ELOGIO FUNEBREDI RE CARLO ALBERTO

ELOGIO FUNEBREDI RE CARLO ALBERTOdetto da Terenzio Mamiani nella Metropolitana di Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX.

detto da Terenzio Mamiani nella Metropolitana di Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX.

In sul cadere di giugno del 1849, entrati i Francesi in Roma, e appresso a pochi giorni intimato insolentemente all'Autore di uscirne, egli si rifuggiva in Genova, dove ogni maniera di ospitali dimostrazioni e carezze lo accolse e riconfortò. In quel mezzo tempo, giunse nuova della morte di Carlo Alberto, e Genova si apparecchiava a riceverne le amatissime ceneri con riconoscente dolore e con funebre pompa. Allora fu scritta al Mamiani la seguente lettera:

«Chiarissimo signor Conte.«Il Municipio di Genova, mosso dal desiderio di tributare un estremo omaggio di devozione riconoscente alla memoria del Propugnatore dell'Italica Indipendenza, del Monarca Legislatore, cui i Popoli Subalpini sono debitori dello Statuto, deliberava che in occasione del passaggio per questa città delle venerate spoglie diCarlo Alberto, gli fossero celebrati solenni Ufficii di espiazione nella Chiesa Metropolitana.«Bramoso, oltreciò, il Municipio che i pregi e le azioni del Principe magnanimo e sventurato formassero in tal congiuntura il subbietto d'una Orazione funebre, e che i sentimenti da cui i Genovesi sono animati perCarlo Albertofossero espressi da chi sapesse rendersi degno interprete d'un dolore che tutti i veri Italiani debbono partecipare, ebbe ad ascrivere a sua ventura che la presenza in Genova di un Terenzio Mamiani gli porgesse il modo più acconcio di soddisfare all'intento.«Al Corpo Civico non solo son noti i meriti letterarii e scientifici che rendono la S. V. uno de' più specchiati ornamenti d'Italia, ma stanno dinanzi i servigi segnalati ch'Ella generosamente prestava alla Patria Comune, ed insieme il particolare affetto ch'Ella nutre per questa città, la quale tanto si pregia di essere da V. S. Chiarissima stata eletta a sede ospitale.«Queste considerazioni determinando l'unanime assenso del Consiglio Delegato a commettere a V. S. l'incarico della Orazione da recitarsi dopo la sacra cerimonia, fanno concepir la fiducia ch'Ellavorrà accondiscendere alla preghiera che per mio mezzo Genova tutta Le porge.«Gradisca, chiarissimo signor Conte, l'attestato del riverente ossequio con cui ho l'onore di proferirmi«Di V. S. Chiarissima22 agosto 1849Devotissimo Obbedientissimo ServoIl SindacoAntonio Profumo.»

«Chiarissimo signor Conte.

«Il Municipio di Genova, mosso dal desiderio di tributare un estremo omaggio di devozione riconoscente alla memoria del Propugnatore dell'Italica Indipendenza, del Monarca Legislatore, cui i Popoli Subalpini sono debitori dello Statuto, deliberava che in occasione del passaggio per questa città delle venerate spoglie diCarlo Alberto, gli fossero celebrati solenni Ufficii di espiazione nella Chiesa Metropolitana.

«Bramoso, oltreciò, il Municipio che i pregi e le azioni del Principe magnanimo e sventurato formassero in tal congiuntura il subbietto d'una Orazione funebre, e che i sentimenti da cui i Genovesi sono animati perCarlo Albertofossero espressi da chi sapesse rendersi degno interprete d'un dolore che tutti i veri Italiani debbono partecipare, ebbe ad ascrivere a sua ventura che la presenza in Genova di un Terenzio Mamiani gli porgesse il modo più acconcio di soddisfare all'intento.

«Al Corpo Civico non solo son noti i meriti letterarii e scientifici che rendono la S. V. uno de' più specchiati ornamenti d'Italia, ma stanno dinanzi i servigi segnalati ch'Ella generosamente prestava alla Patria Comune, ed insieme il particolare affetto ch'Ella nutre per questa città, la quale tanto si pregia di essere da V. S. Chiarissima stata eletta a sede ospitale.

«Queste considerazioni determinando l'unanime assenso del Consiglio Delegato a commettere a V. S. l'incarico della Orazione da recitarsi dopo la sacra cerimonia, fanno concepir la fiducia ch'Ellavorrà accondiscendere alla preghiera che per mio mezzo Genova tutta Le porge.

«Gradisca, chiarissimo signor Conte, l'attestato del riverente ossequio con cui ho l'onore di proferirmi

«Di V. S. Chiarissima

22 agosto 1849

Devotissimo Obbedientissimo ServoIl SindacoAntonio Profumo.»

L'Autore rispose:

«Signor Sindaco.«Di tutti gli onori e favori segnalatissimi che questa Città insigne e ospitale si è degnata parteciparmi, il maggiore senza dubbio è quello che la S. V. mi proferisce col suo foglio di jeri, invitandomi nelle prossime esequie di ReCarlo Albertoa recitarne publicamente le lodi. Ragionare convenientemente di quel gran Personaggio, e farsi organo fedele e diserto del popolo Genovese in tanto suo lutto e dolore, è certo impresa da sgomentare non pure il mio povero ingegno, ma quello eziandio de' più provetti e felici oratori d'Italia. Ma d'altra parte, ricusare un sì nobil ufficio e un'offerta capace da per sè sola d'illustrare tutta la mia bassa vita e fortuna, e in cui risplende un carissimo testimonio della rara predilezione per me di tutto questo glorioso popolo, ha sembrato al mio giudicio più presto un atto d'orgoglio che di modestia, e il quale non passerebbe senza qualche odiosa apparenza d'ingratitudine. A me corre obbligo, adunque, accettando l'onore ed il carico, di fare ogni sforzo ed ogni fatica per rimanere meno discosto che io potrò dalla grandezza del têma, e con lo zelo almeno e lo studio mostrare alla S. V., a suoi Colleghi onorandi e alla intera Città, che la riconoscenza mia e la devozione inverso di loro, se negli effetti è scarsissima, è somma e perpetua nel sentimento e nel desiderio.«Mi creda pieno d'osservanza e d'ossequio«Della S. V.«Li 23 di agosto 1849.Umilissimo e Obbedientissimo ServoTerenzio Mamiani.»

«Signor Sindaco.

«Di tutti gli onori e favori segnalatissimi che questa Città insigne e ospitale si è degnata parteciparmi, il maggiore senza dubbio è quello che la S. V. mi proferisce col suo foglio di jeri, invitandomi nelle prossime esequie di ReCarlo Albertoa recitarne publicamente le lodi. Ragionare convenientemente di quel gran Personaggio, e farsi organo fedele e diserto del popolo Genovese in tanto suo lutto e dolore, è certo impresa da sgomentare non pure il mio povero ingegno, ma quello eziandio de' più provetti e felici oratori d'Italia. Ma d'altra parte, ricusare un sì nobil ufficio e un'offerta capace da per sè sola d'illustrare tutta la mia bassa vita e fortuna, e in cui risplende un carissimo testimonio della rara predilezione per me di tutto questo glorioso popolo, ha sembrato al mio giudicio più presto un atto d'orgoglio che di modestia, e il quale non passerebbe senza qualche odiosa apparenza d'ingratitudine. A me corre obbligo, adunque, accettando l'onore ed il carico, di fare ogni sforzo ed ogni fatica per rimanere meno discosto che io potrò dalla grandezza del têma, e con lo zelo almeno e lo studio mostrare alla S. V., a suoi Colleghi onorandi e alla intera Città, che la riconoscenza mia e la devozione inverso di loro, se negli effetti è scarsissima, è somma e perpetua nel sentimento e nel desiderio.

«Mi creda pieno d'osservanza e d'ossequio

«Della S. V.

«Li 23 di agosto 1849.

Umilissimo e Obbedientissimo ServoTerenzio Mamiani.»

Dei veramente grandi e buoni è l'orazion funerale dettata prima d'ogni altro dal popolo; e dove questo si tace, non vale facondia e abilità d'oratore. A niun tristo principe, morente sicuro in suo letto, è accaduto mai di non avere accanto al suo feretro un gonfio panegirista, il quale osi di adulare e mentire eziandio tra le pareti del tempio, alla presenza più viva e più manifesta di Dio. Se non che, in quel caso, l'ostinato silenzio del popolo accusa e sbugiarda il celebratore. Per lo contrario, dove l'amore e l'ammirazione delle genti accompagna la morte d'un giusto re, nessuna eloquenza pareggia forse il buon sentimento di quelle; come alla vista del feretro suo, nessuna forza, nessuna astuzia, nessun pericolo potría ne' petti stagnar le lagrime, e il lutto e il rammarico seppellirvi. Quando le ceneri di Germanico per mare venute toccaron terra, da ogni loco eziandio non vicino piovean le turbe accorate, e con ansia amorosa di vederle e onorarle; nè astenevasi alcuno di mostrare e provare al mondo, che lui sfortunato e tradito avean caro sopra tutti i potenti e felici, e volevanlo glorificato al par d'un Iddio. Ora, quell'accoramento medesimo, quell'affollarsi da tutte bande, quel gemere luttuoso ed universale s'è pure udito e veduto in questo porto di Genova, appena vi salía la nave che riconduce a noi dall'esilio la salma d'un re sventurato ma grande, e la quale accoglievano afflitti e in gramaglia que' Senatori e Rappresentanti a cui lasciava egli in perpetuo retaggio la libertà; e circondavanla le milizie di que' segni stessi e di quelle bandiere (ahi dimesse oggi e abbrunate!) ch'egli volle sopra tutte le torri della Penisola inalberare, e farle in ogni terra e sopra ogni mare franche, temute e trionfatrici.

Ma quanto è maggiore la perdita, più sentito il dolore, il tribolo più generale e sincero, altrettanto l'anima del dicitore se ne sgomenta; perch'egli non può fare come il pittore Timante che figura Atride nascondentesi dentro le palme il viso; ma sì è costretto di ragionare mentre non vorrebbe che piangere, e mentre in cambio di parole, gittar vorrebbe muti sospiri e flebili suoni interrotti. Or che dirò della povera mia loquela, o Signori, innanzi a sì alto subbietto, e in faccia a sì grande, sì vero e non esprimibil dolore di tutta questa città, che nell'ardore de' nobili affetti a niun popolo cede, a moltissimi entra innanzi? Ma d'altra parte, io vo pensando che qui non si tratta di sole funeree lamentazioni, e di solo sfogo al comune e soverchiante cordoglio; e nemmanco si tratta di esimia palestra oratoria, e di spiegare innanzi alla vostra curiosità sfoggiate bellezze d'arte e di stile. Ben altra cosa domandano la santità e solennità del luogo e del rito, l'anima augusta per cui preghiamo, l'Italia infelice che a questa terra rimira, ultimo asilo e sostegno della sua libertà e delle sue speranze, ahi già tanto superbe! Lasciamo alle prefiche e alle femminette l'abbondanza del pianto e le inconsolabili nenie. Nessuna cosa è più degna d'un popol civile raccolto d'intorno alla spoglia mortale di strenuo principe, che il chiudersi in grave mestizia e meditabonda, piena d'alti documenti e consigli, e che sia lume e preparazione di migliori destini.

Suole gran parte di coloro che studiano nelle storie, uscire dalla notizia e considerazione di quelle con l'animo troppo diverso e fuor misura disingannato, e odiando quasi la luce che d'indi è lor balenata. Imperocchè stimano averne raccolto questo insegnamento più generale e più certo: che, cioè, il genere umano vive e si pasce, come durevolmente fanciullo, di perpetue illusioni; la fortuna governare le cose nostre con usuale insolenza e perfidia; quei popoli acquistare grandezza e quei principi venir lodati e famosi, che son fortunati. Le imprese comechè giuste e nobili, gli sforzi comechèdolorosi e magnanimi, quando il buon successo non gli accompagni, o si estinguono nel silenzio, o con dispregio son ricordati. Se il cuore fu schietto e sublime, il tentamento generoso, le intenzioni benefiche, la volontà invitta e incrollabile, non si chiede. Invece, molti nomi permangono illustri e molte opere ricordate nei secoli ed ammirate, le quali la giustizia condanna, e la bontà deplora ed abbomina. Insomma (sentenzian costoro), la lealtà, il coraggio, la rettitudine, la bontà e l'annegazione sola valgono nelle storie meno che nulla, e di lor si fa caso unicamente allora che menano seco la forza, l'ingegno, l'abilità, la fortuna; e l'abilità, l'ingegno, la fortuna e la forza valgono, pur troppo, e prevalgono anche sole. Ora, a tale sentenza sconfortatrice e del sicuro non tutta falsa, ognun sa che dovrebbe il virtuoso e il cristiano non si perturbare; essendo notissimo a lui, che il mondo è cieco e strano dispensiere di fama, e il volgo si lascia pigliare alle splendide e strepitose apparenze; notissimo è a lui, che la virtù è rara e divina cosa per ciò appunto che tragge i premj da entro sè stessa. E fuori di sè, non agli uomini li domanda ma sì a Dio immortale, e dei parziali e sciocchi giudizj umani alteramente sorride. Ciò resta vero; ma la virtù comunale e generalmente usata non è profonda nè coraggiosa; e d'altra parte, ànno le storie del medio evo mostrato e provato assai, quanto torni pericoloso il porre tutte mai le speranze e tutti i pensieri fuori del mondo. Ei si fa necessario, pertanto, che qualche preludio almeno di gloria, qualche cenno di spiritual premio, qualche segno e testimonianza visibile di laude e di onore, segna presto o tardi l'animoso ed il buono eziandio quaggiù in terra, e gli tenga luogo di lieti successi e d'ogni altro bene.

Al presente, io mantengo che quel preludio di gloria, quel segno d'onoranza più, direi, celeste che umano, e il quale o non mai o rarissimo può mancare alle virtù grandi benchè infelici, sì è l'amore appunto di tutti i buoni, e la compassione e insieme l'invidia di tutte l'anime generose e gentili; si è il giudicio e la sanzione del popolo, il quale tuttavolta che non vien soprafatto dalle arti maligne degli ambiziosi e de' prepotenti, serbasi retto nell'assegnar la suastima, e scuopre e indovina assai bene la probità delle intenzioni e dei fini; e dove non possa altrimenti, sfoga con segrete rammemorazioni e qualche nascosta lacrima l'affetto riverente e pietoso.

In tal guisa, e contro i ludibrj della fortuna e a preferenza d'altri re abilissimi e potentissimi, l'amore, l'ammirazione, l'encomio, il compianto di tutta Genova, di tutto il Piemonte, di tutta l'Italia accompagna, circonda, onora e quasi non dissi adora l'estreme reliquie di questo Re, e lui caduto due volte nel santo intraprendimento, udiam tuttavia chiamare e salutare un eroe.

Insegnamento sublime e più che altri mai profittevole, il quale esce da queste esequie! Oggimai dee sapere qualunque Italiano, che quando anche o dagli accidenti o dalla natura fossegli contrastato e interdetto di segnalarsi per doti peregrine ed eccelse d'ingegno e d'arte, sempre gli rimarrà, se lo voglia, il tesoro non dissipabile d'un eroico sentire e d'un forte operare; e che gl'infortunj più fieri e impensati mai non varranno a frodarlo della tacita maraviglia e dell'affezione ossequiosa di tutti coloro che il pregio dei pensieri e dell'opere umane indagano e pesano alla stadera e al lume della coscienza, e riscontrandole esattamente coi dogmi eterni della giustizia e del bene. Il qual lume e il quale riscontro c'insegnano oggi appunto con gran sicurezza, che il peccato dei destini, la crudele indifferenza d'Europa, gli eccessi delle fazioni e i funesti errori di tutti, contrastarono e soprafecero le intenzioni più alte e schiette e magnanime che sieno sorte e dimorate pur mai nel petto d'un re; e che sì le opere, i benefizj e i tentamenti diCarlo Albertoinverso la patria comune, sì ogni mezzo voluto e prescelto da lui nell'adempimento di essi, furono tutti impressi e lucenti di quella prodezza antica e di quella civile santità, che sola può salvare e riordinare, non che l'Italia, ma il secolo, e queste viventi e le nasciture generazioni.

Famoso è nelle storie d'Erodoto quel discorso di Solone a Creso re dei Lidj, col quale fece il savio ateniese divisaree conoscere, come per dar giudicio della bontà e felicità della vita convenga soprattutto aspettarne e considerarne il termine; e che le ultime parti di quella (quando già non sia dalla vecchiezza troppo consunta) ne racchiudono il maggior pondo e valore, perchè ne sono, come a dire, il portato a cui preparare trascorsero gli anni antecedenti. E sebbene questi non paressero tutti laudevoli, o non quanto gli ultimi, fannosi di leggieri dimenticare, sembrando tener simiglianza con quelle foglie e quei tegumenti che bene allegato che abbia il frutto, si diseccano e cadono. Per contra, dove l'ultima maturità della vita non riesca corretta e gloriosa, poco o nulla stiman gli uomini le virtù e i pregi anteriori. Certo, non è senza maraviglia il pensare, come i trascorsi e la ferità di Ottaviano Augusto vengano quasi tenuti in non cale per considerazione della sapienza e liberalità posteriore. Nè comparisce meno strano, che il saper morire da forte e da generoso tramandasse ai posteri il nome di Ottone pressochè mondo d'ogni sozzura. Ma, per lo contrario, trapassò dubia e macchiata in sino a noi la fama di Teodorico, soltanto per avere una vita tutta bella e incolpevole bruttata, in sul finire, d'un fallo unico, incrudelendo contro que' due gran giusti, Simmaco e Boezio.

Ciò bene osservato, a voi non parrà disdicevole che io, stretto dal tempo e dal proseguimento del rito e di sue cerimonie, e sceglier dovendo il meglio e il più sostanzioso della vasta materia, raccolga il mio ragionare quasi tutto negli ultimi anni della vita diCarlo Alberto; ne' quali, d'altra parte, un secolo intero sembra esser trascorso, e ai quali porterà invidia in qualunque età qualunque principe d'alto sentire, e che abbia cuore d'innamorarsi della sventura e di non tremare il martirio.

Io dico e ripeto, impertanto, con gran fermezza, che i concetti e le mire diCarlo Alberto, quali segnatamente negli ultimi anni si palesarono a tutto il mondo, ed alle quali accomodò ogni pensiero e ogni azione, furono le più pure insieme e le più eccelse e benefiche a cui può voltarsi una elevatissima mente e un petto generoso ed intrepido; e al mio giudicio, procede da esse sole tal merito, da tenere viva e onorata in perpetuo la sua memoria. Nel vero, di molte e varieaccidenze di guerra e di molti imprendimenti formidabili e strepitosi ragiona la storia; e più a lungo ed enfaticamente assai, con quanto maggior sangue e maggiore perturbazione e ruina di cose si consumarono. Ma se dalla giustizia ed utilità del fine lecito fosse di misurare la bellezza e splendenza loro, quante di esse imprese pensiamo, o Signori, che si rimarrebbero degne d'encomio e di ammirazione? Certo, lasciando pure intatta ed inesplorata l'antichità, io vorrei che in qualche dotto e prudente uomo fosse stato arbitrio d'interrogar d'improvviso o Carlo quinto, o l'emulo suo Francesco, o Luigi decimoquarto, o Carlo di Svezia, o (mi si dia licenza d'aprir tutto il vero) quel Genio stesso tragrande che regnò, non à molti anni, dal mare germanico al mar siciliano e dalla Loira alla Vistola, e osò portar guerra ad un tempo medesimo sulle terre Gaditane e sulle Moscovite. Io vorrei, dico, che in alcun giorno de' più radiosi e beati del viver loro, quel savio che io mi figuro avesse inopinatamente potuto a ciascun d'essi addirizzare queste o somiglianti parole: — Creatura mortale e peccabile, che pensi, che imprendi, ove guardi? Veggo gesti rumorosi e magnifici; veggo battaglie e conquiste, paesi sconvolti, ordini antichi mutati; ma i fini proporzionati del bene e dell'utile, e la necessità e giustizia delle cagioni non veggo. Degna mostrarmi il largo e perpetuo profitto che il genere umano intero, od almanco la tua nazione, è per trarre da sì gran copia di sangue, da sì profondi guastamenti, da guerre sì lunghe e sì disastrose. — Del sicuro, a interrogazioni cotali non avrebber fallito risposte ingegnose e magniloquenti da ciascuno di que' famosi. Ma negli occulti del cuore e negli ultimi penetrali della coscienza un subito scompiglio sarebbe pur nato, e una involontaria e amarissima dubitazione intorno alla bontà e legittimità del proposito. Interrogato in quella vece di ciò medesimo ReCarlo Albertoin qualunque tempo e in qual sia frangente di cose, chi di noi nol vede e non l'ode speditamente rispondere, con pacata serenità e alterezza dal profondo dell'animo attinte: — Chiedi quello che io voglio e ch'io fo? io la più santa e legittima voglio e procuro di tutte le imprese, l'affrancamento d'Italia. —

D'ogni e qualunque azione civile, la principale e migliore per merito, per dignità, per bellezza, per santità, per fama, sempre fu reputato il procacciare, con arduo sforzo ed eroico, la liberazione della patria dalla tirannide dei forestieri. Imperocchè, fondamento d'ogni libertà e d'ogni diritto è la politica indipendenza; rimossa la quale, può solo sussistere un'apparente libertà e un apparente diritto. Del pari, nella indipendenza è il principio vero e spontaneo e la cagione efficace e sempre ubertosa di ogni prosperità e grandezza sociale; essendo che l'ordine morale del mondo à determinato e prescritto ab eterno, che le nazioni, primamente e originalmente da natura costituite, rimanendo signore ed arbitre de' proprj destini, arrechino all'intera famiglia umana quella stessa varietà d'indole e quella eccellenza stessa speciale di attitudini e di talenti, che può ogni singolo uomo arrecare alla propria città; onde risulta l'armonia portentosa delle differenze, il cambio e la mutuazione degli uffici e dei comodi, e in fine l'incremento e il progresso del comun bene. Il perchè, oppressare l'autonomia naturale dei popoli si è rompere guerra scelleratissima alla Provvidenza, la quale a ciascuna nazione liberalmente concesse di veder meglio che tutte le altre una sembianza del vero e del bene eterno, e assegnò qualche proprio e nobile ascendimento su per l'immenso scaleo della perfezione civile. Da ciò procede, che l'antichità e la modernità puntualmente concordano ad anteporre ad ogni specie di nome illustre quello di coloro che, impugnata con retto animo la spada di Matatia, spesero i sudori, il sangue e la vita per purgare la terra degli avi dal contatto pestifero degli stranieri. Da ciò procede eziandio, che il tempo e la vecchiezza consumatrice di tutte cose, in luogo di nuocere e logorar come tarlo le memorie di quelli, le riforbisce di mano in mano, e le cinge di lampi e splendori: tanto che si trasmutano in simboli e in figure ideali ed archetipe, e sono segno e subbietto alle tradizioni popolari e alle fantasie de' poeti; i quali, in tal caso segnatamente, la storia e la favola tessono insieme non già per trastullo, ma con intuito secreto d'una verità più alta e più vera della storia medesima. Così d'Erminio è accaduto appresso i Germani, così di GuglielmoTello appresso gli Svizzeri, così di Giovanna d'Arco in mezzo a' Francesi, e di Giovanni da Procida tra' Siciliani, e del Cid e de' suoi cinque figliuoli tra' Castigliani. Ed io stimo medesimamente, che dai nostri tardi nepoti non verrà nelle canzoni loro popolaresche taciuto il nome diCarlo Alberto, nè andrà egli senza onore di simboliche figurazioni; chè anzi, quanto più travaglio e sangue e sudore costerà agli Italiani il vendicarsi in essere di nazione, con quanta maggiore felicità e amplitudine ripiglieranno di poi il corso delle preterite glorie e ritroveranno le orme dell'antica fortuna, altrettanto diverrà chiara e di giorno in giorno più rinnovata e ringiovanita la tragica memoria di questo principiatore eccelso della risurrezione italiana; conciossiachè gli uomini delle cose grandissime ammirano sopra modo i principj, e gli reputano come divini.

Ma io non vorrei, uditori, lasciarvi pensare che io vo derivando in parte le lodi del mio personaggio dalle fonti della poesia. Chè anzi, spiacemi oltre misura di non possedere parole tanto significative e semplici insieme, da mostrare la materia che tratto nella sua nuda e maestosa grandezza, fuggendo i fiori e gli stratagemmi della rettorica.

Pericle pregato dagli Ateniesi di dir le lodi solenni e publiche de' cittadini morti nel primo anno della guerra peloponesiaca, usò d'un artificio notato dai buoni maestri dell'eloquenza; e ciò fu lo spaziarsi da prima con isplendente e copiosa orazione nelle lodi d'Atene e della republica, descriverne i pregi, dinumerarne i gran capitani, narrarne i gesti più chiari, espor la sapienza delle leggi, i miracoli dell'arti e dei monumenti; poi, con subito trapasso e non aspettato, conchiudere: — per sì fatta città e republica, per sì gloriosa cittadinanza sono combattendo caduti e morti costoro. — Convenientissima cosa a me pur sarebbe, o Genovesi, il misurare dalle grandezze, come dalle sciagure estreme d'Italia, la nobiltà e grandezza dei fini, dell'ardimento e dei beneficii di Carlo Alberto. A me pure, dove il subbiettochiedesse ornamenti ed amplificazioni, bello sarebbe stato entrar nelle lodi d'Italia, e concludere dicendo: — per questa patria comune, la più gloriosa fra tutte, come altresì la più sventurata; per questa madre onoranda della civiltà dell'intero Occidente; per l'Italia due volte dominatrice del mondo e legislatrice; per la culla sublime de' più sacri ingegni che la stirpe umana abbiano mai decorato; per gli eredi del nome latino e della magnitudine vera e pur non credibile del romano impero, è insorto, à combattuto, à sofferto, è dal trono disceso, à la vita in travagli e angosce trapassata e chiusa l'Eroe che qui celebriamo. —

Ma non sono ben degne di Carlo Alberto le lodi che a molti si possono accomunare. Assai gli basta (e vel proverò) ciò che à di singolare e di proprio; e vi giuro con sincerissima lingua, che io il miro collocato in una cima di gloria, ove abita solo. E per rispetto all'Italia, potrebbesi egli tacere ciò che il distingue veracemente fra tutti, e che forse non tutti ànno a dovere considerato? Io vel dirò molto in breve. Antichissima è certo la gentilezza di nostra patria, e comparsa adulta e matura fra gli uomini infinito tempo prima di quella delle moderne nazioni; imperocchè poco meno di trenta secoli di civiltà ricorda e narra, giù per continue trasmutazioni, la storia italiana. In tanto corso, adunque, di tempi e di avvenimenti, egli è da cercare a quanti principi e capitani (chè degli uni e degli altri è innumerevole copia) à gradito di sguainare il ferro e pericolarsi a morte per salvare e redimere la patria comune. A quanti? Dio immortale! a nessuno. Ricorderemo noi forse gl'imperatori tedeschi che, facendo d'Italia un feudo alemanno, assumevano come per ischerno il titolo di romani e di augusti? O, per lo contrario, ricorderemo gli autori e conducitori della Lega Lombarda? Ahi lombarda l'appellarono con ragione, e non italiana, dacchè tanta parte d'Italia ne venne esclusa. Gran dicería si fa (e torna utile che si faccia) del proposito fermo e virile che dicesi avesse Giulio secondo di smorbare l'Italia dai barbari. Pienamente voglio credere all'alto e animoso disegno, non malagevole ad effettuarsi in quel tempo dai Papi, quasichè onnipotenti. Ma mentre il fatto non à provato laverità di quel desiderio, bene col fatto si prova, che da verun altro ricevè Carlo VIII impulsi più frequenti ed acuti per iscendere alla conquista di Napoli, da veruno gli furono più raccorci gl'indugi, e meglio acchetati e rimossi i dubbj e vinte le esitazioni, quanto da esso Giulio, allor Cardinale: e certo, divenuto Pontefice, non incominciava egli da buon italiano la impresa italiana, collegando seco Francesi e Tedeschi a danno e sterminio dei Veneziani. Fu inutile presente della fortuna, che quel magno e terribile delle cui vittorie l'età nostra non si stanca di ragionare, uscisse dal nostro sangue, e stringesse in pugno tutti i nostri destini. Sotto il costui impero, Roma, Firenze, Torino, e tu, Genova, foste città francesi; e il Regno che portava il sacro nome d'Italia, stringevasi tutto fra l'Olona e il Clitunno. Da ultimo, menzioneremo noi quel soldato forestiero e audacissimo, che, certo di cadere dal trono regalátogli poco dianzi da Buonaparte, gridò per estremo suo scampo — Indipendenza italiana, — pronto a spartire di poi col cognato la illustre preda, qualora quegli non ruinasse? Chiudiamo il discorso. Questa meraviglia dovranno attestare i futuri, di questa nessuna storia potrà tacere: che, cioè, tra l'immenso numero de' potenti a cui venne per li tempi commesso il freno d'alcuna parte delle Belle Contrade, tu,CARLO ALBERTO, fosti il primo e il novissimo che snudavi la spada per riscaldare tutta quanta la terra Ausonica; nè leggiermente o per poco il pensasti e volesti, ma sempre, e con tutte mai le potenze dell'animo e le forze della mente e del braccio; nè porzione alcuna dell'essere tuo rimásesi non addetta, non devota, non sacra all'Italia insino alla morte; e morte desiderasti nella guerra liberatrice, e che qualche salvezza ed onore all'Italia fruttificasse.

Proviene da ciò, che ne' funerali questo dì celebrati nessuno scorge una solennità genovese o ligure o piemontese, ma italiana ed universale; e vi assistono in desiderio e in ispirito le genti della Penisola quante ci sono. E al nostrogran lutto risponde per ogni intorno il lutto della Nazione, e in ogni cuore trapassa il nostro compianto, e da innumerabili petti esce un solo sospiro. Che se al giusto e pio dolore degl'Italiani non fosse dalla violenza o straniera o domestica vilmente interdetto il manifestarsi con publico rito, in qual parte riposta e remota del Bel Paese, in qual minima città, in qual villaggio, oso dire, non vorrebbesi suffragare ed esequiare in comune, e con accompagnamento di vere e caldissime lacrime, l'anima gloriosa di questo Monarca? il quale unico tra gl'infiniti signori di nostra patria, e quasi non dissi fra i privati cittadini altresì, amò tutte le genti italiane con dilezione ugualissima di fratello e di padre; e, contro l'esempio e le inclinazioni de' suoi medesimi precessori, in cambio di aver cari gli altri Italiani come prossimi e consanguinei, ebbe cari i suoi Subalpini solo perchè Italiani. Ma le sciagure stesse d'Italia, e le ingiurie e gli sforzamenti del crudele inimico, questo effetto non malo producono almeno: che intorno al feretro augusto s'adunano in folla i miseri sbandeggiati d'ogni nostra provincia, e qui degnamente le figurano e rappresentano, e nel proprio e manifesto rammarico attestano il secreto pianto e cordoglio di tutte le latine città. Qui voi pure state presenti, ahi sventura! o fratelli di Venezia, o invitto e intrepido retroguardo dell'armi italiane, rifatti degni di rivestire la gloria di quattordici secoli, arditi di combattere soli contro tutto un impero, manomessi non dal ferro ma dalla fame, cedenti per accordo, non per disfatta. Sia luogo alla verità; di niun corrotto e di niuna lacrima trarrà l'anima benedetta di questo Martire più compiacimento e più onore, che delle vostre, o prodi come incolpevoli, o per ogni virtù militare e civile insigni e specchiatissimi Veneziani.

Bello e magnifico è tutto ciò, e sufficiente, mi sembra, a far venerando ai venturi qualunque nome di re. Pur nondimeno, se in voi mantiensi, uditori, l'onesto desiderio dipiù avanti considerare l'essere sostanziale della virtù, seguitando a bene distinguerlo e segregarlo dagli accidenti, massime dagli esteriori assai più soggetti all'arbitrio dei casi e al torto giudicio degli uomini, le lodi che mi rimangono a dire diCarlo Albertoriusciranno maggiori e più rare; e se ne riverbererà un lume d'insegnamento da spandersi con profitto grande non pure fra i popoli italici, ma sì fra tutte le genti civili e cristiane. Il perchè, quando mi fosse fattibile, io chiamerei volentieri ad udire questa parte seconda del mio discorso gli uomini tutti che ànno in Europa autorità e ingerimento continuo e principale nelle faccende publiche, ed assai facoltà d'informare e allevare l'animo e l'intelletto delle moltitudini. Io dico ed assevero, che io farei ciò premuroso e senza paura d'orgoglio; conciossiachè la imperizia e la ruvidezza del ragionare non potrebbe dal lato mio esser tanta, da spegnere affatto il fulgòre delle verità che fuor del mio têma di per sè traluce e sfavilla.

Per fermo, tra i vizj molti e gravissimi che incattivirono la nostra età, e onde marciscono in poco d'ora i frutti delle sue fatiche e de' suoi tentamenti, il pessimo, al mio sentire, si è quella inerzia della gente mezzana a combattere il male e zelare il bene; quel difetto di fede profonda ed inconsumabile nella verità e nella giustizia; quei concetti o dubitosi o travolti, così intorno ai diritti ed alle franchigie, come intorno agli uffici ed alle virtù e imprese cittadinesche; quello scarsissimo sentimento dell'annegazione e del dovere, e quell'insorgere invece con infinita baldanza ed avventatezza contra ogni autorità ed ogni titolo di primazia. Quindi, pur troppo, è nato che l'eguaglianza civile e politica viene professata e voluta più assai per invidia dei beni e delle preminenze altrui, che per ispirito vivo e sincero di dolce fraternità: quindi, piuttosto che affaticarsi ad alzare ed accostare gl'infimi ai sommi, abbattesi rabbiosamente ogni cima, e a quella gretta mediocrità, che riman di poi, d'ogni condizione e d'ogni intelletto, dàssi lo specioso nome di pura democrazía: quind'infine, spogliato e nudato l'animo delle speranze sopramondane, e lasciatogli le sole mondane e caduche, l'amor dei piaceri e delle ricchezze predomina e tiranneggia,e nel volgo si fa bestiale, ed ogni promettitore d'un paradiso in terra acclaman profeta e levano in sullo scudo. Dopo ciò, non è da stupire, se in tanta declinazione ed alterazione del senso morale, e, d'altra parte, in tanto sdegno ed irrequietezza di spiriti, il mondo come tutto si è scosso e scomposto, così nessun ordine e nessun assetto naturale e durabile abbia per anche trovato; e nessun termine di moto e di mutazione al cominciamento loro consenta e risponda. Agli impeti coraggiosi e alle sollevazioni formidabili e quasichè generali, subito sottentra tedio, diffidenza e stanchezza; alla bontà e interezza delle prime intenzioni succedono, tra brevissimo, esorbitanze e tristizie: in secolo della sua civiltà e de' liberi suoi concetti superbo e fastoso, vedesi ogni questione di ordini e istituti politici vinta e risoluta dal ferro; e quei governi rimanere al di sopra, che meglio conversero le milizie loro in automati armati, e in cittadelle sè moventi, e costrutte e murate di uomini. In cotal guisa, le idee del bene e del retto appajono dall'una e dall'altra banda manomesse e sconvolte, e la forza è il Dio dello Stato; e a quella nazione che vive

Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,

Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,

Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,

e geme tuttora, per iscandalo della civiltà e del Cristianesimo, in abbiezione di schiavitù, sono concedute al presente le prime parti e il supremo arbitrato d'Europa.

Ora, a siffatto pervertimento dell'ordine, e a tale nuova dissipazione delle più care speranze del genere umano, non sarà posto compenso nè termine, insino a quando non ritorni trionfante nei petti nostri la religione. E d'altro lato, non mai questa gl'impronterà del suo saldo e lucente suggello, insino a tanto che, permanendo eguale ed immobile nella sostanza sua, non muteràssi in parecchie disposizioni e accidenti, e non piglierà a santificare e validare con divina sanzione quei pensamenti vasti, quegli affetti virili e quelle nobili propensioni, le quali sveglia la libertà, la ragione approva, illustrae nudre la scienza, e le quali confidansi di menare il consorzio umano in più franca e spaziosa via di progresso e di perfezione. Da tutto ciò risulta quello che mi sembra doversi chiamare assai convenientemente la Religione Civile. E perchè non mi accade qui di spiegare e chiarire come in aula accademica i larghi e fecondi concetti adunati sotto tale denominazione, ve ne darò con qualche acconcia definizione e similitudine un cenno ed un saggio. La Religione Civile, pertanto, che è dal secolo desiderata più che altro bene, e si va nelle menti e nei cuori ogni dì più rivelando, non reca (e mai nol potrebbe) alcun detrimento ed alterazione alla santissima religion nostra, e alla moralità perfetta degli Evangeli; ma, per opposto, ella è un incremento leggiadro e mirabile, e una nuova faccia della virtù e del bene, poco avvertita per innanzi e male intelletta: chè la virtù umana procede ella pure con legge di spiegamento e di ampliazione, non forse a rispetto delle sue interiori disposizioni, il cui pregio raccogliesi tutto per avventura nella perfezione della volontà, ma sì certo a rispetto delle esteriori manifestazioni, e della potenza ch'essa virtù acquista maggiore e più celere di effettuare il bene e moltiplicarlo, e crescere la universale eccellenza del genere umano. LaReligione Civile, pertanto, dilata e sublima con nuovi uffici la cristiana pietà, in quanto che alle virtù mansuete e private aggiunge ed innesta, assai meglio che per addietro, le pubbliche, e alle famigliari le cittadine; santifica tutti i negozj politici con puro consiglio operati; insegna, più schiettamente che in ogni passato tempo, i termini dell'obbedire e del comandare; nè si ferma, come insino a qui parean fare i buoni, ai lamentevoli libri di Giobbe, ma prosiegue oltre, e legge e medita assai intentivamente e con fervoroso animo nei santi libri de' Maccabei. Insomma, la Religione Civile infonde e sveglia nella mistica lira dell'uman cuore una nuova e celeste armonia, stata finora sentita da pochi spiriti eletti, e solo con segni e colori simboleggiata dal divino Raffaele, quando alla forma greca soavemente trasmise e congiunse la idea e il sentimento cristiano. Resta che nel mondo morale la medesima contemperanza si effettui, e la immacolata luce degli Evangeli penetrando di sè le virtù greche e latine, leammendi e purifichi, e tanto valore lor porga, quanto le virtù ascetiche ed eremitiche ànno paruto sino a qui possedere per proprio ed unico privilegio.

Io sembro, o Signori, avere di mille miglia scostato il discorso dal suo subbietto; eppure, mai non mi è partito da sotto gli occhi, e, senza bisogno alcuno d'artificiosa transizione, torno a lui d'un sol passo. Conciossiachè di quella fede inconcussa nel bene, nella verità e nella giustizia; di quel senso coraggioso, immutato ed assiduo del dovere, di cui dicemmo soffrire inopia grandissima la nostra età; di quella religione civile, insomma, che nell'esercizio delle virtù publiche ammaestra e infiamma il buon cittadino, e il fa nei pensieri e nelle opere riuscire stupendo ed intemerato; io non mi diffido di asserire, che il primo e solenne testimonio ed esempio dato a questi tempi vanissimi e fluttuanti nel dubio, è Re Carlo Alberto. Costui, negli ultimi anni del suo regnare, diventato modello a sè stesso, e trovato nella sua rigida e guardinga coscienza un nuovo aspetto di virtù, quale l'indole propria e il rimutarsi dei casi e i moderni concetti e le necessità d'Italia e il corso e perfezionamento della ragion morale gli dimostrarono, visse singolare e straordinario come principe e come uomo, e a tutti gli avvenire porse subietto imitabile. Gloria invidiata d'Italia, potere, in tanta caduta ed umiliazione, farsi per lui, in materia gravissima, norma salutare all'Europa, e scuola e ammaestramento ai popoli d'una pietà eroica, e d'un abito di religione, con solo il quale varranno le odierne generazioni a ricomporre la forma dell'animo, e, con l'animo, i sociali e politici ordinamenti. FuCarlo Albertodevoto e pio quanto il nono Luigi, quanto lui valoroso e leale, al par di lui penitente: ma fu datore e servatore di libertà come un re di Sparta; amò la patria e la gloria come un antico; sentì il debito di cittadino ed ebbe concetti magnanimi e smisurati come un romano. Il perchè, chi vuol far ritratto fedele di questo Principe, cerchi le credenze più sane e più inviscerate del medio evo, e raccolga in uno le cavallereschevirtù dei Crociati; componga il rimanente con le luminose pagine di Plutarco e di Tito Livio. Darà prova e conferma di tutto ciò quanto son per narrare.

Pochi anni dopo il 1840, apparvero i primi indizj dell'eminente e riposto pensiero del Re. Al libro delle Speranze d'Italia e all'altro delPrimato civile degl'Italiani, mostrò di fuori buon viso, nell'animo fece festa e plauso vivissimo, godendo di veder gli scrittori persuadere e muovere la nazione a più savj consigli e a praticabili proponimenti. In quel mezzo, le riforme moltiplicava; e ampliando gli studj, massimamente di storia e di giure, promulgando i Codici troppo lungo tempo aspettati, promovendo le industrie e i commerci, l'arti geniali erudendo e premiando, suscitava ne' popoli le infingardite facoltà dell'ingegno e del sentimento, adusavali all'impero imparziale e non rimutevole della legge, e alzava a cose magnifiche le loro speranze e i lor desiderj. Concordi, operosi e disciplinati serbava gli ordini ministrativi, integerrimo il magistrato. Altrettanto di bene volea succedesse nell'esercito e negli armamenti, dove o l'imperizia o la trascuraggine, o molto peggior cagione frustrato non avesse l'intento premuroso e continuo del buon Principe. In sostanza, ogni cosa avviavasi, benchè lentamente, a preparare i Subalpini a gran fatti, e a prove (può dirsi metaforeggiando) non da uomini ma da giganti. Già nel 1846 scoppiavano molte faville del nazionale ardore che in petto al Re divampava. Già al Congresso degli Scienziati raccolto in Genova, e festeggiato a cielo da questa ospitalissima cittadinanza, dava il Principe libertà di discorso e di stampa; tanto che parve la radunanza accademica tramutarsi affatto in politica, e l'Italia udire, racconsolata ed attonita, la voce congiunta e concorde di tutti i suoi figli. A detti e a sentimenti poco dissimili porgeva occasione il primo congregarsi altresì de' Comizj Agrarj, dal Re consentito e voluto. Già, senza uscir del buon dritto, ricusavaCarlo Albertodi più oltre osservare certi patti gravosi temporalmente convenuti tra l'Austria e il Piemontecirca ad alcune merci e derrate dall'uno nell'altro Stato trasmesse. All'Austria, avvezza a signoreggiare in ogni corte italiana, ciò parve nuovo ed acerbo, e fieramente se ne sdegnò; ma non sì che intendesse le mire ultime e generose nascoste in que' fatti: imperocchè non possono i despoti figurare e credere in altri quel che non sentono essi o dispregiano, e che alla volgare loro ambizione d'infinito spazio sovrasta. Di tal modo le cose maturavano nel Piemonte. Ma, ciò non pertanto, versava l'animo diCarlo Albertoin molte dubiezze; non a rispetto del fine sovrano, e del volerlo (quando che fosse) interamente e con gagliardezza raggiungere ed adempire; ma sì bene intorno alla scelta dei mezzi, e all'indirizzo da darsi all'eroico intraprendimento, e al come condurlo in guise ottime e conformi alla sua pietà, e fermate sopra principj d'irrefragabile bontà e giustizia. Conciossiachè molti fra suoi cortigiani, e fra' religiosi più intramettenti e troppo da lui caldeggiati, veniangli mostrando e raccomandando una sorta di pietà, di giustizia e di carità oppostissima al concetto che l'indole sua, naturalmente diritta e nobile, s'avea foggiato. Ciò più che altro il teneva perplesso. Però scolpiva in una medaglia il leone Sabaudo pronto a percuotere con l'alzato artiglio l'aquila spuria e difforme, solo che vedesse spuntare in cielo l'astro aspettato, cioè un segno precursore e fatale ch'egli credeva non dovergli a tempo fallire, e non esser remoto. Ed ecco, veracemente, sorgere un lume improvviso e sfolgorantissimo in Vaticano, ai cui lampi ed al cui tepore sembrano nel miserando deserto d'Italia rigerminar tutte le antiche semenze di onore, di libertà, di sapienza e di gloria. Certo, nessuno salutò quella luce con più di appagamento e letizia, che ReCarlo Alberto; avvegnachè da quel punto a lui cessarono le esitanze, e ogni oscurezza si dileguò, e raccolse entro l'animo il pieno e sicuro criterio morale d'ogni futura opera sua. Stimò allora ed ebbe per fermo, nè per qualunque mutare d'uomini e d'avvenimenti cangiò egli di poi sentenza, che Dio medesimo gli rivelasse in modo patente e straordinario, a quale specie di pietà e a quali virtù ardite e maschie e fruttuose fosse chiamato ed eletto. Compiersi, alfine, il felice connubio tra la libertà e il papato, trail progredimento civile e la Chiesa; Roma cessare di troppo blandire i potenti, e verso i popoli nuovamente accostarsi; già riconoscere nelle Nazioni il dritto primitivo ed ingenito di possedere sè stesse; già spandere benedizioni sulle armi che quello difendono, e più validamente venir sancito da lei quel pronunziato antichissimo, che combattere e perire a pro della verità e della giustizia torna a un medesimo che combattere e morire per Cristo Signore,cum Christus sit veritas et justitia.[42]AlloraCarlo Alberto, abbracciando la sublime impresa d'Italia con la fede viva ed inestinguibile d'un Buglione e d'un Riccardo, subito pose in disparte le troppe cautele, i viluppi, gli ondeggiamenti e gli artificj dell'usuale diplomazia. Quanto più generosi ed aperti i mezzi, tanto gli parevano da preferire; la calcolatrice prudenza de' Gabinetti spregiò, e neppure si volse indietro a guardare i maneggi e le pratiche del passato: così diverso volea che fosse il presente, e di così animosi e solleciti fatti ripieno. Gran caso, vederlo scostarsi ad un tratto da quella ragion di stato avveduta e scaltrita, che mena ordinariamente i negozj di tutte le corti, nella quale sono allevati e formati i principi, fatta a lui parere più necessaria dalla malagevolezza dei tempi, predicatagli da tutta la storia di Casa sua.

Di tal guisa, e per opera di tanta trasmutazione, eragli fatta facoltà di pronunziare le parole stesse di Dante Alighieri:In quella parte del libro della mia memoria, dinnanzi la quale poco si potrebbe leggered'impensato e straordinario,si trova una rubrica la quale diceIncipit Vita Nova. Non però, che ReCarlo Albertonon avesse di lunga mano addestrato sè stesso all'eroica trasformazione con abiti malagevoli di virtù, e con pratiche disciplinari, cotidiane e durissime. E quantunque Egli siasi imbattuto a nascere d'una progenie di re, severa quasi sempre di spiriti e austera di costumi e di usanze, ciò non pertanto rimarrà notabile ed esemplare a moltissimi principi il tenore della sua vita. Levarsi mattutino, e alle cure del regnoattendere tuttodì, fino alla tardissima notte, con applicazione indefessa ed assidua. Non feste, non cacce, non isvagamenti, non teatri, non balli: in tanta abbondanza d'agi e piaceri, in tanta facilità di trovarli o crearli, niuna specie di singolari solazzi, niuna voglia sregolata, niuna vanità. Frugale e parsimonioso per sè, splendido negli altri e regalmente cortese, e delle arti geniali munifico protettore. Presto infermato di quel malore lento e cupo, che al sepolcro dovea menarlo molto innanzi del tempo, non pure il sostenne con pazienza e serenità inalterabile, ma costantemente gli si oppose con tale sobrietà ed astinenza, che ai testimonj giornalieri soltanto del vivere suo si faceva credibile. Nè stimando, con tutto ciò, spianata ogni ruga dell'anima, e meritato lume e soccorso da Dio per la sacrosanta impresa che meditava, venne per parecchi anni moltiplicando i digiuni e il fervore delle orazioni; le quali più volte fu veduto ripigliare nel silenzio delle notti invernali, rompendo quei sonni brevissimi che al logoro corpo suo concedeva. Così questo eroe cristiano si persuase e credette, a parlare con l'Apostolo,di vestir l'uomo nuovo, e riuscire perfetto campione della causa d'Italia, che è pure causa di Dio.

Io m'accorgo, e nol celo, che le cagioni le quali ritrovo ed espongo de' fatti che vo raccontando, sembrar possono troppo insolite, e troppo tenere del maraviglioso e del mistico. Ma, d'altra parte, io sono scusato compiutamente, se necessità mi sforza ad attribuire a quei fatti le cagioni proprie e impellenti, ancora che al primo aspetto elle ci compariscano nè bene congeneri nè proporzionate nè prossime: e ch'io le desuma dalla natura vera ed intrinseca del personaggio di cui discorro, vi diverrà chiaro e patente, quando l'attenzione vostra non si ritiri dalle ultime narrazioni che imprendo. Certo, non ò io fabbricato quel forte sorprendimento dell'animo, e per poco non dissi quello stupore che induce in tutti vedereCarlo Albertoin sul mettere le prime orme nell'arrischiato e non mai battutosentiero; vederlo, dico, alle più ricise e ferme e sollecite risoluzioni appigliarsi, quando per addietro, predominato dal vizio stesso della sua complessione, e dalle infermità che dentro le forze gli consumavano e i più vigorosi spiriti del sangue mungevangli, pareva troppo sovente rivolgersi e travagliarsi tra opposti consigli, ed éssersegli fatto ordinario ed abituale l'esitare e il temporeggiare. Intelletto assegnato e prudente, in nessuna cosa eccessivo, in nessuna impetuoso, avvezzo a temere il male più che il bene a sperare, negli uomini poco fidante, del rivolgersi dei casi estimator non corrivo; diviene, per carità d'Italia, speditissimo e confidentissimo, e imprende fatti così audaci e zarosi, che temerarj dimanderebbonsi dove men liberale e men santo fosse lo scopo. Altrettanto prodigioso à sembrato vederlo ad un tratto spogliare quell'apprensione continua dei popolari movimenti, e quella voglia ed inclinazione a resistere loro, statagli per lunghi anni accresciuta e avvivata da sleali consiglieri, che tante volte ànno procurato ingannarlo, tante divertirlo da' suoi nobili concepimenti, e d'una in altra contraddizione trabalzarlo. In fine (e ciò gli antichi avrebbero quasi chiamato un trasumanarsi), dopo consumata la maggior parte di sua vita in mediocrità di fama e di opere, non un pensiero, non un atto, non una parola lasciar quindi innanzi udire e conoscere, che eroica non sia, nè battuta (a così parlare) con lo splendido conio della immortalità, e la qual non trascini seco la dilezione, la maraviglia e la gratitudine di tutte le Genti Italiane.

Correva la fine del 1847, e crescevano i pegni dati daCarlo Albertodei suoi liberalissimi intendimenti. E per fermo, quel principe à larghi e veri spiriti liberali, e desiderio sincero di spianar la via alle pubbliche libertà, il quale scioglie dai vecchi legami la stampa, e inizia in tal guisa l'educazione comune politica, e il regno non contrastabile dell'opinione. Dalla quale franchezza di stampa incominciò il Re, per appunto, l'emancipazione dei popoli suoi; la quale doveaper lo meno esser tanta, da suscitare quelle potenze migliori della mente e dell'animo, che sono mezzi necessarj all'opera somma e finale dell'Indipendenza. A rispetto poi di questa, i colloquj degl'Italiani eran tali, e le vistose e pubbliche dimostrazioni del comun voto e proposito sì fattamente moltiplicavano (fra l'altre, la bellissima e strepitosa dei Genovesi il dì decimo di dicembre), che doveano presto o tardi le cose precipitare alla guerra; e però alle armi pensava il Re più che mai studiosamente.

Ma Dio gli tolse di poter maturare il gran caso, e con molto più forti apparecchi emendare il fallo de' suoi ministri. Per vero, al misurato e savio procedere degli Italiani di riforma in riforma e d'una in altra miglioranza, fece prima interrompimento la sollevazione di Palermo, poi l'altra male augurata e tempestosissima di Parigi. Pure, per la rivoltura di Palermo, divenne (mercè dell'affaticarsi de' buoni) il moto riformativo italiano più concitato d'assai, ma non fazioso nè ruinoso. Imperocchè le Carte ottriate dai principi ottennero che alla piena subito cresciuta e già traboccante dei desiderj e delle esigenze, fosse aperto un letto molto capace, e dove il corso di quella pigliar potesse velocità equabile e regolare. Invece, il soqquadro di Francia fu seme esiziale e non estirpabile de' nostri danni, facendo le menti vertiginose, dissolutissimi i desiderj, sbrigliate le passioni, audaci e soverchiatici le sètte.

Ogni buono se ne turbò.Carlo Albertone pianse in cuore, ma nulla cambiò del proposito, nè indietreggiò nè si ristette nè schiuse l'animo alle diffidenze ed alle paure. — Dio, con impulsioni interiori e con l'esterno e lungo portento d'inopinabili fatti, comandami (pensava egli) d'incominciare; eziandio a prezzo della vita e della corona, il risorgimento italiano; e il cenno dell'alto verrà adempiuto. Se gli uomini e la ventura sconceranno in gran parte il gesto sublime, esso Dio, col tempo, docile ministro suo, e con l'arti ineffabili di sua provvidenza, il ricomporrà. — In tale giudizio s'adagia Egli tranquillo ed imperturbato. Ma ciò non toglie che, da buon cittadino e da ottimo re, non provveda via via secondo l'urgenza e la pressura dei casi. Arrola nuove truppe; anuovi e solleciti apprestamenti fa metter mano. Abolisce per le stampe ogni magistrato censorio; pone a guardia delle pubbliche libertà le armi cittadine; promulga lieto e spontaneo il Patto costituzionale, e affidane l'esecuzione ai più caldi e provati fautori e promovitori. E perchè io non ritorni altra volta su tale materia delle franchigie politiche largite e mantenute da questo Re legislatore, io toccherò qui di volo, come Egli, con diligentissima cura, anzi con gelosa e scrupolosa vigilazione sopra sè stesso, mai non trasandò d'un attimo quei confini ch'egli medesimo avea prescritti all'autorità regia, e sempre fece consiglio e volontà propria la volontà e il consiglio del Parlamento e dei Ministri: il che adempieva egli appunto in quei giorni in cui maggiore sorgeva il bisogno d'una leale dittatura, e dopo contratto per diciotto anni di quieto regno l'abito cotidiano dell'assoluto comando. Forse nei negozj civili gli era comodità e riposo il dimetterlo: gli fu duro assai ne' militari, antica e domestica occupazione di tutti della sua Casa, e de' quali avea riempiuto le men tristi ore della sua vita. Pur nondimeno, così volle al nuovo Statuto obbedire e star sottomesso, che quando venne domandato da' suoi Ministri di cedere altrui l'impero supremo dell'armi, mansuetamente rispose: — Se a voi par bene e giovi alla patria e la legge il comandi, si faccia. — E non è dubbio, che qualora a lui fosse venuto trovato tra' suoi capitani alcuno tanto degno di quell'ufficio da spegner l'invidia e gradire all'universale, egli avrebbe, simigliante a quel greco, ringraziato publicamente Iddio del dare alla patria cittadini di sè più valenti: nè mancò di supplire al difetto, chiedendo a Francesi, a Svizzeri, a Polacchi, ripetutamente e con somma istanza, un esperto e già vittorioso conducitore. Tanto la pietà, lo zelo e il debito sempre vivo e operoso inverso la dolce sua terra, facea modesto e premuroso costui, e dimentico di sè stesso e d'ogni passato. Proficuo precetto alle genti italiane, ed anzi rimprovero fiero e solenne, quando si pensa il presumere loro insolente, e l'acuta febbre d'invidia che continuo le travaglia e le rode. Nell'altro esempio dell'osservare puntualissimamente i patti e le leggi, molti principi si specchieranno, speriamo, con buon profitto: a noi rimanela felicità di sapere, che alla Maestà di Vittorio Emanuele II non fa bisogno, e che in ciò principalmente vuol esser egli del padre suo non allievo e seguace, sì bene compagno e competitore.

Ma giunta è l'ora, e le sorti della Penisola dipendono tutte oggimai dal terribil giuoco delle spade. Milano insorge disperata e furiosa contra il nostro antico avversario; e il popolo suo dà imagine di quel gigante che pugna con innumerabili braccia da un sol corpo animate, così congiunta e stretta e concordemente feroce combatte quella città. Ne sono gl'imperiali alla perfine scacciati, e ReCarlo Albertoè di pronto sussidio richiesto, perchè il frutto non si disperda della vittoria difficile e sanguinosa. Nel consiglio del Re non siedono del sicuro uomini dubitosi e timidi, nè poco caldi della causa nazionale. Niente di meno, il passo audacissimo e di momento sommo e supremo, pone tutti in grave apprensione, e pendono i più nell'avviso di soprattenere la mossa. — Mancare all'esercito gran parte ancora dei Contingenti, e molti di questi essere affatto svezzi dall'armi: sui nuovi coscritti non potersi fare assegnamento veruno, perchè son al tutto e digiuni d'ogni istruzione: dei fornimenti stessi da guerra aversi penuria grande, e volerci tempo a supplire: sfidarsi uno de' più formidabili potentati d'Europa, nel quale, checchè si dica, rimangono tuttora vivissime forze; soprattutto, un esercito veterano e disciplinatissimo, e turbe infinite da rifornirlo: aver penato Napoleone e la Francia intera a domare l'Austria; che potrà il Piemonte mal preparato? andarci la corona e l'onore di S. M., la salute dei Subalpini, l'avvenire d'Italia. — Così ragionavano i consiglieri; ma il Re, con aspetto animato insieme e sicuro, rispose: — Signori! i Milanesi, fratelli nostri, son minacciati di sterminio e mi domandano scampo; negherò io d'ajutarli? innanzi al dovere la volgare prudenza si tace: in me riposate; io mi fo di tutto mallevadore: all'armi, Signori, all'armi! — Ciò dice, e smosso e conseguito l'assenso dei circostanti, manda affrettatamente il Generale Bes, conqualche schiera più spedita e vicina, a soccorrer Milano; dentro le cui mura, per altro, dichiara di non voler porre il piede, quando non abbia per innanzi con lo splendore di qualche vittoria ben meritato di visitarla. Godano altri d'ovazioni e festeggiamenti dal titolo nudo di re e da lusinghiere aspettazioni provocati. Egli arrossirebbe d'esser lodato di sole promesse e speranze, colà dove tutti ànno prodigiosamente attenute e compiute le proprie. Il dì 22 di marzo, intima guerra agli Austriaci con parole le più infiammative del mondo, e che mai l'Italia dalla bocca di un principe suo non aveva udite nè sperato forse di udire. La notte del 26, egli medesimo il Re monta in sella, e ponsi a capitanare il maggior corpo delle sue schiere; le quali, per comando espresso di lui, spiegano al vento i sospirati colori italiani, e il dì 29 entran le porte di Pavia.

Così ebbe cominciamento la guerra del riscatto; durante la quale, che il Re mostrasse valore e coraggio ad ogni pericolo superiori, è poca meraviglia e mediocre pregio a paragone con altre sue doti, e pensando che la militare bravura è comune a tutti della sua stirpe, e già ne' suoi figliuoli risplende segnalata e chiarissima. Ma come non accennare, almen di passata, quanta virtù e fermezza ed annegazione da lui richiedessero gli altri uffici del guerreggiare? Vi risovvengano, Signori, le infermità sue, la complessione distemperata e mezzo consunta, i dolori acuti che il trafiggono, la lenta febbre che il lima e discarna. E contuttociò, guardate come l'indomato suo spirito con istoica sofferenza e ferreo vigore di volontà sostenta il corpo affralito, e partecipa i disagi più duri, e le privazioni più lunghe e penose de' menomi soldati. Ma sulle prime, Egli ebbe almeno a conforto ed alleggiamento d'ogni patire i ben succeduti combattimenti, le belle e frequenti prove dei nostri; vedere spesso il dorso dell'avversario, sperare vicina una prospera e terminativa giornata. A Goito, il 30 di maggio, sconfiggeva il Re trentamila imperiali con solo diciannovemila de' suoi. A vespro, e in quel mentre appunto che la vittoria scoprivasi a tutti sicura e patente, giunsero lettere del Duca di Genova annunzianti la dedizione di Peschiera; fortezza quanto altre mai gagliarda e munita, con abilità e bravura difesa, e persoccorrer la quale movea da più bande molto sforzo di gente. Corre la nuova tra le ordinanze, ripetesi di schiera in ischiera, e d'indi escono voci infinite con un sol suono che grida: — VivaCarlo Albertore dell'Italia. — Beatissimo lui, se in quella giornata medesima, su quel campo fatto glorioso, tra quelle armi vincitrici e incontaminate, avessegli il piombo nemico squarciato il petto e recato la morte. Ma sarebbe fallita alla misera Italia, troppa gran parte dei documenti e degli esempi che le bisognano, e i quali doveano mostrarsi specchiati e perfetti nell'esule volontario di Oporto! Molte cose memorevoli io taccio e trapasso. Ma se mi vien meno il tempo di raccontare le belle e venturose fazioni dell'esercito nostro, dovrò io distendermi a far narrazione e pittura delle sfortunate e sinistre? Descriverò io con dolore ciò che è in mente di ciascheduno, la battaglia di Custoza, le vettovaglie a un tratto mancate, l'esercito Subalpino per gli stenti della fame e gli spasimi della sete atterrato e non vinto? Narrerò comeCarlo Alberto, o per difender Milano o per procurarle almeno mansuete condizioni dagli imperiali, abbandonasse i ripari certi che aveva dietro le sponde del Po e del Ticino? Dirò come protestasse a molti più avventati che coraggiosi, — poco importargli di farsi uccidere quivi o altrove, tal dì o tale altro; e però, quando persistessero fermamente a volersi ad ogni costo difendere, e privi eziandio d'ogni speranza d'esito buono, ei disdirebbe le convenzioni trattate col maresciallo austriaco, e di costa a loro combatterebbe insino all'ultimo sangue? — Narrerò altresì com'egli effettivamente disdisse i patti, e il Municipio invece li rannodò e concluse, scorgendo certissimo lo sterminio della città; e come di quindi nascesse scompiglio feroce, ire implacabili e pazze, rischio estremo di guerra fraterna, rischio estremo di vita pel calunniato Monarca? Scrivano di tal subbietto i nemici nostri, e palpino volentieri quelle luride piaghe: io ricondurrò prestamente il vostro pensiero sulla bontà e intrepidezza diCarlo Alberto; le quali, a guisa di nave fatta colle percosse, sotto il martello dell'avversità vedremo riuscire compiute e ammirande, e alla civile santità conformissime.

In dieci dì, la ruota dei casi umani l'à dalla celeste cima travolto nel fondo, e con lui è inabissata la patria italiana. Quante speranze tradite, e che moltitudine tetra d'ingrate memorie gli assedian la mente e gli pesan sul cuore! Mai non lesse egli in alcuna storia un sì alto principio a sì vil fine cascato. L'Europa tutta inarcava le ciglia (or fa pochi mesi) sull'assennato, concorde e virtuoso risorgere degl'Italiani. Ora ogni cosa è corrotta dalle fazioni, e gli animi appena congiunti ed affratellati, si sciolgono e s'inimicano. Dove sono i popoli con esso lui confederati? dove la Dieta nazionale? dove l'Italia cospirante tutta al gran fine, e travagliantesi con tutti i mezzi nella maggiore delle opere? Le scarse truppe toscane che seco menava, soprafatte a Curtatone, si sperdono; le pontificie, vinte a Vicenza e a Treviso, ripassano il Po per non più ritornare; le lombarde vanno in dileguo. Napoli rivoca a mezzo cammino le sue fanterie, volta indietro l'armata, e all'Austria si ravvicina. Roma riprova la guerra in cambio di benedirla, e rappella il Nunzio che aveagli spedito nel campo a conforto e amicizia.[43]Non à guari, egli scorgeva il regno suo dilatarsi dall'Isonzo al Panaro; di presente, Tedeschi e repubblicani minacciangli la corona stessa degli avi. Sapessergli almeno le genti buon grado del novo e inudito ardire, e di tanto affanno e pericolo! ma in quella vece, l'invidiano e l'avversano i principi, lo insidian le sètte, e lo ingiuriano le gazzette loro sino ad incolparlo e tacciarlo di tradimento vile e insensato; e fra le moltitudini stesse à fama non certa e molto dispari alla sua bontà e grandezza. Dopo ciò, pongasi in luogo diCarlo Albertoqualunque spirito forte e animoso, ma meno invitto e prestante, e meno retto e santo di lui; e par verisimile assai di sentirlo dire fra sè: — Ò errato a reputare l'Italia capace di migliori destini; perocchè sembra men malagevoleaccostare l'una all'altra le cime degli Apennini, che i cuori de' suoi figliuoli. In essi la discordia è naturata ed inviscerata, e ogni poco di moto e d'ardore che sopravvenga, ne fa pullulare i semi, all'infinito fecondi. Bello era il tentare; bello scrivere nella storia questa gran prova del mio buon animo. Ora, somiglierebbe a sciocchezza, poichè il naufragio della Nazione vien sicurissimo, il non procacciare salvezza alla mia corona ed al popolo mio. Sentiranno gl'Italiani disconoscenti quello che in me possedevano, quello che in me ànno perduto e loro è impossibile ricuperare. — Ma l'eroica mente diCarlo Albertocosì non ragiona; imperciocchè, dall'ora ch'ei concepì la virtù civile perfetta, e giurò in cuore la impresa illustre e magnanima, ei fu, come a dire, trasfigurato, e incentivo di privati interessi e ambizioni più nol toccò. Quindi gli strabalzamenti della fortuna, i successi dell'armi ingiuste e spietate, le malignità umane, le scoperte frodi, le dissipate illusioni, possono all'anima sua recare trafiggimento ed angoscia, ma non piegarla nè tramutarla. Scordando sè e immedesimandosi tutto con la sua patria, vive non della propria ma della perpetua vita di quella. Ripiglieràssi la guerra o no? placherannosi le sorti o peggioreranno? Risorgerà egli onorato o sempre starà giacente; raccoglierà biasimo o lode; morrà chiaro o disconosciuto? Queste cose, a petto della salute d'Italia, e a vista delle remote e finali vicissitudini delle nazioni, sono nel giudizio di lui non più che danni e accidenze particolari, e declinazioni transitorie del corso diretto e inerrante della provvidenza. A lui basta discernere, che quello che oggidì non accade, accadrà domani o il dì dopo o non sa ben quando, ma certo accadrà. Fatale è il conseguimento dei fini legittimi ed eminenti dei popoli: ma chi lo vedrà col lume terreno e gli occhi di carne, Dio solo conosce. Forse tutti coloro che travagliansi oggi per ciò con ansiosa pena, giammai non mireranno il bene che tentano e sperano; ma beato chi scende dentro la tomba consolato dalla visione dello immancabile e giocondo avvenire. Per fermo, di tutti i beni mondani la gloria e la buona fama tengono il colmo, e crucio gravissimo a sostenere è la beffa e lo strazio del proprio nome. Pure, gran conforto è a pensare che ildì della gloria spunterà nondimeno sull'onesto e sul prode: conciossiachè l'onore necessariamente si sposa con la virtù; e il sole della verità consuma col tempo il fango e il lezzo delle umane tristizie.

A tale santità di pensieri e a tale prestanza di cuore si alzòCarlo Albertoper l'efficienza miracolosa della religione civile, in cui la pietà verso Dio e la carità inverso la patria si contemperano e si confondono: il perchè qui rinasce, io ripeto, la virtù greca e latina, ma più integra e meno fastosa, e non dubitante di sè medesima come quella di Bruto, e insegnante a Catone di saper sopravvivere alla sventura. Per tale virtù, mentre i partiti si accusano e si rimbrottano rabbiosamente,Carlo Albertonè si adira nè accusa nè maledice, e oppone con regia alterezza alle macchinazioni la legge, alle improntitudini la pazienza, alle calunnie il disprezzo. Per tale virtù, mentre cresce da ogni banda lo scoramento, e mentre l'accorta diplomazia si sbraccia a persuadere la pace, or proponendo discreti patti e al Piemonte assai profittevoli, ora indugiando ed intrattenendo e con arti sottilissime spaventando,Carlo Albertomaravigliasi forte, che un primo rovescio abbia intorno a lui freddato tanto bollore, e sdegnasi di negoziare a pro degli Stati suoi proprj, dove si tratta della salvezza generale degl'Italiani: per questa sola avere pericolato la vita, e quella carissima de' suoi figliuoli; aver profuso ogni suo tesoro, interrotto ogni studio di pace, ogni domestica contentezza e quanto à di bene il regnare. Quindi, del voto risolutissimo delle due Camere, di doversi ritentare le sorti dell'armi e ripetere con ogni fierezza e ostinazione la guerra, egli più che tutti gioisce e l'approva, stimando con buona ragione, che il sollevamento Ungarico, i mali umori de' Croati, il resistere di Venezia e il prossimo dar nell'arme di tutta la Lombardia, porgano alla misera Italia occasione e speranza di una felice riscossa. E però, come nulla avesse ancora operato e patito, come arridessero appresso di lui le prime intatte lusinghe, come non fossersi le fazioni piaciute di satollarlo d'oltraggi e con isconce menzogne ucciderne la fama e l'onore, tranquillo e fidante, e ne' rischi cresciuti e moltiplicatipiù impavido che per l'innanzi, ecco impugna la seconda volta la spada, e pianta di nuovo nel suolo lombardo la bandiera del nostro riscatto.

Quello che ne seguisse, non è qui, pur troppo! occulto a veruno. Sotto i bastioni di Novara, l'Italia stramazzò tuttaquanta; e il giardino del mondo, salve queste poche provincie, è dalle barbariche torme novellamente calpestato e diserto. Fu supremo infortunio; se non che, la bontà eroica diCarlo Albertovi lampeggiò di tal lume, che la stessa calunnia abbagliata e svergognata si ammutolì. Troppo m'è ingrato e penoso, che dovendosi per me toccare queste cose leggieramente e per transito, io non possieda almeno una più maestrevole arte di compendiarle.

V'è noto, che nella giornata funesta di Novara, il valore tragrande degli ufficiali e di alcune schiere elettissime fece per lunga pezza propendere la vittoria dal lato nostro. Se non che, in sul tramontare, gl'imperiali ingrossati di nuove truppe, rinfrescarono con tal vigore gli assalti, che non pure s'ebbero in mano la Biccocca, già presa e ripresa più d'una volta e con molto sangue; ma fu forza ai nostri di cedere e di ritrarsi da tutte le parti, ricoverándosene buona porzione dentro Novara. In quel punto, riarse l'ira pertinace ed arcana de' nostri destini. In parecchie ordinanze entrò lo scompiglio, in alcune lo sgomento, in altre l'indisciplina, nell'esercito intero la certezza e lo sconforto della disfatta. Prima, una lunga fila di feriti e fuggiaschi, mista di cavalli, d'artiglierie, di carriaggi, si rimpiattava in città, e propagava intorno mestizia e paura. Seguivano altre colonne poco ordinate, ed altre affatto scomposte e dal digiuno allibbite. Qua ufficiali come dissennati per crepacuore; là caterve di ammutinati che predavano e saccheggiavano; poi squadroni di lancieri avventantisi contro i rapinatori; poi l'aria assordata di strida, le vie tinte di sangue e di cadaveri ingombre; mentre sugli spalti continuo sparavano le artiglierie, e fuordelle porte, a notte già chiusa e sotto la fredda pioggia, duravano ancora ostinati alcuni battaglioni a combattere, non più per la fortuna delle armi, ma per scemar la vergogna. In tutto quel giorno, ReCarlo Albertoaveva così alternati e meschiati gli uffici e le parti di capitano e di fantaccino, che parecchi de' suoi Ajutanti erangli morti dallato; nè però consentì mai di ritrarsi a luoghi men minacciati. Poi, quando in sul calare del sole riconobbe la battaglia perduta, e tornare inutili le prodezze del Duca di Genova per rivocare al conflitto gli stanchi e scorati, inutile ogni uso ch'egli stesso faceva per ciò dell'autorità regia ed ogni efficacia d'esempio, cesse riluttante al suo fato, ed a lentissimi passi e confusi, nulla badando ai projetti che ognora più spesseggiavano, faceasi prossimo alla città; quando gli giunsero avvisi certi degli sforzamenti e delle rapine che là entro e fuori si commettevano dai soldati suoi proprj. Allora, quel grande infelice, rotto il silenzio e l'esterior calma che in tanto disastro sapea pur mantenere, sclamò, con profondo trambasciamento del còre, quelle memorande parole: — Ahi! tutto è perduto, ed anche l'onore. — Nè potendo ristarsi nè quietare nè correre, cavalcava agitato e affrettato lungo gli spalti ed i baluardi della città. Narrano, ma io non ne so netto e sicuro il vero, ch'Egli meditando una fazione così temeraria come gloriosa, facesse interrogare alcun drappello di cavalieri, se volevano in quella medesima ora a un mortale cimento seguirlo: risposero, che volentieri; ma che più non reggevano la persona, e mal potevano, per la fatica, le armi. Ma, checchessia di ciò, quest'un fatto è certissimo ed assai vulgato, che vedendolo il generale Durando esposto tuttora alle offese del nemico, ed anzi cercare i luoghi di più manifesto pericolo, pigliò ardire di usargli alquanto di pietosa e cortese forza, e, strettagli affettuosamente la mano ed il braccio, di là lungi il traeva. A cui il Re, con ineffabile dolore impresso nel volto e nel suono delle parole: — Generale, disse, questo è l'ultimo giorno mio, lasciatemi morire. — Voi l'udiste: l'eccesso dei publici mali faceagli cara sopra ogni bene la morte, e come uomo che veste carne, umanamente si doleva e parlava. Ma che niuna disperazione si nascondesse in quei detti non degnadella civile santità e d'un gran cuore italiano, lo testimoniano gli atti di lui successivi, e quello che raccolsero ammirati dalla sua bocca gli abitanti di Antibo, ai quali, tre dì soltanto dopo il terribile caso, affermava essere la causa italiana rivivente ed imperitura; e che quandunque e comunque fosse la guerra per rinnovarsi contro dell'Austria, Egli saria ricomparso a combattere, volontario soldato tra i volontarj. Le quali cose ci rendono certi, che qualora fossegli riuscito d'accattar quella sera una pronta morte dalle mani degli stranieri, già non avrebbe cadendo gittato come Koschiusco la spada, e sconsolatamente gridato:Finis Italiæ. Ed anzi, in quel punto medesimo in cui parlò quelle tetre parole al Durando, ripigliato l'abituale e fortissimo impero che esercitava sul proprio animo, concepì e risolvette un'azione più difficile del morire. E per vero, entrato appena in casa il conte Mellini, dichiarò ai circostanti, che per attenuare al possibile quel tremendo infortunio e far tollerabili i patti del secondo armistizio, egli, come specialmente odiato dal capitano dell'Austria e sospetto ai diplomatici e ai principi, e d'altra parte geloso e sdegnoso supremamente dell'onor suo, risolveva di abdicare. Subito, ciascuno gli fu intorno, e i figliuoli segnatamente, per ismuoverlo da quel proposito. Ma egli, levatosi in piedi, con fermo viso ed atto imperante, soggiunse: — Io non sono più il Re; vostro Re è il mio figliuolo Vittorio Emanuele II. — Cresce e propagasi il lutto e l'accoramento, scorgendosi troppo bene, che piena ed immutabile rimaneva quella sua volontà. Egli, ristrettosi a breve colloquio col nuovo Re, parlògli l'estreme parole, pienissime di virtù e sapienza: — dolergli forte che incominciasse a regnare in congiunture sì gravi e sul pendio di tanta ruina; ma i saggi che avea veduti di lui, dargli buon pegno che salverebbe il trono, l'onore e la libertà; tre cose che pel buon principe fanno una sola, e che disgiunte, tradirebber la gloria e la prossima grandezza e potenza di Casa di Savoja. Al monarcato non porgere più fondamento e splendore il dritto divino, ma la civiltà e larghezza degli istituti, la religione del giuramento e l'universale dilezione ed estimazione; le quali non saranno mai per mancare quanto tempo i re, piuttosto che dominatoried arbitri, gradiranno di essere i primi magistrati delle lor patrie. Credesse ciò a lui sopra tutti, il quale avea scòrta la differenza che passa tra l'affezione de' cortigiani e quella dei popoli, e quanto sia generoso e soave regnare più assai come cittadino fra uguali, che come signore fra sudditi. Del rimanente, si ricordasse ogni dì, ripensasse in ciascuna ora, in ciascun istante, dove fosse egli nato e da cui. — Queste cose diceva risoluto e tranquillo, mentre d'ogni intorno non era che pianto e costernazione.

Oh quanto è vero che gli atti umani tirano ogni pregio e decoro da entro sè, e niuna cosa li può far grandi e memorevoli eccetto la sola virtù! Di molti principi segna e menziona la storia la rinunciazione del trono, e in questo secolo massimamente, alle corone poco grazioso e benigno. Ma radissime volte all'atto è seguitata la commendazione e la gratitudine delle genti, perchè mosso da cagioni o non tutto virtuose, o poco o nulla spontanee. A Carlo Xº, a Luigi Filippo, a Ferdinando austriaco (per tacere d'altri), diè legge la necessità e non l'elezione. In passato, non furono ingiustamente a Cristina di Svezia cantate lodi superlative da tutti i poeti d'Europa; ma, infine, che fece ella se non posporre il trono all'apostasía, e offrirsi poi a fastoso spettacolo a tutte le corti, e non si privando d'alcuna pompa e d'alcuna regia delizia? Certo, volonterosi abdicarono Diocleziano, Carlo V e Carlo Emanuele di Savoja: ma come dell'alta ricusazione si pentissero poi e si arrovellassero il primo ed il terzo, a nessuno è celato. Carlo V, il glorioso fatto guastò con la boria e l'ostentazione, e continuando a voler governare l'Escuriale dalla sua cella di San Giusto, troppo ancora sensitivo alle umane grandigie, benchè facessesi vivo distendere in sulla bara e celebrare il mortorio.

Il deporre, invece, che fa lo scettro ReCarlo Alberto, oltre all'essere volonteroso affatto e spontaneo, à per cagione immediata ed unica la intenzione sincera del bene; e vienfatto con semplicità e modestia, non ostanti mille contrarie preghiere e persuasioni, e quando a lui è cresciuto sopra misura l'amore, la venerazione e l'obbedienza dei popoli. Egli non iscambia, è vero, la reggia e il monarcale paludamento con la povertà superba e affettata d'una cella e d'una cocolla: ma perchè l'alto animo suo si mostri aperto ed intero qual è, e il frutto che spera dell'abdicazione non sia dimezzato, danna sè stesso ad esiglio perpetuo; la consorte, i figliuoli (degni tanto di lui), le paterne case, gli amici d'infanzia, la sua Torino abbandona; e non soffre che il seguano nel remoto ritiro, non che l'apparato orgoglioso, ma gli agi e le commodezze del trono. In quella notte medesima, preso commiato da tutti e ognun ringraziando affettuosamente, con due soli famigli, così stanco e spossato come dalla battaglia era uscito, con la poca moneta che improntò da' suoi Ajutanti, avviossi quel generoso verso la lontana terra che a ricovero s'avea scelto. Procedeva tacito e scompagnato, senza più insegna nè onore nè vestigio alcuno di re; ma nelle sale del Parlamento rimbombava da ogni lato l'acclamazione del suo nome, e solo a tempo a tempo la interrompevano i singhiozzi e le lacrime dolci e abbondevoli d'amore e di gratitudine: ognuno che di lui ragionava, prendea dal subbietto facondia insolita e prepotente; e per dar fine a quell'estasi (se posso così domandarla) di meraviglia e dolore, fu bisogno ricordare la maestà del luogo e la fierezza sopraccrescente dei casi, la quale piuttosto che piangere di tenerezza sulla bontà eroica diCarlo Alberto, ricercava da ogni buon cittadino che se ne imitasse la costanza e il coraggio. Spettacolo novo e sublime, e non potutosi ancor mentovare dagli annali d'alcun Parlamento. Egli fu quel dì salutato la prima volta pubblicamente col nome augusto di Martire: quindi un'aureola celeste e perdurabile l'incorona, e il suo trionfo vassi di mano in mano tramutando in apoteosi.


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