole, perchè vi si appiglino al cuore, ma non vi offendano? O Dio, invigorisci la mia eloquenza, levandole ogni spina, che potesse pungere! Ma tuttavia io non posso parlare a mio pro, senza gravemente accusarvi; e nol vorrei. Voi mi avete trattata come non è giusto, dacchè io sono regina non altrimenti che voi, e voi mi avete tenuta come prigione. Io venni a voi come supplice, e voi in me violando le sante leggi della ospitalità, e il santo diritto delle genti, mi chiudeste fra le mura di un carcere; – gli amici e i servi crudelmente mi furono a forza tolti; – abbandonata in una ignobile miseria; – tradotta dinnanzi a un vituperevole tribunale. – Ma non più di questo! Un eterno oblio cuopra le durezze da me patite. Vedete! Io voglio chiamar tutto questo un destino; voi non siete rea, nè io il sono; – un cattivo spirito si levò dall'inferno per infiammare nei nostri cuori l'odio, che già disunì la nostra tenera giovanezza. L'odio crebbe con noi, e tristi uomini aggiunsero soffio alla malaugurata fiamma. Stolidi fanatici la non chiesta mano armarono di spada e di stiletto. – Destino maledettodei re è che rissando squarcino il mondo coll'odio, e scatenino tutte le furie della discordia. Ora di mezzo a noi non è più bocca straniera.

(Le si avvicina fiduciosa, e con aria carezzevole).

Noi stiamo adesso a fronte l'una dell'altra. Or favellate, o sorella! Nominate la mia colpa; – io voglio sodisfarvi pienamente di tutto. Ah! se voi mi aveste dato ascolto in quel tempo, che io tanto bramosamente cercava vedervi! Le cose non sarebbero trascorse tant'oltre, nè in questo tristo luogo ora succederebbe un doloroso e sciagurato incontro.

Elisabetta

La mia buona stella mi salvò dal mettermi in seno la vipera. Non incolpate il destino, ma il vostro cuore tenebroso, e la feroce ambizione della casa vostra. Nessuna cosa nemica era accaduta fra noi, quando il vostro zio, l'orgoglioso prete feudale, che la mano audace stende a tutte le corone, m'indisse la guerra, vi allucinò a pigliare le mie armi, a farvi proprio il mio titolo regale, a scender meco in un agone di morte e di vita. Che non mi sollevò contro costui? La lingua dei sacerdoti, – la spada dei popoli, – tremende armi di una religiosa frenesia; fino qui nella sede pacifica del mio regno soffiò le fiamme della ribellione; ma Dio è con me, e il vanitoso prete non tiene il campo. – Il colpo alla mia testa fu vibrato, e cade la vostra!

Maria

Io sto nelle mani di Dio. Voi non eccederete così sanguinosa la vostra potenza....

Elisabetta

Chi me lo impedirà? Il zio vostro diè a tutti i re del mondo l'esempio del come si faccia pace coi proprii nemici. La festa di S. Bartolomeo sia la mia scuola!Cos'è a me il vincolo del sangue, il diritto delle genti? La Chiesa scioglie ogni legame di dovere, – consacra la rotta fede, e il regicidio; – adesso io pratico quello che insegnano i preti vostri. Dite! qual pegno mi assicura di voi, quand'io magnanima sciogliessi le vostre catene? In qual castello custodirò la fede vostra, che le chiavi di S. Pietro non possano aprirlo? La forza unicamente assecura; – colla razza delle vipere non v'è alleanza.

Maria

Ahi! son questi i vostri neri funesti sospetti! Voi mi teneste sempre in conto come di nemica, e di straniera. Se voi mi aveste dichiarata erede vostra come a me si appartiene, gratitudine e amore vi avrebbero mantenuta in me una leale amica e parente.

Elisabetta

Al di fuori, Lady Stuarda, sono le amicizie vostre; casa vostra è il Papismo, vostri fratelli i frati. – Voi dichiarare erede, voi! Viluppo di tradimenti! – Affinchè in vita mia il mio popolo corrompeste, ed insidiosa Armida traeste nelle reti sottili dei vostri vezzi la nobile gioventù del mio regno; – affinchè tutto si voltasse dalla parte del nuovo Sole nascente, e io....

Maria

Regnate in pace! Io rinunzio ogni titolo su questo regno. Ah! le ali del mio spirito son tronche; – la grandezza più non mi tira: – voi l'avete ottenuta; – io non sono che l'ombra di Maria. La generosa anima si è spenta nel lungo vilipendio del carcere. – Voi avete fatto l'estremo contro di me, mi avete distrutta sul fiore. Or fate fine, o sorella! Parlate la parola per cui siete venuta; nè io vorrò credermai, che voi veniste per irridere barbaramente la vostra vittima. Parlate questa parola! Ditemi: – voi siete libera, o Maria! Avete provata la mia potenza, adesso imparate ad onorare la mia magnanimità. – Ditelo, ed io riceverò la vita, la libertà, come un dono delle vostre mani. Una parola rende tutto non avvenuto. Io l'aspetto. Oh! non mi fate più a lungo struggere di desiderio. Guai a voi, se non finite con questa parola! Imperciocchè se voi or non partite da me benefica, generosa, come una Divinità, – sorella! non per tutta questa ricca Isola, non per tutte le terre che il mar circonda, vorrei stare dinnanzi a voi come voi state dinnanzi a me!

Elisabetta

Vi date alfine per vinta? Abbandonate le frodi vostre? Non vi son più assassini pronti a ferire? non vorrà più nessuno avventuriere cimentare per voi la trista cavalleria? Sì, tutto è finito. Lady Maria; – voi non sedurrete più nessuno contro di me. Il mondo ha ben altre cure: a nessuno talenta diventare il vostro – quarto marito; dacchè voi uccideste i vostri amanti al pari dei vostri mariti.

Maria

(con impeto).

Sorella! sorella! O Dio! Dio! dàmmi moderazione!

Elisabetta

(la guarda lungamente con occhio di superbo disprezzo).

Questa è pertanto la leggiadria, Lord Leicester, che nessuno impunemente rimira, cui nessuna altra donna ardisce paragonarsi! Certo! è gloria da conseguirsi con poco! Per esser la bellezza comune altro non costa che farsi a tutti comune!

Maria

Questo è troppo!

Elisabetta

(con riso beffardo)

Ora voi mostrate l'aspetto vostro sincero; fin qui non fu che una maschera.

Maria

(accesa di collera, ma con nobile decoro).

Io ho fallato umanamente, e da giovane; il potere mi traviò, nè l'ho taciuto, o nascosto, ma con reale franchezza ho dispregiato le false apparenze. Il mondo sa il peggio di me, ed io posso dire d'esser migliore della mia reputazione. Guai a voi, se un tempo leverete dalle vostre azioni quel manto di onore, onde voi splendidamente coprite le fiere voglie di una segreta libidine! Da vostra madre non aveste in retaggio l'onestà; e tutti sanno per via di quali virtù Anna Bolena ascendeva sul palco.

Shrewsbury

(entrando di mezzo alle due regine).

O Dio del cielo! a questo doveasi giugnere! Lady Maria, è questa forse moderatezza, sottomissione?

Maria

Moderatezza! io ho sofferto quanto l'uomo può soffrire. Esci, o rassegnazione, dal cuore d'agnello! vola in cielo, tollerante pazienza! rompi i tuoi legami, esci dalla tua spelonca, o rancore così a lungo racchiuso! – e tu, che all'irritato basilisco desti lo sguardo omicida, tu ponmi sulla lingua l'avvelenata freccia![42]

Shrewsbury

Oh! ella è fuor di senno! Perdonate in lei il furore, la potente irritazione!

(Elisabetta, muta di collera, lancia occhiate furiose sopra Maria).

Leicester

(nella più veemente agitazione tenta di menar via Elisabetta).

Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo malaugurato!

Maria

Il trono d'Inghilterra è da una bastarda profanato: – il nobile Popolo Brittanno è da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perchè io sono la vostra regina.

(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella più alta confusione).

— 18...? —


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