NotaH,pag.354.

La Commissione provvisoriadi Governo, soli tre dì innanzi all'apertura della Costituente Romana, promulgò e sancì di proprio arbitrio quella legge medesima sui Municipj, che il Mamiani presentava al Consiglio dei Deputati il 21 di decembre. Qualche leggier mutazione ed aggiunta vi fu introdotta; ma, per fortuna, elle cadono sulle parti meramente disciplinali, e punto non alterano la sostanza e l'economia della legge. La sola disposizione nuova da notarsi, è questa: «Il diritto di decretare le imposte potrà, dopo l'esperienza di tre anni, venire limitato da una legge nazionale, che determini ed uniformi al sistema generale alcuni almeno degli oggetti della imposizione.»Tale riserva e cautela è superflua, dappoichè ne' consessi legislativi permane sempre la facoltà di limitare e modificare, secondo ragione e in vista dell'universal bene, l'uso dei diritti comunitativi; e ciò per massima di gius pubblico; e per dichiarazione speciale della legge di cui discorriamo, ove s'incontrano queste formali parole: «I limiti del potere deliberativo de' Municipj sono determinati...... dalle leggi universali dello Stato, dalle deliberazioni de' Corpi legislativi, ec.»

La Commissione provvisoriadi Governo, soli tre dì innanzi all'apertura della Costituente Romana, promulgò e sancì di proprio arbitrio quella legge medesima sui Municipj, che il Mamiani presentava al Consiglio dei Deputati il 21 di decembre. Qualche leggier mutazione ed aggiunta vi fu introdotta; ma, per fortuna, elle cadono sulle parti meramente disciplinali, e punto non alterano la sostanza e l'economia della legge. La sola disposizione nuova da notarsi, è questa: «Il diritto di decretare le imposte potrà, dopo l'esperienza di tre anni, venire limitato da una legge nazionale, che determini ed uniformi al sistema generale alcuni almeno degli oggetti della imposizione.»

Tale riserva e cautela è superflua, dappoichè ne' consessi legislativi permane sempre la facoltà di limitare e modificare, secondo ragione e in vista dell'universal bene, l'uso dei diritti comunitativi; e ciò per massima di gius pubblico; e per dichiarazione speciale della legge di cui discorriamo, ove s'incontrano queste formali parole: «I limiti del potere deliberativo de' Municipj sono determinati...... dalle leggi universali dello Stato, dalle deliberazioni de' Corpi legislativi, ec.»

Non inutili forse alla storia sono le parole con che l'autore domandò, il dì primo dicembre, alla Camera facoltà piena di trattare coi Governi della Penisola intorno al Congresso Costituente italiano. Ogni memoria che concerne il tentamento fatto in que' tempi per unire gli Stati Italiani in confederazione, ci sembra che mai non debba cadere dall'animo degli ottimi cittadini; perchè in quel concetto solo è chiusa la salute e la redenzione vera e fattibile della Patria. Le parole, adunque, del Mamiani furono le seguenti.«Se apriamo i libri di parecchi gravi politici dell'età nostra, noi vi leggiamo questa sentenza; che, cioè, il mutare ed il progredire degli Stati d'Europa ànno principalmente mirato al fine di sciogliere i piccioli reami ne' grandi, e costruir da per tutto una salda e poderosa unità di governo. Il pronunziato di tali scrittori è vero in gran parte, nè io mi pongo qui a negarlo od a menomarlo. Per altro, io mantengo fermissimamente, che non debbesi in quel fatto avvisare e riconoscere sotto veruno aspetto l'ultima perfezione del moto civile dei popoli. A quella incorporazione di tante e sì vaste provincie diè molto minor cagione la mutua benevolenza e il mutuo vantaggio dei docili abitatori, che il material successo delle conquiste, l'accidente delle eredità, e i convegni e i maneggi dei principi. All'unità poi rigorosa e sempre cresciuta dei governi, porsero avviamento o occasionenon la saviezza maggiore delle nazioni e il prezioso incremento e accomunamento della scienza politica, ma la successiva estinzione d'ogni ordine e d'ogni autorità intermedia fra i monarchi ed i sudditi, ma l'odio de' privilegi, e la naturale dittatura onde furono investiti i re per isbarbare gli ultimi dritti feudali.In ogni modo, a me non sembra cosa eccellente e perfetta l'adunare e addensare le forze civili e politiche in un solo ed unico punto, e quasi impedire le facoltà più svegliate e nobili de' provinciali, e sopprimere ogni forma diversa e spontanea di vita comune nel rimanente ed amplissimo corpo della repubblica. E s'io non temessi di parlarvi un linguaggio troppo accademico e inopportuno al luogo ed al tempo, v'inviterei, cittadini, a ben divisare le opere della natura, le quali quanta maggior perfezione organica ne dimostrano, tanto in ciascuna porzione e in ciascun membro e viscere dell'ente animato rivelano maggior varietà, vigorezza, implicazione e incremento di vita propria, bene armonizzata e congiunta colla vita centrale e moderatrice del composto.Ma come ciò sia, sembrami ora certissimo che la Provvidenza apparecchi all'Italia questo gran bene di mantenere in ciascuna sua parte la originalità, il vigore, la varietà e il maraviglioso dispiegamento delle sue forze e virtù speciali e individuali, in debita guisa contemperate ed unificate con la potenza e virtù generale e sopraeminente del tutto. Cagione di tal miracolo sarà senza meno la Confederazione Italiana, il cui patto fondamentale, le cui pertinenze e gli uffici verranno determinate e in perpetuo fermate da un Congresso Costituente.Allorchè io dico, o cittadini, Congresso Costituente, credo col nome solo aver chiaramente annunciato, ch'io non piglio a discorrere di una confederazione fra i principi soli, ma sibbene de' principi insiememente coi popoli; non di una confederazione transitoria ed accidentale, ma immobile e persistente, ma sostanziale e feconda; non di tali azioni o tali altre per accordo particolare pensate ed effettuate, ma di un potere e d'un reggimento centrale, comune e perpetuo, pieno di efficacia e d'autorità, saggio, illustre, imparziale e venerabile a tutti, sicchè ne' supremi ed universali interessi della Nazione non isdegnino di obbedirgli i coronati reggitori de' singoli Stati.Il Ministero vostro è pieno di fede nella Confederazione Italiana. Imperocchè un popolo diviso per lunghissima età in Istati diversi ed indipendenti, avvezzi a leggi, istituti, governi, usi, costumi, tradizioni e parlari lor proprj, e soliti da qualche secolo a inorgorglirsi e presumere della natura loro e disistimar quella di tutti gli altri; un popolo così fatto, io dico, non si scioglie e non si confonde in una sola provincia, se non per effetto della conquista o d'alcuna violenza interiore: e questa, io nol nego, può riuscire in più casi ed in più maniere, ma in nessuna sarà durabile; e un po' di conflitto che sorga negl'interessi e nelle ambizioni, il mal sopito egoismo delle provincie ridarà su rabbioso e funesto; e quella fortunata violenza o sorpresa che voglia chiamarsi, avrà da ultimo non altro fatto che apparecchiare i semi delle discordie intestine, e forse anche della guerra e del sangue civile. E però a quel popolo di cui parlo, o sarà impossibile sempre di ben comporsi in vero e durevole essere di nazione; o gli converrà aver ricorso alla forma confederativa, la quale tornerà poi tanto più salutare e fruttifera, quanto più stretta e maggiormente fornita di facoltà e prerogative.Nè tralascerò di notare, come una stretta Confederazione, chi ben la considera, non osteggia ed anzi prepara le cose e gli uomini a qualunque specie di maggiore unità politica; dove, per lo contrario, le unioni e incorporazioni subitanee e premature, e più assai comandate ed imposte che accettate e volute, possono convertirsi più tardi in cagioni avverse e disturbatrici di una leale e spontanea Confederazione. Nè già l'indole di questa e le disposizioni e le regole che si appropria sono così determinate e inflessibili, che mal si riesca a piegarle e adattarle alle differenti contingenze e necessità che incontra la lunga e rimutevole vita d'una nazione. L'ingegno e l'arte politica può invece disegnare e attuare un patto confederativo sufficiente ad ogni varietà di fortuna; ed ora simile a una dittatura e capace d'ogni unità e veemenza d'azione; ora così largo da somigliare più presto una compagnia ed un'amicizia, che altra cosa imperativa ed obbligatoria. Per contra, se v'à al mondo forma tenace ed aspra e poco arrendevole, si è del sicuro l'unità di governo assoluta ed onnipotente; come tuttogiorno il dimostra alcuna nazione europea troppo forse celebrata, e poco opportunamente imitata.Io salgo, pertanto, in ringhiera col grato ufficio di annunziarvi, che il Ministero vostro intende quest'oggi medesimo di dare cominciamento ad attener la promessa già fatta dinnanzi al popolo sinceramente e solennemente; che, cioè, sarebbesi spesa ogni estrema cura, sostenuto ogni fatica, adoperato ogni zelo affine che la Costituente Italiana possa quanto prima venire ad effetto.E certo, se l'impresa nobilissima e santa pendesse dal solo nostro arbitrio e giudicio, noi saliremmo qui a proferirvi un disegno di legge per iscegliere e convocare i Deputati Costituenti; e presto munita quella proposta dell'adesione e sanzione vostra, che altro rimarrebbe se non godere del fatto insigne, e nella vista del desiderato Congresso pascere lungamente gli sguardi e gli affetti? Ma, pur troppo, alla consumazione di tale atto bisogna il consentimento e l'unione di tutti gli Stati italiani, o di pressochè tutti. E però il Ministero presentasi dinanzi a voi fiducialmente a chiedervi d'esser fornito delle congrue facoltà per entrar subito in negoziato con essi Governi. E perchè voi non volete, com'è ragione, e mai non dovete, così mezzo alla cieca e senza un'antecedente e piena cognizione di causa, investire i Ministri di facoltà sì importanti e gelose; imperò noi veniamo a significarvi pochi principj, ma sostanziosi e precisi, coi quali intendiamo di condurre le pratiche coi Governi italiani. E l'espressione di que' principj fatta chiara, semplice e breve al possibile, si è la seguente.1º Gli Stati Italiani eleggeranno e convocheranno un'Assemblea Costituente comune, alla quale si confiderà il mandato supremo di compilare un Patto Confederativo, che, rispettando l'esistenza e l'autonomia dei singoli Stati, e lasciandone inalterata la forma di governo e le leggi fondamentali, valga ad assicurare la libertà, l'Unione e l'Indipendenza assoluta e perpetua della Nazione, e a promoverne ogni qualunque prosperità e grandezza.2º All'Assemblea Costituente ogni Stato manderà un numero uguale di Deputati rappresentanti.3º Questi verranno eletti in ciascuno Stato giusta il modo che ciascun Governo e Parlamento delibererà di usare.4º L'Assemblea Costituente si radunerà in Roma.5º Il modo col quale i paesi d'Italia occupati al presente dallostraniero esser dovranno rappresentati nell'Assemblea, rimarrà a trattarsi fra i Governi che aderiranno all'Atto Confederativo.6º L'Assemblea Costituente, innanzi pure di procedere alla discussione e compilazione del Patto, delibererà sui provvedimenti comuni richiesti dall'urgenza somma dei casi e fatti necessarj al pronto e compiuto conseguimento dell'Indipendenza Nazionale.Ecco i fondamenti e i principj secondo i quali il Ministero proponesi di entrar di subito in accordo coi varj Stati della Penisola intorno al disegno d'un Congresso Costituente. Se a voi gioverà di approvarli, noi, troncando ogni indugio, inizieremo il trattato prima col Governo Toscano; siccome quello che è gran zelatore della Costituente Italiana, e pur testè ci à fatto sapere che assai di buon grado porrà alquante modificazioni e restrizioni alle massime da lui promulgate intorno al proposito, essendo egli desiderosissimo di conciliazione e concordia. Venuti esso e noi in perfetto convegno (la quale opera non credo nè lunga nè malagevole), useremo entrambi ogni studio e tutte le forze dell'intelletto e dell'animo per accostare al nostro disegno e a tutte le nostre comuni intenzioni il Governo Piemontese.[40]Ciò conseguito, il Ministero tornerà innanzi di voi col risultamento dell'una e dell'altra pratica; e il vostro terminativo giudicio porrà in atto alla fine il desiderato e sospirato Congresso Costituente.Dirò schietto e franco, che sta molto discosto da noi il dubio che voi non siate per impartirci le facoltà le quali chieggiamo. Conciossiachè voi discernete, del sicuro, nella nostra proposta un gran mezzo (forse anche l'unico) per ovviare ai mali d'Italia, e i già cominciati e presenti ispegnere e riparare. Troppo la nostra Patria comune è mutata in questi ultimi tempi, ed anche in peggio è mutata. Un primo e solo disastro, rammentatelo o cittadini, sull'armi Subalpine caduto, una sola battaglia non vinta riuscì bastante a gittare per terra le anime nostre; ed ora eccediamo, per quel ch'io ne giudico, nello scoramento e nell'abbandono di noi medesimi, quanto eccedemmo da prima non in ardire generoso, ma in giovanile baldanza e in temerità sconsigliata.Signori, egli è grande necessità di provvedere alle condizioni sempre più misere di questa Patria comune, che a noi drizza gli occhi e tende le braccia, e mostra i campi Lombardi nel servaggio ricaduti, e Venezia stretta da fiera ossidione, e Napoli insanguinata e la Sicilia piena di strage civile.Io non mentirò all'animo mio, e dirò che la discordia, il sospetto, la diffidenza e l'orgoglio ànno la massima parte di que' mali su noi rovesciata, e ricaccian l'Italia nelle antiche sventure. Nè v'à oggimai provincia della Penisola che sia sana ed intera, non un palmo di terra in cui le sètte e i partiti ferocemente non si combattano. Eppure, a me sembra di udir tuttora il suono degli inni caldi e infiammati di fratellevole amore. Stannomi ancora dinnanzi agli occhi quelle giojose dimostranze, quei raduni senza tumulto, quei congressi senza contese, quelle feste piene di pura e fiduciale letizia, e in cui gli ornamenti, gli addobbi, le insegne, i simboli, le iscrizioni e ogni cosa ricordava e ammoniva la somma necessità dell'unione; ed anzi, la voglia testimoniava e il proposito fermo e inconcusso della concordiagenerale e perpetua. Ma tutto ciò è durato quanto la fragranza dei fiori e delle ghirlande che ai fraterni banchetti c'incoronavano, quanto il fumo degli incensi che ardevano per le chiese a ringraziare Iddio del risorgimento italiano. E però io v'annunzio col più ponderato giudicio e col più profondo convincimento dell'animo, che la unione e concordia nostra o per sempre sono perdute e distrutte, o non possono rigermogliare e rinascere che dal seno fecondo della Costituente Italiana.

Non inutili forse alla storia sono le parole con che l'autore domandò, il dì primo dicembre, alla Camera facoltà piena di trattare coi Governi della Penisola intorno al Congresso Costituente italiano. Ogni memoria che concerne il tentamento fatto in que' tempi per unire gli Stati Italiani in confederazione, ci sembra che mai non debba cadere dall'animo degli ottimi cittadini; perchè in quel concetto solo è chiusa la salute e la redenzione vera e fattibile della Patria. Le parole, adunque, del Mamiani furono le seguenti.

«Se apriamo i libri di parecchi gravi politici dell'età nostra, noi vi leggiamo questa sentenza; che, cioè, il mutare ed il progredire degli Stati d'Europa ànno principalmente mirato al fine di sciogliere i piccioli reami ne' grandi, e costruir da per tutto una salda e poderosa unità di governo. Il pronunziato di tali scrittori è vero in gran parte, nè io mi pongo qui a negarlo od a menomarlo. Per altro, io mantengo fermissimamente, che non debbesi in quel fatto avvisare e riconoscere sotto veruno aspetto l'ultima perfezione del moto civile dei popoli. A quella incorporazione di tante e sì vaste provincie diè molto minor cagione la mutua benevolenza e il mutuo vantaggio dei docili abitatori, che il material successo delle conquiste, l'accidente delle eredità, e i convegni e i maneggi dei principi. All'unità poi rigorosa e sempre cresciuta dei governi, porsero avviamento o occasionenon la saviezza maggiore delle nazioni e il prezioso incremento e accomunamento della scienza politica, ma la successiva estinzione d'ogni ordine e d'ogni autorità intermedia fra i monarchi ed i sudditi, ma l'odio de' privilegi, e la naturale dittatura onde furono investiti i re per isbarbare gli ultimi dritti feudali.

In ogni modo, a me non sembra cosa eccellente e perfetta l'adunare e addensare le forze civili e politiche in un solo ed unico punto, e quasi impedire le facoltà più svegliate e nobili de' provinciali, e sopprimere ogni forma diversa e spontanea di vita comune nel rimanente ed amplissimo corpo della repubblica. E s'io non temessi di parlarvi un linguaggio troppo accademico e inopportuno al luogo ed al tempo, v'inviterei, cittadini, a ben divisare le opere della natura, le quali quanta maggior perfezione organica ne dimostrano, tanto in ciascuna porzione e in ciascun membro e viscere dell'ente animato rivelano maggior varietà, vigorezza, implicazione e incremento di vita propria, bene armonizzata e congiunta colla vita centrale e moderatrice del composto.

Ma come ciò sia, sembrami ora certissimo che la Provvidenza apparecchi all'Italia questo gran bene di mantenere in ciascuna sua parte la originalità, il vigore, la varietà e il maraviglioso dispiegamento delle sue forze e virtù speciali e individuali, in debita guisa contemperate ed unificate con la potenza e virtù generale e sopraeminente del tutto. Cagione di tal miracolo sarà senza meno la Confederazione Italiana, il cui patto fondamentale, le cui pertinenze e gli uffici verranno determinate e in perpetuo fermate da un Congresso Costituente.

Allorchè io dico, o cittadini, Congresso Costituente, credo col nome solo aver chiaramente annunciato, ch'io non piglio a discorrere di una confederazione fra i principi soli, ma sibbene de' principi insiememente coi popoli; non di una confederazione transitoria ed accidentale, ma immobile e persistente, ma sostanziale e feconda; non di tali azioni o tali altre per accordo particolare pensate ed effettuate, ma di un potere e d'un reggimento centrale, comune e perpetuo, pieno di efficacia e d'autorità, saggio, illustre, imparziale e venerabile a tutti, sicchè ne' supremi ed universali interessi della Nazione non isdegnino di obbedirgli i coronati reggitori de' singoli Stati.

Il Ministero vostro è pieno di fede nella Confederazione Italiana. Imperocchè un popolo diviso per lunghissima età in Istati diversi ed indipendenti, avvezzi a leggi, istituti, governi, usi, costumi, tradizioni e parlari lor proprj, e soliti da qualche secolo a inorgorglirsi e presumere della natura loro e disistimar quella di tutti gli altri; un popolo così fatto, io dico, non si scioglie e non si confonde in una sola provincia, se non per effetto della conquista o d'alcuna violenza interiore: e questa, io nol nego, può riuscire in più casi ed in più maniere, ma in nessuna sarà durabile; e un po' di conflitto che sorga negl'interessi e nelle ambizioni, il mal sopito egoismo delle provincie ridarà su rabbioso e funesto; e quella fortunata violenza o sorpresa che voglia chiamarsi, avrà da ultimo non altro fatto che apparecchiare i semi delle discordie intestine, e forse anche della guerra e del sangue civile. E però a quel popolo di cui parlo, o sarà impossibile sempre di ben comporsi in vero e durevole essere di nazione; o gli converrà aver ricorso alla forma confederativa, la quale tornerà poi tanto più salutare e fruttifera, quanto più stretta e maggiormente fornita di facoltà e prerogative.Nè tralascerò di notare, come una stretta Confederazione, chi ben la considera, non osteggia ed anzi prepara le cose e gli uomini a qualunque specie di maggiore unità politica; dove, per lo contrario, le unioni e incorporazioni subitanee e premature, e più assai comandate ed imposte che accettate e volute, possono convertirsi più tardi in cagioni avverse e disturbatrici di una leale e spontanea Confederazione. Nè già l'indole di questa e le disposizioni e le regole che si appropria sono così determinate e inflessibili, che mal si riesca a piegarle e adattarle alle differenti contingenze e necessità che incontra la lunga e rimutevole vita d'una nazione. L'ingegno e l'arte politica può invece disegnare e attuare un patto confederativo sufficiente ad ogni varietà di fortuna; ed ora simile a una dittatura e capace d'ogni unità e veemenza d'azione; ora così largo da somigliare più presto una compagnia ed un'amicizia, che altra cosa imperativa ed obbligatoria. Per contra, se v'à al mondo forma tenace ed aspra e poco arrendevole, si è del sicuro l'unità di governo assoluta ed onnipotente; come tuttogiorno il dimostra alcuna nazione europea troppo forse celebrata, e poco opportunamente imitata.

Io salgo, pertanto, in ringhiera col grato ufficio di annunziarvi, che il Ministero vostro intende quest'oggi medesimo di dare cominciamento ad attener la promessa già fatta dinnanzi al popolo sinceramente e solennemente; che, cioè, sarebbesi spesa ogni estrema cura, sostenuto ogni fatica, adoperato ogni zelo affine che la Costituente Italiana possa quanto prima venire ad effetto.

E certo, se l'impresa nobilissima e santa pendesse dal solo nostro arbitrio e giudicio, noi saliremmo qui a proferirvi un disegno di legge per iscegliere e convocare i Deputati Costituenti; e presto munita quella proposta dell'adesione e sanzione vostra, che altro rimarrebbe se non godere del fatto insigne, e nella vista del desiderato Congresso pascere lungamente gli sguardi e gli affetti? Ma, pur troppo, alla consumazione di tale atto bisogna il consentimento e l'unione di tutti gli Stati italiani, o di pressochè tutti. E però il Ministero presentasi dinanzi a voi fiducialmente a chiedervi d'esser fornito delle congrue facoltà per entrar subito in negoziato con essi Governi. E perchè voi non volete, com'è ragione, e mai non dovete, così mezzo alla cieca e senza un'antecedente e piena cognizione di causa, investire i Ministri di facoltà sì importanti e gelose; imperò noi veniamo a significarvi pochi principj, ma sostanziosi e precisi, coi quali intendiamo di condurre le pratiche coi Governi italiani. E l'espressione di que' principj fatta chiara, semplice e breve al possibile, si è la seguente.

1º Gli Stati Italiani eleggeranno e convocheranno un'Assemblea Costituente comune, alla quale si confiderà il mandato supremo di compilare un Patto Confederativo, che, rispettando l'esistenza e l'autonomia dei singoli Stati, e lasciandone inalterata la forma di governo e le leggi fondamentali, valga ad assicurare la libertà, l'Unione e l'Indipendenza assoluta e perpetua della Nazione, e a promoverne ogni qualunque prosperità e grandezza.

2º All'Assemblea Costituente ogni Stato manderà un numero uguale di Deputati rappresentanti.

3º Questi verranno eletti in ciascuno Stato giusta il modo che ciascun Governo e Parlamento delibererà di usare.

4º L'Assemblea Costituente si radunerà in Roma.

5º Il modo col quale i paesi d'Italia occupati al presente dallostraniero esser dovranno rappresentati nell'Assemblea, rimarrà a trattarsi fra i Governi che aderiranno all'Atto Confederativo.

6º L'Assemblea Costituente, innanzi pure di procedere alla discussione e compilazione del Patto, delibererà sui provvedimenti comuni richiesti dall'urgenza somma dei casi e fatti necessarj al pronto e compiuto conseguimento dell'Indipendenza Nazionale.

Ecco i fondamenti e i principj secondo i quali il Ministero proponesi di entrar di subito in accordo coi varj Stati della Penisola intorno al disegno d'un Congresso Costituente. Se a voi gioverà di approvarli, noi, troncando ogni indugio, inizieremo il trattato prima col Governo Toscano; siccome quello che è gran zelatore della Costituente Italiana, e pur testè ci à fatto sapere che assai di buon grado porrà alquante modificazioni e restrizioni alle massime da lui promulgate intorno al proposito, essendo egli desiderosissimo di conciliazione e concordia. Venuti esso e noi in perfetto convegno (la quale opera non credo nè lunga nè malagevole), useremo entrambi ogni studio e tutte le forze dell'intelletto e dell'animo per accostare al nostro disegno e a tutte le nostre comuni intenzioni il Governo Piemontese.[40]

Ciò conseguito, il Ministero tornerà innanzi di voi col risultamento dell'una e dell'altra pratica; e il vostro terminativo giudicio porrà in atto alla fine il desiderato e sospirato Congresso Costituente.

Dirò schietto e franco, che sta molto discosto da noi il dubio che voi non siate per impartirci le facoltà le quali chieggiamo. Conciossiachè voi discernete, del sicuro, nella nostra proposta un gran mezzo (forse anche l'unico) per ovviare ai mali d'Italia, e i già cominciati e presenti ispegnere e riparare. Troppo la nostra Patria comune è mutata in questi ultimi tempi, ed anche in peggio è mutata. Un primo e solo disastro, rammentatelo o cittadini, sull'armi Subalpine caduto, una sola battaglia non vinta riuscì bastante a gittare per terra le anime nostre; ed ora eccediamo, per quel ch'io ne giudico, nello scoramento e nell'abbandono di noi medesimi, quanto eccedemmo da prima non in ardire generoso, ma in giovanile baldanza e in temerità sconsigliata.

Signori, egli è grande necessità di provvedere alle condizioni sempre più misere di questa Patria comune, che a noi drizza gli occhi e tende le braccia, e mostra i campi Lombardi nel servaggio ricaduti, e Venezia stretta da fiera ossidione, e Napoli insanguinata e la Sicilia piena di strage civile.

Io non mentirò all'animo mio, e dirò che la discordia, il sospetto, la diffidenza e l'orgoglio ànno la massima parte di que' mali su noi rovesciata, e ricaccian l'Italia nelle antiche sventure. Nè v'à oggimai provincia della Penisola che sia sana ed intera, non un palmo di terra in cui le sètte e i partiti ferocemente non si combattano. Eppure, a me sembra di udir tuttora il suono degli inni caldi e infiammati di fratellevole amore. Stannomi ancora dinnanzi agli occhi quelle giojose dimostranze, quei raduni senza tumulto, quei congressi senza contese, quelle feste piene di pura e fiduciale letizia, e in cui gli ornamenti, gli addobbi, le insegne, i simboli, le iscrizioni e ogni cosa ricordava e ammoniva la somma necessità dell'unione; ed anzi, la voglia testimoniava e il proposito fermo e inconcusso della concordiagenerale e perpetua. Ma tutto ciò è durato quanto la fragranza dei fiori e delle ghirlande che ai fraterni banchetti c'incoronavano, quanto il fumo degli incensi che ardevano per le chiese a ringraziare Iddio del risorgimento italiano. E però io v'annunzio col più ponderato giudicio e col più profondo convincimento dell'animo, che la unione e concordia nostra o per sempre sono perdute e distrutte, o non possono rigermogliare e rinascere che dal seno fecondo della Costituente Italiana.

A prova di ciò, ricorderemo un sol fatto tra molti. Durante il Governo Provvisorio, vennero le truppe Svizzere comandate, per volere espresso del Pontefice, di lasciare Bologna, dove stanziavano, e condursi in Roma. Le popolazioni, com'era da tenersi per più che certo, insorsero a mano armata per impedire il passo alle truppe; le quali non altrimenti potean forzarlo, che empiendo quei luoghi di molta strage. Vinse negli Svizzeri un sentimento di umanità, e non osarono di partire. Il quale atto così è giudicato dall'Allocuzione del 20 aprile: —Quae (Helvetiorum copiae) huic nostrae voluntati haudquaquam obsequutae sunt, cum præsertim supremus illarum Ductor in hac re haud recte atque honorifice se gesserit.—Del resto, se la bontà di Dio più che la prudenza umana ci preservò dal sangue civile, tutti gli altri mali dall'Autore presentiti e temuti fanno guasto e strazio crudele delle sfortunate Provincie Romane. L'oppressione e la servitù loro è già piena e consumatissima, e svaniron con essa le speranze magnifiche di tutta Europa, anzi di tutta Cristianità, di vedere il papato rigenerarsi, e la Chiesa procedere al fine di pari passo con la civiltà e gli alti concetti del secolo. Torna ostinato e funesto, come per innanzi, il dissidio antico tra il pontificato e la libertà, tra gl'interessi dello Stato Ecclesiastico e quelli della Nazione Italiana; e alla mente di ciascuno si riaffaccia con dolore la terribile comparazione di Machiavello della pietra incastrata fra le labbra della ferita, sì che mai non può guarire nè chiudersi.All'autore di questo scritto rimane, per ultimo, il debito di protestare, siccome fa, con tutte quante le forze dell'animo e tutta l'efficacia e la santità del diritto, contro l'abolizione violenta, perniciosa, illegale e per ogni modo ingiusta e tirannica delle libertà costituzionali nelle Provincie Romane. Egli, afflittissimo del presente e oltre misura spaventato dell'avvenire, non può non ripetere spesso in cuor suo, con angoscia affannosa e divinatrice: — Sventurata Roma, sventurato Pontefice! —

A prova di ciò, ricorderemo un sol fatto tra molti. Durante il Governo Provvisorio, vennero le truppe Svizzere comandate, per volere espresso del Pontefice, di lasciare Bologna, dove stanziavano, e condursi in Roma. Le popolazioni, com'era da tenersi per più che certo, insorsero a mano armata per impedire il passo alle truppe; le quali non altrimenti potean forzarlo, che empiendo quei luoghi di molta strage. Vinse negli Svizzeri un sentimento di umanità, e non osarono di partire. Il quale atto così è giudicato dall'Allocuzione del 20 aprile: —Quae (Helvetiorum copiae) huic nostrae voluntati haudquaquam obsequutae sunt, cum præsertim supremus illarum Ductor in hac re haud recte atque honorifice se gesserit.—

Del resto, se la bontà di Dio più che la prudenza umana ci preservò dal sangue civile, tutti gli altri mali dall'Autore presentiti e temuti fanno guasto e strazio crudele delle sfortunate Provincie Romane. L'oppressione e la servitù loro è già piena e consumatissima, e svaniron con essa le speranze magnifiche di tutta Europa, anzi di tutta Cristianità, di vedere il papato rigenerarsi, e la Chiesa procedere al fine di pari passo con la civiltà e gli alti concetti del secolo. Torna ostinato e funesto, come per innanzi, il dissidio antico tra il pontificato e la libertà, tra gl'interessi dello Stato Ecclesiastico e quelli della Nazione Italiana; e alla mente di ciascuno si riaffaccia con dolore la terribile comparazione di Machiavello della pietra incastrata fra le labbra della ferita, sì che mai non può guarire nè chiudersi.

All'autore di questo scritto rimane, per ultimo, il debito di protestare, siccome fa, con tutte quante le forze dell'animo e tutta l'efficacia e la santità del diritto, contro l'abolizione violenta, perniciosa, illegale e per ogni modo ingiusta e tirannica delle libertà costituzionali nelle Provincie Romane. Egli, afflittissimo del presente e oltre misura spaventato dell'avvenire, non può non ripetere spesso in cuor suo, con angoscia affannosa e divinatrice: — Sventurata Roma, sventurato Pontefice! —


Back to IndexNext