AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.[16]

AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.[16]

11 aprile 1848.

Giovandomi della sincera e cortese amicizia vostra, piglio arbitrio di mandarvi alcune brevi considerazioni sui fatti di Lombardia, le quali nelle congiunture presenti mi pajono non pur vere ed utili, ma che il trascurarle torni troppo pregiudicioso alla causa italiana. Nè badate, signori, che sieno pensieri d'arme e di guerra; imperocchè, a questi tempi, qual buon cittadino non volge l'animo alle cose militari? Senza dire che la scienza dell'armi non è tutta chiusa ed inaccessibile a chi s'astiene dal maneggiarle, ma v'à alcune parti ove il naturale ingegno può penetrare assai dentro, e scorgere con sicurezza ciò che al buon capitano occorre d'imprendere e di provvedere. Quando, poi, questi miei brevi pareri ed accennamenti non pure si raffrontino coi disegni e le risoluzioni di coloro che al presente governano la guerra santa, ma nemmanco abbiano spazio di prevenirle, io ripeterò in cuor mioHoc erat in votis, e coglierò grandissima contentezza dalla inutilità delle mie parole.

Io dico, pertanto, che considerandosi da un lato le mosse dei nostri e dall'altro quelle degli avversarj, s'intende assai chiaro, che gl'imperiali procacciano di rannodarsi e difendersi principalmente lungo l'Adige; e quivi, secondo che daranno i casi, o aprirsi una ritirata sicura sgombrando del tutto l'Italia, o ripararsi in Peschiera, in Mantova ed in Verona, aspettando quello che venga loro comandato da Vienna. Possono eziandio tentar la sorte d'una battaglia campale, con questo consiglio, che riuscendo vincitori, acquistino facoltà d'invadere nuovamente gran parte della Lombardia e del Veneto; e quando abbian la peggio, rimanga loro pur sempre un ricovero assai ben munito e ben proveduto nelle dette fortezze. Sperare in ajuti nuovi e gagliardi spediti loro di là dal Tirolo non sembra che possano per al presente, e poco numero di gente non basterebbe al fine di rappiccare le fila interrotte tra Verona e le terre austriache.

Dal lato nostro, conoscesi che Carlo Alberto è in pensiere principalmente di sconnettere in più d'un punto e spezzare quella continuazione di forze che gl'imperiali si studiano di mantenere fra l'Adige e il Mincio; e nel tempo stesso, à l'occhio ai passi meno difesi, e distribuisce sì fattamente le truppe dell'ala sua dritta, da impedire al nemico di rioccupare per soprassalto alcuna città o luogo importante. Con l'ala sinistra, poi, dell'esercito proprio spignesi, a quel che sembra, verso il Tirolo, per soccorrere le popolazioni insorte, minacciare il nemico alle spalle, e togliergli modo così di tenersi congiunto colle terre dell'impero di là da' monti, come di rinfrancarsi con qualche schiera che disegnasse di calare in Italia.

Ciò veduto, io sostengo, che è grandemente mestieri menar la guerra con celerità e vigore massimo nel Tirolo, e far quivi grossa testa di truppe, radunandovi altresì quanta più gente assoldata e disciplinata può fornire la Venezia. Questo fatto, un buon nerbo di milizie scendendo dal Cadorino e dal Friulano, dee spingersi con ardire e prestezza ad occupare Trieste, e porgere ajuto ai partigiani e fautori della causa italiana che sono pure colà. Sembra oggimai certo, che Napoli invia legni e soldati nell'Adriatico; ma nessuno sforzo dalla banda del mare conseguirà prontamente lo scopo della dedizione di Trieste, qualora dalla banda di terra non sia stretta ed assalita con istraordinaria gagliardia. In questa sollecita occupazione di tutta l'Istria raccogliesi, al parer mio, un punto principalissimo della liberazione d'Italia e un gran pegno della sicurezza avvenire; e però è necessità di ciò procurare innanzi che il governo nuovo viennese possa riaversi, e le sue provincie tedesche, paghe delle libertà e guarentigie ottenute, risolvano di sostenere con ogni mezzo la ruinante casa di Ausburgo. Fra poco si riordinerà eziandio la dieta Germanica, e sarà dieta leale di popoli liberi, e quindi tenera sopramodo dell'onor nazionale e gelosa dei vantaggi comuni degli Stati Alemanni. Tra tali vantaggi debb'ella per certo annoverare il porto di Trieste, che è per l'intera Germania il solo uscio aperto sulle acque dei nostri mari, e la sola diretta via e comunicazione con l'ultimoOriente.[17]Potrebbe, adunque, tutta Lamagna commoversi fortemente per serbar dominio sopra Trieste; la qual città, d'altra parte, rompe in mezzo le terre italiane poste fra l'Isonzo e il Quarnero. Sino dai tempi di Augusto, ànno l'Alpi Giulie e le Carniche segnato i confini d'Italia; e però, tutta l'Istria e il littorale che corre da Pola a Venezia è nostro, e niun vessillo vi dee sventolare salvo che l'italiano. In me, pertanto, è gran desiderio e speranza che le schiere piemontesi e le venete s'accampino presto in tutta quella regione, e chiudano allo straniero ogni passo fra il Tagliamento e la Sava, e dai Monti della Vena sino alle rive del mare. Per rispetto, poi, all'Illiria ed alla Dalmazia, basti per ora il notare, che abita in quelle provincie una gente nel cui arbitrio sta il dichiararsi o per la causa italiana o per quella dei popoli Slavi; imperocchè di schiatta nascono slavi; di costume, di lettere, di governo si sentono italiani. A noi importa sol questo, ch'elli non sieno e non vogliano essere austriaci, e non possa l'Austria nei porti di Dalmazia prepararci continue offese e molestie.

(Dall'Epoca.)

14 aprile 1848.

Le operazioni della guerra a me pajono procedere più fortunate che preste e ben consigliate; e le spingono innanzi le popolazioni insorte, più assai che l'attività e l'ardire dei capitani. Dell'esercito di Carlo Alberto, l'ala destra à compiuto l'intento suo primo (difficilissimo per addietro, e divenuto oggidì poco faticoso) di snidare i Tedeschi da tutte le sponde del Po. Col marciare poi raccolta e diritta sopra Desenzano e Montechiaro, e col venir sempre di più spalleggiata da Bresciani, Bergamaschi, Cremonesi e altri popoli circostanti, à forzato gli Austriaci a passare il Chiese, e fermarsi sulla sponda sinistra del Mincio, e propriamente in quel largo triangolo che fanno insieme Peschiera, Mantova e Verona: elli abbandonano persino parecchi postida lor tenuti a mezzo il cammino tra Vicenza e Verona; e giusta gli ultimi rapporti, sembra potersi credere, che l'armi piemontesi (e questa era fazione men facile) siensi spinte col loro antiguardo tra Mantova e Verona.

Ma d'altra parte, dell'ala sinistra non si à nuova nessuna, e non compajono bollettini. Di quegli ottomila fanti inviati verso Salò e Gavarno, e nelle cui mani credesi caduto il forte di Rocca d'Anfo, neppure una voce. Ad essi spettava di dilatare e soccorrere con vigoría il sommovimento tirolese, e chiudere e impedire i passi. Certo è che gli Austriaci mantengono ancora disgombra affatto o con pochi interrompimenti la via da Bolzano a Trento e da Roveredo a Verona. Ma come va tal cosa? come non si tenta ogni sforzo e non si opera ogni bravura per insignorirsi di Trento, vera chiave del Tirolo italiano; mentre insorgono le campagne, il Bresciano ed il Bergamasco si muovono ad ajutare l'impresa, e l'ajuta d'altro lato con forte rincalzo la sollevazione del Friuli e di tutta l'alta Venezia, e possono accorrere al fine stesso i corpi franchi della Svizzera italiana e della Valtellina?

Al presente, gli è ben avverato che il general Zucchi padroneggia Palma Nova ed Osopo, e che que' montanari e segnatamente gli Udinesi ed i Trevigiani sono pieni di ardore, e si armano e si disciplinano. Ora, gran fatto sarebbe che il Zucchi non se ne giovasse quanto bisogna per varcare al più presto l'Isonzo e piombare su Gorizia e Gradisca; Gorizia città aperta in fondo a una valle, e Gradisca picciolo luogo munito di picciol castello. Quella mossa sola basterebbe forse a far succedere la dedizione di Trieste, tanto forte dal lato del mare, quanto debole e sprovveduta dal lato di terra. Nè sembra da temersi che il generale Zucchi e la gente che à seco non vi si potessero reggere; conciossiachè tra breve essi cresceranno delle schiere del generale Durando; e buona porzione delle soldatesche e dei corpi franchi, raccolti qua e là nella bassa Venezia, potrannovisi condurre sollecitamente; e infine, non mancheranno col tempo le truppe ed i volontarj quivi recati dai legni Sardi e Napoletani. Ma, pur troppo, tutto questo ricerca nei capi massima speditezza ed ardire;e ricerca altresì un comune disegno, e una bene ordinata cooperazione. E però Dio provveda, perchè di comuni accordi e disegni vedo pochissime prove, e molte ne vedo contrarie. Certo è, poi, che l'Austria, quanto sentirà più difficile e più rischioso il resistere e mantenersi nelle interiori provincie lombarde, tanto radunerà ogni sua forza sulle sponde dell'Adriatico. L'Istria è tutta intera in sue mani, e Trieste s'acconcia all'antico giogo. Stando a quello che insegnano l'ultime nuove, ogni apparecchio che studia di fare il governo Viennese non è per soccorrere la sua causa in Tirolo, ma sì bene per fronteggiare gagliardamente i nemici sulla sinistra dell'Isonzo, e proteggere la Contea di Gorizia e le terre littorali. Mai non m'è rincresciuto così duramente com'oggi di non possedere autorità di parole nè arte infiammativa di stile; imperocchè io l'adopererei tuttaquanta a persuadere i giovani nostri crociati di accorrere sull'Isonzo e varcarlo coraggiosi, riconquistando a prezzo anche di molto sangue le antiche e naturali frontiere d'Italia. All'Alpi Giulie, griderei loro, all'Alpi Giulie, o militi! là su tutte le cime piantate il vessillo italiano; e non tollerate, per Dio, che attraverso alle nostre provincie, sulle nostre stesse marine, non diviso da monti e da fiumi, non impedito non trattenuto da fortezze e bastìe, possa dimorare il nemico eterno d'Italia, e con quiete e con agio ricominciare le offese e perpetuar le minacce.

(Dall'Epoca.)

17 aprile 1848.

I combattimenti di Goito e di Monzambano recano alle nostre truppe onor singolare. Il varco del Mincio, qualora gli approcci e le rive del fiume sieno difese e munite secondo l'arte, non solo è aspra cosa e difficile, ma compiuta con tanta prestezza come i Piemontesi ànno fatto, porge prova bellissima di bravura e di abilità; perchè si computa generalmente dai buoni maestri di tattica, che sia mestieri di spendervi il triplo di tempo; e tanto ne spesero nelle guerreultime d'Italia i Francesi. In Goito s'erano gli Austriaci asserragliati in più strade, e da ogni casa sparavano addosso agli assalitori. Or, chi è pratico del guerreggiare, conosce troppo bene quali rischj e fatiche s'incontrino a smovere e scovare eziandio poca milizia da un luogo in cui ogni muro le serve di parapetto, e l'è il bersagliare e l'offendere così agevole, come difficile l'essere offesa.

Ei pare che tutta la schiera cacciata da Goito retroceda verso Mantova; e quella, invece, che contrastava il passo tra Monzambano e Valeggio, si ricoveri sotto Verona. Ma non più padroni della sinistra del Mincio, e rotta la congiunzione loro tra Mantova, Peschiera e Verona, forse gli Austriaci in cambio di tenere e difendere animosamente quest'ultima, s'apparecchiano di far sicura ritirata lungo il Tirolo, e salvar gente, artiglierie e bagagli. Se il Tirolo fosse tutto in fiamme, come al creder mio poteva essere, accorrendovi i Piemontesi, la ritirata de' nemici o verrebbe affatto impedita, o non accadrebbe loro senza molto sangue e senza perdite dolorose. Ma quando, poi, i Tedeschi indugiassero e dai nostri si trascurasse di proseguir la vittoria e di occupare le Alpi con buon nervo di truppe, certo, commetterebbesi errore assai grave e pregiudicioso. Marciano a quella volta alquanti volontarj comandati dal generale Alemandi; ma perchè marciano soli, e nessuna porzione dell'esercito li accompagna? a quella fazione non bisognano nè cavalli nè artiglierie, ma squadre di volteggiatori e di bersaglieri, che da molti giorni potevano essere in via. A ogni modo, raccomandiamo con somma istanza ciò che le presenti congiunture d'Italia ricercano sopra ogni cosa; vogliamo dire, prestezza, ardimento e buon accordo. Sono nel Veneto i volontarj Romani, Sardi, Napoletani, Veneziani, Lombardi. A chi obbediscono essi? ad uno o a più capi? Nessuno ancora l'à significato, nessuno lo sa. Alle operazioni loro è guida un disegno e un consiglio prestabilito e comune? Speriamo che sì, ma se ne ànno indizj e avvisi contrarj. Napoli manda truppe, delle quali certo non si scarseggia; e trattiene invece la flotta sua, che sarebbe ai Veneziani compiuto ristoro e salvezza.

Ricordiamoci che mai Dio non à mandato all'Italiatempi più fortunati. Ogni giorno che spunta, reca opportunità di gran fatti, e serra nei suoi brevi confini l'efficacia di tutto un secolo. Ora, i trattati son rotti, la diplomazia è dispersa e muta; impaurano i gran potentati per li guai che ànno in casa; l'Inghilterra medesima vive in qualche apprensione delle sue cose; Lamagna non è concorde, e travaglia e suda a ben ricomporsi. In tali condizioni e pressure, l'Europa attende di ricevere nella sua stemperata materia quelle nuove forme che il senno e l'arbitrio delle nazioni stanno per imprimerle, giusta la naturale configurazione dei territorj, e l'indole ingenita e sostanziale dei popoli. Affrettiamoci pure noi, di stender l'armi e le insegne su tutte le nostre frontiere, e sieno per sempre ricuperate.

(Dall'Epoca.)

Roma, li 20 di aprile del 1848.

Io non temo, signor Generale, che a voi sembri temerario e importuno che io vi scriva; perchè la vostra cortese natura mi rende certo che il tempo non è bastato ad estinguere quella tanta benevolenza e parzialità che mi mostraste in Bologna nel 1831, quando faticavamo entrambi a ottenere che quel tentamento infelice di libertà e d'indipendenza, non potendo più reggere, cadesse almeno onoratamente. E prima, vi scrivo per dolce sfogo dell'animo; perchè in mezzo alle tante e insperate maraviglie del risorgimento italiano, certo non dee reputarsi l'ultima il veder voi padrone della città che la fredda e lunga vendetta degli stranieri aveavi assegnata per carcere. E non è senza gran mistero del providente consiglio di Dio, che voi per mezzo a infinite sventure e pericoli, e in modi così straordinarj e quasi direi favolosi, foste riserbato a questo giorno novissimo in cui s'adempie la redenzione finale di nostra Patria. Non è senza mistero eziandio, che a voi toccasse per ultimo campo del valore e del senno vostro guerriero cotesta città, e cotesti popoli situati ai confini d'Italia e naturali custodi dell'Alpi. Io non ò mecouna sì gran dose di vanità, perch'io presuma non dico di consigliarvi ma di parlare con esso voi di cose militari, e di quelle segnatamente che avete ora tra mani. Solo, ricordandomi dell'indole vostra lontana da ogni albagía, vorrei farvi intendere, che a voi si conviene al presente di porre in disparte la naturale ed abituale modestia, e sentire in modo compiuto il molto profitto ed il gran momento di quella parte della guerra nazionale italiana che a voi cadde in sorte. Chi non vede che l'Austria, ormai disperata di proseguire le sue difese negli aperti campi di Lombardia, e mal sicura altresì di Verona e di Mantova, volterà ogni sforzo dalla banda del Tirolo, e sulle terre frapposte tra l'Isonzo e la Sava? Ma voi ben premunito dentro le mura di Palmanova, e presto fatto capitano (come tutta Italia desidera) d'un giusto corpo di esercito, avrete arbitrio da un lato di soccorrere i Tirolesi insorti, e dall'altro di assaltar con vigore le truppe austriache le quali pretendessero di mantenersi di qua dall'Alpi, vogliamo in Trieste e nella contea di Gorizia, vogliamo nell'Istria e nella Dalmazia. Però, io non dubito che a voi non prema di sollecitamente istruire il re Carlo Alberto sulla molta necessità che vi stringe di venir subito provveduto di numerosa e scelta milizia, e che quanto maggior quantità di truppe italiane sarà schierata sull'Isonzo, tanto riuscirà più certa e compiuta la nostra vittoria adesso e nell'avvenire. E similmente, voi conoscete quello che in tal fazione potrebbe e varrebbe il soccorso del re di Napoli; il sol potentato italiano che sia fornito di molte navi a vapore ben costrutte e ben corredate, e quindi attissime a bloccare i porti, far mostra lungo tutte le rive dalmatiche della nostra bandiera, e trasportare e sbarcare speditamente e dovunque sia l'uopo notabil copia di armi e di armati. Ei bisogna che le Alpi segnino da tutte le bande i confini d'Italia, come volle natura quando primamente configurolla. Ma ei bisogna altresì, che questo s'adempia prestissimamente, e mentre l'Austria giace tutta scomposta e di consiglio sprovveduta, e avanti che la Germania intera non incominci a riordinarsi in forte e omogenea confederazione. A voi non rimane ignoto, che ne' Tedeschi è ora più che mai presente e vivissimo il desiderio difar buona comparsa sui mari, a dispetto quasi della natura; accorgendosi essi, che il poco aver prevaluto sull'altre nazioni, e poco aggiunto di peso e d'efficacia infino al dì d'oggi ai gran casi dell'Occidente europeo, sia proceduto principalmente dal non avere marineria. Il possedere, pertanto, per via di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia buoni porti sull'Adriatico, e mezzo di pronta e diretta comunicazione col Levante e con l'Indie, sembra ai Tedeschi un vantaggio notabilissimo, e circa il quale è impossibile che non si svegli fra breve molta sollecitudine in tutta quanta l'Allemagna.

Fa grandemente mestieri, adunque, che prima che ciò succeda, la vostra gloriosa spada cacci di là dai gioghi dell'Alpi Giulie quel che rimane di forze austriache, e i non abbondevoli sussidj che possono uscire in questi giorni da Vienna. Affrancato una volta quel territorio, e occupati e muniti i passaggi, tornerà più facile senza comparazione il difenderli, benchè dal lato degli stranieri moltiplicassero le armi e gli assalti. Quanto, poi, alle coste Dalmatiche, e a quelle popolazioni tanto fedeli un tempo a Venezia, ei si conviene adoperare più ancor della spada l'artificio dei negoziati, e subito entrare in pratiche di buon accordo non già con l'Austria ma sì coi Dalmati, con gli Ungaresi e i Croati. Quello che importa all'Italia supremamente, si è che Dalmazia e Illirio non sieno austriaci nè tedeschi. Pel resto, puossi trovar modo e via di accomodamento durevole; nè bisogna mai che la nazione Ungarese, fortissima e potentissima, divenga nostra inimica, ma invece compagna ed amica, siccome ai giorni per essa gloriosi di Mattia Corvino. Per tutto ciò, mi sembra doversi pregare con istanza e premura grande il re di Piemonte a mandar di presente uomini esperti e avveduti appresso i Dalmati, i Croati e gli Ungaresi, con ufficio espresso di dimostrare e persuadere a ciascuno dei tre, — come il nemico loro comune sia l'Austria, e come niun d'essi debba volere che quel potentato o per sè o in nome della Germania possa tener dominio sulle coste dell'Adriatico. L'Italia desiderare e pretendere unicamente ciò che natura le à dato, cioè le sue naturali frontiere dal Varo al Quarnero; del rimanente, non domandare se non buona vicinanza e amicizia.Una lega commerciale e doganale perfetta fra Italia, Dalmazia, Ungaria, Transilvania e Croazia, poter mettere in continua e profittevolissima congiunzione di traffico il Mar Nero con l'Adriatico, il Levante col Ponente, le Indie col Baltico, il Po col Danubio. Nessuna ambizione e interesse avere l'Italia d'uscire de' suoi confini, nessuno di conquistare e predominare sulle popolazioni slave dell'Albania, della Boemia, della Servia, della Bulgaria; in quel mentre che l'Austria le va minacciando tuttavia, e da lungo tempo à in animo di possederle: nè contra l'ambizione di lei potrebbero essi popoli rinvenire altro collegato sincero e migliore fuorchè l'Italia; imperocchè il Russo ajuterebbeli per farli soggetti; il Turco è barbaro e inerme; la Francia troppo remota e incostante. —

Ma io mi stendo di soverchio a parlarvi di cose le quali, dove s'appongano al vero, a voi non son nuove, e meglio e più profondamente di me le scorgete e considerate. Nè il mio nome val nulla per aggiungere a queste opinioni alcun grado di autorità; ma sì vi prego che voi le pigliate a cuore, e Carlo Alberto insieme con voi le caldeggi e fomenti, onde poi l'effetto dell'opera segua sollecitamente alla ferma credenza di entrambi.

Seguitando a distribuire gli scritti del nostro Autore per ordine di tempo, collochiamo qui alcuni discorsi da lui pronunciati nel parlamento romano, detto con ispecial nome Consiglio di deputati; e scegliamo quelli che per la importanza dell'argomento o la caldezza dell'affetto o qualche lume maggiore recato alla storia degli ultimi anni, porgono pure al presente materia accetta e non disutile di lettura. Come poi l'Autore medesimo ne trascrisse più d'uno nell'opuscolo impresso da lui in Genova nel 1850, e ristampato in questo volume, noi ci asteniamo di qui registrarli. Invece, poniamo subito allato ai Discorsi qualche altro breve dettato che in que' giorni medesimi pubblicava il Mamiani nell'Epoca.

A ciascun discorso si premettono poche parole, per notificarne l'occasione e le circostanze. A sminuire la noja del ripeter la data comune a tutti, avvertiamo il lettore, ch'ei furono pronunziati nel corso del 1848. Dalle stesse parole loro, poi, si rileva quando l'Autore discorre secondo sua qualità di Ministro, ovvero da semplice deputato.


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