18 febbrajo 1848.
È vostro desiderio costituirvi in grande e forte nazione; e noi pure il vogliamo, o popoli del Danubio. Voi vi sdegnateche al progresso e spiegamento delle vostre virtù sociali faccia ostacolo la forza straniera; e questo move del pari lo sdegno nostro. Voi volete la libertà; e noi similmente. Avete fede e certezza di conseguirla; e noi pure l'abbiamo. Se dunque i desiderj, gli affetti, il fine, le speranze sono le stesse, l'Italia e l'Ungheria non che vivere amiche, debbono giovarsi e schermirsi reciprocamente. All'Italia fa bene ogni opposizione vostra legale, ma energica e pertinace; come a voi torna utile soprammodo tutto il presente moto della Penisola, il quale impaccia, affatica e consuma la prepotenza straniera. Or via dunque, levatevi su, e al vostro ardore d'indipendenza e di libertà crescete l'impeto e l'intensione. Fate soprattutto, che le classi e gli ordini privilegiati cedano spontaneamente ciò che il tempo a non lungo andare strapperà loro di mano. Perchè la legge preeminente e massima che governa i casi dell'epoca nostra (ricordatelo, Ungheresi), è legge di tutta uguaglianza. Non vi salverà il Danubio, non i monti Carpazj, non la lingua e i costumi separatissimi dal rimanente d'Europa. La democrazia toccherà e invaderà il vostro suolo; ed anzi, buona parte l'ha invaso, e nel chiuso animo delle moltitudini vostre di già trionfa. Onde i privilegi feudali permangono appresso di voi molto simili a quelle poma del lago Asfaltico, che nell'esterior buccia serbano colore e freschezza, ma nel midollo sono polve e carbone.
Profittate, Ungheresi, dell'aura vivace e feconda che spira d'Italia, e accendetevi singolarmente di vergogna e dispetto considerando che i vostri vassalli, ed anzi voi stessi in gran numero, serviate ancora d'istrumento e di braccio all'oppressione e alla tirannia. Veri e robusti rampolli del sangue Magiaro, come non arrossite che per le vie di Milano, di Padova, di Pavia, di Brescia, alle scimitarre austriache sieno tramischiate le ungariche, e le vostre mani grondino sangue innocente? come non arrossite di vibrare il ferro nel petto di giovani il cui delitto è simile al vostro, e il cui desiderio è quel medesimo che vi fa eloquenti e animosi nelle vostre diete? Generoso empito di Cavalleria vi mosse, già tempo, a salvare la casa di Ausburgo: movetevi oggi a salvare l'onor vostro medesimo; e a chi vi ricordi la fedeltà anticae gli allori in comune raccolti, fieramente rispondete: — Cavalieri siamo, ma non carnefici. —
(Dalla Lega Italiana.)
19 febbrajo 1848.
La Costituzione Toscana è promulgata. Al Granduca avrebbe gradito pensarla e meditarla più lungamente; ma la impazienza non al tutto ragionevole di moltissimi, e il dubbio e sospetto che già correva non si volesse, sotto colore di fare opera affatto toscana, privare que' popoli d'alcune notabili guarentigie, ha mosso il Governo ad affrettare la pubblicazione del patto fondamentale. Mal si puòstans pede in unopronunziare giudicio alquanto sicuro intorno ad opera di tanto e sì grave momento. Pur cediamo al desiderio e al piacere di subito significare la molta soddisfazione ch'ella ci reca nel suo beninsieme; e a noi non par temerario di dire ch'ella supera di bontà eziandio la Carta Napolitana: la qual nostra lode ha però sempre rispetto alle condizioni in cui sonosi posti senza necessità il Legislatore Napolitano e il Toscano, d'imitare al possibile il patto costituzionale francese.
Noteremo in breve i pregi principalissimi della Carta Toscana; dico i proprj e speciali, essendochè gli altri sono comuni alla maggior parte degli Statuti rappresentativi odierni.
Le parole del Proemio ci sono sembrate bellissime, e tanto degne d'un Principe generoso, quanto sincere e piene d'affetto. Nè in quelle parla soltanto il Principe di Toscana, ma l'uno dei contraenti della Lega Italiana, ma il caldissimo cooperatore della rigenerazione nostra comune; imperocchè Egli dice, di volere col nuovo Statuto procurare a' popoliquella maggiore ampiezza di vita civile e politica, alla quale è chiamata l'Italia in questa solenne inaugurazione del nazionale risorgimento. E zelante e religioso Italiano si mostra pureladdove conchiude raccomandando l'opera sua al Signore Iddio,e rafforzando la preghiera di quella benedizione che il Pontefice della Cristianità spandeva poc'anzi sull'Italia tutta.
L'art. 6 del titolo primo registra fra i principj del Giure pubblico dei Toscanila libertà del commercio e dell'industria: ciò fa suggello all'antica saviezza di quella contrada, ove non si credè mai che le ricchezze e le industrie crescessero per privilegi ed inibizioni. Ma bello è vedere i dogmi dell'Economia Pubblica conformarsi alle nozioni del dritto universale, e prender luogo alla perfine nella legge fondamentale d'un popolo.
Nel titolo terzo, fra le pertinenze dei Senatori non si annovera il far giudicio di qualunque delitto di Stato. E questa pure è sapienza toscana e degna del nipote di Leopoldo I, che osò abolire per fino il nome di crimenlese. Già lo Statuto napolitano avea circoscritta la facoltà giudiciaria dei Pari, applicandola unicamente ai reati di alto tradimentodi cui possono essere imputati i componenti di ambedue le Camere legislative. Ora lo Statuto di Leopoldo II annulla affatto quella particolare spettanza, e vuole, con alto senno, che una sola sia la giustizia, uno il procedere di lei per tutti e per ogni ragione di colpe. Se non che, fa eccezione a questo la responsabilità dei ministri, dei quali potrà essere accusatore il Consiglio generale e solo giudice il Senato.
Nell'articolo 30 del paragrafo secondo dell'articolo terzo, è scritto:il possesso, la capacità, il commercio, l'industria conferiscono al cittadino toscano il diritto di essere elettore, ai termini e coi requisiti della legge elettorale.Non il solo censo, adunque, porgerà titolo di elettore. Tanto promette lo Statuto; d'ogni rimanente provvederà la prossima legge. E ben fa lo Statuto a non preoccupare in gran parte la legge stessa, la quale versando sopra materie implicate e difficili, dee potere liberamente informarle e coordinarle. L'articolo, poi, 39 del paragrafo terzo del medesimo titolo, ne lascia intendere che la legge elettorale vorrà escludere tutti coloro il cui ufficio è salariato: altra ottima disposizione dello Statuto.
Nel titoloVIIprovvedesi alla Lista Civile. Molte cose attinenti verranno discusse e deliberate dai Corpi legislativi.Durante il regno del Granduca attuale, è mantenuta alla R. Corte l'annua assegnazione della quale è ora dotata, non ostante l'accaduta reversione di Lucca al Granducato, e la conseguente perdita delle signorie di Boemia.È lodevole ed onorando vedere esso medesimo il Principe metter limite ai proprj assegni, e far sentire con modestia a' suoi popoli quel che ha perduto in lor beneficio.
Ma la parte nella quale lo Statuto toscano sopravanza oltremodo quello del Regno, risguarda le materie di culto, intorno alle quali poco cede alla Costituzione stessa francese. Il primo articolo del titolo primo decreta, chela religione cattolica-apostolica-romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono permessi conformemente alle leggi.Dal secondo articolo si decreta, i Toscani qualunque sia il culto al quale s'addicono, essere tutti uguali al cospetto della legge, e tutti venire ammessi egualmente ai civili uffici ed ai militari. Se non andiamo errati, ciò importa la emancipazione compiuta degl'Israeliti, e il poter essi sedere nelle assemblee ed esercitare ogni qualunque diritto politico. Nel qual giudicio siam confermati dai termini e dalle parole del giuramento, non introdotte a caso dal savio legislatore nello Statuto fondamentale. Infine, nell'art. 6 dichiarasi che le leggi sulle mani-morte sono conservate.
Da ultimo, non possiamo non avvertire con compiacenza, che tanto manca che il Governo toscano concepisca ombra e sospetto dell'armi cittadine, ch'egli conclude questa promulgazione del Patto costituzionale con affidarlo in modo espresso e particolare alla vigilanza e al coraggio della Guardia Civica, sua naturale tutela.
Per dire delle imperfezioni della grand'opera, noteremo, fra l'altre cose, le poco avvedute disposizioni del titoloVIIIne' primi suoi cinque articoli. La materia loro è il patriziato toscano e gli Ordini cavallereschi. A noi non par bello del sicuro, nè utile alla patria comune, abolire le tradizioni e gli onori delle grandi famiglie storiche. Ma si convien trovare alcun modo dicevole ai tempi e ai costumi per mantenere ad esse famiglie il lustro, l'autorità e la considerazione che loro competono: i soli stemmi e titoli baronali e le onorificenzedi corte non giovano, ed anzi operano effetto contrario. Similmente, noi non vorremmo annullare del tutto gli Ordini antichi cavallereschi, perchè ogni cosa la quale ha lunghissima pezza durato e mandato splendore di gloria, ha in sè un'efficienza di bene e un elemento di vita civile. Però, innanzi di sradicare e spiantare le istituzioni, deesi venir ricercando se non vi fosse guisa e spediente di trasformarle e di rinverdirle: ma chi le serba quali già furono e più non possono rimanere, egli per certo gitta l'opera e la fatica.
Osserveremo ancora, a rispetto dell'assemblea dei Pari, che se nella Carta napolitana le categorie entro le quali dee cadere la scelta del Re sembrano troppo anguste, quelle assegnate dallo Statuto toscano largheggiano tanto, che la legge viene a dire poco più di questo: non sceglierai persone volgari nè idiote.
Ma usciamo delle censure, e torni l'animo riconoscente a encomiare con orgoglio italiano la saviezza e larghezza legislatrice del Secondo Leopoldo.
(DallaLega Italiana.)
19 febbrajo 1848.
I tempi e gli avvenimenti s'affrettano tanto, ed è così veloce, per non dire precipitato, il compilar delle leggi che fa ora l'Italia, che la stampa cotidiana non trova spazio da prevenirle nè la pubblica opinione da giovarle col suo consiglio. Ma non per tanto a noi si menoma punto il dovere di ciò tentare ed effettuare, come il possiamo, e per la tenue porzione che ci compete: ed ora che il re Carlo Alberto ha commesso ad uomini specchiatissimi, di presentargli tra breve la proposta d'una legge intorno alla stampa, noi ci facciamo debito rigoroso di subito manifestare la nostra mente intorno a quella gelosa materia, con l'usata sincerità e moderazione.
Ognun sa che l'Inghilterra è in Europa il paese classico della libertà della stampa. Nulla cosa, dunque, si può suggerire al legislatore tanto savia ed utile, quanto di accostare l'opera sua alle norme che son seguite in quell'isola. Se non che, egli dovrà convertire in decreto scritto e sancito gran parte di quello che in Inghilterra vennesi costituendo per virtù di consuetudine. Chi sparla della stampa (e sono moltissimi, e non d'ingegno mediocre) e ardisce accusarla dei mali di cui s'affligge la nostra età, guardi e mediti sull'Inghilterra, in cui, insieme con la libertà compiuta di stampa, crebbe, invece di affievolirsi, il rispetto alle leggi, la bontà dei costumi, la pietà inverso Dio e inverso gli uomini.
Non giudichiamo, poi, ad un tratto che l'Italia non sia capace di tanta larghezza. Ella n'è capace (lasciatemi dire) più forse della Francia medesima; perchè tutto quello che al presente veggo in Italia, mostrami un popolo risorto gigante, e a cui l'uso della libertà e della vita politica sembra non essere venuto meno pur mai, e che gli torni a mente siccome cosa dimenticata, ma non ignorata. V'ha nell'indole degli Italiani alcun che di grave e di positivo che salvali dalla furia e dall'esagerazione: il buon senso pratico similmente li ajuta a non abusare del dritto; e il sentimento vivo del bello e del grande, li fa inclinevoli a rispettare ciò che è santo e ciò che è degno. Nel 1820 durò appresso i Napolitani per nove mesi la libertà della stampa; e fra gente tanto impetuosa, in tempi così infiammativi, a vista di palpabili tradimenti e spergiuri, la stampa non traboccò e non fece scandalo.
Comunque ciò sia, si consideri almeno accuratamente il principio che in Inghilterra fa largheggiar tanto sul fatto della pubblicità: e il principio è questo, che non solo il manifestare la propria opinione è diritto naturale ed incancellabile, ma che è la prima e più vigorosa e feconda efficienza del bene comune. Onde compete al legislatore, a stretta ragione di debito, di agevolare al possibile e in tutte maniere la piena e libera significazione del pensiero. Da ciò procede che in Inghilterra non si domandano ai giornalisti depositi di gravi somme, e in quella vece studiano i legislatoridi sminuire, quanto è fattibile, le spese del bollo. Da ciò procede che non è posto quivi in arbitrio di alcun ministro il ripigliare agli impressori le lor patenti e chiudere le loro oficine.
Da ciò procede che non pure son tollerate colà le stampe le quali toccano gli ultimi termini del diritto, ma eziandio quelle che li oltrepassano: e però i processi per delitti di stampa sono radissimi, poichè la Nazione e il Governo serbano fede nelle forze del vero e nell'universale buon senso; e conoscono per lunga prova, che la stampa esercitando la sua medesima libertà, imbriglia e corregge a grado a grado sè stessa; e ciò non facendo, perde di autorità e di credito.
Ad ogni modo, se ancora in tale materia gradisce al Governo Sardo di calcar le orme della legislazione francese, piacciagli almeno di non mozzarla nella parte sua più vitale e che inchiude la massima delle guarentigie: noi vogliam dire, il condurre i giudicj dei delitti di stampa con l'intervenimento e partecipazione dei cittadini giurati.
Sieno pure i giudiciinamovibilie de' più integri. Da chi mai dipende il lor tardo o spedito salire alle superiori dignità? dal Governo. Chi dà loro segni cospicui di parzialità, ovvero indizj e prove di malumore e allontanamento? il Governo. D'altra parte, da chi move l'accusa contro gli scrittori imputati? dal Governo. Chi s'offende quasi sempre, di chi si sparla, contro chi s'imperversa dagli scrittori nelle stampe incolpate? contro il Governo. Troppo, adunque, è difficile la imparzialità dal lato de' giudici, e molto manca perchè essi intendano al punto la ragione e i diritti dell'opinione, e sappiano, per così dire, trasfondersi appieno ne' sentimenti e ne' pensieri del popolo. Ma oltre di ciò, non v'ha nulla sotto il cielo, nulla nella vita degli uomini di così indefinito ed indefinibile quanto il pensiero; e però l'espressione sua non mai verrà sottoposta con esattezza e con dirittura alle fredde disposizioni e circoscrizioni di qual legge si voglia. Di quindi sorge la massima nostra, che l'opinione soltanto può dar giudicio delle incolpate opinioni.
Noi speriamo pertanto, che alla saggezza dei consiglieri del Re non isfugga quest'alta e vera necessità di concedere, pei delitti almeno di stampa, la guarentigia preziosa dell'intervenimentode' cittadini siccome apprezzatori e giudici del valor morale del fatto.
Ma per sola una cosa noi supplichiamo ed esortiamo, più che per qualunque altra, i degnissimi compilatori della Legge reprimente gli abusi di stampa; e ciò è di rimovere affatto dalla proposta di essa legge qualunque determinazione e parola la qual sembrasse voler prendere a sindacato e porre a materia di giudicio, non che i fatti patenti e già consumati, ma eziandio le tendenze e le propensioni degli scrittori. Conciossiachè, appresso dei tribunali cotesta voce tendenza piglia un sentimento e un significato così incerto e così inquisitorio nell'esercizio e nell'uso, e tanto nelle applicazioni divien vessatrice ed arbitraria, da movere a indignazione giustissima chi medita un poco i misteri e la natura profonda e inviolabile della coscienza umana. Applicata poi quella voce a delitti di stampa, tanto cresce e moltiplica maggiormente la sua tristizia, quanto son più nascoste e difficili ad affermare e determinare le cupe e tacite macchinazioni del pensiere e della parola.
(DallaLega Italiana.)
21 febbrajo 1848.
I giornali tedeschi, hanno questi giorni passati, profuso nuove un po' troppo nuove, cioè strane e non molto credibili. Una di esse annunziava, che i Russi domandano il passo per 60 mila uomini, i quali calerebbero giù a furia a soccorrere il re di Napoli e l'ex-ministro Del Carretto. Gl'Inglesi questa sorta di novelle domandano unpuff: noi, pensando alla gran nazione a cui riferiscesi quella notizia, non la chiameremo unasparata, ma una spiritosa invenzione, che accenna forse scherzando al malumore d'un monarca assoluto. Più volte ho veduto in Parigi quell'orso badiale che ha nome Martino, e d'intorno al quale scherzano e ruzzano di continuo e alla spensierata una gran turba di monelli, perchèl'orso che è giù in una larga lustra murata, non può loro far danno alcuno. Parecchi potentati europei operano qualcosa di simile intorno alla grande orsa del Norte. Ben l'accarezzano volentieri finchè passeggia dentro il circuito vastissimo del suo impero; ma se le tenta il cuore la voglia di uscirne, tirata dalla dolcezza de' nostri climi, e' se ne adombrano forte, e si pentono de' troppi vezzi. E benchè quella proferiscasi ad ajutarli senza interesse alcuno, e prometta loro di aggiustar le faccende proprio secondo il gusto comune, cioè tutte a norma e a talento del potere assoluto; ciò nondimeno ei si spaurano molto in pensando la dura fatica e il fiero impaccio che avranno per ricondurla poi con le buone dentro alle sue gelide abitazioni.
I Russi, adunque, non moverannosi per al presente, e Nicolò non è uomo da ritrovare le temerarie pedate di Suvaroff. Ma che lo Czar esibisca denari agli Austriaci, e questi si lascino prendere ed invescare alla dolce offerta, ciò mi par naturale e molto probabile. L'Austria è bruciata di danari e cercali da ogni banda, come fa il prodigo che vuol levarsi un capriccio e va e picchia a tutti gli usci degli usurai. Alla Russia, invece, le miniere nuove d'argento colmano, a quel che si dice, tutti gli scrigni; e se l'Austria nel pagare sarà morosa, pagherà largamente d'altra moneta sulle bocche del Danubio e lungo l'Eusino.
A questo pensano i Russi, e non a mischiarsi per via di fatto nelle cose d'Italia. Però, noi replichiam volentieri quello che il nostro Giornale affermava, son pochi giorni: che, cioè, in caso di qualche grave conflitto fra l'Austria ed i nostri Principi, l'Europa starebbesi ansiosa a riguardare le due parti contendenti, ma niuno de' suoi potentati darebbe nell'armi, a cagione principalmente, che, movendosi l'uno, subito tutti gli altri verrebbero in campo, e una guerra generale e terribile ne scoppierebbe. Ora, una simigliante guerra a tutti fa gran paura, e quasi niuno può sostenerla senza pericolo di ruina; e l'Europa intera uscirebbene così mutata e scompaginata, che il sol pensarlo fa sudar freddo ai sovrani ed ai diplomatici. Armiamoci dunque speditamente, e non confidiamo che in noi medesimi; e ogni buon cittadino ripetainfinite volte quelle benedette parole: l'Italia farà da sè.
Ma, infine (osserverà qui taluno), se un terzo entrasse nello steccato e l'Europa isse tutta sossopra, come certo avverrebbe movendosi un esercito russo, o d'altra nazione, che sarà dell'Italia? Sarà dell'Italia tutto quel maggior bene che le avremo ammannito, armandoci ora con diligenza, ed affratellandoci di più in più, e collegandosi i nostri Principi in santa confederazione. Dacchè fra i regni forestieri gl'interessi sono divisi e sovente opposti, niuno di loro può passarsi di buoni compagni: e però il coraggio, l'unione e la prudenza trovano del sicuro poderosi alleati. Li trovarono gli Olandesi, picciola gente, ma generosa; li trovò l'America divisa e lontana; la Grecia di questi dì gli ha trovati: al coraggio e all'unione italiana neppur mancheranno. Armiamoci, su, ed affratelliamoci tuttavia: all'uscir della lotta, quella nazione starà a galla che avrà tra i guerreggianti stranieri frapposta con ardire e prodezza la spada propria, e combattuto con dirittura e magnanimità, così per li suoi sacri diritti, come per quelli della ragione e della giustizia comune.
(DallaLega Italiana.)
22 febbrajo 1848.
Si affermò nel Programma di questo Giornale, che nessuna gran cosa nel mondo viene operata e condotta a buon termine senza la immediata partecipazione della parte più numerosa del Popolo. Or, quanto deesi pensare che ciò sia più vero, trattandosi del nostro risorgere dopo tre secoli luttuosi e pieni di servitù e di vizj, che è l'impresa maggiore a cui si possa applicare qualunque nazione del mondo? A noi liberali importa, quindi, assaissimo avere dal lato nostro piena d'ardore e operosa cooperatrice la moltitudine. Due modi furono sempre considerati come i più efficaci e diretti per affezionarsi durevolmente l'animo della plebe; ciò sono istruirla e beneficarla. E però, a tali due istrumenti del bene specialedi cui ragioniamo, s'addirizzeranno del continuo le nostre parole, e le pratiche che verrem suggerendo.
La istruzione, a rispetto della vita politica, ha per materia sua propria l'imprimere nelle menti e ne' cuori delle classi povere quel senso di dignità che lor manca, e quel concetto de' proprj doveri e diritti che sempre ànno avuto annebbiato dall'ignoranza, guasto dall'abito del servire e dagli incitamenti ciechi dell'indigenza, e viziato persino dal sentimento (per sè ottimo e santo, ma non ben diretto e non ben purgato) della pietà religiosa. La istruzione accenderà eziandio nelle lor menti il vero amore di Patria, non ristretto nel palmo di terra ove nascesi, ma dilatato a tutta quanta la sacra Terra Italiana.
Nella plebe stanno riposti (si creda pure) i germi vigorosi de' più nobili istinti e degli affetti profondi ed eroici, appunto perchè più prossima alla natura, e meno lisciata e forbita dalle molli e artificiose consuetudini del vivere signorile. Deesi perciò incolpare l'inerzia e l'incuria (per non dir l'egoismo) delle classi culte ed agiate, se quei germi salutari e veramente divini imbozzachiscono e muojono; imperocchè in tali classi risiede il debito naturale e incessante di tutelare la plebe, educarla e sovvenirla. E il primo benefizio e l'educazione prima sarebbero (a parlar sincero) mostrarle ne' portamenti nostri l'esempio del vivere corretto e severo; laddove è necessità il riconoscere che nella plebe v'à parecchie virtù che ella può attribuire solo a sè stessa, e v'à moltissimi vizj che imita e copia dai facoltosi e ben nati: e noi che scriviamo, vedemmo in Francia coi proprj nostri occhi riconfermarsi questo vero ogni giorno più.
Ma non è da pensare che il solo amor di nazione, e il desiderio solo di libertà e delle altre perfezioni politiche basti a condurre sollecitamente le moltitudini dal lato nostro, e a farle infiammate e perseveranti; poichè, per giungere a tanto effetto, occorre di aspettare che il tempo e i metodi nuovi d'educazione e l'uso protratto delle franchigie pubbliche convertano que' sentimenti e que' desiderj, come a dire, in carne ed in sangue, e li rendano parte sostanzialissima e abituale della vita comune. Ei conviensi, pertanto, supplirea ciò con l'opera dei beneficj (comandata d'altra parte dalla pietà cristiana), mostrando in effetto alla plebe che noi liberali siamo veri e parziali amici di lei e d'ogni suo bene, e provandole altresì, con saggi e fruttuosi provvedimenti, che il nuovo stato di cose le torna senza confronto e più profittevole e migliore del già passato.
In tal guisa, l'interesse ed il sentimento cospirando insieme ad un fine, avremo, ripeto io, nelle mani il più poderoso strumento dell'opere grandi e forti, la plebe. In Francia, l'amor di nazione che pure da secoli era fondatissimo, e il desiderio delle pubbliche guarentigie nudrito per cinquant'anni da ogni ragione scrittori, non sarebbero tornati sufficienti ad accendere le moltitudini e persuader loro le azioni più coraggiose e più disperate, qualora non vi si fosse aggiunto il pungolo dell'interesse: tanto che, la paura vivissima di ricadere sotto il giogo dei baroni e sotto il reggimento dei privilegi, dei balzelli e delle avanie, le tenne forti più che ogni altra cosa alle difese e alle lotte; e volentieri detter la vita per una causa che stimarono la santa causa delle plebi angariate ed oppresse.
In Italia, noi non abbiamo al presente (e siane ringraziato Dio) i fieri motivi che infiammavano e inviperivano quel popolo minuto. Di tutte le mutazioni che la rivoluzione francese recò allo Stato e alle forme propriamente sociali, noi già raccogliemmo il frutto migliore; e perfetta è oggimai nella nostra patria l'eguaglianza civile e l'estinzione dei privilegi; e sino nell'isole, rimaste più separate dal moto universale politico, gli avanzi e gli effetti della lunga feudalità sono in procinto di scomparire. A noi, dunque, manca da questo lato una leva molto gagliarda per sommovere le moltitudini, e un incentivo assai efficace ed acuto per animarle a gran fatti e tenerle salde ad ogni durissima prova. Ma qui accade considerare come il presente moto italiano proceda diversissimo dal francese. Chè quello fu tutto disordinato e violento: nudrivasi d'ira e d'orgoglio, scuoteva gli ordini dello Stato dall'ultime fondamenta, provocava da ogni banda nimicizie mortali, salir voleva di balzo all'acquisto d'ogni libertà e d'ogni ideal perfezione, e affrettavasi al lume incertodi dottrine fantastiche, e senza tener conto alcuno degli ostacoli e dell'inopportunità. In quel cambio, il nostro moto presente è tutto civile e pratico, e molto tende ad edificare, e poco o nulla distrugge. E però, noi possiamo invitare ogni varietà di gente e ogni condizione d'uomini all'impresa, universalmente proficua e nociva a nessuno, di costituire l'Italia in essere di nazione, e di rialzarla a quel grado di perfezionamento e splendore sociale e politico che la natura e i cieli le destinarono.
Non occorre, adunque, alla nostra impresa la rabbia cieca, impetuosa e infrenabile delle moltitudini, ma sibbene occorre il sentir loro generoso, il buon senso ravviato e schiarito, e il saldo e intimo convincimento che gli amici della libertà e della indipendenza italiana sono gli amici loro costanti ed attivi; e in fine, che dessa libertà e indipendenza, oltre all'essere cosa bellissima e nobilissima rispetto a sè, soccorre e giova fruttuosamente le classi inferiori, ne inizia e fomenta la educazione, ne tronca o mitiga i mali, e le introduce di mano in mano a gustare il dolce della scienza, e godere il bello e il maraviglioso della gloria e grandezza umana.
Ai quali termini tutti noi giungeremo assai prestamente, se il massimo de' beneficj che usar vorremo nel popol minuto consisterà in una industria ingegnosa e continua di convertire in qualche profitto certo e immediato di lui quelle nuove franchigie e diritti, e quelle larghe istituzioni di cui buona parte degli Italiani è ora dotata. Pur troppo, ciò non vedesi praticare con molto zelo o perduranza neppure appresso le nazioni più libere e più civili d'Europa. Nè noi ci ricordiamo dal 1830 in poi, d'aver sentito in Francia nei Parlamenti proporsi, più di una o due volte, leggi e provvedimenti giovevoli in guisa immediata e visibile alla porzione più numerosa e infelice del popolo. Noi facciam voti perchè la sapienza civile italiana sappia calcare una miglior via.
(DallaLega Italiana.)
22 febbrajo 1848.
Non è facile a dire quanto ci rallegriamo di vedere il Governo Sardo entrare innanzi ai privati, e dar loro splendido esempio in questo fatto rilevantissimo del beneficare la plebe. Nell'articolo quartodecimo del memorabil Decreto degli otto, fra le altre gravissime disposizioni è registrato e promulgato, che dal primo di luglio in poi la gabella del sale non eccederà il prezzo di 30 centesimi per chilogrammo. Di tal benefizio a noi corre obbligo di ringraziare particolarmente il Principe, così in nome nostro come della gente minuta e più bisognosa, alla quale non dee sgradire che pure questo Periodico si faccia interprete e testimonio dei sentimenti di lei.
Ognun sa che tra le tasse più dure e gravose per l'infimo popolo, era da computarsi quella del sale, e segnatamente per gli uomini di contado, a cui tornava costosissimo il quasichè solo condimento del suo vitto più che frugale. E oltre ciò, difettava d'un mezzo efficace (per quello che affermano parecchi pratici) di ben ristorare e ben nudrire il bestiame: e chi considera che dal bestiame, e per conseguente dal concime che dà, si origina ogni altro miglioramento agrario, dee confessare che la gabella del sale, quando non sia tenuissima, prende luogo fra quelle tasse perniciose ed improvvide che offendono la prosperità e ricchezza comune nelle sue medesime scaturigini. Senza dire quel che da taluni agronomi si va ripetendo; il sale, cioè, poter servire da buon letame per praterie, e che non isconverrebbe punto l'adoperarlo per succedaneo del guano, e d'alcuni altri concimi artefatti. Ma di ciò veggano gl'intendenti.
Noi pigliamo fiducia, che da ora in poi il Governo Sardo cercherà e studierà ogni guisa per iscemare notabilmente tutti quei dazj che per diretto o per indiretto incarano le cose più necessarie alla sussistenza. E il Tesoro ne riceverà molto minor danno che non si stima; poichè il calo delle gabelle verrà riparato in gran parte, se non in tutto, dall'aumentarsi il consumo, appunto come va succedendo appressogl'Inglesi. E quanto è al grave sbilancio che può accadere ne' primi tempi, il Governo Sardo è in grado di non se ne sgomentare, perchè i buoni risparmj fatti e l'ottimo assetto ministrativo gli rendono agevoli molti compensi e molti partiti, di parecchi de' quali faremo speciale ragionamento tra breve. Egli sarà in tal guisa lodato da tutti i buoni, ammirato dagli Statisti ed Economisti d'ogni paese, e, quel che più monta, verrà benedetto ogni giorno dalle famiglie de' poveri; e la plebe, cogliendo larghi profitti dall'ordinamento nuovo dello Stato, conoscerà con diletto quanto sia dolce cosa la libertà, quanto giusto ed utile l'impero dell'opinione, quanto dignitoso l'obbedire a un Principe liberale, e far parte di una Nazione che risorge e grandeggia. E per tutti questi beni (siamone certi) la plebe darà volentieri, occorrendo, il sangue e la vita; perchè nel cuore di lei la gratitudine, per ordinario, è somma ed eroica, e la devozione per ciò che ama ed ammira non ha misura nè termine. A vero dire, il Governo procaccia dal lato suo di condurla a simili sentimenti, e di ciò pure gli professiamo specialissima riconoscenza. Per fermo, un pensier gentile e generoso fu quello di promettere al popolo lo scemamento della gabella del sale in quel Decreto medesimo che promulgava solennemente lo Statuto rappresentativo. Così vollero i reggitori, che nell'animo della plebe stessero congiunte insieme e annodate queste due cose: un suo profitto speciale, e le pubbliche libertà e guarentigie. Questa è bontà sapiente e fruttifera, e annunzia il disegno di grandi e malagevoli imprese, per le quali ricercasi non pure la fedeltà e l'obbedienza, ma lo zelo animoso ed inestinguibile delle moltitudini.
(DallaLega Italiana.)
23 febbrajo 1848.
Da qualche giorno i fogli italiani discutono del potere o non potere il Pontefice costituire un governo rappresentativo.A noi, tutte le ragioni che vorrebbero provare il no, sembrano tanto invalide e frivole, che non concepiam bene come qualche ingegno elettissimo abbia speso non poche parole per confutarle. Noi nel Papa, come custode santo de' dommi, vediamo bene certi confini di facoltà, e ch'egli possa le tali cose e le tali altre non possa; ma come principe temporale e governatore di popoli, non conosciamo divario nessuno da lui agli altri. Per fermo, noi vorremmo che gli avversarj, quali che sieno, si compiacessero di dichiarare sopra qual passo del Vangelo, o sopra qual massima universale e perpetua di Santa Chiesa, è fondato il governo assoluto e arbitrario delle province romane. Però, se nulla v'ha in ciò di dogmatico e nulla d'inconcusso e d'irrevocabile, il Papa rimane libero e sciolto al pari d'ogni altro monarca, non potendo le cose spirituali e temporali cambiar natura per l'adagiarsi che fanno in una sola persona, e come il poter temporale non dee trasformare e alterare l'indole e la sostanza del potere spirituale, così questo non dee travolgere l'autorità principesca, e volerla serbare arbitraria contro la ragion delle genti e le esigenze estreme del secolo. E quando pur si volesse, che la potestà temporale cedendo infinitamente di dignità all'altra spirituale, fosse in debito d'imitarla, e di porsela innanzi agli occhi come modello; ei ne seguirebbe una forma d'impero oppostissima all'arbitraria, e prossima quanto mai al governo che domandasi rappresentativo. Tutti conoscono risiedere la facoltà legislativa ecclesiastica ne' concilj, congiunti nel debito modo all'augusto lor capo: e similmente, a chi non è noto la facoltà pontificia essere, per primo e proprio istituto, esecutrice fedele delle sentenze conciliari; ed anche nelle materie di disciplina, solersi sempre governare a norma dei canoni, e delle antiche e più venerabili consuetudini? Il regno, adunque, temporale dei Papi, per accostarsi come può al divino modello del reggimento ecclesiastico, debbe porre da banda gli arbitrj ed i motupropri, e vestire le forme costituzionali. Chè se queste son necessarie alla prosperità e grandezza di qualunque mai popolo, noi reputiamo che il sono molto di più alla salute e prosperità delle province romane. Per fermo, che è il governo assoluto, salvo che una perpetuadittatura e tutela, la qual presume di fare e maneggiare da sè sola ogni cosa, e reggere i popoli come minori e pupilli? Ma per ciò adempiere, appena è sufficiente ad un Principe lo spendere tutto il tempo che ha, e tutte le cure, fatiche, ingegno, accorgimento ed ostinazione di cui è capace. Ora, come si può adunar tanto carico sulle spalle al Pontefice, il quale e trema e suda continuo sotto il peso del gran manto, e al cui ministero sono affidati i religiosi negozj di tutto l'orbe cattolico?
Ma più: la dittatura perpetua agli occhi della ragione è contradittoria; perchè ogni specie di dittatura vale come rimedio, non come regola permanente; sospende le pubbliche libertà, ma non può annullarle; compie la educazione dei popoli affine di farli uscir di pupillo, non per serbarveli senza termine. Adoperata eziandio da uomini sommi e santissimi, spegne a poco a poco dintorno a sè l'amore alla causa pubblica, e l'abito delle virtù cittadine; e agli affetti forti, generosi e magnanimi, fa succeder gl'inetti e i volgari. E che? l'impero temporale dei Papi che far dovrebbesi specchio lucente e norma sicura e inerrante di tutti gli altri, verrà condannato alla indeclinabile necessità di non poter esser buono, e d'infiacchire e abbassare l'umana natura?
Ma più ancora: nel comando assoluto è gran pericolo di mal fare, e d'imbattersi in gravi e funestissimi errori; conciossiachè, quanto maggiore è l'arbitrio, tanto cresce la facoltà di abusarne; e quando un solo consiglio move ogni cosa, falso ed errato che sia, nessuna forza il corregge e radduce al bene. Ma, a qual monarchia fa più bisogno di non ingannarsi, a quale di non uscire dal buon sentiero, se non alla pontificia? Evvi cosa al mondo così deplorevole, disordine così tristo a vedersi, sconcezza tanto deforme, quanto che il Vicario di Cristo, la persona più veneranda fra gli uomini, e guardiana e rappresentatrice dell'essenza medesima della saggezza eterna, inciampi in isbagli gravissimi, e pongasi a rischio di governare e imperare in modo che tutto il mondo civile ne rida e si scandolezzi? Pur troppo, non son queste supposizioni assai temerarie; e l'Italia il sa, e ne piange tuttora. Invece, cambiata la dittatura in reggimento costituzionale,nessuna imputabilità può salire fino alla seggia di S. Pietro; e il Principe sacerdote può solo operare il bene e non mai il male: principio, come è noto ad ognuno, e massima direttiva di quel reggimento, e la quale sembra appunto pensata per dignità e decoro del regno pontificale.
Potremmo senza fine moltiplicar le ragioni; ma le più sono state messe in buona considerazione da egregi scrittori, e però ci asteniamo dal ricordarle. Solo qui aggiungiamo, che se all'immortale Pio IX sta veramente in cuore di tramandare intera la potestà regia a' suoi successori, debbesi affrettare di darle per fondamento la libertà, che è oggimai la sola e abbondevole scaturigine d'ogni potere e d'ogni forza.
Certo è, che se il conculcare i popoli con le alabarde svizzere e le bajonette tedesche domandasi pienezza di regno, Pio IX la rifiuta e l'abbomina, e piglierassi piuttosto la parte che il tutto; e se colmar le prigioni, sbandeggiare i migliori, erigere tribunali soldateschi e feroci, armare i centurioni, e tinger di sangue le città di Romagna, sono i soli mezzi rimasti per tramandare a' successori l'integrità del potere, a Pio IX fa ribrezzo e dolore pur di pensarlo; e niuno s'aspetti dalle sue mani innocenti un'eredità cotanto misera ed abborrita. Il sentir dire, poi, e obiettare che, molti secoli fa, giurarono i cardinali per sè e per gli ultimi lor successori di conservare cotal plenitudine di diritti, e che in niuna guisa si può derogare a quel giuramento antichissimo, ciò suona agli orecchi nostri quasi come bestemmia. Questo non giurarono del sicuro i cardinali in lor cuore e pensiero, e se il fecero, malissimo adoperarono, e il peggiore sarebbe mantenere quel sacramento. Eh via, lasciamo una volta i sofismi e i cavilli, che a ogni specie di prepotenza e di tirannia servito hanno di velo e di scusa; e non si meschii, soprattutto, alle faccende laicali la santità inviolabile della teologia. Il padre Boerio e il padre Perrone pensino ad altro: qui non fa duopo il lor magistero. Profani e materialissimi sono coloro che la spiritualità della Chiesa e le condizioni sue eterne e immutabili involgono, in qualsiasi maniera, con le contingenze, le varietà e i casi del potere temporale. La Chiesa di Roma ha esistito e con l'autorità principesca e senza, e ha provveduto a' suoifini dallato a ogni forma sociale e politica, compresavi eziandio la repubblicana, essendo Roma più d'una volta nel medio evo stata repubblica e affatto signora di sè. A noi fa sdegno veramente il vedere, che uomini i quali pur jeri l'altro riconoscevano nel Pontefice ogni possibile latitudine di facoltà e di arbitrio, sieno disposti a provare la sua impotenza unicamente quando si tratta di largire ai popoli la libertà, e rivocare l'Italia alla grandezza e gloria perduta.[10]
(DallaLega Italiana.)
23 febbrajo 1848.
Jeri e jer l'altro laLegaha riferito e tradotto un carteggio ufficiale e di molta importanza tra il visconte Palmerston e il principe di Metternich intorno ai casi d'Italia. Nel primo dispaccio, dato alli due d'agosto dell'anno scorso, il gran Cancelliere di Vienna comincia, secondo suo stile, a chiamare sconvolgimenti vertiginosi le quiete e ordinate riforme che i Principi nostri han praticato nell'Italia media. Per l'Austria ogni moto è sconvolgimento, perchè simbolo del suo governo è il serpente a sonagli in torpore, e perchè ella si fa gloria di traslatare la Cina in Europa: quindi a Vienna, come a Pechino, ogni mutazione vien riputata sedizione. Dice poi Metternich, che di tali scombujamenti le conseguenze si lasciano indovinare anche troppo. Io non so degli altri, ma se le indovina egli davvero quel gran Tiresia dei diplomatici, e vedele tutte e ben chiare, il buon tempo è finito per lui, e nemmeno può confortarsi col motto di Tiberio che molti pongono sulla sua bocca,dopo me il finimondo. Insomma, avea gran ragione quel Greco di dire a Creso: «Scusami, ma s'io non ti veggio innanzi morire, io non tiposso chiamar felice.» Principe di Metternich, le glorie e i trionfi di Lubiana e di Verona son mezzo affogati, e aspettatevi di vederli ridotti al niente. Oh bel morire, sono già ventisei o ventisette anni, accosto al tappeto verde, in su quel seggiolone a bracciuoli ove con maestà e grazia vi sdrajavate, e l'Europa intera pendeva dal vostro labbro. Ma torniamo al dispaccio. Metternich vuol tastare e sapere come la pensi l'Inghilterra intorno al possesso e all'indipendenza reciproca degli Stati Italiani, e se basti ad essi per piena ed intera malleveria il Trattato di Vienna. Ogni frase ha senso lato e generalissimo, e conoscesi aperto, che il fine di quello scritto è soltanto di scoprir terreno, ed esigere una dichiarazione ex officio. In tal dispaccio stanno pure le famose parole:Italia è una espressione geografica.Metternich pronunzia il vero. Il Congresso di Vienna tolse alla povera Italia qualunque altra significazione, fuor quella d'essere un pezzo di terra europea configurato d'un certo modo, e al quale i geografi impongono per abitudine un nome solo. A ciò non si risponde con le parole, ma sibbene coi fatti; e finchè questi non parleranno, taci, popolo Italiano, taci, ed infrattanto
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.
La seconda lettera del gran Cancelliere va ripetendo, quanto al costrutto, il medesimo che nella prima; salvo che aggiugnevi una pittura nerissima, ed oso dire grottesca dei moti d'Italia: e badisi che al dispaccio è apposta una data anteriore di molti mesi ai fatti di Sicilia e alle promulgate Costituzioni. Che vogliono gli agitatori d'Italia e que' settarj malvagi che la sommovono da sì lunghi anni? Metternich solo ha scoperto il secreto ed avvolto al dito il bandolo della matassa: ei vogliono fare d'Italia una gran repubblica federata, con un governo centrale de' più stretti e gagliardi. Scuotetevi dunque, o Monarchi, alla voce del vostro amico, e provvedete al pericolo che vi sovrasta. Così parla ed esorta il gran Cancelliere; e sono trent'anni che la cosa stessa ripete; e veramente,chordà obberrat eàdem, nè altro sa figurare il brav'uomo che sétte e pugnali,comitatie congreghe, rivoluzioni e repubbliche. Ciò prova che nelle fissazioni mentaliv'ha moltissimi gradi, e non tutti menano alla pazzia: senza di che, il decano degli Statisti d'Europa soggiacerebbe da lungo tempo alle docce fredde e agli altri calmanti.
Lord Palmerston fece da prima una sola risposta alle due lettere di Metternich, e poi mandò una seconda con data degli 11 di settembre, cioè in quel torno di tempo in che l'Austria avea sorpresa Ferrara; laonde v'è inserita questa frase osservabilissima: — L'integrità degli Stati Romani dee venir reputata siccome un elemento essenziale dell'indipendenza politica della Penisola italiana. E non può accadere alcuna invasione di quel territorio senza che ciò non meni gravissime e importantissime conseguenze. — Parole son queste molto significative; e la punta loro è sì acuta e pungente, che i soliti fiori segretarieschi la cuoprono a mala pena.
In generale, Lord Palmerston ristringesi a dire, che l'Austria richiamandosi, come fa, al trattato di Vienna per la conservazione delle province lombarde, ha buon dritto e ragione; e che non solo debbono venire adempite le determinazioni e le clausole di quel trattato, ma il debbono esseretutte; il che vuol dire, a Cracovia come in Italia. D'altra parte, prosiegue Palmerston, considerando che nel congresso di Vienna i Sovrani d'Italia furono riconosciuti liberi e indipendenti nel modo più formale ed esplicito che mai si possa, ne discende che non debbono essi venir turbati in qualunque esercizio di loro sovranità a rispetto del governo interiore; e però, qualunque atto di cotal genere non può fornire all'Austria buona ragione d'invadere con le armi veruno degli Stati italiani.
Questo parlare, nello stile sempre officioso e cortesemente dissimulato delle cancellerie, ha del risoluto e del vigoroso; e però Metternich, che squadernava e citava il trattato di Vienna, è stato benissimo redarguito; e i due dispacci di Palmerston sono, per nostro avviso, un molto leggiadro e continuo ritorcere d'argomenti, ove non manca neppure la grazia dell'ironia, e ricorda quel grave e maliziosetto sorriso de' gran signori, nel quale, eccetto la sincerità, si trova ogni cosa. Lord Palmerston affermando il diritto che l'Austriapossiede di proteggere i possedimenti suoi sul Po e sul Mincio, fa pur notare che niuno l'offende e il minaccia, e non si vede chiaro a che proposito sia ricordato con tanta solennità e premura: laddove, per lo contrario, il pericolo che non si rispetti l'indipendenza degli Stati d'Italia è visibile e soprastante.
Quanto poi al disegno dei caposchiera italiani di giungere a fondare o una repubblica sola o molte confederate, confessa il Palmerston, con vera e sentita modestia, che benchè dappertutto abbia consoli, e gente non poca che attende a ben informarlo, egli non ha avuto neppur sentore di tanta e sì grave macchinazione. Ma ciò invece che quel ministro ha da lunghissimo tempo saputo di certa scienza, e per mille vie e per mille organi, si è che l'Italia veniva retta e governata miserissimamente, e bisognavanle riforme pronte e larghissime, soprattutto in Roma ed in Napoli. Laonde, conclude il Palmerston, gli è da sperare che il ministero di Vienna, al quale più che a qualunque altro dee stare a cuore la salda pacificazione d'Italia, vorrà dar mano ai Principi della Penisola per condurre le riforme a termine fortunato, e caldeggerà ogni determinazione loro intesa a quel fine. Qui ognun vede che il velo della socratica ironia divien troppo sottile, e si squarcia. Oh come! il Principe stesso di Metternich dee con le sue proprie mani ajutare gli altri a scavargli la fossa? Questo nol chiediamo neanche noi Italiani, perchè le virtù eroiche non possono domandarsi a veruno. Noi nel servaggio abbiamo bensì perduto parecchie doti, ma non la discrezione e l'urbanità. Il Metternich invecchia assai, e gli sta bene, dopo enormi fatiche, un po' di riposo. E perchè ai molto attempati ogni divertimento si cangia in tedio, la gentilezza italiana preparagli uno spettacolo tanto vivo e patetico, che impossibile è non lo svaghi per qualche poco, e non gli riempia gli occhi e gli orecchi di straordinario e ricreativo diletto. Possa egli vivere tanto da vedere finito il dramma e calato il sipario.
(DallaLega Italiana.)
16 febbrajo 1848.
Tra la lega de' popoli e la lega de' Principi, qual dee riuscire più malagevole a praticarsi? certamente la prima; ed anzi, ella non può essere menata in atto, salvo che dall'azione lenta del tempo, e da un fortunato concorrere di avvenimenti e di circostanze. Eppure, scorgesi oggi in Italia questa singolare contrarietà e discrepanza, che la lega de' popoli tocca oramai la sua perfezione, laddove a quella de' Principi neppure dàssi cominciamento. Ma che sai tu? mi diranno alcuni; ella è forse molto innoltrata. Lavoransi ed apparecchiansi tali cose in piazza? Gelosi negozj son questi, e da tenersi più che celati. Vorresti tu provocare il nemico senza profitto ed innanzi al tempo? Gran maestri furono gl'Italiani del secreto di Stato; e se la fortuna li abbandonò, l'arte non li abbandona.
Rispondo ai contraddittori in tal guisa. V'ha due metodi, ciascuno de' quali ha sue convenienze e disconvenienze: ciò sono il maneggio occulto e diplomatico, e il pubblico e popolare. Quello da cui bisogna astenersi affatto, si è il confondere insieme od il perturbare l'uno con l'altro; imperocchè allora perdesi la maggior porzione dell'utile, e incontrasi la maggior porzione del danno che sta in ambedue. Ora, gettiamo le illusioni dopo le spalle: pretendere che a quattro Governi italiani sia mai fattibile d'intavolare un patto e un capitolato d'unione e confederazione politica senza che l'Austria nol sappia e non ne conosca le clausole principali, sono supposti troppo innocenti, e che disdicono alle commedie e ai romanzi medesimi, oltrepassando il segno d'ogni naturale verisimiglianza.
Se, dunque, il secreto non è possibile, giovi francamente attenersi al metodo opposto, e ritraendo tutto l'utile proprio della pubblicità, saperne tollerare gl'incomodi. Ma noi soggiungiamo assai fermamente, che quando anche fosse possibile di occultare il maneggio e il trattato, i Principi non lodovrebber volere. Conciossiachè i popoli nostri sono sovrammodo impazienti di vederli e saperli tutti confederati; e il giorno che ne correrà per Italia la certa notizia, a ciascheduno di essi Principi crescerà la forza, la dignità e la facilità dell'impero, come in ciascheduno de' popoli moltiplicherà la fiducia e il coraggio. In tal guisa, il patto confederativo sarà, al tempo medesimo, effetto immediato della fratellanza de' popoli, e cagione efficace di sopraccrescerla, solidarla ed inanimarla.
Ma si conviene considerare questo medesimo sotto altro aspetto. Ciò che al presente dà virtù e gagliardezza somma al moto italiano, e persuade e trascina seco tutte le intelligenze e acquista di giorno in giorno maggior momento nel giudicio di tutta Europa, si è quell'unione, quella unanimità e quel profondo spirito di nazione che da un capo all'altro d'Italia si manifesta in qualunque atto, in qualunque accidente, con mille variatissime forme e dimostrazioni. Or, che sarebbe un'aperta e solenne dichiarazione della lega de' nostri Principi, se non testificare al mondo intero civile quell'unione ed unanimità, sancirla ed avvalorarla con la importanza e la santità d'un gran patto, porgerle pregio e vigore di ordinamento e di disciplina, sottoporla a una legge costante, generale e uniforme, reggerne e governarne sapientemente il moto e la vita, e farla in tal guisa non che ragguardevole e poderosa a un potentato straniero, ma temuta ed inespugnabile a tutti? La lega politica difensiva di circa diciotto milioni d'Italiani, proclamata e fermata da un patto pubblico e indissolubile, costituirà issofatto la Nazione Italiana, e per la prima volta la farà comparire nel mondo unita, armata ed apparecchiata ad ogni qualunque accadimento.
La diplomazia de' popoli, ne' gran momenti di risurrezione e di ardore politico, procede differentissima dall'ordinaria de' ministri ed ambasciatori: questa è piena di sospetti e riguardi, quella di franchezza e generosità; questa è scaltra, quella è forte; questa intrecciatissima e involta, quella semplice e dispiegata. A noi non bisogna al presente l'arte vecchia italiana di Mazzarino e di Alberoni, ma le pratiche ardite e scoperte degli Olandesi e degli Americani nei bei giornidell'emancipazione loro. Conciossiachè, questo debbono avere tuttodì avanti agli occhi i Principi nostri, cioè che gl'Italiani conciliano oggi, con ammirazione di tutte le genti, due cose credute impossibili a ben accordare; l'ordine, la disciplina, la pronta e dignitosa obbedienza da un lato; e una profonda rivoluzione e innovazione dall'altro.
Ma coloro che per abito temono il popolo, e vogliono della politica fare un mistero, e d'ogni sala di consiglio un antro di Trofonio, insisteranno dicendo, non essere d'uopo il correre a tali estremi; imperocchè sembra, ed anzi par certo, e oramai non se ne ha più alcun dubbio (queste frasi costumano sempre), che l'Inghilterra e la Francia non consentiranno ad alcuno straniero d'impedire e turbare in nulla il reggimento nuovo costituzionale degli Stati sovrani d'Italia.
E che? dipenderà, dunque, la nostra salute dal consentire o non consentire di Guizot e di Palmerston? E a qual fine, adunque, uscirono di tutela i Principi nostri; a qual fine s'affrettano di dotare i lor popoli di larghi e liberali Statuti; a qual fine s'armano spacciatamente e ordinano da per tutto le Milizie Cittadine, se non sentono in cuore il legittimo orgoglio, anzi il debito sacro di difendersi da sè medesimi? Grazie a Dio, l'un di essi ha pur pronunziato quel detto, che a niuno è per cadere dalla memoria,L'Italia farà da sè. Noi confidiamo nella saggezza di chi mandò fuori quelle parole generose e profetiche. Di già, per togliere ai nemici d'Italia qualunque pretesto di risguardare le concessioni di lui come poco leali e spontanee, egli ha voluto innanzi al tempo, innanzi a qualunque grave dimostrazione, prima d'ogni necessità, attorniato dall'esercito fedelissimo, promulgare le nuove franchigie prontamente e compiutamente. In egual modo, per rimanere saldo nell'armi e d'ogni cosa ordinato ed apparecchiato, egli viene così ben temperando la libertà con la disciplina, la vita pubblica con la quiete, l'ardor nazionale con la prudenza, che ai nemici suoi e della causa italiana non resta speranza veruna nè di sorprenderlo nè di scompigliarlo. Noi di tanta saggezza lo ringraziamo con l'animo; ma, in pari tempo, gli addirizziamo preghiere instanti e caldissime di adoperar quella speditamente e con modi premurosi ed efficacissimi,per porre in atto e proclamare in faccia all'Europa la lega politica difensiva dei quattro Stati sovrani d'Italia.
(DallaLega Italiana.)
26 febbrajo 1848.
Nel mondo politico, rado è che le cose mostrinsi da qualunque aspetto vantaggiose e favorevoli; onde quelle sono da scegliere il cui bene supera di lunga il male. Così diciamo, che della Lega costituita, fa qualche mese, tra l'Austria, Modena e Parma, e al presente pubblicata, è più assai il bene ritráttone dall'Italia, che il male. E primamente, nuocono meno i nemici manifesti, di quello che gli amici dubbj e dissimulati. In secondo luogo, dichiarati come oggi sono Modena e Parma contro l'Italia risorgente e costituzionale, più non hanno campo di richiamarsi agli antichi diritti. E qualora si venisse a spartir la lite col ferro, potrebbesi senza ingiustizia imporre ad esse la legge dei vinti, e far le acque della Parma e del Panaro scorrere tributarie o della Toscana o di Roma.
Ma il profitto maggiore che può l'Italia dedurre da tal lega odiosa ed ostile, gli è senza dubbio avere occasione, ed anzi necessità, di risolversi alla perfine a stringere una Lega Italiana tra i quattro Stati liberali ed amici. Grazie a Dio, le incertezze, i rispetti e l'esitazioni sono fatte impossibili, e ne dobbiam merito al patto delli 24 di dicembre. Oggi, a una lega difensiva dell'Austria, sono i Governi nostri, quanto al diritto, liberissimi di contrapporne una Italiana: e quanto all'interesse lor proprio, dico che sono in dovere e in necessità di farlo al più presto; conciossiachè ad apparecchi gagliardissimi di difesa risponder conviene con altrettanti; ed è poi debito insieme e necessità il soddisfare al voto comune, che è il più legittimo forse, il quale abbiano fino a qui espresso i cuori Italiani. Quanto più ci pensiamo, e tanto cicresce la maraviglia che una Confederazione strettissima e veramente fraterna non ancora sia pubblicata fra i quattro Principi riformatori: e però ci scusino coloro che leggono, se ci rifacciam sempre a parlare del tèma medesimo; chè qualunque replicazione in tal caso non è soverchia; e pur tornando infruttifera, soddisfa al debito ed alla coscienza dello scrittore. O come? que' Governi stessi che tanto sono solleciti a compiacere a' legittimi desiderj de' Popoli, si peritano e s'indugiano a contentare quest'uno solo, che forse supera tutti gli altri di utilità e ragionevolezza? Che cosa importa l'unione degli animi, la parità delle opinioni, la voglia intensa ed universale dell'operar di conserto, se a tali ottime disposizioni è impedito di giungere all'atto? A che giovano, in che ci avvantaggiono tante dimostrazioni d'amore e fiducia reciproca, e tante proteste di fratellanza e segni e prove di vita nazionale comune, quando tutto ciò si rimanga nel chiuso dei petti o nel suono delle voci, e non ne risulti alcuna notabile congiunzione di forze, nè alcuna bene avvisata cooperazione? Dubitano forse i Principi nostri della generalità e caldezza del desiderio? Ma per Dio, se il modesto pensiero delle moltitudini trasparisse di fuori, e quel che giace dentro dell'animo sonasse distinto sopra le bocche, null'altro udirebbesi replicar dappertutto e sempre, salvo cheCONFEDERAZIONE, CONFEDERAZIONE. Nè altro grido noi pure vorremmo innalzare ed espandere, tutta volta che possedessimo quelle cento lingue d'acciaro e quei dieci petti di bronzo di cui parla Omero; e se fossero a nostra requisizione migliaia d'araldi, vorremmo che su dai pinacoli e dalle torri, seguendo l'uso del popolo ebreo, a mane, a mezzogiorno ed a sera, ei dessero fiato alle trombe d'oro, e non altro tramandassero a tutti gli orecchi fuor queste voci:CONFEDERATEVI, O PRINCIPI, CONFEDERATEVI.
Se utile poi si stima il silenzio, utili le cautele dei diplomatici, necessario il tenere occulte le pratiche e i negoziati, noi pensiamo aver dimostrato nel nostro Foglio del 16 l'errore e il danno di tale opinione. Ed ora una nuova ragione ci suggerisce intorno al proposito la Lega patteggiata e conclusa fra l'Austria, Modena e Parma. Di vero, molte ragioni e molti rispetti consigliavano quelli tre Statiad occultare la Lega loro quanto più tempo si fosse potuto; e pur nondimeno, maggior forza ha avuto sul lor consiglio questa sola considerazione: che, cioè, rimanendosi occulto il Trattato, rimanevano altresì impediti e sospesi in gran parte gli apparecchi e le difese comuni. Ora, il simile si debbe affermare de' Principi nostri, ai quali, infino a tanto che piacerà di tener celato il convegno (supponendosi che sussista), verrà impedita ogni preparazione comune di forte e bene ordinata difesa.
Ministri e ufficiali supremi de' quattro Stati, deh! risolvetevi una volta, e rompete il funesto indugio. Noi non pensiamo che il cuore vi manchi di adempiere il desiderio universale italiano con quell'ardore e sollecitudine che i casi ricercano: ma quando ciò fosse, a voi non dispiaccia che spiriti più coraggiosi e gagliardi suppliscano l'opera vostra. Imperocchè questo è necessario assolutamente, che i Principi nostri riformatori abbiano uomini intorno a sè, così pieni com'essi, di forte e generoso sentire, e così grandi e straordinarj, come i tempi, come l'Italia.
(DallaLega Italiana.)
28 febbrajo 1848.
Quella angosciosa impotenza che sperimentano gli uomini in consolare o l'amico o il parente percosso da estremo infortunio, prova, noi crediamo, l'Italia intera in consolar voi, fratelli sfortunatissimi, e in provvedervi di pronto ajuto e di sicuro consiglio. Ma se può valere per conforto efficace, e per ajuto almeno dell'animo, la compagnia del dolore, sappiate, o carissimi compatrioti, che ogni città, ogni borgo, ogni casolare d'Italia partecipa al vostro lutto e alle vostre amarezze. Abbiamo disdette le mense rumorose, acchetati gl'inni, dato bando a qualunque dimostranza di pubblica contentezza. Nè questo nostro compianto e rammarico è quale si converrebbe ai fanciulli e alle femminelle. In noi lo sdegnopareggia la compassione, e a tutti gli altri affetti prevale. Oltrechè, i tempi fatali maturano, gli apprestamenti moltiplicano da ogni parte, e ogni cosa è pieno d'armi, di sospetto e d'irrequieta preoccupazione. Un popolo intero e il qual somma ventiquattro milioni, freme d'ira giustissima, e a mala pena si può temperare. Poca favilla gran fiamma seconderà: e dove alcuna cosa non fa difetto, salvo che l'occasione, può tenersi per certo, che quella eziandio non è per mancare; tanto di sua natura ella è difficile a rimanere, e facilissima a giungere.
Fratelli, grande e straordinaria sventura v'incontra; e voi gemete veracemente sotto il giogo d'iniquissimi editti di polizia, i quali non altrimenti sapremmo chiamare, che capricci ed insanie di tirannide inferocita e ubbriaca di paura. Contuttociò, non vi dee recare poco e fuggevole alleviamento il conoscere la indignazione di tutti i popoli civili contro ai vostri oppressori, e l'ammirazione profonda inverso l'opere vostre. Certo, lungamente stupirà il mondo di quella costanza ed unanimità, e di quel coraggio ed accorgimento col quale costretto avete i satelliti del Governo o a ruinare e disfarsi, o a gettar dopo le spalle ogni verecondia e conculcare le proprie leggi; e uscendo d'ogni dritto e d'ogni equità, distruggendo ogni ordine di giustizia, adoperando la dittatura quale non si usa in regioni di barbari, e confidandola alle mani le più abborrite e insieme le più disprezzate, imperare a modo di masnadieri, e tener la spada di Damocle sospesa sul capo d'ogni innocente e leal cittadino. L'Europa vi loda e vi esalta; e la Polizia degli stranieri, per lo contrario, s'invelenisce e s'invipera: chè mentre stimava sulle Lagune e sul Po di premere con poco sforzo e di manomettere un popolo nelle ricchezze e ne' piaceri avvizzato e sepolto, e dalla dispotica dominazione depravato e inschiavito, trova in esso ad un tratto, e riconosce con ispavento i non degeneri discendenti degli eroi di Legnano e di Famagosta. Laonde, in lei è vera paura e sgomento, in lei è il rimordimento e l'obbrobrio; dal lato vostro è dolore con serenità, è strazio con intrepidezza, è oppressione con gloria.
Da tutte queste considerazioni, o carissimi, noi non dubitiamodi vedervi raccogliere nuovo coraggio e nuova fermezza, e nelle accresciute miserie accrescere d'altrettanto la forza, la dignità e l'alterezza dell'animo. In coloro è una criminosa speranza di scombujarvi e atterrirvi; e la scelleraggine loro, ben succeduta in Gallizia, troppo li fa persuasi di conseguire il medesimo, e per qual sia mezzo, in Lombardia e in Venezia. Ma di ciò noi siamo al tutto sicuri che vanno ingannati, e del perfido tentamento rimarrà loro soltanto il vituperio perpetuo e l'abbominazione di tutte le genti.
Non del coraggio, adunque, non dell'intrepidezza vostra sappiam dubitare, o Veneziani e Lombardi, ma sì piuttosto della longanimità e della sofferenza. E certo, a noi manca il cuore di pur consigliarvela; perchè essendo noi liberi e armati, e sentendo forte nell'anima tutto il debito della fratellanza, vergogniamo di recarvi ajuto di solo pietose parole, e pregarvi di pazienza e rassegnazione. Ma gli è affatto impossibile che voi leggendo nel chiuso de' nostri animi, non ravvisiate chiarissimamente, che gl'indugi e i trattenimenti tornano per noi quasi quanto per voi amarissimi. Piaccia a Dio e alla fortuna d'Italia, o d'interromperli presto, o tanto più accrescere e assicurare la felicità e pienezza del buon successo, quanto più lungo e doloroso sarà l'aspettarlo.
A ogni modo, quello che mai dalla mente vostra non dee fuggire, si è che tra la quiete e le armi, tra l'eroica pazienza e l'eroico insorgere, non istà nulla per mezzo; e che il peggiore sarebbe confondere le due cose, e versar sangue infruttifero, e dar pascolo frequente alla rabbia de' vostri oppressori con parziali conflitti ed ammazzamenti.
In secondo luogo, desideriamo e preghiamo che vi sia sempre raccomandato il minuto popolo, massime quello sì numeroso e sì bisognevole del contado; e che non vi paja dura nessuna fatica, nessun dispendio, nessuna sollecitudine per obbligarvelo e affezionarvelo. Senza la plebe, tutte imprese grandi vacillano, e le politiche sono impossibili. Raccogliesi da indizj parecchi, che i vostri nemici si studiano di seminare zizzania e risentimento tra i poveri e i facoltosi, tra i signori e la plebe; e si fa verisimile molto, chequalche nuovo editto di Polizia verrà promulgato, gravoso alli benestanti e lusinghevole alla gente minuta. Rispondete, o fratelli, alle arti malvage, con benefizj e larghezze maggiori inverso le moltitudini; ond'elle s'accorgano e si persuadano, che non già lo straniero, ma voi, e voi solamente siete gli amici loro operosi e sinceri, e il naturale presidio e la durevol tutela. Affrettisi ognuno a istruirle, affrettisi ognuno a beneficarle; e quando spunteranno giorni di grandi prove, e qualcuno di voi, sceso nelle piazze, griderà:Popolo, a me, questo, non mai ingrato nè tiepido, risponderà tostamente:Siam teco, menaci dove vuoi; tu sei il nostro amico e benefattore: teco ritroveremo o la salute o la morte.
(DallaLega Italiana.)
1 marzo 1848.
Machiavello scrive, che dal fiero strazio e dalle frequenti battiture delle fazioni, Fiorenza in pochi anni di tregua e di pace risorgeva così vigorosa, che non solo rifacevasi largamente de' danni passati, ma lasciavasi addietro quasi ogni altra italiana in prosperità e in ricchezza. La qual cosa, aggiunge quel gran pensatore, procedeva singolarmente dalla partecipazione immediata d'ogni cittadino al Governo ed alla sovranità; il che promoveva in ciascuno un tal senso della dignità e importanza propria, che le facoltà e virtù della mente e dell'animo in supremo grado s'ingagliardivano. I nostri tempi avendo abolito i comizj e l'uso delle imborsazioni, e potendo le moltitudini partecipare al Governo solo indirettamente coi mandati che affida ai rappresentanti, a noi sembra, parlandosi in genere, che sia molto male ristringere il numero degli elettori, e molto bene allargarlo; perchè gli è un diffondere in tutto lo Stato il più importante esercizio e il più nobile della vita politica; e gli è, quindi, un accrescere ne' cittadini quell'alto sentire di sè, che nelle antiche nostre Repubbliche trovasi avere operato tanti prodigj.
Ciò poi s'accorda con la ragione e col dritto; perchè, a dir vero, la ragione non concede l'imperio se non ai sapienti ed agli ottimi, e questi debbono essere dall'universale riconosciuti e salutati: e però, sotto tale aspetto, quella legge di elezione dovrà reputarsi migliore, ch'esclude dall'atto di solenne e spontanea ricognizione coloro soltanto ne' quali difetta compiutamente la facoltà di ravvisare e stimare il pregio degli uomini.
Alle moltitudini accade talvolta d'ingannarsi intorno al proprio bene e profitto; ma più spesso accade che i facoltosi ed i maggiorenti scordino l'altrui bene, o non se ne curino. Da ciò è proceduto, che le moderne Costituzioni poco hanno giovato la parte più numerosa e più sfortunata del popolo. Sotto quest'altro aspetto, adunque, tanto la legge elettorale parrà più giusta, quanto farà giungere al Parlamento più numerosi patrocinatori del popolo minuto.
V'ha nello Stato due specie differentissime d'interessi; il privato de' Municipj, e il generale di tutta la Patria. Il perfetto temperamento consiste nel conciliarli, e non nel sottomettere affatto e senza misura il primo al secondo; come in Francia si fa sovente, ed altri paesi s'avviano a fare. Per tal riguardo, che è pure di gran momento, la legge elettorale migliore si dirà quella che faccia ne' Parlamenti rappresentare, con giusto equilibrio, ciò che vogliono le provincie e i Comuni, e ciò che lo Stato esige e desidera.
Due cose, poi, eccellenti (dicemmo noi, giorni addietro) sono nel mondo; l'istinto e il buon senso delle moltitudini non idiote, e la scienza fine e consumata dei pochi. Gli è, dunque, con ogni industria da procacciare che il consesso dei Deputati raccolga in sè quelle due eccellenze; e v'abbia da un lato chi sia pieno dello spirito popolare; e chi dall'altro partecipi alla sapienza dei pochi; e di questi ultimi v'abbia i pratici ed i teorici, i sommi speculatori e i sommi amministratori. Dove trionfa la sola democrazia e il numero fa la legge come in America, la plebe padroneggia troppo sovente ogni cosa, e sparge da per tutto le sue passioni e preoccupazioni. Quivi, così gli ambiziosi, come coloro a cui preme di servire e giovare la patria, fannosi a corteggiar la plebe, epensieri affettano ed usi ed eloquenza plebea. Debbesi pertanto studiare un modo, il quale senza togliere al popolo il dritto di concorrere all'elezione e farsi validamente patrocinare nei consessi legislativi, conservi agli uomini d'alto ingegno e d'animo indipendente la libertà d'opinione, e gli esenti affatto o dalla necessità o dall'utile di plebeizzare. Dee procurarsi altresì che le minoranze (come le chiamano) non siano più del convenevole sopraffatte dalle maggioranze; e perciò, dee lasciarsi aperta una qualche via onde alle persone di singolar merito che hanno ottenuto il suffragio di tale o tal municipio, ma non quello del generale scrutinio, si possa ciò nonpertanto ascrivere la dignità e l'ufficio di Deputato.
Infine, forza è consentire, che nelle città dominanti v'è più sapere e maggiore esperienza, e che i pensieri vi si compongono meno angusti, e il modo di giudicare è più franco, e procede con massime razionali ed universali.
Dopo queste considerazioni, osiamo trascrivere qui alcuni cenni d'una proposta di Legge Elettorale Italiana: e diciamo Italiana, non perchè molto diversa da tutte le forestiere, ma perchè pon sue radici nel municipio e negli istituti letterarj, i due più antichi e più peculiari elementi della civiltà italiana. Per mostrar come in rilievo, e quasichè a dire in concreto, il nostro concetto, noi l'applichiamo particolarmente allo Stato Romano, ove preparasi una legge municipale larghissima, e ove la forma attuale della Consulta di Stato ha suo fondamento ne' Consigli comunitativi e nei provinciali.
1. In ogni Comune di mille e più abitanti, chiunque partecipa all'elezione dei consiglieri municipali, partecipa similmente e con egual diritto a quella de' Deputati.
2. Tutti gli elettori sono eligibili.
3. In ogni Comune di mille e più abitanti, ai debiti tempi e con le forme prescritte, tutto il Corpo degli elettori municipali raccogliesi in Collegio elettivo per procedere alla scelta dei Deputati.
4. Son esclusi dal Collegio que' soli elettori che dànno voto nel Collegio elettivo della provincia, come più avanti dichiarerassi.
5. In ogni Collegio di municipio saranno eletti a pluralità di suffragi tre Deputati delli sei che manda ciascuna provincia. Ma gli eletti serbano nome di candidati fino allo spoglio degli scrutinj che adempie il Collegio elettivo della provincia, come dichiarerassi nel numero 9.
6. I nomi dei prescelti, il numero totale degli elettori, quello dei presenti allo scrutinio e il numero dei voti raccolti, saranno da ciascun Collegio inviati al presidente ordinario del consiglio provinciale.
7. Nel giorno stesso che avvengono le elezioni in ciascun Collegio di municipio, convocasi il Collegio elettivo della provincia nella città ove il Consiglio provinciale risiede. Tal Collegio è composto dei consiglieri di provincia ordinarj. Vi si aggiungono: 1º I rettori degl'istituti pubblici d'educazione; 2º I rettori de' Licei; 3º Il presidente e il segretario di ciascuna Accademia o dal Governo riconosciuta, o che sussiste da dieci anni e stampa gli atti delle adunanze; 4º I presidenti de' Tribunali di prima istanza e d'appello.
8. Il Consiglio provinciale, con gli elettori aggiunti, sceglie a pluralità di suffragi due deputati.
9. Due dì dopo l'elezione, il Presidente ordinario del Consiglio provinciale, il Gonfaloniere della città, il Legato della provincia, il primo Segretario di Legazione e due Assessori, rivedono l'atto di elezione di ciascun Collegio, e proclamano i nomi de' tre candidati sui quali cade il maggior numero di voti. Tal numero dee risultare dal paragone di tutti gli scrutinj onde sono usciti i nomi di tutti i candidati.
10. Lo Stato è spartito in due divisioni, meridionale e settentrionale: della prima è capo Roma, della seconda Bologna. Roma invia al Parlamento nove deputati, e Bologna sette: l'elezione si fa dal Corpo degli elettori municipali, eccettuati quelli che dànno voto nel Collegio provinciale. I Consigli provinciali di Roma e Bologna costituisconsi, come altrove, in Collegio elettivo, procedono alla scelta di due deputati; e quindi allo spoglio degli scrutinj di ciascun Collegio municipale, eccetto quello di Roma e Bologna.
11. Ma gli elettori aggiunti ai consiglieri ordinarii, sono il doppio di numero; e porzione è levata dalle categorie sopraddescritte;porzione dalle maggiori dignità letterarie e forensi che porgono le due principali città dello Stato, e non sono nelle provincie, come i rettori dell'Università, il Presidente del Tribunale di ultimo appello, ec.
12. Al Collegio provinciale di Roma è inviata la nota dei candidati di tutte le elezioni dei Collegi municipali compresi nella divisione meridionale, e al Collegio provinciale di Bologna è inviata quella di tutti i Collegi municipali compresi nella sua divisione.