FATTI DI MILANO NEL GENNAJO 1848.

FATTI DI MILANO NEL GENNAJO 1848.

15 gennajo 1848.

Abbiamo da testimonio oculare e degno di tutta fede una narrazione esatta e minuta dei deplorevoli casi succeduti in Milano dal 2 al 5 del mese andante. A noi par bene di farla conoscere intera, perchè in quegli avvenimenti ogni cosa è stata grave e afflittiva, e l'Italia debbe sdegnarsene e condolersene profondamente.

Nella mattina del 2, per effetto del divieto che il popolo milanese ha posto a sè stesso, non incontravasi per le vie persona che fumasse tabacco. Ma sulle undici ore uscirono fumando i commissarii dipolizia, parte travestiti e parte in divisa, e seguitati da poliziotti. La plebe traea lor dietro in frotta ma silenziosa, e i commissarii voltandosi a quella e parlandole in isconci modi, troppo bene la provocavano, dicendo, in fra le altre cose:vedete che noi fumiamo, e a nessuno di voi dà l'animo d'impedirlo. A questo il popolo rispondeva con mormorii e con suono di fischiate. Allora i commissarii ed ipoliziottiagguantavano parecchi che li seguivano più d'accosto, menandoli in luogo d'arresto. Ma ciò non disperdendo la folla, ed anzi ingrossandola, quelli incominciarono a malmenare ed anche a percuotere; e verso le quattro dipoi meriggie, come moltiplicavano le pattuglie de'poliziotti, così crebbero ancora i maltrattamenti; a segno che i capi del Municipio e parecchi cittadini de' più notabili turbandosene ed affliggendosene, lasciate le case loro, s'introdussero alla spicciolata in mezzo alla moltitudine, affine d'interporsi autorevolmente fra essa e le pattuglie.

Adempiendosi cotale ufficio pietoso e lodevolissimo dallo stesso Podestà di Milano conte Casati, ei venne violentemente percosso in viso e quindi arrestato. Poco dopo, essendo molte persone civili adunate in contrada Santa Margherita contigua al maggior teatro, i gendarmi a cavallo fieramente le caricavano; e perchè quelle s'erano ricoverate di là da' quei pilastrini che reggono le catene intorno al detto teatro, furono pure colà investite dai cacciatori tirolesi, schierati dietro i cavallidei gendarmi. Fra questo tempo, il conte Casati già riconosciuto e sciolto e presto raggiunto dai suoi colleghi, lagnavasi con giustissima indignazione degli strapazzi sofferti da lui e dal popolo; e ricevendo dal Torresani, direttore di polizia, parole vane e mendicate di scusa, si recò dal conte di Spaur, governatore generale di Lombardia. Questi mostratosi dolentissimo dell'accaduto, negava risolutamente di averci parte, e sosteneva che quelle cose non erano di sua pertinenza e non ci poteva quasi nulla.

Così compievasi la giornata del 2. Il dì dopo era nella gente civile molta sollecitudine di conoscere le risposte de' superiori, ma il popolo minuto mantenevasi in quiete.

Quando, alle tre dipoi meriggie, la polizia fece appiccare su tutti i canti un avviso, che cominciava con queste false e calunniose parole: — «Genteirrequieta e facinorosa...... osava jeri d'ingiuriarein pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l'uso innocente del fumare tabacco, e ardiva di farlo anche attruppandosi,e violentandoi passaggeri colti a fumare.» — Alcuno di tali avvisi fu spiccato o lacerato forse per ira, ed altri il furono con poca o nessuna malizia da que' monelli che, in Milano singolarmente, usano di ciò fare su tutti i muri e d'ogni maniera di stampe. E qui non è da tacere d'un grave accidente; e ciò è, che un agente di polizia, colto un ragazzo nell'atto di squarciare l'avviso, lasciossi andare alla ferocia di percuoterlo con uno stile: il qual fatto affermano e testimoniano cittadini onorevolissimi, che di presente ne hanno scritta una giuridica deposizione.

In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'ordine del giornoesentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade, e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sortadi gente con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se taluno s'imbatteva per caso in essi.

Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti, ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissionebastevole per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna; promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli, ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.

In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere ilClubove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e della Lega Italiana.

Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.

Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal Torresanigente irrequieta e facinorosa, dovè inacerbirla oltremodo, e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo, doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.

Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia, e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.

Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più dipendenti hanno posta da latola longanimità e la pazienza, e sonosi ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.

A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani, e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto, in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti, concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de' suoi patrioti.»

Infine, dal racconto qui sovrapposto si scorge, che alcuni ingegni perversi vorrebbero sperimentare nel regno Lombardo-Veneto un modo di reprimento diverso nella specie ma simile nella ferocia a quello usato, sono appena due anni, in Galizia. Ma i Lombardi, come si vede, nè cospirano nè si atterriscono. Nel paese loro non v'ha servi di gleba, non v'ha classi nè ordini che si nimicano; e la prepotenza e bestialità soldatesca, qualora volesse farsi durevole e abituale, affogherebbe nel proprio sangue, non nell'altrui.

(DallaLega Italiana.)

15 gennajo 1848.

Tutti tre i principi nostri riformatori ànno avanti ogni cosa pensato a riordinare i Comuni: nel che si vennero mostrando e avveduti e provvidissimi. Il primo, perchè quelle riforme sono accettate più volentieri, le quali toccano gl'interessiprossimi e cotidiani del maggior numero; il secondo, perchè incominciare dal porre sesto e regola al tutto, innanzi di aver bene e fermamente composte le parti, tanto varrebbe per avventura quanto il costruire e l'architettare non badando per niente alla forma e acconcezza de' materiali. Nello Stato della Chiesa il Municipio nuovo romano è già in atto e in autorità: così volle Pio IX, del quale veramente diranno i posteri, cheromanam restituit rem. Fino poi dall'aprile dell'anno poc'anzi cessato, una circolare del Cardinal Gizzi raccomandava in ispecial modo alla cura e meditazione dei deputati delle provincie l'ordinamento dei Municipj. In Toscana, alli 25 di questo vertente mese, vedremo adunata una Conferenza di sindaci e altre persone notabili affine di raccogliere i fatti, udire le informazioni, conoscere i desiderj de' popoli, e determinare le massime direttive della costituzione municipale che là si prepara. Negli Stati Sardi, quello che in sul cominciare di novembre fu promesso dal re in ordine a tal subbietto, vedesi ora mantenuto con la promulgazione delRegio editto per l'amministrazione dei comuni e delle provincie.

Noi di questo Editto parleremo tra breve, con la ponderazione e maturità di giudicio che si conviene in tali argomenti. Oggi basterà l'accennare i punti cardinali che porgono il primo criterio e le prime norme per esaminar bene così il fatto come il da farsi; e ciò non solo in Piemonte e in Liguria, ma eziandio negli altri Stati della Penisola. Conciossiachè sarà intento particolare di questo giornale il discorrere con egual cura, e (secondo sue forze) con egual cognizione, di tutte insieme le Provincie italiane e di quelle della Lega segnatamente.

Ottima cosa è certo da reputarsi, che tutti tre i principi riformatori partecipino a questo concetto speciale intorno alle istituzioni comunitative; e ciò è, ch'elle debbono venir fondate con ordini elettivi larghissimi, e coi principj assoluti dell'uguaglianza civile. Nè per rispetto alla larghezza elettiva potrebbesi forse desiderare o più o meglio di quello che si prescrive nell'Editto di re Carlo Alberto. Ma non deesi porre in dimenticanza, che tale franchigia può divenire angusta epovera negli effetti, qualora da un lato il numero de' consiglieri comunitativi sia grande e quello degli elettori grandissimo, e dall'altro sieno circoscritte e inceppate le facoltà e pertinenze di essi consiglieri. Onde gli è da considerare, per la libertà dei Comuni e insieme la spontaneità e il frutto delle opere loro, qual cosa nel fatto e nell'uso torni migliore: se il numero degli elettori larghissimo e più legate le facoltà, ovvero più ristretto quel numero e maggiore la facoltà e scioltezza dell'operare. Per fermo, non si dà franchigia municipale vera e fruttifera laddove non si componga di queste tre parti essenziali; che sono: elezione popolare; giudicio e scrutinio libero d'ogni interesse speciale e proprio del Municipio; azione libera del suo magistrato.

Sotto queste considerazioni, a noi sembra che non tutto sia buono e non tutto largo e lodevole nel Motuproprio del Santo Padre e nell'Editto di sua Maestà Sarda; e fermamente crediamo, che molte disposizioni di tale Editto oltrepassino quel bisogno diunità, diuniformitàe diconnessione col Principato, che la legge ha avuto in mente di soddisfare.

Se non che tra l'Edittoed ilMotu-propriointerviene una differenza fondamentale; essendo che il primo ha virtù generale, perpetua ed irrevocabile; quando l'altro non dà fondamento e principio salvochè a un istituto particolare, qual è il municipio della sola città di Roma: e oltre a ciò, esso dichiara più d'una volta, che le disposizioni sue dovranno concordarsi tutte con l'universal legge riformatrice dei Comuni, alla quale s'affrettano di por mano i deputati alla Consulta di stato. Ei si può dire pertanto, che su tal subbietto nulla è per anco determinato nella media Italia, e la cosa pende tutt'ora dal senno de' principi e de' lor consultori. Il perchè, prevenendo le nostre parole in que' paesi ogni atto deliberativo, e però potendone ancora uscire un qualche lume e profitto immediato, a noi cresce l'obbligo di non tener chiusa la nostra opinione, e di significarla invece con lealtà e franchezza.

Notiamo per prima cosa, che nel Regio Editto, ma più molto nel Motuproprio di Pio IX, le facoltà e pertinenze del Municipio stanno dinumerate e specificate una per una e congran minutezza: il che non accade quivi per abbondanza di dire e a schiarimento ed esempio delle pratiche del diritto comunitativo, ma si è fatto al fine di circoscrivere con rigore e definire con esattezza il potere che vien largito dal Principe a forma di privilegio; e però le cose che son taciute non possono in guisa veruna venir sottointese in virtù di una qualche generale franchigia in altre parti del decreto espressa e riconosciuta: onde ripetiamo, che in ciò il Motuproprio romano vince in istrettezza l'Editto Regio, dacchè in questo oltre al cominciare il legislatore dal riconoscere in universale la libertà dei Comuni, esprime nell'articolo VIII del capo VII, cheil Consiglio Municipale fa gli atti devoluti alla popolazione in massa, ed in generale delibera su tutti gli oggetti di amministrazione locale che, eccedendo la semplice esecuzione, non sono attribuiti al Sindaco; nelle quali parole, e segnatamente nella clausola prima pare sottinteso il principio, che ogni qualunque atto possibile a farsi in comune dal popolo cade sotto la deliberazione dei Consigli Municipali.

Ora, secondo noi, risiede nel Comune, a rispetto dello Stato, una libertà naturale d'azione e di reggimento, appunto come nell'individuo a rispetto del Comune. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle. E però, in genere, la legge non dee (come sotto i governi feudali e dispotici) venir numerando le speciali e singolari facoltà del Comune e prescrivergli ciò che può, ma ciò che non può e non dee. Noi sentiam bene, che poco importerebbero tali rassegne e specificazioni ove s'accompagnassero con formole generali di chiaro ed ampio significato, e in cui lucesse una confessione piena e patente del dritto. Noi sentiamo altresì, che parlare in nome dei principj universali del giure non è stile e consuetudine de'Motuproprje delle Carte e Statuti alla foggia antica. Ma i tempi ricercano altro linguaggio, e non son queste del sicuro disputazioni di grammatica.

Da siffatto principio della libertà naturale d'azione e di reggimento in che vive ogni Comune a rispetto dello Stato, emerge tutta quanta la idea dell'ordinamento comunitativoe delle sue piene franchigie. Per fermo, se il legislatore accoglie nell'animo quel principio, ei non può non volere costituire il Comune con quanta maggiore larghezza di facoltà e d'esercizio è fattibile; appunto com'egli adopera nel dettare le leggi e le guarentigie della libertà privata di ciascun individuo, ai quali mai non oserebbesi di prescrivere le specie, le condizioni e i modi dell'uso ed eziandio dell'abuso delle proprie loro sostanze. Col principio anzidetto, il legislatore dee confessare, che il limite alle libertà naturali dei Municipj è segnato non dalle restrizioni governative e ministrative arbitrarie, non dal desiderio di certa unità fattizia e più militare assai che civile, non dalle vecchie pragmatiche che, or sotto nome di tutela, or sotto quello di vigilanza e di buon governo, nojosamente comprimono e impacciano, ma bensì dalle necessità universali, e dall'ingerimento legittimo e razionale della potestà legislativa operante a nome della utilità vera e durevole di tutto lo Stato.

Col principio anzidetto, si debbono volere disciolte d'ogni legame non necessario all'ordine e alla salute comune le deliberazioni dei Consigli municipali e l'azione dei lor magistrati. E poichè al governo è ragionevolmente serbato d'interporre l'autorità sua tuttavolta che il municipio o travia dalle forme prestabilite di sua istituzione, o rompe alcuna legge od alcun mandamento legittimo dello Stato, in qualunque altro caso non dee far mestieri l'assentimento dei supremi ufficiali, siccome atto con piena ragione presunto e che vuolsi avere per compiuto. Molto meno poi fa d'uopo l'assistenza e presenza de' supremi uffiziali alle discussioni ed alli scrutinj comunitativi; molto meno il richieder licenza per le ordinarie o straordinarie convocazioni de' Consigli: e il simigliante si discorra per altri vincoli e suggezioni. Nè qui ci è lecito di tacere, che sì in risguardo della libertà di congregarsi, deliberare ed eseguire, sì per la libertà e speditezza d'azione de' magistrati municipali, sì infine per la indipendenza e dignità di loro persone, l'Editto piemontese torna senza misura più restrittivo del Motuproprio Romano, nel quale si legge, in fra le altre risoluzioni, chel'approvazione superiore delle deliberazioni consigliari avrà sempre luogo, tranne il casodella mancanza di forme, dell'eccesso di potere e di contravvenzioni alle leggi. (Titolo1. § 27.)

E quanto è alla dignità e indipendenza del Magistrato, non v'ha nel Motuproprio Romano neppur vestigio delle prescrizioni del Regio Editto che qui registriamo:Capo II.§ 6.Il Sindaco è capo dell'amministrazione comunale ed agente del governo.§ 9.Il Sindaco è nominato da noi e scelto fra i consiglieri comunali... Rimane in carica tre anni e può essere da noi confermato.§ 10.L'Intendente generale può sospendere i Sindaci. Capo III.§ 16.I Vice-sindaci sono nominati per un anno, sulla proposta del Sindaco, dall'Intendente generale, cui spetta di sospenderli e rivocarli.

Non ci è ignoto che la molta suggezione dei magistrati municipali, il fluttuare de' sindaci tra il carattere cittadino e il politico, l'intervenire continuo de' superiori negli atti comunitativi, e la necessità del consenso e della revisione imposta a pressochè ogni spesa ed ogni deliberazione, non qui solamente fra noi ma durano e si perpetuano di là dall'Alpi, appresso di una nazione la quale presume essere specchiatissimo esempio di libertà. Queste cose sappiamo da lungo tempo. Ma duole e pesa all'anima nostra, che volendosi pure imitare i popoli forestieri, non sempre si scelga il lor meglio, ma talvolta eziandio il peggiore e il più strano. Oltrechè, le istituzioni de' popoli molto civili sono una vasta e variatissima architettura, ove la deformità d'alcun membro quasi scompare nella bella simmetria e acconcezza del tutto insieme. Altrove la poca libertà dei Comuni è supplita dalla moltissima dello Stato; ma dove questa scarseggia, par necessario compensarla col dilatare e mallevare la vita franca e spontanea del Municipio.

(DallaLega Italiana.)

IlDébatsdelli 7 ci fa conoscere il testo di alcuni dispacci intorno alle cose d'Italia mandati dal Guizot agli ambasciatorie ministri, ed ora comunicati alla Camera. Sono tre lettere al conte Rossi in Roma, una al conte Marescalchi in Vienna ed un'altra al conte di La Rochefoucauld in Firenze; la sesta è in forma di circolare, e l'ultima è indirizzata al signore di Bourgoing in Torino.

Chiunque si ponga a leggere cotesti dispacci, dee notare a bella prima, quanto nei nostri tempi vada mutando il linguaggio dei diplomatici, ovvero quanta diversa natura d'uomini sia quella che amministra oggi i gran fatti politici. Per fermo, in essi dispacci v'ha un lusso di generalità accademiche e un dissertare così vivo e abbondevole, che la Sorbona li accetterebbe affatto per suoi. Il secolo, adunque, è gentile se non vigoroso; gli uomini forse non grandi, ma pieni di facondia e filosofia.

Noi confessiamo assai volentieri, che in tutte sette le lettere del Guizot scorgesi aperto il buon desiderio del governo francese pel risorgimento italiano. E di tal sentimento non può dubitare alcuno il quale conosca la fine e classica civiltà della Francia, e pensi che non v'è quasi villaggio colà ove non si spieghi Virgilio ed Orazio, e non si stupisca dinnanzi alle tele o copiate od originali di Raffaele e di Michelangelo. Del pari risulta da quelle lettere, che il Guizot vive sempre in grave apprensione di veder trionfare i troppo infiammati, e sembra stimare gl'Italiani non capaci ancora di più larghe concessioni e più sostanziali riforme. Ma d'altra parte, com'egli ammira sinceramente la saggezza insperata del popol romano, nè stenta ad applicare simili elogi agli altri popoli della Penisola già ridestati, a noi pare che se ne debba dedurre ch'essi sarebbero sufficienti a molto maggior grado di libertà.

Sulle cose di Ferrara, spiace particolarmente al Guizot che il governo Pontificio abbia posta la controversia in piazza. Ciò naturalmente sa male a un diplomatico consumato, e gli sembra quasi una propalazione indebita dei misteri e della scienza esoterica. Ma se i Tedeschi invadessero un palmo solo del territorio francese, io sfido il ministro Guizot a mantener quivi il secreto, la riservatezza, e la gravità dei capitolati e dei protocolli. La lettera al Marescalchi, che appuntos'aggira sul brutto frangente di Ferrara, è da un capo all'altro tutta mite in verso dell'Austria, tutta lusinghevole e piena d'unzione; e non v'ha neppure una fiammolina di sdegno, una favilla di giusto risentimento. Certo, se il Papa non colpiva di religiosa paura il capo medesimo dell'Impero, ognun può pensare quale difesa efficace e gagliarda sarebbe uscita dalla dolce e tenera ammonizione del Guizot. Pur troppo, i casi della Galizia ci fanno presumere che a Vienna le orecchie non sono così delicate, e il cuore non così cereo come stima l'insigne autore della Storia dell'incivilimento.

Vero è che nella lettera al La Rochefoucauld il ministro Guizot accenna, così di passata, come il Papa abbia fatto richiedergli se in certe date congiunture potesse fare assegnamento su d'una più attiva cooperazione della Francia, e com'egli il Guizot crede d'avergli risposto in modo da contentarlo. Ma qui il velo diplomatico diventa sì fitto ed oscuro, da simigliare a quello che già copriva la statua d'Iside, e non è più la intelligenza ma il cuore che giudica, e gli si comanda un umile atto di fede.

V'ha però in queste lettere diplomatiche due proposizioni non pure verissime, ma da stare ferme e inchiodate in mente degli Italiani. L'una è nel dispaccio al signore di Bourgoing in Torino, e consiste in dire che gl'Italiani s'ingannerebbero forte sperando la lor salute da un rovescio di cose in Europa. L'altra è nella terza lettera al conte Rossi, e la quale afferma che non bene opererebbono i principi nostri a troppo tardare le riforme e le concessioni le quali fossero divenute un'alta necessità di fatto. «In quella protratta aspettazione, dice il Guizot, gli animi traviano per la foga pericolosa delle speranze e dei timori soverchio aggranditi; e quindi colui che regge sembra cedere, suo malgrado, all'urto popolare, dove in fatto egli obbedisce soltanto alle persuasioni di sua coscienza. Il signor conte Rossi ha più d'una volta ciò espresso con debita moderanza ai consiglieri del Santo Padre, ed al Santo Padre esso stesso.»

Noi ringraziamo del dato consiglio e l'ambasciatore e il ministro, al quale parimente dobbiamo e vogliamo essertenuti della propensione (quantunque un po' peritosa e non assai procacciante) che mostra al bene d'Italia. Noi non ci poniamo tra quelli che da' forestieri pretendono molto di più e molto di meglio, perchè sempre abbiamo opinato che niuna nazione si salvi mediante l'altrui braccio: ed esigere che le genti straniere vuotino per lo scampo nostro le loro vene ed i loro scrigni, o mettano a repentaglio la pace che godono e i negozj e le comodezze in cui vivono, ci compare, non sappiam bene, se una sfrontatezza o una melensaggine: il rimproverarle, poi, fieramente ed anzi svillaneggiarle perciò di continuo, come piace a molti, ci sembra che senta del fanciullesco insieme e del vile.

(DallaLega Italiana.)

19 gennajo 1848.

Vogliono i pensatori moderni, che la fortuna non abbia nè molta nè poca parte nelle faccende umane. Io non so bene di questo, ma so che qualora ne piacesse di battezzar con quel nome le cagioni occulte ed ignote de' gran casi che avvengono, la fortuna comparirebbe ancora spessissimo nella storia de' nostri tempi. E per fermo, chiunque venisse dicendo di aver previsto punto per punto ciò che ora si compie in Italia, rischierebbe forte di non essere creduto sincero. Comunque ciò sia, l'ignoranza nella quale io confesso di rimanere della più parte delle cagioni a rispetto di quel che accade in Italia, mi piace, perchè ho sempre veduto gli avvenimenti massimi e fecondi davvero portar seco questo carattere del farsi ammirare ma non intendere, e tanto più ammirare quanto ciascuno si assottiglia di penetrarli.

Di tal genere, per mio giudicio, sono i fatti odierni della Penisola. Pur nondimeno, egli sembra potersi dire, che la nostra patria dopo le mutazioni e il conquasso della grande rivoluzione francese, ripiglia oggi con vigore e saggezza virile il largo moto di civiltà e di riforma a cui dava principiopoco prima della metà del secolo scorso. Allora, siccome oggi, iniziatori del mutamento furono i principi. Ma in que' tempi, le riforme ampliavano la potestà regia, rovesciando la feudalità, le privilegiate corporazioni e gli arbitrj della Curia Romana: oggidì le riforme assumono, al contrario, per fine di temperare il regio potere, e rinnovano in mezzo di noi quel genere di monarchici che i padri nostri, latinamente e con profondo significato, domandavano civile, come il solo buono e degno effettualmente dell'umano consorzio. In que' tempi ogni sforzo tendeva all'equità ed all'uguaglianza; quest'oggi tende alla libertà. Allora, cavatane l'Inghilterra, nessun principato conosceva il freno degli ordini rappresentativi e dell'altre pubbliche guarentigie; onde Pietro Leopoldo e il Tanucci entrarono innanzi in più cose allo stesso Turgot, il quale in Francia non compariva del certo un rimesso e lento riformatore: ma a questi giorni, in tutta l'Europa è sciolto e cancellato il potere assoluto, se n'escludi la Russia che è barbara, e l'Austria incapace di mutazione. Allora i consiglieri arditi e liberali dei re erano letterati e filosofi cortigiani; e ciò che persuadevano e conseguivano venía dai popoli ricevuto o in silenzio rassegnato o con gioja pura ed immensa, come suol farsi per beneficj inaspettatissimi, e i quali niuno osa non che richiedere ma nemmanco sperare. Al dì d'oggi, se i letterati proseguono a consigliare i monarchi, il fanno discosto, e per mandato espresso e perpetuo delle moltitudini, e segnatamente delle classi mezzane; e parlano e s'interpongono come la divina forza della ragione e della giustizia, che vieta e impedisce il conflitto.

Da queste e da parecchie altre disparità che intervengono tra il moto riformatore antico ed il nuovo, sorge il concetto generale, che ne' principi, alle cui mani è affidato presentemente il governo d'Italia, bisogni maggiore maturità di pensieri, più docilità di animo e minor lentezza di opere.

D'altra parte, nel secolo andato e propriamente in quegli anni in cui s'attuavano le riforme, lo straniero regnava in Italia assai meno poderoso; e piuttosto che minacciare, difendevasi e patteggiava. Patteggiava col re di Napoli e col re di Piemonte, patteggiava coi Genovesi. Quello che oggine sia, ciascuno lo sa, ciascuno lo vede. Nel secolo andato esistevano stati e genti italiane riconosciute alla dolce favella delsi, ma la nazione italiana non esisteva. Ne' giorni nostri, se badasi alla nuda scorza dei fatti, nazione italiana neppure esiste; se al sentimento, al desiderio, al proposito fermo ed universale, le genti italiane son già pervenute a costituire una sola persona morale. E appunto perchè dal sentimento e dal desiderio vuolsi procedere alla piena realità, e gli ostacoli sono molti e gagliardi; e perchè prevedesi di dovere o subito o non mai molto tardi invocare sul Mincio e sul Po il Dio degli eserciti, e però fa mestieri a noi tutti l'unione e la fiducia perfetta e reciproca; ne segue che abbisogni eziandio ne' popoli altrettanta assennatezza, docilità e prontezza viva e operosa. Saggia debb'essere la moltitudine in frenare all'uopo la naturale impazienza de' suoi desiderj; e frutto primo e salutare di tal suo senno debb'essere la docilità, cioè il saper riverire e ottemperare alla legge, mostrarsi arrendevole ai suggerimenti e alle ammonizioni de' buoni, e comportarsi per guisa che più non abbia verun poeta moderno a poter replicare la sentenza del Tasso:

. . . . . . . . .alla virtù latinaO nulla manca o sol la disciplina.

. . . . . . . . .alla virtù latinaO nulla manca o sol la disciplina.

. . . . . . . . .alla virtù latina

O nulla manca o sol la disciplina.

Ma non pertanto, il popolo dee serbarsi pronto ed attivo, non inerte, non freddo, non pusillanime. Distinguiamo sempre e in qualunque cosa l'operosità dal tumulto, la vita dal sonno, l'ordine e la disciplina dalla sommessione cieca ed irrazionale. Nel moto regolare e crescente della cosa pubblica educhiamo l'intelletto ed il cuore; delle concessioni ottenute caviamo buon frutto, le ottenibili maturiamo. Con l'esempio del nostro vivere franco e pieno d'ardore, ma legale, dignitoso e pacifico, con l'aspetto della nostra verace e pacata letizia, con la concordia di tutti gli ordini, ma specialmente di popolo e principe, facciamo impossibile la tirannia, impossibili il negare ostinato e il resistere pauroso nelle rimanenti Provincie italiane. Non si ricerca da noi che ancora un poco di moderanza, di assennatezza, di longanimità; e i figli della gran madre staranno tutti raccolti e tutti beati in un soloamplesso. La santa Lega Italiana avrà compiuto e stretto il suo mistico fascio, nel cui mezzo starà sola una scure, perchè infinite braccia parranno impugnare una sola spada; e miseri quegli stranieri che vorranno assaggiarla.

Come in persone eziandio scorrette e di mala indole sorge tal volta per mezzo all'anima un senso puro del bene e un desiderio generoso di nobili geste, così accade che la Provvidenza spiri per qualche tempo su tutto un popolo l'aura della virtù e del coraggio, e un amore di sacrificio che agli occhi suoi stessi il fa nuovo e maraviglioso. Procacciamo con isforzo continuo, che pur sopra noi, infralita generazione, passi quell'aura sublime; e lo zelo attivo e sincero del pubblico bene invada tutti i seni dell'anima nostra. Sui canti delle strade di Genova (or non sono molti giorni) leggevansi stampate a larghe majuscole queste belle parole: —Ordine, Fratelli; tutta Italia ci guarda. — Ed io dico agl'Italiani:Fratelli, siamo prudenti, disciplinati, operosi; tutta Europa ci guarda; e (facciasi luogo al vero) ci guarda mezzo ammirata ed incredula, e dubita forte se noi siamo ancora i figliuoli dell'eroiche generazioni che vinsero il mondo, ovvero gente spuria e ragunaticcia la qual sogna le grandi cose e le conta per fatte, agitandosi con furore tra le processioni, le luminarie e i banchetti.

(DallaLega Italiana.)

Adì detto.

Gli ultimi casi di Livorno rattristano l'anima, perchè sono la prima nebbia che sorge a intorbidare il sereno della nostra rigenerazione. Ma forse il male non è tanto grave e profondo, quanto si mostra di fuori: e a niuno poi venga in animo, come scioccamente fu detto, che gl'imprigionati cospiravano a pro dell'Austria. Egli non è possibile ormai in Italia rinvenire dieci persone di mediocre fama, e di vita e condizione alquanto civile, che accolgano in seno un desideriocosì vile insieme e così scellerato. Se in quegli uomini si troverà colpa (e speriamo che no), sarà colpa di fanatismo. Non perde subito una nazione i modi e gli usi funesti a cui l'han menata le sventure e la tirannia. Si cospirò per lunghissimi anni, e a mali estremi, e che parevano inemendabili per altra via, si cercarono rimedj violenti e non sempre legittimi. Si brandì il pugnale accanto alla mannaja, il secreto fu contrapposto al secreto, l'inquisizione settaria all'inquisizione di Stato; e, insomma, come i medici temerarj costumano, a fieri veleni riparossi con altri più fieri e mortali. Forse ad alcuni, que' mezzi sono paruti ancor necessarj; forse la inconsideratezza dell'ira e i pungoli dell'orgoglio hanno fatto gabbo alla coscienza e velo al giudicio. Di più non diciamo, e più là non vogliamo andare colle presunzioni e i supposti. È debito di carità e di giustizia il non aggravare coi sospetti e con la baldanza delle parole gente che sia a repentaglio della vita e dell'onore, sebben della vita non crediamo e non paventiamo. Nella felice Toscana, fra gli altri esempj di sapiente mansuetudine che i Principi Lorenesi hanno dato non pure all'Italia, ma sì all'Europa, questo è il maggiore ed il più solenne; di avere, ottant'anni addietro, abolito il crimenlese. Poco stanno discosto da noi que' giusti e benigni tempi, in cui non dico non si puniranno di morte e d'altri gravi castighi gl'imputati di mere colpe politiche, ma si prenderà maraviglia che ciò abbiasi potuto praticare per secoli da tutto il mondo civile e cristiano, come si stupisce oggidì dell'avere cercata e scrutata la verità con l'opera dei tormenti. Dove cessa l'evidenza del reato, là cessa il diritto di punire; e v'ha, pur troppo, infinite quistioni di giure sociale e politico in cui la ragione vacilla, e il comune senso morale non dá risposta patente e assoluta.

Noi non dubitiamo che agli imputati di Livorno non debba, nel processo a cui danno materia, apparire manifestissimo, quanto il dominio della pubblicità torni loro giovevole, e quanto gli amici e fautori di libertà (nelle cui mani sono) procaccino e studino, anzi ogni cosa, la imparzialità e integrità dei giudicii: o se questo vuol esser vero per tutti, maggiormente desideriamo che sia per coloro, alcuni de' qualihanno con noi sospirato e sofferto per la redenzione della patria. Li tenemmo, pur jeri, compagni ed amici; non può il nostro cuore assuefarsi a un tratto a stimarli nemici odiosi ed abbominevoli.

Ma un'altra osservazione importante vien subito fatta a chi bada un poco a cotesto avvenimento. Il Governo Toscano è sembrato scarseggiar sempre di forza, di attività e di speditezza. I tempi, infrattanto, da quetissimi e sonnolenti son divenuti svegliati e vivi. Gli spiriti, prima indolenti e molli, hanno contratto in poco d'ora alcun che dell'antica febbre repubblicana. Tra le città poi toscane, Livorno è la più ardente e più malagevole a governarsi. Un bel giorno, moltitudine grande adunasi quivi in piazza, gridano armi, vogliono armi. Al gonfaloniere ed ai superiori vien meno ogni modo di acchetarli. Creasi a voce di popolo una deputazione, la quale in breve intervallo sembra fatta signora della città ed arbitra delle cose. Le viene comandato di cessare e scomporsi; ed ella, a rincontro, dichiara sè stessa organo e rappresentanza vera del popolo livornese, e pon la sua sede nel palazzo municipale. In questo mezzo, giunge il ministro Ridolfi, che per primo atto fa in ogni quartiere assembrare la Civica: questa obbedisce volonterosa e prestissima, e quattro mila cittadini già stanno accolti e armati sotto le insegne. Entrasi in molte case, imprigionansi cittadini non volgari, e parecchi de' quali erano principalissimi tra i deputati; quindi son menati sul vapore reale ilGiglio, e condotti a Porto Ferrajo. Tutto ciò in qualche ora, con risolutezza, con facilità e corampopulo. Ogni cosa ritorna in quiete; la città ripiglia i negozj; in niuna parte è spavento, in niuna è sdegno e rancore. Or che è questo? donde viene al Governo Toscano tanto vigore, tanta prontezza, un fare sì animoso e sicuro, e il sapersi appigliare a partiti forti e recisi? Da due cose ciò proviene: dal muovere che fa il Governo i suoi passi di pari con l'opinione, e dal munirsi e fidarsi compiutamente nell'armi cittadine. La Guardia Civica riesce in Toscana ciò che sempre, ciò che per tutto è riuscita; vale a dire lo scudo e il palladio dell'ordine pubblico, e il sostegno della libertà vera e durevole, non della avventata e mal ferma. NelGoverno Toscano ben rincalzato dall'opinione e dall'armi cittadine, è non solo risorta la gagliardia e l'attività, ma egli porge caparra sicura che di quindi innanzi sarà del corpo della Lega Italiana un membro saldo, sollecito e poderoso.

Che diranno di tali fatti coloro cui la virtù e il regno della opinione mette sgomento? E quegli altri eziandio che diranno, i quali si ostinano a giudicare e credere la Guardia Civica non più che una istituzione militare, apparecchiata in casi di guerra a supplire e spalleggiare l'esercito?

(DallaLega Italiana.)

Adì detto.

Ci corre all'occhio il programma d'un nuovo giornale nizzardo, col titolo l'Eco dell'Alpi Marittime. I compilatori annunziano di aver gran fede nel moto vitale e rigeneratore che penetra e fa risentire di mano in mano le più morte membra di nostra nazione. Desiderano con ardore il risorgimento suo, la vogliono libera e indipendente, e si professano e chiamano Italiani di sangue, Italiani di cuore. Ma, cosa stranissima, ei dicono e ripetono tutto ciò in francese! Per prima testimonianza dell'animo loro italiano, abiurano l'armonioso idioma di Dante; e per primo atto d'indipendenza, fannosi servi d'un linguaggio straniero, il quale tenta di snaturare e viziare sì fattamente il nostro, che sarà dura e lunga fatica a guarirlo e salvarlo. Ei sembra che pur anche a que' giornalisti sia caduto in mente un qualche sospetto della loro stranezza; ma tosto l'hanno cacciato da sè, racchetandosi con questa ragione, chedobbiam cercare un po' meno quello che ci divide, e molto di più quello che ci ravvicina. O bella o bella davvero! Ma, signori giornalisti nizzardi, noi per serbare appunto e convalidare, quanto ci è dato il meglio, ciò che ne può tenere uniti, abbiamo carissima la nostra lingua, solo segno visibile e universale della comunanza del sangue, solo retaggio rimasto della mente e gloria degli avi. Come ad ogninazione è sortita una forma propria intellettuale, così è sortito da Dio un organo particolare a significarla. In esso, in quell'organo particolare e mirabile, sta la nostra effigie, il nostro stemma, la nostra bandiera; in esso è quel tesero antico ed inestimabile che nè il correr del tempo, nè le somme sventure, nè il servaggio lunghissimo, nè la stessa nostra incuria e viltà ci hanno potuto involare. Signori giornalisti nizzardi, voi ci avete ferito, senza volerlo (crediamo), nella più nobil parte del cuore. Certo, voi siete arbitri e liberissimi di parlare e scrivere la lingua che più v'aggrada. Ma chi non parla e non iscrive la nostra, dee sentirsi dire con qualche sdegno da tutti i buoni Italiani: — A che mentite il nostro nome, o signori? a che v'accostate al nostro banchetto? Uscitene, noi non vi conosciamo. —

(DallaLega Italiana.)

21 gennajo.

Dalle nuove di Sicilia tutta l'Italia del certo sarà funestata; e niuna cosa può riuscire più misera ed afflittiva al cuore de' buoni Italiani, come vedere in mezzo al quieto e ordinato nostro risorgimento scoppiare un conflitto la cui fine non può tornare se non infelice ad entrambe le parti. Se la superano i sollevati, chi porrà modo alle lor domande, e chi interdirà loro d'inalberare il vessillo isolano, squarciando e dispiccando un membro di più al corpo già troppo lacero e troppo diviso d'Italia? E se vince la podestà regia, ormai gli è impossibile che ciò succeda senza moltissimo sangue, fiera semenza di sollevazioni nuove e più pertinaci; e niun modo, poi, e niuna misura verrà segnata agli esilii, agli incarceramenti e ai supplizj che già tanto moltiplicavano in quelle provincie sfortunatissime. Dio conosce gli autori e gl'istigatori di tanto male; e certo, a chi ha menate le cose ad estremi così terribili, prepara nella sua giustizia squisiti castighi e vendette.

Primamente, noi sentiam bene per tutto ciò, che gli animi colpiti così a un tratto dalla narrazione di casi lacrimevoli a tutta l'Italia si abbandonino al dolore e allo sdegno, e quasi disperino della salvezza pubblica, od almeno si sentan fallire la dolce speranza di campare la patria dai tumulti sanguinosi, dalle mutazioni violente e immature, e dalle miserie e dal lutto della guerra intestina. Ma dato sfogo al primo impeto dell'affetto, e rimenate le forze della ragione e le virtù dell'animo agli uffici loro, debbono tali forze e virtù, avanti ogni cosa, impedire che noi ci lasciamo vincere all'immaginazione, invece di crescere in attività e in coraggio quanto i danni e i pericoli crescono. Se il vorremo tutti, e gagliardamente il vorremo, niun uomo, e sia pur coronato, potrà contrastarci di ricondurre la conciliazione e l'ordine dove ora sono sbanditi, e di far cadere le armi male impugnate, disfare i patiboli, restituire alla patria i fuggiaschi, assicurare la pace, dar principio e base a riforme larghe ed irrevocabili. Per tutto ove abbondano i buoni e accorrono risoluti e operosi, mai non è mancato rimedio ai più profondi guasti e alle più cangrenose piaghe dei regni. Poniamoci tutti, con quanta efficacia di persuasione e con quanti mezzi possediamo di forza e ingerimento morale, poniamoci in mezzo ai sollevati ed al principe: Dio e la fortuna d'Italia compiranno il restante. Ma noi siamo privati, e l'azione nostra va lenta, dislegata e difficile. Tocca pertanto ai principi nostri riformatori il primo alto e il più vigoroso del morale intervenimento di cui ragioniamo. E che? potrà una sola volontà, potrà una sola mente caparbia turbare e sconvolgere a suo talento l'Italia intera? Permetteranno i principi della Lega, che tante loro fatiche e buoni desideri e savissime opere, che tante speranze e disegni loro magnifici per salvate con progressivi e pacifici mutamenti l'Italia, vadan perduti? No, questo non accadrà, chè sarebbe importabile e mostruoso. Parlino ed operino essi con tutta la pienezza e la vigoria di lor dignità, e con tutta quella che porge loro al presente la necessità delle cose, la santità della causa, il dovere di padri e salvatori de' popoli, l'orrore del sangue civile; e a ciascuno sarà giuocoforza obbedire.Ma lascino addietro (noi ne li preghiamo e gli scongiuriamo) le forme e le lungaggini diplomatiche, e come i fatti sono straordinarj e giungono subitanei, altrettanto sia straordinaria e subita l'azione loro. Guai se non riuscissero, guai. V'ha già chi trae compiacenza di tal prima sollevazione, pigliando fiducia che le cose precipitino tanto al male, da vedere disfatti e poi ricomposti a lor modo i regni e i trattati. Ma noi, corretti dalle lunghe sventure, noi non ignari della bestiale pazienza degli uomini, e che ne' gran rovesci la libertà e i diritti de' popoli quasichè sempre vanno in conquasso, noi speriamo tuttavia che la rigenerazione nostra regolare e incolpabile abbia vita così poderosa e tanto piena di partiti e compensi, da trionfare eziandio di questa prima battaglia, e rimovere questo durissimo inciampo che trova nel suo cammino, semprechè i principi della Lega vi si adoperino di concerto e con intera e pronta efficacia. Deh! movali almeno l'enormità del pericolo, se altro sentimento ed affetto non gli riscuote: sebbene dal cuore de' principi nostri niun sentimento pietoso e nobile rimane escluso; e singolarmente dal cuore di Pio, il quale benchè sia padre di tutti i fedeli, pure sa e sente che gl'Italiani sono primogeniti suoi, primogeniti della Chiesa.

Usi egli, dunque, larghissimamente della più che umana autorità del suo grado e carattere; usi della maestà che possiede e della gloria che ha conquistata; e interceda potentemente e con azione sollecita, e con quanti modi e mezzi e clientele ed ajuti ha seco, interceda, diciamo, per otto milioni e più d'Italiani e compatrioti suoi, i quali pure in mezzo al tumulto e alle armi girano in verso di lui lo sguardo, e ne invocano in ogni istante il nome venerando e miracoloso. Noi non sappiamo quali ragioni distogliessero poco fa il Pontefice dall'interporsi in guisa patente e solenne tra le popolazioni Svizzere in procinto di azzuffarsi; ma questo sappiamo, che niuna ragione, niun dubbio, niuna cautela può stoglierlo legittimamente dall'intromettersi con somma efficacia tra il re delle Due Sicilie e le insorte popolazioni. Quindi egli debb'essere risoluto di ciò; e noi, chinati ai suoi piedi, ne lo supplichiamo con quella istanza e con quel fervored'affetto e profondità di dolore, che la civile carità e la voce del sangue italiano ci fa sentire e significare.

(DallaLega Italiana.)

22 gennajo.

No, la felice innovazione delle sorti d'Italia non debbe così a un tratto cangiar natura per la cieca pertinacia d'alcuno e l'ira impaziente di molti.

Nè il sangue di nostre vene dee piovere in guerra fraterna o sotto il ferro del manigoldo, ma bensì serbarsi per causa infinitamente migliore, e spargersi tra le armi nemiche in guerra giustissima, anzi nella sola accettevole a Dio, e in cui quel sangue laverà l'anime nostre quasi un nuovo battesimo.

No, non è lecito ai buoni di starsi con le mani a cintola, in faccia al nascente incendio dell'Italia meridionale. E noi invitiamo tutti i buoni a pensare con zelo, e di stretto accordo, gli spedienti e i ripari migliori e più praticabili: l'amor santo di patria e di libertà vera, e la necessità di salvare il quieto e progressivo risorgimento italiano, assottigli l'ingegno così de' privati come de' principi, e li ajuti a rinvenire ed usare tutte le facoltà e i mezzi morali conducenti a spegnere colaggiù le sollevazioni violente, abolire le condanne e i supplizj, fondare e mallevare le progressive riforme. E perchè l'opinione pubblica cresce ogni giorno di autorità e di efficienza, ed ora ha modo in Italia di farsi conoscere quale e quanta è, giova significare in guisa aperta e solenne il nostro cordoglio ed il biasimo nostro a tutti coloro d'ambe le parti, che vogliono sommerger nel sangue la speranza e la fede di una trasformazione ordinata e conciliativa. Siamo certi che nè le distanze nè l'armi nè le polizie nè il terrore impediranno alla voce di migliaja di buoni Italiani il farsi intendere in mezzo de' combattenti. Ma la voce senza misura più potente, efficace e penetrativa di tutte, debb'essere quelladel Sommo Padre e Gerarca. Non ha egli nelle Due Sicilie come nell'orbe intero cattolico la sua sacra milizia, i suoi ministri e ufficiali? E che non potrà la falange de' vescovi e de' sacerdoti inviata da lui, con alto ed espresso comando, a spartire la mischia e riconciliare insieme i popoli e il re, non a nome del dispotismo ma della ragionevole libertà, non col diritto del forte ma con quello della civiltà progredita e delle pubbliche guarentigie?

Noi per questo intento pigliamo arbitrio di trascrivere qui il Memoriale che addirizziamo con debito ossequio al Pontefice, facendo preghiera agli amici nostri, al clero, al popolo ligure e piemontese, a tutte le genti della Penisola di ripetere questo fatto concordemente e sollecitamente, affine che l'anima di Pio IX si senta nell'ufficio santissimo fortificata dal voto manifesto, ardente e affettuoso, di tutti i suoi figliuoli e compatrioti.

Gl'Italiani a Voi concittadini per sangue e figliuoli in Cristo Signore, recano ai piedi vostri nelle parole di noi sottoscritti l'espressione e il testimonio di lor profondo cordoglio, vedendo nelle Due Sicilie scoppiare un conflitto il quale minaccia o di riempiere nuovamente quelle contrade di crudeli giustizie e in peggiore servitù sprofondarle, o di pervertire nell'intera Penisola il moto pacifico e bene ordinato di rigenerazione politica.

Voi foste, Santo Padre, il glorioso principiatore di quel moto regolare di civiltà, e a Voi s'appartiene di mantenerlo in sua via. Nè certo noi veniamo a supplicarvi di ciò per bisogno che faccia di consigliare e spronare la carità e saggezza vostra, ma solo per isfogo dell'anima, e per accompagnarvi nell'opera santa con l'ardore de' nostri voti, e affinchè sappiate essere noi apparecchiati e desiderosi di ogni qualunque maniera di cooperazione.

Poco fa, uno tra' maggiori potentati d'Europa si scosse alla vostra voce, e facendo luogo al diritto, risparmiò a sè e a' suoi regni di assaggiare gli effetti della vostra lesa giustizia.Non potrà un altro principe, che è doppiamente vostro figliuolo e si professa religiosissimo, resistere alle preghiere di tanto padre, e ai consigli e alle istanze di tanto pacificatore. Nè i popoli dall'altra parte ricalcitreranno ostinati ed immoderati, ognora che Vostra Beatitudine entri mallevadrice dei patti e serbatrice della fede. Voglia, per altro, la Santità Vostra richiamarsi alla mente, che a lei fu fatta promissione larga ed esplicita di concedere miglioranze e riforme subitochè le sommosse di Calabria venissero a fine; le quali venute, non pertanto è apparita nessuna volontà di riforme, e nessun decreto che le annunzi almeno ed accerti per l'avvenire.

Ei si conviene, adunque, alla Santità Vostra nell'alto secreto di sua prudenza investigare e trovare modi assai più efficaci e solleciti d'intervenimento, e praticare rimedj tanto maggiori, quanto qualunque indugio diviene sopramisura funesto, e i danni e i pericoli sonosi fatti ogni giorno più gravi e ogni giorno meno evitabili.

Pieni di fiducia nella Vostra virtù e sapienza, umilmente ci rassegniamo di Voi, Padre Santo e glorioso, devotissimi obbligatissimi servi e figliuoli

Il Direttore e i Compilatori della Lega Italiana.(DallaLega Italiana.)

Rimpetto alla porta.

DEL RISORGIMENTO ITALIANOGENEROSO INCOLPABILEINIZIATO DAL GRAN PIOSALVETE O MARTIRI PRIMI

Dall'uno dei lati.

ALLE ANIMEDE' MILANESINOSTRI FRATELLINEL DÌ TERZO DI GENNAIODEL MDCCCXLVIIIUCCISI DAL FERRO STRANIEROINERMIE NON RELUTTANTI ALLE LEGGIPREGATE LA GLORIA DE' MACCABEI

Dall'altro lato.

ORATE PEI GIOVANETTISTUDENTICHE NEL DÌ NONO DI QUESTO MESEIN PAVIACADDERO SOTTO LE PUNTE DE' BARBARIIN ZUFFA DISUGUALISSIMAPRELUDENDO AHI TROPPO ANIMOSIAL FINALE COMBATTIMENTO

Rimpetto all'altare.

BEATISSIMI VOICHE NEL SENO DI DIOOVE DAL MARTIRIO SALISTESCORGETE D'UN SOLO SGUARDOTUTTA LA FUTURA GRANDEZZAD'ITALIA

(DallaLega Italiana.)


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