DOCUMENTI PRATICIINTORNO LA RIGENERAZIONE MORALE E INTELLETTUALE DEGLI ITALIANI.
Per gran ventura d'Italia, ciascuno si va ora persuadendo di questa capitalissima verità, che il risorgimento italiano non possa aver luogo senza il concorso efficace ed universale delle moltitudini, e però lo sforzo di tutti i buoni doversi rivolgere all'educazione progressiva del popolo. Un'altra persuasione sembra eziandio entrare e radicarsi forte negli animi; e questa è, che per trascinar seco il popolo a fatti animosi e ritemperarlo al bene, occorre participare ai sentimenti, agli affetti e alle credenze di lui: nella qual cosa non pericola punto la verità; ché quegli affetti e quelle credenze, guardate nel loro midollo, costituiscono la natura instintiva dell'uomo, e sono fonte delle passioni più generose, de' concepimenti e delle ispirazioni più alte e magnanime che ricorda e ammira la storia. Non si dee pertanto nè dispregiarle nè combatterle, ma sì purgarle di molti errori e di molte misere superstizioni, e scioglierle dalle abbiette consuetudini indotte per entro il cuore dalla servitù, dall'ignavia e dall'indigenza.
Si opina poi dai più assennati, che per giugnere a questo massimo effetto della rigenerazione italiana, quattro cose sieno da praticare da ogni buon cittadino. 1º La emendazione di sè stesso. 2º La carità operosa nella parte minuta del popolo. 3º L'istruzione intellettuale e morale di essa. 4º La cura e l'arte di convertire il clero alle nostre opinioni.
Il buon Italiano a' dì nostri debb'essere un animo forte e incorrotto, apparecchiato alla sventura, ugualmente sdegnoso della servitù, che afflitto ed avverso ai vizj e alle colpe de' servi. In mezzo a genti fiacche, oziose, lascive e non curanti del viver comune, ci dee serbare austerità e purità di costumi, volontà infiammata e sempre operosa, prudenza con dignità, coraggio con fede. A lui dee star sempre nel cuore la dolce patria, e volerne il bene in tutti i modi, per tutte le vie, con incessante sudore, con ferma perseveranza. Facil cosa è cospirare; facile aspettare oziando e gozzovigliando il segnale della rivolta; non troppo difficile e laborioso maneggiarsi nelle sètte e rischiare la vita in una congiura: ma duro e difficilissimo travagliarsi quotidianamente e in silenzio per cogliere senza fama un frutto scarso e tardivo di bene, e per fecondare, con lunga e tediosa sollecitudine, un suolo smagrato da tre secoli d'infortunj, di vergogne e di tirannie.
O per qual buona ragione il minuto popolo à da tener dietro alle mosse de' liberali? che opere fanno questi in suo pro? che esempj d'alte virtù gli offeriscono per guadagnarsene la stima e la riverenza? che dottrine professano intelligibili a lui e confacenti co' suoi pensieri e co' bisogni suoi quotidiani?
Vuoi tu, o buon cittadino, tirarti dietro le moltitudini? vuoi tu il sudore, il sangue, la vita loro per te e per la causa che tu caldeggi e difendi? Comincia ad amarle di grande affetto: entra continuo a parte dei lor patimenti: consiglia la loro ignoranza, conversa con esse domesticamente, amorosamente. L'uno cade infermo; va tu accosto al suo letto e soccorrilo: un altro à difetto di lavoro; fa di procurarglielo: ài tu poderi? sii padre de' tuoi contadini, sovvienli nelle carestie, largheggia ne' patti, instruiscili con pazienza nellerustiche lor faccende. Non fuggire la frequenza della gente minuta; e s'ella entra in chiesa a pregare, e tu prega con lei; se accorre a qualche onesto sollazzo, vi accorri tu pure e mostra di compiacertene. Per tali atti e maniere, quando spunteranno giorni di grandi prove, e tu disceso nelle piazze griderai: — Popolo, a me! — questo, non mai ingrato al beneficio nè tiepido e pigro al bene che crede, risponderà tostamente: — Siam teco; menaci dove vuoi; tu se' il nostro amico, sii il nostro salvatore.
I buoni prendono giusta allegrezza a vedere che in Toscana, in Lombardia e in altre provincie d'Italia si pensa e suda all'istituzione dellecasse dei risparmj, a quella delle scuole infantili e delle scuole lancastriane, alla compilazione di più giornali popolareschi, e ad altri mezzi efficaci ad educare e rigenerare la povera plebe. Se dovunque il popolo è autore di grandi fatti, in Italia è stato di sommi e miracolosi: e chi fa stima conveniente della vecchia stirpe latina, ed à ragionevol fede nelle prodigiose facoltà inserite in lei da natura, debbe ansiosamente aspettar di vedere quello che produrranno le intelligenze popolane, riscosse dal torpore profondo di quasi tre secoli; e quello che potrà in loro la coscienza restituita del proprio ingegno e della dignità propria, la curiosità ridestata e vogliosa di apprendere alcuna porzione del vero, la notizia sopravvenuta d'altri paesi, d'altre leggi, d'altri istituti, di tanta maggior ricchezza, potenza, gloria ed attività.
Abbiamo fede nelle plebi italiane.
Ma la nuda, nuda istruzione è strumento così del bene come del male, e più rado forse del primo che del secondo. Però intendasi con fatica incessante all'educazione dell'animo: e poichè il buon senso del popol minuto sempre vuole unificata la moralità con la religione, sforziamoci, quanto si può meglio, di purgare la pietà religiosa della scura feccia che la corrompe: sopratutto si volga l'animo a insegnare e persuadere lareligione civile, quella cioè che insieme con le virtù private insegna ed inculca le pubbliche,santifica tutte l'opere volte ad ajutare il progredimento sociale, e chiama il Vangelo codice eterno e divino di libertà e di fratellanza. Avventuratissimi gli Italiani, se riusciranno a instillare nell'animo dei più lareligione civile: ma l'impresa è dura e diuturna e piena di cure e travagli; perchè quella forma di religione non pure è nuova nel popol minuto, ma si è nuova in gran parte nella cristianità, la quale à più spesso udito insegnare l'obbedienza passiva, la perfezione dei solitarj e una muta e indolente rassegnazione: però il vero non istà chiuso, e già comincia a splendere di gran luce per molti libri. Il mondo impigliato ne' traffichi e nelle lascivie, infiacchisce di più in più e prende a schifo i nobili pensamenti, e poco o nulla risponde a quei desiderj e a quelle speranze che tutto il cuore gli ardevano, or sono appena cinquant'anni. Un sentimento nuovo bisogna, forte, immaginoso, infinito: e questo dove lo rinverremo noi, salvo che nella religione civile, in cui la libertà è santa cosa, la fratellanza e la carità nella plebe sono un supremo dovere, il progredimento indefinito dell'umanità nel vero e nel bene è il consiglio perpetuo della Provvidenza?
Il giovine Vito B..... possedeva un poderetto nelle montagne di Barolo, e spesso andava colà per ricrearsi della caccia e dell'aria buona. Il curato di quel luogo lo visitava, ed egli lui. Parlavano di coltivazione, di pastorizia, d'uccellagione, e il curato trovando il giovane non poco istruito e propenso alla religione, l'avea caro oltremodo. Vito ne profittava per diradare le male apprensioni del prete e farlo persuaso di utili verità. Gli accennava abilmente gli ostacoli numerosi opposti dai reggimenti avari e oppressivi alla pubblica prosperità: saliva bel bello dagli ultimi effetti alle somme cagioni, e dai rimedj parziali ed incerti ai certi ed universali. Le domeniche dopo i divini uffizj, cadendo il discorso più volentieri sovra materie di chiesa, Vito esponeva prudentemente i principj, le massime e la bellezza della religione civile. Alle sue parole davano autorità li suoi specchiaticostumi, l'animo caritatevole e l'amor grande che portavagli la gente minuta di quel contado. Così non gli fu gran fatica condurre a poco a poco il buon parroco a partecipare alle sue opinioni, e fu immenso guadagno. Deh! che non potrebbe sperare l'Italia se alcune centinaja di giovani possedesse simili a questo Vito?
Ora andremo discorrendo partitamente di alquante pratiche relative ad alcuna delle quattro categorie registrate in principio. E per seguitare l'ordine loro, noi ci faremo dalle cose che ànno riferimento alla emendazione di sè medesimo.
1º Piaghe vecchie e incancrenite d'Italia sono la mollezza e l'accidia: a queste dunque rechiamo gagliardi rimedj. Se tu sei solo a sentirti vigore d'animo e ad abborrire dall'ozio, fa di riscuotere intorno a te que' pochi che ànno natura meno dissomiglievole dalla tua. Se non sei solo, collégati con li tuoi pari, e sveglia in altrui la fermezza e l'intensione del buon volere.
2º A questo troverai materia più idonea nelle persone che ànno corsa la vita fra varj accidenti e pericoli, ovvero sostennero con moderanza gravi infortunj, o tentarono alcuna cosa onorata e difficile.
3º Pungi con frizzi acerbi e deplora con isdegnoil dolce non far nientedegli Italiani, divenuto tristamente famoso fra gli stranieri. Di questo scrivi e stampa e predica mille volte, in mille maniere. È detto comune degli Italiani moderni chenon si può far nulla di bene: il tuo cotidiano operato li colga in menzogna. Se declamano sulla tristizia dei tempi, e che i pericoli sono troppo grandi e frequenti, mostra loro che non correvano migliori per Dio i tempi in cui Galileo cadeva ginocchioni dinanzi all'inquisitore, in cuiVannini, Ruggeri e Giordano Bruno salivano il rogo, Campanella era sette volte messo al martoro, e il Sarpi mortalmente percosso di stile. Ma costoro, albergando in petto prodigiosa forza di volontà, renderono sè stessi gloriosi, onorata l'Italia e sapiente il mondo.
4º Sarebbe un gran bene a trovare il modo che perfino le donne avessero a schifo i giovinastri scioperati e dappoco.
5º Un gran bene procederebbe eziandio dalla frequenza dei viaggi; chè la vista della tanta operosità e vigoria degli altri popoli ci farà all'ultimo vergognare della nostra ignavia.
6º Dal vigore del corpo sorge più pronta e più facile la valentía dell'animo, e con essa la voglia del fare. Gioverà pertanto assai l'instituire per tutto scuole di ginnastica, divenute fuor d'Italia non meno copiose che profittevoli.
7º S'instilli ne' giovani desiderio della caccia, nuoto, scherma, cavallerizza, pallone e altri robusti esercizj.
8º Molti ozieggiano per non trovar che fare: suggeriamo loro di onorate ed utili occupazioni. I tempi ne offrono in più quantità e varietà che per l'addietro. Per tutto crescono le faccende degli ingegneri: s'aprono vie nuove di lucro ai meccanici, agli esperti di miniere, ai chimici, agli enologi, ec.
9º Marciscono altri sconoscendo la propria natura: e forse non si dà un solo ingegno al mondo senza alcuna speciale dote e attitudine. Studiamo pertanto in ciascuno ciò che v'à di peculiare, e a quello indirizziamo le facoltà sue. Il sentirsi valente in alcuna cosa e la speranza di buon successo renderanlo attivo e volonteroso.
10º L'educazione de' fanciulli procacciamo che sia nè paurosa nè molle, e ch'ei s'avvezzino alle fatiche e al dolore, nè si spaventino dei rischj, delle infermità e degli infortunj.
11º Travagliamoci molto a impedire che la poca energia ed attività de' giovani non si sperda (come oggi accade) in frivole gare e puntigli, in basse invidie, in polemiche infruttuose e villane, o in cercare la gloriuzza della provincia nativa in iscambio del suffragio e lode della nazione intera.
12º Gli studj che mirano a poco alto fine e versano sopra materie futili nè curano di nudrirsi di scienza profonda, snervano l'intelletto e l'animo.
Perciò le vecchie accademie o si spengano o si trasformino: sia messa in deriso la smania tanto comune del poetare e gli sciocchi tèmi prescelti. Accusinsi d'inettezza i filologi e gli eruditi che non contemprano le discipline loro con la filosofia e con le scienze. Si biasimi forte quella turba di letterati egoisti e infingardi che vassi baloccando coi libri senza voler nulla produrre.
13º Facciasi contro a tutto ciò che fomenta la vagazione e la leggerezza degli animi, ajutando e promovendo in quel cambio tutto ciò che v'induce gravità e meditazione: imperocchè da ambedue queste nasce il forte sentire, e più tardi il forte volere.
14º Taluni si scolpano del loro scioperamento dicendosi natifatti pel travaglio delle guerre, o per altri assai faticosi ed operativi esercizj. Togliamo di mezzo la scusa, mostrando loro non essere tuttavia interdette molte specie d'occupazioni travagliose ed ardite; come viaggiare alla scoperta di luoghi nuovi o mal noti, salire montagne altissime non ancoraperlustrate, visitare e descrivere vulcani, e simiglianti fatiche. Numero grande di viaggiatori francesi, inglesi e tedeschi, esplora il mondo per ogni parte; e i discendenti di Marco Polo, del Colombo, di Amerigo e del Cabotto, poltriscono sonnacchiosi nelle sdimenticate loro case.
15º Predichiamo il coraggio civile, e noi per primi porgiamone esempio frequente. Lodiamo a cielo qualunque dimostrazione se ne vegga o grande o mediocre; ma il fondamento del coraggio civile sta nel nobil sentire, nella fede profonda al bene e nell'abito delle virtù. Corretti i costumi, rinvigorite le coscienze, ristaurati i principj, il coraggio civile rampollerà d'ogni parte.
16º Svegliamo l'attività eziandio per mezzo di questa voglia smaniosa d'oggidì delle industrie e del commercio.
17º Perchè la fiducia in sè medesimo e la speranza del buon successo cagioni sono validissime a scuotere la volontà, così fa mestieri di aumentare al possibile negli Italiani la fiducia in sè stessi, e l'aspettazione certa della rigenerazione delBel Paese.
18º All'opposto, occorre di combattere virilmente quelledottrine false e dannose che screditano lo sforzo dei buoni come sempre insufficienti, e giudicano mere illusioni le sublimi speranze del genere umano, la fede nel progresso civile, i premj immancabili della virtù.
19º Il popolo solo infonde fiducia vera, perchè in lui è la vera forza. Con quella proporzione adunque che il popolo diverrà nostro amico, crescerà la comune confidenza e il coraggio.
20º Condurrà pure a ciò una bene impressa notizia di quello che valga la natura italiana per testimonio della sua storia, che fra le umane è tuttora la più maravigliosa e grande. Adopriamoci pertanto a illustrare la Storia patria e a propagarne la cognizione.
Ora, seguitando, registreremo alcuni precetti intorno alla educazione, si voglia morale e si voglia intellettuale, del popol minuto, incominciando dall'ultima nominata.
1º Curiamo noi per primi d'istruire il minuto popolo conversando con lui di frequente, e adattando l'insegnamento alla capacità e gusti suoi.
2º Facciamo ogni sforzo perchè s'aprano e si moltiplichino le scuole primarie, e dove sussistono si migliorino;
3º Perchè cresca il numero de' giornali popolari, procacciando che la compilazione loro venga a mano di gente savia e dabbene.
4º Pubblichiamo trattatelli di geografia, di viaggi, d'agricoltura e d'altre utili discipline, accomodati alla gente minuta, piegando l'ingegno a tal sorta di modeste scritture, come Franklin non ischifò di piegare il suo.
5º Sopra tutto, scriviamo ristretti di Storia patria, chiari, ordinati, succosi. A ciascuno poi di cotesti dettati dee presiedere molta prudenza, e spesso staremo contenti alla esposizione nuda dei fatti, i quali riescon di per sè stessi istruttivi ed eloquenti.
6º Procacciamo che sorgano cattedre popolari di fisica, chimica, geometria e altre scienze affini, con avvedimento applicate alle arti e ai mestieri.
7º Si vogliono animare i più industriosi artigiani ad assottigliare l'ingegno in qualche trovato, a prender notizia di quelli che compariscono di mano in mano, a imitarli e perfezionarli: nelle quali cose chi può esser loro di ajuto o col sapere o col denaro o con altro, sì lo faccia liberalmente.
8º Sarà proficuo, pertanto, il promovere quelle istituzioni che svegliano ed incoraggiano l'ingegno inventivo del popolo, come le pubbliche mostre, i pubblici premj, i comizj agrarj e simiglianti.
9º Nell'ammaestrare il popolo, non solo si dee metter cura in fornire la sua mente di utili cognizioni, ma puranche in addestrarlo a saper pensare da sè ed esercitare abilmente le naturali facoltà sue.
10º Le statistiche ben compilate sono un mezzo molto acconcio d'illuminare e persuadere le moltitudini. Utilissimo poi è il far loro sapere quel che si pratica fuori d'Italia, e per alcuni fatti evidenti e notorj indurle a paragonare lo stato proprio con quello d'altre nazioni civili.
11º Si dica il medesimo per rispetto alle provincie italiane fra loro paragonate, di modo che se in alcuna sorge qualche utile innovazione e perfezionamento, il si faccia sapere alle altre, e segnatamente al popolo; chè l'esempio vicino è stimolo assai più gagliardo. E pure perciò le gazzette sono proficue, e più saranno col tempo, se quante cose possono recare a notizia comune, tante registreranno, singolarmente di governo, di finanze, di tribunali, di municipj ec.; chè a poco a poco verrà desiderio e bisogno di sapere la cosa pubblica, e il giudicio comune avrà molto peso nelle deliberazioni di chi regge lo Stato.
1º Porgendo noi quotidiano esempio di virtù private e civili alla plebe, avanzeremo non poco la educazione morale di lei; e più, se ci daremo a conoscere per suoi veri amici e zelatori del bene suo.
2º Provochiamo e rinvigoriamo per continuo gli istinti generosi, i quali nel popolo, come meno discosto dalla natura, ànno germe assai vivace e fecondo.
3º Si studino l'arti e i secreti dell'eloquenza popolare e quelle forme di stile che più aggradano alle moltitudini, come gli apologhi, le novelle, i motti sugosi, i proverbj ec.
4º Curiamo che le virtù insegnate e gli esempj addotti non si scostino troppo dalle condizioni odierne del popolo, affine ch'egli riconosca di avere alle mani materia idonea per praticare le verità che à lette o ascoltate.
5º Gli esempj tratti dal popolo stesso riusciranno i migliori; e quante volte verrà a taglio di raccontare le belle azioni di lui ne' vecchi tempi e ne' nuovi, tante si faccia con efficace semplicità.
6º Fondamento dell'educazione civile del popolo è il farlo persuaso di questo, che i doveri dell'uom dabbene non ànno rispetto alle sole virtù private e domestiche, ma eziandio alle pubbliche, e maggiormente a queste che a quelle pel maggiore effetto che n'esce.
7º Si renda piana tale dottrina applicandola spesso agli interessi comuni che il popolo sente e conosce, e sono principalmente quelli del municipio.
8º Si faccia il medesimo allorchè si passa a ragionare dei diritti.
9º Diasi forza a cotesti precetti lodando a cielo e onorando con pubbliche dimostrazioni quei valentuomini, le cui buone opere, ancora che ristrette al borgo o alla città o alla provincia natia, sono affettuosamente ricordate e appregiate dal popolo.
Il trapasso dai negozj municipali ai generali dello Stato e d'Italia sarà poi naturale ed agevole.
10º Si abbia cura di mostrar le ragioni poco degne e legittime, perchè i nostri preti non inculcano mai su dal pergamo nè l'amor della patria nè le virtù cittadine; e si spieghi come, nientedimeno, quelle virtù sono comprese nel gran precetto dell'universale carità; e come l'Esodo, illibro dei Giudicie segnatamente i due libri de'Maccabeiproducono esempj mirabili per la pratica e santificazione di tutte esse.
11º In tal guisa conviene purificare la religione, che le moltitudini ànno sempre in costume d'unificare colla legge morale.
12º Ma perchè i preti ànno autorità maggiore sul popolo, e intervengono in ciascun atto solenne della sua vita, e si spacciano per suoi consiglieri, maestri e consolatori, occorre di fare due cose: la prima, partecipare a questi ufficj di consigliero, maestro e consolatore; la seconda, convertire alle nostre opinioni i preti di cuor retto e di mente svegliata.
13º Sopra tutto, adoperiamoci molto per la fondazione e il miglioramento de' luoghi pii e di qualunque istituto di carità; imperocchè nessuna cosa è più santa, e nessuna ci dà maggior credito appresso le moltitudini.
14º La Storia patria è pure una larga fonte di virtù cittadine.
15º Scriviamo piccoli Manuali di educazione, acconci all'intelligenza e alle condizioni del popolo, affine che non gli manchi una scorta nell'allevare i figliuoli, e a quelli insegnando educhi parimenti sè stesso.
16º Le poesie popolari forniscono un altro mezzo efficace di educazione.
17º Qualora taluno del popolo s'ingegni di raffinare tale industria o tale altra, invitiamolo a far ciò eziandio per guadagnare bella fama a sè stesso e utile alla sua patria: nè a cotesti sensi generosi il popolo è sordo.
18º Induciamo la plebe a partecipare a quello spirito che si domanda di associazione, convincendola in molti casi della utilità delle spese fatte e sostenute in comune. Così da una parte sentirà il profitto dell'unione e della fratellanza; dall'altra conseguirà l'uso e l'abito della disciplina, dovendo osservare quegli ordini e quelle regole cui volontariamente si assoggettò.
1º Che da noi cominci l'esempio di trattare la plebe con dolcezza fraterna senza ombra d'alterigia, e schivando queimodi che fanno sentire più o meno al vivo la nostra maggioranza.
2º Se ci meschieremo o intratterremo a lungo col popolo, ei succederà che la porzione di lui meno guasta e meno prostrata verrà imitando i nostri costumi, e prenderà buon concetto di sè medesima.
3º Ritiriamo, quanto si può, la minuta plebe dall'estrema indigenza, la quale invilendo l'animo spegne ogni senso di dignità.
4º Mettiamo il popolo sulla via dell'industria e delle fatiche onorate, rimovendolo da que' mestieri che servono la persona e i capricci dell'uomo; e vogliamo ricordare che l'ultimo de' campagnoli à spesso maggior nobiltà di affetti e di pensamenti che il primo valletto di corte.
5º Il vivere pitoccando, l'aspettare in sugli usci le minestre de' frati, lo strisciare per le case de' ricchi servendo i servi e li sguatteri, e simili altri mestieri vili, dobbiamo sforzarci di fare odiosi alla plebe.
6º Ne' colloquj nostri col popolo, gli si faccia intendere che la bontà delle opere è ciò solo che debbe innalzare l'uomo sopra i suoi simili: che uguali sono i doveri, uguali i diritti: e che serbare intatta la dignità d'uomo e di buon Italiano, è obbligo comune de' ricchi e de' poveri, dei patrizj e del volgo.
7º Procacciamo di sopprimere tutti quegli usi e sollazzi che ingaglioffano il popolo, e gli instillano gusti bassi e indecenti; come la caccia del bue (molto diversa dalla giostra spagnuola che sa del feroce, ma dove il coraggio e la destrezza fanno ogni cosa), le cuccagne, il beffarsi degli idioti e dei pazzarelli, il buffoneggiare per le bettole, il vituperarsi a parole, ec.
8º Perfino la nettezza del vestire e dell'alloggiare trae seco un maggior sentimento di dignità.
9º A mano a mano che l'infimo popolo prenderà uso e piacere alla lettura e spoglierà la grossa ignoranza antica, crescerà in istima di sè medesimo.
10º Se c'imbattiamo a veder maltrattare alcun popolano o con parole o con atti, pigliamo gagliardamente le sue difese.
11º Coloro fra il popolo che usano inverso noi stessi maniere troppo servili o manifestano pensamenti troppo rimessi e paurosi, sieno da noi ammoniti di non prostrarsi a guisa di rettili, e di sapere e sentire che ànno un'anima d'uomo.
12º Sono più inclinati a pregiare e difendere la dignità propria coloro fra il popolo che ànno praticato il mestiere dell'armi. Da questi dunque si faccia capo.
I Calabresi e alcune altre popolazioni italiane aveano fino ai dì nostri conservata o ricuperata molta fierezza e gagliardia. Spesso, gli è vero, prorompevano in brutta ferocia, in vendette e in ammazzamenti; ma era forza e non fiacchezza, ardore e non gelo.
Il dispotismoeclerado, come in Ispagna ebbe nome, seppe coi gendarmi, le forche ed i codici prima spaventare poi addormire quelle moltitudini, la cui mezza civiltà consiste oggi a non più sentire nè triste passioni nè buone. Ritemprare quegli animi all'antica asprezza non è possibile; perchè in parte ella procedeva dall'eccesso medesimo dell'ignoranza e della selvatichezza, in parte dagli scomposti ordini dello Stato: le quali cagioni sono rimosse e sminuite ogni giorno più dalla civiltà crescente e comune d'Europa.
Ripariamo dunque, per quanto è da noi, alla presente fiacchezza:
1º Col dar noi al popolo esempj frequenti di vigore, sprezzando i pericoli, sostenendo gli infortunj, praticando il coraggio civile, di cui sopra ogni cosa abbisogna l'Italia.
2º Con allontanare (per quello che sta in noi) dal popolo qualunque cosa possa ammollirlo e snervarlo di più: ritraendolo dalle costumanze e dagli abiti effemminati, ai severi e forti allettandolo.
3º Più facilmente giungeremo a cotesti effetti, operando sulla parte del popolo che a ciò è meglio disposta; come i tornati a casa dalla milizia, i marinari lottanti con le tempeste, gli armaruoli e le guide e altri tali artigiani avvezzi ad opere dure e rischiose.
4º Ai contadini si ponga in animo la comodità e la sicurezza dello starsene armati, il piacere della caccia e del tirare al bersaglio.
5º Nelle sale d'asilo, nelle scuole primarie, negli orfanotrofi e in simili altri istituti di educazione popolana, travagliamoci assai per introdurre discipline ed insegnamenti che inducano forza, bravura e propositi fermi e assai malagevoli.
6º Le paure e le vigliaccherie si deridano e vilipendano in quante maniere si può: per contrario, si alzino a cielo gli atti animosi ed intrepidi. Non che le storie e le poesie, ma le novelle, i proverbj, gli apologhi, le farse ed ogni altra forma domestica e popolana di scrivere dee venire a soccorso dell'opera.
7º Antico dettato è che l'unione dà forza; aggiungiamo, che dall'unione, perchè forte, procede e abbonda il coraggio: adunque procacciamo concordia ed unione massima fra tutti gli ordini del popolo. Più cose che notammo qui sopra intorno all'attività e all'energia delle classi colte ed agiate, tornano acconce ugualmente per le rozze e inferiori.
Nè solo dobbiam noi soccorrere il popolo di questi beneficj ed ajuti, quali la condizione nostra presente concede di fare; ma dobbiamo istruirlo altresì di quelli molto maggiori che gli promettiamo, appena le sorti ci daranno facoltà e comodità di attuarli.
In altre contrade, la plebe meglio informata de' suoi diritti che dei doveri, e meglio educata della mente che del cuore; accesa oltre a questo dai demagoghi in affetti violenti d'odio, d'invidia e di cupidigia; e infine, inasprita dal patente egoismo degli ottimati e dei facoltosi, i quali ogni cosa tirano al lor profitto e si mostrano la più gran parte indifferenti per li suoi mali, o tepidi e lenti a procurarne i rimedj;la plebe, dico, in quelle contrade sembra divenire subbietto di gravi paure, e minacciare la ruina degli ordinamenti sociali.
Ma gl'Italiani, se intenderanno bene la lor generosa indole, e studieranno assai nelle storie della comune patria, piene tuttequante di fatti e di glorie popolaresche, nessuna paura prenderanno delle povere plebi; e questo alto esempio porgeranno all'Europa di averle sapute educare e ajutare tanto efficacemente, da sciogliere inverso di loro il debito antico della civiltà, e farle capaci e degne di assumere molti diritti e saviamente esercitarli.
Noi, mettendo da lato le innumerabili e strambe utopie de'socialistimoderni, e scegliendo quelle riforme e quelle miglioranze che fin da ora sono possibili e praticabili, segneremo qui qualche linea del vasto disegno con che il secolo intende a rigenerare le classi inferiori, e il quale tutti i buoni Italiani debbono meditare e correggere con lunga e paterna sollecitudine.
1º Quella comunanza di uomini che non sa trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl'indigenti onesti e d'ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietàsapiente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie èbarbara e insipientetuttavia.
2º Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste ànno a rendere conto molto severo sì innanzi alle società umane e sì innanzi a Dio padre dei poveri.
3º Quanto più le classi inferiori dispiacciono per la ignoranza, i vizj e la ignavia della lor vita, e la viltà dell'animo loro, più le classi educate perdono diritto di querelarsene; potendosi in generale affermare, che delle colpe e delle brutture gravi e frequenti dei figliuoli e dei pupilli sono da accagionarsi i padri e i tutori.
4º La tutela de' governi inverso la plebe non può consistere unicamente, rispetto alle cose economiche, in toglierdi mezzo ogni maniera di ostacoli al libero cambio e alla libera concorrenza, siccome ànno pensato parecchi moderni. Imperocchè la libertà del cambio e della concorrenza giova a coloro soltanto che portano seco qualche facoltà e qualche sostanza da competere e da ricambiare; ma la plebe oppressa dall'ignoranza e dalla miseria, necessitosa del pane e non potendosi valere nè avvantaggiare di alcuna cosa, rimarrà esclusa sempre da ogni concorso, e vivrà in tutto all'arbitrio e alla mercede de' ricchi.
5º Ad ogni educazione morale del popolo mancherà sostegno e progredimento, qualora non venga ogni giorno fortificata e scaldata dalla virtù dell'esempio. Parimenti, alle pubbliche beneficenze e a tutti i provvedimenti nuovi, pensati e trovati per sovvenire ai bisogni delle plebi indigenti, mancherà gran parte dell'effetto desiderato, se lo spirito vivo di carità non informi l'animo di coloro che gl'intraprendono e li mantengono, e se la pietà privata non ripari continuamente ai difetti della pubblica.
1º Dovere del popolo è faticar nel lavoro con assiduità, con diligenza e con zelo: suo diritto è che glie ne venga procurato almen tanto da guadagnare ogni giorno il proprio sostentamento con sicurtà, e senza strazio delle membra e dell'animo. Suo diritto è pure, cadendo infermo, di essere medicato; e invalidandosi per vecchiezza o per altro, essere dal Comune nudrito e ricoverato. A cotali diritti una restrizione sola vien posta; e la segna e determina l'assoluta impossibilità nel Comune medesimo di supplire all'uopo con sufficienza ed in ogni caso, dovendo sempre rimanere intangibili la famiglia e la proprietà.
2º Dovere del popolo è farsi docile alle istruzioni ed ammonizioni di coloro che lo sopravanzano assai di educazione e di scienza: suo diritto è che gli si porga continuo il pane dell'intelletto e dell'animo, e che passi su questa terra ben sapendo di nascere uomo, e con qualche facoltà di perfezionare sè stesso ogni giorno più in ciascuna nobile parte dell'essere suo.
3º Dovere del popolo è di serbarsi modesto nei desiderj, non isdegnare la sua condizione, non invidiare ai ricchi, riuscire massajo e sobrio, obbediente e disciplinato. Diritto del popolo è che i bisogni incessanti ed insopportabili della vita non lo spronino ad ogni momento al male, nol gettino e nol mantengano nelle bestiali abitudini dell'intemperanza e della improvvedenza, e nol disperino d'ogni cosa. Suo diritto è venir rispettato e pregiato nell'umile sua condizione, e che l'esercizio delle proprie civili prerogative non incontri mai altro limite e impedimento, salvo che la insufficienza effettiva di alcune facoltà richieste al buono e sano esercizio di quelle. Suo dritto è il trovar sempre le leggi ed i magistrati così giusti, benigni e solleciti inverso di lui, come inverso de' ricchi e potenti. In fine, è suo diritto (poichè de' beni di fortuna non gode, e vuolsi che non se ne dolga troppo) essere educato per modo da saper gustare più che mediocremente le felicità immateriali, come le buone letture, la bellezza dei monumenti, la prosperità e gloria della patria ed altre sì fatte.
1º Abolire i dazj e le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente sull'infimo popolo.
2º Francarlo eziandio dalle tasse parocchiali assegnate all'adempimento di certi atti solenni, religiosi e civili.
3º Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ricoveri, i monti di pietà e simili altri istituti di pubblica beneficenza, nell'invenzione de' quali primeggia nelle storie la pietà italiana.
4º Propagare tali istituti il più che si può eziandio per le ville, e imitare da pertutto l'esempio d'alcuni Comuni rurali italiani, che a loro spese provvedono i contadini di medico e di medicine.
5º Riformare ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i fabbricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall'altro, porgendo a tutti i secondi guarentigiae soccorso nei termini dell'equità, e contro l'egoismo e la durezza de' primi.
6º Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavoreríe pubbliche permanenti; l'una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti più comuni.
7º Tali istituti verranno ordinando per guisa i regolamenti e le discipline proprie, e con sì fatta misura verranno proporzionando le lor mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de' privati; e d'altra parte, toglieranno a queste l'arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa, e uscire dell'equità e della mansuetudine.
8º In tali lavorerie e officine pubbliche non debbono gli operai nè venire costretti a viver rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella indipendenza di atti e di pensamenti che la civile libertà concede ad ogni uomo onesto.
I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del popolo minuto.
9º L'intromissione a tali opificj sarà conceduta ad ogni individuo il quale darà prova di aver senza frutto offerto l'opera sua nelle officine private; e questo farà esibendo certificati de' capomaestri, ovvero altrimenti, secondo che la pratica verrà insegnando. Può eziandio cansarsi in quelle lavoreríe il pericolo della frequenza degli operai soverchia e non cagionata da mera necessità, con fare strette più dell'uso ordinario le discipline; le quali poi debbono esser pensate e trovate con ingegno sì fatto da convertirle in buoni e cotidiani metodi educativi.
10º Tutto ciò ricerca che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa che domandano progressiva, ed una sulle eredità trasversali proporzionata alla più o meno strettezza di parentela, e il far mobili e circolanti (a parlare alla moderna) i beni immobili camerali, ed infine il fare sparmio di tutta l'immensa moneta che inghiottono oggidì e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, li spioni e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui.
11º Con molto valsente tenuto in riserbo, ovvierassi a quegli accidenti imprevisti (e ai dì nostri non radi) che turbano a un tratto l'economia delle industrie e del cotidiano lavoro: come le invenzioni rumorose de' fisici che fanno inutili issofatto certe specie di manifatture, o le macchine nuove di subito surrogate alla forza di migliaja di braccia, o quegli sbilanci improvvisi di commercio e di traffico che mettono in repentaglio la prosperità de' ricchi e la sussistenza de' poveri. Così gli Italiani fondatori antichi delleCase di lavoro, e pur lungo tempo innanzi che le altre nazioni ne avessero sentito il pregio, perfezioneranno secondo conviene alla nostra età il pietoso trovato degli avi loro.
12º In risguardo delle campagne, fa mestieri per prima cosa di riformare e ampliare il codice agrario o forese, onde si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e mallevandole contra ogni ingiustizia e sopruso.
13º Secondamente, è bisogno che in ogni provincia s'instituiscano compagnie d'assicurazione (sovvenute dal denaro del Comune) contro i danni delle gragnuole, delle carestie, delle epizoozie e delle inondazioni; a tale che i contadini si veggano accertato ogni sempre il frutto del loro sudore. Il giudicio delle spartizioni si eserciti da periti appostatamente eletti dal popolo. Ma negli anni in cui il raccolto avrà oltrepassato un termine più che mezzano determinato dalla legge, pure i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione.
14º Che un Consiglio superiore, ajutato dai succorsali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degli interessi dell'infimo popolo. A questo consiglio verranno ascritti molti uomini pratici e molti versati in dottrine particolari e correlative ai fini proposti, e tutti poi splenderanno di specchiata probità e di zelo grande nei poveri.
15º Una parte del Consiglio provvederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo nel seno di questo le società di temperanza felicemente iniziate in America, ed esaminando l'interno delle officine, la materia e qualità dei lavori,i cibi quotidiani, gli alloggiamenti, le vesti e simili obbietti. E buono sarà imitare l'esempio di Leopoldo primo di Toscana, il quale a spese dell'erario fece murare in buon luogo arioso gran numero di casette decenti ed acconce pel popol minuto; e compiremo in tutto l'ufficio con l'aggiungervi la modicità estrema delle pigioni.
16º Ad una seconda parte del Consiglio si darà incumbenza di vegliare gli andamenti del popolo, e la qualità delle sue industrie e de' suoi negozj. Illustrato il Consiglio sì dal lume delle statistiche e sì dagl'indubbj principj delle scienze economiche, avrà cura d'informare la gente minuta di quei fatti giornalieri e di quelle regole sperimentali che possono farla prudente nella scelta e nell'avviamento de' suoi lavori e de' suoi traffichi, e scostarla dall'imprendere mali negozj, e dal fomentare, siccome accade, mille vane speranze che tornano in sua ruina.
Vedrà eziandio il Consiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti dell'arti e quello che sia da aggiungervi; e ad ogni modo, promoverà con istanza le congregazioni e consorterie legali degli operai, de' capomaestri e d'ogni maniera artefici, con l'intento di accrescere a ciascheduno i mezzi di produzione, e (ciò che più monta) lo spirito di fratellanza e di disciplina; così ristorando e migliorando, giusta il senno moderno, quelle compagnie italiane di muratori e di fabbri ferrai che nel medio evo menavan grido per tutta Europa. Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le unioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando di tal guisa i danni e gli inconvenienti dei troppo angusti poderi.
Veglierà eziandio sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugli incoraggiamenti e sui premj da compartire; studierà il valore dei nuovi trovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento di loro lavorazioni, contro il monopolio dei troppo ricchi, ed a freno degli incettatori e rivenditori.
17º Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl'istituti caritativi, facendo che si accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell'uno vengaa soccorso ed a compimento di quella degli altri con perfetta reciprocazione e armonia. Egualmente, procaccerà un accordo grande e una corrispondenza continua tra la privata carità e la pubblica.
1º Le scuole infantili sieno costituite per ogni dove, secondo i migliori metodi e sotto il vigile occhio del preallegato Consiglio superiore.
2º Che le scuole primarie od elementari succedano alle infantili similmente per tutto, e que' Comuni che mal possono sopperire alla spesa, ricevano dal tesoro sufficiente sussidio.
3º I figli del popol minuto uscendo dalle scuole primarie e principiando ad esercitarsi nell'arti come fattorini e apprendisti, abbiano in certi dì della settimana licenza di frequentare alcune altre scuole appostatamente trovate per coltivare l'ingegno loro.
4º In tali scuole s'insegneranno con gran chiarezza e semplicità i rudimenti di quegli studj che giovano in modo peculiare e immediato al buon esercizio delle arti e delle industrie.
5º Alcune scuole speciali insegneranno gli elementi della scienza del commercio e della marineria.
6º Oltre tutto ciò, il popolo in tali scuole verrà istruito, almeno per sommi capi, nella storia d'Italia, e iniziato a pregiare e sentire tutte le glorie antiche della sua patria. Gli si mostreranno altresì i rudimenti della scienza della vita civile, cioè le buone creanze e gli ufficj da uomo a uomo, i doveri e i diritti del buon cittadino, la natura e le forme giuridiche dei negozj ordinarj, e simili ammaestramenti.
7º Se il Consiglio superiore esaminando le note e le relazioni annuali delle scuole popolane, scoprirà ingegni di valore non ordinario e tali da far presagire di loro alte cose, schiuderà in tempo idoneo a quei giovanetti le scuole degli studj migliori e provvederà al mantenimento loro.
8º Il popolo avrà altresì arbitrio di frequentare alcunescuole domenicali, ove gli si farà lettura e commento (ben conformato alla sua comprensiva) d'alcuno de' nostri gran poeti e gran prosatori. Che ciò che vien fatto assai grossamente in sul molo di Napoli da un cencioso e ignorante rapsoda, molto meglio e con gran profitto si potrà porre ad effetto da un governo educatore.
9º Esso governo, per ufficio e preghiera del Consiglio superiore, farà invito ai più dotti e facondi scrittori della nazione a dettare opericciuole che ben si attaglino all'intelligenza del popolo, e sieno ricreamento dell'animo suo in qualche ora disoccupata. Voglionsi più che ordinarj i premj, e grande l'onore proveniente da siffatte lucubrazioni.
10º Similmente farà compilare e stampare qualche efemeride per uso del popolo, scegliendo scrittori di provata virtù, e ingegnosi nell'arte di render piane e semplici le dottrine.
11º Ogni insegnamento popolare verrà concepito e condotto in guisa, che l'animo se ne nudra tanto o più dell'ingegno. In ogni cosa si farà luogo con grazia ed acconciatezza ai documenti morali, scansando le troppo fine disputazioni, e cercando le vie del cuore, che nel popolo è sempre svegliato e caldo.
12º Il Consiglio superiore ordinerà in modo la disciplina delle pubbliche lavoreríe e degli altri istituti di carità, che ne risulti un ben insieme di precetti, d'esempj e di pratiche appositissime ed efficaci per riformare e comporre l'animo della plebe.
13º La somma degli insegnamenti morali, intendiamo di quelli più proprj e meglio adattati al popolo, consiste nell'insinuare entro l'animo suo una fede profonda nella giustizia eterna e riparatrice di Dio; e con questa, un coraggio assiduo contro i mali della vita, e una carità viva e operosa, segnatamente inverso i proprj consorti. Consiste quella somma nel coltivare abilmente il germe degli istinti più generosi, e movere la fantasia verso le imagini del bene; consiste nel far sentire la dignità e santità del lavoro, e pregiare per quel che sono le ricchezze e gli agi e l'apparente beatitudine dei doviziosi; infine, consiste nell'avvezzare la plebe, in difetto dei materiali conforti, a gustare con abbondanza i beni e iricreamenti dell'animo, come la pace e gli affetti della famiglia, i piaceri dell'amicizia, il dirozzamento dell'intelletto, il perfezionamento dell'arte propria, la stima dei confratelli, l'amore nella patria, le glorie di lei, gli ornamenti, la prosperità.
Queste sono le speranze a cui da ogni buon Italiano debbe venire alzata la mente e il cuore delle moltitudini; queste le riforme e i perfezionamenti cui darassi mano quando che sia, perchè tutte sono operabili; questa la vera e sola e legittimaCarta del popolo.[2]Conciossiachè, a volerla mettere in atto, non è mestieri (come si vede) di rovesciare e sconvolgere neppure un solo degli ordini sociali odierni, nè di fabbricare alcuna forma politica ignota o troppo discosta dagli usi nostri. Quello che vi si ricerca sostanzialmente, si è il buon volere e lo zelo delle classi superiori; e, a chiamar le cose col nome loro, si è la tarda giustizia dei facoltosi e potenti inverso i poveri ed impotenti; si è il principio attivo e sincero dell'uguaglianza e della fraternità che il Vangelo di Cristo à predicata e promessa a tutti gli uomini.
Infrattanto non debbono i buoni Italiani, aspettando giorni migliori, desistere mai dal cercare tutti i modi, tentare tutti gli espedienti, rinvenire tutti gli ingegni per condurre ad effetto alcune parti almeno di cotesto nobile disegno. E di che non viene a capo, di che non trionfa la travagliosa operosità, la perseveranza e l'unione?
Non chi comincia soltanto, ma chi persevera coraggioso entrerà nel regno dei Cieli.
Veduto quello che importa di più nell'educazione del popolo, procederemo a discorrere d'alcuni precetti che toccano materie di gran momento per la rigenerazione italiana.
1º Procacciamo che i parentadi si facciano i più frammisti che si può, cioè tra famiglie di città, provincie e Stati diversi d'Italia.
2º Tuttociò che rende lo straniero maggiormente odioso e abborrevole; tutto ciò che mostra più aperto i mali da lui cagionati e ne rinnova il senso profondo e lo moltiplica e lo perpetua, torna di necessità favorevole e vantaggioso alla patria; e per via di contrapposto, ajuta a far radicare ed invigorire il sentimento nazionale.
3º Questo è fomentato eziandio da tutte le opere letterarie e scientifiche il cui subbietto à riferimento speciale con l'intera Penisola: come, per via d'esempio, una enciclopedia italiana, storia d'arti italiane, gallerie d'Italia descritte, miniere d'Italia visitate, e altrettali.
4º Sforziamoci di accrescere e moltiplicare il carteggio e ogni altra sorta di relazioni e di contraccambi sì fra tutte le accademie della Penisola, e sì fra tutti i compilatori delle sue stampe periodiche.
5º Agevoliamo e moltiplichiamo fra li suoi Stati il cambio de' libri e d'altre merci attinenti alle lettere.
6º Similmente, procacciamo che i giornali d'una provincia si occupino più che non fanno dei negozj letterarj e civili delle altre; e gran pro farebbe un giornale costituito con questo intento di discorrere e paragonare insieme le cose letterarie e civili d'ogni parte d'Italia, e quelle degli altri Stati ancora più che del proprio.
7º Eccitiamo tutti, massime i giovani, a visitare città per città e borgo per borgo la nostra Penisola, contraendo e coltivando in qualunque luogo amichevoli affezioni e corrispondenze. Così fanno, rispetto alla patria loro, i Tedeschi, molti de' quali stretti da povertà sostengono di viaggiare a piedi con zaino dietro alle spalle.
8º Una grande sapienza civile ammirasi dai politici in quell'antico precetto mosaico del dovere ogni anno tutti gli Ebrei concorrere nel loco medesimo a celebrare insiemela pasqua. Deh! che non faremmo noi per convertire in obbligo sacro questa peregrinazione degl'Italiani per ogni parte delBel Paese. Ma se tanto nè da noi nè da qualunque altro si può, introducasi almeno appo i buoni la ferma opinione, che di quindi innanzi quel giovine, il quale in età di trent'anni non abbia peranche fornito il viaggio della Penisola tuttaquanta, è indegno di venir reputato buono e caldo Italiano. Simile riprovazione sia fatta cadere sopra coloro che alla medesima età ignorassero ancora l'antica storia e la moderna d'Italia.
9º Tentisi di aprire una fiera annuale di libri, imitando quella famosa di Lipsia, che è sede e capo del commercio librario di tutta l'Allemagna. Luogo a ciò accomodato sembra essere Pisa.
10º Tentisi di istituire ragunanze generali di dotti Italiani, al modo di quelle incominciate in Germania, che ogni anno mutano residenza.[3]
11º Tentisi di rimettere in fiore l'Istituto Italiano dal Lorgna fondato, e di farlo centro e capo de' nostri studj scientifici.
12º Tentisi di celebrare con pompa solenne i giorni secolari, o come altri li chiamano, i parentali de' nostri scrittori ed artisti massimi, con partecipazione di ciascuna provincia, e operando in guisa che ogni università e accademia invii deputati alla festa. La Germania à dato testè un esempio insigne e imitabile di tale usanza con la celebrazione del dì natalizio di Federico Schiller.
13º In fine, tentisi qualche accordo fra i nostri governi circa agli ordinidoganali, in guisa che i commerci interiori acquistino maggiore franchigia, e tutta l'Italia sia loro comune emporio.
Nel che dobbiamo porre innanzi l'esempio del governo prussiano, il quale, per aver forma di monarchia assoluta, dee parere modello non punto rischioso a copiare: ciò si ripeta eziandio in risguardo di molte altre innovazioni e provvedimentiche quel governo è per porre ad effetto; come l'unità e conformità dei pesi, delle misure e delle monete fra più Stati contigui.
14º Si offrano premj frequenti ad opere letterarie e scientifiche, facendo invito a tutti gli ingegni italiani; i têmi proposti versino sopra materie attinenti alle condizioni ed agl'interessi della Patria comune. Per gli edifizj e lavori d'arte di gran momento, conserviamo l'antica usanza italiana dei pubblici concorsi, aperti all'intera nazione.
15º Scriviamo compendj di Storia italiana in modo piano e popolare, ristringendoci, se non si può meglio, all'esposizione nuda dei fatti, e ingegnandoci di ridurli a qualche forma di unità, e di tornarli spesso in pensiero sotto diverse fogge ed aspetti, come di tavole sinottiche, di catechismi, di biografie, di racconti, ec.
Una specie di scrittura assai popolare e istruttiva è quella degli almanacchi ordinati per modo, che a ciascun giorno dell'anno cada il ricordo d'un fatto notevole cercato nelle istorie d'Italia e nelle biografie de' suoi grandi uomini.
16º Asteniamci dal parlare i dialetti, e curiamo che si faccia il simile nelle scuole primarie, nelle sale di asilo e in altrettali istituti di educazione popolare.
17º Studiamo e pregiamo assai la nostra lingua comune, purgandola dalle forme straniere; imperocchè in essa è un legame fortissimo di nazione, il solo non ancora spezzato; e in essa è pure la sola ricchezza campata al naufragio del nostro civile imperio.
18º E gran bene procurerebbe colui che tentasse di trasformare l'Accademia della Crusca in vero italiano istituto, componendolo di socj chiamati in Firenze da ogni banda d'Italia, e intesi a imprimere nella lingua l'universal carattere nazionale, e propagarne lo studio e l'uso.
19º Ravviviamo e rinvigoriamo in tutte cose il sentimento italiano, studiando l'indole e le tendenze che abbiamo sortite in proprio, e adattando a quelle i pensieri e le opere. Sudiamo a comporre una agricoltura e una industria italiana, ed abbia la letteratura altresì sembianza veramente nostrale, e non semifrancese o semitedesca qual'è la presente:il simile adoperiamo per la filosofia, per la medicina, per la legislazione, per l'economia. Vorrei che fossimo Italiani perfino nelle mode e negli usi più minuti del vivere e del conversare.
20º Buono è ripetere e moltiplicare quanto si può le effigie de' nostri grand'uomini; vogliate per decoro ed intitolazione di accademie, di teatri, di biblioteche e d'altri istituti; vogliate (e ciò più spesso e più agevolmente assai) sotto forma di statuette, di medaglie e di cammei; vogliate infine per fregio di pendoli, di sigilli, di spilletti ec.
Comecchè da qualche tempo la Storia italiana porga materia frequente alle invenzioni degli artisti e alle composizioni dei drammaturghi, utile è di accrescere e propagare cotesta nobile usanza; e piacerebbemi molto vedere più spesso in iscena taluni de' nostri sommi poeti, artisti, capitani, navigatori e politici.
21º Similmente, piacerebbemi che i gran casi e le glorie de' nostri tempi migliori fossero da chi cerca qualche subbietto da tragedia anteposti e preferiti alle cupe e atroci scelleratezze delle famiglie principesche. Tuttociò, poi, che riconduce la immagine di quei tempi sotto gli occhi del popolo, sia che si faccia per via di stampe e d'intagli, ovvero in pitture, in ispettacoli e in monumenti; e, se meglio non si può, in mode, in balli, in maschere, in fogge di vestimenti e di addobbi e in qualunque altra fattibil maniera; riesce proficuo sopramodo a far radicare negli animi il sentimento nazionale. E perchè i retori italiani non cesseranno nelle scuole di proporre per têmi d'esercitazioni i soli eroi della Grecia e di Roma? perchè allato, almeno, di Epaminonda non parlare di Andrea Doria e di Francesco Ferrucci? perchè favoleggiar sempre dell'assedio di Troja, e non dir verbo di quelli sostenuti da Firenze e da Siena? perchè tanto rumore della lega Acaica, e tanto silenzio della Lombarda? La cacciata dei Tedeschi da Genova non vale forse quella di Brenno da Roma?
Perchè non ci acconciamo a scrivere un gazzettino di mode italiane con figurino italiano, traendo il bene puranche dalle umane frivolezze? Perchè non s'innovano appresso di noi quanti usi e costumi italiani antichi possono tuttora tornare graziosi e pregevoli? Perchè alle stoffe, ai panni, aifornimenti nostrali si preferiscono sempre gli oltramontani, qualora non la cedano quelli a questi se non di poco sì per la bontà e sì pel costo?
S'inviti l'Accademia dei Georgofili, od altra avuta in riputazione, ad istituire una mostra triennale d'ogni industria italiana per tutti gli Stati della Penisola, decretando medaglie e simili segni d'onore ai più meritevoli. Altrettanto si faccia a rispetto dell'arti belle; e dove nè alcun ricco privato nè alcun Governo nè alcun istituto vogliasi in ciò adoperare, rimane che si colleghino con tale proposito i migliori cittadini d'ogni parte d'Italia, seguitando l'esempio dato (poco è) dai cittadini di Colonia.
22º Avvezziamo le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell'eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d'Italia. Spegneremo con ciò molte gare.
23º Cooperiamo alla moltiplicazione dei battelli a vapore, delle strade ferrate, dei canali, dei ponti e d'ogni altro mezzo efficace ad accostare gli uomini ed accorciar le distanze.
Fra le imprese industriali, promoviamo quelle singolarmente che sono di qualità da espandersi ed abbracciare l'intera Penisola o molte parti di essa; come grandi consorteríe di assicurazione, corse di battelli a vapore, strade che traversino più Stati italiani, e simiglianti.
24º Combattiamo per tutte le guise le preoccupazioni e i rancori municipali, le sciocche animosità e invidie fra Stato e Stato, fra città e città.
25º Travagliamoci segnatamente a conciliare le opinioni de' buoni, e a tollerar quelle che non combattano di fronte il fine a cui debbe tendersi unanimemente, la rigenerazione italiana.
Tra noi le opinioni riusciranno varie e diverse in qualunque tempo, perchè troppa per natura è in ciascuno la singolarità e l'indipendenza dell'ingegno. Ma se il cuor nostro verrà compreso e infiammato da magnanimi affetti, e se la devozione sincera alla causa comune italiana rattempererà l'invidia degl'inferiori e l'orgoglio e l'ambizione smodata dei capi, la discrepanza dei pareri non impedirà mai certa unità di operare nelle cose di maggior momento; perchè unaffetto generoso e comune e prevalente sugl'interessi privati e individuali termina sempre col rinvenire alcuno spediente onorato e alcun modo pratico di conciliazione e d'accordo. Rimedio, adunque, al conflitto acerbo delle opinioni, al soverchiare dell'orgoglio e all'insorgere abituale contro l'autorità e la disciplina, è l'amore immenso e puro nella Patria comune, e il sentimento profondo e radicatissimo del dovere.
26º Addottriniamoci delle condizioni topografiche, morali, intellettuali, economiche, ec. di ciascuna parte d'Italia, affine che cessi la vergogna perniciosissima di aver più notizia di alcuni Stati forestieri che della nostra Patria medesima; e affine si sappiano per appunto così i nostri mali, come i nostri beni, e i dati tutti richiesti alla soluzione del problema nostro sociale e politico.
27º Poichè un secondo legame di fratellanza e un avviamento all'essere di nazione sta riposto per noi Italiani eziandio nella unità delle religiose credenze, e nel dimorare in Italia il capo e moderatore augusto di quelle, curiamo d'imprimere in tale unità un carattere peculiare che ci distingua dagli altri popoli, e faccia la Chiesa italiana esemplare a tutte le altre. Spieghisi, pertanto, l'antica bandiera cattolica di Arnaldo da Brescia, di Dante, del Savonarola, del Marsilio, del Sarpi. La scritta della bandiera sia tale: — Ai dogmi e all'ortodossía rispetto e osservanza profonda: l'autorità e forza della Chiesa e l'opera de' suoi pontefici è meramente spirituale: quindi l'opinione sola e non i governi ànno ingerimento legittimo in essa: le discipline debbono essere riformate e rivocate alle origini: debbe tutto il corpo de' chierici partecipare, come in antico, alla scelta de' suoi gerarchi. — La legge morale evangelica è strettamente incorporata con la vita civile e con le virtù cittadine.
Tutti i precetti e suggerimenti fino qui registrati sono insufficientissimi a compire la trattazione delle materie a cui guardano. Il poco che scrivemmo vuole unicamente delineare un esempio della maniera d'investigare e proporre simile sorta di pratiche.