LETTERA AL CARDINALE FERRETTISEGRETARIO DI STATO.(Dall'Italico, semestre II, n. 11. — Roma, 16 settembre 1847.)
(Dall'Italico, semestre II, n. 11. — Roma, 16 settembre 1847.)
Eminenza Reverendissima.
L'Eminenza Vostra, senza neppure venir pregata e sollecitata da me, ma solo per vive raccomandazioni de' miei parenti ed amici, ha voluto, per gran bontà naturale, favorirmi e beneficarmi. E non essendo riuscita nel primo atto d'intercessione presso il glorioso Pontefice, si è pur degnata di replicare le istanze; e jeri mi giunse avviso che Sua Santità condiscende, a contemplazione della domanda fattane dall'E. V., a darmi licenza di rivedere la mia provincia natale, e per lo spazio di tre mesi poter quivi riconfortarmi con la mia famiglia e con gli amici de' miei primi anni. Quanto poi alla condizione posta da Sua Santità, ch'io prometta innanzi (trascrivo le parole medesime di V. Eminenza nella lettera sua al Perfetti) dinon volere in alcun modo cooperare nè direttamente nè indirettamente a turbare l'ordine delle cose politiche negli Stati Pontificj, io pensava che non le fosse nascosto avere io compiuta assai largamente quella siffatta dichiarazione, scrivendo nel marzo del corrente anno all'Eminentissimo Gizzi e chiedendogli di venir posto a parte del benefizio dell'Amnistia; «la qual promessa (aggiungeva io in quel foglio, e replico nel presente) io fo molto più volentieri, e intendo di adempiere con tanto maggiore lealtà, quanto è già lunga pezza che scrivo, e persuado i cittadini miei di calcare le vie in cui sembrano alla per fine voler entrar tutti concordemente, e le quali sole possoncondurre alla vera e stabile rigenerazione della Patria nostra.» Ciò io significava e scriveva or fanno parecchi mesi; ed in questo mezzo tempo il succedere delle cose è riuscito così favorevole alle speranze dei buoni, che quella promessa di rispettare le leggi quali sussistono, e fuggire ogni modo occulto e violento di mutazione, è divenuta un obbligo naturale, necessario e comune, da poi che, mediante la saggezza miracolosa di Pio IX, incomincia in cotesti nostri paesi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e per via di cui si à facoltà di procedere pacificamente e di grado in grado all'acquisto d'ogni perfezionamento civile.[5]
Che io non possa poi ringraziarla condegnamente, e come io desidero, della bontà e parzialità singolare in me adoperata, scorgesi bene da ciò, che se il rivedere la patria ed i suoi dopo sedici anni d'esilio e dopo estinta la speranza di più abbracciarli, è da computarsi fra le maggiori consolazioni del mondo, a me dee mancare qualunque fiducia di esprimere all'Eminenza Vostra, non pur coi fatti ma con le parole, la gratitudine che me le stringe e annoda in perpetuo. Solo vorrei pregarla a considerare che questi sentimenti li dice un uomo lontanissimo da ogni maniera d'adulazione, e a cui sono ignoti affatto le corti ed i grandi, ignoto il conversare e il carteggiare con esso loro; e a cui infine reca una vera e novissima meraviglia e soddisfazione il potere e dovere far ciò la prima volta in sua vita con l'Eminenza Vostra, nella quale si avvera e l'antico adagio che la bontà soggioga ogni cosa, e l'antica massima dei giuristi filosofi, che negli ottimi è un diritto naturale e non prescrittibile di dominio e d'impero.
Di Genova, li 15 agosto 1847.
Dell'Eminenza Vostra
Devotissimo ed Obbligatissimo ServoTerenzio Mamiani.